E’ una razza che appartiene al territorio dove vivo

Un’altra intervista on-line con una giovane allevatrice di capre dalla grande passione e tenacia. Avevo incontrato Jessica Bettoni ad una riunione di allevatori in alpeggio in Lombardia, poi le ho chiesto se aveva voglia di rispondere via internet alle mie domande. Se anche voi allevate capre e volete ricevere il questionario, scrivetemi!

Mi chiamo Jessica, vivo a Bienno in valle Camonica (BS). Il mio allevamento è composto da circa 130 capre di cui circa 100 sono in lattazione e le rimanenti sono la rimonta. La  razza che allevo sono le bionde dell’Adamello, una capra autoctona della nostra zona, una capra dal lungo mantello di due tonalità biondo chiaro e biondo scuro, sul muso hanno due striature bianche e la pancia bianca. Premetto che alleviamo questa capra perché mio papà la sempre allevata e poi perché appartiene al territorio dove vivo!

(foto J.Bettoni)

(foto J.Bettoni)

La passione per gli animali sicuramente me l’ha trasmessa mio papà, fin da giovanissimo aveva qualche capra e qualche vacca, però lavorava come muratore, poi quando si è sposato con mia mamma hanno creato la nostra azienda. La mia prima capra l’ho avuta quando avrò avuto tre anni, si chiamava Bibi e mi ricorderò sempre che aveva partorito e io sono andata a guardare il suo caprette e lei mi ha dato una cornata che in fronte avevo stampato la V. In azienda alleviamo anche una settantina di bovini di razza bruna italiana, 1 cavallo 7 pecore, i conigli e 6 cani, 4 li usiamo con le capre e con le vacche mentre due adesso sono in pensione. Le mie capre stanno all’aperto circa sei mesi, invece gli altri mesi li trascorrono in stalla, tutte a stabulazione libera, l’estate ci trasferiamo sulla malga Arcina sul comune di Bienno, d’estate non abbiamo solo i nostri animali, prendiamo in affitto anche vacche e capre, quest’anno mi sono occupata nel periodo estivo di 230 capre di cui 150 da mungere. 

(foto J.Bettoni)

(foto J.Bettoni)

Ho scelto le capre perché a casa ci siamo divisi i ruoli e siccome che le capre mi hanno sempre ispirato e incuriosito, ho preferito occuparmi di loro. Anche quando ero più piccola che tornavo da scuola correvo subito in stalla dimenticandomi di fare i compiti e studiare! La capra secondo me è un animale molto affettuoso, sono furbe, dispettose, indipendenti e quando mi guardano con quel muso buffo mi fanno ridere. Non riesco a dare i nomi a tutte anche perché sono tantissime, l’unica che ho battezzato si chiama Regina perché in mezzo a tutte si distingue.

Il momento più difficile che abbiamo incontrato è stato nel 2009 quando abbiamo dovuto abbattere tutto l’allevamento perché l’autunno in malga, mischiandosi con altre capre hanno contratto l’agalassia contagiosa e non si poteva far niente, l’unica soluzione è stata eliminare tutte le 150 capre. Pensando che era da poco che avevo preso parte dell’azienda mi son sentita morire, poi fortunatamente abbiamo ricominciato ad allevare e adesso a distanza di 7 anni ho di nuovo il mio stupendo allevamento. Sento che ho un legame forte con loro anche perché tante volte se mi muore qualche capra piango anche, e poi se le cose non vanno ti cadono le braccia a terra, ma poi mi guardo la mia azienda e mi rimbocco le maniche e parto a mille. 

La cosa che mi fa essere fiera del mio allevamento è quando partecipo alle fiere, anche quest anno alla fiera delle capre a Borno mi sono aggiudicata il titolo di regina della mostra, e anche alla fiera provinciale di Edolo della capra bionda mi sono aggiudicata la regina e miglior allevamento, questi sono momenti che mi fanno essere fiera di essere un’allevatrice.

(foto J.Bettoni)

(foto J.Bettoni)

Cerco di dividere i parti così posso avere latte tutto l’anno. Il nostro formaggio di punta è il Fatulì (presidio slowfood), che è un formaggio affumicato con ginepro, produciamo la formagella e la mista capra e mucca. La vendita avviene tramite mercati settimanali e fiere, di questo si occupa mia mamma, a lavorare il latte me la cavo, però ho ancora tanto da imparare da mio papà. La nostra è un’azienda famigliare c’è mia mamma Barbara che si occupa della vendita e quando è libera ci aiuta come può, mio papà Stefano che con la sua esperienza è sempre pronto a dare una mano in qualsiasi occasione e consigli, lui lavora sopratutto con il trattore e quando sono in piena lattazione con le capre mi aiuta a mungere, la mungitura avviene meccanicamente, poi c’è mia sorella Ylenia, lei si occupa delle vacche.

(foto J.Bettoni)

(foto J.Bettoni)

Mi sono diplomata in ragioneria ho lavorato per un po in uno studio da commercialista ma non era la mia vita, appena potevo dovevo evadere da quella stanza, allora parlando con i miei mi sono inserita nell’azienda e adesso lavoro a tempo pieno. L’aspetto più piacevole è quando le chiamo e arrivano tutte vicino, mi guardano, belano e tante vengono a farsi grattare come per dirmi” eccoci siamo qui!”. E’ indescrivibile l’emozione che provo…

Se qualcuno mi dicesse che vuol tenere le le capre gli direi subito che è pazzo! Ma non perché son gelosa che qualcuno apre un altro allevamento, anzi meglio, ma perché è un impegno, bisogna capire che non c’è né sabato né domenica, tanto meno Natale e Pasqua, non puoi chiudere la stalla il venerdì e dire loro: “ciao ci vediamo lunedì!!”. Riesco a staccare ogni tanto, ma non tanti giorni perché senza tutti i miei animali sento persa.

