Ai nostri bambini non manca niente

Sempre alla fiera di Campertogno (VC), ho intervistato un’altra allevatrice di capre, Anna. Lei, i suoi animali, i suoi formaggi, erano già comparsi su queste pagine l’anno scorso, quando per l’appunto ero stata alla fiera in Valsesia per la prima volta. Quest’anno però ne ho approfittato, tra un cliente e l’altro, per farle un po’ di domande.

C’è la fila alla bancarella, chi fa acquisti e chi scambia quattro chiacchiere. La foto l’ho scattata al mattino presto, poi man mano i prodotti hanno iniziato a scarseggiare. “All’inizio facevamo solo robiole, poi anche yoghurt, perchè nessuno faceva yoghurt di capra qui, così abbiamo provato. Facevamo solo freschi, in seguito abbiamo iniziato anche con gli stagionati. Marco, mio marito, lavora al caseificio di Piode. Faccio solo questa fiera, abbiamo i nostri clienti fissi, poi a Pratosesia adesso c’è la Cooperativa Alla Fonte che ci prende una buona parte delle produzioni.

Anche il gregge di Anna e Marco arriva alla fiera. “Marco è originario di qui, cercavamo qualcosa a Campertogno quando ci siamo sposati e abbiamo deciso di venire in valle, ma non trovavamo case adatte, solo appartamenti, noi volevamo poterci scaldare a legna. Avevamo già il progetto di allevare, io aspettavo la nostra prima bimba, così il sindaco di Mollia ci ha dato una casa in affitto, perchè davamo garanzia di voler davvero fare qualcosa sul territorio. Abbiamo chiesto i contributi UE per fare la stalla. Ieri era l’anniversario, 15 anni da quando siamo venuti qui nel 2001… La stalla l’abbiamo costruita nel 2004.

Io sono laureata in Scienze Forestali, Marco in Agraria. Lui lavorava in un’azienda di frisone da latte come dipendente capostalla. Guadagnava bene, adesso non sarebbe così semplice lasciare un lavoro del genere. Io invece ero impiegata in una cooperativa di gestione di un’azienda ospedaliera per anziani. Abbiamo scelto le capre perchè qui il territorio si presta di più che non i bovini, le puoi pascolare fuori anche d’inverno. L’unico aspetto negativo è che… non si va mai da nessuna parte! Fin quando i bambini non andavano a scuola, facevamo qualche giorno a novembre. Ci piace il Trentino, o la Valle d’Aosta. Mi hanno chiesto cosa manca ai nostri bambini… Niente! Anche se magari non faranno questo mestiere, la famigliarità con cui trattano gli animali, è un qualcosa che servirà loro per qualsiasi cosa, nella vita. Giulio vorrebbe pecore da latte… Maddalena è appassionata di cavalli, hanno 12 e 14 anni.

Abbiamo una cinquantina di capre, 8 mucche e 2 cavalli. Per le capre, abbiamo cercato animali di razza, selezionati. Li abbiamo presi all’università di veterinaria a Torino, 11 femmine. All’inizio abbiamo allevato i capretti. Adesso i maschi li macelliamo e riusciamo a smaltirli nel giro degli amici e clienti. Le femmine le vendiamo per allevamento, diamo la certificazione di razza e indennità CAEV, quindi vendiamo una capretta anche a 200 euro. Ne abbiamo vendute in Toscana, in Sardegna. Per me è un’esperienza assolutamente positiva, che coinvolge tutta la famiglia, fa parte della nostra vita. Oltre all’azienda agricola, io faccio anche la supplente alla scuola dell’infanzia.

Trovo giusto allevare questa razza perchè sento che appartiene a noi, a questi luoghi

Sono tante le persone che hanno chiesto di partecipare alle mie “interviste caprine” anche senza che io raggiungessi di persona la loro azienda. Potete chiedermi il questionario qui... Intanto oggi andiamo in Lombardia a conoscere Sonia e la sua grande passione per le capre.

Mi chiamo Sonia Marioli, vivo a Talamona, in provincia di Sondrio (Valtellina), un paese sul versante orobico. Ho un piccolo allevamento di una ventina di capre orobiche, delle quali una decina sono in lattazione e le altre sono rimonta, ma volevo arrivare a 20 da latte, stando attenta a selezionare i capretti in base alla produzione di latte della mamma per avere delle capre un po’ più produttive.

(foto S.Marioli)

(foto S.Marioli)

Allevo la capra orobica o della Valgerola perchè è una capra autoctona della nostra valle e trovo giusto allevare questa razza perchè la sento che appartiene a noi, a questi luoghi, alle nostre montagne, e poi è bellissima! La mia prima capra è stata una capretta orobica quando avevo 11 anni. Premetto che mio papà aveva già un’azienda solo di mucche brun alpine e caricava l’alpeggio, andavo sempre a trovare un conoscente che aveva alcune capre (mi attiravano), finché un giorno gli ho chiesto se mi dava una capretta, gli ho detto che passava poi mio papà a pagare! La passione l’ho presa dal mio papà sicuramente, mi ha trasmesso tutto quello che so.

