Da bambino ero sempre con chi aveva le bestie

Dopo essere stati da Paolo, siamo tornate a casa della famiglia Bosonin, una sorta di piccolo grande zoo. Certo, ci sono le capre. Ma anche pecore, asini, cani, gatti, conigli, galline, un simpatico maialino vietnamita e… non so, forse ho dimenticato qualcuno!! Dopo aver fatto onore alla tavola imbandita, è stato il momento di chiacchierare con Simone.

E’ un ciclo che ritorna, già il mio bisnonno aveva le capre. Io ho preso le prime due, due capre bianche senza corna, quando ho compiuto 18 anni. Da bambino ero sempre con chi aveva le bestie, giocavo alla fattoria con gli animali. Quando mi è morta una delle due bianche, mi hanno regalato una di quelle con le corna e… una volta che prendi quelle, è una malattia!

Le capre sono proprio solo una malattia, dato che Simone, di mestiere, non fa l’allevatore. “Sono metalmeccanico e diplomato in trombone, insegno anche musica. C’è il papà che mi da una bella mano, altrimenti le capre non potrei tenerle. Va al pascolo quando lavoro, brontola, ma c’è sempre… Io le tengo proprio solo perchè siano belle, sono contento così! Le valdostane hanno qualcosa in più…

Alle battaglie le porto solo a Carema per mantenere la tradizione, ma non sono scaldato per quello. Anche se, quando vai, alla fine ti prende. Ho già avuto delle reine pure io. Ma ci sono spese ad andare alle battaglie e preferisco lasciare il posto a qualche ragazzino giovane. La soddisfazione è andare in stalla, aprirle e vederle belle, che stanno bene. Oppure quando qualcuno per la strada si ferma e mi fa i complimenti. Senza animali adesso non potrei proprio più stare…

Sono tutte speciali, sono domestiche, mi stanno più vicine loro del cane! Guai se ti siedi, ti vengono tutte addosso. Mi piacciono di più quelle rosse, poi le nere e le cannellate. Quando ci sono i parti, sono agitato, passo anche la notte in stalla, anche se faccio i turni al lavoro. A forza di selezionare ti escono belle e poi non sai più cosa vendere, ma più di tante non posso tenerne.

Le tengo come hobby

Andare in giro a fare interviste è anche una buona occasione per “verificare” come si sono evoluti i sogni e i progetti dei giovani che avevo incontrato per “Di questo lavoro mi piace tutto“. Da Alex ero stata nel 2010 e diceva di voler fare l’allevatore, con le capre e qualche mucca.

Lo raggiungo a casa sua, poi lo seguo verso “l’alpeggio”. Si sale lungo i versanti, tra i boschi, ma ogni tanto gli alberi si interrompono e si può guardare verso la pianura, campi che degradano verso la città, sono Torino e le sue colline a far da sfondo al panorama.

Alex non ha preso le mucche e non fa l’allevatore di mestiere. Ha qualche pecora, agnelli presi da Giuan, il suo amico pastore, allevati al biberon e che, pian piano, sono cresciuti. Quando va ad aprire gli animali per farli scendere nel recinto, sono gli ovini a seguirlo per primi, contrariamente a quel che accade di solito. La spiegazione sta nel fatto che sono stati tutti allattati artificialmente, quindi si è creato un maggior contatto con l’uomo.

Il vero orgoglio di Alex però sono le sue capre. “Le ho dal 2008, la prima l’ho comprata con i soldi miei. Non le ho più belle come una volta… Le tengo come hobby, come lavoro è meglio che lo facciano altri. Continuo il lavoro di mio papà, faccio il muratore. Qui non c’è posto per gli animali, tanti non vogliono, piuttosto lasciano venire su le foreste, i rovi!

E dire che, guardandosi intorno, sembra davvero un posto da capre, però Alex racconta che molti non gli vogliono concedere in uso i pascoli. In paese non c’è quasi più nessuno che ha animali. “Pascolo qui intorno nei boschi, giù nei prati dietro casa e lungo il fiume. Quando posso, perchè c’è il lavoro e mi faccio tutto io da solo. Anche quando mi ero fatto male alla caviglia, zoppicando mi sono arrangiato. I miei si sono rassegnati, non dicono più niente, finchè posso, le capre non si toccano!

