Bisognerebbe chiedere i danni

Ho smesso di guardare il cosiddetto “TG satirico”, Striscia la Notizia. L’altra sera però, girando tra i canali, mi sono casualmente imbattuta nel solito Edoardo Stoppa che faceva visita ad un allevatore in Ossola (VB). Si sa, quando sono posti che conosci, ti soffermi maggiormente. E così ho guardato l’intero servizio, che potete rivedere anche voi. Anche solo così, ad occhio, c’erano molte cose che stonavano e contrastavano con le parole del “giornalista”. Ma questo lo può dire chi è del mestiere o che, bene o male, se ne intende. Ovviamente il pubblico generico si beve le parole di Stoppa e si indigna. Per gli animali “maltrattati”, per il latte nei secchi della vernice, per l’impossibilità di bere, ecc ecc ecc. Ma come stanno invece le cose?

Nei giorni successivi di articoli ne sono usciti tanti. L’indignazione è stata della gente dell’Ossola, degli allevatori di tutta Italia, ma anche delle istituzioni. Innanzitutto, gli animali non erano affatto maltrattati. Godono di ottima salute, hanno acqua da bere a volontà, stanno in stalla solo nella stagione invernale, altrimenti pascolano fuori e poi vanno in alpeggio. Leggete la difesa dell’allevatore uscita su “La Stampa”. «Con la vendita del formaggio riusciamo a malapena a coprire le spese, portiamo avanti il lavoro avviato anni fa dai nostri genitori con fatica, orari pesanti e, sebbene le nostre strutture non siano perfette, abbiamo bestie sane che trascorrono otto mesi libere in alpeggio e solo quattro in stalla». È lo sfogo di Mario Borri, allevatore di Domodossola. «Innanzitutto la persona intervistata è mio fratello che lavora in cava e offre il suo aiuto solo nel tempo libero; inoltre alcune parti del servizio in cui ci siamo difesi sono state tagliate – dice Borri -. Ciò non toglie che la nostra azienda abbia qualche dettaglio da migliorare, ma le difficoltà sono tante. Esiste una legge nel nostro Comune che permette di costruire il capannone per il fieno, ma non la stalla, perciò è difficile spostarci, quasi impossibile di conseguenza ottenere finanziamenti se manca il terreno su cui costruire. Le nostre stalle sono state fabbricate tanti anni fa e successivamente la zona è diventata residenziale, abbiamo le mani legate anche per vincoli idrogeologici e centro storico».  Vecchia storia già sentita!

Le strutture non sono recenti, ma come mai una volta in montagna le stalle erano così? Adesso ci entusiasmiamo vedendo una vecchia stalla con tipologie architettoniche di pregio come questa (in Val Troncea, TO), poi ci indigniamo nel caso in cui vi siano vacche all’interno? Muri spessi, per non patire il freddo dell’inverno di montagna. Le vacche lì non le vogliamo vedere, ma magari sogniamo di riadattarle e farci una tavernetta dove incontrarci la sera con gli amici… Qui uno sfogo dell’allevatore ad un giornale locale.

Anche l’Asl ha preso le difese dell’allevatore. Ce ne sono tante di vecchie stalle ancora utilizzate in montagna, ma non è questo a definire un cattivo allevatore e delle cattive condizioni di vita per gli animali. “…Non ci siamo però sentiti di agire in modo deciso con il pugno di ferro perché, né per i consumatori né per gli animali, ci sono le condizioni che farebbero pensare a una situazione gravissima. Certamente siamo coscienti del fatto che ci siano dei margini di miglioramento ed è per questo che avevamo già intavolato un dialogo con l’allevatore che, nonostante le difficoltà in cui verte, si è detto disponibile a intervenire”. Edoardo Stoppa ha inoltre dichiarato nel servizio che le bestie “stanno al buio 24 ore su 24 per mesi e mesi”, ma l’Asl dichiara che “dalla primavera all’autunno gli animali sono condotti in un alpeggio sopra Bognanco dove vivono in libertà. Lo abbiamo visitato anche noi”. L’Asl aggiunge anche che “il comparto allevatoriale è sempre stato sviluppato nel nostro territorio e noi ci impegniamo costantemente al monitoraggio dei numerosissimi piccoli allevamenti della zona. Addirittura il numero di questi è aumentato nel corso degli ultimi anni da quando i giovani, con sacrifici e rinunce, hanno deciso di proseguire l’attività iniziata dai padri o nonni. La realtà è peraltro fatta di molteplici sfaccettature e bisogna essere in grado di valutare in modo razionale le situazioni”“. Un servizio costruito facendo vedere e sentire solo quello che voleva il “giornalista”. Una vera vergogna!!!!! Non che non esistano veri casi da denuncia, ma… sono le istituzioni a dover intervenire.