(foto S.Marioli)

(foto S.Marioli)

Abbiamo un’azienda di 50 capi di mucche brune alpine originali, tra grosse e piccole, al pascolo per circa 6 mesi all’anno. Abbiamo due cavalli, usati a basto per trasporto legna, formaggio e viveri, in alpeggio), un cane, un gatto e le galline. Le capre sono una risorsa per il territorio, soprattutto per i nostri alpeggi, per le zone non accessibili alle mucche o nel bosco e sottobosco, lo tengono un po’ “regolato”.

(foto S.Marioli)

(foto S.Marioli)

Perchè ho scelto le capre? Questa è una domanda a cui non so rispondere, so solo che sono sempre stata attirata da questi animali! Da quanto ero bambina… e da quando ho iniziato ad allevarle, non me ne sono mai pentita. La capra è un animale che o lo ami o che lo odi! Un vecchio pastore che lavorava con mio papà mi diceva sempre: “non comprare le capre… la capra è una bestia maledetta!”, ma secondo me è un animale fiero, indipendente, che può fare benissimo a meno dell’uomo. Però quando in alpeggio arriva l’ora della mungitura che le chiamo e loro arrivano di corsa e belano quasi a salutarmi e si grattano sulla mia gamba… è una gioia che non si riesce a spiegare e che non tutti capiscono. Il momento più difficile è stato quando ero incinta dei miei due bambini nel 2009 e nel 2012. Ero quasi rassegnata a doverle vendere, poi con l’aiuto di una mia cara amica, capraia pure lei, e tra una poppata e l’altra ho superato i momenti più duri. Adesso la prima ha sette anni e mi aiuta, e anche il piccolo di quattro, ha passione e a modo suo mi da una mano pure lui.

(foto S.Marioli)

(foto S.Marioli)

Quando dopo Pasqua ho tirato via i capretti, faccio qualche caprino e qualche formaggella, oppure lo metto in caldaia con quello di mucca. In estate lo lavoriamo assieme a quello vaccino e facciamo “Bitto storico”, che adesso non possiamo più chiamare Bitto, ma solo “storico”. In alpeggio teniamo su altre capre (orobiche) di alcuni amici per un totale di un centinaio, una settantina da latte. Il latte ho imparato a caseificarlo da mio papà, casaro storico. Adesso l’allevamento intensivo sta passando un brutto periodo. Noi con la nostra idea stiamo cercando di diversificare i prodotti e fare un formaggio, anzi… dei formaggi legati alle nostre razze e puntare alla qualità per ottenere prodotti sempre migliori. Comunque tutto il nostro settore è un po’ in crisi e con gli animalisti che prendono sempre più “potere”, dobbiamo stare attenti.

(foto S.Marioli)

(foto S.Marioli)

In azienda mi occupo delle mie capre, mio marito Alfio Sassella delle mucche, poi quando ho regolato le capre lo aiuto con le mucche. Facciamo in stalla da soli, d’estate teniamo due operai stagionali. Il fieno ce lo facciamo noi, ci basta, diciamo per i primi quattro mesi che sono in stalla. La nostra vita è semplice, legata ancora al ritmo che ti “impone” la natura… sia per le capre che per le mucche. Prima vengono loro (a parte i miei bimbi), ma se c’è un parto in vista o una che non sta bene, faccio i salti mortali per accudirla ed essere presente, anche di notte!

(foto S.Marioli)

(foto S.Marioli)

Secondo me le donne sono più sensibili e per un certo verso capiscono di più gli animali. Io parlo per me, anche quando sono prossime a partorire o stanno male, io mi immedesimo nella situazione. Non mi ricordo come fosse la mia vita prima di avere le capre… sono cresciuta con loro! Se qualcuno mi dice che vuole iniziare a tenere le capre gli dico di pensarci bene, che poi ci sono tutti i giorni, domenica e festivi e non ci si può tirare indietro o rimandare a domani. Penso che le capre “da compagnia” siano una cavolata. Si rischia che la gente tiene una capra, la tratta come un cane, naturalmente a discapito dell’animale. Dalle mie parti ci sono altri allevatori e più o meno ci conosciamo tutti. Andiamo anche d’accordo, ci si scambia magari i becchetti per cambiare il sangue, ma c’è anche un pizzico di rivalità, soprattutto quando si partecipa alle mostre caprine.

La capra è donna, la pecora uomo

E’ passato qualche anno da quando avevo intervistato Marta per “Di questo lavoro mi piace tutto”, il libro sui giovani allevatori. Marta aveva fatto la scelta di stare in montagna, nonostante le scomodità che questo comporti per qualsiasi lavoro. All’epoca la sua attività era all’inizio e, addirittura, mi diceva che non le piaceva andare al pascolo.

