Nevicata d’ottobre

Leggendo le testimonianze del passato, spesso si trovano racconti epici di discese dall’alpe con la neve. Una volta non esistevano le previsioni meteo, al massimo si cercava di leggere qualche segno del tempo, l’aria, i comportamenti degli animali, cose così.  Oggi, con una maggiore o minore attendibilità, certi fenomeni sono annunciati almeno con qualche giorno di anticipo. Inoltre quasi tutti riescono a leggere in tempo reale gli aggiornamenti, grazie agli smartphone. Però le nevicate di ottobre, per quanto annunciate, non si pensa mai che possano essere così intense. Oggi la quota neve si è alzata e piove (abbondantemente) anche in molti posti dove ieri aveva imbiancato. Spero che intanto tutti siano scesi sani e salvi a valle. Vi presento una carrellata di foto, così come si vedono le previsioni anche in alpe, si fotografa e si pubblica su facebook in tempo reale.

Questa foto l’ho scattata io ieri ad un gregge sotto a Lignan, nel vallone di Saint Barthelemy (AO), il gregge che avevo incontrato più a monte nei mesi scorsi. Nevicava, ma a terra l’erba non era nemmeno tutta coperta, era più pioggia mista neve. Altrove però le cose erano ben diverse…

inizia la desarpa a Gressoney (AO) - foto R. Cilenti

inizia la desarpa a Gressoney (AO) – foto R. Cilenti

il gregge scende a valle, Villar Pellice (TO) - foto D.Garnier

il gregge scende a valle, Villar Pellice (TO) – foto D.Garnier

tutto pronto per la partenza, Val Varaita (CN), foto R.Peyrache

tutto pronto per la partenza, Val Varaita (CN), foto R.Peyrache

si torna a casa, Bobbio Pellice (TO), foto D.Bonnet

si torna a casa, Bobbio Pellice (TO), foto D.Bonnet

pian piano si scende nel Biellese, foto A.Maffeo

pian piano si scende nel Biellese, foto A.Maffeo

transumanza a Limonetto (CN), foto G.Librando)

transumanza a Limonetto (CN), foto G.Librando)

ancora al pascolo a Elva (CN), foto S.Basso

ancora al pascolo a Elva (CN), foto S.Basso

prima della discesa, nel Biellese, foto I.Corniati

prima della discesa, nel Biellese, foto I.Corniati

tanta neve nel Monregalese (CN), foto M.Baldo

tanta neve nel Monregalese (CN), foto M.Baldo

discesa

discesa “verso la piana” in Val Varaita (CN), foto I.Seymand

la transumanza sullo spartiacque Val Maira-Val Varaita (CN), foto L.Lamberti

la transumanza sullo spartiacque Val Maira-Val Varaita (CN), foto L.Lamberti

discesa dalla Conca del Prà, Bobbio Pellice (TO), foto M.Bertin

discesa dalla Conca del Prà, Bobbio Pellice (TO), foto M.Bertin

Volevo sottolineare come, a parte la foto di Roberto Cilenti, le altre siano tutti scatti realizzati da allevatori o comunque da amici che sono andati a dare una mano durante le transumanze. Belle immagini da vedere, ma momenti estremamente difficili da vivere.

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Non solo “pecore”

C’è una pagina su Facebook che leggo sempre volentieri. L’autore è sardo, vive in Sardegna e conosce bene la realtà pastorale della sua terra, perchè anche lui ne ha fatto parte. Si firma “Il Giardiniere”.

Sono tante le riflessioni che stimola questa pagina, ma quella che vi propongo oggi vorrebbe stimolare voi a partecipare ad un… “gioco”. A collaborare con questo blog fornendo qualche risposta. Così scrive il Giardiniere: “I nomi delle pecore. In italiano la pecora è solo pecora. In Sardegna ha diversi nomi a seconda dell’età. A parte l’agnello, anzone, c’è la saccaja, cioé l’agnellone di un anno che deve essere fecondata.  Sementusa, che ha figliato una volta. Bedusta, adulta. Zurra, cioè da macello. Le “zurras”, però, non sono solo quelle più anziane ma tutte le pecore non produttive: affette da mastiti, sterili (cioé lunadigas, lunatiche), o matte (gaddinosas). Un italiano che veda un gregge vede pecore. I sardi vedono tante diverse complessità.

Sono solo i pastori sardi ad avere tutte queste diversità? In Italiano ci fermiamo a pecora, agnello, montone… Ma nei dialetti? Quindi… vi invito a commentare raccontandomi se da voi ci sono anche diversi nomi. Provate a scriverli, non importa se la grafia è proprio quella giusta… e ditemi anche di dove siete. Così poi possiamo rispondere al Giardiniere con tutta la biodiversità linguistica pastorale!

Sono sicura che verranno fuori tante belle cose. A parte che, già solo in Piemonte, la “pecora” prende nomi diversi di valle in valle… poi cito il “tardun” in Valle Stura, la “sterpa” in Valsesia, la pecora “turgia” e così via. Se volete, potete dirmi anche i nomi delle capre (“bima”, “buc” e via discorrendo). A voi la parola.

Ci sono poi anche nomi per definire le varie colorazioni del mantello, o altre definizioni ancora che al momento non mi vengono in mente. Basta che commentiate qui sotto o su facebook dove condividerò questo articolo. Grazie a tutti quelli che avranno voglia di partecipare a questo “gioco”.

Come si fa a fare (dis)informazione

Questo blog esiste dal 2007. Per passione scrivo, fotografo e parlo di pastorizia. Non mi paga nessuno per farlo, se volete contribuire alla mia opera, acquistate e leggete i miei libri. Non sono sponsorizzata e non ho nessun secondo fine se non la passione per questo mondo e il piacere di condividerla con voi. Sappiamo bene quanta ignoranza ci sia in giro e quanto sia difficile fare un’informazione il più possibile corretta e obiettiva. Molte persone mi hanno scritto ieri e oggi chiedendomi di fare chiarezza per “distruggere” l’ennesimo esempio di cattiva informazione che circola in rete, per di più partendo da un’immagine del mio blog.

Questo è il post incriminato che da due giorni circola su facebook. Leggete, io non ho altro da aggiungere. La foto è stata presa senza consenso da questo blog, più esattamente da un post del novembre 2007. Questo post, per chi vuole andarselo a rileggere. Ricordo esattamente il giorno in cui è stata scattata la foto, era il 1 di novembre e, con il gregge, eravamo accanto al cimitero di Vercelli.