Le “animaliste” che hanno creato il caso non demordono e, nonostante tutto, continuano a sostenere le loro ragioni, negando anche l’evidenza. Molte vecchie baite di montagna vanno all’abbandono e c’è chi si indigna pure per questo, chiedendosi come mai e magari sognando di tornare ad abitarle. Vedete? Anche questo caso è significativo per aiutare a comprendere come non si possa più fare. Non tanto magari per le persone, ma perchè passa un’animalista e si preoccupa per come vivono i vostri animali nelle vecchie stalle. Delle vostre difficoltà di allevatori/montanari, dei vostri problemi con la burocrazia e con i conti da far quadrare non se ne interessa nessuno. E’ più importante la porta arrugginita dietro le quali ruminano, ben pasciute e al caldo, le vostre vacche.

Un reality “agreste”: che ne pensate?

Mi contattano dalla redazione di un nuovo programma televisivo. Cercano almeno un pastore per questo reality che pare avere molto successo all’estero (30 paesi in giro per il mondo). Si chiama “Il contadino cerca moglie”. Ho rifiutato di ospitare su queste pagine la locandina con i riferimenti da chiamare per partecipare ai casting per diversi motivi.

Innanzitutto, nonostante le belle parole, temo che il programma da noi sarà una parodia ed una ridicolizzazione dell’agricoltore/allevatore. Manderanno delle ragazze di città desiderose di cambiar vita (e trovare marito) nelle aziende agricole di chi verrà selezionato. Se la cosa funziona e scocca la scintilla… Ecco la moglie e l’aiutante per i nostri “contadini”. Così dice il comunicato stampa: “Il programma ha per protagonisti contadini single (si può trattare di coltivatori diretti, imprenditori agricoli e allevatori) alla ricerca del vero amore. Ad ogni protagonista di campagna verranno affiancate pretendenti di città: donne che aspirano a una vita a contatto con la natura. Le pretendenti di città saranno ospitate a casa dei contadini e ne condivideranno la vita e il lavoro per alcuni giorni. Al termine di questo periodo di convivenza, ogni agricoltore esprimerà la sua preferenza e a questo punto si scoprirà se per qualcuno è scoccata la magica scintilla dell’amore!

Poi… e se fosse la contadina a cercare marito? Come mi hanno detto alcuni amici: “…la moglie non la cerco di sicuro in televisione!“. Il “Grande Fratello” lasciamolo a certi tipi di personaggi. Facciamo dei veri servizi sulla realtà agricola, non prese per i fondelli! Voi cosa ne pensate? Vi lascio alle prese con un sondaggio.

Non che non ci sia il “problema” di trovare chi condivida la tua vita… Ma la realtà è spesso diversa da quello che mostra la tv. Sarebbe appunto molto meglio realizzare servizi che illustrano sul serio la vita contadina, senza troppi fronzoli, poesia, romanticismo.

Le pecore vaganti camminano sempre?

Durante la presentazione tenutasi in Val Vigezzo sabato scorso, mi sono state poste delle domande che mi hanno fatto capire come, durante le serate, io debba essere più esplicita. Chissà se anche stasera a Bellino (Rifugio Melezè, ore 21:00) il pubblico interverrà numeroso e partecipe? Lo spero!

Comunque, presentando “Pascolo vagante 2004-2014”, illustro la storia di questi 10 anni che mi hanno portato a vagare tra greggi e pastori. Poi passo a commentare i contenuti del libro, sempre accompagnandomi con le immagini. Ci sono foto di greggi al pascolo e molte immagini, ovviamente, di greggi in cammino.

Alla fine della proiezione, uno spettatore, cittadino per sua stessa ammissione, ha raccontato di esser stato una volta coinvolto, suo malgrado, nel pascolo vagante. Era lui uno di quei tanti automobilisti di cui parlo, infastidito dal dover attendere mentre passa un gregge. Visto che io potevo dargli delle spiegazioni, mi ha posto una serie di domande, tra cui quella riguardante lo stato d’animo delle pecore, che forse non sono poi così contente di dover camminare sempre.

