Fiere e un incontro

Qualche segnalazione di appuntamenti, come sempre non sono questi gli unici in calendario, ma sono quelli di cui sono a conoscenza o che mi sono stati segnalati. Sabato 26 a Barcellonette (Francia), Foire de la Saint Michel.

Fiera di San Michele anche a Sampeyre, Val Varaita. Se le condizioni meteo saranno adeguate, sarò presente con i miei libri, cercatemi tra le bancarelle! Ore 15, passaggio degli animali con i rudun per le vie del paese.

(foto M.Verona)

Adesso invece voglio raccontarvi la storia di un incontro. I miei genitori vanno spesso in montagna (ecco chi mi ha trasmesso la passione per quei territori… poi per gli animali ci ho messo del mio!) e, forse anche per colpa mia e dei miei interessi, non solo si fermano a fotografare animali al pascolo, ma anche a chiacchierare con i loro guardiani. Qui erano in Valle Po (CN) a Pian Croesio.

(foto M.Verona)

Vedete una mandria di vacche piemontesi di proprietà di un allevatore di Paesana.

(foto M.Verona)

Queste sono le meire, che nello scorso inverno vi avevo mostrato in versione innevata.

(foto M.Verona)

(foto M.Verona)

Come guardiani, ecco una coppia di giovani albanesi, Lin e Margrita, aiutati nel loro lavoro dalla cagna Mia.

Informarsi e poi esprimere le proprie opinioni

Speravo, ieri, di ricevere più commenti al post. Invece siete timidi e vi siete limitati a leggere (insomma, con 410 visite giornaliere al blog, 6 commenti sono pochini, eh?). Così mi accingo quasi da sola a trattare un argomento piuttosto delicato, cioè la festa Islamica del Sacrificio, che quest’anno cadeva l’8 dicembre. Non è che, improvvisamente, io abbia deciso di dedicarmi alla religione. Ci sono siti che lo fanno con la dovuta preparazione e competenza: ne parlo perchè questo argomento è strettamente collegato al pascolo vagante. Chiedo scusa fin da ora se commetterò qualche errore ed imprecisione, che vi prego di segnalarmi.

