Abbiate pazienza…

Scusatemi, in questi giorni ho sempre più difficoltà nell’aggiornare costantemente il blog con notizie & altro. Però le attività che mi impegnano produrranno materiale per articoli futuri…

Tanto per cominciare, ci sono le “nuove storie” del film sui pastori piemontesi, che riguardano dei pastori vaganti, tipologia fino ad ora non incontrata dalla troupe. Poi ci sono le difficili giornate di pascolo di questa strana primavera tardiva. Ho sentito dire che almeno un pastore ha “fermato il gregge” nelle scorse settimane, cosa che non era successo in tutto l’inverno! Se adesso il sole scalderà la terra, l’erba inizierà a crescere, ma sono giornate davvero difficili per i pastori.

Un paio di segnalazioni. IMPORTANTE per gli allevatori dell’area GAL Escartons e Valli Valdesi, qui la scheda da compilare ed inviare se si vuole partecipare al progetto sulla filiera ovicaprina. Sul sito tutte le ulteriori informazioni in merito. E’ il progetto di cui avevamo discusso qui

Appuntamenti: il 9 aprile, ore 9:00, dovrei essere in onda in diretta intervistata negli studi di TV2000, per parlare di giovani che hanno scelto la pastorizia, l’allevamento. Il 12 aprile, ore 21:00, sarò a Biella presso La Bufarola per presentare “Di questo lavoro mi piace tutto”.

Adesso tutti gli animali sono in stalla

Siamo tornati in Val Pellice per documentare il lavoro invernale del pastore Ivan e della sua famiglia, proseguendo così il racconto di “chi è il pastore del XXI secolo” (vi ricordo il sito di riferimento del film qui).

La stagione di pascolo all’aperto è definitivamente conclusa, anche le ultime pecore, quelle in asciutta, sono rientrate alla stalla. “Ho tirato avanti finché ho potuto, ma non avevo più erba. I contadini avevano fretta di spargere il letame, così certi pascoli sono andati… Da uno ne ho pascolata metà, poi mi sono spostato da un altro che aveva fretta che gliela mangiassi, l’altro non ha aspettato. Ormai è tutto così.” Quindi tutti gli animali si trovano nell’Inverso di Villar Pellice, dove restano le tracce della nevicata dei giorni scorsi.

Arriviamo mentre si sta concludendo la mungitura del gregge, le vacche sono state munte prima, poi viene messo il fieno nelle greppie e le pecore iniziano a mangiare. La stalla è divisa in due sezioni, una per i bovini, una per le pecore in mungitura. “Lavoro e spese ce ne sono, ma le cose vanno sempre peggio. Non riusciamo a vendere agnelli e vitelli, i prezzi sono bassi. La crisi noi la stiamo sentendo di più adesso che non quando se ne parlava tanto all’inizio.

Buona parte del lavoro viene fatto a mano, si disfa la rotoballa con il forcone e di porta dentro il fieno finché ve ne sia a sufficienza per tutte. Dopo, dall’alto, viene fatta cadere della paglia nella zona dove gli animali hanno sostato in attesa della mungitura. “Ma qui almeno quando c’è da togliere il letame lo si può fare con il trattore! Gli animali non sono tutti qui, ne ho anche in varie altre stalle, ma sono stalle vecchie, più scomode.

Nel caseificio c’è Katia ancora al lavoro. Manca solo una settimana al parto, ma fortunatamente fino ad ora non ci sono stati problemi e quindi continua ad occuparsi di almeno una parte delle sue mansioni. Poi, almeno temporaneamente, della lavorazione del latte dovrà occuparsi qualcun altro.

Vinta la ritrosia iniziale, riusciamo a far parlare anche mamma Silvia e papà Valter, che raccontano di non aver forzato le decisioni dei figli, ma di essere stati contenti quando questi hanno deciso di proseguire l’attività di famiglia. “In alpeggio andavamo già noi e ci siamo andati tutti insieme. Certo, all’inizio un po’ di preoccupazione a sapere che andavano lassù e non ci sono le case, la strada è brutta. Quando hanno portato su la roulotte con il trattore, era una giornata di cielo limpido e io da casa ho guardato con il cannocchiale, ho tirato il fiato quando ho visto che avevano passato le curve. Quando saliranno quest’estate il bambino avrà già qualche mese. Uno un po’ in pensiero lo è, ma d’altra parte una volta salivano con i bambini appena nati e non c’era nemmeno la strada, solo il mulo.