La foto usata dal sig. Colantuono, che (leggiamo su facebook, il profilo è pubblico, lavora alla RAI) è un dettaglio. Avevo scattato anche quest’altra immagine in cui vediamo l’asino con gli agnelli appena nati. Sappiamo bene come i pastori facciano così per far sì che gli agnelli neonati stiano al caldo e non mescolino il loro odore con altri, di modo che le mamme li riconoscano e li allattino quando il cammino del gregge si ferma e gli animali sono al pascolo. Ciascuno è libero di alimentarsi come meglio crede: insalata, soia o bistecca. Si può criticare l’allevamento intensivo o qualsiasi altra cosa, ma far passare un agnello neonato sull’asino come un agnello morto sul camion che lo trasporta al mattatoio… NO!!

Per favore, fate circolare questo post, condividetelo sui social, parlatene ovunque. Purtroppo il nostro “amico” è molto ignorante in materia, leggete come si ostina a commentare a chi gli fa notare l’uso improprio dell’immagine. Mi auguro che le Associazioni di Categoria intervengano, che i mezzi di stampa facciano qualcosa per una corretta informazione. Ripeto, poi ciascuno mangia cosa vuole, ma prima deve ricevere una corretta informazione!! GRAZIE

Storia recente

Casualmente, in questi giorni mi è capitato di veder passare sui profili facebook di alcuni amici delle foto “d’epoca”. Foto anche abbastanza rare, perchè riguardano lavori di montagna, nello specifico la pastorizia. Macchine fotografiche e mondo rurale non erano abbinamenti comuni, a meno che si trattasse di qualche appassionato al di fuori di questo mondo che, attraversandolo, prendeva degli scatti.

(foto archivio B.C.Bertorello)

Queste invece sono immagini da album di famiglia. Bruna Chiaffreda Bertorello pubblica la foto di suo nonno, “pastre” in Francia negli anni Venti. Purtroppo non si sa dove, su quale montagna.

(foto archivio B.C.Bertorello)

Sempre suo nonno al pascolo, nel 1936. Non sono passati nemmeno 100 anni. All’epoca erano gli Italiani che emigravano per andare a fare gli operai per gli allevatori Francesi. E adesso? Adesso qui abbiamo garzoni di altri paesi europei, ma non solo. E anche Italiani che tornano a lavorare fuori, magari in Svizzera o in Francia.

(foto archivio L.Roletto)

Anche il Canavesano Luca Roletto pubblica la foto della nonna: “Metà anni 40, mia nonna Dora con le sue pecore al pascolo sul Monte Calvo nei pressi della capela drucà”. Anche se “mute”, queste immagini ci dicono tante cose, osservando i vestiti, i volti, gli animali. Adesso vi chiedo un favore: visto che scriverò il libro su capre e caprai, fin da ora chiedo agli amici piemontesi se hanno foto d’epoca con delle capre, appunto. Animali al pascolo, mungitura, battaglie delle capre, qualunque cosa. Più sono foto che ci portano indietro nel tempo, meglio è. Grazie mille!

(foto archivio – dal web)

Queste altre immagini, sempre scovate su facebook, non appartengono a privati. Questa è semplicemente una cartolina di Cesana Torinese (non so quale sia l’anno), con un gregge in transumanza.

(dalla pagina “Torino Piemonte antiche immagini”)

Quest’altra foto invece mi ricorda il racconto di un pastore, che ho riletto da poco. E’ stata scattata a Torino in Corso Vinzaglio. “Nel Quarantacinque i miei erano andati ad una montagna a Claviere. Hanno caricato le bestie sul treno! Da Brosso a Porta Susa a piedi, e poi sul treno, le vacche davanti, le pecore dietro. Avevano fatto fare i rudun nuovi apposta. Torino era tutta bombardata, passavi per le strade ed era notte, si apriva solo un po’ qualche finestra, vedevi un po’ di chiaro, era la gente che guardava per capire cosa stava capitando. (…) In passato era tutto diverso, meno comodità, ma c’era più rispetto.” Così ricorda i racconti del padre Giovanni Vacchiero, classe 1947, da me intervistato nel libro “Dove vai pastore?”

(dalla pagina “Torino Piemonte antiche immagini”)

1955, gregge davanti ad una cascina in via Guido Reni a Torino. Man mano quelle cascine sono state inghiottite dall’espansione urbana. Ma quelle greggi e quelle mandrie passavano in città per la transumanza. C’è un bellissimo capitolo in “Marcovaldo” di Italo Calvino che descrive questo evento. Nei commenti dei lettori sulla pagina uno scrive che le transumanze sono passate in Torino fino alla metà degli anni Cinquanta.

C’è qualcosa che non va

E’ vero che il mondo reale è al di fuori dello schermo di un pc, di un tablet, di un telefonino. Però molto di ciò che accade passa comunque di qui, le notizie (vere o false che siano) rimbalzano da una parte all’altra dei paesi, del globo. Realtà che prima erano di pertinenza solo degli addetti ai lavori vengono mostrate al mondo. Un mondo spesso ipocrita, che si indigna se vede certe scene, ma poi si ingozza a tavola senza porsi alcuna domanda. Un mondo quasi deviato nel momento in cui non ci si preoccupa solo più del benessere degli animali, ma li umanizza o, addirittura, associa qualsiasi animale ad un cucciolo d’uomo. Un bambino fragile, indifeso e anche un po’ malaticcio, perchè un bambino sano non va “tenuto nella cotonina” (come diciamo qui in Piemonte”), ma va lasciato libero, entro certi limiti.

il “festin” – Val Germanasca (TO) (foto archivio V.Tron)

Con chi ce l’ho? Sto facendo riferimento ad una serie di post che mi è capitato di vedere nel giro di pochi giorni sui social network. In un gruppo chiamato “allevatori italiani” ci sono stati commenti indignati perchè erano state pubblicate immagini di quel che succede comunemente (e a norma di legge!) nelle cascine in questo periodo. Si macella il maiale ricavandone salsicce, cotechini, pancetta e tutta l’infinita serie di insaccati di ogni tipo che, di regione in regione, il nostro paese può vantare. Non sia mai!!!! In un gruppo di allevatori infatti ormai c’è gente di ogni tipo… anche chi alleva la capra… in appartamento! Ma andiamo con ordine.