Però non si vive di sole capre. E’ una passione, una passione che richiede molto impegno: “Niente ferie, il tempo libero lo dedico tutto alle capre. Non sono bestie che rendono, non hanno i prezzi di quelli della Val d’Aosta. Vendo qualche capretta, ma quelle che proprio mi piacciono, me le tengo.

In questa zona c’è tradizione di allevamento caprino. “Questa è la razza del Col San Giovanni, il ceppo è arrivato di qui dietro. Anche i Valdostani sono venuti a prendere i becchi qui. Allevo queste capre perchè… mi piacciono.

C’è però un’ombra sulla passione di Alex: “Ho preso la CAEV da un becco che ho comprato. L’ho detto ai veterinari, ho chiesto come mai per questa porcheria non fanno niente! Una bella capra di punto in bianco ti va a pezzi. Non sanno bene nemmeno loro come si propaga, stanno facendo degli studi. Proverò a togliere subito i capretti e dare colostro e latte artificiale. Io lo dico subito a chi viene a vedere per comprare, non voglio impestare nessuno…

Qui la capra adesso è vista più per le battaglie

Per il libro su capre e caprai, l’intenzione è di raccogliere testimonianze sul campo tra Piemonte e Val d’Aosta, per questioni logistiche non mi spingerò oltre (ma chiunque potrà richiedermi il questionario da compilare per essere poi inserito nel libro). Così la scorsa settimana sono stata in giro per la Val d’Aosta per raccogliere un po’ di testimonianze. Il primo che ho incontrato è stato Luca, classe 1991. L’ho raggiunto dove trascorre l’estate con gli animali. A dire il vero, mi ha concesso un po’ di tempo nonostante fossero giornate di fienagione.

Ha messo fuori le capre, prima libere, poi le ha condotte ad un recinto preparato con le reti elettrificate, dove avevano erba, ombra e acqua. “Le prime due erano capre bianche, non saanen, me le ha prese mio papà quando facevo ancora le medie, andavamo in alpeggio sopra a Quart, avevamo solo le mucche. Me le ha prese perchè mi piacevano e perchè iniziassi a fare io qualcosa di mio. E’ stata la prima capra bianca portata alle battaglie!! A me piacerebbe avere capre da battaglia, ma i miei non vogliono, perchè sono più difficili da gestire. Adesso ho tutti incroci, le tengo per mungere.

Le capre in lattazione sono 14, il latte viene lavorato in azienda. “Mio fratello e mia mamma quando è giù fanno i formaggi. Lavorano il latte di mucca e quello delle mie capre. Facciamo yoghurt, cacioricotta e formaggi di capra. C’è abbastanza richiesta di formaggio di capra, anche se qui in valle la capra è vista più per le battaglie, anche l’AREV tiene più in considerazione quelle che non noi che abbiamo capre da latte.” Per trovare i prodotti della “Ferme des Champion”, bisogna andare a Brissogne. Qui la pagina su facebook.

Luca tempo fa mi aveva detto che avrebbe intervistato suo nonno. Purtoppo nel frattempo è mancato, ma lui mi racconta quello che aveva saputo in quella chiacchierata. Marco Champion, classe 1926, all’età di 11 anni saliva in alpeggio con il papà. “C’erano 30 mucche e 60 capre, lui era il capraio, iniziava a mungere mentre gli altri mungevano le mucche. Erano 6 persone a lavorare in alpeggio. Il latte veniva mescolato e si faceva la fontina mista. Il casaro diceva che si lavorava molto meglio così e le fontine erano migliori. Gli avevo chiesto di che razza erano e mi aveva risposto che erano tutte capre! Ce n’erano con le corna e senza.”

Quando la mamma aveva avuto problemi di salute, Luca era stato costretto a vendere il gregge, ma adesso ha ripreso ad avere un buon numero di animali. “Non faccio solo questo, sono anche educatore alla scuola dove ho studiato, la scuola di falegnameria e meccanica dei Salesiani a Chatillon. Mi occupo delle capre al mattino ed alla sera, corro un po’, ma faccio tutto. Fosse per i miei sarebbero già via dieci volte… Un giorno sono entrate nell’orto e hanno mangiato tutto!

