La solita storia

Ve lo ricordate Andrea? Quel ragazzo di Biella che aveva “sentito l’aria”, aveva scelto di fare il pastore ed avevano anche realizzato un film sulla sua storia. Per vari motivi non ci eravamo più incontrati, anche se indirettamente ogni tanto venivo a sapere qualcosa su di lui. Finalmente avevo combinato per andarlo a trovare, ma quel mattino, molto presto, una sua telefonata mi aveva avvisato sul tipo di giornata che dovevo aspettarmi. Il suo gregge aveva subito un attacco.

Salgo a Gressoney, per me è la prima volta, non sono mai stata da quelle parti in estate. Non si può non ammirare il panorama. Andrea si scusa per non potermi venire incontro, ma le sue preoccupazioni di giornata sono altre, mi dice che la sua confinante di alpeggio potrà darmi le indicazioni necessarie per raggiungere lui e il gregge. Loretta sta pascolando le sue vacche più in basso, mentre il gregge è a quote maggiori.

Niente in quel luogo, con quella magnifica giornata di sole, può far immaginare il dramma della nottata appena trascorsa. Le vacche, tutte di razza valdostana, stanno pascolando placidamente, contenute sia dai fili, sia dalla donna che le sorveglia. I ghiacciai del Monte Rosa fanno da sfondo. Sui pendii di fronte però si vede già una pecora isolata, ferma in uno dei punti più ripidi.

Il gregge è più su, lungo il sentiero è appena scesa una guardia forestale, chiamata dal pastore per accertare l’attacco subito nella notte. All’apparenza non si nota niente di strano, ma poi guardando attentamente si vedono qua e là alcune pecore in posizioni innaturali, morte. Andrea si avvicina e inizia a raccontare.

Un po’ di tempo prima aveva già subito un attacco, presumibilmente da parte del lupo, poi solo il giorno prima si era spostato in questa parte dell’alpeggio e, nella notte, una nuova “strage”. Alla fine gli animali morti sono sette e due quelli feriti, oltre a quella che avevo visto salendo, ferma tra le rocce, che non si sa ancora se sia ferita o solo spaventata. Non tutti sono morti direttamente per l’attacco del predatore, alcune sono cadute dal dirupo, come accade spesso in questi casi. La rabbia, il dolore, lo sconforto del pastore sono immensi. Come sempre la componente emotiva, la storia di ciascun animale (che ovviamente lui conosce, uno ad uno) prevale sul “valore economico”.

Il cane da guardiania appare stremato, nella notte Andrea l’aveva sentito abbaiare a lungo ed era persino uscito a richiamarlo. Si fa in fretta, dal di fuori, a giudicare, a dire che un cane è insufficiente con quel numero di pecore… Purtroppo, nonostante tutto, nonostante le parole di chi “ci è già passato” negli anni precedenti, noto il ripetersi del medesimo atteggiamento. Quasi nessun pastore prende delle misure preventive contro gli attacchi dei predatori fin quando questi non hanno colpito più volte il suo gregge. Perchè? Forse perchè non ci si vuol credere, non si vuole cambiare radicalmente il metodo di gestione degli animali. D’altra parte, quanti di noi avrebbero voglia di mettere inferriate alle finestre, sistemi di allarme e altri strumenti di prevenzione e sicurezza alla propria casa anche quando non si siano subiti furti o intrusioni indesiderate?

Questo alpeggio pare un vero paradiso per le pecore, qualunque pastore sa che qui stanno bene a pascolare libere, scegliendo loro come e quando spostarsi, quando mangiare, quando riposare. Non possiamo nemmeno accusare Andrea di inesperienza dovuta alla sua giovane età, dato che, di fronte, il gregge di un anziano pastore è tutto sparpagliato per la montagna, totalmente libero e forse anche incustodito. Le stesse cose le ho sentite e viste in altre vallate, dove il lupo è comparso prima: si verifica un attacco, per qualche giorno, per qualche settimana si intensifica la sorveglianza, si usano le reti di notte, poi c’è quella sera che stanno così bene lì dove sono, hanno la pancia piena, è davvero un peccato mandare il cane, farle ripartire e portarle giù al recinto, così si sfida la sorte, ed inevitabilmente qualcosa succede, perchè il predatore c’è, è lì che aspetta senza che necessariamente qualcuno debba vederlo.

Questo agnellone è stato ucciso e mangiato proprio sull’orlo del precipizio, le altre pecore sono giù sotto, nel pianoro, hanno trovato la morte nello scappare, spaventate. E’ stato veramente il lupo? Nella confinante Valsesia c’è anche stato un attacco. In passato in Val d’Aosta ci sono state delle predazioni, così come ci sono in Svizzera, in Piemonte. Sappiamo come i lupi si spostino, vadano a colonizzare nuovi territori, camminino per chilometri e chilometri, sfiorando gli insediamenti umani. Ciascuno dice la sua, lì a vedere non c’era nessuno. La Forestale ha piazzato delle fototrappole dopo la predazione, ma fino all’altro giorno senza esito.

Andrea mi racconta di aver ancora sentito il cane abbaiare, nelle notti seguenti, e di aver trovato le pecore tutte ammucchiate in una parte del recinto, spaventate da qualcosa. Quest’altra pecora non è stata presa nel collo, la cinghia della campana l’ha protetta, ma è stata comunque uccisa. “Qui è un posto dove di gente ne passa tantissima, oggi è il primo giorno in cui se ne vede meno perchè è finito il periodo delle ferie, ci fossero dei cani randagi, possibile che nessuno li veda? I cani non hanno paura dell’uomo… C’è la funivia che porta su gente tutti i giorni. Anche per quello ho paura a tenere altri cani da difesa. Dovrò farlo, ma poi? Non avrò problemi con la gente?

Andrea si è già fatto fare un cartello da un amico, ma ormai moltissimi turisti hanno dei cani e li portano con sé durante le escursioni. I soliti discorsi, è semplice dire che il pastore deve avere i “cani giusti” e i turisti devono imparare a rispettare il lavoro degli allevatori. Un conto è la teoria, un altro è dover essere lì quotidianamente ad affrontare le discussioni che scaturiscono dalla “convivenza” tra turisti e cani da guardiania.

Quel giorno le pecore sono terrorizzate, basta il minimo movimento per far sì che inizino a correre, a scappare da una parte e dall’altra. Andrea continua a pensare alla sofferenza che devono aver patito i suoi animali, quelli uccisi, quelli precipitati. D’ora in avanti ovviamente li chiuderà nelle reti di notte, dovrà anche lui accettare a forza questo tipo di gestione, che non lo soddisferà, per il benessere dei suoi animali. Però l’alternativa è vederle uccidere notte dopo notte…

Sposta il gregge, in modo da farlo pascolare nel pianoro più in basso, dove si trovano gli animali morti precipitando. Questa pecora non ha altre ferite a parte quelle procuratasi cadendo sulle rocce e rotolando fin qui. Non sarebbe però accaduto non fosse stata spaventata, non avesse cercato scampo nella fuga. Il lupo caccia per sfamarsi, ma esistono e sono documentati i cosiddetti episodi di surplus killing, dovuti a diversi fattori. Questa è anche la stagione in cui i giovani lupi delle cucciolate iniziano a far pratica nella caccia e, come tutti gli inesperti, “fanno le prove”, imparano a cacciare, agiscono in modo differente da un lupo esperto che uccide e consuma ciò che gli serve.

Le pecore si allargano a pascolare e sembrano “incollarsi” a quell’erba buona, incuranti delle compagne morte lì vicino. La vita continua… Restano i dubbi, gli interrogativi. Se fossero cani e non lupi, non si possono prendere provvedimenti concreti? Ad Andrea non interessa il rimborso, non sono quei pochi soldi che forse gli verranno dati a restituirgli la serenità. Soffre per i suoi animali, per come sono morti, per la paura che in qualsiasi momento del giorno e della notte possa accadere qualcosa: “Avanti così non si può andare…!!!“. Soffre per il senso di abbandono, perchè (come tutti i pastori in questi casi) sente di non contare niente, il suo lavoro, la sua passione, la sua dedizione agli animali, gli sforzi fatti nei lunghi faticosi mesi invernali in pianura paiono non avere peso, nei confronti dell’animale selvatico tutelato e protetto.

