…e sono cinque!

Cinque anni. Sono tanti per un blog? Forse sì, forse no. Nel mondo virtuale ci sono cose che nascono e muoiono velocemente, diventano “obsolete”. Ci sono fior fiore di articoli sul fenomeno dei blog e di tutto quello che si può trovare on-line. c’è chi preferisce altre forme di comunicazione, brevi messaggi mandati in rete anche grazie a telefonini sempre più evoluti, visibili a tutti o solo agli “amici”… Io non so se i 1.200-1.500 visitatori quotidiani di questo blog sono tutti amici, c’è chi apprezza e c’è anche chi legge per poi controbattere, criticare. C’è chi lo fa apertamente, e allora possono nascere anche utili discussioni, e chi invece sparla altrove, senza darmi la possibilità di replicare.

Da quando è nato il blog sono cambiate tante, tantissime cose. Il prossimo anno saranno 10 anni che so cos’è il pascolo vagante… Però in effetti sono solo gli ultimi  mesi che hanno visto il mio passaggio alla pastorizia a tempo pieno. E’ stata una prova in tanti sensi ed adesso mi trovo a riflettere su quale strada seguire. Non abbandonerò la scrittura, il blog, i libri, ma molte altre cose poco per volta sì, perchè anche se gli ultimi mesi sono stati faticosi, quando uno crede in qualcosa, perchè deve mettere da parte sentimenti e passioni per occuparsi d’altro? In questi mesi è nata la capretta della mia prima capra… (Ma la mia prima pecora non accenna a voler partorire!). In questi mesi ho vissuto tutte le fasi della pastorizia nomade, dal cercare l’erba a condurvi le pecore a pascolare. Ho incontrato soddisfazioni, momenti di gioia, persone gentili, persone ignoranti, persone grette, persone dal gran cuore, persone semplici ma oneste, persone che si credono superiori… Persone che sanno tutto e persone curiose. Amici veri e amici di facciata.

Cinque anni di blog, cinque anni di pascolo vagante, e non solo. Ho intervistato e sono stata intervistata. Ho fotografato e sono stata fotografata, filmata con i telefonini da macchine ferme in sosta al passaggio del gregge. Ricevo sempre più materiale da voi amici di questo blog: foto, storie, video, piccole segnalazioni. Come spero non si fermerà mai, nonostante tutto, il cammino delle greggi, spero non si debba fermare nemmeno questo blog. Ha traslocato, negli ultimi mesi, ma questa nuova “casa” sembra non dispiacere agli affezionati lettori.

Albe e tramonti si susseguono. Sogni e progetti per il futuro ce ne sono tanti, chissà quali si potranno concretizzare? Come nel mondo della pastorizia è impossibile al mattino prevedere quel che si farà la sera (si può solo teorizzare), anche qui non so darvi punti fermi. In questo nuovo anno di blog che sta iniziando uscirà (salvo imprevisti) il nuovo libro sui giovani. Il titolo (già svelato su facebook) sarà “Di questo lavoro mi piace tutto”. E’ un libro sui giovani, sul presente e futuro dell’allevamento. Un conto è parlare di allevamento, un conto è praticarlo e viverlo. Questo blog va avanti anche grazie a tutti i giovani che lo seguono assiduamente, magari senza commentare, ma discutendone magari dopo tra di loro, commentando la foto di una pecora, di un cane, di un campanaccio. Chi l’avrebbe mai detto, cinque anni fa…

…e sono già quattro anni!

4 aprile 2007, il primo post di "Storie di pascolo vagante", scritto un po' per caso, un po' per gioco, un po' non so nemmeno io perchè. Volevo continuare a condividere in un modo facilmente accessibile con la gente quello che avevo iniziato scrivendo "Dove vai pastore?", realizzato tra il 2004 ed il 2005, pubblicato nel 2006. Immagini ne avevo tante e storie… ancora di più. Così avevo iniziato a raccontare su internet un mondo e personaggi così lontani da quello che è l'immediatezza del XXI secolo, la tecnologia, il virtuale. Qui si è sempre parlato di una realtà fatta di odori, colori, situazioni "forti", concrete. Momenti belli, momenti difficili, problemi, feste… e tanti amici che si sono via via aggiunti, seguendo il blog, collaborando, commentando ed inviando materiale.

Il mio cammino infatti era proseguito insieme ai pastori, insieme alle greggi. Quello che scrivevo nelle ultime due pagine di "Dove vai pastore?" era diventato sempre più vero, sempre più parte della mia vita. In un certo senso sapevo che il mio futuro era legato a questo mondo per sempre, ma… come nell'immagine sopra, c'era un qualcosa di nebuloso, di indefinito, che non permetteva di vedere chiaramente le cose. Un anno fa stavo seriamente pensando di smettere, chiudere questo blog. Non l'avevo detto, ma in molti avevano colto il velo di profonda malinconia che traspariva dalle mie parole. E non era solo malinconia, era angoscia, era la paura di perdere tutto quello che avevo. Ma ci sono dei momenti in cui non si riesce a vedere chiaramente la realtà delle cose, bisogna riuscire ad andare oltre le apparenze.

Non sono solo questi quattro anni di blog, ci sono tutti quelli prima, dal 2003 quando ho incontrato il Pastore in Val Germanasca. Da quel momento è davvero successo qualcosa che ha fatto sì che la mia vita prendesse una strada, quella strada che mi ha condotto fin qui. Prima imparare a conoscere il pascolo vagante, la pastorizia, i pastori. Poi entrare anch'io in quel mondo, come osservatrice, poi narratrice, ma poco per volta anche, in un certo senso, protagonista.

Capire cos'è l'inverno, la stagione più difficile per i pastori vaganti. Vivere quei momenti, viverli tutti, dalla mattina fino alla sera tardi, sentire il freddo nelle mani, negli scarponi, le reti argentate di brina e galaverna che si attaccano alle mani, il fango del disgelo, i chilometri di cammino per saziare un gregge. Osservare, capire, perchè non tutti i pastori sanno spiegare quello che, per loro, è scontato. Ci sono dentro da sempre, quella è la loro vita, sei tu che ti devi adattare… Provare sulla tua pelle, sporcarti le mani, i vestiti, imparare ad amare a 360°, capire se la passione puoi solo "averla dentro" o se la puoi anche conquistare. Secondo qualcuno pastore devi nascere e non puoi diventarlo, così chi viene da fuori non otterrà mai al 100% la fiducia, anche se i fatti sembrano smentire queste parole, questo preconcetto.