Mi mettevo a piangere, le capre erano quelle di mio papà, erano abituate a stare con le pecore. Sia loro, sia il cane, obbedivano alla voce di un uomo! Adesso io e Luca litighiamo per andare al pascolo, guai se non posso andarci!“. Marta è tornata a Sambuco dopo aver visto il mondo, in azienda gli animali c’erano già, lei ha scelto le capre. “Le ho scelte per il latte, con le mucche è troppo impegnativo iniziare dal niente, poi da sola sarebbe stato troppo difficile.” Luca è arrivato dopo: “Facevo il fotografo, stavo seguendo un progetto sul lupo e la pastorizia. Ho conosciuto il papà di Marta, sono tornano, lui non aveva tempo e mi ha mandato da lei…

Dal 2011 lavorano insieme. “Ci siamo sposati, siamo andati in viaggio di nozze in Val d’Aosta, là abbiamo visitato aziende di capre, ci siamo ispirati a quello che abbiamo visto… Come razze, quelle di mio papà con cui ho iniziato erano nostrane, a me piacevano le Rove, ma qui non danno latte, ne hanno a malapena per il capretto. Il formaggio lo faccio io, vado a fare mercati. Adesso da un mese e mezzo mungiamo a macchina, prima tutto a mano.

Lo scorso anno spesso eravamo in tre, ma quest’anno quando lei è al mercato, dovevo farmele tutte io, 150-160 litri…“, racconta Luca. “Io ero contraria alla mungitrice, c’è meno contatto con l’animale, è più una catena di montaggio, ma da quando c’è siamo meno stanchi. I primi anni sono stati un po’ così… i capretti non volevo venderli, le caprette mi faceva pena svezzarle, le capre vecchie non me la sentivo di venderle… Le capre hanno tutte un nome e non si da mai il nome di una capra morta ad una nuova capretta!

Trovo che la capra sia un animale femminile, è più furba e maliziosa della pecora. La capra è donna, la pecora è uomo! Le pecore non ti riconoscono come le capre…” Marta e Luca alternano tradizione alla modernità. “Un anno a dicembre non avevamo soldi per il fieno. Luca usava internet più di me, abbiamo copiato da un’azienda della Toscana ed abbiamo lanciato “adotta una capra“. Non conoscevo il potere di internet, dopo tre giorni già chiamavano dalla Sicilia per aderire all’iniziativa. Continuiamo a farlo, molti vengono a ritirare il pacco e passano la giornata al pascolo con noi.” Leggete anche QUI un’altra intervista a Marta con ulteriori dettagli sull’iniziativa.

Le capre sono al pascolo in una frazione a monte di Sambuco. Tutte le sere vengono fatte rientrare in paese per la mungitura. Se il caseificio è stato realizzato ed è in piena attività, una lunga vicenda riguarda le stalle utilizzate dall’azienda. “Speriamo di riuscire a farcene una, ma servono soldi e ci sono tanti problemi. Dicono che aiutano, ma bisogna provare ad andare a fare le domande per i contributi per capire cosa significa…“, racconta Luca.

Pensavo di saper lavorare il latte perchè avevo lavorato in caseificio a Demonte… Ho poi fatto dei corsi a Moretta e sono stata un paio di volte in Francia da un’allevatrice di capre per imparare a fare la lattica. Io non riesco a capire le cose solo in teoria, devo vederle, toccarle. Poi vado ad occhio, a sensazioni, non sono una tecnica. I formaggi li trovate nel punto vendita a Sambuco, al mercato di Demonte e a quello di Vinadio.

Le guardo e dico: “Siete voi la mia famiglia!”

Quando avevo contattato Eliana, mi aveva poi richiamata per dirmi che, vicino a lei, c’era un’altra capraia e sarebbe stato bello che avessi intervistato pure lei. Sicuramente quindi non si trattava di un caso di gelosia e competizione tra concorrenti che praticano lo stesso mestiere! Terminata la chiacchierata con Eliana e la visita alla sua azienda, infatti mi ha accompagnato dalla sua amica in una frazione poco più sotto.

Laura era al pascolo, gli animali erano ancora vicino alla stalla. “Io ed Eliana siamo proprio amiche, c’è condivisione lavorativa e personale, è un bel supporto. Siamo due donne e facciamo questo lavoro da sole, abbiamo dovuto affrontare il mondo maschile degli allevatori di bovini. Nei nostri confronti c’è anche… un po’ di invidia, perchè ce la stiamo cavando bene!

I miei genitori hanno sempre avuto le mucche, da ragazzina io già venivo qui al pascolo con manzi e vitelli. Ho fatto le mie esperienze, poi sono tornata. Mio fratello aveva preso lui l’azienda di mio papà e ho iniziato a lavorare con lui. Il giorno della fiera di Valpelline il papà è arrivato con due capre. Quando sono arrivata ad averne 20 mi sono dovuta mettere per conto mio. Questo è il quarto anno. Ho saanen e incroci. Sto al pascolo con loro, mungo, faccio i formaggi. Il caseificio ce l’ho più a valle dove abito e dove ho la stalla d’inverno.

Facendo formaggio e stando al pascolo, ho scelto di inserire le erbe nel formaggio, quelle che raccolgo io, ma sto incontrando grossi problemi a farmi autorizzare la procedura, sarebbe più facile se comprassi le erbe confezionate al supermercato! I miei prodotti li vende mio fratello che ha il punto vendita sotto la diga di Place Moulin qui a Bionaz, poi d’autunno faccio qualche mercato e fornisco dei negozi. Sinceramente è un reddito di sopravvivenza, ma mi permette di poter stare in questo ambiente. Io sono nata così, ma l’ho scoperto solo facendo altro.