Ivan ci tiene quella che definisce la “malattia del pastore”: campane, campanelle e rudun delle pecore, delle capre e delle vacche, tutte ordinatamente appese su in alto alle travi del fienile.

Poi ci spostiamo ad una delle vecchie stalle dove, separatamente, vi sono alcuni giovani bovini, le capre ed altre pecore. “È il periodo che piace meno, il periodo più impegnativo. Vai da un posto all’altro a fare lavori. Qui devi fare tutto a mano, mettere l’acqua, il fieno, togliere il letame. Ne ho qui e ne ho ancora in altre stalle da un’altra parte…“.

Pensavo di portare su con il camion quelle a cui vendevo l’agnello per Natale… Invece niente, gli agnelli sono rimasti lì, le vendite sono andare male. Sono quelle che erano fuori al pascolo, sono ancora da tosare. Aspettiamo che venga la luna vecchia, poi le toso. Di solito per la tosatura ci sono io, Ivan e il figlio di Valter!!!!“. Scherza, Ivan, alludendo a come questo lavoro tocchi tutto a lui, sia prendere l’animale, tirarlo verso il posto dove verrà tosato ed infine “spogliarlo” dalla lana. “E come al solito di quella si prende ben poco… però almeno non ho spese a chiamare qualcuno che me le tosi.

Ivan ormai è entrato nella parte ed è lui stesso a suggerirci cosa filmare e chiedere di parlare di alcuni argomenti. “Vedete? Qui uso queste balle piccole, che sono sempre più difficili da trovare. Si facevano una volta, adesso invece ci sono le rotoballe rotonde. Ma per le vecchie stalle come queste, sono più pratiche da prendere e da portare.” Il fieno prodotto all’interno dell’azienda però non è sufficiente per alimentare tutti gli animali per tutto l’anno, quindi l’inverno significa anche spese non indifferenti.

Quassù l’inverno dura a lungo. Quest’anno è ancora andata bene, ha fatto freddo, ma di neve ce n’è stata poca. Cerchiamo sempre di stare al pascolo più che si può e di metterle fuori presto in primavera, le pecore. Il fieno è un costo.” Fieno, secchi d’acqua portati a mano, poi per finire qualche carriola di letame, dopo si passerà ad un’altra stalla, anche se ormai è praticamente mezzogiorno.

Arriva anche Valter, che ci spiega ancora come queste antiche stalle fossero già affittate in passato dalla sua famiglia. “Quando abbiamo costruito di là, avevo già tenuto degli spazi grossi, pensando che fossero più che sufficienti. Io prima facevo anche un altro lavoro… Poi i figli sono andati avanti loro, quindi le bestie sono aumentate e così abbiamo tenuto anche queste strutture più vecchie. Sono scomode per lavorare, ci metti più tempo, ma per il resto gli animali stanno bene sia qui che là.

Nuovo sito dedicato al film

Oggi vi invito a vedere il nuovo sito dedicato al film che stiamo pian piano realizzando, quello sui pastori piemontesi del XXI secolo. Il sito è questo http://pastoripiemontesi.wordpress.com/. Andate a vedere tutte le pagine, in gran parte forse è materiale che avete già visto qua e là sul blog. In aggiunta c’è questa proiezione sul backstage, cioè sui di noi che realizziamo il film inseguendo i pastori anche in cima alle montagne! Buona visione!!

Fuori dal gregge

Ieri ho ricevuto tramite posta una grossa busta. Era proprio quello che stavo aspettando… Cioè il prodotto finale di “Fuori dal gregge”, il documentario realizzato da OvideO. L’abbiamo guardato subito, ovviamente.

