La mela guasta… alla fine fa marcire tutta la cassetta!

Mentre in Francia ci si prepara all’uscita di questo film sulla pastorizia, da noi le pecore in TV o sono macchie di colore, un po’ di folklore, qualcosa di bello da vedere in un’Italia rurale che forse non esiste nemmeno più… O sono da demonizzare. Più che loro, i pastori che le conducono.

A Striscia la Notizia l’altra sera è andato in onda un servizio sui pastori vaganti. Per denunciare alcuni fatti molto gravi, innanzitutto. Sono state infatti trovate pecore morte e alcuni agnelli gettati in un pozzetto. Non erano cadute, perchè erano state tolte le marche auricolari di identificazione… E qui termina la parte “giusta” del servizio. Perchè questo fatto è un’illegalità (le carcasse si smaltiscono attraverso un sistema adeguato), un pericolo per la salute pubblica, ecc. Ma poi il solito Stoppa è andato ad indagare a modo suo presso il gregge e l’accampamento dei pastori.

(foto L.Marcolongo)

Questi servizi, ormai lo sappiamo, presentano una realtà di cui sono soltanto loro a dare una spiegazione/interpretazione. Tutti i pastori ricoverano in un trailer, un rimorchietto, gli agnelli più piccoli. Può capitare che, tra questi, ve ne siano alcuni in condizioni di salute non ottimale per uno dei molteplici motivi che portano chiunque, uomo o animale, ad ammalarsi. Qualcuno dopo qualche giorno, curato opportunamente, si riprende. Qualcun altro invece non ce la fa, ma non è da demonizzare nessuno per questo no? Anche negli ospedali, nonostante le cure migliori, le persone muoiono… E l’agnello con la gamba “ingessata” con il nastro? Certo, il gesso sarebbe la cosa più idonea, ma mentre sei al pascolo non puoi metterti lì a scaldare l’acqua e preparare l’ingessatura, così ti arrangi come puoi sempre per il bene dell’animale. Garantisco che funziona benissimo anche il nastro (sotto si mettono dei legnetti e degli stracci a far da imbottitura).

(foto L.Marcolongo)

Nel servizio poi vengono intervistati gli aiutanti rumeni dell’allevatore (non presente con il gregge, viene raggiunto a casa, ma rifiuta di parlare). Questi si lamentano per le condizioni di vita e di lavoro, ma… Signori, è la pastorizia! E in Romania, a quanto posso vedere da immagine pubblicate su facebook da pastori rumeni che ancora vivono e lavorano nella loro terra, molte volte non c’è nemmeno la roulotte, ma solo il mantello di pelli di pecora. E ci sono anche molti pastori italiani che vivono così, come possiamo vedere dalle immagini mandateci dal Veneto dall’amico Leopoldo. Se fai il pastore nomade, non puoi aspettarti l’alloggio arredato, le otto ore di lavoro. Non lo scopri dopo, sai già prima che è così. Vorrei tanto che il sig. Stoppa venisse da noi in alpe… Vorrei sapere se si indignerebbe altrettanto nel sapere che un Comune ci affitta un alpeggio con una baita dove vivere civilmente è impossibile.

(foto L.Marcolongo)

I cattivi pastori rovinano l’immagine a tutti… Guardate però questo pastore ed i suoi aiutanti. Mi sembra che il rapporto sia paritario e ci sia armonia tra di loro. Condanno il pastore che maltratta i suoi garzoni, ma il più delle volte quando siamo alle prese con un vero pastore e non con “uno che ha le pecore e le fa portare in giro dagli operai” nel fango e nella polvere si è tutti allo stesso modo e la giornata è lunga lo stesso numero di ore.

Leopoldo ci scrive ancora una volta per mostrarci i pastori del Nord Est e raccontarci di storie di divieti, di multe, di litigi. A dire il vero però lui ci tiene soprattutto a mostrarci il lato positivo della pastorizia. Come l’incontro con questa famiglia di pastori e del loro gregge di 6-700 pecore. “Mi hanno anche offerto il caffè“, ci racconta.

(foto L.Marcolongo)

Non basta il sorriso che ci strappa questa immagine per dimenticare un’altra vicenda, quella di un gregge entrato abusivamente in un  fondo e successivamente “investito” dal trattore del proprietario. Versioni discordanti sulla dinamica dei fatti, ma comunque c’è da riflettere su di un evento simile. Solo l’esasperazione può portare a tanto, credo.

Una mia omonima mi manda un articolo che riguarda il suo compagno, pastore, vittima di un’aggressione. “Qua siamo solo in due gli altri sono spariti tutti… qui nessuno vuole più le pecore sporcano fanno rumore una cosa da pazzi… Si lamentano che non ci sono giovani che fanno questo lavoro e noi che vogliamo crescere i nostri bambini è un macello… li vedono in mezzo alle pecore e mandano gli assistenti sociali per maltrattamento…“. Per quanto riguarda “l’incidente”, il pastore sarebbe stato malmenato dal proprietario che “non voleva più vedere le pecore“. Avrà pagato per altri passati prima di lui che avevano arrecato danni oppure all’improvviso tutti hanno la puzza sotto il naso e lo sporco delle pecore sulle strade non lo vogliono più?

(foto L.Marcolongo)

Non conosco direttamente quelle realtà, ma grazie ai contributi che continuo a ricevere, ultimamente mi è capitato spesso di parlarne. Come dicevo anche qui, la ragione sta nel mezzo, quindi ci deve essere qualche fondamento a giustificare l’intolleranza verso i pastori e le pecore.

(foto L.Marcolongo)

Leopoldo ha nuovamente incontrato Fabio a Piazzola sul Brenta e l’ha invitato a cena a casa propria.

(foto L.Marcolongo)

Con lui c’era anche Luca: “… il suo aiutante della Valle dei Mocheni, mi ha detto che ha partecipato al film “La prima neve” di Andrea Segre, dove ha fatto una piccola parte giocando alla morra.

(foto L.Marcolongo)

Questo gregge, del pastore “Pacu” di Cavalese, è composto da un certo numero di pecore di razza Tingola, in via di estinzione, oggetto di un progetto di recupero da parte della Provincia di Trento.

(foto L.Marcolongo)

L’altro giorno mi è capitato di tenere una conferenza nell’ambito di un corso; parlavo di pastorizia in Piemonte, poi nello specifico di pastorizia nomade. terminata la “lezione”, dopo le domande pubbliche, alcuni ragazzi provenienti dal Trentino sono venuti a chiacchierare con me in privato. “Da noi con i pastori nomadi è una guerra. Se ne fregano dei tuoi pezzi. Noi anche abbiamo bestie, tagliamo l’erba, facciamo andare i campi, loro passano e spianano tutto. Hanno greggi grosse, fanno una vita di m. che io non farei, ma si fanno anche dei bei soldi. Tanto dove fanno mangiare le pecore non pagano mai niente! Per fortuna i giovani che stanno venendo su adesso sono un po’ meglio, hanno più rispetto. Ma c’è una generazione, quella intermedia sui 40-50 e più anni che invece… Qualcuno di loro ogni tanto vende tutte le pecore, poi ne prende altre…“.

(foto L.Marcolongo)

Credo quindi che il problema sia composto da vari fattori: nei centri abitati, vale di più l’opinione di chi ha la macchina pulita o di chi si lamenta perchè la capra ha brucato, passando, un bocciolo di rosa che sporgeva da una siepe. Ma nelle campagne effettivamente c’è un malessere dovuto alla mancanza di rispetto e a danni effettivi. Perchè anch’io mi arrabbierei se qualcuno entrasse in una mia proprietà, anche se incolta, anche se non mi fa nessun danno. Perchè chiedere costa sempre molto poco… A maggior ragione mi arrabbio se viene fatto un danno ad una coltura. Quindi le speranze per il pascolo vagante da quelle parti sono legate ad un radicale cambiamento nell’atteggiamento dei pastori. E’ lo stesso da queste parti: basta uno a non rispettare e in zona fioriscono divieti, tutti sono prevenuti contro le pecore in generale. Dove invece tutti rispettano e lavorano onestamente, di anno in anno continui ad arrivare con il tuo gregge, pascolare ed essere benvoluto.