Stare con loro è una soddisfazione. Le guardo e dico: <<Siete voi la mia famiglia!>> Quando mi fanno arrabbiare penso di cambiare lavoro, ma poi al pensare di non averle… mi viene da piangere. E’ un lavoro che ti lega e sei sempre da solo. Io sto bene con me stessa, ma ogni tanto hai bisogno di prenderti la tua boccata di casino… Adesso la tecnologia ti aiuta, quando non ti passa, telefoni a qualcuno. Oppure leggi un libro, ho sempre un libro nello zaino.” Solo due capre sono rimaste con Laura, mentre chiacchieravamo le altre si sono allontanate nel bosco. “Non ho più vent’anni! Quando mi fanno correre, a volte mi siedo e le lascio andare…“. Questa volta però Laura parte a passo spedito lungo il sentiero per andare a recuperare il suo gregge, prima che si allontani troppo verso i pendii più ripidi.

Non potrei più stare senza animali

Ancora una storia di capre… e di donne! Sempre in Val d’Aosta, in una mattinata ho incontrato due amiche che gestiscono due aziende a poca distanza l’una dall’altra. Andiamo con ordine ed iniziamo da Eliana.

Ci eravamo già viste alla Foire des Alpes ad Aosta in una delle passate edizioni, ma questa volta l’ho raggiunta a casa sua in Valpelline, in una frazione di Bionaz, dove ha sede l’azienda agricola “La Tza” e dove lei vive tutto l’anno con i suoi bambini. “E’ stata una scelta di vita. Io e il mio ex marito lavoravamo all’ARPA , stavamo a Torino, ma volevamo vivere in montagna. Quando sono nati i bambini abbiamo deciso di realizzare questo sogno. Conoscevamo già la val d’Aosta, quando io ho visto questo posto me ne sono innamorata, era d’autunno, era caduta la prima neve… Volevano affittarlo, ma c’erano troppi lavori da fare per sistemarlo. Abbiamo girato, anche in Piemonte, ma io continuavo ad avere in mente questo posto. Per una serie di coincidenze eravamo in valle quando il padrone ci ha telefonato, siamo passati da lui e… abbiamo comprato!

Alla Coop c’erano bottiglie da 250 ml di latte di capra ad un prezzo tipo 3 euro, così per scherzo abbiamo detto: <<Possiamo allevare capre!>> Ho fatto il corso sia per giovani agricoltori, sia per caseificare. Non avevo mai avuto animali, solo pesci rossi e il criceto. Adesso ho 42 capre, due cani e sei gatti, mi manca il cavallo, ma prima o poi… Siamo arrivati qui nel 2010 per seguire i lavori di ristrutturazione, nel 2011 abbiamo preso le capre. Ho imparato provando, subito di notte nemmeno dormivo, avevo paura che morissero!”

Adesso sono da sola, faccio tutto io, seguo gli animali, vado al pascolo, faccio il formaggio e vado a vendere ai mercatini. D’inverno è dura, non puliscono la strada, lo scuolabus arriva fino alla fermata sotto, con i bimbi scendiamo a piedi. Per me le bestie sono una grande responsabilità, lo sento pesante nei momenti di crisi. Però nello stesso tempo sono la compagnia migliore, ti danno tanto e non chiedono niente. Io non potrei più stare senza animali! Qui per me è una gran libertà, stare così come mi sento, non dover guardare come sono vestita, pettinata… Mia madre invece non ha mai accettato che io, laureata in biologia, facessi questo.

Quando ho iniziato… non mi aspettavo niente! Per me tutto è stato fantastico! Non posso pensare di fare altro, anche se tutto sembra difficile, duro. Vederle belle con il pelo lucido al pascolo a questa stagione è una gran soddisfazione. Poi quando la gente apprezza i tuoi formaggi, specialmente se lo fa un Francese!“. Ad una certa ora le capre smettono di pascolare e tornano verso la stalla.

Qui le capre sono mal viste, ci sono solo vacche. Per gli allevatori sono bestie stupide, inutili. Non mangiano nemmeno il formaggio di capra. L’accoglienza comunque è stata buona, mi danno una mano, io non ho il trattore e vengono ad aiutarmi. E’ tutta una grande famiglia, nel bene e nel male.

Mentre le capre risalgono, anche una comitiva di bambini cammina lungo la strada. L’incontro non è proprio dei migliori, la maggior parte di loro grida terrorizzata. Molti esclamano: “Le pecore!“. Eliana invita una bambina ad accarezzare un animale, ma lei si ritrae inorridita. Una si lamenta perchè la “pecora” le ha annusato lo zaino. “E’ sempre così, i bambini di città non sanno più niente. Hanno paura degli animali, sono schifati.

Eliana mi parla dei debiti, i soldi da restituire all’ex marito: “Quando ci siamo separati, lui voleva vendere tutto. Io di qui non voglio andare via! Mi piace stare quassù, sto bene anche da sola. Da giovane avevo letto Il barone rampante e volevo vivere su di un albero…

Mi mostra la stalla, il fienile. “Faccio le scorte ad ottobre, poi spero che la neve vada via…“. Le caprette giovani non vengono portate al pascolo, restano in stalla, fuori con Eliana c’erano solo le capre in mungitura. “Qui in stalla mi da soddisfazione impagliare, vederle che stanno bene, nel pulito.