La montagna qui è ancora ben curata. “C’è ancora la tradizione, dispiace lasciare andare dove si è faticato tanto. Ci sono ancora i “piccoli” come noi, che però per i numeri che c’erano, una volta erano già grandi! Sono i piccolissimi che stanno sparendoBisogna vedere come va la vita, ma spero di tenerle sempre! Io non saprei dove stare, senza le mie capre… Dicono che la capra si odia o si ama, io ho iniziato per caso, ma adesso non potrei farne a meno.” Mi racconta di aver allevato i capretti, ma anche di averne acquistati. “Ce n’erano due che non volevano succhiare, non c’era modo di fargli prendere il biberon. Gli avevo dato lo sciroppo con le vitamine, il Betotal per uso umano, ho visto che lo prendevano e gli piaceva, aveva l’aroma di vaniglia. Così ho comprato delle fialette di vaniglia per dolci e le mettevo nel latte, così sono riuscito a salvarli.

Andare al pascolo, mungere e viverci… è dura! Adesso per me aiuta, ho un lavoro, poi c’è il latte delle mucche e si mette insieme. Qui siamo a mille metri, bisognerebbe andare in alpeggio, però poi bisogna anche scendere a fare i fieni, quindi bisognerebbe avere più persone e allora… Poi manca totalmente il mercato della carne, si tribola proprio a vendere i capretti, le capre adulte poi proprio niente. Una volta la carne di capra si usava in famiglia. I capretti arrivano dalla Francia, tutti uguali, tutti con lo stesso peso.

…poi ho detto… proviamo!

Sono un tipo un po’ strano, lo so. Dovrei gioire per la rinascita della montagna, di quei villaggi che ho frequentato quando erano avvolti dalla vegetazione, silenziosi, totalmente abbandonati. Adesso che arriva la strada, le gru spostano materiale, i muratori lavorano per farli tornare in vita, io però non sento più le voci di un tempo, quelle di chi quelle case le aveva costruite ed abitate.

Per salire a Campofei ho scelto comunque di percorrere l’antico sentiero partendo da Colletto, non la nuova strada. Dove non arrivano i mezzi è ancora tutto come un tempo, o meglio, il tempo sta facendo il suo corso, i tetti crollano, le travi marciscono, gli alberi si richiudono sulle case. Non so cosa sia giusto e cosa sbagliato, sicuramente però chi oggi tornerà in questi luoghi condurrà una vita molto molto diversa da quella di un tempo.

Queste sono le frazioni di Castelmagno, luoghi dove un tempo si conduceva la più povera delle vite. Le testimonianze di allora le si possono trovare nei musei, oppure nei libri: “I prati erano sempre pieni di gente: uno spettacolo. Tutti si adoperavano perchè fossero sempre puliti (…). Appena era possibile si dissodava una nuova zona, si allargavano i terreni coltivabili, magari di nascosto (…). Era la fame che spingeva tutti a questo infinito lavoro…”. “Mio papà, le prime calze che portava gliel’ha fatte mia mamma quando s’è sposata, adoperando un suo paio. Prima non le aveva mai portate.” Queste e tantissime altre testimonianze si possono leggere nel libro “Rescountrar Castelmagno”, testimonianze raccolte da obiettori di coscienza che, tra il 1976 e 1978, svolsero il servizio civile a fianco dei montanari che ancora vivevano lassù. Oggi invece quelle borgate sono state acquistate da aziende agricole composte da imprenditori del settore vitivinicolo che, grazie ai capitali posseduti, hanno intrapreso progetti di recupero e ristrutturazione.

Di Valliera avevo già parlato lo scorso anno in occasione della transumanza. Quest’anno invece sono venuta a Campofei per incontrare ed intervistare Roberta, che già conoscevo. “Ho sempre avuto 2-3 caprette fin da piccola, i miei sono nel settore della viticoltura, siamo di Barolo. Ad una fiera nel mio paese avevo conosciuto Roberta Colombero, lei aveva il banco dei formaggi, sono poi andata a trovarla in cascina e d’estate ho fatto la transumanza con loro. Dovevo stare solo pochi giorni, invece sono rimasta su quasi tutta la stagione fino a settembre. Ho fatto due estati con loro. I soci che gestiscono l’azienda qui hanno chiesto se quest’estate volevo venire su con le capre, ci ho pensato e ho detto di sì.