Certo, non bastano le infinite transumanze, anno dopo anno, a vedere le greggi scendere e poi risalire nei colori delle vallate. Però intanto imparavo percorsi, piccole e grandi malizie, e mi tornava anche la fiducia, quella in me stessa. Perchè se quel mio futuro incerto era completamente sfumato, avevo però visto che altri avevano fiducia in me e mi consideravano non soltanto "portavoce", ma anche un po' pastore come loro. Quegli anni di esperienza per loro contavano qualcosa, avevano stima, potevo andare a dare una mano, ero una "del mestiere". Ed allora anche questo blog è rifiorito, così come è successo a me. Chi mi conosce da vicino lo sa, sa anche che il merito è anche sempre del Pastore, segno che quell'incontro lassù in Val Germanasca è proprio stato qualcosa che era destinato a cambiarmi la vita.

Vita e lavoro, pianura e montagna… Le estati in alpeggio, il resto dell'anno lungo le vie del pascolo vagante. Sempre più vengo cercata e chiamata perchè "sono quella del pascolo vagante". L'ultimo episodio ieri sera, una "consulenza telefonica" ad un amico dei tempi dell'università che, per motivi professionali, si è trovato ad avere a che fare con un problema che riguarda il pascolo vagante. Come per i pastori, anche la mia è passione. Passione che si concretizza con le parole e con le immagini qui, nei libri, nelle serate di proiezione in giro, per far conoscere un mondo che rischia di scomparire se nessuno ne parla. Passione nel lavorare a favore della pastorizia, anche se ci si scontra quotidianamente con mille problemi. Non potrei farlo, se non conoscessi questo mondo dal di dentro.

I pastori sono impegnati 365 giorni all'anno con le loro greggi. Gregge piccolo, gregge grosso, gli animali devono semore mangiare e lo fanno da mattino a sera, quindi gli orari non cambiano mai. Ciascuno però ha il suo modo di lavorare, il suo modo di fare con le bestie, le sue modalità di condurre il pascolo vagante, il suo carattere personale. I problemi di cui (ahimè) spesso si parla in questo pagine virtuali si ripresentano anche spostandosi sul territorio. Bisognerebbe trovare una soluzione comune, ma proprio l'impegno costante dei pastori impedisce di poter contare qualcosa laddove si prendono le decisioni. E poi… in fondo… quanti sono i pastori? Una nullità, di fronte ai "problemi veri" della nostra società. Questo è ciò che potrebbero pensare le masse, dimenticandosi le nostre stesse origini, ignorando troppe cose riguardo all'importanza di questo mestiere nella conservazione del territorio, per non parlare poi dei prodotti che non vengono valorizzati abbastanza.

In questi anni di pastori ne ho conosciuti tanti, ciascuno mi ha lasciato qualcosa, con la maggior parte di loro c'è stato fin da subito un'intesa particolare. Impossibile ritornare da tutti, anche se è sempre un piacere quando ci si ritrova, oppure si scambia una telefonata che, a volte, varca i confini delle regioni, ma anche degli stati. Con qualcuno non ci si vede da anni, eppure so che ritrovarsi farebbe ricominciare discorsi interrotti allora.

Per anni ho vissuto il pascolo vagante dall'interno, ma forse è sempre mancato qualcosa. Però ogni esperienza ti lascia un bagaglio che sarà utile per affrontare il futuro. Un amico lo scorso anno mi regalò una cana, un bastone da pastore. Me lo regalò nei giorni più bui, ma su quella cana c'è una frase: "Se insisti e resisti, raggiungi e conquisti". Lui non immaginava neanche quanto quella frase era non solo adatta a quei giorni, ma anche profetica di un futuro che si sarebbe aperto davanti a me nell'anno successivo. Quasi mai ho pubblicato mie foto qui sul blog, ma oggi, nel compleanno di questo sito, ci sono anch'io con la mia prima pecora. Si chiama Panna, me l'ha regalata chi mi ha capito davvero.

Dove vai, pastore? Il futuro in questo mondo comunque è sempre incerto, dall'oggi al domani non sai quello che ti accadrà. Ci sono mille cose che ti potrebbero indurre a smettere, sono più i giorni in cui i pastori si lamentano che non quelli in cui tutto fila liscio. Ma bisogna insistere, e resistere, perchè tanto si sa che non si potrebbe vivere lontani da quella passione-malattia-vita che sono le pecore. Lo scorso anno, in questi giorni, io stavo così male perchè mi rendevo conto che stavo andando incontro ad una doppia perdita. Temevo di perdere anche il pascolo vagante… Per un po' è stato così, poi le cose sono cambiate, sicuramente voi che mi seguite sempre avete saputo leggerlo tra le righe anche qui sul blog. Quattro anni, e siamo qui. Il prossimo anno? Chissà? Tante cose possono accadere, mi auguro che siano belle, per tutti voi che leggete, per i pastori, per gli allevatori in generale, anche se non tira una buona aria. Magari gli aggiornamenti non saranno sempre costanti, ma il più delle volte sarà perchè sono impegnata sul campo, e non solo come osservatrice-narratrice-fotografa.

Il compleanno si avvicina

Ho controllato meglio, il compleanno del blog sarà il 4 aprile. Quattro anni insieme… Voi allora c'eravate già? In questi quattro anni sono successe così tante cose, eppure sono ancora qui, continuo a scrivere, a mostrarvi le foto, le mie, le vostre. Inizio oggi a ringraziarvi per tutto quello che mi avete dato in questi quattro anni, grazie a quelli che ho conosciuto dal vivo, grazie a quelli che mi scrivono e dei quali non conosco nemmeno il volto. Grazie dei vostri inviti, grazie per le foto, le e-mail, i commenti, i messaggi. Grazie per essere anche solo un numero progressivo sul contatore delle visite.