Il primo commento è stato… Già finito? Sì, sono 42′ che scorrono via veloci tra immagini ed interviste a pastori vaganti della Lombardia. Io avevo avuto modo di vedere in anteprima i singoli temi, tre dei quali li potete anche vedere direttamente voi qui. I ragazzi di OvideO infatti avevano indagato su tutti i vari aspetti caratterizzanti il pascolo vagante, dalla storia agli attrezzi, dai cani alla commercializzazione, intervistando un gran numero di pastori e personaggi comunque legati al mondo della pastorizia nomade. Il prodotto finale è un documentario che ovviamente sintetizza la gran quantità di materiale raccolto, dando modo a chi lo guarda di farsi un’idea generale sul pascolo vagante, dall’alpeggio alla pianura. Interesserà a piacerà molto agli addetti ai lavori, ma anche un pubblico curioso potrà farsi un’idea abbastanza completa di questo mondo, lasciandosi affascinare dalle immagini delle greggi in cammino o affidandosi alle parole schiette e sincere dei pastori, che davanti alla telecamera parlano con grande spontaneità.

Un’unica pecca, a mio vedere, è la presenza ogni tanto della voce dell’intervistatore fuori campo, ad introdurre la risposta del pastore. Il volume è più basso e si fatica a capire la domanda. Forse avrei preferito una “cucitura” dei pezzi solo con le parole dirette degli intervistati, senza questi brevi momenti.

Il “corto” di Fuori dal Gregge è qui. Per tutti gli interessati, si può mandare un’e-mail a ovideo_associazione@ovi.com per riceverlo direttamente (so che alcuni amici già ce l’hanno e spero vorranno aggiungere qui il loro commento), è richiesto un modico contributo per le spese sostenute (10,00€). Potete contattare OvideO anche su Facebook qui.

Attività d’inverno

Salire in Valle Stura d’inverno per proseguire le riprese del film sui pastori… Questo era l’ultimo appuntamento con la famiglia Giordano, in un momento dell’anno durante il quale le attività di chi vive (e lavora) in alta quota si differenziano da chi invece scende a valle, magari praticando la pastorizia nomade.

Nelle intenzioni speravamo di incontrare l’inverno vero, ma quest’anno le cose vanno così. Un po’ di neve c’era, ma poca. Il freddo quello sì, ormai il caldo davvero anomalo sembra essere dimenticato, quindi non mancava ghiaccio e la neve residua, però… Sognavamo il vero senso di inverno in montagna e abbiamo dovuto accontentarci!

D’altra parte al mattino avevo fatto due passi ed ero riuscita a salire nel versante esposto a sud quasi senza pestare neve. I pascoli erano addirittura scoperti qua e là, con ampi segni del devastante passaggio dei cinghiali. Anche se si intuiva che fossero pascoli comunque utilizzati (picchetti di ferro dove tirare i fili per le vacche ancora posizionati in loco, mah…), tra il dissodamento ad opera degli ungulati ed i cespugli infestanti che stanno addirittura ostruendo il sentiero, la situazione non era delle migliori.

Freddo sì, ma non freddissimo, tant’è vero che nei pressi di una sorgente brillava quest’erba così verde, così fresca da far pensare alla primavera imminente e non al cuore dell’inverno. Eppure al primissimo pomeriggio già il sole accennava a tramontare ed il cielo già si velava, come se davvero dovesse arrivare la neve.

Dai Giordano si era in piena attività di tosatura, lavoro che impegna quotidianamente padre e figlio per parecchio tempo. “L’altro giorno poi c’era la tosatrice che non funzionava ed abbiamo dovuto portarla giù ad aggiustare. Abbiamo messo insieme anche altre cose da fare, mentre si scendeva… Partiti al mattino, non siamo venuti indietro fino alla sera alle sette, con tutti i lavori ancora da fare…“, racconta Lucia. In stalla c’è caldo umido, telecamera e macchine fotografiche si appannano con grande disappunto della troupe.

In stalla le pecore mangiano fieno, qui non si esce fino alla primavera, quella vera. Prima di iniziare la tosatura, le mangiatoie sono state riempite, così gli animali si alimentano, mentre gli uomini lavorano. E’ un lavoro duro, lungo, noioso, va già bene che adesso ci sono le tosatrici elettriche. Il ronzio però è tale che non si può procedere con le interviste, solo filmati di questa attività tipicamente invernale, per chi ricovera le pecore in stalla.

Da una parte quelle già tosate, dall’altra il lavoro per le prossime settimane! Battista e Daniele sono precisi, accurati, non si vede un taglietto o anche solo uno segno, un ciuffo di lana più lunga rimasta sulla schiena delle pecore. “I tosatori… Quelli sono più veloci di noi! Ma fanno solo quello…“.