Certo, sia qui, sia nelle proiezioni, privilegio immagini ad effetto di greggi in cammino. Si evidenzia di più il significato di pascolo vagante, a mio modo di vedere. Ma d’ora in poi dovrò specificare meglio che… sì, le pecore sono sempre all’aperto e si spostano a piedi, ma il senso dello spostamento è trovare luoghi in cui fermarsi a pascolare.

Il pastore, qualunque pastore, farebbe volentieri a meno di camminare per chilometri e chilometri con il suo gregge. Andrebbe di seguito se fossero tutti prati, tutte stoppie, tutti territori concessi per il pascolo. Ma non è così, almeno non qui, e così certi giorni non ci si muove affatto, in altri invece magari si compiono spostamenti più lunghi, anche di diversi chilometri.

Si cerca di partire con le pecore “piene”, che abbiano mangiato, per arrivare comunque in altri pascoli dove possano saziarsi a volontà. Questo è il mestiere dei pastori, pascolare le pecore, far sì che mangino a sufficienza. D’ora in poi cercherò di specificarlo meglio, nelle mie spiegazioni. Le pecore camminano dietro all’uomo che le conduce a pascolare. Anche gli animali selvatici camminano per procurarsi il cibo. Gli erbivori poi devono mangiare tutto il tempo prima di essere sazi, a differenza dei carnivori.

La stagione delle piogge

Un autunno decisamente fuori dal normale dal punto di vista climatico. A parte le “sensazioni” percepite da ciascuno di noi, qui c’è un documento scientifico che vi può mostrare immagini e dati che illustrano l’andamento dei mesi scorsi.

Chi lavora all’aperto non ha bisogno di dati scientifici, perchè quelle precipitazioni le ha viste venire giù, goccia per goccia, e le ha viste depositarsi sul terreno fin quando questo non ce la faceva più ad assorbirle. Sono stati giorni davvero duri per i pastori, che proprio non sapevano più dove andare, cosa fare. Chi poteva, ricoverava in stalle e capannoni incontrati per la strada almeno pecore e capre che stavano partorendo. Periodi di pioggia ce ne sono sempre stati, ma quest’anno la situazione era davvero eccezionale, fino a qualche giorno fa.

Quando sei in pianura, dove vai? Lasci una stoppia o un prato fangoso per dirigerti verso un altro. E ti va ancora bene se sei in una zona con un terreno sano, non troppo argilloso, dove gli animali riescono a mangiare. Devi anche trovare dell’erba e non dei “prati nuovi”, seminati, dove ovviamente con certe condizioni i contadini non vogliono vedere le pecore.

La gente si affaccia a veder passare il gregge: “Poverine, povere bestie!“, è il commento che senti più spesso. Non capisco però quando lo dicono in giornate di sole! Quasi mai, sole o pioggia, capita di sentire parole buone per il pastore. Quelle “povere bestie” comunque attraversano il paese e andranno a riempirsi la pancia in un bel prato, mentre la pioggia continua a cadere. Non fortissima, ma comunque piove.

Il paese è deserto, il gregge lo attraversa senza incontrare praticamente nessuno. Sulla schiena degli animali si condensa il vapore prodotto dal contrasto tra i corpi caldi, l’umidità, la temperatura dell’aria. Non fa comunque freddissimo, c’è solo tanta tanta umidità ovunque.

I prati sono sull’altro lato del paese. Ma appena il gregge li raggiunge, c’è un’amara sorpresa. Della gente arriva subito ad accusare i pastori per la sparizione di alcuni conigli. Poi viene riesumata una storia dell’anno precedente, quando in concomitanza del passaggio del gregge era sparita una capra. Allora era semplicemente scappata, adesso invece si tratterebbe di un furto. E mancava pure un vitello. Ed era stata forzata la porta di un container…