Quello che colpisce è la giovane età di Roberta (classe 1999), che è quassù ufficialmente come stagista per la scuola, anche se in realtà farà tutta la stagione. Con lei poi c’è Giorgia, la sorellina di 8 anni. “Più che aiutare, tiene tanta compagnia! Ci siamo solo noi qui, di giorno ci sono i muratori, alla sera resta solo il cuoco dell’agriturismo. Erano venute altre due stagiste, ma non si sono fermate. Una dovrebbe tornare… Mi ha fatto riflettere l’idea di venire su da sola, ma poi ho detto… proviamo! Il papà viene su venerdì, sabato e domenica, la mamma quando riesce. Quando viene papà c’è anche Eleonora, la più piccola che ha 5 anni.

Oltre alle due capre camosciate di Roberta, ci sono altri animali dell’azienda agricola, nove in mungitura, oltre ad alcune vitelle di Roberta. “Mi piacciono di più le mucche, non mi trovo male con le capre, da sola sono più facili da gestire. In futuro non lo so cosa farò, vorrei continuare nel settore, ma non ho idea come. Qui mungo al mattino, porto al pascolo le vitelle, poi le capre. Al pomeriggio faccio i formaggi nella cucina dell’agriturismo. In base a che ora finisco, le mungo e le metto fuori o viceversa.

Amici e parenti vengono a trovarmi, a volte se qualcuno mi porta il sabato sera vado a trovare Roberta in Valle Maira e andiamo a ballare. Le capre le munge mio papà, poi il latte lo lavoro io quando torno. Mi hanno intervistata su “La Stampa”, grazie ad un fotografo delle mie parti, di lì è partito tutto, sono anche venuti quelli de “La vita in diretta”, mi hanno cercata altri, ma non abbiamo accettato. Tanti non capiscono, per tanta gente è semplice, ma lo fai solo se ti piace davvero. Anche le amicizie, mica tutti capiscono! Al sabato e alla domenica do anche una mano nell’agriturismo e nell’orto, faccio le camere…

Per molti la storia di Roberta può sembrare eccezionale, incredibile. E’ da ammirare la sua scelta, ma non dimentichiamoci che ci sono decine e decine di figli di allevatori che aiutano le famiglie tutto l’anno. Magari non stanno da soli in alpeggio, ma vanno al pascolo e mungono un numero ben maggiore di animali. Nessuno però parla di loro. Qui sicuramente il luogo e il “contorno” aiutano a dar visibilità. Purtroppo siamo in una società che vive molto di immagine… conta di più una storia ben confezionata e ben proposta che tante realtà di cui nessuno parla.

Io mi auguro che ci possa essere un futuro per quello che ho visto a Campofei. Mentre scendevo dalla strada (sotto al temporale e alla grandine, quindi non ho fatto foto), sono passata a Valliera, che ormai è stata interamente recuperata e ristrutturata. “Se il prossimo anno non torno, le capre le ridarò indietro. Adesso dovrebbero arrivarne altre 10, che partoriranno poi in autunno. Ho ancora due anni di scuola da fare, quest’anno perderò le prime due settimane. Oggi viene su il professore a vedere e compilare i fogli per lo stage.

Nell’agriturismo, non ancora aperto ufficialmente (uno dei soci dell’azienda agricola mi spiega che questo è ancora un anno di prova, per ora vengono su loro con gli amici, poi quando sarà tutto a posto si darà il via) assaggiamo vari formaggi tra cui quelli freschi di Roberta, che ha imparato a caseificare nelle scorse stagioni in alpeggio.

Questa era Campofei una quindicina di anni fa. Oggi qui non si è più isolati, spesso Roberta ha il telefono in mano per comunicare con il resto del mondo.  Passato, presente e futuro, chissà quale sarà lo sviluppo di questo luogo? Lo scorso anno il gregge era stato affidato ad altri, ma l’esperienza non era stata positiva. “E’ stato un caso che mi abbiano dato le capre, loro le avevano già, me le hanno date a gennaio. Quando vado a scuola al mattino va mio papà in stalla, la sera vado io.

I lavori di ristrutturazione proseguono, grazie ai capitali si possono sicuramente recuperare le case senza snaturarle: di sicuro non tornerà a vivere il paese, come quando quassù si abitava per 365 giorni all’anno. Mi avvio per la discesa mentre il temporale si avvicina, farò una tappa a Campomolino per parlare con chi invece vive e lavora tutto l’anno lassù…

…basta farci l’abitudine!