Ebbene sì, ancora lupi

Non è a cuor leggero che riprendo l’argomento. Se tutte le parole dette sul tema lupo fossero state fatti concreti, oggi il problema sarebbe risolto. Invece siamo ancora qui, noi a cercare di far valere le nostre ragioni, altri a diffondere notizie non sempre basate sulla verità. Ma perchè parlare di lupo adesso?

Perchè, ormai è ufficiale, almeno uno dei luoghi comuni è stato definitivamente sfatato. Il lupo non è solo più “cosa di montagna”, relegato lassù tra le vette, i valloni, le nebbie, i cespugli. Già lo sapevano gli abitanti dei fondovalle, già lo dicevano in molti anche nei paesi al limitare con la pianura. Qui dove abito io l’hanno visto e sentito più volte, hanno trovato le sue tracce e i resti dei suoi pasti. Qualche anno fa era stata trovata una lupa morta dalle parti di Trana (TO), ma erano ancora sempre boschi, luoghi “selvaggi”. Adesso invece un lupo è stato investito tra Airasca e Volvera. Pianura. Strade. Fabbriche. La città di Torino a poca distanza.


Qui vedete il video, che dovrebbe convincere anche quelli che “…sono tutte storie, sono solo cani randagi. Il lupo ha paura dell’uomo, il lupo sta solo in montagna…“. E questo è stato solo uno di quelli sfortunati, perchè chissà quanti, di notte, si spostano sul territorio senza che nessuno se ne accorga! E poi comunque, sulla paura dell’uomo, diciamo pure ce la cosa è reciproca. Smettiamo di raccontarci favole da una parte e dall’altra! Così come c’è il lupo che scappa, c’è quello che ha paura che il lupo lo mangi mentre va per funghi.


Poi c’è chi lo filma dal balcone di casa mentre sta mangiando un cervo, com’è successo a Villaretto, in Val Chisone (TO). Entrambi qui non avevano paura, no? Quindi non è un bugiardo il pastore che afferma che il lupo attacca anche in pieno giorno, con lui presente. Su questo adesso siamo tutti concordi, no?

Proprio in questi giorni finalmente sono riuscita ad avere una civilissima discussione on-line in un gruppo facebook di appassionati di montagna. Il gruppo si chiama “Lo splendore dei monti e delle valli della provincia di Cuneo” e di seguito vi riporterò alcune delle opinioni pacatamente espresse. Per una volta nessun integralista, ma persone vere amanti della montagna e della natura che capivano o comunque erano disposte ad ascoltare i problemi e le esigenze dei pastori. Perchè il punto è questo. Il pastore ama gli animali, anche quelli selvatici. Ma vuole anche poter fare il suo lavoro in modo civile, decente. Vivere in modo consono al XXI secolo anche quando è a 2000 e più metri di quota. E si infastidisce non poco quanto sente quali cifre vengono stanziate per i progetti riguardanti il lupo, soprattutto pensando a quanto deve spendere/quanto non guadagna lui per provare a “convivere” con il predatore.

Bisogna andare oltre il discorso delle perdite nude e crude. Per la maggior parte dell’opinione pubblica, tutto si chiude lì. Tot capi uccisi, tot rimborso e il pastore non deve più aprire bocca. Non sto a ripetere tutto quello che ho scritto in passato, basta che andiate indietro sui post con l’argomento lupo e trovate tutto. Bisogna smetterla anche con il “…tanto il pastore alleva per macellare le bestie“.

Vorrei tanto che finalmente l’informazione, i famosi “media”, iniziasse a presentare la realtà in tutte le sue sfaccettature. Raccontare qual è il lavoro e la vita del pastore in montagna e non solo, cosa significa utilizzare recinti e cani da guardiania, informare su come comportarsi in presenza di questi cani e spiegare perchè non possiamo più farne a meno. Smetterla con la storiella del numero ridotto di lupi, specie a rischio di estinzione. Perchè se fossero così pochi non se ne andrebbero a spasso per le valli e la pianura a cercare nuove zone da colonizzare! Fare vera INFORMAZIONE a tutto tondo, senza essere di parte, senza escludere niente. Solo così ci si potrà confrontare e si potranno trovare soluzioni. Gli estremismi, i gesti tipo la testa di lupo mozzata ritrovata in Toscana, non portano da nessuna parte.

Far capire qual è il sentimento che lega il pastore ai suoi animali e perchè vuole difenderli a tutti i costi. In quella discussione di cui vi parlavo, i lettori (non allevatori, ma semplici amanti della montagna) hanno espresso opinioni del genere: “Una politica seria dovrebbe aiutare con incentivi seri per l’acquisto di dotazioni che vi permettano di difendervi e rimborsi adeguati non elemosine a chi  fa questo lavoro duro“.

O ancora: “Ora il gioco è un’altro, saper governare la presenza del lupo in modo da non mettere in pericolo la sopravvivenza delle attività agricole montane. So di dire delle cose che urtano la suscettibilità di molti, ma quando si stanziano fondi ingenti per progetti come quello che riguarda il lupo si dovrebbe in qualche modo prevedere una serie di misure tese a compensarne i danni che inevitabilmente qualcuno è destinato a subire. Quando sento parlare di migliaia di lupi sulle nostre valli mi chiedo chi ha battuto la testa, ma quando sento parlare di 5 esemplari in provincia di Cuneo mi chiedo a chi giova negare l’evidenza. Qui se si vuole trovare una soluzione occorre darsi una bella regolata sia da una parte sia dall’altra perchè sennò si finirà per veder morire da un lato le attività pastorali (già ben minate dalle politiche agricole deleterie degli ultimi anni) oppure dall’altro lato il lupo; inutile nascondersi dietro a un dito. A mio avviso che arrivi dall’Appennino oppure dal parco del Mercantour come affermato in un incontro organizzato dal parco Alpi Marittime non pare così influente se vogliamo salvaguardare sia il lupo sia le poche attività (r)esistenti in montagna.

Secondo me la questione andrebbe minimizzata da entrambi i lati. Il lupo non è un problema, e non dev’essere un problema. Il lupo c’è? Bene, benissimo anzi. Ogni tanto attacca? E’ normale, così come è normale e giusto che i pastori si difendano, punto. Fine del problema. Quelli (i pastori) che conosco fanno così, senza sollevare troppo rumore e troppa polvere; parlo di gente che sale in alpeggio a maggio e torna giù a settembre eh, non di finti pastori che la notte vanno a dormire a casina dalla moglie; e non organizzano nessuna “caccia al lupo”, vivono nel rispetto reciproco territoriale l’uno dell’altro. Del resto non c’è apprendimento migliore di quello empirico, e il lupo deve apprendere che avvicinarsi a malghe, greggi e mandrie può essere pericoloso, meglio cacciare altrove.

Mi domandavo… Ma non è possibile creare un qualcosa, un gruppo, un movimento di opinione popolare, così come succede in Francia, di persone che capiscano davvero cosa significa il “problema” lupo? Persone che possano parlare e diffondere la realtà ben più di quanto riesce a fare un pastore, impegnato 365 giorni all’anno dal suo mestiere, 24 ore su 24. C’erano anche degli accompagnatori naturalistici, in quella discussione, ed uno di loro in privato mi scrive: “Io nelle mie uscite con i gruppi affronto spesso il tema, mi piace che la gente abbia una percezione di pro e contro“. Non come quell’accompagnatore che, replicando con astio a dei miei commenti, scriveva di evitare accuratamente gli alpeggi e sconsigliava l’acquisto di prodotti d’alpe laddove vi fosse un pastore che si era lasciato scappare affermazioni contro il lupo! Pensiamoci tutti su e, se condividete queste mie idee, iniziate tutti a fare qualcosa, nel mondo virtuale di internet e in quello reale. Grazie!