Non bisogna perdere la pazienza, ma è difficile. Sono giornate in cui triboli più del necessario per far star bene i tuoi animali. Mentre il gregge finalmente si sazia nel prato, si cerca di fare chiarezza moderando i toni. Però fa male… Fa male il pregiudizio. Come e quando il pastore potrebbe aver portato via i conigli? E dove li avrebbe messi? Il vitello poi!! Dorme accanto al gregge, dal mattino alla sera mette reti, sposta animali, toglie reti, va a cercare l’erba. Già, però è pastore, è nomade, quindi è anche ladro. Se almeno la pioggia lavasse via tutto questo…

Dietro ai luoghi comuni

C’è la gente che, in generale, invidia il mondo dell’alpe con in testa un’idea a metà tra Heidi e le immagini dei servizi fotografici/televisivi e c’è chi fa questo lavoro, ma pensa che l’erba del vicino sia sempre più verde. E’ vero che, nel mondo agricolo, c’è una tendenza di fondo alla lamentela, ma quest’anno che sto girando parecchio e parlo con numerose persone, sto scoprendo un quadro non così piacevole. Sono sempre stata contraria alla filosofia del “lassù gli ultimi” e, con ottimismo, ho anche scritto un libro sui giovani che vogliono continuare/iniziare a fare gli allevatori. Però adesso nella mia mente si fanno sempre più strada riflessioni di altro tipo.

Prendiamo per esempio la Valle d’Aosta. Regione confinante con il Piemonte, nell’immaginario collettivo del mondo dell’allevamento, è un po’ vista come un piccolo paradiso. Poi andandoci e chiacchierando con la gente, vieni a sapere alcune cose. Per esempio, che gli alpeggi stanno spopolandosi. Dove manca la strada, solo pochi “eroi” salgono ancora a piedi seguendo gli antichi sentieri e mulattiere. Non a caso qui vediamo un gregge e, per di più, di provenienza biellese. Le mandrie monticano solo più dove ci sono strade, strutture e… e comunque di animali a pascolare in quota ce ne sono sempre meno.

Lo verificherò con mano il giorno successivo, senza fare una scelta mirata, ma andando dove mi porta il caso. Un lungo vallone, pascoli estesi, ma quasi interi. Pochi fili tirati, pochi suoni di campanacci, poche zone brucate. Come mai? Non è colpa del maltempo, sta succedendo qualcos’altro! Anche dalle mie parti comunque ho sentito gente che si lamenta perchè non trova “animali in guardia” da portare in alpe: “Non ci sono più quelli che avevano la piccola azienda, lavoravano in fabbrica e intestavano quelle 5-6, 10 bestie alla moglie. O c’è il grande allevatore, o…

E così in tutto quel lungo vallone alla fine trovo solo questa mandria. Intendiamoci, sono io la prima a “lamentarmi” per le esagerazioni, per quei numeri sproporzionati, per quelle situazioni in cui il territorio viene devastato dai troppi animali in alpeggio. Però ricordiamoci che abbandono e sovra-pascolamento sono ugualmente dannosi per la montagna e la biodiversità. Serve, come sempre, un giusto equilibrio. Questi animali non riusciranno di sicuro a pascolare tutta la montagna che ho visto (e la nebbia non mi ha nemmeno permesso di rendermi pienamente conto delle reali dimensioni dell’alpe).

Ho però visto un nucleo d’alpeggio disabitato ed abbandonato da tempo: situazioni che ben conosciamo nelle vallate piemontesi, che che stridono con il luogo comune della Val d’Aosta dove tutto invece è perfetto. Però comunque questa non è che una delle strutture… Chi sale in alpe qui ha abitazioni e stalle sistemate alla perfezione.

Nella parte intermedia del vallone avevo visto questo alpeggio. Non conosco la zona e la situazione di utilizzo attuale, ma apparentemente non sembrava abitato da allevatori e non vi era alcun segno di pascolamento lì intorno. Forse servirà come tramuto, quando la mandria tornerà verso il fondovalle. Resta il fatto che diverse persone mi hanno confermato come, in Val d’Aosta, sempre meno animali salgano in alpeggio.

La colpa? In Piemonte c’è gente che piange perchè non trova un alpeggio dove portare i suoi animali e qui attraversi valloni del genere senza quasi sentire un muggito o una campana? Alla fine il discorso va a finire sempre sugli stessi temi, cioè il sistema dei contributi che ha falsato tutto. Non conosco nel dettaglio la situazione di questa regione a statuto speciale, ma non è che siano finiti i tempi delle “vacche grasse” (perdonatemi il gioco di parole) e questi siano i primi risultati?