Continueremo insieme a seguire greggi nel loro cammino di pascolo vagante? Sì, nonostante difficoltà, polemiche, invidia, persone che parlano senza sapere, persone per le quali la pastorizia è un nemico da combattere… Le difficoltà stimolano ad andare avanti con maggiore forza, l'augurio per il nuovo anno di blog che sta per iniziare è che si possa avere più dialogo, più voglia di capirsi a vicenda, maggiore volontà di costruire insieme un futuro per la pastorizia. E' vero che i pastori sono abituati ad arrangiarsi, a tirarsi fuori dai guai con le loro forze, ma oggi più che mai questo mestiere è in pericolo, che si tratti di pastori vaganti, di pastori stanziali dediti alla mungitura ed alla caseificazione, di pastori con la laurea, di pastori che parlano in dialetto, giovani ed anziani, uomini e donne…

E' solo una data

Questa notte finisce il 2010. E' una convenzione, una data, domani non cambia nulla, tutto procede secondo i soliti ritmi, ma abbiamo un po' tutti bisogno di sperare in un cambiamento, in qualcosa che si chiude, qualcosa che inizia. Il 2010 non è stato un anno facile, non è stato un anno felice. Ci sono stati momenti belli e lunghi momenti bui. Doveva essere per me un anno di grandi cambiamenti… e lo è stato, ma non nella direzione sperata. Comunque la vita va avanti, anche le più grosse delusioni in qualche modo di superano, anche le più grandi difficoltà vanno affrontate guardando al domani e smettendo di pensare a ieri.

Gli auguri ve li faccio "di persona" con questa foto scattatami da Dragos Lumpan, il fotografo che sta facendo un lavoro sulla pastorizia transumante in Europa. Sono "sul campo", durante una transumanza, appunto. Qualunque cosa sia accaduta nel 2010, qualunque cosa accadrà, questo ormai è il mio mondo. Non solo perchè quando si parla di pastorizia ormai in molti mi interpellano… Fosse solo per quello, potrei anche dire di no, se volessi. E' qualcos'altro, qualcosa che ho dentro, la "maladia", ma anche tutti gli amici veri che mi sono stati vicini nei momenti più difficili. Loro capivano cosa stavo passando, sapevano che il mio star male era legato sia alla perdita di una persona e di tutto quello che rappresentava per me, sia alla perdita di quella che ormai era la mia vita. Ringrazio tutti quei pastori che hanno accettato la mia presenza sapendo che non c'erano secondi fini, ma ero lì solo per essere con le pecore, per camminare con loro, dietro di loro. Ringrazio chi mi ha trattata come una che "conosce il mestiere" e non ha esitato ad affidarmi dei lavori lì, con lui, nel gregge. Non esisteva migliore terapia per lasciarmi alle spalle un doloroso passato.
E allora… buon anno! Che il 2011 porti qualcosa di bello, di sereno. Buon cammino a tutti, pastori e non. Nella speranza che ci possa essere più tolleranza, più buon senso, più comprensione. Pascoli abbondanti e semplificazioni burocratiche, meno lupi (a quattro e due gambe!) e più giornate di sole.
Grazie a tutti quelli che continuano a seguire il blog, AUGURI!

Le lamentele del Pastore

Ogni tanto vi parlo di lui, del Pastore. Colui che può essere considerato l’inizio di tutto, colui che ha determinato una svolta nella mia vita. Quello che ho incontrato quella mattina di inizio luglio di… 6 anni fa??!!! Era il 2003, sono già passati sei anni, pare incredibile. Penso che, se il mio primo "pastore vagante" fosse stato un altro dei suoi "colleghi", forse le cose non sarebbero andate così. E così ieri sono andata a cercare il Pastore. "Radio Pecora" lo dava in difficoltà, con problemi di salute, ma gli amici dicevano che si era già ripreso. Il telefono lassù non prende, ma non avrebbero dovuto esserci problemi ad individuarlo.

Il gregge infatti l’abbiamo visto da lontano, quando ancora salivamo in macchina lungo la strada. Già, la strada… Uno dei motivi che gli hanno fatto "scegliere" questa montagna. "Dicevano che era bella… E poi, per una volta, avevo la strada che arrivava alle baite. Ma se l’avessi saputo, dove andavo a finire…". A dire il vero, prima delle lamentele del Pastore, siamo state accolte da un cane maremmano piuttosto aggressivo. Non ci ha attaccate, si è limitato a svolgere il suo lavoro di difesa, fermandosi a poca distanza da noi, ringhiando. E così lui si è affacciato sul dosso erboso, richiamandolo. A quel punto sono arrivati i suoi cani "da lavoro". "Eh, alura, come va? Ti davano già quasi per morto… E com’è che ti sei attrezzato con i cani?". In un misto di Piemontese e patois, il Pastore racconta della sua indisposizione e di come gli amici, capitati lì per caso in quei giorni, abbiano fatto la cosa più grossa di quello che era. "I cani? Io sono sempre attrezzato come prima, questi due me li hanno dati due di quelli che hanno qui le pecore con le mie. Uno serve a niente, è sempre dietro a me, è da compagnia… L’altro invece, hai visto anche tu…". Il lupo comunque ha colpito, una pecora zoppa che era rimasta indietro.