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Il libro sulle capre si farà

Una buona e una cattiva notizia. Ho trovato un buon editore per il libro sulle capre. Blu Edizioni, che 10 anni fa aveva pubblicato “Vita d’alpeggio”, è interessato al mio progetto. L’interesse è tale da volerlo con una scadenza abbastanza ravvicinata, quindi devo darmi da fare, scrivere i testi e concludere nel più breve tempo possibile le interviste. Ciò significa che mi dovrò concentrare specialmente su alcuni aspetti e aree che non ho ancora visitato. Mi spiace, non posso andare da TUTTI quelli che avrebbero avuto piacere di chiacchierare con me. Soprattutto, cercherò di vedere realtà di caseificazione, che sono quelle particolarmente interessanti per una certa fetta di lettori. Qual è la cattiva notizia? Scrivere sembra facile, ma è anche questa un’attività che richiede tempo. Quindi… a venire sacrificato sarà il blog. Non so come e quando riuscirò ad aggiornarlo. Di sicuro non quotidianamente.

Se ce la faccio a scrivere qualcosa mentre sono al pascolo delle mie capre, allora troverete articoli. Ma scegliere le foto, impaginare… ogni cosa richiede il suo tempo e devo dedicarmi soprattutto alle attività che (faticosamente) mi danno da sopravvivere. Parlando di capre… certo, potrei metterle nelle reti e dimenticarmi di loro dal mattino alla sera. Ma, come scriverò anche nel libro, sia che si scelga di tenere degli animali per passione, sia per attività remunerativa, è fondamentale aver cura di loro e delle loro esigenze, altrimenti è meglio lasciar perdere! Non mi interessa “avere delle capre”, cerco di fare del mio meglio per avere delle belle capre, in salute, anche un tantino viziate!

Sono sempre i benvenuti TUTTI i vostri interventi. Se mi chiedete il questionario, ve lo invierò e il vostro contributo andrà ad arricchire il libro. Molto gradite anche le RICETTE. Sto infatti cercando ricette (tradizionali e non), da tutta Italia, ma non solo, in cui si utilizzi la carne di capra (e capretto). Eventualmente anche ricette con formaggio e ricotta di capra. Anche queste verranno inserite nel libro. Se poi avete anche una foto che le illustra, tanto meglio! Scrivetemi

Ogni storia che abbia a che fare con le capre è gradita. Per esempio mi ha scritto Elena da Avigliana: “Ho richiesto il modulo per l’intervista, ma mi sento un po’ troppo al di fuori per far parte di questo. Mi interessava in qualche modo venire in contatto con lei che stimo per quel che fa. Ho quasi sessant’anni ed ho le capre cachemire dal 2012, anno in cui ho anche acquistato due femmine di asina di Martinafranca. Tutto questo in seguito alla morte di mio padre che dal 1986, andando in pensione, ha allevato cavalle trotter. Abbiamo origini contadine e sempre io ricordo cavalli al nostro fianco. Era appassionato di attacchi ed abbiamo ancora numerosi calessi, ecc. Quando è mancato nel 2011 ha lasciato l’azienda a mio fratello, più piccolo di me di 12 anni. Andrea è avvocato ma ha sempre fatto parte dell’azienda come coadiuvante grazie al fatto che è perito agrario. Contestualmente ai cavalli in pensione ha inserito l’allevamento di vacche piemontesi, ora ha dieci femmine, cinque vitellini e tre manze. Ci sono poi dieci pecore biellesi di cui curo la lana. Io ho invece, sempre con il suo codice stalla, quattordici capre cachemere e due asine dell’allevamento Basile di Martinafranca che per il momento ho rinunciato ad ingravidare dopo diverse vicissitudini. Mio padre già aveva capre tibetane, abbinate ai cavalli, per il prato, ecc.  Perché cachemere? Perché sono appassionata del cachemere, prima che mancasse mio padre avevo acquistato un telaio e proprio il giorno in cui ho acquistato la lana in val Maira, papà ha avuto un infarto e tre giorni dopo avevo già un nuovo lavoro che mi ha tolto questa fantasia. Al mattino 4 giorni la settimana mi occupo degli animali; io veramente sono un’astrologa e questo è il mio lavoro principale.  Perché le capre? Perché sono intelligenti. Non so, c’è un feeling. Mi piace vederle pascolare, così come mi piace contemplare il fuoco e le onde del mare. Adoro le immagini dei nomadi.

Fare qualcosa che mi permettesse di continuare a vivere qui

I cartelli per raggiungere l’azienda “La capra canta” sono sulla strada principale, ma poi si inizia a salire, salire, salire. Prima villette residenziali, poi case ristrutturate, giardini, prati ed infine boschi. La pianura si estende sotto di noi, dall’altra parte invece le creste salgono verso le montagne ancora innevate. Siamo in bassa val Pellice, a Bibiana, sul confine tra le provincie di Torino e Cuneo. Vado ad incontrare Luisella, classe 1980, che ha conseguito la mia stessa laurea in Scienze Forestali e adesso alleva capre e produce formaggio.

C’è ancora la gran parte dei capretti, sia quelli che Luisella alleverà, sia quelli che verranno acquistati da altri allevatori. Si tratta di capre di razza Camosciata delle Alpi, una delle preferite per chi sceglie la mungitura, insieme alla Saanen. Prima di arrivare alla stalla delle capre, siamo passate in una stalla più vecchia, dove ci sono dei bovini di razza piemontese. “Abbiamo sempre avuto vacche. Io mi sono laureata nel 2007 e ho deciso di provare con questo, insieme a mia sorella. L’idea è nata dal fatto che, per vivere e lavorare qui, ci voleva un mestiere che piacesse. Le vacche sì, ma le capre mi piacciono di più, sono anche più adatte alle donne, secondo me.

Abbiamo iniziato con quindici caprette e un becco, le ho prese piccole, di due mesi, e me le sono allevata. Avevamo una stalla piccola. Ho scelto questa razza perchè tutti dicevano che è più rustica rispetto alle capre bianche, ma mi piacevano anche di più.” Man mano le cose hanno iniziato a funzionare, le due sorelle si sono aiutate a vicenda, dal 2011 c’è la stalla nuova e anche il caseifici, realizzato con l’aiuto dei fondi del PSR.

Ho imparato a caseificare dai libri, ho seguito dei corsi di aggiornamento a Moretta, ho fatto molte prove. All’inizio provavi, buttavi, quelli più riusciti li regalavi agli amici. Adesso caseifico da dopo Pasqua fino a Natale, vendo soprattutto ai mercati, ne faccio tre alla settimana, poi consegno ad alcuni negozi. Mi hanno cercata loro, c’è gente che ha negozi di cose un po’ particolari, cerca i prodotti alle fiere, assaggia, poi ti contatta.