Cosa succederebbe in Piemonte (e nelle altre regioni, ovviamente) se tagliassero/eliminassero i contributi? Ci sono già stati dei controlli, molta gente si è già trovata in difficoltà perchè questi soldi attesi sono stati bloccati per alcuni anni o, addirittura, perchè si è dovuto restituire quanto percepito nei periodi precedenti. “Per sopravvivere, bisogna ancora far rendere le bestie…“, mi diceva un margaro che è passato attraverso diverse vicissitudini legate alle aste degli alpeggi, alle speculazioni, ecc ecc. Le cose ovvie e scontate ormai sembrano quasi strane. Non è sostenibile un sistema che si regge quasi solo più sui contributi!

L’altro giorno camminavo sullo spartiacque tra due valli e, nella nebbia, sentivo risuonare le campane di una mandria “rimasta sola”. Mi hanno raccontato che il margaro è morto da poco, probabilmente un infarto, mentre mungeva. Gli animali sono stati chiusi per oltre dodici ore, fin quando qualcuno si è accorto del tragico fatto. Adesso non c’è nessuno su quella montagna. L’uomo era solo da quando la moglie era mancata, uno dei figli ha una sua mandria in alpe, l’altro lavora in cascina in pianura. La gente dice: “Non ci sono più le famiglie!“, ed in effetti è vero. Questo lavoro richiede impegno, sacrifici, servirebbe tanta gente, gli operai esterni sono un costo e non sempre si ha la certezza dell’affidabilità… Ma rimanere a lavorare in casa, per figli, fratelli, nipoti spesso è impossibile. Idee differenti, voglia di cambiare, desiderio di costruire qualcosa di proprio, difficoltà nell’andare d’accordo e così alla fine può anche capitare di morire soli, a 63 anni, in mezzo alla propria mandria a 2300m di quota. Dicono che gli animali sono rimasti lì fermi e non l’hanno pestato. Era una strana sensazione, quella che provavo camminando su quel sentiero…

Montagne vuote, montagne dal futuro incerto, poi ci sono giovani che da una parte vorrebbero andare avanti, ma dall’altra si scoraggiano, perchè abbandonati da tutto e da tutti. Anni ed anni che si sale sullo stesso alpeggio, che si paga l’affitto, ma nessuno è ancora intervenuto per fare qualche minimo intervento per avere una struttura decente nella parte alta della montagna! Così tocca dormire in tenda e potete immaginare cosa significhi, specialmente in quest’estate di pioggia e di freddo.

Questo non è un alpeggio dove si soffre la solitudine, di gente ne passa… anche troppa! Solo che nessuno si impietosisce per le condizioni di vita del pastore, ma sono subito pronti a parlare se vedono una pecora zoppa attardata rispetto al gregge, o se osservano l’uomo fare un’iniezione ad un animale. Altro che vita idilliaca in alpe, il pastore mi racconta di sentirsi continuamente sorvegliato e giudicato. La gente non capisce più cosa significhi questo mestiere, ma… invece di informarsi, preferisce gridare puntando un dito accusatorio.

Non sono tutti luoghi comuni, resta la bellezza dei posti, la passione per il proprio lavoro, per gli animali, ma mi sembra di cogliere sempre più amarezza nelle persone che incontro. Questa per esempio non è una “bella montagna”, intesa come pascoli. Greggi di pecore sono sempre saliti qui, ma oggi, nel XXI secolo, si vorrebbe quel minimo di comodità in più. Almeno una baita, visto che già non c’è la strada. I pensieri vagano, mentre uno è al pascolo in solitudine. C’è chi arriva a chiedersi se non sia “giusto” stare da soli, facendo un mestiere così, perchè non si può costringere qualcuno a condividere gli stessi sacrifici. Mi hanno detto che il mio ultimo libro è pessimista, ma mi sa che ho descritto, con la fantasia, aspetti che esistono davvero.

Sono convinta che, nonostante tutto, il popolo dei margari e dei pastori continuerà ad esistere, ma in questo momento sta davvero attraversando un momento di crisi, non soltanto economica. Come si trasformerà, per sopravvivere?