In cielo si aggirano gracchiando i corvi. Questa è l’inevitabile lugubre colonna sonora che fa seguito ad ogni attacco. Le carcasse diventano ambite da questi uccelli spazzini, che si posano su di esse, iniziando il loro banchetto. Non si possono non sentire i loro versi, nel silenzio dell’alpe. Certo, è la natura, ma anche la pastorizia, quassù, è un qualcosa di naturale. Quanta distanza da chi teorizza l’ambientalismo, da chi a tavolino “sa tutto”, giudica e indica al pastore cosa deve fare, come farlo.

Il cane sorveglia il gregge, dorme solo apparentemente. Anche i pastori vorrebbero poterlo sorvegliare, intervenendo così come interviene il cane, cercando di metterlo in fuga. Sono in tanti a dire “Una volta i pastori andavano al pascolo, non lasciavano da soli i loro animali! I pastori devono tornare a fare il loro lavoro!“, come se la categoria fosse composta solo da pigri fannulloni. Io non parlo di sterminare i lupi e non lo fanno nemmeno i pastori, se non nell’immediatezza di un attacco, di fronte ai corpi straziati dei loro animali. Ripeto ancora una volta che ritengo sia necessario dare agli allevatori la possibilità di difendere il proprio gregge, insegnando al lupo (animale molto intelligente) come avvicinarsi al bestiame sia pericoloso. Se si arriverà ad accettare un contenimento (legale) del numero dei predatori, è utile una battuta organizzata con impiego di tempo, uomini e mezzi (quindi oltretutto dispendiosa)? Non è meglio che il lupo associ il pericolo direttamente al gregge? Dubito che i pastori saranno in grado di sterminare i lupi, però se questi sentissero più volte “bruciare la coda” vicino alle pecore, magari imparerebbero. Continuare solo a far parole non risolve il problema e, soprattutto, è nocivo per tutti, lupi compresi.

Turisti in alpeggio

Tutte le volte che vengo qui, alla fine c’è da parlare del rapporto tra i turisti e la montagna, specialmente se quella montagna è anche territorio di alpeggio. Ci può essere l’alpeggio che ha bisogno del turista (perchè acquista i prodotti, perchè viene a mangiare all’agriturismo), ma in generale tutti gli alpeggi hanno bisogno del rispetto da parte di chi la montagna la frequenta per svago, per sport. Come sappiamo però non è sempre un concetto di facile comprensione. La montagna è vista da molti solo come un posto dove si va per “staccare” dalla quotidianità e non ci si pone nemmeno il problema che lì possa esserci qualcuno che invece, in quel medesimo territorio, stia lavorando.

L’ennesima bella giornata di sole, gli animali cercano l’ombra, ma bisogna andare al pascolo. Vengono aperte le reti, occorre usare i cani per far sì che il gregge si metta in movimento.

I temporali dei giorni precedenti sono serviti almeno a bagnare la polvere, altrimenti il cammino del gregge sarebbe avvenuto tra nuvole di terra grigia sollevata dai piedi delle pecore. L’aspetto comunque è quello di una stagione di caldo e siccità come quella che sta caratterizzando questo mese di luglio.

Oltre alla siccità, il paesaggio ha colori particolari anche per colpa di una malattia che ha duramente colpito i larici nelle scorse settimane. Il peggio sembra essere passato e lentamente riprendono a ricrescere gli aghi, ma le chiome hanno ancora un colorito tra il marroncino e l’arancione, più tipico dell’autunno. Il gregge intanto avanza dove l’erba è giù stata pascolata.

C’è da attraversare la strada statale che porta al Colle del Sestriere per raggiungere i pascoli più a monte. Lì d’estate c’è sempre traffico, figuriamoci la domenica mattina con un sole del genere! Dovendolo fare tutti i giorni, ormai non è quasi più un problema per chi conduce il gregge. C’è buona visibilità, le auto e le moto rallentano, sia quelle che scendono verso la Val Chisone, sia quelle che salgono. Qualcuno scatta foto, sembra che almeno per questa volta nessuno si sia innervosito.

Per un primo tratto si sale nel bosco, piacevolmente fresco. Le pecore hanno già un loro percorso preferito, la pastora lo sa, e infatti si muovono esattamente come aveva previsto lei. Arriviamo alla strada sterrata, passa gente a piedi e in bici, poi saliamo ancora e incontriamo un sentiero. Qui ci sono strade e sentieri ovunque, tutti frequentati: un gregge così grosso inevitabilmente va ad ostruirli nel momento in cui si sta spostando. “Porto solo la femmina, gli altri maremmani li ho giù con le pecore degli agnelli. Lei è più brava, se la chiamo si ferma, ma con tutta questa gente non mi fido a portare il maschio.” Non tutti i turisti infatti si fermano rispettosamente come questo ciclista straniero.

Molti ormai sono consapevoli del “pericolo cani bianchi”. Ci sono i cartelli che ne segnalano la presenza, ma bene o male, chi gira a piedi o in bici, ha già avuto qualche esperienza diretta. Qualcuno si ferma e chiede se può passare, altri avanzano comunque. Il gregge è sparso nel bosco, in quel tratto ci sono ben due sentieri quasi paralleli, impossibile essere ovunque a sorvegliare animali, cani, persone.

Finalmente si esce dal bosco, raggiungendo i pascoli. Qui per lo meno si vedranno sia le pecore, sia le persone. proprio da queste parti lo scorso anno il gregge era stato vittima di attacchi da parte del lupo, in pieno giorno, pastore e cani presenti. Già, ma i cani più efficaci restano a valle nel recinto perchè non abbaino di continuo, spaventando le pecore, a causa del continuo passaggio di gente. …e perchè non spaventino la gente, appunto… Perchè altrimenti sarebbe una lamentela continua, e spesso ci sarebbe anche da litigare.

Si fa in fretta a teorizzare, ma bisogna provare a restare una giornata al pascolo in un posto del genere. Ovviamente, almeno in giornata, ci si tiene lontani dalla strada e dai sentieri principali, quassù. Ma c’è comunque qualche gruppo di escursionisti che passa accanto alle pecore. Sulla strada e sui sentieri di fronte, è un continuo passaggio di bici, quad, moto, fuoristrada, gente a piedi. Il gregge si sposterà poi di là verso sera, rientrando al recinto. Non è una situazione facile, già è complesso pascolare in un territorio così frequentato, anche senza il problema dei cani… aggiungendo la loro presenza e l’atteggiamento di alcuni turisti, alla fine si viene a creare un clima spiacevole.

Per quel giorno comunque per fortuna non succede niente di grave: il lupo non si fa vedere, il gregge bene o male resta a pascolare lontano dal via vai continuo della strada, l’aria è abbastanza fresca e si può godere ancora delle ultime fioriture, anche se un po’ appassite per la siccità.

Il gregge va avanti e indietro pascolando, il sole forte sembra infastidire anche gli animali. Bisogna fermarli quando tendono ad avanzare troppo, dirigendosi verso la strada, verso il colle. Inizieranno a pascolare meglio solo nel tardo pomeriggio, quando qualche nuvola mitigherà i raggi del sole. Il gregge si abbasserà pian piano, poi sarà compito della pastora, ad una certa ora, di farlo ridiscendere. Certo, le pecore starebbero meglio quassù, con la strada vicina sarebbe anche comodo portare su le reti e tutto il necessario, ma chi si fida a lasciare il gregge così lontano dall’alpeggio?

Sfiorando il centro del paese

Era venuto il momento di spostare il gregge e scendere sotto al paese, ultimi giorni di pascolo prima di cambiare zona e attendere il momento della transumanza verso le montagne.