Una buona fetta degli introiti dei pastori vaganti è legata proprio alla vendita dei montoni in occasione di questa festività. Devono essere maschi, di età superiore ai sei mesi, in buona salute, non castrati, senza segni esteriori che siano sintomo di qualche "difetto" (la coda tagliata, un bubbone gonfio dovuto alla morsicatura di un cane, qualcuno non vuole nemmeno i maschi di razza Tacola, con le orecchie corte). In questo articolo si legge: "La seconda (festa della religione islamica) ricorre durante il tempo del pellegrinaggio annuale alla Mecca, due mesi e dieci giorni dopo la fine di Ramadan. Dura una settimana e il suo punto culminante è la festa conosciuta come Eid ul-Adha, festa del Sacrificio (o del "legamento" di Ismaele). (…)Abramo è una figura molto venerata fra i Musulmani, così come fra i Giudei e i Cristiani. Egli è considerato il patriarca del monoteismo. Sviluppando i testi della Bibbia in un modo che si assomiglia al midrash ebraico, i musulmani raccontano che Agar, dopo essere stata lasciata da Abramo lontano dalla moglie Sara (cfr Genesi, cap. 21), era preoccupata di trovare cibo per il suo figlio Ismaele, e si aggirava per il desero in cerca di cibo e acqua per il suo figlio. In risposta alle sue preghiere, una sorgente zampillò proprio ai piedi di Ismaele. Continuando a cercare cibo, era salita in cima a una collina vicina per vedere se qualche carovana passava per quei luoghi. Fortunatamente, alcuni commercianti si fermarono nella valle e chiesero ad Agar di poter dissetare i propri cammelli. Essi poi decisero di stabilizzarsi nella valle, e il loro insediamento crebbe con il tempo fino a diventare la città della Mecca. Abramo tornava di tanto in tanto a visitare Agar e Ismaele, e quando il ragazzo ebbe tredici anni, costruì la Ka’ba, un costruzione a forma di cubo, come luogo dedicato al culto dell’unico Dio. Per commemorare le prove superate da Abramo e dalla sua famiglia presso questa località, i musulmani partecipano, almeno una volta in vita, al pellegrinaggio annuale alla Mecca. Queste prove di Abramo includono la disponibilità del patriarca ad offrire il suo figlio a Dio. Trattandosi di un racconto di tipo "eziologico" (che intende dare senso alla situazione presente del popolo), per i musulmani il figlio in questione è ovviamente non Isacco, come nella bibbia ebraica, ma Ismaele.(…) In seguito, nel primo giorno ufficiale dell’Hajj (8 del mese di Dhul-Hijjah), i pellegrini si spostano di alcuni kilometri per andare alla valle della città di Mina. Il giorno dopo, da Mina si spostano alla valle di Arafat dove passano la giornata in preghiera. Alla sera, i pellegrini si muovono verso Muzdalifa, un luogo tra Mina e Arafat, dove passano la notte in veglia. Il giorno dieci ritornano a Mina, e durante lo spostamento compiono il rito di lanciare sette sassi contro un pilastro che rappresenta il diavolo. Questo gesto ricorda il racconto (sempre di tipo midrashico) secondo cui Abramo lanciò delle pietre contro il diavolo che tentava di dissuaderlo dall’obbedire a Dio. Giunge quindi il momento di offrire un’animale (in genere una pecora, ma alla Mecca anche un altro animale, e secondo procedure oggi aggiornate alle tecniche moderne). Con questo sacrificio i fedeli si immedesimano nella storia del patriarca Abramo che sacrificò un montone in sostituzione di suo figlio (Ismaele). La carne del sacrificio viene distribuita in tre parti, alla famiglia, agli amici, e ai poveri della comunità. Dopo il sacrificio, i pellegrini ritornano alla Mecca per concludere i riti formali del Hajj, compiendo la processione finale del tawaf e del sa’i. (…) Chi non partecipa al pellegrinaggio, si unisce ai riti della Mecca celebrando a casa la festa di Eid ul-Adha, o Festa del Sacrificio (lett. Festa del Legamento, ricordando il figlio di Abramo legato prima del sacrifico). Tutti i musulmani sparsi per il mondo, indossano il giorno i loro abiti di festa e partecipano ad una riunione speciale di preghiera al mattino. Fa seguito un breve discorso, dopo il quale tutti si alzano per abbracciarsi e farsi gli auguri reciprocamente con il saluto tradizionale "Eid Mubarak", che significa "Festa benedetta" o "Benedizioni di festa". Poi, si svolgono le visite alle case degli amici e i pasti comuni, con doni di regali e dolci ai bambini."

Se non vi fosse una così grande richiesta di carne ovina da parte degli immigrati di fede mussulmana, credete che ci sarebbero greggi così imponenti, nel Nord Italia dove la tradizione della carne ovina è legata principalmente alla sola Pasqua e Natale? Un tempo se ne mangiava di più, ma oggi i nostri gusti si sono spostati su altri generi animali. Meriterebbe una rivalutazione… ma questo è un altro discorso. Veniamo alla macellazione. L’articolo che ho citato ieri (su La Zampa) punta il dito su come questa viene effettuata durante tale festa (e, in generale, nella tradizione islamica, perchè comunque la macellazione halal segue sempre questa procedura). Mi sono documentata più che potevo anche su questo aspetto, così vi riporto quanto scritto in merito su Wikipedia: "Alcune culture, come l’Islam e l’Ebraismo, prescrivono che gli animali siano macellati senza preventivo stordimento. In Italia questo tipo di macellazione è stato per la prima volta autorizzato con il decreto ministeriale congiunto (Sanità e Interni) dell’ 11/06/1980 e tale deroga è stata confermata da tutti gli atti legislativi successivi in materia. La legge islamica, cioè l’insieme dei precetti del Corano e dei Hadith, prescrivono una serie di regole per la macellazione del bestiame affinché la carne sia considerata commestibile. Per i musulmani tali regole appaiono mutuate dalla tradizione ebraica del cibo Kosher e di fatto coincidono nelle due culture: quanto segue elenca i precetti del Corano, ma vale anche per la religione ebraica.

Condizioni del bestiame prima della macellazione

  1. Tutti gli animali e il bestiame devono essere in salute, senza segni di malattia, non devono essere feriti né sfigurati in alcun modo;
  2. È espressamente proibito picchiare gli animali da macellare o impaurirli: gli animali in attesa della macellazione devono essere trattati dolcemente.
  3. È proibito ferirli o comunque danneggiarli fisicamente in qualunque modo.