Tutto ciò che sta intorno alla tosatura

Arriva la stagione e… inizia il solito valzer della tosatura. Come e quando tosare? Guardare la luna, guardare i costi, guardare il meteo e dipendere dagli altri. Iniziamo però a dire che BISOGNA tosare le pecore. Più si va avanti, più c’è progresso e più la gente ammattisce. Non che non lo sapessi, ma preparando questo post ho voluto vedere un po’ cosa si dice in giro della tosatura… C’è chi fa di tutto per recuperare e valorizzare la lana e chi addirittura consiglia di utilizzare le fibre sintetiche perchè tosare sarebbe maltrattamento.

Prendiamo fiato e vediamo un po’ quel che si dice in giro. Quando inizia a fare caldo, in primavera, i pastori tosano le pecore. O meglio, così fanno quelli che le pecore le tengono al pascolo tutto l’anno. Chi invece le chiude in stalla, solitamente le tosa nel cuore dell’inverno, magari a gennaio o febbraio, di modo che abbiano la loro lanetta quando usciranno a mangiar erba e che non abbiano troppa lana quando sono dentro. Le temperature, nelle stalle con un numero giusto di animali, anche in pieno inverno infatti sono gradevoli se non calde!

Se le pecore non venissero tosate, starebbero male. Il caldo, certo, ma poi parassiti, infezioni della pelle, rami e rovi che si impigliano… Sporcizia che favorisce lo svilupparsi di infezioni. Guardate il posteriore di questa pecora non tosata dopo il parto. Ogni tanto capitano delle diarree e lo sporco resta attaccato nella lana anche per lungo tempo, formando quelle che, nella pagella della qualità della lana consegnata a chi ce la ritira, sono state definite “caccole”. Queste possono anche essere pesanti e sicuramente fastidiose per l’animale, quando si sposta e sfregano contro le gambe.

Ormai non si tosa per reddito, tosare è un costo, ma lo fai proprio per il benessere dell’animale.  Così chi può magari se le tosa con l’aiuto di amici. Avendo tempo, attrezzatura e la capacità di farlo. Ma avendo anche il luogo adatto per riuscire a tosare e saziare il gregge nello stesso tempo. Una faticaccia, un impegno (ecco perchè non ho più aggiornato il blog ultimamente!) e pure un certo costo per i macchinari impiegati. Ma i pastori, tutti, comunque le pecore le tosano, una o due volte all’anno. Certi vaganti che scendono presto dall’alpe infatti tosano pure in autunno per evitare che, lungo i fiumi, negli incolti, troppi semi, rovi, spine restino aggrovigliati nel vello.

Chi il mondo della pastorizia non lo conosce, eppure lo giudica duramente, arriva a dire che tosare è maltrattamento. Leggete questo articolo e soprattutto i commenti dei lettori: c’è da rimanere ancora una volta allibiti nel sapere cosa pensa certa gente. Fermo restando che sono contraria al mulesing (qui in Italiano), una pratica in vigore in Australia e Nuova Zelanda su pecore merinos per ridurre le infezioni da parte delle larve di mosche (ma che consiste nello scuoiamento dell’area perianale), per tutto il resto… ma questa gente sa come si lavora in un allevamento in Italia o, più in generale, in Europa? Sul Sud America sono informati, ecco cosa scrivono: “La lana merino argentina è, ad esempio, condizionata dalle condizioni climatiche della Patagonia, con grandi differenze di temperatura tra estate e inverno e tra giorno e notte e con molto vento: è, quindi, una lana molto più arricciata di quella australiana, che protegge, appunto gli animali dalle intemperie. Per lo stesso motivo non ci sono mosconi e non c’è nemmeno la problematica del mulesing, anche se, anche in questo caso, quando gli ovini iniziano a produrre meno lana sono destinati al macello.

No alla lana e sì al sintetico! “Indossare lana significa, quindi, indossare violenza e morte. Ma indossare lana non è necessario. La lana può essere sostituita da tessuti, altrettanto caldi e morbidi, come il pile, il velluto, la microfibra, la ciniglia, il caldocotone, il cotone felpato, l’acrilico, la spugna di cotone; in particolare, nella trama del cotone invernale (caldocotone) si trovano microscopiche camere d’aria che isolano perfettamente dal freddo. Oltre ai materiali citati ve ne sono numerosi altri senza crudeltà, vegetali o sintetici, come, ad esempio, il lino, la viscosa, l’acrilico, la canapa, il fustagno, il goretex, il nylon, il poliestere, il thinsulate, il polarguard, il fibrefill e la cordura.” Meglio l’inquinamento, meglio le sostanze non naturali, i derivati dal petrolio… Pur di non avere a che fare con le sostanze animali, non considerano nemmeno le campagne sulla non sostenibilità del cotone. Ad ognuno la sua guerra… Io guardo le pecore al pascolo e dico che, per la loro forma di allevamento naturale, ciò che deriva da loro è più che mai sostenibile!