Ci si mette in cammino con il sole. Si riattraversa il bosco, poi si scende lungo una stradina asfaltata dove i boscaioli stanno lavorando per tagliare gli alberi abbattuti dal vento dei mesi scorsi. C’è da fare uno spostamento più lungo, quel giorno, con una tappa intermedia. Dopo settimane tra le borgate più esterne al paese, bisognerà “invadere” strade trafficate.

Per fortuna gli operai quel giorno non stavano lavorando nel cantiere dopo il ponte, così il gregge riesce a passare senza problemi. Poi subito dopo si sbucherà sulla strada, infatti per quel giorno il Pastore ha cercato qualche aiutante in più per compiere questo spostamento, bloccare il traffico e condurre l’auto con sopra le reti e gli agnelli.

Ed ecco il gregge che scende verso il paese. Sono sufficienti pochi minuti per percorrere questo tratto di asfalto, ma chi arriva in macchina non pensa di trovare degli animali che occupano l’intera carreggiata. Le pecore sono attirate sul lato sinistro della strada dall’edera che scende dal muro ed è impossibile tenerle solo da una parte della strada. Ma il tratto è talmente breve…

I prati vicini sono destinati alla fienagione, ma questo invece è abbandonato e la sua proprietaria già un paio di settimane prima si era raccomandata che il gregge si fermasse a pascolarlo. Bisogna solo fare attenzione alla strada, soprattutto per quanto riguarda i cani, che non sanno quanto sia pericoloso saltar fuori dalla rete con un balzo, come fanno normalmente quando oltre però vi è solo un prato o una pista sterrata.

Al fondo del prato, scendendo verso il torrente, una sorpresa. Sento i cani da guardiania che ringhiano l’uno verso l’altro, è chiaro che abbiano trovato qualcosa da mangiare. La sorpresa è scoprire cosa sia. I resti di una carcassa di capriolo perfettamente spolpata. La firma è molto chiara, si tratta del lupo. A pochi passi, lo stomaco con l’erba non ancora digerita, la pelle perfettamente pulita. Non siamo in montagna, siamo a 350 metri di quota, il centro del paese è lì a due passi.

Le pecore vanno a fare la siesta all’ombra, il prato ormai è stato mangiato, ma non si ripartirà che nel pomeriggio, quando farà meno caldo. Gli animali sono tranquilli, possono ancora andare a bene e pian piano finiranno di mangiare l’erba avanzata.

Si riparte, ma non si passerà nel centro del paese. Per evitarlo, bisogna fare un giro che allunga un po’ il cammino, ma magari non tutti gradirebbero lo spettacolo del gregge in piazza. Chissà…

Ormai, dopo qualche anno, non è più una completa novità veder passare le pecore da queste parti. C’è comunque gente che si affaccia e che saluta, ma non c’è tempo per chiacchierare, bisogna seguire le pecore e arrivare a destinazione.

Si scende, si risale, si percorrono strade e stradine tra le case, sempre cercando di dare meno fastidio possibile al traffico. Per fortuna di auto a quell’ora ce ne sono poche, le pecore camminano tutte di buon passo e i pochi agnelli piccoli sono al sicuro nel furgone, quindi non è uno spostamento difficile o faticoso.

Si imbocca una strada tra le case, il gregge avanza veloce, c’è poco da brucare lungo la via, solo muri e cancellate, qualche siepe che sporge. Non manca molto a raggiungere una zona di prati dove il gregge potrà di nuovo sostare per qualche giorno.

Ed ecco gli animali a destinazione. Il Pastore aveva già tirato le reti tutto intorno, ci sono vigneti e frutteti da proteggere. Il cielo si sta di nuovo oscurando e si teme altra pioggia. Erano i giorni precedenti la tosatura, che infatti sarebbe avvenuta di lì a poco, fortunatamente senza essere disturbata dal maltempo.

Nella speranza che cambi qualcosa, ma…

Non ho proprio più voglia di dover sempre parlare delle stesse cose, però mi hanno per l’ennesima volta tirata in ballo e allora riflettiamo ancora una volta sul “problema lupo” & C. Tra le altre cose sono stata stimolata ieri dall’incontro con alcuni allevatori francesi, poi successivamente da una chiacchierata con un amico pastore “nostrano”. Da una parte, è interessante toccare con mano altre realtà, nel senso che qui ci sembra che appena oltre il confine tutto funzioni meglio che non in Italia, mentre a sentir parlare loro, i problemi sono esattamente i medesimi, in tutte le varie sfumature.

Era da qualche tempo che tenevo da parte il numero 88 di Alpidoc, dove tra l’altro compariva anche una mia breve riflessione estratta da questo blog. C’erano però anche due riquadri, con le impressioni di chi la montagna la vede sotto un altro punto di vista. Qui leggiamo l’esperienza di un escursionista incappato in un maremmano a guardia di una mandria di vacche. Che dire? Con le pecore solitamente, oltre ai cani da guardiania, c’è anche il pastore. Con i bovini no. Sono adatti questi cani a sorvegliare i bovini? Ho sentito alcune esperienze positive a riguardo, ma sicuramente “c’è da lavorare” per gli esperti e per gli allevatori. Ma servirebbe sicuramente un servizio di assistenza tecnica efficace e capillare per seguire l’inserimento ed il funzionamento dei cani da guardiania. Lo so che è un costo, ma se si vuole il lupo… occorre fare di tutto per tutelare gli allevatori, prima di tutto!

Sempre nello stesso articolo, mi ha indignata e non poco la riflessione (ahimè anonima) di questo gestore di rifugio. Che ci siano stati incidenti è appurato. Responsabilità di singoli cani e di singoli allevatori che li gestiscono male? Probabile. Poi molte volte ho osservato comunque un comportamento fortemente scorretto da parte dei turisti. Ma arrivare a parlare di cani che formano branchi e si inselvatichiscono secondo me è assurdo ed esagerato. Inoltre contribuisce a creare panico, per non parlare di quando si dice che questi cani non vengono nutriti. Io potrei raccontarvi un episodio in cui, in cima ad una montagna, un cane di un escursionista ha rubato da uno zaino del cibo. E non era un cane non nutrito…

Al gestore di rifugio (sapessi chi è!) vorrei raccontare un episodio che ho vissuto in prima persona. Salivo verso il Rifugio Garelli in Valle Pesio, sono stata superata da uno sportivo che si allenava di corsa. Non avevo incontrato i famigerati cani da guardiania, il gregge aveva abbandonato il vallone, ma poco dopo, quasi in vista del rifugio, vedo il ragazzo che torna indietro. Mi dice che non può raggiungere il rifugio, e quindi scendere dall’altro sentiero, perchè ci sono due cani che non lo lasciano passare. Lo accompagno e scopriamo che sono semplicemente i cani del gestore. E’ vero, abbaiavano… Io, che non ho paura, li ho chiamati fischiando e mi sono venuti incontro scodinzolando. Poco dopo è uscito il gestore ed ha rassicurato il ragazzo, che comunque continuava ad essere teso e preoccupato. Non erano cani dei pastori, eppure questo rifugio stava per perdere un cliente…

Di cani da guardiania ormai ce ne sono tantissimi. Ogni gregge ha i suoi fedeli accompagnatori che, estate ed inverno, lo seguono al pascolo e negli spostamenti. In questi dieci e più anni che ho trascorso tra i pastori, solo una volta ho avuto dei problemi con un cane da guardiania, un soggetto con problemi comportamentali che infatti non è più stato possibile impiegare in alpeggio. In questi ultimi tempi ho anche fatto visita a diversi greggi con il mio cane e, con un corretto avvicinamento, non è successo nulla.

Alcuni amici mi hanno segnalato con un certo fastidio questa iniziava che si inserisce nel progetto Wolfalps. Anche loro hanno cani da guardiania, ma non sono stati coinvolti. Mi dicono che non è la mancata convocazione ad infastidirli, ma il metodo. Perchè dividere i pastori tra “buoni e cattivi”? Non sarebbe meglio far sì che tutti ricevano dei cani adatti? Se poi pensiamo che certe greggi grosse hanno 7-8 cani a difesa degli animali, dare le crocchette a 150 equivale a ben poca cosa. Mi potrete dire che “è meglio di niente”, ma secondo me sarebbe stato meglio trovare cani ben addestrati da sostituire quelli in cui si sono verificate situazioni problematiche.