Condizioni di uccisione

  1. L’uccisione halal (cioè lecita ) di animali deve essere effettuata in locali, con utensili e personale separati e diversi da quelli impiegati per l’uccisione non Halal;
  2. L’uccisore deve essere un musulmano adulto, sano di mente e a conoscenza di tutti i precetti della religione islamica e sulla macellazione halal;
  3. Gli animali da uccidere devono essere animali halal e devono poter essere mangiati da un musulmano senza commettere peccato;
  4. Gli animali devono essere coscienti al momento dell’uccisione.
  5. L’uccisione deve avvenire recidendo la trachea e l’esofago: i principali vasi sanguigni verranno recisi di conseguenza. La colonna vertebrale non deve invece essere recisa: la testa dell’animale non deve essere staccata durante l’uccisione.
  6. L’uccisione deve essere fatta in una sola volta: il movimento di taglio deve essere continuo e cessa quando il coltello viene sollevato dall’animale. Non è permesso un altro taglio: un secondo atto di uccisione sull’animale ferito rende la carcassa non halal.
  7. Il dissanguamento deve essere spontaneo e completo.
  8. La macellazione deve iniziare solo dopo aver accertato la morte dell’animale.
  9. Gli utensili per l’uccisione e la macellazione halal devono essere usati solo ed esclusivamente per animali leciti.

Stordimento

Lo stordimento degli animali prima della macellazione non è contemplato dai precetti dell’Islam: tuttavia in alcuni Stati islamici (per esempio in Malesia) è permesso, come misura di gentilezza verso gli animali, a condizioni ben precise:

  1. Lo stordimento deve essere temporaneo e non deve provocare danni permanenti.
  2. Lo storditore deve essere musulmano, o deve essere sorvegliato da un musulmano o da una autorità di certificazione Halal.
  3. I dispositivi usati per stordire animali non halal non devono essere usati per stordire animali halal."

A questo punto, alcune mie considerazioni derivate dalle chiacchierate con Mussulmani che si apprestavano a celebrare la Festa. Mi è stato fatto notare che noi Italiani siamo "senza cuore", perchè mangiamo agnellini piccoli, agnelli da latte. "La nostra religione non permette la macellazione di animali che prendono ancora il latte o che stanno allattando." Oltretutto, abbiamo convenuto insieme come la carne degli agnelloni adulti sia qualitativamente migliore, ma quella è una questione di gusti. Mi hanno poi anche spiegato come la tradizione preveda di donare ai meno fortunati una parte della carne (cosa che, peraltro, veniva spiegata anche nell’articolo citato). Per quello che riguarda la modalità di uccisione… cosa c’è di diverso da quanto si faceva nelle nostre campagne? O da quello che fanno gli stessi pastori quando si trovano costretti ad uccidere un animale che, per esempio, ha subito un incidente in montagna? Ora ci si indigna e si utilizza questa "scusa" per fomentare il razzismo contro gli "altri", dimenticandoci che i nostri nonni o magari anche i nostri padri, di qualsiasi religione, facevano la stessa cosa.

Per favore, non ricominciamo qui con le solite polemiche su vegetariani e non, la sede non è questa. Chi riprenderà questi discorsi dimostrerà di non aver capito quello che sto dicendo e, soprattutto, non avrà colto il mio invito a riflettere sulle diversità culturali e sulla mancanza di contatti tra le persone che abitano le stesse terre, pur avendo origini diverse. Io sono contraria a tutti gli integralismi, religiosi come alimentari. Prima di sentenziare, bisogna sempre documentarsi e cercare le fonti dirette, poi uno sceglie come comportarsi… ma non per questo ha il diritto di condannare, soprattutto se non riesce a capire le scelte dell’altro. E con questo, ogni volta che vediamo un grande gregge, pensiamo che è anche frutto della nostra nuova società multietnica, dove "noi" affermiamo che "loro" sono crudeli per come uccidono un montone e "loro" rabbrividiscono al pensiero che "noi" cerchiamo la fettina di vitello.

Nebbia fitta

Già al mattino si capiva che sarebbe stata una giornata di nebbia. Nebbia e freddo. Nebbia in pianura e nebbia tra le colline. "Ti ricordi qui questa primavera?". Vedessi qualcosa, potrei anche ricordare! Era un calda giornata di marzo, erano venuti degli amici a trovarci, faceva talmente caldo che si poteva stare in maglietta. Oggi no.