Ancora dal Nord Est

Dalla terra in cui molti vorrebbero vietare il pascolo vagante (e parecchi Comuni già lo fanno), mi arrivano però numerose immagini scattate da chi invece ama veder passare le greggi o da amici di pastori.

(foto M.Meneghini)

Tezze sul Brenta (VI) è passato davanti  a casa mia il pastore Teodoro Da Prà di Val di Rabbi (TN), pastore transumante nel triveneto, il suo gregge è dimezzato. E’ demoralizzato, mi racconta che ogni anno che passa le difficoltà aumentano, troppo cemento pochi pascoli e molte ordinanze comunali, che recano ancora più difficoltoso il spostamento del gregge.

Ecco infatti una multa di per i pastori: “Vicenza Montecchio Precalcino, la scia di escrementi e fango lasciata da 1200 pecore, ha fatto andare su tutte le furie il sindaco. Entrambi i proprietari degli animali sono stati sanzionati con una multa di 41 euro ciascuno. Portano le pecore a pascolare in campi privati senza chiedere il permesso a nessuno, distruggono gli orti delle case che si trovano sul loro tragitto. Questo non è il primo episodio e, nonostante i miei richiami, la situazione non è cambiata. Dai prossimi giorni sarà attivo il divieto. Queste parole sono portate nel quotidiano dal sindaco di Montecchio…“, ci racconta Marianna.

(foto M.Meneghini)

(foto M.Meneghini)

Tezze sul Brenta, Vicenza. Sono andata a trovare il pastore Zwerger Fabio da Trento, pascolava il gregge lungo il fiume Brenta, si è già preso 3 multe perchè ci sono pastori molto educati, (vivi e lascia vivere).

(foto L.Marcolongo)

Questa serie di immagini invece ce le invia Leopoldo. Perchè pecore su di un camion questa stagione? Perchè questo pastore ha venduto il suo gregge…

(foto L.Marcolongo)

(foto L.Marcolongo)

(foto L.Marcolongo)

(foto L.Marcolongo)

Passando per caso a Piazzola sul Brenta (PD) la settimana scorsa, ho visto un camion che caricava un gregge. Mi sono fermato… Questo è il pastore che sabato mattina ha venduto 300 pecore (le ultime) per cessata attività. Il viso non mi sembrava nuovo, mi ha detto che si chiama “Trifase”. Si tratta del pastore Ganz di Falcade.

Ancora disinformazione sul mondo zootecnico: Striscia la Notizia, vergogna!!!!

Non è la prima volta che mi trovo ad indignarmi per servizi di Striscia la Notizia, in particolare quelli del sedicente amico degli animali Edoardo Stoppa. Trovo già indisponente l’atteggiamento tipico di una certa categoria di “animalisti”, quelli che confondono gli animali con i bambini o comunque con gli esseri umani in generale. Queste persone si riferiscono a qualsiasi essere vivente del regno animale con vezzeggiativi e diminutivi: “cagnolini, cavallini, gattini, mucchine” eccetera. Parlando di loro allora dovremmo forse dire: “bambini”? No, sono adulti, ma vivono in una dimensione che ha ben pochi legami con la realtà del mondo reale, in particolare quello animale, dal quale anche noi proveniamo. Avrei da parlare per ore di questo argomento, ma oggi concentriamoci sul servizio andato in onda venerdì sera (27 dicembre 2013) durante il noto “TG satirico”. Qui il video, per chi se lo fosse perso.

Dietro segnalazione di alcune persone ignoranti, che nel video parlano di “battaglia indotta”, “si addestrano le mucche”, “spettacolo per il divertimento umano come il palio, il circo…”, la troupe è andata alla finale di Aosta della Battaglia per dare una sua versione della cosa. Chi conosce questa realtà, si è indignato, arrabbiato, infuriato! Chi non la conosce e ha preso per oro colato quanto veniva detto (tra “bastonate” agli animali, vacche “stressate” solo perchè si grattano per terra, un etologo che non ha mai visto come si comportano gli animali liberi al pascolo – si picchiano le vacche, le capre, a volte anche le pecore!), ora pensa che in Val d’Aosta ci sia una versione della corrida da vietare assolutamente, indignandosi per quanto siamo ancora barbari in Italia.

Ci sono già risposte ufficiali per esempio qui. Volevo dirvi come la pensavo io, ma poi stamattina ho letto vari commenti su Facebook, di amici Valdostani e Piemontesi appassionati dell’argomento, così ho pensato che forse sarebbe stato meglio lasciare a loro la parola. Non ho censurato o cambiato nulla, come potrete vedere. Intanto, per chi volesse entrare in questo mondo, ecco un blog con tante magnifiche foto.

Scrive, praticamente in diretta mentre guarda il servizio, Fabio: “siamo proprio dei mostri di crudeltà in val d’aosta dato ke facciamo battere le mucche nere…. mamma mia quante balle x far audience!! le addestriamo, le picchiamo, le costringiamo a combattere con la forza…. pensate ke le leghiamo con le catene…. xkè una volta usavano lo spago ma andava sempre rotto. e tutti con in mano un bastone in mano…. già, pensate un po’ ke cattivoni ke siamo!! “e la fila x le scommesse clandestine”…. ahahahah ‘a coglione di uno stoppa, quella è la fila x andare a bere al bar, scemoooooo!! 🙂 andaste a vedere ki maltratta davvero gli animali, non ki dedica la propria vita a loro…. facendo sacrifici su sacrifici x portare avanti un lavoro ormai “scomodo” x tanti!! caro stoppa, dedicassi tu la passione ke mettono certi allevatori x i loro animali, sicuramente non ci sarebbero servizi tanto squallidi come quello appena visto da tutta italia… servizi ke x fare “scoop” infangano il lavoro e la vita degli altri!! vergognosooooo!!


Forse più di tutti parla questo video, un’intervista a Simona Porliod, pubblicato su youtube con queste informazioni: “Video intervista sulle Bataille de Reines in Valle d’Aosta. Questo filmato è stato svolto per dimostrare l’attaccamento dei giovani valdostani alla propria regione e alle proprie tradizioni. E’ infatti la conclusione di un’analisi effettuata nel corso di Lingue e Comunicazione dell’Università della Valle d’Aosta.  La colonna sonora non poteva non essere la canzone di Lady Barbara, Ma Reina. Buona Visione Alice, Katya e Joara“.

Sulla pagina Facebook “Blog reinesvaleedaoste” si è scatenato un vero putiferio. Mathieu: “hanno totalmente omesso ogni notizia in questo servizio! quel giorno hanno intervistato Clos per un bel momento, che gli aveva spiegato tutto come si deve e non l’hanno messo! Si sono inventati che noi facciamo scommesse, hanno fatto solo vedere qualche mucca un po più ‘breva’, hanno interpellato una specie di ‘Etologo’ che vorrei proprio sapere chi cazzo è, perché all’università di Etologi che insegnano ce ne sono molti e TUTTI trattano le batailles in quello che è il normale comportamento bovino! un vero schifo!