(foto d’archivio, cartolina d’epoca)

Da queste parti, riferendosi alla macellazione del maiale, si parla ancora oggi del “festin”. Si fa la festa al maiale, ma era la festa per tutti. Del maiale non si butta via niente ancora oggi, quando di carne se ne mangia tutti i giorni, se ne mangia spesso troppa e, ancora più spesso, non di qualità. Altro che allarmi sulla carne che fa male! Disinformazione ce n’è tanta e quella arriva a tutti, per documentarsi e sapere le cose come stanno davvero, bisogna impegnarsi e cercare le notizie tra le tante che circolano in rete. Non voglio però entrare nell’infinito dibattito carne sì/carne no. Come dico sempre, ciascuno è libero di scegliere, ma inviterei tutti ad informarsi davvero, leggendo documentazione scientifica e valutando le esperienze.

una cascina in Piemonte nella prima metà del XX secolo (foto d’archivio)

Un tempo di carne se ne mangiava ben poca perchè non ce n’era. La vacca serviva per il lavoro, per il latte e per il vitello, che era la maggior fonte di guadagno famigliare, nel momento in cui veniva venduto. I tempi sono così cambiati che, nemmeno 100 anni dopo queste immagini, occorre specificare il perchè si alleva. Scrive Raffaella nel suddetto gruppo “allevatori italiani”: “Questo è un gruppo di gente che di lavoro fa l’allevatore e, dall’allevamento, trae il suo reddito. Allevare vuol dire gioire della nascite, e campare delle macellazioni, scusate la franchezza ma il nostro lavoro è questo. Su questa pagina troverete ogni giorno vitelli e capretti ma anche “cadaveri di animali” perchè il nostro mondo è questo… Non chiediamo a nessuno di entrare nel gruppo, SIETE VOI CHE CHIEDETE DI ENTRARE… noi accettiamo tutti (o QUASI) ma PRETENDIAMO rispetto…

Le polemiche ahimè non si limitano a scontri verbali più o meno accesi on-line, perchè ben sappiamo che, sempre più spesso, sedicenti gruppi animalisti compiono azioni anche violente per disturbare manifestazioni zootecniche quali fiere, mostre, rassegne. Ho già visto che già si prepara nuovamente la protesta contro la fiera delle capre di Ardesio (BG). Ma sarebbero ben altri i comportamenti deplorevoli che vedono come vittime gli animali: non una mostra dove animali ben tenuti, ben nutriti, vengono fatti sfilare e premiati, piuttosto chi vorrebbe tenere una capra in un appartamento! Questa richiesta l’ho letta sempre in un gruppo su facebook e non sapevo se ridere… o piangere! Ho pensato alla vivacità delle mie capre e mi sono vista la povera bestiola che saltava dal divano alla poltrona, poi sulla sedia e magari sul tavolo. Ma questa gente… un minimo di etologia dell’animale che intende allevare non se la va a guardare? Personalmente trovo assurdo persino tenere cani di grossa taglia in un appartamento. Anche il gatto, a ben vedere, lo priviamo della sua natura confinandolo al sesto piano di un condominio in città. Ma almeno cani e gatti sappiamo come alimentarli (vegani a parte, che pretendono di far diventare vegani pure animali nati carnivori). Una capra non va a sporcare nella cassettina e… mangia erba, fibra, fieno, cereali. Non è che… se mi piace la capra come animale, allora mi tengo quella in casa!

Io mi indigno quando vedo qualcuno passeggiare con una capra al guinzaglio, quello è maltrattamento animale! Oppure quando vedo immagini di “vestitini” per animali. Già l’uomo si è allontanato eccessivamente dalla natura, adesso che vogliamo fare? Rendere gli animali dei bambolotti e pretendere che quello sia amore nei loro confronti? Periodicamente vengo attaccata perchè pubblico immagini di pecore, capre, vacche e dei loro piccoli, ma non esito anche a presentare le ricette per cucinarli.

Certo! Mangiamo meno carne e mangiamo carne che sappiamo da dove arriva. Quindi, se l’ho allevata in prima persona, concludo il ciclo e apprezzo ciò che ho nel piatto. Vi ho già spiegato più e più volte che si alleva anche per quello, che non si può allevare tutto, che i maschi vengono per forza macellati, se non sono scelti per la riproduzione. Sarà triste dover macellare un animale che hai allevato per anni, ma è un qualcosa che si sa, si è consapevoli che ciò accadrà, prima o poi. L’importante è allevare al meglio l’animale dalla sua nascita fino al momento in cui si chiuderà la sua vita.

Per l’ennesima volta vi ripeto che, se non si allevasse anche per macellare, non ci sarebbe questo blog, non ci sarebbero tutte le scene e gli animali che vi mostro quasi quotidianamente. Invece al giorno d’oggi a cosa siamo arrivati? Ad annunci come questo: “Pastore cede gratuitamente 3 caprette camosciate (senza corna) 2 giovani e 1 vecchietta non sterilizzate! le porta lui direttamente a chi le adotta! è davvero molto urgente, se nò finiscono al macello! (…) le condivisioni salvano loro la vita! ovviamente no altri pastori! solo se intenzionati a regalargli una vita degna!“. Non ho parole… Non sterilizzate??? Cos’è per questa gente una vita degna? Magari tenerle in un cortile a far la fame, perchè ci sono due fili d’erba e quindi per loro ciò è sufficiente. Oppure le ingozzeranno di pane e magari daranno pure le caramelle (sì, l’ho visto fare!!).

Alle campagne contro la macellazione viene dato sempre più spazio. Ben sappiamo cosa succede per agnelli e capretti… Oggi alla radio, Rai Radio2, veniva pubblicizzata una cascina in Lombardia dove dei volontari salvano gli animali dal macello. Chiedevano soldi per il mantenimento dei suddetti animali. 15 euro al mese per un coniglio, 100 per un bovino o un cavallo. Già le cifre ci fanno capire che i nostri amici animalisti non sanno bene quanto costi alimentare una vacca… E poi? Che faranno? Li sterilizzeranno tutti? Io propongo allora una campagna per adottare un allevatore. Ma sì, un allevatore/allevatrice di montagna, che abiti tutto l’anno sopra gli 800-1000m, che abbia un numero di animali compatibile con il territorio, che si faccia il fieno, che allevi razze locali, che mantenga viva la sua terra, l’economia del luogo in cui vive. Mi fa male al cuore accostare le notizie, quella dei volontari che salvano l’animale dal macello e quella dei contadini “specie in via di estinzione”. Dove? Un po’ ovunque, ma fa riflettere ancora di più se vi dico che questo servizio è stato realizzato in Svizzera. Ce ne sarebbe da parlare per ore di questi argomenti, di stalle che chiudono, di prezzo del latte o della carne. Ma di ciò si parla poco. Alla radio (nazionale, per cui paghiamo il canone!!) preferiscono dar spazio ad una fattoria finta. Dove andremo a finire? Penso che la generazione dei miei nonni, ci fosse ancora, direbbe che c’è gente che non ha abbastanza fame o che non sa nemmeno cosa voglia dire avere fame!