Il caseificio è moderno, realizzato con la ristrutturazione degli edifici. Poi c’è la cantina, con tutte le forme a diversi gradi di stagionatura. “Faccio tome, robiole e caprini, lattiche e presamiche. La robiola ha vinto al concorso. Tutto quello che ho ancora lo vendo alla Fiera di Sant’Orso, lo scorso anno al sabato avevo già finito tutto.

…poi ho detto… proviamo!

Sono un tipo un po’ strano, lo so. Dovrei gioire per la rinascita della montagna, di quei villaggi che ho frequentato quando erano avvolti dalla vegetazione, silenziosi, totalmente abbandonati. Adesso che arriva la strada, le gru spostano materiale, i muratori lavorano per farli tornare in vita, io però non sento più le voci di un tempo, quelle di chi quelle case le aveva costruite ed abitate.

Per salire a Campofei ho scelto comunque di percorrere l’antico sentiero partendo da Colletto, non la nuova strada. Dove non arrivano i mezzi è ancora tutto come un tempo, o meglio, il tempo sta facendo il suo corso, i tetti crollano, le travi marciscono, gli alberi si richiudono sulle case. Non so cosa sia giusto e cosa sbagliato, sicuramente però chi oggi tornerà in questi luoghi condurrà una vita molto molto diversa da quella di un tempo.

Queste sono le frazioni di Castelmagno, luoghi dove un tempo si conduceva la più povera delle vite. Le testimonianze di allora le si possono trovare nei musei, oppure nei libri: “I prati erano sempre pieni di gente: uno spettacolo. Tutti si adoperavano perchè fossero sempre puliti (…). Appena era possibile si dissodava una nuova zona, si allargavano i terreni coltivabili, magari di nascosto (…). Era la fame che spingeva tutti a questo infinito lavoro…”. “Mio papà, le prime calze che portava gliel’ha fatte mia mamma quando s’è sposata, adoperando un suo paio. Prima non le aveva mai portate.” Queste e tantissime altre testimonianze si possono leggere nel libro “Rescountrar Castelmagno”, testimonianze raccolte da obiettori di coscienza che, tra il 1976 e 1978, svolsero il servizio civile a fianco dei montanari che ancora vivevano lassù. Oggi invece quelle borgate sono state acquistate da aziende agricole composte da imprenditori del settore vitivinicolo che, grazie ai capitali posseduti, hanno intrapreso progetti di recupero e ristrutturazione.

Di Valliera avevo già parlato lo scorso anno in occasione della transumanza. Quest’anno invece sono venuta a Campofei per incontrare ed intervistare Roberta, che già conoscevo. “Ho sempre avuto 2-3 caprette fin da piccola, i miei sono nel settore della viticoltura, siamo di Barolo. Ad una fiera nel mio paese avevo conosciuto Roberta Colombero, lei aveva il banco dei formaggi, sono poi andata a trovarla in cascina e d’estate ho fatto la transumanza con loro. Dovevo stare solo pochi giorni, invece sono rimasta su quasi tutta la stagione fino a settembre. Ho fatto due estati con loro. I soci che gestiscono l’azienda qui hanno chiesto se quest’estate volevo venire su con le capre, ci ho pensato e ho detto di sì.

Quello che colpisce è la giovane età di Roberta (classe 1999), che è quassù ufficialmente come stagista per la scuola, anche se in realtà farà tutta la stagione. Con lei poi c’è Giorgia, la sorellina di 8 anni. “Più che aiutare, tiene tanta compagnia! Ci siamo solo noi qui, di giorno ci sono i muratori, alla sera resta solo il cuoco dell’agriturismo. Erano venute altre due stagiste, ma non si sono fermate. Una dovrebbe tornare… Mi ha fatto riflettere l’idea di venire su da sola, ma poi ho detto… proviamo! Il papà viene su venerdì, sabato e domenica, la mamma quando riesce. Quando viene papà c’è anche Eleonora, la più piccola che ha 5 anni.

Oltre alle due capre camosciate di Roberta, ci sono altri animali dell’azienda agricola, nove in mungitura, oltre ad alcune vitelle di Roberta. “Mi piacciono di più le mucche, non mi trovo male con le capre, da sola sono più facili da gestire. In futuro non lo so cosa farò, vorrei continuare nel settore, ma non ho idea come. Qui mungo al mattino, porto al pascolo le vitelle, poi le capre. Al pomeriggio faccio i formaggi nella cucina dell’agriturismo. In base a che ora finisco, le mungo e le metto fuori o viceversa.