Lucia ci mostra i lavori, la loro casa è in corso di ristrutturazione per poter fornire accoglienza ai turisti, tre stanze, sei posti letto all’ultimo piano, come affittacamere. Integrare le attività per vivere, sfruttando le opportunità offerte da alcuni finanziamenti disponibili per interventi di questo tipo… Poi riuniamo la famiglia intorno al tavolo durante una piccola pausa nei lavori, così mostriamo loro l’anteprima del film (questa). Non commentano la loro storia, ma osservano con curiosità gli altri pastori, soprattutto… le loro bestie!

Per la prossima puntata aspettiamo il maltempo, ci è già stato fatto notare che, in tutte le occasioni, abbiamo ripreso una pastorizia idilliaca baciata dal sole. Alla prima neve quindi la troupe ripartirà… E poi si inizieranno a seguire anche le altre storie di pastori. Ci sarà anche un sito dedicato al film, ma vi farò sapere prossimamente non appena sarò riuscita a caricare un po’ di materiale.

L’ultimo pastore, bello, ma…

Finalmente anche in Italia un film sul mondo della pastorizia nomade, sul pascolo vagante! Quale strumento migliore per raggiungere il pubblico, per far conoscere questa realtà? Scrivere una recensione de “L’ultimo pastore” però non è un compito per niente facile per la sottoscritta. Da una parte la lunga attesa di quest’opera, diventata famosa ancor prima di essere terminata per “aver portato le pecore in Piazza Duomo a Milano”, fatto che è stato ripreso da tutti i TG, come compare anche nelle scene finali del film. La sua visione mi ha lasciato sentimenti contrastanti: gioia e commozione, ma anche un po’ di delusione ed amarezza. Quello che posso dire è che un film che sicuramente emozionerà e stupirà tutti coloro che mai hanno visto dal vivo un gregge vagante, che non sanno che questo mestiere viene ancora praticato, anche in periferia di una grande città come Milano.

Un appunto iniziale sul titolo. Cosa vi viene in mente? A me un senso di fine, di sconfitta, di mancanza di futuro. L’ultimo dei Mohicani… Tutte le volte che ho incontrato il compianto Gianfranco Bini, con lui ho discusso sulla sua teoria degli “ultimi”. Lassù non ci sono gli ultimi… Perchè nonostante le difficoltà, i pastori, i montanari, sanno adattarsi e resistere, magari trasformandosi, ma continuano la loro vita, il loro mestiere. Vedendo il film si capisce che questo è (forse?) l’ultimo pastore a pascolare in periferia di Milano, ma poi dalla stessa visione dell’opera si capisce che un futuro per il suo mestiere c’è. Forse non con il figlio maggiore, Gottardo, ma di sicuro con il mediano Giovanni, che ha quello sguardo del pastore che sa vedere lontano. Il mio timore è che il pubblico veda sì una favola di speranza, in cui i bambini possono ancora incontrare un mondo che non è scomparso, che continua anche tra le difficili condizioni della periferia urbana. Ma temo anche che vi legga un messaggio di un mondo che va a morire. Speriamo di no!

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Non c’è problema di svelare la trama, perchè non è un film che debba mantenere una certa suspance… Che le pecore arriveranno a Milano lo sappiamo tutti. “Non ti aspettare un documentario, perchè è una fiaba“, mi aveva detto chiaramente il regista Marco Bonfanti. E così mi sono accomodata in sala curiosa di vedere come questa fiaba avrebbe raccontato il mondo della pastorizia nomade a chi invece non lo conosce. Perdonatemi, di lavoro non faccio il critico, meno che meno il critico cinematografico, quindi quello che segue è scritto dal punto di vista di chi la pastorizia nomade l’ha prima “studiata” e poi è entrata a farne parte.