Ma le lamentele del Pastore sono altre. Riguardano principalmente quella montagna, maledetto il giorno che ha accettato di venire lì. "Non è una montagna per tutte queste bestie, qui va bene se ne porti 300, 400. Di più… no. E poi, guarda che bestie mi hanno dato! E dire che adesso si sono già riprese un po’. Ma su questa montagna, non puoi far miracoli. Quelle roaschine sono di chi affitta questo alpeggio. Qualcuna i primi giorni non potevo nemmeno portarmela dietro, tanto era mal messa. Adesso le capre le ho giù sotto, le ho divise, c’è Mauro che le guarda, pascolano nei cespugli. Erba… Non ce n’è, non ce n’è più. Sto contando i giorni… Al 5 settembre vado giù, basta! O compro erba in pianura, o compro melia, ne faccio trinciare un tamagnun, verde, tutti i giorni, e via così. Melia trinciata ed un po’ di fieno. Ma di qui voglio andarmene, basta!". Lo dice anche lui, la malattia che l’ha colpito nei giorni scorsi forse è stata causata principalmente da questo sagrin dell’erba. Nonostante tutto, il Pastore è sempre lui e l’ho trovato di buon umore, tra battute, ricordi delle avventure comuni degli anni passati e "piani di battaglia" per i prossimi anni… "se non le vendo tutte prima!".

Il gregge si avvia lentamente verso l’alto, con le pecore che cercano un po’ di fresco nel canalone della slavina. E’ impressionante la quantità di neve che c’è ancora qui, fino a basse quote (gli ultimi lembi li abbiamo incontrati a 1800m). Gli animali si avventurano nel canalone, rischiando di cadere in qualche buco formatosi nei punti più sottili. Apparentemente l’erba c’è, ma… non tutto quello che è verde è adatto per il pascolo. "Li avessi sentiti… Dicevano che quassù era una meraviglia, dei pascoli… Invece c’è tutta questa porcheria, che nemmeno gli asini la mangerebbero! Fiun (trifoglio alpino)? Manco a parlarne! Eppure, a sentir loro, qua sopra alle Sette Fontane, doveva essercene in abbondanza! Non la mangiano, quest’erba! E di là sono tutti salici, drose, rododendri, non va nemmeno bene per le capre. Su per quelle nebbie invece è dritto che fa paura. Ho provato a mandarle, un giorno. Me ne sono cadute due e sono tornato indietro."

Fischia, il Pastore, manda il cane Milord a girare le pecore, mentre la nebbia sale ed avvolge tutto. Io e Clà facciamo a gara a rubargli qualche scatto, mentre lui inscena la solita storia del "non fate le foto a me, che sono brutto, ma neanche alle pecore, che quest’anno fanno pietà!". Arrivati su quel dosso erboso, di erba cattiva, che le pecore hanno calpestato, andando avanti a cercare qualcosa di meglio, ci possiamo fermare per il pranzo. "…e poi quassù c’è la fabbrica della nebbia! Sono rari i giorni in cui vedo almeno il panorama. E di gente? Non passa nessuno. A sentir gli altri, lì sopra doveva esserci una <<strada grossa, dove la montagna si stringe>>. E’ un miracolo non perdersi, su di qui. Altro che sentieri… Però dove vuoi perderti, che la montagna è tutta qui! Questo vallone, lì dietro, gli Apostoli… Ed è belle che finita! Ah, ma un altr’anno…". Guardiamo la cartina, gli altri alpeggi, studiamo come si potrebbe fare per la prossima stagione, mentre lui conta i giorni che mancano alla discesa. "Ma non eri tu quello che voleva una montagna dove salire a metà maggio e scendere a novembre?". "Sì, ma… un posto dove star bene! Non una roba così… L’unica cosa che più o meno funziona qui sono le baite e la strada per arrivarci."

La nebbia va e viene, saliamo in cresta, riusciamo ad intravvedere il fondovalle, Mentoulles, i primi tornanti della strada che sale a Prà Catinat, alcuni piccoli alpeggi con vacche lì sotto, in mezzo al bosco. Montagne povere, dove far salire qualche decina di vacche e poco più. Il Pastore ripete quel che già mi diceva anni fa. "Dovrebbero toglierli del tutto, i contributi. Io sono due anni che non prendo nulla… Toglierli via a tutti, così poi le pecore le tengono solo più quelli che hanno veramente la passione. I prezzi degli alpeggi andrebbero giù, la carne di agnello te la pagherebbero di più, perchè ce ne sarebbe meno… Così sì che le cose funzionerebbero. Adesso invece prendono i contributi per le razze in via di estinzione e tengono gli animali come quello spaventapasseri lì, senza stare a guardare se l’animale è allevato bene o se sta in piedi solo quando non tira vento. Uno schifo!"

Il pastore ci accompagna per un tratto nella nebbia, per evitare che ci perdiamo, poi lo salutiamo e continuiamo la nostra discesa, orizzontandoci quando incontriamo il canalone che scende verso valle. Era da qualche mese che non vedevo il Pastore, l’ultima volta era stata quando lui era in periferia di Pinerolo. Mentre camminiamo seguendo le tracce delle pecore, penso a quei giorni lassù, ai Tredici Laghi, alle giornate autunnali nei dintorni di Prali, alle transumanze affollate di amici, agli incontri nelle campagne in inverno e primavera. Lui è una di quelle persone che puoi anche non vedere per mesi, magari anche un anno, ma quando lo reincontri, ti saluta con un sorriso ed il suo "Ciau!" non contiene rimproveri. Su per le valli ricamavano mille storie, sapendo che una ragazza andava a trovare il Pastore. Lui all’inizio si arrabbiava, poi abbiamo anche inscenato alcuni scherzi per sorprendere anziani montanari, giocando sulla cosa. Oggi lui mi mette in guardia sul matrimonio: "Non pentirti poi, che io te l’avevo detto!", e scarta tutte le opzioni di pastorelle libere che scherzosamente gli propongo. Una giornata con il Pastore, pur tra le sue mille lamentele, mi ha sempre lasciata con il sorriso sulle labbra, ripensando alle sue battute pronte ed ai suoi aneddoti.

Alle baite, l’ultimo saluto ce lo da la cavalleria. Una cavalla, un’asina ed il suo puledro, che ci vengono incontro senza timore, facendosi accarezzare. Alle loro spalle, il recinto delle pecore degli agnelli. Come sempre, nel periodo estivo ci sono dei parti e questo comporta un lavoro aggiuntivo. Il Pastore ci aveva raccontato della scarsa professionalità del suo "aiutante", che ha lasciato morire un agnello, soffocato nella tana della marmotta. "Non l’ha nemmeno visto!"