Sempre parlando di cani, ritengo sia indispensabile fare una corretta informazione a riguardo, ribattendo puntualmente a personaggi tipo il gestore di rifugio di cui sopra e iniziando a formare anche il turista. Vi rimando a questo post pubblicato qualche tempo fa, in cui potete anche vedere l’ottimo video realizzato in Svizzera. Non sono cani aggressivi “a priori”. Ovviamente fanno il loro lavoro di difesa, per cui sono stati educati da generazioni. Altrimenti… vedete quanto sono docili e affettuosi?

Per quello che riguarda i pastori, poco per volta anche qui, dove si era persa l’abitudine ad impiegare cani da guardiania, tutti se ne stanno dotando, anche se c’è chi compie degli errori nella loro educazione e gestione. Ribadisco pertanto l’esigenza di assistenza in tal senso. Leggendo commenti su facebook ad attacchi accaduti in varie parti d’Italia, c’è sempre qualcuno dal Centro-Sud che commenta: “Avete dei cani che non valgono nulla, altrimenti non avreste problemi.” Mi spiace vedere questi comportamenti di superiorità tra colleghi, sarebbe preferibile una migliore collaborazione. Suggerimenti e consigli, invece che critiche e infiniti sproloqui sulle caratteristiche della razza, diatribe su “maremmano” e “abruzzese”. Io cercherei di capire meglio il problema, secondo me molto legato alle caratteristiche del territorio (Alpi e Appennini sono diversi), alla composizione del gregge. Poi ogni caso andrebbe analizzato in tutte le sue componenti, non è solo una questione di cani!

E cosa dirà chi incontrerà altre razze di cani da guardiania, di taglia ancora maggiore? A prescindere dalla razza, turisti o non turisti, non si può pretendere che i pastori non li abbiano a protezione dei loro animali. L’ho già detto e scritto più volte: così come il pastore deve accettare il lupo (con tutti i relativi disagi, costi e danni), così i turisti devono accettare i cani, che in fondo sono un problema risolvibile ben più facilmente, con la giusta educazione e formazione di ambo le parti.

Permettetemi ancora un paio di riflessioni, maturate in tutti questi anni. Il “lupo” è un fenomeno complesso, dalle mille sfaccettature. Un danno grave per alcuni, un business per altri. Un fattore politico, addirittura. Una risorsa, un’occasione mancata. A chi mi chiede che soluzione propongo io, con l’esperienza che mi sono fatta, posso dirvi questo. Da una parte hanno sbagliato i pastori, dovevano puntare di più i piedi, essere più saggi e lungimiranti. Nel mondo in cui viviamo purtroppo contano di più quelli che parlano di animali e di ambiente dalle scrivanie d’ufficio, piuttosto che chi l’ambiente lo vive 365 giorni all’anno. Dobbiamo tenerci il lupo? E allora fate in modo che possiamo vivere meglio laddove ci tocca restare per sorvegliare il nostro gregge. Le baite, pretendiamo le baite! E’ stato fatto qualcosa in tal senso? No. Un po’ di reti, qualche cane, qualche sacco di crocchette…

E’ più facile, è più semplice e, soprattutto, è meglio far sì che i pastori siano divisi al loro interno, farli passare per ignoranti, “cattivi” sterminatori di lupi. Oltre quindi ai sostegni concreti per la pastorizia (in Francia si riceve un tanto a capo, in modo che l’allevatore possa stipendiare un aiuto pastore, tanto per dire), io ritengo che, allo stato attuale, dato il numero di attacchi e di avvistamenti, bisogna consentire ai pastori di difendere attivamente il proprio gregge. Difficilmente questo porterà alla morte di molti lupi, ma avrà due utili conseguenze. Diminuirà l’impiego di altri metodi (tipo il veleno, pericoloso per tutti gli animali) e contribuirà a far sì che un animale intelligente come il lupo capisca dov’è meglio andare a mangiare. Se non ti brucia la coda quando predi un capriolo, ma senti fischiare la pallottola quando attacchi una pecora, la lezione la impari.

In questa stagione?

Perchè parlare di lupi a questa stagione? Ormai in alpeggio non c’è più nessuno. Scesi gli animali, i lupi dovrebbero essere lì a cacciare solo animali selvatici, le loro “prede naturali”, verso le quali svolgono una funzione di controllo della popolazione, ecc ecc ecc. Peccato che, in montagna, ci sia gente che ci vive stabilmente. E non parlo dei 2.000 metri, ma di paesi e frazioni a 700-800 metri. Magari anche 1.000-1.200 e più metri, ma comunque ancora abitati 365 giorni all’anno!

(foto dal web)

Così accade di vedere, proprio in questi giorni, foto fresche fresche con relativi commenti degli allevatori colpiti dagli “incidenti”. Mi scrive un amico: “Mia moglie ha parenti da quelle parti: telefonata di oggi, sono andati a fare scendere gli ultimi animali c’erano ancora mucche e vitelli ed avevano paura per questi ultimi.” Questa capra faceva parte di un piccolo gregge. Gli allevatori non vivono solo di quello, ma hanno pecore e vacche che richiedono un lavoro continuo, da mattina a sera. Le capre pascolavano da sole non lontane dal paese. Ed ecco il risultato. Ora… che fare? Tenerle in stalla? Lavoro in più, spesa e… E loro sicuramente stavano meglio fuori a mangiare ancora erba e castagne. Ma no, o le si vende, o le si chiude fino alla primavera.

(foto D.Calia)

Un amico mi manda le foto delle sue capre in montagna, d’estate, alta Valle Orco. “Io quest’anno le avevo con un amico, lì per ora non c’è. Dove le mandava prima in Val Soana, in una montagna buonissima, non le manda più per il lupo. Sì, comunque erano sole, poi tra binocoli e passeggiate di ore le si tiene sotto controllo.” Tutto questo solo perchè per qualche fortunata coincidenza lì il lupo non c’è ancora, altrimenti non basta il binocolo… Non voglio assolutamente augurare nulla di male, ma ormai non ci si può permettere di sfidare la sorte così. Questi allevamenti sono destinati a scomparire? Questa non è biodiversità che va perduta?? Non sono, capre e pastori, a rischio di estinzione pure loro?

(foto dal web)

Sempre più numerosi gli attacchi in Langa. Non siamo in montagna, lì! “Con la notizia di oggi, l’Alta Langa è di nuovo sotto l’attacco dei lupi… 4 pecore a Murazzano, 1 pecora a Monbarcaro, 3 0 5 capre in Bovina di Paroldo“, scrive un altro amico. Anche quelle sono terre a rischio, dove si lotta (anche senza lupo) per vivere e lavorare in ambienti difficili. L’agricoltore, l’allevatore è quel presidio del territorio che può contribuire a far sì che i versanti non scendano a valle con le piogge. Ma invece ci si ostina a proteggere assolutamente il lupo. Non ditemi che è ancora una specie a rischio di estinzione!

(foto dal web)

Ormai c’è dovunque. E’ tutta l’estate che dalla Lessinia (VR) arrivano storie e foto come quella che vedete. Decine e decine di vacche ed asini predati. Adesso sugli alpeggi non c’è più nessuno, ma gli attacchi continuano anche vicino alle stalle ed alle case, a quote inferiori. Così scrivono su facebook gli abitanti di quelle parti: “Andare a mangiare dai miei… uscire di casa e trovarsi un lupo nel cortile non è proprio il massimo…“. E non mi dite che, improvvisamente, sono tutti cani randagi! La gente sul territorio bene o male ci vive ancora. Se ha gli animali, è lì presente. Prima o dopo un cane randagio, un cane vagante, lo vede!