Dalla Lombardia mi scrive Giacomo per raccontarmi un suo successo, essersi qualificato al quarto posto in un concorso di tosatura in Francia, a Martel. Queste competizioni, organizzate dall’Association des Tondeurs de Moutons si tengono periodicamente e prevedono anche dei campionati mondiali.

Qui la classifica dell’incontro del 14 luglio scorso. “Di là c’è tutta un’altra cultura…“, mi scrive Giacomo. “Ero l’unico Italiano, c’erano Francesi, Scozzesi e Neozelandesi.

Ecco le pecore francesi dopo la tosatura. “Penso che in Europa l’Italia sia l’ultima nazione con la considerazione di pastore come lavoraccio, perché non c’è la cultura, mentre in Francia, Inghilterra, Scozia, Spagna, Irlanda ci sia molta più cultura, quindi sono anche più organizzati come aziende, come personale, come conoscenza di questo lavoro.

Giacomo è nipote di pastori, i suoi zii sono pastori vaganti. “Ho iniziato circa all’età di 13 anni con mio zio, l’aiutavo d’estate in montagna perché studiavo ancora. Ho a tosare imparato grazie a tanti Francesi che mi hanno aiutato e anche grazie a Tino (Ziliani) che forse è felice vedere un giovane con la voglia di imparare questo antico mestiere. Adesso sono 5 anni che faccio il tosatore.

Si può vivere di tosatura anche in Italia? “Lavoro 8-9 mesi all’anno. Per ora arrivo fino in centro Italia, a novembre penso di andare in Nuova Zelanda. Quest’anno ho lavorato anche un pochino in Spagna . Solitamente giro con la squadra di Tino, però siccome ho tanto lavoro in centro Italia, tanti piccoli li faccio da solo.  Lavoro da marzo a circa metà luglio e da metà agosto fino a fine settembre. Ci sarebbe spazio per altri giovani, anche molto, ma la voglia manca! Spesso c’è da lavarsi fuori, dormire sul furgone, ma basta farci l’abitudine, secondo me si sta molto bene.

Comprerò al massimo un becco, poi mi faccio la mia razza

Quando intervisto allevatori di capre, molti di loro mi raccontano come la passione sia nata quando erano ancora bambini. E così ho cercato anche uno di questi “bambini”. Marco è del 2003, un ragazzino molto appassionato di capre, che ha iniziato quando era ancora più giovane, grazie ad un regalo.

Heidi, la mia prima capra, me l’hanno regalata i cugini per la prima Comunione. I miei fanno un altro lavoro, ma i miei nonni a Rueglio hanno le mucche. A me però piacciono di più le capre, non so perchè. Quando sarò grande mi piacerebbe avere 15-20 capre e una trentina di mucche, poi andare in montagna in alpeggio d’estate. Adesso vado dalle capre al mattino prima di andare a scuola.

Il prossimo anno Marco farà la terza media e dopo si tratterà di andare alle scuole superiori. La scelta obbligata è quella dell’Istituto Agrario, il sogno è quello di superare il test d’ingresso ed essere ammesso all’Institut Agricole Régional di Aosta, ma per chi viene da fuori regione c’è appunto un esame da superare. Fino a quel momento il gregge non può aumentare, anche perchè ci sarà da stare in convitto. “Qui c’è poco spazio, la stalla me l’ha fatta mio papà e i prati da pascolare me li lascia il mio vicino. Gli do spesso una mano, lui ha le mucche, lo aiuto anche a fare fieno e vado a prenderlo da lui man mano che mi serve.

A Marco piacciono le capre Valdostane. In occasione della mia visita ha sostituito le normali campanelle con i collari di legno e le ha fatte pascolare ben bene al mattino presto. “Le capre non le mungerò, preferisco tenerle un po’ più grasse e belle. Non voglio comprarne altre, alleverò le caprette delle mie, Bijou è figlia di Heidi, comprerò solo il becco e poi mi faccio la mia razza. Quando Heidi era bima l’ho portata alla rassegna a Vico. Ho voluto farla battere e ha vinto il primo premio nella sua categoria, è stata una grande soddisfazione!

Le capre per me sono una scommessa

Francesca e Federico sono una giovanissima coppia. Lui lo avevo già intervistato quando scrivevo “Di questo lavoro mi piace tutto”, ma per il libro sulle capre lascia la parola a Francesca (classe 1988), sua compagna di vita e di lavoro.