Luisella mi spiega che, lei e sua sorella, si scambiano i ruoli, ma tutte e due sanno fare ogni lavoro necessario in azienda. “Sui mercati vado io, perchè lei ha tre bambini. Poi cerchiamo di fare le ferie, io d’inverno e lei d’estate quando c’è meno vendita ai mercati. Io invece vado a Capodanno, quando non c’è la trasformazione. Il primo anno, non sapevamo se, dopo la pausa invernale, i clienti sarebbero tornati. Ma se hai il prodotto buono e spieghi come fai, la gente ci crede  e resta fedele.

Anche sul cammino di questa azienda ci sono stati degli ostacoli e delle difficoltà. Nel loro caso si tratta di alcuni vicini che, pur non risiedendo lì, nei weekend sono stati infastiditi dai lavori necessari prima per la realizzazione della stalla, poi per le normali attività agricole che, come ben sappiamo, non conoscono giorni di festa. Il tutto non si è limitato a qualche lamentela, ma purtroppo si è passati anche alle vie legali.

Un’altra difficoltà è quella della competizione scorretta sul mercato. Fatichi a far capire alla gente che per alcuni mesi non ci sarà prodotto, anche perchè ci sono altri che invece ce l’hanno. Qualcuno destagionalizza i parti, ma molti altri spacciano i formaggi per artigianali, quando invece non hanno nemmeno le capre! Io sono contenta di aprire la stalla e farla vedere ai clienti. Questo è il valore aggiunto del produttore, far conoscere la realtà in cui si lavora.

La soddisfazione sono i clienti che tornano tutte le settimane. Faccio lavorazioni lattiche e presamiche, la ricotta è molto richiesta. Forse metterò in produzione una toma alla lavanda che so provando a fare. I contatti con gli altri allevatori ci sono, anche Facebook aiuta molto, ma è un mondo particolare in cui c’è molta gelosia. Io ho dovuto imparare dai libri, perchè nessuno mi voleva insegnare. Certo, fai fatica ad imparare e così certi decidono di non insegnare ad altri, che si arrangino pure loro. Però lo scambio è sempre importante, mentre insegni impari anche qualcosa. Io do la mia disponibilità anche se mi sono aggiustata da sola.

Dante si paragonava ad una capra

C’è stata una nevicata tardiva, ma il sole scalda quei versanti ben esposti della Valle Maira. Siamo in bassa valle, a San Damiano Macra e, al fondo del paese, si svolta a destra, inerpicandosi verso la borgata Podio.

Lo Puy, come dice il nome, è collocato su di un poggio. Ormai qui regna l’abbandono quasi totale, ma, specialmente con la neve, tutti i versanti intorno alla borgata mostrano ben evidenti i segni dei terrazzamenti. Un tempo era tutto coltivato, sfalciato, pascolato…

Non ci sono grossi cartelli che portano all’azienda Lo Puy, solo frecce in legno disegnate a mano. Ma la gente comunque arriva, i prodotti sono rinomati. Sarà lo stesso Giorgio, più tardi, ad ammettere di aver “sempre curato poco le relazioni con il pubblico, ma la Val Maira è seguita dal turismo. E’ stato soprattutto un passaparola.

Il punto vendita è ancora chiuso, l’attività di produzione dei formaggi sta appena per ricominciare. Si vende qui, si forniscono negozi e ristoranti, poi c’è anche l’agriturismo che assorbe parte dei prodotti. Il casaro è lo stesso Giorgio, che ha imparato “…facendo, leggendo, chiedendo. Ho seguito i corsi delle cattedre ambulanti di Moretta che si sono tenuti in valle, ma sono stato anche in Provenza per gli aggiornamenti. Molto è frutto dell’esperienza. Seguo vari modi per fare la cagliata lattica, ma quel che conta specialmente è la stagionatura, un aspetto che da noi è spesso trascurato, oppure certi metodi sono addirittura impediti dalle normative.

Anche l’agriturismo “La Chabrochanto” è ancora chiuso. “Anche se i formaggi si vendono bene, lavori sempre e non paghi comunque tutti gli investimenti fatti, anche se siamo stati aiutati dai finanziamenti ricevuti. Ci sono i mutui da pagare… L’avessi saputo subito che le cose andavano così, l’agriturismo non lo avremmo fatto. Troppi costi. Tanti sacrifici e ci sono comunque quei momenti dell’anno che non hai nemmeno i soldi per pagare un paio di scarpe…

Mentre aspetto Giorgio, mi intrattengo con gli unici altri abitanti della borgata: alcuni gatti che si godono il sole. “Quando ho finito gli studi, volevo comunque tornare in montagna. Parte delle mie origini sono in Valle Po, ma lì mia moglie, che è medico, non aveva sbocchi professionali. Siamo stati un anno e mezzo in Val Grana, poi abbiamo trovato qui della terra e delle case da ristrutturare. Abbiamo scelto il posto perchè era tutto abbandonato e non c’erano altre aziende agricole, non c’era concorrenza.

Le prime capre le abbiamo prese nel 1999. All’inizio avevamo bestie di diversa provenienza, “nostrane”, sperando che fossero bestie che, come un tempo, producevano bene anche con pascoli poveri, ma i capi buoni si sono persi. Mungevamo troppo poco, così abbiamo scelto di prendere delle bianche, delle Saanen. Abbiamo scelto quelle perchè, all’epoca, in Piemonte, c’era già una buona selezione sulla razza. La selezione però non ha fatto perdere la rusticità, così stiamo al pascolo al’aperto fin quando si può.

Tutta la famiglia lavora in azienda: oltre a Giorgio, c’è il figlio Mario, il maggiore, che presto farà l’insediamento. “La figlia e la moglie lavorano soprattutto all’agriturismo, ma adesso la figlia studia ancora e mia moglie ha ripreso anche il lavoro da medico per far quadrare i conti. Poi ci sono i tre figli piccoli che vanno ancora a scuola. Inoltre c’è Lara che ha una decina di capre in società con noi, anche se lei soprattutto si occupa delle ceramiche.