(foto dal web)

Già, in Val di Taro, provincia di Parma, mi dicono che sono già stati sbranati anche parecchi cani (non randagi, cani con tanto di collare). Una sessantina, addirittura. In provincia di Pordenone un lupo attacca una pecora che si era allontanata dal gregge per partorire. Attacco ad un piccolo gregge di un appassionato a Peveragno (CN), una vitella sbranata in provincia di Vicenza e si potrebbe citarne molti molti altri (anche se non sempre arrivano ai media e se ne scrive).

Quand’è che si consentirà ai pastori di difendere i propri animali? Ci dicono che il lupo è intelligente, che il lupo apprende velocemente e trasmette le conoscenze al branco, alla prole. E allora dobbiamo insegnargli che greggi e mandrie sono da lasciar stare, che bisogna girare alla larga dall’uomo! Certo, utilizziamo tutti gli strumenti di protezione di cui possiamo dotarci, ma sono anni che ci dicono che sono sufficienti quelli… Evidentemente non è così, non dappertutto!

Seguendo le tracce e i suoni

Nonostante tutto la stagione è finita. Non parlo dell’estate e delle sue manifestazioni meteo non sempre gradite a tutti, parlo della stagione d’alpeggio. Se per questi lunghi mesi ho patito varie “mancanze”, più che mai in questo particolare momento la sensazione è viva. Quelle giornate che sono le più belle, lassù. E’ vero che al mattino fa freddo, che può esserci la brina, che le ore di luce si riducono, ma ci sono quei colori, quelle luci…

Incapace quindi di restarmene a casa, parto per una valle a caso, una valle dove non tornavo da anni. Come dicevo l’altro giorno chiacchierando durante un lungo viaggio in auto, mi piacciono le zone dove ci sono rocce calcaree che regalano una flora (quand’è stagione) e un panorama unico nel suo genere. Fa freddo, ma camminando veloce ci si scalda. Prima si sale nel bosco, poi finalmente si sbuca sui pascoli. Pascoli ahimè silenziosi. Tracce di discesa del gregge fin qui non ne avevo viste, solo i cartelli che avvisano della presenza dei cani da guardiania. Però appena fuori dagli alberi, nella prima radura, vedo l’erba brucata, gli escrementi quasi freschi delle pecore. Porte e finestre del gias sono però sprangate, restano da raccogliere le reti del recinto. Chissà se il gregge è sceso o si è solo spostato altrove?

Ovviamente al gias superiore non c’è nessuno già da tempo. Il sole brilla, appena offuscato da una leggera velatura. L’aria è fredda, i colori iniziano a mostrare qualche tonalità autunnale. Sul vallone domina il silenzio: non un belato, non una campanella, non un grido o un fischio, l’abbaiare di un cane. Tra qualche settimane tutte le montagne saranno così e allora non mi piacerà più venire a camminare su di qui, senza la certezza di incontrare un pastore, un margaro con cui scambiare quattro chiacchiere mentre gli animali pascolano placidamente.

Da certe montagne si scende prima, da altre dopo, dipende dalla disponibilità di foraggio, dalla quota, dal numero di bestie. Se lassù scarseggia il cibo, inutile rimanere, conviene abbassarsi. Quest’anno poi in basso l’erba non manca, viste le precipitazioni che hanno caratterizzato tutta l’estate.

Anche nel vallone confinante, dove doveva esserci una mandria di bovini, il gias è chiuso e silenzioso. Solo gli sbuffi dell’acqua nella fontana risuonano accanto alla baita. Gli animali non devono essersene andati da molto, le buse sono ancora morbide, velate appena da una sottile crosticina. Ci sarebbero due opzioni, scendere per la via più diretta e compiere un giro che mi porta ad altri alpeggi: visto che è ancora presto, decido di prolungare la mia camminata, anche nella speranza di incontrare ancora qualcuno.

Sul sentiero che scelgo di percorrere ci sono effettivamente i segni del passaggio della mandria, ma i ripidi pascoli circostanti sembrano non essere stati utilizzati. Solo intorno ad un altro gias intermedio le vacche hanno brucato e sostato, altrimenti i pendii mostrano chiaramente i segni di un progressivo abbandono. Felci, eriche, mirtilli, piccoli alberi di sorbo e maggiociondolo si avviano a colonizzare completamente quello che un tempo era un pascolo.

Il gias è aperto, manca la porzione superiore della porta. Dentro, i segni dell’utilizzo dell’uomo. Nessuna comodità, proprio solo l’essenziale: un fornello, un materasso appeso per metterlo in salvo dai roditori, un tavolo, il focolare.

I resti di un filo che delimitava il confine, poi il sentiero si fa meno pulito, qui le vacche non sono passate. Fin dove erano arrivate, non c’erano erbe o frasche a nascondere il cammino. Inizialmente perdo le speranze anche di incontrare la mandria, ma poi sento in lontananza risuonare i campanacci, così proseguo fiduciosa il mio cammino.

Vedo il basto fuori dalla porta, poi accorrono i cani e subito esce il margaro, che si tranquillizza vedendomi accarezzare i suoi animali senza timore. Iniziamo a chiacchierare e poco dopo sopraggiungono anche due escursioniste. L’uomo racconta di esser arrivato lì appena pochi giorni prima, sceso dagli alpeggi superiori. Ormai è tempo di rientrare in cascina, qui si fermerà ancora una settimana o poco più, in base all’erba che c’è ancora da pascolare ed alla data in cui i camion potranno venire a caricare la mandria. Quel mattino era sceso fino a valle per andare a fare la spesa, caricando poi gli acquisti sul basto della cavalla. Esistono ancora anche queste realtà apparentemente “fuori dal tempo”.

La mandria pascola godendosi la giornata di sole. “Ne abbiamo visto poco, quest’anno…“. Ci racconta anche dei lupi, che hanno attaccato i suoi animali. “Un vitello l’hanno sbranato. La veterinaria mi ha fatto vedere, aveva proprio l’ematoma sul collo dove l’hanno preso. Poi una vacca, ma forse quella l’hanno prima spinta giù e poi mangiata. Solo che… come si fa? Non posso tenere le bestie chiuse nei fili, e tanto se vuole il lupo passa sotto al filo!

Mia figlia ha preso due di quei cani bianchi, ma… non so…“. I due cuccioloni non sono assolutamente aggressivi con le persone, ma non stanno con i bovini. “Con le pecore è diverso, con le vacche secondo me non funzionano. Le vacche, quando hanno il vitello, caricano le persone, figuriamoci i cani! Quindi loro mica stanno lì insieme! Sono sempre qui a dormire vicino alla baita. Gli altri cani… la sera a volte abbaiano. Ci sono delle volte che vanno in là un pezzo e poi tornano indietro ringhiando, vedi che hanno paura. Quelle volte lì c’è il lupo di sicuro, perchè con una volpe o un cinghiale non fanno così.

Ultimi giorni e poi si scende. Discesa a piedi, poi giù ci saranno i camion per portare tutte le vacche nella cascina di pianura. Le due donne si incamminano, noi continuiamo a chiacchierare: “E’ bello per una volta parlare con qualcuno che ne capisce… Qui gente ne passa tanta, anche se il sentiero è più lungo, per andare al rifugio molti passano di qui perchè è meno ripido. Ma molta gente non sa cosa vuol dire questa vita, questo lavoro!

E i colori sono proprio quelli che precedono la discesa. Qui siamo a quasi 1700 metri, forse pascolerà ancora qualcosa più in basso, ma sarà solo un passaggio veloce durante la transumanza. Anche in questo vallone ci sarà solo più il silenzio.

Nell’ultima radura che incontro prima di rientrare nel bosco, ecco i segni di quelli che presto resteranno quasi gli unici abitanti di queste quote. I cinghiali hanno completamente rivoltato il cotico erboso. In questa stagione è facile osservare questi danni un po’ ovunque sui pascoli. E’ un problema sia per chi deve sfalciare, sia per il pascolo vero e proprio, perchè in seguito a questa “aratura” la qualità dell’erba peggiora.