Tosare un piccolo gregge senza aiuti esterni può essere fattibile, ma quando superi i 2-300 animali le cose si complicano. Così, se arriva in zona una squadra di tosatori, alla fine ti affidi a loro. E inizia in balletto… Domani, no dopo-domani. Non hai mai certezze. C’è di mezzo il meteo, le attrezzature che a volte si inceppano, così si inizia a rimandare e tu non sai bene come fare sia per cercare gente che venga a dare una mano (c’è da tirare pecore, da insaccare lana), sia per essere nel “posto giusto”. Sei lì che aspetti di sapere e scopri che si rimanda ancora…

Allora ti rimetti in cammino per trovare un altro posto adeguato per l’indomani, sperando che sia davvero la volta buona. Sposta il gregge, sposta il recinto già allestito… All’imprevidibilità del pascolo vagante, con la tosatura si aggiunge sempre quell’incertezza in più e non è facile gestire tutto. Magari hai già preparato da mangiare o ti domandi se alla fine sarà un pranzo “sul campo” o una cena, da offrire alla squadra e a chi ti aiuterà. Ammesso di trovare qualcuno, così all’improvviso, in settimana.

Un’altra variabile è quella del tempo. I tosatori dicono che la pioggia non li spaventa, ma lo scorso anno la lana praticamente non ci è stata pagata, avendo tosato ed imballato con la pioggia. Già normalmente non c’è da guadagnarci, ma almeno prendere quel qualcosina… Nuvole in cielo, aria umida, previsioni molto incerte.

Si pascola più che si può, l’indomani le pecore dovranno attendere, per riprendere a brucare a piacimento. Ma comunque il disagio della tosatura finisce qui, qualche ora di “digiuno”, a cui il pastore farà seguire un pascolamento prolungato fino a notte inoltrata per recuperare il tempo perso. La fatica della giornata richiederebbe un riposo anticipato per l’uomo, e invece, tanto le pecore i pastori le maltrattano, anche in questa occasione si sacrificano loro stessi per il benessere del gregge.

Alla fine ecco la squadra al lavoro. Solo questa foto, perchè poi non ho più avuto modo di prendere in mano la macchina, con tutto il lavoro di raccolta ed insaccamento della lana. Si è lavorato a ritmo serrato tutto il mattino, con le nuvole incombenti. Qualche goccia è poi caduta, ma solo a lavoro ultimato, per fortuna! Questa volta, dopo Francesi, Spagnoli, Neozelandesi, Polacchi e non so cos’altro, i tosatori erano Italiani, dalla provincia di Rieti. “Nostro padre e nostro nonno prima di lui venivano anche qui in Piemonte a tosare, fino al 1993… Noi adesso nel Nord Italia tosiamo soprattutto in Veneto.

E così ecco il gregge pronto per la primavera. Quando sarà ora di salire in montagna, sulle schiene ci sarà già quel dito di lana a proteggere gli animali dall’aria più fine e dal sole estivo. Tosatura è benessere anche perchè, appena liberate dal vello, ecco le pecore muoversi veloce, alimentarsi più avidamente (che fatica per i pastori star loro dietro, i primi giorni) e… sì, anche riprodursi! Non è uno scherzo, venite a vedere come aumenta l’attività dei montoni appena dopo la tosatura!

Per chi volesse leggere altri articoli con notizie tendenziose e errate (almeno per la nostra realtà) legate alla tosatura, eccone alcuni: La lana è vegan? Come vivere un inverno caldo e cruelty free: no alla lana. Cosa non va nella lana? (in quest’ultimo articolo almeno si raggiunge il meglio con queste affermazioni: “Le povere pecore di routine sono prese a calci, pugni e tagliate durante il processo di tosatura.“)

PS: La nostra lana va a finire qui e di conseguenza qui, Biella The Wool Company.