Li raggiungo già in alpeggio a Laz Arà, sopra a Pramollo, in un vallone laterale proprio all’imbocco della Val Chisone. La strada, prima asfaltata, poi sterrata, mi porta fin lassù. Il tempo inizialmente è sereno, ma i ragazzi mi parlano di temporali e piogge quasi quotidiani. Hanno appena finito con le mucche, di cui si occupa principalmente lo zio Oscar, quindi si sale dal gregge, composto da pecore e capre. Non sono tutti animali di proprietà, molti sono presi in guardia per la stagione estiva. Federico inizia a mungere le capre, mi dice che sarà Francesca a raccontare la sua storia con le capre. “E’ da quattro anni che le ho, prima ce n’era solo un paio e per lui erano purcherie, che facevano disperare, che quando sono con le pecore vanno sempre a fare danni se c’è un piantino o un fiore.

Impari ad apprezzarle pian piano, vengono da sole a farsi mungere, sono le prime quando le chiami, una pecora non verrà mai a coricarsi accanto a te al pascolo o si metterà sotto l’ombrello di fianco a te quando piove. La cosa più bella è vedere Mia che viene su con la stessa malattia.” Francesca è nata in montagna, ma non aveva una strada già scritta come allevatrice.

Io ho studiato architettura degli interni, poi ho lavorato un anno in Svizzera per un mobilificio. Quando ho conosciuto Federico ho lasciato perdere tutto. Adesso le capre sono a nome mio. Da quest’anno a casa dei miei a Pramollo abbiamo aperto un punto di ospitalità rurale. Non è proprio un agriturismo, è una soluzione che ti consente di avere 15 persone a mangiare e 8 a dormire, utilizzando le strutture che hai già. Ci stiamo inventando un modo per far conoscere i nostri prodotti. I nostri salumi, agnelli e capretti, i formaggi. La gente non compra più la toma intera… Non abbiamo ancora un sito specifico, solo qualche pagina in quello della falegnameria dei miei.

Federico finisce di mungere e apre il recinto. “Con questa pioggia hanno anche meno latte…“. Anche quel giorno sembra che non tarderà a piovere nuovamente, il cielo si sta coprendo, anche se si vede il sole verso la pianura. “Al pascolo va lui, io sto in stalla, aiuto Oscar, faccio i formaggi di capra e anche quelli di mucca se Oscar deve andare via. Vado a volte al pascolo al sabato o alla domenica, ma ho anche Mia da guardare e poi… lui lo fa meglio di me!

Le capre guidano il gregge e in questa immagine lo si vede bene. “Le capre per me sono una scommessa, io ci credo tanto, Federico di meno. Alleviamo le nostre caprette, poi abbiamo preso quelle di Andrea Aimonetto quando è mancato. Sono sempre state con le nostre, sua mamma altrimenti le avrebbe mandate al macello, per noi era importante prenderle anche come ricordo di lui. Non facciamo una scelta di razza, preferibilmente le valdostane, ma poi io ho la fissa delle fiurinà, adesso le abbiamo fatte punteggiare e iscrivere a libro genealogico.

Ho imparato da Oscar a fare i formaggi, faccio tomette da 4-500g, alcune le aromatizzo con il serpillo, altre con le bacche di ginepro.

…e questa non è che una minima parte di quello che Francesca mi ha raccontato della sua passione, ma ovviamente tutto confluirà nel libro… continua il mio cammino a caccia di foto e storie di capre e caprai.

Un giro in Valle Orco

La meta non era quella. Ma poi al mattino il tempo sembrava davvero pessimo. Giù in pianura non ne parliamo, quindi più che provare a risalire una valle e sperare… Alla fine, come si dice, la fortuna premia gli audaci. Mentre nel fondovalle le nuvole stagnavano, compatte, contro le montagne, man mano che si saliva sembrava esserci qualche spiraglio.

Lungo la strada, ad un certo punto, ecco un gregge di capre con il loro anziano pastore. L’erba è bagnata, il cane abbaia perchè due capre stanno facendo battaglia. Due parole su questa stagione dal tempo ballerino, poi si prosegue, dopo aver avuto alcune indicazioni su altri allevatori presenti in zona.