Le baite delle Chaulieres sono piccole, ma accoglienti. Il Pastore quest’anno qui ha anche alcuni polli e galline, che razzolano intorno all’alpeggio. Ci raccontava che è lui a preparare da mangiare: "Non faccio chissà cosa, ma mi arrangio!". L’interno della baita è pulito, ordinato. Lasciamo sul tavolo i resti della pizza, della crostata e della frutta. Richiudiamo la porta e ce ne andiamo. Se è vero che mancano così pochi giorni alla discesa a valle, vorrà dire che presto potrò andare a trovare il Pastore qui in pianura. Chissà…

Amarcord

Mi piacerebbe, in questo blog, non dovermi occupare di problemi, brutte notizie, lamentele, burocrazia, assurdità… D’altra parte, nell’immaginario popolare questa è la pastorizia nomade: un mestiere antico, fatto di persone autentiche, libere, che vivono all’aria aperta a contatto con la natura e gli animali. Un lavoro che molti vorrebbero fare per sfuggire dalla città, dalla frenesia del XXI secolo, dai problemi quotidiani famigliari e lavorativi. Io cerco sempre di disilludere questi sognatori (perdonatemi… a volte sognare fa bene, ma è meglio conoscere la realtà per non vedere i propri sogni infrangersi ancora una volta), raccontando la vera vita dei pastori vaganti e del mondo dell’alpeggio. Oggi però lascerò vagare la mia mente…

Camminando sull’argine al seguito del gregge in un umido pomeriggio autunnale, mi sono resa conto di dov’eravamo diretti ed il pensiero è tornato indietro di alcuni anni. Quand’è che sono venuta qui per la prima volta? Quand’è che ho incontrato questo gregge, nella lontana pianura tra il Piemonte e la Lombardia?

Ero di ritorno da una gita in Valle Maira, con alcuni amici avevamo raggiunto la vetta di Rocca la Meja, la montagna che si innalza tra i più bei pascoli delle Alpi piemontesi. Era la fine di ottobre e le vette avevano una leggera spolverata di neve, ma avevamo affrontato la salita in maglietta. Scendendo in macchina lungo la Val Grana, dopo una sosta dedicata all’acquisto di un ottimo Castelmagno d’alpeggio, un sms mi diceva che i pastori erano a Pizzarrosto, di fronte a Rivoltella. Questi nomi da fumetto mi avevano fatto sorridere ed avevo persino controllato sulle mappe, quasi dubitando di esser stata presa in giro.

In un primo novembre brumoso ed umido, mi ero avventurata nella pianura vercellese, lungo strade che correvano dritte tra le risaie per chilometri e chilometri, fino a raggiungere quel paese dal nome così buffo: Pizzarrosto. Rivoltella invece era dall’altra parte del fiume. Il gregge era lì sotto l’argine tra i pioppeti. Il pastore mi era venuto incontro tra le case per accompagnarmi al loro "accampamento". Il resto della giornata è raccontato in "Dove vai pastore?" a pagina 209 e seguenti.

Da quelle parti sono passata di nuovo anche l’anno scorso, ma quel giorno non mi aveva suscitato le stesse emozioni. Forse perchè c’era il sole, forse perchè era stata una giornata frenetica, con decine di agnelli neonati e grande confusione. C’era poco da pascolare, nei pioppeti, così il gregge era transitato velocemente e si era spostato più avanti nel corso della giornata.

Anche quest’anno il cammino è veloce, per sfuggire ai pascoli magri invasi dal fango portato dal fiume esondato. Camminare dietro alle pecore nel crepuscolo del tardo pomeriggio mi ha fatto rivivere le emozioni di quella sera di tre anni fa. Di solito, quando mi recavo a trovare i pastori, me ne andavo quasi sempre prima che fosse sera. Raramente avevo aspettato l’ora in cui le pecore venivano chiuse nel recinto, che cade sempre ben dopo il tramonto. Le mie interviste si chiudevano con i saluti nel pomeriggio, poi ritornavo alla mia macchina e rientravo a casa.

Quella volta invece era scesa la notte ed avevo aiutato a mandare avanti gli agnelli in coda al gregge. Che strana sensazione, essere lì in mezzo alla campagna, lontana da tutto, con l’oscurità sempre più fitta intorno. Non siamo più abituati al buio: le nostre case sono circondate da luci, le strade hanno lampioni ovunque, il buio fa paura ai grandi come ai bambini. Qui invece era un’oscurità piacevole, sicura, quieta. Dopo il rito della consegna degli agnelli alle madri, i pastori mi avevano riportata alla mia auto, poi li avevo seguiti per quelle strade che non conoscevo e, dopo la cena in cascina, ero tornata a casa. Sono passati tre anni e sono cambiate tante cose. Il cammino del gregge continua, vorrei narrarlo sempre così, con poesia, ma troppe volte purtroppo bisogna occuparsi di divieti, contrasti, problematiche… 

Ancora sull'unione dei pastori

Nei giorni scorsi, dopo aver pubblicato un post in cui esprimevo alcune considerazioni personali in merito al come agire per aiutare i pastori, ho ricevuto numerosi commenti, ma anche e-mail private e telefonate. Poi ho nuovamente parlato della cosa a Rovato (BS), insieme ad esponenti del mondo della pastorizia lombarda. Adesso però voglio ancora una volta toccare questo argomento, per dare una risposta pubblica a tutti quelli che me l’hanno chiesta. Cosa si può fare per aiutare i pastori? Per contare qualcosa, devono essere rappresentati… Ho cercato in internet, trovando (nell’ordine di apparizione su Google alla voce ASSOCIAZIONE+PASTORI: ASPI, Associazione Pastori Sardi,  Libera Associazione Malghesi e Pastori del Lagorai citata sul sito della rete pastorale alpina (ed anche qui, dove però il sito purtroppo è solo abbozzato, senza contenuti), l’Associazione Pastori Lombardi fondata da Tino Ziliani sul sito della Franciacorta, nuovamente nel sito Ruralpini ed in molti altri siti, dove si parlava di fiere, manifestazioni di tosatura, convegni. Arrivata alla sesta pagina di questa ricerca, avevo già incontrato alcune volte il nome dell’Associazione Pastori Vaganti dell’Arco Alpino, che poi ho cercato specificamente, senza trovarne un sito di riferimento se non una citazione in questo articolo, in questo blog come firmatari di una protesta a fianco dei pastori Sardi, argomento ripreso qui ed in ultimo nominati in questo studio. Poca roba, vero? Nulla per il Piemonte… ma questo già si sapeva.