Fabrizia: “DEVONO intervenire i veterinari, SOLO loro hanno l’autorità per stabilire se e quando si va ad influire sul benessere animale, ci fanno una testa tanta in facoltà su ciò che è benessere e ciò che non lo è….è ovvio che ognuno tira l’acqua al suo mulino…gli animalisti poi…lasuma perde..però bisogna parlare con coscienza e conoscenza..sicuramente ci sono allevatori che se ne sbattono…perchè è cosi purtroppo, ma sono come in tutte le circostanze, le mele marce.. non va fatta MAI di tutta l’erba un fascio, chi lo fa per passione nei confronti di questi animali mai si sognerebbe di farli star male… hanno sbagliato a Striscia xk hanno fatto vedere solo ciò che volevano…

Jerome: “Che baggianate che hanno detto… Vengano a vedere quando le mucche escono la prima volta, dopo un lungo inverno dalle stalle, che si battono da sole…“. In tanti poi si domandano perchè il servizio sia stato montato ad arte, infatti di interviste ne erano state raccolte molte, mai andate in onda. Cristina: “secondo me dovrebbero fare sentire le altre interviste che hanno fatto, quelle che VOLUTAMENTE non hanno fatto sentire. Come mai durante gli altri servizi fatto parlare sempre i responsabili e in questo servizio no? perché non avrebbe fatto notizia

Anche i Piemontesi partecipano al dibattito in modo molto sentito, visto che questa tradizione è molto diffusa anche in una vasta area del Piemonte. Mario: “il fatto è che c’è gente che non capisce nulla ,e facendo cattiva informazione faranno passare gli allevatori come esseri senza cuore,attaccati solo al denaro ,insensibili e purtroppo io sono senza peli sulla lingua e non sopporto chi vuole fare il maestro senza capire nulla .Se non ci fossero Le Combats e venissero vietati il 90 % delle reine finirebbero in salami e tanti giovani ,sopratutto in montagna lascerebbero l’agricoltura“. Luca: “ma quei pagliacci di striscia la notizia si sono mai fatti un giro sui nostri pascoli in primavera, dove le reines in natura si affrontano per stabilire chi è il capobranco? si saranno accorti che nel loro combattimento si affrontano ma non c’è violenza perchè quella più debole lo riconosce e si ritira voltandosi e il “combattimento” finisce all’istante? si sono fatti un giro nelle stalle dei valdostani, che in quanto a gestione delle vacche e benessere animale sono il fiore all’occhiello dell’allevamento italiano??? Basta tv spazzatura!!!!!!

Ancora Mathieu: “sono veramente schifato sai! mamma mia che nervoso… noi non facciamo scomesse (quello che hanno inquadrato è dove si ritirano i sorteggi), hanno interpellato un etologo che non sò dove abbia comprato la laurea (sai meglio di me il perché), avevano intervistato il presidente che gli aveva risposto in modo tranquillo ed esaustivo e loro non l’hanno messo, ci accusano di tenere in mano tra un pò delle armi quando è un fuscellino di legno e si ha a che fare con animali che arrivano a 800 kg, parlano di vittorie di tantissimi soldi quando questa è solo una passione e i nostri agricoltori praticamente sono al lastrico e alla regionale il primo premio è di mille euro (ma portare una mucca lì costa molto di più fidati)… un servizio falso! che vergogna…

In passato ho intervistato, ho sentito tanti appassionati di Reines che raccontano del loro rapporto con questi animali. Volevo quindi “regalarvi” un pezzo tratto dal mio libro: “Intelligente come un asino, intraprendente come una pecora”, dove uno dei racconti riguardava appunto la Battaglia delle Reine. Da “Il giorno della battaglia”: <<Chi ha la “malattia” per le Reines parla di questo mondo speciale con un luccichio negli occhi e quasi si commuove, nel raccontarti cosa vuol dire portare la propria vacca alla battaglia. “Deve essere una bestia tua, che ti nasce e ti muore nella stalla, te la devi allevare fin da piccola. Quella che mi è morta in montagna l’avevo portata a casa per Natale, aveva quindici giorni, era così piccola che l’ho messa in una cassetta della frutta.

Tra il padrone e la vacca si instaura un rapporto speciale, un fortissimo legame affettivo. Molti pensano che le Castane siano vacche aggressive, forse perché associano (giustamente) il loro nome alle battaglie, ma la realtà è completamente diversa.  Attualmente, lo scopo essenziale dell’allevamento di queste vacche è proprio l’utilizzo nelle tradizionali “Battailles de Reines”. Nell’Ottocento-Novecento si parlava della razza di Hérens quale popolazione a mantello nero o castano uniforme presente in Valle d’Aosta, mentre  più recentemente compare la cosiddetta “Castana”. La Castana rappresenterebbe il residuo dell’antica popolazione originaria della zona aostana, selezionata in Svizzera per il mantello uniforme (razza di Hérens) ed in Valle d’Aosta per il mantello pezzato nero (Valdostana Pezzata Nera). Oppure la castana potrebbe essere una popolazione meticcia derivata dall’incrocio fra la Hérens e la stessa Valdostana Pezzata nera. Originariamente era allevata specialmente nella valle del Gran San Bernardo, da cui si è diffusa in tutta la Val d’Aosta ed oggi la sua consistenza numerica è in aumento, proprio in ragione della passione per i combattimenti.

“Certo, è anche una vacca da latte. D’altra parte una volta veniva allevata anche per quello. Dicono addirittura che le migliori Fontine venissero fatte con il suo latte, particolarmente ricco di grasso e proteine. Esistono allevamenti di sole Castane, ma nella mandria solo qualcuna diventa una Reina, le altre sono tenute per la mungitura,”.

Da alcuni anni ormai questa passione si è diffusa anche nelle zone limitrofe del Piemonte, specialmente nell’Alto Canavese e nelle Valli di Lanzo dove vengono organizzati combattimenti. “Noi Piemontesi non possiamo partecipare in Val d’Aosta… Abbiamo i nostri incontri regionali, fino alla finale regionale, ma sono cose separate.”

E’ una passione che inizia da bambini, quando il nonno ti accompagna a vedere una battaglia, e ti innamori di quelle bestie dal mantello lucido e scuro, la testa grossa, la taglia media, bestie vigorose, muscolose, dall’indole fiera. “Ma non sono cattive, guarda…”

Lei, la Reina, è la prima che ti viene incontro, quando ti approssimi alla mandria. Ma non lo fa per caricarti, non vuole scacciarti dal suo territorio.

“E’ curiosa, ma soprattutto… vuole le coccole!”

Allunga la testa, si fa accarezzare, grattare, ed intanto cerca di leccare con la spessa lingua ruvida il volto del suo giovane padrone. Anche avvicinandosi ad animali sconosciuti, se ci sono delle Castane sono sempre loro le prime ad alzare la testa. Non fuggono intimorite dall’estraneo, ma si accostano e cercano il contatto con l’uomo.

“Perché la Reina è quella che vizi di più. I motivi sono tanti. Non c’è solo l’amore, quello che provi per lei, perché è la tua campionessa. La coccoli per forza, perché è lei ad essere sempre la prima. Chiami gli animali per metterti in marcia e lei passa davanti a tutti, ti cammina dietro alle spalle, così tu ti giri e l’accarezzi. Poi le metti la campana più bella, il campano grosso ed il boschet perla transumanza. Per lei c’è anche qualcosa in più quando distribuisci la razione nella stalla.”

La battaglia è un qualcosa di spontaneo, non una forzatura dell’uomo. C’è chi dice che ci sono delle “bestie matte”, vacche particolarmente sanguigne. Altri raccontano di erbe che renderebbero più combattivi gli animali, si narra anche di una montagna dove le manze si battevano tutto il giorno, quando pascolavano certa erba, e “di lì venivano giù con gli occhi rossi”.

“Quella che diventerà la Reina, la individui al pascolo, tutte le vere regine dovrebbero aver trascorso la stagione in alpeggio! La sua indole viene fuori lì, in mezzo alle altre, perché la Reina deve primeggiare, avere l’erba migliore, abbeverarsi per prima. Ma non c’è bisogno che picchi, che si scontri. A lei basta sbuffare e si fa spazio.”

Non tutte le Castane hanno questa attitudine, ci sono bestie più docili prive del temperamento del comando e queste non verranno mai tenute per le battaglie. Specialmente in Val d’Aosta, ci sono animali allevati appositamente in vista degli appuntamenti annuali e questi vengono fatti scendere dall’alpeggio nel mese di agosto, per affinare la preparazione e raggiungere la giusta classe di peso, dato che si partecipa alle competizioni iscritti in tre categorie determinate dalla stazza.

“La vacca è la tua, alla battaglia la devi portare tu, perché lei sa chi c’è che la controlla, e quello che fa, lo fa anche per te.”>>

Vi invito infine a rileggere alcuni post dove si parla di allevatori di Reines qui e qui, mentre qui trovate il mio racconto dell’unica occasione in cui ho assistito dal vivo ad una Battaglia (la finale di Aosta nel 2010).