Fin da giovane frequentavo i pastori, non ho mai concepito l’allevamento senza fare formaggio, è il senso ultimo della pastorizia. La vocazione della capra è il latte e il formaggio, il capretto è un sottoprodotto, è inevitabile mangiarlo, i capretti maschi non si allevano. Come numeri, non si possono tenere troppe capre, sia per il territorio, sia perchè la capra è gerarchica, fanno gruppi, si dividerebbero, non si potrebbero gestire.

La nostra chiacchierata avviene fuori dalla stalla, con i cani intorno, seduti su dei tronchi di legno. “Le soddisfazioni sono quelle di tagliare un buon formaggio e condividerlo con gli amici, oppure mangiare un buon capretto alla brace, o anche la capra anziana che ti ha accompagnato per degli anni. Poi la relazione che hai con gli animali andando al pascolo… Se non potessi andare al pascolo, non alleverei! Il capraio è spesso un mestiere “di ritorno”, trovi anche tanta gente “assurda” che ha fatto ogni tipo di mestiere prima. La capra è più intelligente, con lei hai un rapporto migliore. Dante si paragonava ad una capra, mentre i conformisti erano pecore matte…

La borgata torna viva solo d’estate, quando qualcuno torna alle case di origine. Adesso anche le ristrutturazioni sono ferme, ma servirà ancora del tempo (e dei soldi) per terminare tutto. Giorgio mi racconta anche disavventure burocratiche, la capra che pascola in bosco non è consentita, “…ma quelli erano prati, campi, la capra cerca di ripulire! L’università fa gli studi sul pascolamento sostenibile, ci mandano su i tesisti, ma poi ci tolgono i contributi perchè dicono che dalle foto aeree c’è troppo bosco e quindi sosterrebbero che non pascoliamo. Non puoi nemmeno insistere troppo, perchè altrimenti ci multano persino perchè non si potrebbe andare con le capre nei boschi…

Prima di ripartire, passo ancora da Lara, a vedere l’esposizione delle sue opere. Pregevoli lavori in una bellissima ambientazione… Ma le difficoltà, per chi ha scelto di vivere e lavorare quassù, sono davvero tante. Come sempre, un conto è teorizzare il ritorno alla montagna, un altro è viverlo sulla propria pelle.

Per chi si fosse incuriosito, intanto consiglio di fare un giro in Valle Maira, dove l’architettura delle povere case di montagna presenta dettagli veramente unici. Questa invece è la pagina de Lo Puy. Per chi conosce il film “Il vento fa il suo giro”, le capre del pastore erano state imprestate da questo gregge!

Il bello delle interviste

Ieri ho avuto l’inaspettato onore di finire sulle pagine di Torino de “La Repubblica”. Non tanto una recensione del mio libro “Pascolo vagante 2004-2014”, quanto piuttosto un’intervista personale. Ovviamente su questo blog tutto quello che scrivo è in un certo senso “personale”, dato che si tratta di idee, pensieri, momenti della mia vita. Quasi mai però ho parlato in senso stretto di vita privata, cosa che invece piace molto ai giornalisti… perchè interessa ai lettori! Ci sono on-line mie interviste video che risalgono ad uno specifico momento della mia vita, ma sappiamo tutti come le cose possano cambiare, nel bene o nel male.

Chi mi contatta per parlare di questi temi, spesso ignora come io non faccia più parte dal di dentro del mondo della pastorizia. Certo, quello resta il mio mondo, la mia passione, la maggior parte dei miei amici sono allevatori (pastori vaganti, ma non solo!!). Vuoi o non vuoi si finisce per parlare di quegli argomenti, le mie telefonate e sms trattano spesso di “erba” (quella dei pascoli!), la mia bacheca di facebook vede scorrere post di amici che pubblicano immagini di capretti, vitelli, greggi al pascolo.

Nell’articolo di Repubblica le mie parole sono state abbastanza rispettate, anche se emerge che io avrei vissuto 10 anni come pastore. Chi mi conosce sa che questo mio percorso è stato graduale e, solo negli ultimi anni, ho poi avuto modo di prendere parte all’attività pastorale quasi a tempo pieno per un certo periodo.

Per quanto riguarda il finale dell’intervista, la domanda non era propriamente stata “tornerà a vivere tra di loro?”. Ho semplicemente spiegato come difficilmente il mondo della pastorizia e dell’allevamento in generale potrà uscire dalla mia vita, dal momento che anche la mi attività di scrittrice mi porta comunque ad occuparmi di questa realtà, che conosco ormai così a fondo. In questo momento ovviamente prevale la narratrice, non avendo animali di proprietà, ma non ho detto che sia impossibile scrivere mentre si lavora con il gregge, ne sono testimonianze le mie ultime pubblicazioni. Certo, sarebbe impossibile lavorandoci a tempo pieno, perchè ben sappiamo quanto lavoro richiedano gli animali, specialmente poi se gestiti con il pascolo vagante. Sul mio futuro… piacerebbe a tutti conoscerlo, ma il dono divinatorio non lo possediamo!

Di tutto un po’

Mentre “Lungo il sentiero” si prepara ad un tour autunnale piuttosto impegnativo, si lavora anche alla realizzazione del libro fotografico dedicato ai miei dieci anni di pascolo vagante, 2004 – 2014, in uscita per Natale.

Ecco il prossimo appuntamento con le presentazioni del romanzo (Pramollo, TO, ore 15:00, domenica 7 settembre). Qui il calendario completo degli appuntamenti e qui le recensioni. La scorsa settimana invece sono stata ospite della trasmissione “Il posto delle parole” su TSR Radio Savigliano e qui potete riascoltare l’invervista.

Mi segnalano questa iniziativa, che potrebbe interessare i Lettori del blog: “adotta una mucca” in Valle Grana a Coumboscuro, per realizzare un progetto agricolo a sostegno della Scuola provenzale.

Un appello da parte di amici del blog. “A voi che vi occupate di alpeggi mandiamo il nostro appello per il nostro cane smarrito. Chissà’ che il popolo della montagna ne sappia qualcosa. Grazie Alessandro 334.9453405

(foto B.Martinasso)

(foto B.Martinasso)

Per concludere, un aggiornamento ai “monumenti pastorali” incontrati qua e là. In Norvegia si possono fare questi incontri, in piccole cittadine…

Bisognava andare nel Monferrato!