Oggi conta l’immagine

Oggi una riflessione traendo spunto da fatti personali. Raramente parlo di me stessa in queste pagine, pur raccontandovi sempre luoghi, personaggi ed avvenimenti a cui ho partecipato, salvo diverse indicazioni. La riflessione parte dal fatto che… ho acquistato i primi animali veramente miei. Le mie vicende personali in questi anni mi hanno portata in vario modo ad avere a che fare con animali di tutti i tipi, ovicaprini in particolare, ma non solo. Ho contratto la “maladia” come ben sapete. E questa non si cura allontanandosene… per cui ecco che attualmente sono titolare di un codice di stalla e di un piccolissimo numero di capre. Sul perchè capre e non pecore se volete ne parleremo poi…

Comunque, in questo strano mondo dove le cose accadono più qui, su questi schermi (di computer, tablet, smartphone), le mie capre e la reazione che hanno suscitato mi hanno stimolato riflessioni più profonde. Qui si parla di allevamento, ma potrei estenderle a qualsiasi altro settore. Rimaniamo nel nostro campo… Dicevo che le foto delle mie capre, pubblicate su Facebook (non uso altri social network) hanno ricevuto, in meno di una settimana, 500 mi piace come album e un numero che non ho quantificato di apprezzamenti alle singole immagini. Gli amici si sono scatenati nel darmi suggerimenti, consigli, suggerire nomi, c’è chi mi ha offerto assistenza tecnica e chi voleva vendermi del fieno…

C’è un aspetto anche divertente in tutto questo. Prima di tutto vi dico che lei alla fine l’ho battezzata Chocolat. Poi vi invito a riflettere su quanto conti il sapersi creare un’immagine e come la nostra società, oggi, premi più certi modelli rispetto ad altri. Fa più notizia chi sceglie di dedicarsi all’allevamento… piuttosto di chi l’ha sempre fatto. Se le stesse capre le avesse comprate un allevatore “per professione”, figlio, nipote di allevatori, e avesse condiviso le stesse foto, può anche darsi che si sarebbe sentito dire: “Che cosa hai preso?”. Qualche collega l’avrebbe criticato, gli avrebbe detto che le sue sono più belle. E se le avesse pubblicate l’allevatore che me le ha vendute? Vi sembra giusto che abbia più riconoscimento il mio averle acquistate, piuttosto che la storia che hanno alle spalle? Eppure, purtroppo, è così che vanno le cose oggi.

Mi hanno segnalato questo articolo, “Basta computer, farò il pastore“, una delle tante storie che piacciono ai giornalisti, raccontare una scelta di vita, un ritorno alla montagna, alla terra, all’agricoltura, all’allevamento. Ma anche quest’altro, la storia di un giovane di 19 anni che, dopo l’estate in malga con la famiglia, ha deciso di continuare il cammino seguendo il gregge di un pastore vagante. Potrebbe non esserci niente di eccezionale, ma… come dicevo prima, nella nostra società piace creare delle immagini. L’ho visto anche quando ho realizzato il libro sui giovani allevatoriDi questo lavoro mi piace tutto“.

Ma cosa c’è dietro? Quante sono le aziende tradizionali in seria difficoltà? Pensate alle recenti polemiche sul prezzo del latte, che arrivano alle orecchie di tutti quelle due, tre volte all’anno o magari nemmeno. Tutti gli altri giorni sono i produttori a farci i conti o meglio, a non riuscire più a farli quadrare! Basta un servizio, molto tendenzioso, sulla carne “nociva” per causare danni a tutto il settore. Poi escono nei giorni successivi articoli, interviste, documenti che attestano come ciò non fosse vero, fosse esagerato, fosse mal interpretato. La nostra carne, i nostri salumi, mangiati con moderazione non fanno male. Ma l’immagine creata ad arte condiziona rapidamente una buona fetta di pubblico, incapace di ragionare con la propria testa. “L’ha detto la TV, l’ho letto su internet…“. Siamo peggio delle pecore di cui pubblico spesso le immagini qui!

In conclusione… Il mio suggerimento a tutti gli addetti ai lavori è questo. Visto che siamo in un mondo che vive di immagini, che ci piaccia o no, cerchiamo anche di venderci nel migliore di modi. Conta pure quello, pensate alle mie capre… Continuiamo ad allevare belle bestie, tenendole bene, lavoriamo secondo tradizione, ma ricordiamoci che oggi il mondo, prima di tutto, ci guarda. Possiamo fare il miglior formaggio del mondo, ma dobbiamo saperlo presentare, saperlo diffondere prima per immagine che concretamente. Se alleviamo al pascolo, all’aperto, valorizziamo queste caratteristiche, ci sono dei consumatori che lo apprezzano e lo ricercano. Magari riusciamo a spuntare un prezzo migliore, oltretutto. Molti l’hanno capito e lo stanno già facendo. Qualcuno scuoterà la testa, ma se vogliamo sopravvivere, dobbiamo farlo nel mondo in cui viviamo, altrimenti il rischio è l’estinzione. Il rischio è che l’esperto di computer in poco tempo abbia più “mi piace” dell’allevatore con la tradizione secolare, anche se probabilmente ne sa molto, molto meno di lui sull’allevamento. La mia speranza comunque è quella che ci si renda conto che l’eccesso di virtualità non ci sta facendo affatto bene: se ho invitato gli allevatori a curare di più l’immagine, invito ancora di più tutti gli altri ad informarsi, ad acquistare prodotti di sicura provenienza italiana, meglio ancora locale. Non c’è da stupirsi se un olio extravergine venduto a poco prezzo… alla fine non è extravergine! Un buon formaggio d’alpeggio non può costare pochi euro, c’è un mondo di lavoro, dietro a quel formaggio! …potrei continuare il discorso all’infinito…

Questi giorni sul web

I tempi cambiano, nessuno una volta, dalla pianura, immaginava neanche lontanamente cosa accadesse lassù in montagna. Nei testi dove sono raccolte testimonianze del passato, sono innumerevoli i racconti delle transumanze in mezzo alla neve. Erano davvero altri tempi, quando non si conoscevano in anticipo le previsioni meteo. Oggi si sa sia che arrivano le perturbazioni, sia… Tutto ciò che accade, in tempo reale, viene messo in rete. La gente continua a non immaginare quale sia la vita di pastori e margari, ma grazie ad internet ha maggiori possibilità di vedere qualche immagine!