Il secondo incontro, sempre casuale, di giornata, è con un altro gregge di capre vicino ad un alpeggio. Sono bellissime capre e non occorre molto tempo per capire chi sia il padrone. Simone dice di essere più un margaro che un capraio, ma la qualità dei suoi animali è risaputa. “Le abbiamo da vent’anni, non abbiamo mai comprato, sempre allevato le caprette.

Ci sono anche alcuni bovini davanti all’alpeggio. “Ho anche la passione delle mucche nere, le reine. Sono andato a scuola, ho fatto due anni di meccanico, quando ho avuto 16 anni mi sono messo a lavorare in stalla, una volta avevamo solo 4-5 mucche. Quest’anno è il quarto anno che vengo in alpeggio.

Adesso sono appena salito. Sono da solo, mio papà lavora in fabbrica, poi sta giù a fare il fieno. Mia mamma veniva su con me, poi si è ammalata, è mancata lo scorso anno. Faccio formaggi, qui sulla strada si vendono bene. Faccio solo tome. Mi sono messo a posto per lavorare il latte anche giù in cascina. Le capre non le mungo, poi per fare i formaggi di capra richiederebbero un altro locale separato!

Una volta le portavo alle battaglie, mi piaceva, ma poi ho smesso per le troppe polemiche. Adesso ci godo di più a vederle tranquille nel prato a pascolare.”

Tanti turisti le prendono per stambecchi, uno mi ha chiesto se facevo la toma, di stambecco! Faccio anche una lavorazione come quella della fontina, ma ovviamente non posso chiamarla così. L’ho chiamata Ceresolina. Grazie al nome, la gente la compra di più della toma normale! Ormai però non comprano più la toma intera.

Salutato Simone, il viaggio prosegue. Poco sopra, a Ceresole, appena prima della diga, c’è un gregge che sta per andare al pascolo. In questo inizio di stagione è facile fare incontri così, lungo la strada, perchè la maggior parte degli allevatori sta salendo. O meglio, sale chi può pascolare nel fondovalle, visto che agli alpeggi c’è ancora ben poco, quando non addirittura la neve!

Il gregge è quello di Ettore, appena arrivato quassù con la sua transumanza. Il pastore non si scompone per il tempo, è abituato a prendere quello che viene. Si lamenta per le pecore zoppe, quest’anno il clima purtroppo sta favorendo la zoppina, cosa che ho già riscontrato anche presso altri pastori.

E’ ora di andare al pascolo, così il pastore chiama il gregge, che si sposta poco sotto a pascolare altri prati. Non conosco quale sarà il suo tragitto, ma guardando verso l’alta valle mi sa che dovrà far durare l’erba quaggiù, in attesa che la neve sciolga.

Pensavo di non incontrare più animali, di lì in poi, invece ecco ancora qualche mucca, alcune capre e un’agnella che pascolano di fianco al Lago di Ceresole. Forse sono appena arrivati dalla pianura. Il cielo intanto si sta aprendo sempre di più ed esce il sole. Così si prosegue verso l’alta valle.

Veramente di lì in poi non ci sono più altre mandrie e greggi, arriveranno solo più avanti. Siamo nel Parco del Gran Paradiso e gli stambecchi sono abbastanza facili da vedere. Questo branco di più di 20 animali è ben mimetizzato tra le rocce, ma si lascia avvicinare senza troppi problemi. Ovviamente bisogna rispettarli, muoversi piano e non far rumore, poi si può stare a lungo ad osservarli.

Mi viene da sorridere nel pensare che, si trattasse di un gregge di capre lasciate libere ed incustodite, sarebbe molto più difficile avvicinarle così. Ci sono animali di diverse età, tra cui alcuni maschi molto vecchi, a giudicare dal palco. Riposano, si godono il sole, mangiucchiano…

Più in alto ancora, alla diga del Serrù, la primavera e l’estate sono ancora lontane. La strada è aperta fin qui, più oltre bisogna proseguire a piedi, il Colle del Nivolet è ancora chiuso. Quassù non è ancora stagione di alpeggio, almeno per qualche settimana. Fa anche freddo, quindi è meglio ridiscendere.