Procede lentamente a piccole tappe il lavoro per il film sui pastori. Ci mancavano le immagini invernali, quelle con la neve, tanto suggestive per il pubblico quanto sgradite ai pastori, ma quest’anno il meteo non ci ha davvero aiutati (a beneficio della pastorizia!). Quindi ci siamo recati nel Monferrato in una “normale” giornata di questo strano inverno.

Era comunque una tappa obbligata, quella tra le colline. Il Monferrato infatti da sempre è la terra dove greggi e pastori andavano a svernare. Solo che quest’anno i prati ondulati non sono gialli, bruciati dal gelo come spesso capitava in questo periodo dell’anno. I colori ricordano maggiormente quelli che si vedevano nel mese di marzo.

La troupe si lascia “incantare” dai tanti piccoli/grandi momenti che possono essere filmati in mezzo al gregge. Dopo la tappa con la transumanza in Val Chisone, questa è la seconda volta che facciamo visita a questo pastore vagante. Quanti chilometri sono passati, dalla vallata alpina a queste colline a pochi passi da Asti!

Con un gregge del genere e in un panorama così vario ogni istante c’è da scattar foto o far riprese. Il pastore cerca di convincere il gregge a pascolare in un prato più povero, in attesa di tornare in un prato “nuovo”, con bella erba verde e succosa. Il problema di questi giorni è stata la pioggia e il fango prima, poi il terreno ancora inzuppato dopo. Il buon pastore, che rispetta la proprietà privata e il lavoro dei contadini, sa che certe zone sono off limits, quando troppo fangose: “Ho lasciato indietro tanta di quell’erba… ma come si faceva? Sai com’è la terra qui…

C’era anche un altro valido motivo per incontrare proprio in questi giorni Fulvio. La presenza della figlia Milena, che studia e abita in Inghilterra, ma approfitta di tutte le vacanze per rientrare in Piemonte e stare un po’ con il papà e gli amati animali. Non è stato immediato riuscire ad intervistarla, ma poi poco per volta si è “sciolta”, rivelandoci sogni e progetti. “Dovessi prendere io una decisione, farei una stalla dove mettere le pecore quando partoriscono, per i primi tempi, in modo che non ci sia da portarsi dietro gli agnelli. Ma non qui ad Asti, qui non mi piace, non mi è mai piaciuto. Preferisco la zona di Pinerolo. Sarà perchè sono nata lì…

E l’archivio di belle scene di pascolo si allunga quando il gregge si sposta. La giornata non è delle migliori, ma almeno non sta piovendo, nonostante le previsioni avessero annunciato qualche precipitazione. Per quel giorno il gregge è abbastanza “fermo”, nel senso che ci si sposta di prato in prato, ma senza dover “far strada” e andare altrove.

Il pastore ha degli aiutanti, ma uno in particolare ha una storia da raccontare. Cerchiamo di convincerlo e così poi ci ritroviamo ad ascoltare una storia di emigrazione, difficoltà e passione per la pastorizia. Anche Fulvio parla del suo braccio destro: “Un vero pastore. Di lui mi fido ciecamente. Quando l’anno scorso ho avuto problemi di salute, lui e suo fratello gestivano il gregge, io andavo solo a spostare la macchina e il rimorchio. Oltre a saperci fare con le pecore, ci sa fare con la gente, con i contadini.” E Costel è riconoscente per la fiducia accordatagli da Fulvio, che per lui non è un padrone, sicuramente non come il primo incontrato al suo arrivo in Italia… “Se poi la figlia dovesse andare avanti lei, io la aiuterò. Io ormai sono tre anni che sto con Fulvio, ho imparato tanto.” E l’intesa è evidente, il pastore ed il suo aiutante si capiscono anche solo con un gesto, uno sguardo.

Ogni incontro, nel mondo della pastorizia, è una storia che può anche essere commuovente, toccante. Vorremmo tornare da Fulvio per assistere e riprendere le operazione di carico degli animali sui camion, nel momento della transumanza di fine primavera. Speriamo in quell’occasione di avere da parte sua una di quelle frasi memorabili che servano a “chiudere” l’episodio. Lì tra le colline un contadino alla guida di un trattore che trinciava rovi e un boscaiolo più lontano, con la sua motosega, ci hanno rovinato l’atmosfera.

Il gregge in movimento è una sottile linea bianca, in questa campagna dai colori ancora tenui. Il cielo è grigio di nuvole primaverili, gli alberi sono ancora spogli, i campi che hanno patito meno la pioggia sono di un bel verde… ma non è quel verde squillante che tingerà le colline di qui a un mese o poco più.

C’è un colore anomalo, il giallo di certi campi di grano. Qui se ne vede solo una striscia, ma altrove la quasi totalità dei campi di questo cereale sono gialli per la troppa umidità. Sotto la neve pane, sotto la pioggia fame… “Il contadino ha detto di provare a pascolarli, se asciuga un po’, perchè magari così la pianta ributta da sotto. Ma quel colore lì non le attira nemmeno!

Quante cose non ho detto!

Non so se sia normale, dopo un’intervista in TV, radio, ecc avere mille rimpianti per tutte le cose che si sarebbero potute dire e che invece in quel momento non sono venute in mente.


Ecco il video della mia intervista di ieri presso gli studi di TV2000, per chi ancora non l’avesse visto. A parte il fatto che si sarebbe parlato della pastorizia con la neve (da cui le immagini che avevo inviato affinchè fossero usate come sfondo), non avevo avuto alcuna informazione sui temi dell’intervista. Un’occasione persa? Tra le tante, quella di dire che, nella mia non-giornata tipo (il conduttore è tornato due volte sull’argomento, ma io non ce l’ho una giornata “tipo”!) si cerca  se possibile di trovare tempo per aggiornare il blog. Sarà per un’altra volta… anche se spero di cambiare TV, a questo punto!!!