Una situazione “nuova” da risolvere in fretta

Da Ovest ad Est per presentare il mio libro, ma è anche un’occasione per vedere realtà per me “nuove” e trovarsi, alla fin fine, alle prese con “vecchi” problemi. Il caso ha voluto che, prima di partire per la Lessinia (VR), io mi trovassi a Torino a partecipare ad un Forum sul lupo dove, grazie alla presenza di esperti del calibro di Luigi Boitani, ho potuto avere risposta ad alcuni miei dubbi e curiosità. Non si può sapere tutto, io mi intendo di pastorizia e non di lupi, quindi è stata un’occasione per mettere a confronto direttamente le esperienze. Dopo la teoria… la pratica! In Lessinia i problemi con il lupo sono molto gravi e diversi da quello che siamo abituati a sentire normalmente nella realtà Piemontese.

Anche se sono stata invitata anche in occasione della prima mostra della Pecora Brogna, razza locale in via di estinzione (di cui vi parlerò domani), qui di pecore al pascolo in quota non ne ho viste. Sui Monti Lessini le malghe sono destinate ai bovini, le montagne vengono pascolate da mandrie. Purtroppo avevo poco tempo per girare, ma grazie all’ottima guida che mi accompagnava, ho potuto farmi un’idea di questa realtà. Un paesaggio diverso da quello a cui sono abituata, con rilievi a quota non molto elevata, una fascia di boschi sovrastata da altipiani erbosi. Il terreno è calcareo, quindi vi sono conformazioni particolari e pochissima acqua.

Le malghe sono per lo più private, divise tra Veneto e Trentino (ci si affaccia sulla Val d’Adige), servite da strade asfaltate e sterrate. Se è vero che gli animali allevati sono vacche da latte, la scoperta che questo latte non viene praticamente lavorato lassù è stata una sorpresa. Grazie alle vie di comunicazione ed alla breve distanza dal fondovalle e dalla pianura, il latte della Lessinia viene destinato alla produzione dei formaggi più disparati, non soltanto il famoso Monte Veronese DOP.

Qui a Malga Lessinia l’ho visto, annusato, assaggiato ed osservato nelle sue varie fasi, dal fresco di giornata allo stagionato. Ma questo è quasi un caso unico. Questa malga è alpeggio e rifugio, si fa accoglienza al turista, si vendono formaggi e si seguono gli animali. In altre realtà invece gli animali sono su al pascolo, gli allevatori salgono solo per la mungitura. Oppure resta su un anziano e i giovani lo raggiungono appunto per occuparsi della mungitura del mattino e della sera.

Non è la realtà d’alpeggio a cui sono abituata. Questa è Malga Lessinia, dove sono stata accolta con i famosi “gnocchi di malga” come piatto forte. Poi c’era “giusto qualcosetta” prima e dopo… Un ottimo pranzo un po’ calorico, dopo il quale avrei dovuto camminare facendo tutto il giro delle malghe per favorire la digestione!

Invece il tempo era poco, così ci siamo spostati soprattutto in auto, facendo delle tappe per vedere meglio questa realtà e parlare con gli allevatori. Ecco quella che, per me, è stata la principale sorpresa. Qui, in montagna, troviamo le razze da latte “più spinte”. Frisona, Pezzata Rossa, Brown Swiss, affiancate da poco altro, ma razze proprio “da montagna” io nel mio breve tour non ne ho viste. E forse qui sta uno dei vari aspetti del problema.

Tramite internet e i social network, da qualche tempo seguo e sono informata sui problemi che la Lessinia sta vivendo con il lupo. Però, prima di toccare con mano, non conoscevo questo territorio. Una volta sul posto ho potuto capire alcune cose. Gli allevatori sono esasperati, sulla porta delle malghe hanno affisso gli articoli di giornale dove si parla degli attacchi. C’è gente che è già scesa, ha portato in stalla i propri animali perchè la perdita di numerose vacche da latte rappresenta un danno non da poco.

Vacche ed asini. Qui hanno appeso quel che resta dello scheletro di uno dei dieci asini predati. Ecco la prima sorpresa: come mai gli asini? Chi mi sa rispondere? Perchè io ho sempre letto e sentito dire che l’asino può essere addirittura impiegato per difendere un gregge dalle predazioni del lupo, ma documentandomi meglio sto vedendo che sia si sono registrate anche altrove predazioni a loro danno, sia “non tutti gli asini sono adatti a proteggere le greggi“.

Qui è l’altro punto fondamentale. La maggior parte dei testi, degli studi, del materiale reperibile in bibliografia e on-line riguarda la predazione di lupo su “bestiame minuto”, ovini e caprini. Qua e là si verificano attacchi a bovini (specialmente – ma non solo – vitelli, vacche che partoriscono all’aperto, animali isolati con problemi fisici), oppure bovini muoiono in seguito agli attacchi perchè precipitano da burroni mentre cercano di sfuggire ai predatori. Come mai in Lessinia, invece di sporadici casi di attacco, abbiamo una vera e propria strage?

Se al primo settembre le predazioni del 2014 erano 36 (riconosciute ed accertate), sabato 13 settembre mi parlavano di 44, compreso un agnello trovato la mattina prima a poca distanza dalle case (le pecore non sono in alpeggio). Credo che, paradossalmente, se in Lessinia vi fossero greggi di pecore, il problema sarebbe molto più semplice da risolvere.

Le montagne sono “belle”, niente a che vedere con le realtà di certe vallate alpine. Qui un gregge è facile da sorvegliare per il pastore e per i cani da guardiania. Di notte gli animali si chiudono nel recinto e gli attacchi non dovrebbero essere frequenti e rilevanti come in un alpeggio per esempio del Piemonte, tra rocce, cespugli, nebbia, pendii ripidi. Ma qui le pecore sono poche, pochissime, stanno in basso e non salgono in alpeggio. Le capre addirittura stanno in stalla.

Queste vacche, per quel poco che mi intendo di bovini, sono “poco adatte” alla montagna. Non me ne vogliano gli allevatori della Lessinia, ma la Frisona non è una razza da alpeggio. Per quanto qui la montagna sia dolce e non con caratteristiche alpine, questi grossi animali, vere e proprie macchine da latte, faticano a spostarsi già solo per rientrare alla stalla per la mungitura. La loro non è una conformazione da pascolo in montagna. Figuriamoci cosa accade quando un branco di lupi le attacca. Immagino che siano completamente indifese e inadatte a qualsiasi tipo di fuga. Se già la Piemontese a volte è vittima del lupo, nonostante la sua indole più battagliera, figuriamoci questi animali!

Questa non è una cattedrale, ma una stalla. Colonne in marmo rosso di Verona, vi rendete conto? L’anziano malgaro si lamentava, la stalla sarà anche bella, ma non è pratica. Gli animali “non ci stanno”, sono troppo grossi. Certamente quando è stata edificata, le razze allevate erano differenti. C’è solo da augurarsi che questa stalla comunque non abbia da rimanere vuota. In questa azienda si sta riprendendo a caseificare in quota, ma l’evoluzione del problema lupo potrebbe avere serie ripercussioni sul suo futuro. Il fenomeno è generalizzato. Il bosco è in espansione, la superficie pascolabile si sta già riducendo, se gli allevatori non porteranno più su le mandrie, l’economia ed il paesaggio della Lessinia muteranno radicalmente.

Prima del lupo, ricomparso molto recentemente (nel 2012 la prima coppia stabile) in Lessinia, il principale problema da questa parte era l’acqua. Essendo un territorio con suolo calcareo, di acqua ce n’è poca, giusto queste pozze che fanno la loro comparsa qua e là nei pascoli e, fortunatamente, non arrivano mai ad asciugarsi completamente. Qui gli animali vanno ad abbeverarsi. Ma adesso la carenza di acqua sta davvero diventando un problema minore. Se non si trova in tempi molto rapidi una soluzione, qui l’allevamento è a rischio di scomparsa.