Amici e parenti vengono a trovarmi, a volte se qualcuno mi porta il sabato sera vado a trovare Roberta in Valle Maira e andiamo a ballare. Le capre le munge mio papà, poi il latte lo lavoro io quando torno. Mi hanno intervistata su “La Stampa”, grazie ad un fotografo delle mie parti, di lì è partito tutto, sono anche venuti quelli de “La vita in diretta”, mi hanno cercata altri, ma non abbiamo accettato. Tanti non capiscono, per tanta gente è semplice, ma lo fai solo se ti piace davvero. Anche le amicizie, mica tutti capiscono! Al sabato e alla domenica do anche una mano nell’agriturismo e nell’orto, faccio le camere…

Per molti la storia di Roberta può sembrare eccezionale, incredibile. E’ da ammirare la sua scelta, ma non dimentichiamoci che ci sono decine e decine di figli di allevatori che aiutano le famiglie tutto l’anno. Magari non stanno da soli in alpeggio, ma vanno al pascolo e mungono un numero ben maggiore di animali. Nessuno però parla di loro. Qui sicuramente il luogo e il “contorno” aiutano a dar visibilità. Purtroppo siamo in una società che vive molto di immagine… conta di più una storia ben confezionata e ben proposta che tante realtà di cui nessuno parla.

Io mi auguro che ci possa essere un futuro per quello che ho visto a Campofei. Mentre scendevo dalla strada (sotto al temporale e alla grandine, quindi non ho fatto foto), sono passata a Valliera, che ormai è stata interamente recuperata e ristrutturata. “Se il prossimo anno non torno, le capre le ridarò indietro. Adesso dovrebbero arrivarne altre 10, che partoriranno poi in autunno. Ho ancora due anni di scuola da fare, quest’anno perderò le prime due settimane. Oggi viene su il professore a vedere e compilare i fogli per lo stage.

Nell’agriturismo, non ancora aperto ufficialmente (uno dei soci dell’azienda agricola mi spiega che questo è ancora un anno di prova, per ora vengono su loro con gli amici, poi quando sarà tutto a posto si darà il via) assaggiamo vari formaggi tra cui quelli freschi di Roberta, che ha imparato a caseificare nelle scorse stagioni in alpeggio.

Questa era Campofei una quindicina di anni fa. Oggi qui non si è più isolati, spesso Roberta ha il telefono in mano per comunicare con il resto del mondo.  Passato, presente e futuro, chissà quale sarà lo sviluppo di questo luogo? Lo scorso anno il gregge era stato affidato ad altri, ma l’esperienza non era stata positiva. “E’ stato un caso che mi abbiano dato le capre, loro le avevano già, me le hanno date a gennaio. Quando vado a scuola al mattino va mio papà in stalla, la sera vado io.

I lavori di ristrutturazione proseguono, grazie ai capitali si possono sicuramente recuperare le case senza snaturarle: di sicuro non tornerà a vivere il paese, come quando quassù si abitava per 365 giorni all’anno. Mi avvio per la discesa mentre il temporale si avvicina, farò una tappa a Campomolino per parlare con chi invece vive e lavora tutto l’anno lassù…

La gente del posto all’inizio scommetteva contro di noi

Sono tornata anche da Renata e Cinzia. Quando ero stata da loro l’anno scorso, avevo chiacchierato soprattutto con Renata, ma questa volta è il momento di parlare con entrambe le donne che si affiancano nella conduzione dell’azienda Cà du Roc ad Ala di Stura.

Le capre, casualmente, sono al pascolo nello stesso posto. Scatto qualche immagine al gregge, poi raggiungerò Cinzia e Renata, al lavoro nel caseificio. La loro storia: “…è nata per caso perchè nel gennaio del 2000 Bruno ha detto a Renata che avrebbero dovuto fare un allevamento di capre. Hanno cercato qualcuno con cui farlo ed hanno trovato me. Io lavoravo nella ditta di mio papà, seguivo le esportazioni e come animali avevo solo il cane, sono partita da meno di zero!

Le due amiche, presa la decisione, hanno iniziato a girare per vedere altre aziende, per capire come funzionavano e decidere che strada intraprendere. “Abbiamo scelto la Saanen perchè è più tranquilla e poi bianche sono belle! Ne abbiamo prese all’inizio una quindicina dalla Cascina Rosa e poi ce n’era una decina di Valdostane di Bruno. Abbiamo iniziato nel luglio 2001.

Le capre sono al pascolo, i capretti in stalla. Le due amiche dicono di essere interscambiabili nei lavori, inoltre il marito di Cinzia, maestro di sci d’inverno, fa da jolly e si occupa della vendita sui mercati. “Essere in due in certe stagioni ti permette di avere anche un po’ di vita sociale al di fuori, di fare delle vacanze.

Dalle prime prove con il latte ad oggi sono stati fatti grandi passi. “In quegli anni nasceva l’Associazione Casare e Casari di Azienda agricola, abbiamo fatto corsi a Moretta e in Comunità Montana. E’ un grande supporto, abbiamo sempre seguito tutti i corsi, impari sempre qualcosa, incontri altri e ti confronti.