La prima parte mi è piaciuta, le immagini sono molto belle e coinvolgenti, suoni “ambientali” e musica aiutano ad entrare davvero nel film, in alpeggio, tra le pecore. In realtà fino ad un certo punto del film vedevo più il documentario/film (ben fatto, non noioso o didascalico, non soltanto tecnico) che non la fiaba, e l’equilibrio tra il mondo del pastore Renato e quello dei bambini della scuola milanese che non sanno nemmeno chi è o cosa fa il pastore funzionava bene. Dalle parole di Marco Bonfanti, il regista, temevo che la fiaba non mostrasse/nominasse i problemi che affiggono il mondo della pastorizia, quelli che lo mettono in pericolo, invece per la maggior parte emergono qua e là nell’intera opera.

Ancora di più mi è piaciuta la famiglia di Renato, la moglie Lucia, una donna forte, l’ennesima figura femminile di questo mondo dell’allevamento tradizionale, che non compare davanti al gregge come il pastore conosciuto da tutti, ma che è la base dell’azienda, oltre che della famiglia. A lei il compito, oltre che di crescere i figli e tenere la casa, di sbrigare l’imponente mole di burocrazia, tenere i contatti per le vendite di animali, ecc… Ma anche fare forza al marito quando a questo può venir voglia “di venderle tutte”. Perchè lei ha sposato l’uomo e il pastore, sono due cose indissolubili, senza le pecore non sarebbe più lui e quindi in un certo senso si romperebbe anche il loro legame. Bellissimi i figli, specialmente il mediano Giovanni, che nel film dice poche parole, ma ha sguardi e modi che parlano da soli. Mi piacerebbe incontrarlo, quel ragazzo, e chiedere a lui, più che a suo papà, cosa ne pensa del film.

Anche se non è un documentario, vengono spiegati vari aspetti del pascolo vagante, tanto che il pubblico dovrebbe farsi un’idea generale di questo mondo, e magari avere voglia di scoprirne di più. Renato parla, racconta della nascita della sua passione, del Gaì, la lingua segreta dei pastori, del rapporto con il cane, ma anche del suo sogno di portare le pecore ai bambini, a quei bambini della nostra nuova società multirazziale che sicuramente saranno felici di vedere gli animali, gli agnellini, “perchè a tutti i bambini piacciono le pecore“.

Trovo però che la seconda parte del film perda ritmo. Secondo me si insiste troppo sulla tematica del consumo di territorio, sia con le parole del pastore, sia con le immagini. Mentre tutta la prima parte era spontanea, a parte alcune belle scene volutamente surreali e fiabesche, i viaggi del pastore con il suo camion tra le vie di Milano li ho trovati eccessivi. Bellissima invece la scena del cammino delle pecore tra il cemento di un sottopasso, ma quella da sola spiegava già tutto e non era, secondo me, necessario insistere così a lungo con il pastore (senza gli animali) tra il cemento ed i grattacieli. Opinione mia, ma avrei inserito ad esempio i commenti della gente ferma in coda quando il gregge attraversa una strada, blocca il traffico.

L’arrivo a Milano ovviamente è la fiaba, non più realtà, ma mezzo per narrare questa storia poetica e strumento (molto molto efficace) per attirare l’attenzione sulla pastorizia. Speriamo che nessun Comune a questo punto osi più fare una multa ad un gregge quando attraversa un paese, una cittadina, perchè “sporca” le strade! Se capiterà, citeremo l’esempio de “L’ultimo pastore!”.

Un’altra mia critica (e non solo mia, ho assistito alla proiezione con alcuni amici in un modo o nell’altro “del mestiere”) riguarda alcuni stereotipi che ci hanno lasciato la bocca amara. Se la gente lo guarderà con mente aperta, capirà che questo è UN pastore. Ma non avendo altri esempi, e visto che per molti tutto quello che mostra lo schermo è LA verità, ho un dubbio… Renato è un pastore, uno dei tanti, nelle sue parole ho ritrovato ciò che ho tante volte ascoltato dai suoi colleghi, ma ho il dubbio che la visione del film, a parte la fiaba, vada ad alimentare certi “luoghi comuni” sulla pastorizia che sicuramente non giovano alla categoria. Oltre a Renato c’è un suo aiutante: Piero. “Personaggio” particolare, ma che troppo spesso appare come macchietta anche perchè è il suo suo datore di lavoro a dipingerlo come tale. Nel film appaiono qua e là altri suoi tratti, anche comici, ma quello che resta in mente al pubblico è il pastore senza età, trascurato, ubriacone, che addirittura parla da solo o con un cane immaginario. Quanti riusciranno davvero a capire il significato della bella scena di Renato e Piero, nuovi Don Chisciotte e Sancho Panza?