Serve un manuale d’istruzioni?

Vita d’alpe, mondo idilliaco. “Beata te che sei lassù e non prende nemmeno il telefonino…“, così mi dicono. Però ormai l’imbecillità umana, la prepotenza ed altre simili caratteristiche salgono anche in quota. Il cafone non è solo un “tipo da spiaggia”, ma lo incontri ad ogni altitudine. E così, prima ancora di narrare le ultime vicende di pastorizia in alpeggio, mi trovo a fare qualche riflessione su come sia forse necessario un “manuale” per chi si reca in alpeggio. O meglio, in montagna, luogo dove vi sono anche alpeggi e gente che vi abita/lavora per alcuni mesi all’anno.

Ormai di stagioni in alpeggio ne ho già trascorse alcune, anche se non in modo costante e continuativo. Di anno in anno però, sia per esperienza personale, sia per sentito riferire da amici sparsi qua e là per le valli, vedo aumentare gli episodi negativi che coinvolgono pastori/margari e “turisti”, dove con questo termine comprendo dal “merendero” che sbarca dall’auto e allarga la tovaglia a 5-10 cm dal pneumatico all’alpinista equipaggiato di tutto punto che passa prima dell’alba diretto alle cime che sovrastano l’alpeggio. Con tutta l’infinita casistica di frequentatori della montagna che ci sta in mezzo, appiedati, motorizzati, ciclisti ecc ecc. Come ho già avuto modo di dire altre volte, basterebbe quel naturale rispetto reciproco per non aver bisogno di spendere parole sull’argomento. E invece…

Era una domenica mattina, finivo gli ultimi lavori “domestici” alla baita, avevo già fuori sulla panca zaino e scarponi e stavo per avviarmi a raggiungere il gregge. Sento il vecchio cane che abbaia e mi affaccio, ci sono due escursionisti in arrivo, con due cani (pastori tedeschi) liberi che scorrazzano a piacimento. Non voglio subito partire con la polemica, quindi mi limito ad un: “Buondì“, per poi vedere come prosegue il discorso. Uno dei due, senza nemmeno rispondere al saluto, mi apostrofa con un: “Ci sono quei rompic… dei maremmani qui?“. E così scatta il diverbio piuttosto acceso, con il mio tentativo di spiegare come i cani da guardiania siano uno dei pochi mezzi efficaci che i pastori possono utilizzare per difendere il gregge dal lupo. “Quella del lupo è una balla, io in questi anni non ho mai avuto problemi con il lupo, ma con i maremmani sì e se uno dei vostri mi tocca io la denuncio!“. Tralascio il resto dell’amabile chiacchierata e vi lascio immaginare come abbia reagito il nostro amico quando gli ho fatto presente che, in presenza di animali al pascolo, lui avrebbe dovuto tenere al guinzaglio i suoi cani…

Il lupo non è un’invenzione e, ahimè, anche quest’anno iniziano ad apparire articoli del genere, per non parlare poi delle foto e dei racconti che gli stessi allevatori pubblicano su Facebook. E i cani sono veramente efficaci, posso testimoniarvi attacchi in pieno giorno, con pastore presente, e cani da guardiania che hanno effettivamente messo in fuga il predatore. Solo che, anche in presenza di appositi cartelli di segnalazione, con norme di comportamento da seguire, gran parte dei turisti questi cani non li accetta, ha paura (presunta o reale, dopo incidenti verificatisi in passato) e finisce per litigare con il pastore, già con i nervi a fior di pelle per tutti gli scompensi, i danni e le spese che la “convivenza” con il lupo comporta.

Ecco perchè, secondo me, servirebbe un bel manuale d’istruzioni, un codice di comportamento in alpe da far circolare nelle associazioni di persone che, per piacere, sport o altro frequentano la montagna (CAI & C.). Far capire che questa non è un “parco giochi”, un luogo di relax per cittadini stressati, una palestra per chi vuole stabilire nuovi record di resistenza, velocità… Spiegare che il sentiero è percorribile anche perchè qui c’è qualcuno che lavora. Quello nella foto era letteralmente invaso dalla vegetazione: le pecore si sono aperte un passaggio, il pastore ha tagliato i rami degli ontani a colpi di roncola, poi ha aperto un varco nella valanga che ancora intasava il canalone, interrompendo il suddetto sentiero e costringendo a pericolosi equilibrismi chi avesse voluto andare oltre.

L’alpeggio è una proprietà privata, non un luogo da visitare con disinvoltura, entrando a piacimento quando si trova una porta aperta. Cosa dovrebbe spingere il turista ad entrare in una casa privata, quando non vi sono i cartelli che indicano un punto vendita di formaggi? I pascoli, in quanto tali, non sono luoghi deputati a campeggio, pic-nic con abbandono di immondizia (fenomeno questo, per fortuna, apparentemente in diminuzione), ma soprattutto non è il caso di correre in mezzo agli animali, abbattere o tagliare eventuali fili e recinzioni per il contenimento degli animali stessi. E, come si diceva prima, se si incontra una mandria o un gregge e si è accompagnati da cani, sarebbe correttezza legarli al guinzaglio per due motivi: non possiamo essere sicuri al 100% del comportamento del nostro amico a quattro zampe in presenza di animali estranei, tanto meno sappiamo come reagiscono capre, pecore e vacche nel vedere un cane. Potrebbero sia scappare precipitosamente, mettendo in pericolo la loro incolumità, sia andare verso l’intruso, creando situazioni difficili per il cane ed il suo incauto padrone.

E sull’annosa questione dei cani da guardiania, che fare? Ormai è quasi scontato che ve ne siano in ogni luogo si trovi un gregge. Non devono essere accanto al padrone, ma qua e là a sorvegliare pecore e capre sparse al pascolo. Sui cartelli che avvisano della loro presenza sono riportati tutti i comportamenti da tenere, ma posso anche capire che sia difficile mantenere il sangue freddo quando ci si vede venire incontro 3-4 grossi cani con i denti in bella vista. Nel piano regionale per la difesa dagli attacchi da canidi della Regione Piemonte viene stabilito come numero adeguato di cani da protezione uno ogni 150 capi. Fate voi il conto di quanti cani da guardiania dovrebbe avere un pastore con un gregge da 1500-2000 pecore… Il problema c’è è ed ben reale, basta un brutto incontro o aver sentito raccontare di un incidente per far sì che l’escursionista (anche se meno insolente di quello che ho incontrato io) parta prevenuto o si lamenti di “non poter più andare” dove ci sono le pecore. Coloro che continuano a ripetere che è giusto che ci sia il lupo e il pastore deve conviverci, hanno soluzioni da proporre? E’ urgente, perchè la quiete in alpeggio sta diventando sempre più uno stereotipo lontano dalla realtà!

Differenze

Avrei da pubblicare vostre foto, avrei da raccontarvi dei giorni scorsi in alpe, invece oggi alla fine vi mostro due piccole grandi storie, una a rilevanza per lo meno europea, l’altra invece piccola piccola, successa ad un amico. A voi poi la riflessione che il confronto potrà generare.

Iniziamo dalla Francia. Quest’anno la città di Marsiglia è capitale europea della cultura. L’immagine, ripresa da questo articolo del Daily Mail, vi mostra come sia stato inaugurato questo evento. Una sfilata di 3000 pecore… Il titolo della parata era TransHumance e viene definito un “esperimento artistico” dal giornalista. In realtà si mostra quello che in questa parte della Francia (e non solo) accade da secoli in questa stagione, cioè la transumanza di uomini ed animali verso i pascoli estivi. Un tributo a questo mestiere che tanto significa per l’economia, il territorio, la storia e la società della Provenza e di altre aree della Francia. Una vetrina internazionale per i pastori. Che onore, che gioia, che orgoglio! Andate a vedere sul sito ufficiale di mp2013 video (emozionante!) e altro, la spiegazione della filosofia del progetto, il programma di tutti gli eventi (ormai conclusi) ecc ecc…

Già, la Francia, dove in questi giorni si tengono le feste della transumanza, come quella di Die a cui avevo partecipato anni fa. Anche quest’anno sarà un evento che richiamerà un grandissimo pubblico. Qui trovate info e programma della manifestazione, che si terrà il 22-23 giugno prossimi.