Lavoro in alpeggio, ma prima…

Continuo a ricevere decine e decine di e-mail di persone (uomini e donne) di tutte le età che mi chiedono informazioni per andare a lavorare in alpeggio. Io non posso far altro che chiedere di scrivere un annuncio e poi pubblicarlo nella pagina di questo blog dedicata appositamente a questo spazio. La maggior parte di loro afferma di non avere nessuna esperienza e questo è il “limite” più grande per due motivi. Innanzitutto sarà difficile che un’azienda (ammesso che venga a consultare queste pagine) chiami una persona che non ha mai avuto a che fare con gli animali. Se uno ha bisogno di una mano, è perché ha davvero una carenza di personale, quindi non può e non riesce a spendere troppo tempo per insegnare il mestiere. Il secondo punto critico è che chi non ha esperienza, spesso ha un’idea fortemente romantica e poco pratica della vita d’alpeggio. Messi alla prova, molti si scontrano con una realtà dura, che richiede non solo fatica, ma anche orari che vanno ben oltre le otto ore, scarsissime possibilità di “godersi la montagna” e di avere tempo libero, paghe sicuramente non rapportate al numero di ore dedicate, perché il settore non può permettersi stipendi elevati.

Voglio però raccontarvi una storia dove l’approccio alla vita d’alpeggio avviene per passi. Isabelle racconta: “Sono cresciuta in montagna, ho provato per qualche anno a stare in città, ma non mi piaceva, mi mancava troppo il mio mondo, dovevo ritrovare il mio ambiente. Ho provato varie scuole, ho studiato in Italia fino al primo anno di liceo, poi ho fatto un anno in Svezia, quindi in Francia ho dovuto riprendere tutto il liceo da capo perché non mi riconoscevano gli anni fatti altrove. Ho fatto una scuola pedagogica, ma alla fine non mi andava… Ho poi scoperto su internet che c’erano dei corsi da pastore in Svizzera. L’avessi saputo prima, c’era anche un corso per il pastore d’alpeggio nei Pirenei, vicino a dove stanno ora i miei genitori.”

Isabelle ha la nazionalità Svizzera, ma dice di sentirsi Europea. “Sono tre corsi a pagamento, teoria, ciascuno composto da qualche giorno di fila di lezione. Ci fosse stata una scuola più lunga e completa, l’avrei fatta! Un corso è sui cani da protezione, cani da lavoro, problema delle predazioni, come riconoscere il tipo di attacco, se è il lupo, l’orso, la lince… L’altro è sul pascolo, le erbe, i sistemi di pascolo (pascolo libero, recinti fissi, pascolo con pastore e recinto solo per la notte). In Svizzera gli allevatori ricevono contributi diversi a seconda del sistema usato, chi ha il pastore sempre, prende più soldi. L’ultimo (ma li puoi fare nell’ordine che vuoi tu) è sulle razze di pecore, le malattie, come funziona la digestione e i trattamenti sanitari da fare prima di salire in alpe. In media c’erano 15 persone per corso.

Oltre alla teoria, per ricevere il diploma da pastore e potersi offrire per condurre un gregge in alpeggio, ovviamente è necessario un periodo di pratica. “…almeno 3 settimane in stalla. Io ho fatto due mesi e mezzo in Germania con delle pecore da latte di razza Frisona, lì ho fatto pratica con la mungitura ed ho vissuto il periodo delle nascite. Poi adesso sto facendo lo stage per l’alpeggio: devi fare almeno due mesi e mezzo… Sei tu a scegliere dove, quando però ho detto che lo facevo in Italia, mi hanno detto che dopo devo fare ancora un mese in Svizzera per avere il diploma, ma spero di no, io voglio fare bene la stagione qui.

Non è la prima volta che vi parlo di formazione, sapete che stiamo cercando di avviare qualcosa anche in Italia e la storia di Isabelle è molto utile non solo per prendere spunti, ma anche per capire come potranno essere gli allievi. Serve una fortissima motivazione. “Il diploma ti qualifica come pastore di pecore, anche se di esperienza ne devi fare tanta. In Svizzera c’è richiesta, con il lupo e l’orso devi avere il pastore. Gli allevatori sono piccoli, magari fanno anche altre attività, per mandare le pecore in alpe le mettono insieme e pagano un pastore. Ho una sorella che va in alpe in Italia, con le capre. Avevo preso da lei il libro “Dove vai pastore?” e lo leggevo in tram mentre andavo a lavorare con i bambini di un doposcuola. Leggevo il libro e, con il pensiero, andavo al mondo della montagna, dei pastori, che mi mancava… Io sono un tipo da stare fuori, fin da bambina mi piaceva stare fuori nella pioggia, nella neve. L’altro giorno che qui nevicava e grandinava, per me non è stato un problema, anzi, mi piaceva! Mi piacciono gli animali, la natura. Quando ero piccola abbiamo sempre avuto animali, anche se non in grande numero. Questi sono lavori che alla sera sei soddisfatto, non devi stare lì a chiederti a cosa serve la vita…”.

Anche perché alla sera molte volte sei troppo stanco per farlo, quando mangi cena alle 22:00 o anche oltre e subito dopo crolli sul letto. “In stalla il lavoro era più duro fisicamente, in tutto ho portato più di 3.000 litri di secchi di latte! Però sto imparando di più qui, all’aperto, al pascolo. Sono abituata alla vita semplice, dove abitavo da bambina non c’era la strada e scendevamo a scuola a piedi. Non c’era la Tv, non c’era il telefono e nemmeno l’acqua calda in casa. Io mi arrampicavo dappertutto, sulle rocce sugli alberi! Ho fatto anche tanto sport, ho giocato per vari anni a calcio. Per lavorare con gli animali deve piacerti, ma devi anche saperlo fare. Io sono una persona che osserva molto e questo è fondamentale, fare attenzione al singolo per sapere come stanno.

La storia di Isabelle è sicuramente fuori dal comune. Racconta di viaggi in bicicletta dai Pirenei all’Italia, di avventure vissute quando lei e le sorelle erano bambine. Parla sette lingue, compreso lo Svizzero-tedesco e, nei Pirenei, aveva fatto un corso facoltativo di Occitano, quindi scommetto che, per la fine della stagione d’alpe, i pastori non potranno più parlare in patois “alle sue spalle”! “Sono cresciuta in Italia, queste sono le montagne dove mi sento più a casa. In Italia mi sento più libera, in Svizzera mi sarei sentita meno sicura di me stessa, L’Italia ha una natura più selvatica, la Svizzera è troppo “giardino”. Avevo chiesto ad un’azienda svizzera che era nell’elenco di quelle che accettavano persone in stage, ma non mi hanno voluto perché hanno detto che avevo il cane giovane e loro ne avevano anche già uno da addestrare, quindi non andava bene. Forse era una scusa…”.