Voi l’avete visto? Cosa ne pensate? Ci terrei molto a sentire i vostri commenti, perchè tutti quelli che leggo in rete sono entusiasti e mi sento la solita pecora nera ad esprimere queste critiche.

Consiglio comunque la visione di “L’ultimo pastore”, vedere lo schermo del cinema “invaso” dalle pecore un brivido lo fa venire. Andate oltre quello che vedete, cogliete le metafore, la poesia, ma anche le difficoltà di questa vita. Mi piacerebbe che, in parallelo, nelle sale cinematografiche arrivasse anche “Hiver Nomade“, sul pascolo vagante in Svizzera. Forse più un documentario, ma  probabilmente più vicino a quello che noi allevatori/pastori/tecnici vorremmo vedere sullo schermo. Peccato poi che si sia interrotto per mancanza di finanziamenti il progetto di Lorenzo Chiabrera di realizzare un film su di un pastore nomade piemontese.

L’ultimo pastore: intervista a Marco Bonfanti

Ci voleva “L’ultimo pastore” di Marco Bonfanti per far sì che tornassi al cinema dopo chissà quanti anni, per di più a Torino (chi mi conosce sa quanto poco io sia cittadina!) ed alle 9:30 di mattina. Prima di passare alla mia recensione di questo film, che ha riscosso un ottimo successo di pubblico e di critica durante il Torino Film Festival, in attesa anche del verdetto della giuria, oggi vi propongo una mia intervista al regista. Ho goduto del privilegio di intervistarlo direttamente (via internet) dal momento che, tempo fa, all’inizio del “progetto” che ha portato al film, Marco mi aveva contattata per chiedermi informazioni sul pascolo vagante.

Come nasce questa idea? L’idea del film nasce a seguito di una conversazione con un professore della Bocconi che, essendo un bravo ciclista, in uno dei suoi pomeriggi ha incontrato un maxi gregge di pecore lungo il naviglio a Milano. Mi sono illuminato e ho cercato chi avesse tanto ardire di portare ancora le pecore fin dentro Milano. Dopo mesi di peregrinare, ho incontrato Renato; e dopo altrettanti mesi faticosi, ho rotto la sua diffidenza: ha accettato solo perché si trattava di una fiaba.

Conoscevi già il mondo della pastorizia nomade? Non conoscevo il mondo della pastorizia nomade e, se non ci fosse stato il tuo blog, forse non ne saprei nulla neppure oggi. Le mie informazioni sono poche e rudimentali.

Hai incontrato anche altri pastori vaganti oltre a Renato? Nella mia vita, sì, certo; a Milano no, soltanto lui e con grande fatica, perché è molto bravo ad occultarsi lungo le arterie delle provinciali, delle superstrade, dei cavalcavia etc.

Pensi che questo mestiere sia destinato a scomparire e che quelli attuali siano gli ultimi pastori per sempre… o si trasformerà e continuerà ad esistere? Non credo sia un mestiere destinato a sparire, credo piuttosto sparirà con l’estinguersi del pianeta. L’uomo nasce allevatore nomade e il suo cammino ci ha condotto per milioni di anni sin qui. Come le religioni, certamente, sarà costretto di volta in volta a modificarsi e ad adattarsi ai tempi per sopravvivere dignitosamente. Tuttavia, questo non significa che sopravviverà ovunque. Avrà sempre più zone franche, più ghettizzazioni, riserve indiane, perché il terreno sul quale si edifica va perduto per sempre; e le costruzioni aumentano, inesorabilmente. Nelle grandi città, con la perdita del contatto naturale, si è perduta atavicamente gran parte dell’umanità. Lì, dove c’è disumanizzazione, alienazione, la pastorizia non tornerà mai più.

Quali benefici potrà eventualmente portare alla pastorizia nomade un film come L’ultimo pastore? Grazie al film sta già aumentando in maniera sproporzionata la curiosità nei confronti della pastorizia. La Stampa ieri (giovedì, ndA) parlava di pastori, proprio grazie al film. Questo credo sia dovuto al fatto che “L’Ultimo Pastore” fa ridere, piangere, emozionare, avvincere, commuovere come un film di finzione, senza annoiare come fanno la maggior parte dei documentari oggi: lenti, basati solo sulle immagini, specifici, quasi tecnici. Per pochi, insomma.