Invece, ahimè, in Italia di pastori si parla quasi sempre solo in negativo. Certo, c’è la festa di Amatrice dove ero stata lo scorso anno e che quest’anno si terrà il 7 luglio, ma quando ero stata là mi ricordo di aver sentito parlare soprattutto di problemi, di un mestiere avviato verso il declino, pascoli abbandonati, sempre meno pastori… Qualcuno a volte dice che “capitano tutte e me” e non è vero che la gente sia così “maldisposta” verso i pastori. Ecco cosa scrive sulla sua pagina facebook l’amico Franco, parlando di un episodio che recentemente lo ha visto protagonista. Pensate ad una strada qualunque di quelle che percorrete quotidianamente… “Salvataggio di una pecora e spaccato del mondo d’oggi. Lungo la strada che congiunge Trana ad Avigliana. Una pecora decide di lasciare le compagne al pascolo nel campo e scavalcato in qualche modo il recinto percorre tranquillamente l’asfalto alla ricerca dei ciuffi che crescono ai bordi. Le vetture che la vedono anzichè rallentare strombazzano, la pecora si spaventa e attraversa in continuazione le corsie. Mi fermo metto i lampeggianti e faccio segno di rallentare alle vetture in arrivo, risultato pessimo. Passa un gruppo di ciclisti, il primo della fila grida a squarciagola “capraaaa” per avvisare quelli che lo seguono. E’ una pecora!! Raggiungo la casa più vicina, è una casa di contadini; sospiro di sollievo. Nessun campanello ma cinque cani, esce una signora molto anziana, avanza lentamente con l’aiuto di un bastone, le spiego il problema, mi fa un sorriso ed estrae dal grembiule d’altri tempi un nuovissimo cellulare con il quale avvisa il pastore che conosce bene. Torno a presidiare la pecora/capra e dopo due minuti netti arriva col suo fuoristrada il pastore che ringrazia e mette fine alle prodezze spericolate dell’animale. Due mondi a confronto……..

Già, proprio due mondi a confronto. Quello del pastore, che per diversi mesi all’anno si trova a condividere con altri gli spazi, solo che è normale veder sfrecciare un’auto ai 100 all’ora, mentre è strano (quando non fastidioso) che sulla stessa via transiti un gregge. Animali, questi sconosciuti… Mondo agricolo, sempre più lontano da noi. Facile andare a fare la spesa al supermercato, più complicato trovarci davanti quel mondo che è all’origine di ciò che acquistiamo in modo asettico, già preparato, solo più da cuocere e/o consumare. Al massimo va ancora bene vedere immagini bucoliche e pittoresche in TV, ma non sappiamo cosa fare / cosa farcene quando ce le troviamo davanti.

Quando uno non sa

Ecco l’ennesimo caso di “incomprensione”, definiamola così. Non molto tempo fa abbiamo applaudito alle pecore nei parchi di Torino ed oggi, ancora una volta, assistiamo all’indignazione di chi ha visto una scena che non ha compreso e che, quindi, parla male dei pastori e della pastorizia.

Cristiana mi segnala che, su “La Stampa”, oggi è comparsa questa lettera (copio e riporto integralmente):

Una lettrice scrive:  

«Al parco Colletta ci sono le pecore. Mentre il gregge rientra, tra le ultime, c’è una pecora che zoppica con il suo agnello a fianco. Uno dei due pastori prende la pecora per un zampa, trascinandola. L’altro prende l’agnello. La pecora cerca di liberarsi dalla presa, ma viene spinta su di una jeep. Viene buttato all’interno anche l’agnello. La pecora bela disperatamente e “senti” la sua paura e la paura del suo agnello».  

«Non voglio parlare di quella che, quasi sicuramente, era la loro destinazione né se sia giusto mangiare carne oppure no.. ma dell’assoluta indifferenza e della sordità del cuore per il dolore fisico e la paura delle due pecore. 

«Dovremmo imparare a rispettare la vita di esseri diversi da noi e aprire il nostro cuore in un modo diverso, e domandarci se alcuni nostri simili non vivano in realtà tra il dolore e la paura, come le due pecore. Spero che il Comune non paghi con le mie tasse questi due signori». 

SABRINA

Ovviamente si va subito a pensar male. Dal momento che invece la pecora aveva accanto l’agnello, io credo che le cose siano andate diversamente. Se la pecora zoppicava vistosamente, era impossibilitata a tenere il ritmo del gregge negli spostamenti e quindi può darsi che i pastori l’abbiamo portata in cascina o in un pascolo dove magari ci sono altri animali, da cui non deve spostarsi quotidianamente. Per quello che riguarda poi il modo di “catturare” una pecora, il modo giusto di farlo è appunto quello di prenderla per la zampa posteriore, altrimenti (data la forza dell’animale) non ci sarebbe quasi modo di riuscire a spostarla. Addirittura esiste un apposito attrezzo, venduto nei negozi specializzati, consistente in un bastone con un’estremità arrotondata e sagomata che serve per catturare l’animale prendendolo per la zampa. Ovvio che il tutto è questione di pochi attimi, il tempo di prenderlo e fare quel che si deve (medicarlo, oppure caricarlo su di un mezzo).

Speriamo che, passata la Pasqua…

Speriamo che, passati questi giorni “caldi”, passi l’ondata delle campagne animaliste contro il “massacro” degli agnelli… Per quest’anno è andata così e sono state ben poche le voci levatesi ufficialmente a sostegno degli allevatori. Si è parlato tanto sui blog e su Facebook, ma chi di dovere ha taciuto sui mezzi di stampa. Certo, non abbiamo un governo, quindi chi volete che parli a sostegno della categoria? Avrebbero però potuto farlo almeno gli Assessori regionali, i rappresentanti sindacali, ma, ahimè… Io non ho sentito niente, almeno niente di paragonabile a servizi TV, radio, manifestazioni, articoli on-line.  La testata “AbruzzoWeb”, anche se utilizzando ahimè una mia foto, riporta lo sfogo di Nunzio Marcelli (leggete qui).

Io penso alla Francia, dove l’agnello è servito in tavola 365 giorni all’anno senza problemi, senza scandali e con apprezzamento generale. Tra l’altro, là si macella sui 40kg di peso… Penso al mio recentissimo viaggio in Liguria, dove gli amici che mi hanno ospitato mi hanno detto di consumare carne di agnello e/o pecora tutto l’anno. Si usano molto le rostelle, come nell’Imperiese vengono chiamati gli arrosticini. E allora perchè in Piemonte i macellai pongono dubbi sul successo di un progetto di valorizzazione della carne ovicaprina????

Torniamo alle oscene campagne anti-agnelli (ma ormai anche anti-pastori, oltre che anti-carne). Si è visto di tutto, tranne che la verità, la realtà sull’allevamento ovicaprino, tra quelli sicuramente più estensivi e sani che vi possano essere, niente a che vedere con l’allevamento “lagher” di certi animali. Lo so che è difficile far capire perchè, di tanto in tanto, mi capita di avere uno scatolone di fianco alla stufa in cucina, con dentro un agnello avvolto nelle coperte di lana. Agnelli nati con qualche problema, fortunatamente spesso salvati con queste cure amorevoli aggiuntive. Credetemi, non è per “reddito” che lo si fa… Lo si fa per amore, per cuore, per sensibilità, e questo non contrasta con il macellare o far macellare l’animale. Semplicemente questo è ALLEVARE.