Come si fa a far sedere i pastori attorno ad un tavolo? Può capitare solo ad una fiera? Un bel canto dopo il pranzo o la cena, oppure tutti insieme alla tavolata accanto al camion del commerciante di riferimento… L’Associazione Pastori Vaganti dell’Arco Alpino alcuni anni fa aveva inizialmente raccolto adesioni anche in Piemonte, ma quasi tutti l’hanno successivamente abbandonata, per vari motivi. Anche in Lombardia, a quanto ho potuto vedere/sentire, questa Associazione non è condivisa da tutti, infatti è nata anche l’Associazione Pastori Lombardi. Qui invece… nulla, si diceva. "Perchè non la fai tu?" è la domanda più classica che mi sento rivolgere. Potrei darvi tante risposte di vario tipo: ad esempio, perchè non me la sento (specialmente da sola), di prendermi una grana del genere. Perchè la richiesta dovrebbe venire dal basso, cioè dai pastori che manifestassero questa esigenza di riunirsi. Perchè mi sento più tecnica che politica. E molto altro ancora.

Cosa servirebbe? Tino mi ha mandato tempo fa lo statuto della loro Associazione. Niente di particolarmente complicato. Per rappresentare greggi e pastori, basterebbe un piccolo sforzo burocratico-amministrativo iniziale. E poi? Poi bisognerebbe trovarsi ogni tanto per discutere le varie questioni, decidere come affrontarle, magari anche organizzare qualcosa per avere visibilità, per farsi conoscere e spiegare cos’è la pastorizia nomade in Piemonte. Dal mio punto di vista, gli elementi fondamentali perchè l’ipotetica associazione piemontese funzioni, sarebbero: una figura di riferimento, conosciuta ed apprezzata dalla maggioranza dei pastori, se non da tutti, un gruppo di persone che affianchino questo presidente, ugualmente in buoni rapporti con il mondo pastorale (ed ottimi conoscitori di esso), magari però dislocati sul territorio in modo da avere contatti più diretti con i loro rappresentati. Poi mi piacerebbe che ci fosse qualcuno che si intenda di legge, che abbia domestichezza con questo linguaggio e questo mondo con cui, purtroppo, spesso i pastori hanno a che fare. Qualcuno che stia dietro alle leggi esistenti e si tenga continuamente infomato su quelle nuove: eventuali contributi a cui avere accesso, normative a tutela del settore, nuovi cavilli che lo complicano ancora di più…

Altri elementi necessari? Tecnici del settore agronomico e zootecnico, in grado di fornire consulenza, così come l’uomo (o la donna) di legge di cui sopra. Tutto il resto sarebbe poi un contorno, ma i punti base a mio parere potrebbero essere questi. Voi che ne dite? Non sto dimenticando qualcosa? L’appoggio politico? Quello sì che servirebbe… Ma lo si può anche costruire, una volta che ci sia l’associazione. Mi sa che tanto il destino sarebbe quello di rompre sistematicamente le scatole ai politici di turno, vista la situazione in cui versa la pastorizia (specialmente quella nomade) attualmente.

Siamo sul viale del tramonto? Speriamo di no! "Ma se non si è rappresentati, rischiate di finire così", dice qualcuno. Visto il pericolo, bisognerebbe anche scegliere se adottare una linea dura, oppure molta diplomazia, molte parole, iniziative collaterali necessarie per informare, far conoscere, dare la visibilità di cui si parlava sopra. Non è un’impresa facile, sicuramente no. Richiede un grande dispendio di tempo (e di piccole/grandi risorse, da impiegare nelle spese che i rappresentanti necessariamente avrebbero nell’occuparsi di tutto questo), che forse fa sì che non molti vogliano dedicarsi a tali compiti come volontariato. L’Associazione poi permetterebbe di intraprendere iniziative per la valorizzazione e commercializzazione dei prodotti… ma quelli sono passi successivi (peraltro molto importanti).

Ed i pastori? Ce ne sarebbe qualcuno disposto ad impegnarsi in prima persona? Mi ripeto: tutto dovrebbe iniziare di lì, per avere delle garanzie di successo: sono loro a dover chiedere che nasca qualcosa! Altrimenti verrebbero da te solo quando c’è il problema urgente da risolvere, e mai per proporre qualcosa. Spero che la mia risposta vi abbia soddisfatti. Non crediate che mi stia perdendo d’animo, sono solo constatazioni. Però non cercate di attribuirmi un ruolo di leader con non mi sento di avere: ribadisco che mi sento a mio agio come tecnico, come divulgatore, come progettista. Non ho timore di esprimere liberamente le mie idee, ma questo è quanto. Per il resto, l’ho già raccontato, il blog è nato per narrare, far conoscere, illustrare, magari anche mettere in contatto diverse realtà e non si trasformerà in qualcos’altro. Aspetto vosti commenti, idee, proposte, suggerimenti!

1 anno di blog

Oggi questo blog compie un anno, tanto è passato da quel giorno in cui, per la prima volta, scrivevo qualcosa qui. Più che di festeggiamenti, è tempo di bilanci. Un anno sicuramente positivo in termini presenze di voi lettori, come ho già avuto modo di dire (anche se il contatore scatta ogni volta che mi collego io!). Quindi almeno uno dei miei obiettivi è stato in parte raggiunto…

Infatti avevo deciso di aprire un blog (che pare essere uno dei più moderni e diretti mezzi di informazione, anche se comunque informa solo quella parte di popolazione connessa con internet) per poter dare voce ad un mondo che sta quasi scomparendo, sommerso dal "progresso" con tutti i suoi aspetti positivi/negativi. Un mondo che resiste dalla notte dei tempi, cercando sempre di adattarsi, in bilico tra la tradizione, i ritmi naturali e la modernità che talvolta può anche aiutare ad avere qualche piccola comodità in più. La decisione di scrivere qui era venuta in un momento particolarmente difficile, quello in cui i pastori si trovavano in difficoltà sempre crescente per l’impossibilità "legale" nell’utilizzo di territori da sempre pascolati dalle greggi, quelli delle sponde fluviali.