Non è un documentario, ma un film, quasi una fiaba. Credi che il pubblico potrà avvicinarsi di più al mondo della pastorizia dopo averlo visto, oppure lo riterrà comunque un mondo a parte? Potrà accendere l’attenzione su qualcosa che, nei grandi centri urbani, crediamo non esista più.

Il protagonista recita se stesso: c’è una parte di finzione ed una parte di realtà o i due elementi sono indistinguibili? Il protagonista è se stesso, così come gli altri personaggi, ma è inserito in una trama, in questo viaggio stralunato per giungere sin ai bambini della metropoli, che non sanno nulla. Con grande tristezza per tutti. Io non faccio informazione, o televisione. Faccio opere di poesia, e perciò sono tenuto a raccontare la realtà come io la vedo o come io vorrei – mi immagini che sia.

Che impressione hai avuto del mondo della pastorizia nomade in generale? Un mondo estremamente variegato, affascinante, contro il tempo, che ci può anche insegnare la poesia e a stare meglio con noi stessi. Un’idea di mondo, di libertà, di sogni diversa. Oggi scarsamente accettata.

Anche questa volta il sole

Lo sapevamo anche se non ce l’avessero detto… Nelle immagini del trailer del film sui pastori piemontesi c’è sempre il sole, sempre il bel tempo. Uno potrebbe quindi pensare che la vita del pastore sia fatta esclusivamente di belle giornate…

Questa volta, per continuare a raccontare le storie di una delle tre famiglia di pastori incontrate, speravamo di vedere almeno il brutto tempo, ma le previsioni consultate una settimana prima sono nel frattempo mutate e così anche questa è stata una giornata di sole.

Pastorizia, eppure qui vi mostro una cascina… La storia di Andrea e Silvia ormai gli appassionati di questo blog la conoscono, avendola seguita fin quasi dai primi passi. Adesso di passo ne è stato fatto uno molto grande: lo spostamento verso la pianura, con una sede sicuramente più funzionale, dove poter ricoverare adeguatamente tutti gli animali, con terre intorno da destinare a pascolo per gli animali. Andrea è soddisfatto, chi sembra aver patito il distacco è soprattutto Silvia, che si trova a dover gestire una nuova casa, l’inserimento dei bambini in una nuova scuola, l’isolamento della pianura, la lontananza dalla famiglia… “A me piacciono le difficoltà, le sfide per poter superare gli ostacoli ed andare avanti. Per lei è più dura, il lavoro in caseificio prende tutto il giorno, e poi tutto il resto…“.

Sicuramente la sistemazione degli animali è migliorata ed ora, con spazi maggiori, c’è stata la possibilità di aumentare il numero dei capi. La vecchia stalla di Reano, dove concluderemo il nostro tour, è vuota, ma solo temporaneamente. “Di progetti ne ho” – afferma con sicurezza Andrea – “Questo non è un punto di arrivo. Il mio obiettivo è costruirmi una via di discesa e salita dalla montagna con il gregge e mungere lungo la strada con un carro  mungitura come hanno in Meridione. Vedremo! Poi qui in cascina fare il caseificio e punto vendita, adesso andiamo a lavorare al caseificio della Cooperativa Il Trifoglio a Buriasco.

La bella giornata fa apparire splendida anche la pianura. Fa freddo, ma il terreno non è ancora gelato e non c’è la nebbia che potrebbe caratterizzare lunga parte dell’inverno. Mentre Cosmin ed Elena portano al pascolo prima le pecore, poi le capre da latte, non si può che ammirare lo sfondo delle Alpi innevate ed il verde dei prati seminati da Andrea. Se le immagini mostrano solo il bello, saranno le parole dei protagonisti a ricordare che la realtà ha anche tanti aspetti negativi.