E’ una gran fatica, a volte ti chiedi perchè l’hai fatto, ma poi sai che questa è diventata una realtà conosciuta, dal 2004 siamo tra i Maestri del Gusto ed hai soddisfazioni. All’inizio c’era molta curiosità e la gente del posto scommetteva su quanto saremmo durate!“. Anche Renata non era un’allevatrice, ma la sua pratica in ufficio ha permesso loro di districarsi più agevolmente nel marasma burocratico che accompagna la nascita di un’azienda: “Caseificare è un lavoro creativo. Ci fosse qualche problema in meno, te lo godresti di più questo mestiere…

Le capre per me sono una scommessa

Francesca e Federico sono una giovanissima coppia. Lui lo avevo già intervistato quando scrivevo “Di questo lavoro mi piace tutto”, ma per il libro sulle capre lascia la parola a Francesca (classe 1988), sua compagna di vita e di lavoro.

Li raggiungo già in alpeggio a Laz Arà, sopra a Pramollo, in un vallone laterale proprio all’imbocco della Val Chisone. La strada, prima asfaltata, poi sterrata, mi porta fin lassù. Il tempo inizialmente è sereno, ma i ragazzi mi parlano di temporali e piogge quasi quotidiani. Hanno appena finito con le mucche, di cui si occupa principalmente lo zio Oscar, quindi si sale dal gregge, composto da pecore e capre. Non sono tutti animali di proprietà, molti sono presi in guardia per la stagione estiva. Federico inizia a mungere le capre, mi dice che sarà Francesca a raccontare la sua storia con le capre. “E’ da quattro anni che le ho, prima ce n’era solo un paio e per lui erano purcherie, che facevano disperare, che quando sono con le pecore vanno sempre a fare danni se c’è un piantino o un fiore.

Impari ad apprezzarle pian piano, vengono da sole a farsi mungere, sono le prime quando le chiami, una pecora non verrà mai a coricarsi accanto a te al pascolo o si metterà sotto l’ombrello di fianco a te quando piove. La cosa più bella è vedere Mia che viene su con la stessa malattia.” Francesca è nata in montagna, ma non aveva una strada già scritta come allevatrice.

Io ho studiato architettura degli interni, poi ho lavorato un anno in Svizzera per un mobilificio. Quando ho conosciuto Federico ho lasciato perdere tutto. Adesso le capre sono a nome mio. Da quest’anno a casa dei miei a Pramollo abbiamo aperto un punto di ospitalità rurale. Non è proprio un agriturismo, è una soluzione che ti consente di avere 15 persone a mangiare e 8 a dormire, utilizzando le strutture che hai già. Ci stiamo inventando un modo per far conoscere i nostri prodotti. I nostri salumi, agnelli e capretti, i formaggi. La gente non compra più la toma intera… Non abbiamo ancora un sito specifico, solo qualche pagina in quello della falegnameria dei miei.

Federico finisce di mungere e apre il recinto. “Con questa pioggia hanno anche meno latte…“. Anche quel giorno sembra che non tarderà a piovere nuovamente, il cielo si sta coprendo, anche se si vede il sole verso la pianura. “Al pascolo va lui, io sto in stalla, aiuto Oscar, faccio i formaggi di capra e anche quelli di mucca se Oscar deve andare via. Vado a volte al pascolo al sabato o alla domenica, ma ho anche Mia da guardare e poi… lui lo fa meglio di me!

Le capre guidano il gregge e in questa immagine lo si vede bene. “Le capre per me sono una scommessa, io ci credo tanto, Federico di meno. Alleviamo le nostre caprette, poi abbiamo preso quelle di Andrea Aimonetto quando è mancato. Sono sempre state con le nostre, sua mamma altrimenti le avrebbe mandate al macello, per noi era importante prenderle anche come ricordo di lui. Non facciamo una scelta di razza, preferibilmente le valdostane, ma poi io ho la fissa delle fiurinà, adesso le abbiamo fatte punteggiare e iscrivere a libro genealogico.

Ho imparato da Oscar a fare i formaggi, faccio tomette da 4-500g, alcune le aromatizzo con il serpillo, altre con le bacche di ginepro.

…e questa non è che una minima parte di quello che Francesca mi ha raccontato della sua passione, ma ovviamente tutto confluirà nel libro… continua il mio cammino a caccia di foto e storie di capre e caprai.

Pastorizia in giro

Prima di Natale era stata da me Anna Kauber, appena all’inizio del suo viaggio tra donne e pastorizia. Continuo a seguirla su Facebook (Progetto Articoltura), mentre prosegue la sua avventura alla scoperta delle storie femminili di questo mondo. Adesso è in Sicilia, ma ha pubblicato un video dell’intervista realizzata qui in Piemonte.

MARIA PIA VERCELLA MARCHESE from anna kauber on Vimeo.

E’ una “vecchia conoscenza”, la mia amica Maria Pia. Un piccolo assaggio di quello che sarà il lavoro di Anna, un video con tutte queste storie.

Attingo invece alle immagini inviatemi da Leopoldo la scorsa estate. Queste hanno come sfondo dei panorami davvero eccezionali. “Ho allungato le ferie di un giorno (le mie ferie sono sempre di 4-5 giorni)
per fotografare Fabio che discendeva con il gregge. Certo si potevano fare foto migliori, ma, il percorso per arrivarci è molto lungo, le pecore quando partono non si fermano più. Non si può ripetere la scena. Farò meglio speriamo, l’anno prossimo.
E’ uno spettacolo unico vedere il gregge che scende lungo il sentiero del Rifugio Mulaz, sotto le Pale di San Martino. Sarebbe bello girare un film su questi giovani pastori… C’era anche Alice Masiero.