Le pecore si vedono solo all’ultimo momento, ancora nel recinto, sagome confuse nella nebbia lattiginosa. La giornata sarà in qualche modo particolare, perchè non si tratterà solo di andare al pascolo, come sempre. Bisogna dividere dal gregge tutti i giovani maschi di circa un anno di età, che i pastori hanno già marcato con un segno rosso sul fondoschiena.

Il loro destino… è segnato. Si sa che nel gregge non possono esserci troppi maschi: non solo litigherebbero tra di loro, prendendosi a testate fin quasi ad ammazzarsi, ma inseguirebbero le pecore fino allo sfinimento. Questo capita specialmente con questi giovani maschi irruenti: non è inusuale vedere una pecora che ha partorito da poco inseguita dai giovani montoni, anche una decina, che la fanno correre anche per ore, impedendole persino di badare all’agnello. Qual è il destino di questi maschi? Perchè non sono stati venduti quando erano agnelli, o agnelloni? Perchè sono ricercati dagli immigrati mussulmani, che cercano il giovane montone con certe caratteristiche per una festa tradizionale che, quest’anno, cade in dicembre.

E allora arriva il commerciante con il camion, a caricare gli animali. Il gregge perde qualcuno dei suoi componenti, ma è giusto che sia così. Questo è il lavoro del pastore, allevare per poi vendere. Perchè veder pascolare gli animali è una soddisfazione, ma bisogna anche guadagnare… Perchè la vita costa, oggi più che mai.

Dopo, finalmente, si può riprendere la routine quotidiana, ed andare al pascolo normalmente, con le pecore affamate più del solito, a causa dell’attesa. La mattinata è già trascorsa, prima però mangeranno gli animali, soltanto dopo sarà la volta dei pastori.

E la giornata è veramente breve, prima ancora di aver digerito il pranzo il sole già si avvia al tramonto. Un sole che non è riuscito a scaldare le ossa, e quando il cielo si tinge di rosso l’aria è ancora più fredda, più umida, tra queste colline. Mentre la maggior parte del gregge pascola, le pecore finalmente tranquille, senza più il "tormento" dei giovani maschi, un nutrito gruppo di "ballerini" sale e scende di corsa dal pendio della collina. Ma non sono solo agnelli di poche settimane, anche giovani pecore di 60, 70 kg.

Per i pastori è di nuovo ora di mettersi in marcia, un breve spostamento verso un altro prato. Di erba ce n’è poca, quindi gli spostamenti sono frequenti, gli animali non trovano di che saziarsi. Il cielo si tinge di tutti i colori, ma il freddo e l’umidità aumentano.

Sono gli ultimi chiarori nel cielo a dare il benvenuto alla nebbia. In realtà, questa non è benvenuta, ma il pastore sa che deve conviverci. Queste ultime ore della giornata sono le più lunghe, con le pile che non riescono a fendere la fittissima nebbia, e non sai più se gli animali sono tutti lì o stanno sconfinando verso un campo seminato. Freddo alle mani ed ai piedi, ti infagotti nella giacca, tiri su il colletto. Ti sposti ancora, dove poi farai il recinto per la notte. E’ difficile persino orientarsi, capire da dove sei partito con le reti e dove devi arrivare per chiudere il cerchio. Ancora peggio cercare le pecore per dar giù gli agnelli, perchè la luce non ce la fa ad illuminare il dorso degli animali, ed il tuo fiato produce altra nebbia, davanti al raggio della pila. E poi fa freddo, freddo anche se cammini, se giri in tondo nel recinto, una ricerca estenuante dell’ultima pecora, che non si fa trovare, nonostante abbia un agnello da allattare e di cui prendersi cura. Sono quasi le 21 quando si sale in macchina per tornare alla cascina e la nebbia è così fitta che le strade di sempre sembrano sconosciute.

Dal cavalcavia (dedicato ad un Rumeno in gamba)

In bici lungo i miei soliti percorsi nella campagna pinerolese… non è una sorpresa per me scorgere un gregge, anche se magari sono decine, centinaia le auto che passano lì di fianco sulla circonvallazione, ed il gregge non lo vedono! Comunque, dal cavalcavia che porta verso Pinerolo, il panorama è questo.