(foto S.Basso)

E così ieri, comodamente seduti davanti ai nostri computer, spaziavamo da transumanze innevate a transumanze sotto la pioggia, un po’ in giro per tutto il Piemonte e non solo. La perturbazione di questi giorni ha costretto la maggior parte di quelli che erano ancora in alpeggio a scendere. In pochi resistono ancora, soprattutto con le pecore. Qui la prima neve ad Elva (CN) il 29 settembre, gregge di Simone Basso.

(foto G.Cairus)

Altro gregge, altra valle. Sempre il 29 settembre, alla Conca del Prà, Val Pellice (TO). Di lì ieri sono scese le vacche. Gianpaolo invece diceva: “E’ tornata la neve…“.

(foto G.Martini)

(foto G.Martini)

Qualcuno è sceso appena in tempo. Giusi mi ha mandato un paio di immagini della discesa dall’alpeggio, avvenuta giovedì 1 ottobre ad Acceglio (CN).

(foto A.Cucciola)

Ieri qualcuno diceva che era ora di scendere, ma fortunatamente non aveva ancora la neve fuori dalla porta della baita. Questa bella immagine arriva dalla Valsesia e l’ha pubblicata, sempre su Facebook, Alessia. Il gregge in questi giorni tornerà a valle e domenica parteciperà alla Fiera di Campertogno (VC).

(foto D.Anderlini)

Scendeva invece in Val Formazza (VB) il gregge di Ernestino e Renza, accolto da un benvenuto alla frutta molto gradito dagli animali. Dorina come sempre testimonia il passaggio degli animali e dei loro pastori. Pioveva e continua a piovere anche stamattina, la speranza è che il tempo sia più clemente oggi pomeriggio per la festa a Cadarese (Tempo di Migrar).

(foto R.Cilenti)

Pioveva anche in Val d’Ayas (AO), sulla transumanza di Andrea. Roberto, grande appassionato di fotografia, ha pubblicato dei magnifici scatti del cammino del gregge.

(foto M.Allione)

Altrove invece nevicava, eccome se nevicava! La famiglia Allione doveva scendere il giorno prima dalle Grange Tibert (Valle Maira – CN), ma nebbia e maltempo avevano impedito di trovare tutti gli animali. Così… ieri queste erano le condizioni in cui si affrontava la transumanza.

(foto P.Richard)

Pierina, da Bellino (Val Varaita – CN), ci dice: “Noi per quest’anno salutiamo l’alpeggio…

(foto M.Tribolo)

(foto A.Tribolo)

A Pragelato, Alpe Chezal (Val Chisone – TO) i fratelli Tribolo postano foto della mandria nella neve. “Risveglio nella neve“, scrive Massimo. “Oggi va così“, completa Aurelio.

(foto I.Zomer)

Si scende dal Piccolo Moncenisio (Francia) verso la Val di Susa con la famiglia Listello. Gli amici vanno a dare una mano, Ilaria scatta le foto e le pubblica on-line: “Luciano, Lucia e Luca tornano a casa… E la famiglia Gulli non può mancare…“.

(foto G.Agù)

(foto G.Agù)

Si scende anche dalle alte quote di Valfredda (Bardonecchia – TO), in un paesaggio decisamente invernale. Nonostante le cattive condizioni meteo, Giovanni e famiglia non hanno rinunciato ai rudun! Altrimenti non è una vera transumanza! “Ciao Valfredda, arrivederci al prossimo anno…“.

Queste immagini sono uno dei motivi per cui ritengo che i social network, se utilizzati correttamente, sono utili e davvero favoriscono i contatti tra le persone, tra “mondi” diversi. Stamattina leggevo commenti alle foto e c’era chi si stupiva che avesse nevicato, chiedeva ragguagli sul posto, come se fosse un fenomeno impossibile, a questa stagione. Adesso probabilmente le temperature risaliranno, magari ci sarà un autunno mite, ma ormai chi è sceso… la montagna la rivedrà la prossima primavera!

Strade e pecore

Chi frequenta questo blog sa cosa vuol dire vedere un gregge sulla strada. Se lo fate per mestiere (cioè se siete pastori), conoscete il misto di emozioni, preoccupazione, incredulità e persino rabbia che può cogliervi mentre camminate con il gregge lungo una strada asfaltata.

L’orgoglio, l’emozione di camminare davanti al gregge magari attraversando un paese con la transumanza. La gente che esce a vedere, qualcuno saluta. La soddisfazione di essere lì con un bel gregge, pecore che fanno bella figura. Anche questo è essere pastori. Però non è che uno lo faccia “apposta”: capita di dover passare lì, nel centro del paese, perchè l’unica strada è quella. Perchè devi farlo, per raggiungere dei pascoli, per evitare strade più trafficate, per andare o tornare dall’alpeggio. Nelle valli di montagna forse ci sono meno problemi, ma in pianura…

(foto V.Battellini)

Le riflessioni di questo post sono nate dopo aver letto gli oltre 100 commenti lasciati dalla gente comune sotto a questa foto su Facebook. E’ stata pubblicata sulla pagina del “Messaggero Veneto” con questa didascalia “Un gregge con oltre un migliaio di pecore mentre attraversava questa mattina intorno alle 7 il ponte della Delizia sul fiume Tagliamento tra il comune di Codroipo e Valvasone. (Foto inviata dal lettore Vittorio Battellini)“. Una bellissima foto scattata per caso, come confessa lo stesso autore. E il pubblico si è scatenato: moltissimi apprezzano la bellezza e lo spettacolo, qualcuno teme di essere tra gli ultimi a poter godere di una scena simile, ma sono anche numerose le considerazioni negative. “E vai di zecche!“, “Bello un c****, han bloccato il traffico“, “Vorrei vedere se a non poter passare fosse l’ambulanza con un tuo caro dentro…. lo troveresti ancora così spettacolare??“, “Gli animali son i pastori che trattano di schifo le bestie due settimane fa a Sacile e lo scorso anno in Carnia ho assistito a cattiverie verso cani e pecore e agnelli appena nati. Capisco sia un lavoro poco gratificante ma le bestie che colpa hanno?“.