Cosmin ci ha mostrato sul suo smartphone le immagini del padre, pastore nomade in Romania. Pecore “Turcane”, asini caricati con gli agnelli, un lungo mantello sulle spalle del pastore. “…ma lui qui preferisce guidare i trattori, è più per la tecnologia! Con il primo stipendio si è subito comprato quel telefono lì!“, racconta Andrea. Elena invece è preoccupata per i figli in Romania: la più grande studia, il piccolo pare che stia prendendo una cattiva strada, dissipando i soldi che faticosamente i genitori guadagnano qui in Italia. Storie di emigrazione, storie di pastorizia…

Ci spostiamo dove c’è il gregge delle pecore in asciutta. Torniamo verso le colline, le montagne si fanno più vicine. Il sole è caldo, non c’è quel freddo umido della pianura. Gli spazi sono più limitati, non le distese immense viste intorno alla cascina. “…ma giù c’è il monopolio del mais! Mais ovunque!!! Una volta non era così, erano tutti prati, giù c’è una terra speciale, l’erba è una meraviglia, da quando sono sceso gli stessi prati li ho già pascolati più volte. Ma devo costruirmi la fiducia con i vicini, hanno arato giornate e giornate di stoppie del grano proprio davanti alla cascina, lì le pecore avrebbero pascolato bene! Ma è quel maledetto mais a dominare, sempre solo mais!“.

C’è una pecora che ha appena partorito una coppia di gemelli ed Andrea e Marco (il marito di Elena) vanno a controllare. “Ho tutta questa gente che lavora per me… E io faccio dei lavori che mi permettono di mantenere tutto in piedi! I lavori di esbosco, di pulizia dei sentieri. Poi adesso c’è la cascina, la terra, i prati da lavorare, da seminare. Ma io sono contento! La nostra forza è essere un nucleo famigliare solido. Adesso Silvia sta trovando duro, ma le dico di resistere. Quando avremo lì a casa il caseificio ed il punto vendita come in montagna al Pravareno allora sarà diverso…“.

Sicuramente la storia di Andrea non è quella di un “classico” pastore, ma non si può dire che questa non sia un’esperienza di pastorizia piemontese del XXI secolo. Mi fa piacere aver seguito i passi di Andrea e Silvia fin quasi dall’inzio e vedere oggi i loro successi costruiti a fatica. Viene da chiedersi perchè quello nell’immagine non dovesse essere il luogo adatto per un’attività zootecnica portata avanti da giovani… “Il paese qui è tutto votato alle aree residenziali, non c’era spazio per un’azienda zootecnica. Però questi bei prati…“. Quei prati o diventeranno altre villette (facile, essendo in un’area pianeggiante) o verranno invasi dai rovi prima, dal bosco poi (nelle aree meno centrali). Ed il bel paesaggio cambierà, non sarà più la stessa cosa.

Eventi vari e buone notizie

L’altro giorno vi avevo detto che aspettavo con ansia un film… Bene, ecco qui una notizia che sarà particolarmente gradita agli appassionati di pastorizia, ai Piemontesi e soprattutto ai Torinesi.

Il film “L’ultimo pastore” di Marco Bonfanti sarà presentato in anteprima italiana al Torino Film Festival il 27 novembre prossimo, ore 18:00. Qui le modalità di ingresso alle serate del Festival. Mi piacerebbe molto esserci, ma… chissà se sarà possibile? Ci saranno anche le proiezioni del 28/11 (ore 11:45) e del 1/12 (ore 9:30).

Invece sarò qui domenica 11 novembre, ad Aosta per la seconda edizione della Foire des Alpes, mostra-mercato dedicata alla valorizzazione della carne valdostana e agli animali delle razze non bovine provenienti dagli allevamenti del territorio. Mi trovate tra gli espositori con i miei libri e qualche sorpresa…

Vi ricordo anche l’appuntamento di “Craf in Crof”, fiera delle capre a Croveo, frazione di Baceno, sempre domenica 11 novembre. Qui il programma.

In ultimo, vi ricordo due dei prossimi appuntamenti con le presentazioni di “Di questo lavoro mi piace tutto”: 15 novembre a Ruata, frazione di Pramollo (TO), 16 novembre ad Angrogna (TO). Qui ulteriori dettagli ed altri appuntamenti. Sto intanto procedendo con la distribuzione nelle librerie, qui trovate l’elenco aggiornato, ma nelle prossime settimane continuerò a portarlo in giro. Vi ricordo però che è sempre possibile ordinarlo via posta qui.