Ancora un’immagine in cui ben si coglie cosa vuol dire, a queste quote, l’avanzare delle stagioni, dell’erba, delle fioriture. Buon alpeggio a tutti quelli che trascorreranno l’estate in Valle Orco. E intanto, giù nel fondovalle e nella pianura, si scatenava l’ennesimo temporale…

Sono animali schietti ed istintivi, come chi li alleva

Ero già stata da Giuseppe lo scorso autunno, ma prima di avere l’idea di mettermi a raccogliere interviste per un libro su capre & caprai. Così sono tornata qualche settimana fa, momento in cui i capretti erano nel pieno della loro giocosa vivacità.

Ritrovo il posto, lui è intento a mostrare gli animali ad un altro giovane appassionato, che forse ha intenzione di acquistarne uno, poi dedichiamo un po’ di tempo a scattare qualche immagine. Per la chiacchierata/intervista andremo in un posto più comodo nella borgata poco sotto, dove gli animali sono stati nei mesi invernali. Qui sono all’aperto, con solo dei teloni come ricovero temporaneo in caso di maltempo.

Beppe è del 1988 ed è dal 1996 che ha le capre: “La prima mi è stata regalata, per qualche anno ho avuto solo quella, poi ho convinto i miei genitori e ne ho presa un’altra, dopo ho sempre allevato, solo in questi ultimi anni ho comprato delle fiurinà. E’ una passione, più che un lavoro. Già da ragazzino me le sono sempre guardate io, tutto l’anno. Fino al 2009 le seguivo estate inverno, fin quando andavo a scuola. I miei avevano le mucche, stavamo in alpeggio per conto di altri.

Poi d’estate ho iniziato a lavorare. Io non voglio dover chiedere niente a nessuno, per mantenerle lavoravo, e non è sempre facile riuscire. Ho fatto un po’ tutti i lavori, dal cameriere al parrucchiere, ultimamente vado a far la stagione estiva in Toscana, tre mesi e mezzo, così le mando in alpeggio. Ci sono su le mie e quelle di altri, ma senza sorveglianza, così ho già avuto anche degli attacchi da parte del lupo, adesso che è arrivato anche in Val d’Aosta.

(eliminatoria di Gressan, 8 maggio 2016, Brunella reina di II categoria)

Ne ho sempre portata qualcuna alle battaglie, con buoni risultati. Però da quando ho iniziato a mandarle in montagna, è cambiato tutto, perchè quando scendono sono più selvatiche. In Val d’Aosta questa passione per le cape c’è sempre stata, poi adesso le battaglie aiutano a mantenere la tradizione. All’inizio la cosa più bella di avere la mia capra, Coquette, era proprio portarla ai combattimenti!

Aveva anche ottenuto dei risultati, io ero un ragazzino, era una grande soddisfazione! La scelta della razza è partita da quella che mi avevano regalato, ma non ho mai avuto il pensiero di prendere delle capre da latte, mungere e fare il formaggio. Stai insieme al pascolo, vedi emergere il carattere di ciascuna, certe sono più affettuose, più riconoscenti. Il bello è l’autenticità di questi animali, sono schietti ed istintivi ed è anche la particolarità di chi le alleva.

Adesso vendo capre e capretti agli appassionati, c’è chi le cerca per l’estetica, chi per i combattimenti. Ben volentieri vendo i capretti maschi da vita, quest’anno me ne hanno presi 17 da fare dei becchi, ma è stata una fortuna! Hanno tutte il nome, le femmine, ai maschi invece un nome non lo do, tanto non li posso tenere.

Articoli, foto, video…

Mentre cerco di organizzarmi per andare avanti con le interviste per il libro sulle capre, eccovi un po’ di materiale che ho visto passare qua e là. Rimanendo sul tema delle donne allevatrici, due articoli: uno riguarda delle conoscenze dirette (Roberta & Roberta), l’altro ci porta in provincia di Treviso.

Anche un video, il trailer di un documentario etnografico su donne e allevamento in Val d’Aosta.

Poi gustiamoci una selezione di foto dell’amico Leopoldo. Maggio 2015, risalita verso la montagna del gregge di Fabio Zwerger al Lago del Corlo (Arsiè-BL). “Luoghi magici, fuori dai grandi percorsi turistici, dove le pecore transitano, come da sempre, convivendo con gli uomini senza problemi.

(tutte le immagini sono di L.Marcolongo)

La stagione della transumanza e della montagna sembra ancora così lontana… ma sta arrivando. Tra due mesi ci sarà già chi inizia ad incamminarsi verso le valli.