Non riesco ad accontentarmi di una visione dall’alto, ho bisogno di vedere le pecore da vicino ed anche di avere una certezza in più sulla provenienza del gregge, anche se so chi è che di solito utilizza quel prato.

Il gregge è sorvegliato, su tre lati ci sono recinzioni fisse e sul quarto, confinante con un campo seminato, il pastore ha posizionato le reti mobili con la batteria. Nonostante mi abbia solo visto per pochi minuti quest’estate, il giovane rumeno a guardia delle pecore mi riconosce, così provo a fargli qualche domanda.

La nostra chiacchierata avviene mentre un simpatico cucciolo prova i dentini aguzzi sulle mie caviglie e sulla giacca del suo padrone. Il ragazzo al suo paese faceva il macellaio, ma il mestiere di pastore gli piace. "Aria pulita, stai tranquillo, non come fabbrica. Sei fuori, è bello. Bisogna guardare animali, non puoi lasciarli, c’è sempre qualcosa, prima ho dovuto tirare fuori agnellino a pecora, per questo mie mani sono sporche!". Ride, e poi mi racconta dell’altro garzone (Italiano) che era su con lui in montagna. "Lui piaceva bere, troppo dico io! Non puoi bere così e fare lavoro. Quattro giorni non è andato a vedere mucche e pecore. Se poi un animale si fa male, sono soldi! Il padrone l’ha mandato via, ma lui ce l’aveva con me, non voleva farsi comandare perchè io Rumeno. Ma, dico io, lui quarantacinque anni, sempre fatto questo, e poi quando pecora metteva petto per partorire, attaccava sotto altri agnelli a ciucciare. Non è possibile fare così, non capiva proprio niente! E poi aveva sua ragazza, guardava me male perchè aveva paura che io facessi qualcosa a lei. Adesso dice in giro che vuole farmi fuori perchè lavoro ancora qui, ma… io lavoro lo so fare!"

Ci vedremo ancora nelle campagne del Pinerolese, non credo che questo garzone scapperà… cosa che invece succede spesso, sia con aiutanti italiani, sia con stranieri.

Ma tutte queste pecore…

Oggi vi "regalo" una riflessione (sociale? economica? vedete voi!).

In queste pagine avete già visto pecore, pecore, pecore… centinaia, migliaia, se le sommate tutte. Solo nelle greggi vaganti in Piemonte, ne avevo stimate circa 50.000. Avete però già letto che la lana non vale niente (anzi, è un costo), che le pecore non vengono munte (quindi non si fa formaggio).

Le riflessioni sono due: dov’è il reddito e chi se le mangia tutte queste pecore/agnelli?

Per la prima domanda, è vero che ci sono dei contributi (per avere magari animali di razze in via d’estinzione, oppure premi per l’alpeggio – una sorta di incentivo dal momento che si compie un’opera di manutenzione del territorio, ecc…), ma ci sono anche grandi spese (tosatura, trasporto con i camion, oneri fiscali, burocratici, ecc… Quindi il reddito viene dalla vendita degli animali da carne.

E qui siamo allora al secondo punto! Ma chi se li mangia, tutti questi agnelli? E le pecore a fine carriera? Pensateci bene, qui da noi, in Piemonte, il consumo di carne ovina è minimo, concentrato soprattutto nei periodi festivi (Pasqua, Natale). Oppure si va a cercare un certo tipo di carne (vedi la valorizzazione della Pecora Sambucana nella Valle Stura di Demonte – CN). E allora?

L’aumento dei capi nelle greggi è legato anche ad un fenomeno sociale: non solo con poche pecore non si riesce più a vivere, ma… si è anche allargato il mercato. La maggior parte della produzione è infatti assorbita dagli immigrati.

Vuoi per motivi religiosi (i Mussulmani cercano agnelli maschi con determinate caratteristiche di età per una festa tradizionale che si tiene una volta all’anno), vuoi per motivi alimentari legati alla religione (chi non mangia carne "impura" di maiale, chi non mangia carne bovina), molti popoli consumano grandi quantità di carne ovina, sia agnello che pecora o montone. Infine, vi è una non indifferente componente tradizionale: Rumeni ed Albanesi, per esempio, hanno una spiccata predilezione per questa carne, che ricorda loro i piatti della madrepatria.