Lo sapete, ben volentieri si passerebbe sempre e solo nei boschi, lungo sentieri e piste quasi dimenticate… L’altro giorno però, cercando una di queste piste (che dicono essere un’antica strada del sale) abbiamo trovato alberi messi di traverso e tanti tanti rovi. Passata l’ultima pecora, si riusciva abbastanza a camminare, ma i pastori e la testa del gregge hanno faticato non poco.

Dove poi ci sono comodi percorsi alternativi, come un ponte ferroviario dismesso, capita che vengano trasformati in ciclostrada e pure qui non si vorrebbe più il transito di greggi e mandrie. Non so se ricordate la polemica degli anni scorsi, finita con niente di ufficiale, dopo lettere e incontri in municipio.

Pensate che persino sugli argini fluviali la legge non vorrebbe il passaggio delle greggi (e soprattutto il pascolamento). Ma dall’argine, dove non dai fastidio a nessuno e fai chilometri fuori da strade, traffico, paesi, poi devi anche uscire, ogni tanto. E ricominciano i problemi, gli insulti, quelli che suonano il clacson. Alla fine ti ricordi più tutti questi che gli altri, quelli che scattano foto o che semplicemente si godono la vista del gregge.

Quando la strada di grande traffico la devi “solo” attraversare, è meno complicato. C’è chi passa e va, chi cerca qualcuno che vada davanti al gregge con giubbotto fosforescente e bandiera per segnalare, specialmente se c’è una curva, se è quasi sera o se è un tratto dove, nonostante i limiti, le auto sfrecciano a tutta velocità. Non è per niente bello essere lì e vedere l’auto che arriva senza accennare a fermarsi, specie quando le prime pecore, ma soprattutto i cani davanti a loro, stanno già mettendo i piedi oltre la linea bianca!

Non piace essere qui, non vedi l’ora di toglierti di lì, perchè sai di essere “fuori posto”, anche se le tasse le paghi e dovresti avere lo stesso diritto di chiunque altro che lavora di poterlo fare anche sulla strada. Qualcuno dice che il gregge dovrebbe essere scortato e si dovrebbero mettere i cartelli (sic!) come per una gara ciclistica! Ma chi parla così ignora tempi e modi della pastorizia. Non sai mai come e quando ti muovi, c’è l’imprevisto, il tempo, il caldo, il parto di una pecora…

Sei sicuramente più rilassato quando ti muovi altrove, ma sappiamo bene che il nostro territorio non è più a misura di agricoltura o allevamento. Cascine circondate da zone residenziali o strade di grande percorrenza, case ovunque (e poi la gente si lamenta… vanno a vivere in campagna, ma poi ci sono le mosche, il gallo che canta e… le pecore che passano!). Quanti controsensi, quanta ignoranza e soprattutto quante pretese e mancanza di rispetto!

Io vorrei che tutti i pastori, che tutti gli allevatori potessero continuare a spostare le loro greggi anche sulle strade. Non temete, se arriva un’ambulanza, piuttosto le buttiamo nel campo di mais e poi paghiamo i danni al contadino! Quando si sale in montagna, difficilmente ci sono strade parallele e vi chiediamo di avere pazienza, ci spiace creare un disagio, ma per godere della vista delle greggi e delle mandrie al pascolo, per mangiare formaggio, burro e ricotta, bisogna fare anche questo. E dove essere felici se, invece di costosi e inquinanti automezzi, la transumanza avviene ancora a piedi!

Ebbene sì, ancora lupi

Non è a cuor leggero che riprendo l’argomento. Se tutte le parole dette sul tema lupo fossero state fatti concreti, oggi il problema sarebbe risolto. Invece siamo ancora qui, noi a cercare di far valere le nostre ragioni, altri a diffondere notizie non sempre basate sulla verità. Ma perchè parlare di lupo adesso?

Perchè, ormai è ufficiale, almeno uno dei luoghi comuni è stato definitivamente sfatato. Il lupo non è solo più “cosa di montagna”, relegato lassù tra le vette, i valloni, le nebbie, i cespugli. Già lo sapevano gli abitanti dei fondovalle, già lo dicevano in molti anche nei paesi al limitare con la pianura. Qui dove abito io l’hanno visto e sentito più volte, hanno trovato le sue tracce e i resti dei suoi pasti. Qualche anno fa era stata trovata una lupa morta dalle parti di Trana (TO), ma erano ancora sempre boschi, luoghi “selvaggi”. Adesso invece un lupo è stato investito tra Airasca e Volvera. Pianura. Strade. Fabbriche. La città di Torino a poca distanza.


Qui vedete il video, che dovrebbe convincere anche quelli che “…sono tutte storie, sono solo cani randagi. Il lupo ha paura dell’uomo, il lupo sta solo in montagna…“. E questo è stato solo uno di quelli sfortunati, perchè chissà quanti, di notte, si spostano sul territorio senza che nessuno se ne accorga! E poi comunque, sulla paura dell’uomo, diciamo pure ce la cosa è reciproca. Smettiamo di raccontarci favole da una parte e dall’altra! Così come c’è il lupo che scappa, c’è quello che ha paura che il lupo lo mangi mentre va per funghi.


Poi c’è chi lo filma dal balcone di casa mentre sta mangiando un cervo, com’è successo a Villaretto, in Val Chisone (TO). Entrambi qui non avevano paura, no? Quindi non è un bugiardo il pastore che afferma che il lupo attacca anche in pieno giorno, con lui presente. Su questo adesso siamo tutti concordi, no?

Proprio in questi giorni finalmente sono riuscita ad avere una civilissima discussione on-line in un gruppo facebook di appassionati di montagna. Il gruppo si chiama “Lo splendore dei monti e delle valli della provincia di Cuneo” e di seguito vi riporterò alcune delle opinioni pacatamente espresse. Per una volta nessun integralista, ma persone vere amanti della montagna e della natura che capivano o comunque erano disposte ad ascoltare i problemi e le esigenze dei pastori. Perchè il punto è questo. Il pastore ama gli animali, anche quelli selvatici. Ma vuole anche poter fare il suo lavoro in modo civile, decente. Vivere in modo consono al XXI secolo anche quando è a 2000 e più metri di quota. E si infastidisce non poco quanto sente quali cifre vengono stanziate per i progetti riguardanti il lupo, soprattutto pensando a quanto deve spendere/quanto non guadagna lui per provare a “convivere” con il predatore.