E così iniziavano le storie di pascolo vagante, a piccoli passi, davanti, dietro o in mezzo al gregge, lungo i fiumi, su per le valli, tra le colline e le pianure. 365 giorni che, poco per volta, sono diventati anche un diario di quella che è la vita dei pastori, affiancato da notizie, convegni, incontri ed amici che si affacciavano per dare le loro testimonianze, spedirmi le loro foto, commentare. Amici da tutta Italia, e questo è ancora più bello! Anche commenti negativi, che facevano nascere discussioni. Curiosità e informazioni, richieste di argomenti da trattare. In quanti ieri mi aveve segnalato una notizia, di cui parlerò in un altro post…

I pastori, di qualcuno ho parlato raccontando vicende ed aneddoti particolari, altri sono stati solo volti segnati dal sole, dal vento, dal freddo visti in qualche fotografia. Ma le storie di pascolo vagante si assomigliano… Sono così simili che, a volte, ci si trova anche riuniti intorno ad un tavolo per discutere quei problemi che potrebbero costringerti a "chiudere baracca e burattini", com’è successo ieri. Avrei voluto, oggi, parlare di una bella notizia, ma… Visto che la bella notizia non c’è, ve ne parlerò domani con calma.


Bilanci, dicevo. Un anno, potrebbe essere il momento giusto per chiudere e salutarvi. Non lo farò ancora… Continuo il mio cammino dietro al gregge, insieme al gregge. Finchè sarà possibile, finchè sarà per me un piacere farlo, scriverò. In questo anno a volte il blog per me è stato anche una "spinta" per andare avanti e non arrendermi in vicende personali particolarmente difficili. Spero che arriveranno altri lettori, che quelli che passano per caso si incuriosiscano e ritornino. Mi auguro che i pastori vaganti esistano ancora in futuro, anche se a volte un pessimismo/realismo mi fa dire il contrario. Il blog un giorno finirà: spero che, nell’immensità della rete, restino le immagini e le mie parole, per quel poco che possono valere. Per lo meno, sono state e saranno una testimonianza. Anche questo blog comunque contiene passione, non poi così diversa da quella dei pastori per i loro animali e la loro vita…

Soffia il vento

Ieri il vento ha soffiato tutto il giorno, in montagna la tormenta la si vedeva già al mattino, ma è stato soprattutto alla sera e poi di notte che le raffiche hanno sferzato valli e pianure. Già a letto, lo sentivo fischiare ed ululare, poi dei rumori di qualcosa che veniva trascinato via nel cortile, forse un secchio, forse una baccinella. Nel dormiveglia mi sono venute in mente le tante notti di vento su in montagna…

Quando giorno e notte i ripidi pendii e le rocce sono sferzate dal vento, che sibila tra i muri e scuote i tetti in lamiera. Quante volte ho pensato che non era poi tanto improbabile che il tetto volasse via? E poi ho scoperto che, infatti, era successo, in passato. Lentamente sono scivolata nel sonno ed ho di nuovo fatto quel sogno. Sono già due sere che si ripete, solo che questa volta mi ricordo anche i colori, vividi, reali.

Non so dove fossi, c’era un lago, ma non era quello della foto. Il gregge era compatto, in transumanza, accompagnato dai pastori. Pastori sconosciuti, ma bastavano poche parole per intendersi, ed era come se avessimo già trascorso una vita insieme. Erano in tanti, ricordo uno giovane e poi altri di mezza età, alti, con la barba, lo sguardo che vede lontano, ma che nello stesso tempo ti legge dentro, lo sguardo di tutti i pastori. Ed io, come se niente fosse, aiutavo nella transumanza. Poi il sogno si confonde e non saprei dire cos’è successo dopo, quando ci siamo lasciati alle spalle quel lago così blu.

Anche nel sonno sono circondata dalle pecore! E’ quasi una persecuzione… Però mi ricordo che, quando ho iniziato a frequentare i pastori, poco per volta questo mondo è entrato a far parte della mia vita ed ho capito che non avrei più potuto farne a meno quando ne sentivo la mancanza. Passava una settimana, 10 giorni, ed avevo bisogno di tornare lassù a chiacchierare con Il Pastore, ascoltare i suoi aneddoti sui piccoli fatti quotidiani, farsi accarezzare dal sole caldo di fine settembre ed ascoltare i belati, lo scampanellio. Ed è stato anche lui il primo a "farmi lavorare": tener fermo un agnello dalla zampa rotta mentre lui improvvisava una rozza e precaria steccatura con asticelle di legno e nastro isolante…

All’inizio erano solo visite ad amici, poco per volta le cose sono cambiate. Un giorno Fulvio me l’ha fatto notare: "Si vedeva che il passo non era quello di una turista, sapevi muoverti tra gli animali, ma le prime volte venivi su con le racchette (i bastoncini da trekking, ndA), poi sei passata alla cana, poi hai preso in braccio un agnello, poi…". E’ vero. Ci sono cose che oggi mi vengono istintive, mentre un tempo non sapevo come muovermi, avevo paura di sbagliare, di fare danno più che non essere utile.

Quando ero stata alla festa della transumanza di Die, in Francia, ricordo che la gran parte dei turisti che erano venuti ad assistere alla seconda giornata, quella della salita in alpeggio, erano "preparati". Sveglia prima dell’alba, abbigliamento ed attrezzatura adatta, molti anche con il loro bravo bastone, e sapevano come muoversi, dove mettersi per non spaventare gli animali, per incanalarli nel posto giusto, come veri e propri aiutanti dei pastori. Una simile moltitudine di persone si trasformava in un valido aiuto, altrimenti avrebbe anche potuto essere un impiccio, perchè basta poco per spaventare gli animali, dividerli, spingerli verso il posto sbagliato, provocare una disastrosa ammucchiata. Avevo invidiato quei turisti così "pratici" ed abili nell’arte della pastorizia.