(immagini di L.Marcolongo)

Prossimamente avrò di nuovo mie immagini di pascolo vagante da mostrarvi, dal momento che sta arrivando dalle mie parti il gregge di un amico, quindi avrò occasione di andare a dargli una mano. Sembra quasi incredibile, ma è già passato un altro anno e… tutti stanno già di nuovo pensando alla salita in alpeggio, alle transumanze.

Fare qualcosa che mi permettesse di continuare a vivere qui

I cartelli per raggiungere l’azienda “La capra canta” sono sulla strada principale, ma poi si inizia a salire, salire, salire. Prima villette residenziali, poi case ristrutturate, giardini, prati ed infine boschi. La pianura si estende sotto di noi, dall’altra parte invece le creste salgono verso le montagne ancora innevate. Siamo in bassa val Pellice, a Bibiana, sul confine tra le provincie di Torino e Cuneo. Vado ad incontrare Luisella, classe 1980, che ha conseguito la mia stessa laurea in Scienze Forestali e adesso alleva capre e produce formaggio.

C’è ancora la gran parte dei capretti, sia quelli che Luisella alleverà, sia quelli che verranno acquistati da altri allevatori. Si tratta di capre di razza Camosciata delle Alpi, una delle preferite per chi sceglie la mungitura, insieme alla Saanen. Prima di arrivare alla stalla delle capre, siamo passate in una stalla più vecchia, dove ci sono dei bovini di razza piemontese. “Abbiamo sempre avuto vacche. Io mi sono laureata nel 2007 e ho deciso di provare con questo, insieme a mia sorella. L’idea è nata dal fatto che, per vivere e lavorare qui, ci voleva un mestiere che piacesse. Le vacche sì, ma le capre mi piacciono di più, sono anche più adatte alle donne, secondo me.

Abbiamo iniziato con quindici caprette e un becco, le ho prese piccole, di due mesi, e me le sono allevata. Avevamo una stalla piccola. Ho scelto questa razza perchè tutti dicevano che è più rustica rispetto alle capre bianche, ma mi piacevano anche di più.” Man mano le cose hanno iniziato a funzionare, le due sorelle si sono aiutate a vicenda, dal 2011 c’è la stalla nuova e anche il caseifici, realizzato con l’aiuto dei fondi del PSR.

Ho imparato a caseificare dai libri, ho seguito dei corsi di aggiornamento a Moretta, ho fatto molte prove. All’inizio provavi, buttavi, quelli più riusciti li regalavi agli amici. Adesso caseifico da dopo Pasqua fino a Natale, vendo soprattutto ai mercati, ne faccio tre alla settimana, poi consegno ad alcuni negozi. Mi hanno cercata loro, c’è gente che ha negozi di cose un po’ particolari, cerca i prodotti alle fiere, assaggia, poi ti contatta.

Luisella mi spiega che, lei e sua sorella, si scambiano i ruoli, ma tutte e due sanno fare ogni lavoro necessario in azienda. “Sui mercati vado io, perchè lei ha tre bambini. Poi cerchiamo di fare le ferie, io d’inverno e lei d’estate quando c’è meno vendita ai mercati. Io invece vado a Capodanno, quando non c’è la trasformazione. Il primo anno, non sapevamo se, dopo la pausa invernale, i clienti sarebbero tornati. Ma se hai il prodotto buono e spieghi come fai, la gente ci crede  e resta fedele.

Anche sul cammino di questa azienda ci sono stati degli ostacoli e delle difficoltà. Nel loro caso si tratta di alcuni vicini che, pur non risiedendo lì, nei weekend sono stati infastiditi dai lavori necessari prima per la realizzazione della stalla, poi per le normali attività agricole che, come ben sappiamo, non conoscono giorni di festa. Il tutto non si è limitato a qualche lamentela, ma purtroppo si è passati anche alle vie legali.

Un’altra difficoltà è quella della competizione scorretta sul mercato. Fatichi a far capire alla gente che per alcuni mesi non ci sarà prodotto, anche perchè ci sono altri che invece ce l’hanno. Qualcuno destagionalizza i parti, ma molti altri spacciano i formaggi per artigianali, quando invece non hanno nemmeno le capre! Io sono contenta di aprire la stalla e farla vedere ai clienti. Questo è il valore aggiunto del produttore, far conoscere la realtà in cui si lavora.

La soddisfazione sono i clienti che tornano tutte le settimane. Faccio lavorazioni lattiche e presamiche, la ricotta è molto richiesta. Forse metterò in produzione una toma alla lavanda che so provando a fare. I contatti con gli altri allevatori ci sono, anche Facebook aiuta molto, ma è un mondo particolare in cui c’è molta gelosia. Io ho dovuto imparare dai libri, perchè nessuno mi voleva insegnare. Certo, fai fatica ad imparare e così certi decidono di non insegnare ad altri, che si arrangino pure loro. Però lo scambio è sempre importante, mentre insegni impari anche qualcosa. Io do la mia disponibilità anche se mi sono aggiustata da sola.