Bisogna andare oltre il discorso delle perdite nude e crude. Per la maggior parte dell’opinione pubblica, tutto si chiude lì. Tot capi uccisi, tot rimborso e il pastore non deve più aprire bocca. Non sto a ripetere tutto quello che ho scritto in passato, basta che andiate indietro sui post con l’argomento lupo e trovate tutto. Bisogna smetterla anche con il “…tanto il pastore alleva per macellare le bestie“.

Vorrei tanto che finalmente l’informazione, i famosi “media”, iniziasse a presentare la realtà in tutte le sue sfaccettature. Raccontare qual è il lavoro e la vita del pastore in montagna e non solo, cosa significa utilizzare recinti e cani da guardiania, informare su come comportarsi in presenza di questi cani e spiegare perchè non possiamo più farne a meno. Smetterla con la storiella del numero ridotto di lupi, specie a rischio di estinzione. Perchè se fossero così pochi non se ne andrebbero a spasso per le valli e la pianura a cercare nuove zone da colonizzare! Fare vera INFORMAZIONE a tutto tondo, senza essere di parte, senza escludere niente. Solo così ci si potrà confrontare e si potranno trovare soluzioni. Gli estremismi, i gesti tipo la testa di lupo mozzata ritrovata in Toscana, non portano da nessuna parte.

Far capire qual è il sentimento che lega il pastore ai suoi animali e perchè vuole difenderli a tutti i costi. In quella discussione di cui vi parlavo, i lettori (non allevatori, ma semplici amanti della montagna) hanno espresso opinioni del genere: “Una politica seria dovrebbe aiutare con incentivi seri per l’acquisto di dotazioni che vi permettano di difendervi e rimborsi adeguati non elemosine a chi  fa questo lavoro duro“.

O ancora: “Ora il gioco è un’altro, saper governare la presenza del lupo in modo da non mettere in pericolo la sopravvivenza delle attività agricole montane. So di dire delle cose che urtano la suscettibilità di molti, ma quando si stanziano fondi ingenti per progetti come quello che riguarda il lupo si dovrebbe in qualche modo prevedere una serie di misure tese a compensarne i danni che inevitabilmente qualcuno è destinato a subire. Quando sento parlare di migliaia di lupi sulle nostre valli mi chiedo chi ha battuto la testa, ma quando sento parlare di 5 esemplari in provincia di Cuneo mi chiedo a chi giova negare l’evidenza. Qui se si vuole trovare una soluzione occorre darsi una bella regolata sia da una parte sia dall’altra perchè sennò si finirà per veder morire da un lato le attività pastorali (già ben minate dalle politiche agricole deleterie degli ultimi anni) oppure dall’altro lato il lupo; inutile nascondersi dietro a un dito. A mio avviso che arrivi dall’Appennino oppure dal parco del Mercantour come affermato in un incontro organizzato dal parco Alpi Marittime non pare così influente se vogliamo salvaguardare sia il lupo sia le poche attività (r)esistenti in montagna.

Secondo me la questione andrebbe minimizzata da entrambi i lati. Il lupo non è un problema, e non dev’essere un problema. Il lupo c’è? Bene, benissimo anzi. Ogni tanto attacca? E’ normale, così come è normale e giusto che i pastori si difendano, punto. Fine del problema. Quelli (i pastori) che conosco fanno così, senza sollevare troppo rumore e troppa polvere; parlo di gente che sale in alpeggio a maggio e torna giù a settembre eh, non di finti pastori che la notte vanno a dormire a casina dalla moglie; e non organizzano nessuna “caccia al lupo”, vivono nel rispetto reciproco territoriale l’uno dell’altro. Del resto non c’è apprendimento migliore di quello empirico, e il lupo deve apprendere che avvicinarsi a malghe, greggi e mandrie può essere pericoloso, meglio cacciare altrove.

Mi domandavo… Ma non è possibile creare un qualcosa, un gruppo, un movimento di opinione popolare, così come succede in Francia, di persone che capiscano davvero cosa significa il “problema” lupo? Persone che possano parlare e diffondere la realtà ben più di quanto riesce a fare un pastore, impegnato 365 giorni all’anno dal suo mestiere, 24 ore su 24. C’erano anche degli accompagnatori naturalistici, in quella discussione, ed uno di loro in privato mi scrive: “Io nelle mie uscite con i gruppi affronto spesso il tema, mi piace che la gente abbia una percezione di pro e contro“. Non come quell’accompagnatore che, replicando con astio a dei miei commenti, scriveva di evitare accuratamente gli alpeggi e sconsigliava l’acquisto di prodotti d’alpe laddove vi fosse un pastore che si era lasciato scappare affermazioni contro il lupo! Pensiamoci tutti su e, se condividete queste mie idee, iniziate tutti a fare qualcosa, nel mondo virtuale di internet e in quello reale. Grazie!

Perchè condividere

Oggi volevo commentare con voi un “fenomeno” di attualità, cioè la presenza sempre maggiore di allevatori tradizionali sui social network, facebook in particolare. Non è su FB solo il grande allevatore di pianura, che magari usa il computer per aggiornarsi, per ordinare materiale, non è su FB solo il ragazzino che segue i coetanei, ma lo è (magari solo saltuariamente) il pastore vagante ed il margaro. Certo, tendenzialmente sono giovani e giovanissimi a vantare la maggior presenza, ma non solo. Moda? Omologazione? No, spesso è un qualcosa che semplicemente fa star meglio.

Salita alla Gardetta (foto M.Colombero)

Un tempo il pastore scriveva sulle rocce, incideva immagini di animali fin dalla preistoria, poi ha iniziato a scrivere il suo nome, la data, a far disegni di stelle alpine. Oggi fotografa, scrive e pubblica on-line. Sono cambiati i tempi, sono cambiati gli strumenti, ma in fondo c’è comunque sempre la volontà di lasciare una traccia, far sapere che che ci siamo. Mi raccontavano che un tempo si saliva in cresta e, con uno specchio, si facevano segnali a chi era nell’altro vallone, non vere comunicazioni, giusto dire che si era ancora vivi. Oggi invece c’è modo di esprimersi con maggiore completezza!