I lupi trovano riparo nei fitti boschi, poi salgono sui pascoli a cacciare. Qui vedete le vacche in attesa per la mungitura serale, ma fino a quando assisteremo a queste scene? Nell’incontro avvenuto a Torino, sono state dette tante cose sul lupo. Per esempio che il comportamento cambia da esemplare ad esemplare e da branco a branco. Il lupo è un animale “culturale”, apprende e trasmette ai cuccioli, ai membri del branco. I metodi di prevenzione degli attacchi variano da situazione a situazione, non è detto che ciò che funziona in Abruzzo sia efficace in Piemonte e così via. Ultima cosa, le razze di cani da guardiania attualmente impiegate sono state selezionate per la protezione del gregge, ma sui bovini non ci sono esperienze e non si sa ancora quale razza utilizzare. Mentre si studiano delle soluzioni, cosa devono fare gli allevatori?

E’ più importante proteggere assolutamente un predatore che attualmente non sembra più essere a rischio di estinzione, ma che sta ricolonizzando via via tutte le regioni, o garantire la sopravvivenza di un territorio, di un ecosistema che si regge anche sulla presenza dell’uomo e dell’allevamento? Ricordiamo sempre che la biodiversità delle aree pascolate… è legata appunto al pascolamento! Specie vegetali ed animali esistono perchè l’uomo interviene attraverso l’utilizzo del territorio con greggi e mandrie. Il lupo non è intoccabile, ma non può essere una singola regione a chiedere un intervento in sede europea, deve essere il Ministero dell’Ambiente. Visto che la procedura è lunga e visto che gli esperti sempre più frequentemente ammettono che sarà necessario iniziare a pensare a delle azioni di contenimento, non sarebbe ora di dare il via a questo iter?

Una fiera giovane

A Pramollo, piccolo centro costituito da innumerevoli borgate sparse nella valle laterale alla Val Chisone, ieri si è tenuta la 13° Mostra mercato con prodotti tipici e “bancarelle varie”, come recitava la locandina. Niente di speciale, ma quanto basta per attirare un po’ di gente. Di certo, quel che fa la differenza sono gli animali.

E le bestie scese alla fiera dagli alpeggi del paese si sono fatte aspettare un po’, ma alla fine sono arrivate. Quest’immagine che precede di pochi minuti l’ingresso nella piazza gremita di gente e bancarelle è emblematica. Due giovanissime mamme con i bambini nel marsupio a guidare la marcia delle vacche al suono di rudun e muggiti.

L’ha ripetuto anche più volte il Sindaco durante la premiazione degli allevatori che hanno partecipato alla fiera con i loro animali: qui l’allevamento è nelle mani dei giovani. Certo, vi sono ancora le “generazioni precedenti”, ma questi ragazzi e ragazze che camminano con greggi e mandrie fanno ben sperare per il futuro e il proseguimento dell’attività, nonostante tutte le difficoltà.

Il passaggio di Federico con il suo gregge (animali di proprietà ed altri in custodia per la stagione d’alpe) è un momento di attrazione per il pubblico. Se le vacche spaventano anche un po’ per la loro mole e per l’imprevedibilità dei movimenti, le pecore entusiasmano e tutti si dispongono ai lati della strada per vederle passare.

Il piccolo centro di Ruata è occupato dalle bancarelle, ma la strada che porta al colle di Laz Arà resta aperta ed è qui che passa il gregge, per fermarsi poi appena dopo in un prato dove sono già state tirate le reti. Sistemati gli animali, si potrà andare tutti a fare un po’ di festa.

Al seguito del gregge, il fuoristrada porta un emblematico cartello, una piccola forma di protesta e denuncia. Nelle ultime settimane anche questo gregge, come numerosi altri nelle valli limitrofe, è stato oggetto di attacchi da parte del lupo. “Ho sentito i cani che abbaiavano, sono partiti in giù, c’era la nebbia come sempre. Sono corso il giù anch’io, la pecora era ancora calda, con il sangue che usciva dal collo, guarda la foto…“. Il pastore mi mostra le immagini sul cellulare, mi racconta di aver visto più volte il lupo, mi parla degli attacchi subiti dall’altro pastore suo vicino di alpeggio. “Il problema è che noi non siamo abbastanza uniti. Arriviamo quasi uno a gioire delle disgrazie dell’altro, invece di scendere tutti insieme in piazza come in Francia o in Sardegna!“.

La piazza si svuota nell’ora di pranzo, poi torna ad esserci gente al pomeriggio. Gli animali pascolano o ruminano  placidi, i bambini si fermano a guardarli insieme a genitori e nonni. Senza il bestiame, questa manifestazione locale perderebbe buona parte della sua attrattiva.

Eppure anche da queste parti, dove fortunatamente l’attività agricola non è mai andata persa (anche se è profondamente mutata rispetto al passato), molta gente non comprende più la realtà dell’allevamento. “Ci sono quelli che pensano che tu ti arricchisca a pascolare i loro prati, anche quando sono incolti dove, a fatica, cerchi di tenere indietro i rovi. Quindi vorrebbero essere pagati, mentre con le bestie fai giusto un po’ di pulizia“.

Un pizzico di modernità anche quassù, con “animali esotici” che attirano la curiosità di tutti. Sole e nuvole si alternano sulla piazza, ma per fortuna non pioverà. Più in alto, sui pascoli degli alpeggi, la solita onnipresente nebbia, compagna di tutta l’estate.

E’ quasi ora di ripartire dalla fiera. I giovani vanno ancora a bere un bicchiere in compagnia, poi riporteranno gli animali sui pascoli. “Non è ancora stagione da attaccare campane, non volevano scendere, stamattina! Su di erba ce n’è ancora, è stata una stagione strana, chissà se adesso farà un autunno caldo o arriverà la neve in anticipo?“.

Ancora sui cani da guardiania (riflessioni)

Dopo il post di ieri, un amico mi scrive via facebook inviandomi un’immagine ed alcune riflessioni.

(foto F. Fazion)

Ti mando la foto fatta al Pra del cartello che si trova a Partia d’Amount. Probabilmente lo conosci bene e da l’idea di un ben diverso approccio. Non “attenti al cane” come quello da te pubblicato oggi (3/9/14 ndA), ma bensì “amico escursionista, per preservare etc….” Peccato che sia francese e quindi portato in Italia a dimostrazione della differente sensibilità e del diverso valore dato ai lavoratori della montagna.

A dire il vero non sapevo che, al Prà, vi fosse questo cartello. Quando non vengono divelti ed imbrattati, da noi ci sono appunto i cartelli della Regione Piemonte, quelli che avete appunto visto nel post di ieri, oltre che qua e là sul territorio, dove c’è un gregge. I commenti degli “amanti della montagna” raccolti qua e là su Facebook e da me riportati ieri parlavano anche della Valle Gesso. Il pastore mi diceva per l’appunto che i cartelli che aveva affisso alla partenza del sentiero erano stati danneggiati.

Cani da guardiania, mamma e cucciolo

Continua l’amico Franco: “Al fine di rispettare il lavoro degli allevatori – dice il cartello in francese. Quello in italiano da te inserito nel blog è evidentemente estratto da quello francese infatti cita la “tranquillità del gregge”, ma non fa neppure cenno all’uomo, al pastore, al suo lavoro! Come pretendere rispetto sensibilità ed attenzione se fin dall’inizio si sminuisce in tal modo la figura fondamentale di tutto il sistema?? Non si tratta ovviamente di dimenticanza, ma bensì di chiaramente diversa impostazione culturale, di ribaltata scala dei valori. E allora come pensiamo ad un possibile diverso atteggiamento da parte di chi frequenta la montagna per diletto?? Il burocrate di turno piccolo o grande che sia non vuole guai e quindi anzichè informare e sensibilizzare si limita ad avvisare di un pericolo…

Non posso che condividere il pensiero di Franco. Credo che l’argomento dovrebbe essere seriamente affrontato per esempio da associazioni come il CAI, con articoli informativi, ecc. Se il pastore deve accettare la presenza del lupo, allora tutti i frequentatori della montagna devono conoscere a fondo la questione, compreso il perchè dei cani, delle reti, ecc ecc.

Fa notizia solo perchè è successo a Sestriere?