Poi, come diceva Fulvio, le cose sono cambiate. A furia di osservare, vedere, sentire… Perchè molte cose devono essere istintive, devi sapere dove metterti e cosa fare prima che te lo spieghino, dato che nelle situazioni di emergenza il tempo per farlo non c’è. A volte li vedo, i pastori: uno sguardo, un cenno con la mano da lontano, e si capiscono, sanno cosa l’altro ha deciso: partire, spostarsi in avanti, correre verso una strettoia, tornare indietro per vedere se sono rimasti degli agnelli addormentati. E così il vento soffia, nel sogno sapevo anch’io istintivamente cosa fare, nella realtà ci vuole più tempo, però probabilmente mai riuscirò a distinguere le singole pecore all’interno di un gregge. Per quello devi nascere pastore!

Pregiudizi 2

Come vi dicevo, la prima vittima dei pregiudizi ero io stessa. Torniamo indietro di qualche anno, 2003, quando ricevetti l’incarico di svolgere il censimento degli alpeggi delle vallate piemontesi. Da una parte c’era l’entusiasmo per un lavoro che mi avrebbe permesso di trascorrere due estati in giro per le valli. Dall’altra… un pizzico di preoccupazione. Frutto dei pregiudizi, di quello che si sente dire in giro. Alpeggi: luoghi sporchi, con gente che vive in solitudine per dei mesi.

Ho sempre frequentato le montagne, soprattutto come escursionista. E questo vuol dire transitare nei pressi degli alpeggi, vedere le mandrie e le greggi al pascolo. In alcuni casi magari era capitato di acquistare tome, ricotta e burro, ma in baite in condizioni migliori di quella dell’immagine. Raramente però avevo avuto dei contatti diretti con pastori e margari, mai avevo chiacchierato con loro, non conoscevo questo mondo.

Non mi aspettavo probabilmente di trovarmi di fronte a situazioni del genere, anche se di gias, durante le gite in Valle Gesso, ne avevo visti parecchi. E quali persone potevano abitare qui dentro? Non aiutavano poi i commenti di certa gente: "Censimento degli alpeggi? Fai attenzione, ad andare su di lì… Ma ci vai da sola?"

Sapevo però che avrei varcato la soglia di alpeggi che sembrano delle villette. A dire il vero, tipologie architettoniche che niente hanno a che vedere con le antiche baite del luogo. Però sicuramente abitazioni molto più che dignitose, dove ordine e pulizia, insieme a grande esperienza e professionalità, fanno sì che si possano gustare formaggi meravigliosi.

E dire che, lo ammetto, quando stavo per iniziare il censimento, il pregiudizio è andato a cadere proprio sui pastori. Avevo visto quel gregge, non tanto lontano da casa mia, ed il suo pastore, un uomo non tanto alto, dai capelli lunghi sulle spalle, i pantaloni sporchi. E me lo sono chiesto: "Chi incontrerò? Cosa succederà, quando sarò su tra le montagne, con le mie schede fitte fitte di domande?"

Com’è strano, il mondo… Chi l’avrebbe mai detto, che questa realtà sarebbe diventata "mia"? Che il censimento cambiasse la mia vita, le mie amicizie… I pregiudizi sono scomparsi in fretta, perchè non avevano fondamento. Certa gente ha continuato a fare facce strane, quando dicevo che passavo l’estate a girare per gli alpeggi. C’è ancora chi crede che lassù vi siano gli ultimi, dimenticati dal mondo… e che "quelli là" il mondo non lo conoscano. Ma i tempi sono cambiati…

Valle Stura di Demonte – Archivio ANABORAPI/Isoardi

Il XXI secolo ha portato miglioramenti quasi dappertutto, anche se in molti luoghi resta ancora tanto da fare. Ma anche nella baita più isolata, quella dove il pavimento è ancora in terra battuta e l’illuminazione è garantita da candele o lampade a carburo, ho sempre ricevuto un’accoglienza delle migliori. Inoltre, anche se ritorno oggi, a distanza di anni, si ricordano di me. Dov’è che capita un qualcosa di simile? Alle fiere c’è gente che mi riconosce anche se io, ahimè, non so più chi loro siano…

Sempre il pregiudizio dice che siano loro, i margari ed i pastori, a voler vivere in condizioni precarie: tetti coperti da nylon, rappezzati con lamiere, soluzioni di fortuna per non essere proprio ai quattro venti. La ragione è un’altra. Gli alpeggi nelle condizioni peggiori sono spesso quelli di proprietà privata. Gli alpigiani affittano, con contratti dalla durata variabile (uno o più anni). "Lo diciamo, al padrone, di fare qualcosa per il tetto… Ma non gli interessa. Ci aumenta l’affitto, ma non fa nulla. E allora ci arrangiamo noi, ma non vai nemmeno a chiamare un muratore, perchè se gli sistemi la baita, magari l’anno dopo lui ti manda via e l’affitta ad un altro, o ci viene in vacanza…". Per fortuna non è così dappertutto, ma è comunque una delle realtà.

Me lo ricordo, il primo alpeggio del censimento. Una delusione ed un po’ di paura. Arrivo alla baita, ma non c’è nessuno. Solo alcuni cani legati alla catena che abbaiavano furiosi e non mi lasciavano avvicinare per compiere le misurazioni richieste dalle mie schede. Era un alpeggio a media quota, in Val Chisone, dove il proprietario saliva solo saltuariamente per controllare le vacche. "Iniziamo bene", mi dicevo, con la scheda piena di spazi bianchi perchè non avevo potuto intervistare il conduttore. Ma poi la stagione andò bene, il più delle volte la compilazione della scheda era la parte più rapida, il resto della mattinata trascorreva in chiacchiere, ed è così che sono nate tante amicizie, due libri, questo blog e tanto altro ancora.