Transumanza verso il Barbara (foto D.Melli)

In un lavoro che spesso necessariamente isola, il mantenere i contatti con amici e “colleghi” è un grande aiuto, sia per la risoluzione di un eventuale problema, sia anche solo per tirar su il morale dopo una giornata difficile, o ancora condividere un evento felice. Per qualcuno saranno stupidate, ma mi accorgo che, tra i miei tantissimi amici presenti in rete, ci sia un’effettiva lampante utilità nella condivisione attraverso il social network, forse più ancora che non in altri “mondi”, dove di forme di comunicazione e dialogo ne esistono parecchie e senza tutte le difficoltà che vi sono in montagna. L’ho potuto vedere, purtroppo, quando ci si è uniti virtualmente intorno ad un giovane che aveva posto fine alla sua vita, lo vedo quando qualcuno si lamenta per non aver trovato l’alpeggio ideale per la stagione, quando nasce un bambino, quando ci si sfoga per qualche “avversità”, quando si ricorda un anziano scomparso…

(foto Y.Vial)

Ci si sente meno soli in un alpeggio dove si riesce a collegarsi a FB con il cellulare e continuare il dialogo virtuale con gli amici. Si mostra ad esempio la sistemazione per quell’estate: “La stanza dei puffi… io e mio fratello, abbiamo già dato un paio di craniate al tetto!“, racconta un giovane dalla Val d’Aosta.

(foto Y.Vial)

E mostra agli amici anche il nido trovato sulla porta della camera da letto: “Ospiti trovati in camera… sono in 4.. Prima c’era la madre a portargli da mangiare… Costretto a lasciargli un buco aperto per entrare.. Speriam che continui a guardarli“.

Reines presso Fenis (foto A.Martignon)

Niente di che, piccole cose, ma si mantiene un contatto con il mondo anche mentre sei lassù, grazie agli amici che ti rispondono e commentano da ogni dove. C’è un certo stereotipo del margaro e del pastore che lo vede intento a bere nei momenti di estrema solitudine, stereotipo giustificato ahimè da certe situazioni, ma in questo caso io preferisco vedere margari e pastori che, con cellulare alla mano, pensano e scrivono frasi del genere “in alpe, fuori dal mondo, senza luce e altre distrazioni, sei più vicino a te stesso… pensi, ragioni in modo diverso! è strano…“. O ancora: “ma chi sta meglio dei bimbi in alpe? Per loro tutto è un’avventura, un gioco, una scoperta… senza luce è ancora più magica l’avventura“. Lo stesso papà, prima di partire per l’alpe, scriveva questo: “il mio piccolo marghè ha già preparato le scatole di giochi da portare in alpe…il suo orsetto… non vede l’ora d partire.

(foto D.Paratscha)

Sono un po’ le poesie di questo nostro secolo, non trovate? Altri invece si dilettano soprattutto con le foto e così documentano il loro lavoro, i posti dove si trovano al pascolo, ma soprattutto i loro animali. “Ci voleva proprio un po’ di neve per rinfrescare… No ma siamo seri, il 2013 tutto l’anno autunno/inverno? La primavera ce la siamo già giocata, ora pure l’estate?” E gli amici rincuorano il pastore raccontando che anche in pianura fa freddo e continua il maltempo. Grande tristezza per un margaro che se n’è andato: “2 luglio 2013 oggi è mancato Troglia Gamba Giuseppe per tutti Notu Gamba. Decano dei margari delle Valli di Lanzo. Da sempre, con la cadenza delle stagioni, è salito con la sua famiglia e con la sua mandria, all’alpeggio del Ciavanis facendo riecheggiare i rudun in tutta la val grande. Grazie per tutto quello che mi hai insegnato. D’ora in poi ogni volta che saliro’ al Ciavanis un pensiero salirà per te. Ciao Notu.

Albe Bancet estate 2012 (foto D.Bonnet)

Si aspetta il momento di tornare in montagna: “Non vedo l’ora che sia finita la scuola per vedere le mie amicizie … Le mie bestie … Le mie valli … Le mie montagne … Estive … Belle, in tutto il loro splendore … Che mi fanno capire il senso della vita … È che non mi giudicheranno mai per quello che faccio o che farò … Sono le uniche cose a cui tengo di più in tutta la mia vita ….“.

I pascoli di montagna (foto M.Dreon)

Molto spesso si usa il dialetto, scritto così come si legge. A volte si litiga persino, partendo da un commento su di una vacca, che per uno è bella, per l’altro troppo magra/grassa/con le corna storte… C’è anche chi trova l’amore on-line, sulla scia di passioni comuni, e chi vorrebbe trovarlo: “Vorrei quelle sere d’estate sul fresco della sera nel pieno del relax con una ragazza a dar quei baci pieni di amore quelle coccole che mi fanno star bene e mi fanno sentir un uomo vero …..” ed un amico replica “pure dicevo sempre che preferivo stare solo, ma quando mi è capitata stavo bene, è bello avercene una. adesso non c’è più e mi manca tantissimooo. Purtroppo è che il lavoro che facciamo che ci porta via tempo e sopratutto non siamo accettati“. Prontamente però replica una ragazza: “Che non siete accettati concordo… perchè ormai di ragazze che fanno quel lavoro o a cui piace quel lavoro sono veramente rare… ma se cercate bene… vedrete che troverete anche la vostra!!!“.

Guadando il Tagliamento (foto G.Morandi)

Allevatori con qualche anno in più invece si dedicano spazio soprattutto ai loro animali, ma spesso condividono video, musica, ma anche riflessioni politiche e sociali. …Scusate se ho scorrazzato sulle vostre bacheche, amici di Facebook. Non ho volutamente riportato nomi associati alle frasi, per rispetto, ma mi sembrava bello condividere qui sul blog un po’ di vostri pensieri, per far capire meglio chi sono gli allevatori del XXI secolo. Persone come tutti, persone che fanno forse un mestiere particolare, ma molto meno isolate dal mondo di quanto accadeva un tempo. Anche su questo c’è da riflettere, perchè molti mi scrivono di voler “fuggire in alpe” per lasciarsi alle spalle il mondo, mentre chi in alpe c’è sta sì bene lontano dalla confusione, ma nello stesso tempo ha piacere di mantenere dei continui legami con tutto quello che c’è altrove.