Buona Pasqua, a chi ci crede a chi non ci crede, a chi mangerà l’agnello, il capretto e a chi non lo farà. C’è la crisi, c’è chi fatica a mettere insieme un pasto normale quotidiano, altro che andare al ristorante per le feste, eppure tocca “spendere” per fare delle campagne per dire alla gente cosa mangiare. Un’amica mi ha consigliato un articolo sul consumo di carne e sulla “sofferenza” degli animali, ve lo suggerisco, l’ho trovato molto interessante. Mi permetto poi di riportare una nota tecnica scritta da una veterinaria in un commento sulla mia pagina facebook, tanto per completare l’informazione sulla macellazione degli animali e per continuare a “fare chiarezza”. “Per i non addetti ai lavori, vedere animali in fase di dissanguamento che si muovono, significa che l’animale è ancora cosciente. E non sanno che invece così non è, ma si tratta di contrazioni muscolari che continuano per molto tempo. Al punto che le mezzene a fine macellazione (animale, eviscerato, spellato completamente e diviso a metà), portato in cella frigo, mostra ancora fascicolazioni muscolari, e continuano finché c’è glicogeno nelle cellule (detta in parole povere)“.

Vorrei parlarvi…

Scusate l’assenza e perdonate in anticipo la scarsa, forse scarsissima presenza della prossima settimana, dovuta ad un insieme di impegni, imprevisti ed ordinaria amministrazione. Per gli amici liguri, raccomando fin da ora di non mancare venerdì prossimo, 29 marzo, a San Remo, ore 17:00, presso la Biblioteca, per la presentazione di “Di questo lavoro mi piace tutto”.

Bene, in questi giorni avrei voluto parlarvi del colpo di coda dell’inverno, che ha lasciato a terra neve fradicia che si è sciolta in fretta, persino troppo in fretta, complice un bel sole caldo e, ahimè, giornate di vento che hanno bloccato la crescita dell’erba, già “frastornata” dai troppi sbalzi di temperatura, ora sole caldo, ora brina, ora neve, ora tepore.

La necessità però di andare a dare una mano, specialmente quando c’era da spostare il gregge, mi ha spesso tenuta lontana dalla scrivania e dal computer. Poi, si sa com’è, uno parte ad un’ora, ma è illusione sbrigarsela in poco tempo, perchè quando sei con gli animali c’è sempre l’imprevisto dietro l’angolo, rappresentato da più nascite contemporaneamente, o un cucciolo che scompare, o una pecora che ha mangiato qualche pianta tossica in un mucchio di rami gettati al bordo di un bosco (potature di un giardino) e presenta sintomi di avvelenamento…

Vorrei parlarvi dell’abbandono che caratterizza quei posti dove la gente abita, senza vivere davvero il territorio. Case con giardini “artificiali” ben curati, ma appena fuori tracce di colture antiche che vanno a perdere, ex prati ormai invasi dai rovi o dal bosco, vigneti confusi in un viluppo di spine, liane, cespugli. Che differenza con altri luoghi poco lontani, dove il paese, la valle, non ha perso del tutto le sue connotazioni rurali e, soprattutto, di territorio dedicato all’allevamento!

Qui gli spazi sono rimasti pochi, i prati rimangono tali solo per “pietà” dei padroni, che faticosamente arrivano a trovare qualcuno che glieli tagli, a volte persino a pagamento. Che gioia quindi quando arriva il gregge! Perchè fa male al cuore vedere l’abbandono che avanza. Il bosco è bello, ma il paesaggio più gradevole è quello dove alberi e prati si alternano in un contrasto sempre diverso. Il prato è già verde quando il bosco è ancora spoglio, come oggi, in questo inizio di primavera timido e incerto.

Dove la gente ha cura degli spazi intorno alle case, l’erba è già più verde, più alta, complice anche l’esposizione favorevole al sole. “Vi avevo visti ieri dall’altra parte e volevo chiamarvi per dire di pascolare anche qui, avevo paura che non veniste… Almeno pulite tutto e non dobbiamo tagliare noi. E poi sono così belle da vedere…“, dice una signora anziana, memore di quando queste aree erano tutte utilizzate. Castagneti su ripiani ricavati grazie a muri in pietra, prati sfalciati, pascoli, campi, orti. Oggi al massimo hanno recuperato piccole porzioni di terra per piantare ulivi.

Vorrei parlarvi anche della premiazione del concorso fotografico Ri-scatti della Terra, organizzato dalla Regione Piemonte, che mi ha inaspettatamente vista vincere con la foto “Pascolo vagante in inverno”. C’erano anche altre immagini selezionate per la mostra tra le oltre 1300 partecipanti, che immortalavano la pastorizia o il pascolo vagante. E’ da illusi pensare che questo premio serva al pascolo vagante, però ho colto l’occasione per dire a tutti i presenti all’inaugurazione della mostra alla Reggia di Venaria che bisogna avere rispetto del duro lavoro del pastore. “Se incontrate un gregge lungo una strada, abbiate la cortesia di aspettare pazientemente senza suonare il clacson e senza cercare di infilarsi con l’auto tra le pecore!“.

Il sole e l’aria tiepida però sono durati poco e l’inizio di primavera ha portato giornate di cielo velato, aria nuovamente fredda e previsioni di pioggia. Nei prati, l’erba stenta a crescere, avrebbe bisogno soprattutto di sole e calore, anche di un po’ di umidità, visto che il vento ha praticamente annullato quella portata dalla pioggia.

Qua e là affiorano i segni di quando l’uomo curava davvero la terra: pietre di confine, muretti, ma basta guardare appena sotto al stradina sterrata che congiunge le borgate per capire come l’incuria ormai sia generale. Il fossatello non è più stato pulito e l’acqua scende ovunque, anche nella strada. In tempi abbastanza recenti qualcuno aveva messo delle canalette trasversali in legno per drenare, ma sono completamente chiuse dalla terra. Le borgate poi sono semi-deserte. Per trovare il padrone di una lista di erba verde tra una casa e il bosco ho suonato a 10 campanelli, senza che uscisse nessuno. Alla fine, da un balcone, si affaccia una donna: “Non abita qui, il padrone sta a Torino, non viene quasi mai… Una volta o due all’anno, ma fa tagliare l’erba da qualcuno d’estate, la lascia lì a marcire, quindi secondo me se passate con le pecore fate solo del bene…“.

Poi arriva la pioggia, all’inizio solo un’acquerugiola fine. Diverse pecore hanno partorito, così decidiamo di portarle nel prato all’interno della recinzione di una casa. Qualche ora dopo mi telefona la padrona per chiedermi se poteva dare il mio numero di telefono ad una signora che chiedeva come fare per avere un agnello per Pasqua… Quando questa mi telefonerà, ecco cosa mi dice: “E’ lei la padrona di quegli agnellini che ho visto nel tal posto? Volevo sapere se sono destinati alla strage di Pasqua…“. Ecco, di questo non avrei voluto parlare! Possibile che in un paese di campagna come quello in cui abito debba accadere questo? Possibile che non si capisca che un agnello nato da 4-5 ore non potrà essere macellato per Pasqua, che cade tra una settimana? Prima ho provato a spiegarglielo con le buone, poi ho capito che tanto non voleva capire e continuava a ripetermi gli stessi slogan. Avendo poco tempo da perdere, la cena sul fuoco e un agnellino scartato dalla mamma che aspettava il biberon, lo ho scortesemente attaccato il telefono dicendole che avevo altro di meglio da fare. Lo so che non si fa così, però a volte uno perde la pazienza!

Sarebbe meglio lasciar correre, ma…

Il pastore fa il suo lavoro, ma intorno a lui il mondo cambia. Oggi anche molti pastori, pur isolati per “necessità” (non c’è tempo per fare molto altro, a parte badare al gregge), hanno preso dimestichezza con le nuove tecnologie o hanno amici e parenti che vanno a trovarli mostrando loro immagini, video, articoli presenti in rete. In questi ultimi anni però, anche senza navigare in internet, capita che il pastore si trovi davanti, mentre sta guidando, un cartellone pubblicitario di grosse dimensioni che lo riguarda.