Lei infatti è arrivata in Piemonte con il suo cane, Coco, una border collie di un anno d’età. “Ho investito tanto tempo ad addestrarla. La scorsa estate infatti ho lasciato il mio lavoro per fare quello che volevo davvero. Avevo tanto tempo libero e l’ho dedicato ad addestrare lei. Prima le ho insegnato a sedersi e fermarsi, poi ad andare via e tornare piano, ho insegnato tanto attraverso il gioco. La prima volta con gli animali è stato con sette pecore che mia sorella aveva in guardia, per abituarla. Poi in stalla, ma era diverso rispetto a qui. Ho preso un border collie perché volevo fare questo lavoro, è stato il punto di partenza. Ci deve essere un po’ di coraggio per realizzare le proprie idee, no?”.

A lei il coraggio non sembra mancare! Il pastore le insegna i gesti quotidiani, cosa fare nel recinto prima di andare al pascolo, poi come condurre il gregge, come utilizzare il pascolo. Le fa anche delle domande per metterla alla prova: “Se fossi da sola e succedesse un incidente, se delle pecore passassero in un buco della valanga o se arrivasse il lupo e te ne sterminasse una parte cosa faresti?”. In futuro dovrà poi essere lei ad affrontare in autonomia tutte le situazioni. “Per il futuro vorrei fare anche un’inverno fuori. Magari un giorno vorrei prendere degli animali miei, delle pecore da latte. Il mio ragazzo è Svizzero, lui lavora il legno, è più per la stabilità, ma è d’accordo se io parto tutte le estati per fare le stagioni in alpeggio. Camminare in montagna gli piace, ma non conosce la realtà di questo mestiere. Poco per volta però sta facendo cose che prima non faceva: è venuto a stare in Italia, abbiamo iniziato insieme a fare l’orto…”.

E così Isabelle sta facendo la sua stagione di prova/apprendimento in alpeggio. Rimpiange la brevità dei corsi fatti, che però (anche se solo teorici) sono stati un buon inizio. Speriamo che presto, anche in Italia, si possa realizzare qualcosa del genere, per dare la possibilità a tutti coloro che vorrebbero provare questa vita di apprendere e fare un periodo di pratica, per poi decidere/capire se questa potrebbe essere la strada per il futuro.

L’intera intervista

Credo che siano tante le persone a fare dei mestiere a loro dire “normali”, ma che riscuotono interesse in chi li vede dal di fuori. Comprendo che la mia vita possa sembrare strana e curiosa, in tanti faticano a capire perchè, con una laurea in tasca, uno debba andare a fare “quella vitaccia” al seguito di un gregge. Io non mi definisco affatto “pastore”, al più “pastore part-time”… Comunque recentemente c’è stato chi mi ha intervistato e chi mi sta filmando. Vi propongo qui il testo integrale dell’intervista rilasciata a Erica Vagliengo, che conosco da anni e che ho incontrato recentemente durante il convegno al GAL (presso cui attualmente lavora). On line trovate questo articolo.

INTERVISTA A MARZIA VERONA

SCRITTRICE-PASTORE

di Erica Vagliengo

 

La passione, a volte, ti porta in alto, non solo in senso metaforico, ma veramente, su pascoli erbosi, ai piedi di cime innevate, in alpeggi di alta montagna. E tutto perché, un giorno di dieci anni fa, incontri un pastore  che “mi parlò del pascolo vagante. Fu come uno di quei semi che riescono a trovare chissà come il modo di germogliare nei posti più impensati. Era il 2003 e da allora sono successe tante cose.” Quella vita, lei, Marzia Verona, scrittrice, pastore piemontese, l’ha osservata, fotografata, ascoltata , vissuta ed è diventata la sua.

– Buongiorno Marzia, come si vive da scrittrice-pastore: raccontaci una tua giornata tipo

Non c’è una giornata tipo, ogni giorno è diverso, per me che cerco di barcamenarmi tra i miei lavori come tecnico-consulente, scrittrice ed aiutante del mio ragazzo, che invece è pastore full-time da sempre (a 15 giorni di vita era già in alpeggio). Al mattino ci si alza abbastanza presto, specialmente in montagna. D’inverno invece ce la prendiamo un po’ più comoda e raramente la sveglia suona prima delle 6:30. Io a volte vado ad aiutare al pascolo o quando c’è da spostare il gregge in punti impegnativi, attraverso strade trafficate o quando si cammina per diversi chilometri e c’è da spostare l’auto. A casa l’aiuto che posso dare in questi giorni è andare alla stalla dove abbiamo le capre con i capretti, controllare le nascite, aggiungere acqua, fieno… Poi ci sono i lavori casalinghi, preparare la cena, ma anche il pranzo da portare al pascolo per Claudio ed il suo socio. Tante volte per lui la cosa più importante che io possa fare per aiutarlo è far trovare la casa calda, illuminata e la cena pronta. In alpeggio invece siamo “fuori dal mondo”, non c’è la corrente elettrica ed il telefonino non prende se non salendo più in quota. Allora lì tutta la mia giornata è dedicata alla pastorizia. Se non ci sono agnelli che hanno bisogno del latte, si munge qualche capra e allora faccio qualche formaggio per noi, tomini freschi o qualche toma da mangiare poi nell’inverno. Dopo salgo al pascolo e sto con lui e il gregge tutto il giorno, ma scendo verso le 18:00 alla baita per preparare cena, preparare il mangiare per i cani, ecc.

– Parlaci dei tuoi libri pubblicati.