Ormai certe cose “non fanno più notizia”. Però ogni tanto se ne parla lo stesso… La scorsa settimana un caso di gregge attaccato dai lupi è finito sui giornali, ma non è stato (e ahimè non sarà) l’unico di tutta l’estate. Le prime predazioni si sono avute quando gli animali sono saliti in alpe e le ultime avverranno fino al momento della discesa. Non è una novità. Ma questa volta il tutto è successo a Sestriere, nel mese di agosto, quando su non ci sono solo pastori, margari e abitanti della montagna, ma ci sono i turisti!

Anche senza fare il pastore, anche da normale turista, può succedere di trovarsi davanti ad una scena simile. In questo caso io camminavo lungo una strada sterrata, il gregge aveva cambiato vallata qualche giorno prima e il pastore sapeva che gli mancavano degli animali. Non so dire come e perchè questa pecora fosse morta, ma sicuramente qualcuno l’ha mangiata lasciando la pelle, la lana e qualche osso spezzato. Altre volte si trova una gamba di capriolo, qualche osso con brandelli di carne attaccata. E’ la natura, certo. Ma quando il gregge è in una località rinomata come Sestriere, allora l’attacco “fa notizia”. Bisognerebbe però ricordarsi del problema tutto l’anno, perchè il turista in montagna non ha niente da temere, se c’è il lupo. Non più di quanto debba temere il cinghiale, il cervo o la volpe. Per chi invece in montagna abita e lavora, il discorso è diverso.

Quante  volte, su queste pagine, abbiamo già trattato l’argomento? Innumerevoli… E parlar di lupo, ahimè, vuol sempre dire far polemiche. Perchè questo argomento, per i simbolismi che al lupo sono stati attribuiti nel corso di secoli e millenni, deve sempre prevedere uno schieramento netto da difendere ad oltranza. Quando si parla di lupo, con certa gente non si riesce a ragionare, meno che mai in un’epoca in cui, sempre di più, si è perso il legame con il mondo reale che ci circonda. La montagna, la natura da vivere è diversa da quella che si vede in TV o anche solo da quella che scorre dietro i finestrini di un’auto. Come si può pretendere di sapere cos’è giusto e cosa sbagliato, senza conoscere la realtà? Come soprattutto si può giudicare, senza avere la minima idea di cosa significhi, per un allevatore, trovare un suo animale sbranato?

(Foto F.Barreri)

Nel mese di luglio, aveva fatto scalpore la pubblicazione di queste immagini di un giovane margaro di Oncino (CN). Avendo trovato un vitello ucciso e parzialmente consumato, aveva scattato numerose foto della vacca che girava intorno al suo piccolo.

(Foto F.Barreri)

Particolarmente straziante questa, in cui la madre chiama disperata. Sembra quasi una richiesta di aiuto. Se l’animale è impotente, si sente ancora più impotente l’uomo, abbandonato a se stesso lassù in montagna, alla mercè delle parole che altri pronunciano in sedi lontane, tra cemento e asfalto. Fabio è giovane e si è lasciato andare ad uno sfogo, pubblicando queste immagini in un gruppo facebook, accompagnate dalle sue riflessioni. Il fatto è stato ripreso dai giornali locali e da vari siti, i commenti si sono sprecati ed alla fine è stato certificato che l’attacco non era da attribuire al lupo. Come si può infatti vedere, l’animale è consumato nel posteriore, mentre la classica predazione da lupo prevede il consumo a partire dalla pancia: vengono tirati fuori i visceri e poi l’animale inizia a mangiare la carcassa.

Le polemiche si sono sprecate, come al solito, ed il fatto che fossero stati cani e non lupi è servito per l’ennesima volta a chi continua a sostenere che la gran parte degli attacchi non sia da attribuire ai selvatici (nonostante ogni predazione venga certificata e, molte volte, è l’allevatore stesso a vedere il lupo in azione, come nel caso di Sestriere). Bisogna ripetere ancora una volta che i pastori hanno due tipi di cani? Evidentemente sì, visto che molti non l’hanno ancora capito. Ci sono i cani da guardiania, bianchi, grossi, confusi tra le pecore, con il solo compito di proteggere il gregge dagli intrusi, soprattutto se predatori, ed i cani “toccatori”, i cani da lavoro. E i cani randagi, a cui tanti vorrebbero attribuire le predazioni in alpe? Io, in 37 anni di vita, innumerevoli gite in montagna, stagioni passate in alpeggio, solo una volta ho visto due cani vagare in alta quota senza padrone. In un’altra occasione ho trovato un cane da caccia sperso, che ci ha seguito in fondovalle. Secondo me gli attacchi da cane, per lo meno da queste parti, sono da attribuire ad animali che un padrone ce l’hanno, ma è il cancello di casa a non essere sempre ben chiuso! Animali che “vanno a farsi un giro” e ritornano magari con la pancia piena.

Tornando al lupo, quest’anno le condizioni meteo sono a lui favorevoli. Ormai la gran parte dei pastori ha i cani da guardiania, pratica il pascolo guidato (cioè il pastore sta con gli animali tutto il giorno) ed impiega i recinti di notte. Questi sono gli unici tre “strumenti” attualmente utilizzabili per cercare di difendere il gregge, utili, ma non sufficienti a scongiurare al 100% gli attacchi. Attualmente nessun detrattore efficace è consentito dalla legge. Però ci si ostina a non capire che non si vogliono sterminare i lupi. Certo, nell’impeto del momento, più di uno afferma che vorrebbe ucciderli tutti, ma razionalmente poi la gran parte delle persone, allevatori compresi, afferma di non avercela con il lupo, animale selvatico che non ha nessuna colpa, se non quella di volersi cibare. La rabbia maggiore è rivolta verso chi li difende senza voler ascoltare le ragioni di chi si trova, per diversi mesi all’anno, a “combattere” quotidianamente con il timore di veder uccisi i propri animali.

Non mi stancherò mai di ripetere le stesse cose: i capi uccisi spesso sono il minore dei problemi. Il disagio lo patisce in ugual modo chi subisce predazioni e chi invece non perde nemmeno un animale in tutta la stagione. C’è comunque sempre l’ansia, il timore, le spese, la fatica per cercare di proteggere il tuo gregge. Prendiamo una pecora che si rompe una gamba: in passato si ingessava l’arto e si lasciava tranquillo l’animale dove si trovava: questo brucava, poco per volta si rimetteva in forma. Adesso invece bisogna per forza farlo scendere alla baita, magari chiuderlo in una stalla, perchè altrimenti è una vittima quasi certa. Riuscite ad immaginare cosa voglia dire far scendere lungo una traccia di sentiero sassoso un animale pesante con una gamba rotta? Molte volte ciò compromette ancora di più la frattura. Questo non è che un esempio per cercare di spiegare le tante sfaccettature del “problema lupo”.

Il lupo deve tornare ad avere paura dell’uomo, altrimenti non cambierà nulla. Bisognerebbe smetterla con le parole e le polemiche, che tanto ci piacciono, in Italia, e passare finalmente ai fatti. Smetterla con il “tanto ci sono i rimborsi”, “sono i pastori che non sanno fare il loro lavoro”, “è l’uomo che ha invaso territori non suoi”, ecc ecc ecc, classici commenti che si leggono e ascoltano ogni volta che si tira in ballo l’argomento. Il numero di lupi è in crescita, il territorio piemontese è ormai interamente colonizzato, in tutte le valli ci sono stati attacchi e avvistamenti, un lupo è stato investito in pianura, ad una ventina di chilometri da Torino. Si parla ormai anche di ibridi tra cani e lupi. Purtroppo l’attacco a Sestriere sarà solo una delle tante notizie estive per fare un po’ di clamore, poi arriverà l’autunno (stagione in cui si concentra solitamente il picco delle predazioni) e nessuno parlerà del problema. I pastori si sentiranno sempre più soli, saranno sempre più esasperati e delusi, ma nessuno prenderà mai la responsabilità di una decisione in grado di scatenare le proteste degli ambientalisti. Conta di più l’opinione di chi teorizza una wilderness inesistente rispetto a chi invece lavora e mantiene viva la montagna, la biodiversità, i prodotti caseari e non solo…