E’ vero, c’è chi mi dice di non prendermela, di lasciar correre, di non dare ulteriore spazio a queste “campagne”, ma questo blog è nato con lo scopo di far conoscere il mondo della pastorizia e quindi come si fa a non replicare a chi lo infanga con tonnellate di falsità, luoghi comuni, menzogne? Come si fa a non replicare a chi addirittura istiga a commettere atti criminali? Non sto esagerando, quelli che esagerano sono gli esaltati che lasciano le loro tracce in rete, con tanto di nomi e cognomi. Saranno una minoranza sul totale della popolazione, saranno solo una parte rispetto a chi fa la scelta di non cibarsi di carne per vari motivi (etica, salute, ecc.), ma come si fa a stare zitti quando addirittura ti mandano messaggi in cui ti augurano di morire (sgozzata come un agnello o persino di salmonella, visto che mangio la mia insalata concimata con il letame della stalla delle mie capre)?

Sia ben chiaro, io non ce l’ho con chi ha fatto una scelta, ma non posso tollerare  la vista di queste immagini senza senso. Quante volte avete visto su queste pagine agnelli e capretti con poche ore, addirittura pochi istanti di vita! Dovevo forse dire esplicitamente che il pastore fa il suo mestiere per viverci? “Li vendono per lucro!“, questo è un commento che ho letto stamane. Ma no? L’altro giorno ho scritto che mi capita di sorprendermi per certe idee che la gente ha della pastorizia, ma che si allevasse come lavoro era abbastanza scontato. Forse è necessario ribadire anche che il formaggio si fa solo mungendo l’animale femmina dopo che questo ha partorito. La lattazione ha un suo ciclo e va scemando, quindi per avere di nuovo latte serve una nuova fecondazione ed un nuovo parto (non è che, aperto il rubinetto, questo abbia un flusso continuo per sempre!). E agnelli, capretti, vitelli? Saranno maschi e femmine, in percentuale diversa, senza che nessuno lo possa comandare a piacimento.

In questi giorni ho aiutato Sonia de “Il pasto nudo” a scrivere un articolo su questo tema. Lo trovate qui. Sonia mi ha fatto mille domande, le domande giuste di chi si pone degli interrogativi concreti che vanno oltre gli slogan delle campagne contro “la strage pasquale”. Sonia tiene un blog di “cucina consapevole”, dice di essere una cittadina che sta in campagna, sa di non sapere e quindi si informa. Nel suo caso poi veicola quanto appreso al suo pubblico e quindi mi ha fatto particolarmente piacere essere interpellata e poterla aiutare, sempre in nome della corretta informazione. Per esempio spiegare che non si mangiano questi “cuccioli”… (E poi perchè insistere sul cucciolo? Ha un nome, agnello! Capretto! Perchè i bambini non li chiamiamo allora tutti poppanti??).

Ma soprattutto dire come funziona l’allevamento, perchè allevare tutti quei capretti carini e simpatici è contro natura, nel senso che in natura gli ungulati selvatici si regolano da soli e, in un gregge domestico, è impensabile avere 5, 10, 15 esemplari adulti del genere!! Si alleva da sempre, l’uomo è stato prima cacciatore, poi allevatore, ma l’evoluzione ha portato da una parte all’allevamento intensivo, dall’altra è rimasta quasi ferma alla pastorizia nomade o comunque ad un allevamento estensivo dove fieno ed erba sono i foraggi principali.

Per scrivere questo post mi sono messa a fare un po’ di ricerche on-line su quello che viene detto e scritto da coloro che propagandano il NO al consumo di agnelli e capretti a Pasqua. Ce n’è per tutti i gusti, specialmente in quest’epoca di comunicazione globale dove, tra blog, facebook, twitter e chi più ne ha, più ne metta, ciascuno può permettersi di dire qualunque cosa, vera o falsa che sia, trovando subito un folto seguito di gente che lo osanna o lo attacca duramente. Ci sono poi quelli che nemmeno ti lasciano lo spazio per ribattere, quindi ti prendi la “notizia” e te la tieni.

Io mi sono messa a scrivere questo post, nonostante tutto, quando mi hanno segnalato una pagina facebook che portava questo titolo “Gli allevatori ringraziano di cuore gli animalisti”, di una certa Barbara Vegana ecc ecc (dal suo profilo risulta essere un’…insegnante!!!). Non lo trovate più on-line, perchè, dopo averle scritto un messaggio e non aver avuto risposta, ho segnalato all’amministrazione di facebook un duplice problema ed hanno ritenuto opportuno chiudere la pagina. La signora infatti, per illustrare il suo pezzo, aveva usato una foto di questo blog! In quanto a contenuto… Insomma, si criticavano le iniziative di “adozione” degli agnelli pasquali, perchè queste danno profitto agli allevatori! “Chi ci guadagnerà saranno coloro che il prossimo anno ne alleveranno il doppio, il triplo, incastrandoci in un circolo vizioso simile a quello dell’usura! più se ne comprano oggi più se ne allevano domani. Come dire che l’agnello comprato oggi genererà la sofferenza di almeno tre suoi simili domani. Comprando agnelli si genererà anche la convinzione che tutto si compra, anche la vita“. E poi più avanti spiega a quale iniziativa faceva riferimento: “In questo articolo viene osannato l’operato di un signore che ha lanciato una campagna di acquisti di agnelli su facebook che ha raccolto ben 1000 euro da versare direttamente agli allevatori degli agnelli comprati nel numero di 10 e che ha visto la partecipazione di 30000 persone. http://www.facebook.com/photo.php?fbid=446848585384297&set=a.422859051116584.95107.422830654452757&type=1&theater La zona interessata da questa campagna acquisti è il biellese, nota per gli allevamenti di malgari, per la produzione di bovini, ovini e caprini, nota per la produzione della lana, dei formaggi e del latte. Chi ne uscirà davvero soddisfatto e vincitore saranno proprio loro, gli allevatori, felici che ci siano gli “animalisti” a risollevare le loro sorti, visto che negli ultimi anni stavano scomparendo……..” Vi risparmio il resto… Comunque, i suoi lettori si erano scatenati a tal punto che il tono era diventato questo: ” la vita NON si compra, ma solo si LIBERA” e si istigava ad andare a rubare (sic!) gli agnelli per poi liberarli in natura!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!

Visto che loro parlano di cuccioli, ve li immaginate questi terroristi esaltati che vanno a prendere agnelli di pochi giorni per “liberarli” nei prati, condannandoli davvero ad una morte di stenti, senza latte, senza calore materno… Ma anche quelli che vogliono “adottare” gli agnelli non hanno le idee ben chiare (questo almeno si documenta su di un sito adatto). Tra l’altro, quello nella foto, piccolissimo per essere un agnello, è in realtà un cane! Mi domando chi le paga, queste campagne, e se l’affissione di questi manifesti è regolare. Perchè poi le istituzioni (ministero dell’agricoltura) non si adoperano, specialmente nel periodo pasquale, per sostenere la carne italiana?

Che dire ancora? Non mi resta che, per l’ennesima volta, invitarvi a consumare meno carne “qualunque” e più carne genuina, allevata in modo “sostenibile”, così come sono gli animali portati al pascolo. Appurato che comunque non è un agnellino di 3-4 giorni di vita a finire in tavola, ricercate proprio l’agnello pesante, ITALIANO, che oltretutto ha una carne migliore e, nel rapporto quantità di carne/peso è maggiormente a vostro favore. Non volete mangiare carne? Consumate altri cibi, ma smettetela di dire falsità sul mestiere dell’allevatore! E, più in generale, informatevi bene su quello che mettete nel piatto, perchè io sono felice di affiancare un’insalata dell’orto alla bistecca, insalata cresciuta grazie al letame tolto dalla nostra stalla e non a concimi chimici! Si potrebbe andare avanti per ore, giorni, a disquisire su questi argomenti, ma non sono io la persona adatta, ve ne sono di ben più ferrate di me. Per quello che mi riguarda, io sarò ben contenta di rispondere a tutte le vostre domande su quali animali vengono venduti al macello, ampliando e andando nei dettagli dei singoli argomenti toccati da Sonia. E comunque, alla fine, buon appetito a tutti! State sereni, che i troppi pensieri e l’astio rovinano la digestione!