I miei libri sul mondo della pastorizia/alpeggio sono quattro. Il primo è stato “Dove vai pastore?”, dove racconto il mio incontro con il mondo dei pastori vaganti, le interviste con alcuni di loro, la nascita della mia passione per questo mestiere. Poi “Vita d’alpeggio”, a seguire “Intelligente come un asino, intraprendente come una pecora”. Adesso è uscito “Di questo lavoro mi piace tutto”, oltre 70 interviste a giovani tra i 15 ed i 30 anni che fanno gli allevatori per passione, per hobby, per scelta o per tradizione.

– I tre problemi principali per un pastore nel nostro Paese: burocrazia, società e ambiente. Ce li analizzi?

La burocrazia è la bestia nera: una volta con pochi animali vivevi o comunque riuscivi a sopravvivere, oggi è impossibile perché ci sono mille vincoli burocratici e… finisce che a fare il pastore sei sempre fuori legge, perché non riesci a rispettare tutto.. La società non vede di buon occhio il pastore: un mestiere umile,degli ultimi, sporco, secondo i luoghi comuni. Il pastore fa paura, perché è un solitario. Se poi è nomade, si aggiunge sospetto a sospetto. Per fortuna però ci sono anche tanti amici, quelli che aspettano il tuo arrivo di anno in anno, quelli che vengono a trovarti in alpeggio. C’è poi il legame costante con gli animali, che spaventa i più. Un ragazzo mi diceva di non riuscire a trovare una compagna che accettasse il suo essere pastore… L’ambiente invece da una parte vede l’abbandono, sempre più aree che non vengono coltivate, sfalciate, specie nelle cosiddette zone marginali. Dall’altra invece vede il consumo di territorio da parte del cemento e dell’asfalto. Il pastore fatica sempre di più nel trovare zone di pascolo, poi gli spostamenti sono sempre più difficili, perché nessuno tollera più di restare in attesa del passaggio di un gregge lungo una strada.

– Perché in Francia, sembra essere diverso, a partire dalle Fiere, e il mestiere viene considerato un mestiere dignitoso, come tanti altri?

In Francia l’agricoltura in generale ha un altro peso. Quello di pastore è uno dei mestieri, come lo è il frutticoltore… Basta dire che dagli anni 30 esiste una scuola da pastore per formare giovani che vogliano lavorare come salariati in aziende che allevano pecore. Ci sono Italiani che sono emigrati per fare i pastori là nella prima metà del ‘900 e oggi sono allevatori che, a loro volta, impiegano pastori salariati. In Italia, invece, c’è il concetto che il pastore lo va a fare chi non va avanti a scuola, l’immigrato, il disadattato sociale.

– Il lupo è l’orso, sono seri pericoli anche da noi?

In Piemonte l’orso non c’è ancora, ma il lupo ormai da quasi 20 anni colpisce duramente la pastorizia in alpeggio. Da una parte ci sono gli animali predati e uccisi, dall’altra i tanti dispersi, ma soprattutto i pastori, che hanno dovuto cambiare radicalmente il loro modo di lavorare. E’ necessaria la presenza costante dell’uomo, oltre ad altri metodi di prevenzione degli attacchi (presenza di cani da guardiania, ricovero notturno in recinti elettrificati, ecc) e questo significa non poter mai tirare il fiato nemmeno per mezza giornata

– Ma forse, più degli animali, c’è la cattiva informazione… nella metropolitana di Torino, sono stati affissi dei manifesti 6x3m “Gli animali sono tutti uguali “, della campagna Agire Ora. Quali sono le tue riflessioni in merito?

Sicuramente queste campagne non fanno bene… In generale c’è molta cattiva informazione sull’allevamento. Si mostrano gli aspetti più negativi, si punta il dito contro l’allevamento intensivo e contro i danni ambientali dell’allevamento, senza però dire che vi sono forme più tradizionali compatibili con l’ambiente e sostenibili dal punto di vista energetico. Per quello che riguarda la macellazione, ovviamente si alleva anche per quella finalità. O si smette di allevare, o comunque vi sono animali che vengono macellati. Se non si macellasse, non ci sarebbero più le greggi e le mandrie che salgono in montagna, ma la gente queste cose non le riesce a capire. Uno non alleva solo così per passatempo! Le leggi vigenti fanno sì che la macellazione avvenga nel migliore dei modi dal punto di vista igienico ed anche evitando al massimo la sofferenza. Più in generale le varie campagne in difesa degli animali (si vedano anche certi servizi di Striscia la Notizia) umanizzano l’animale e fanno credere al pubblico che l’animale abbia le stesse esigenze di un uomo.

– Si riesce vivere di sola pastorizia in Italia?

E’ sempre più difficile, ma per adesso si sopravvive ancora. Di sicuro non si diventa ricchi. Va un po’ meglio per chi munge, caseifica e vende direttamente il suo prodotto.

– Quali misure possono prendere gli amministratori per aiutare chi vive di pastorizia a non abbandonarla?

Innanzitutto serve attenzione per il settore: servono campagne per incentivare e valorizzare il consumo di carne ovicaprina, e che sia carne locale, visto che il mercato, già in difficoltà, a quanto pare importa grandi quantitativi di carne da stati come la Nuova Zelanda e di animali da Spagna, Francia, Romania. Poi servirebbe meno burocrazia e vincoli per le piccole aziende, quelle maggiormente legate al territorio, soprattutto nelle aree marginali di montagna e collina.

– Il consumo procapite annuo, in Sardegna, di carne ovicaprina, è di 11 chili, nel resto d’Italia, meno di un chilo. Perché qui da noi non c’è l’usanza di consumare carne di agnello?

Non so perché si sia persa l’abitudine. Parlando con alcuni anziani, specialmente nelle valli, mi dicono che un tempo se ne mangiava di più e si consumava anche la pecora, adesso è rimasto proprio solo più l’utilizzo legato alle ricorrenze di Pasqua e Natale.

– E per ultimo… so che ti piace cucinare la carne, è vero che l’arrosto di pecora, come gusto, è simile al cervo?

Alcune persone che hanno assaggiato dei miei piatti (senza sapere che carne fosse) pensavano per l’appunto che fosse selvaggina. Certo che la carne di pecore richiede una cottura lunga e paziente, io infatti la cucino sulla stufa a legna, il putagè, in pentole di terracotta. Preparo anche spezzatini e mi sono fatta insegnare la ricetta della pecora bollita, tipica della Sardegna