Star bene dentro o fuori?

Dopo l’inverno mite, ecco un inizio di primavera decisamente incerto. E pensare che, gli anni passati, solo adesso si iniziava a tirare il fiato, sapendo che d’ora in avanti non ci sarebbero più stati problemi di erba…

Quest’anno invece l’erba “è già vecchia”. Mette la spiga, gli animali non la brucano più tanto volentieri e “non puliscono bene” i prati. Però meglio così che non avere l’ansia di non sapere dove portare al pascolo il gregge! Clima mite, piante in fiore, sembrava proprio che la primavera iniziasse in anticipo e nel migliore dei modi.

Quando però ormai il calendario aveva appena superato il 21 marzo, ecco un’aria gelida, nuvole pesanti e cupe, vento, pioggia ed un improvviso scoppio di tuono. Un temporale in piena regola, con raffiche di acqua a cui, improvvisamente, si sostituisce la grandine. Lunghi, interminabili minuti di chicchi grossi anche come nocciole che si abbattevano sugli albicocchi in fiore, sui giardini, sui prati e sugli orti. Che cambiamento di panorama (e di temperatura) dopo!

C’è di nuovo bisogno del maglione, dopo. E si sospende l’idea di proseguire la tosatura, poichè adesso la lana non è più un fastidio, sul dorso delle pecore. Non è facile indovinare il giusto momento per quest’attività. La stagione è quella giusta, ma va a finire che, se tosi a marzo, poi piove. Se aspetti aprile, piove e fa freddo lo stesso…

Chi ha gradito gli accumuli di grandine (che in certi luoghi sono rimasti fino a due giorni dopo il temporale) è stata ad esempio Mirka. Con buona pace degli animalisti, di chi vede ad ogni costo il “maltrattamento degli animali”… Eccola che, in una giornata fredda e ventosa, scava ben bene nel mucchietto di ghiaccio e ci si corica con grande soddisfazione.

Marzo pazzerello, e così ecco anche il ritorno del sole, insieme all’aria frizzante e al cielo limpido. Ogni tanto c’è qualcuno che chiede se gli animali non patiscono, a star fuori. Ma possibile che il dentro-fuori sia l’unico parametro di benessere per l’uomo moderno? Un essere vivente che associa al “fuori” il malessere, il disagio. Chi cerca la vita all’aria aperta è uno “strano”, un alternativo. Così non ci rendiamo conto che gli animali, specie quelli autoctoni, sono fatti per vivere all’aperto nel clima del posto.

Così la gente ti chiede dove le porti, quando incontra il gregge lungo la strada. Ti guardano un po’ strano quando rispondi: “A pascolare!“, come se quella fosse l’ultima delle cose che pensava di sentire in qualità di destinazione. Ci sono dei momenti in cui mi sento un po’ un alieno a camminare alla testa di un gregge lungo una strada! E’ proprio vero che dovresti sempre stare il più lontano possibile dal resto del mondo, perchè nella nostra società sembra che si capisca sempre meno tutto ciò che riguarda la terra, l’agricoltura, l’allevamento.

Quando piove, sono “poverine” le pecore, non il pastore che le guida e magari salta persino il pranzo per far pascolare loro. Solo ieri un signore, affondando la mano nel vello, esclama: “Adesso ho capito perchè non patiscono sotto la pioggia o la neve!“.  Toccare per credere…

Viene voglia di non vedere più nessuno, di non dover far sempre le stesse parole. Ti stufi a dover spiegare le stesse cose giorno dopo giorno, specialmente quando vedi che la gente non vuole capire e se ne va con la sua idea in testa. Quelli che stanno “dentro”, ti dicono che è rilassante vedere fuori il tuo gregge al pascolo e ti invidiano. Tu a volte daresti non so cosa per fermarti un paio d’ore a riposare, perchè la pastorizia non è affatto rilassante, quando la pratichi e non solo quando la guardi.

Per non parlare poi di quando, per far sì che le pecore mangino abbastanza, decidi di spostarle ancora quando è ormai sera. Loro sono soddisfatte, tu concludi la tua giornata ancora più tardi, la sera. Le pecore stanno bene quando hanno mangiato a sazietà. Fuori brucano liberamente anche sotto la pioggia, dentro attendono che qualcuno venga a riempire la mangiatoia…