Un’occasione persa

E’ facile lamentarsi, dicendo che non si fa mai niente, che le cose non si sanno, che altri decidono senza che noi abbiamo la possibilità di dire la nostra, ecc ecc ecc… Però, quando quel qualcosa si tenta di farlo, i diretti interessati latitano e sprecano una bella occasione di dialogo e di confronto.

Sabato 13 e domenica 14, a Saluzzo, nei locali della Fondazione Bertoni, si è tenuto Formalp, dedicato ai formaggi d’alpeggio e ovicaprini di montagna, ma anche alla discussione delle problematiche di questo mondo. Nonostante la sfilza di loghi, non era una di quelle occasioni altisonanti in cui si veniva a mangiare gratis. Non c’erano hostess a guidare ed accompagnare i visitatori, ma il nostro ristretto team del Progetto Propast, in collaborazione con la Fondazione, aveva messo insieme una piccola manifestazione totalmente indipendente e praticamente priva di budget (nessuno sponsor e tanta buona volontà). Lasciatemelo dire, brillavano per la loro assenza le associazioni di categoria, che avrebbero avuto una buona occasione per incontrarsi in campo neutro. Anzi, potevano anche usufruire dello spazio messo a disposizione gratuitamente (a loro come ai produttori) per informare e dialogare con il pubblico, ma…

I convegni del sabato e della domenica, nonostante l’assenza di moltissimi addetti ai lavori, sono stati importanti momenti di dialogo e scambio di informazioni. Come si dice… pochi, ma buoni! Tanto è vero che si sono protratti anche oltre l’orario prestabilito, per la disponibilità degli oratori e la partecipazione attiva del pubblico. Da convegni a vere e proprie tavole rotonde.

Guido Tallone ed Emilia Brezzo, dell’Istituto lattiero caseario di Moretta (CN) hanno parlato di tecniche produttive, corsi di formazione, ma soprattutto valorizzazione dei prodotti. Termine a volte abusato, ma fondamentale ed innovativo, almeno in Piemonte, per quello che riguarda le carni ovicaprine. E’ stato anche presentato il nuovissimo salumificio didattico, con attrezzature all’avanguardia che, in futuro, si propone di effettuare lavorazioni in conto terzi dedicate agli stessi allevatori: conferendo il capo macellato, si potranno ritirare salumi di capra e di pecora, da vendere direttamente o utilizzare in agriturismo, con un sensibile aumento del valore di mercato del prodotto.

I veterinari ASL hanno risposto in modo esaustivo a dubbi e curiosità degli allevatori presenti in sala, chiarendo come il loro ruolo sia sempre più quello di informare ed aiutare gli allevatori a migliorarsi per quanto riguarda i locali di trasformazione e vendita, più che non agire in modo repressivo. Si è parlato di trasporto dei capi al macello, trasporto della carne macellata al laboratorio di trasformazione, presenza di macelli ovicaprini sul territorio, lavorazione del latte in piccoli caseifici aziendali, ecc.

In un’ampia sala è stata allestita la mostra fotografica “Pastori piemontesi nel XXI secolo”, che ha riscosso apprezzamento tra i visitatori, molti dei quali poco conoscono la pastorizia, specialmente quella nomade. Emblematico per me il caso di due visitatrici di mezz’età che, dopo aver attentamente letto tutti e 20 i pannelli, mi hanno salutata con un: “…ma tanto noi veniamo dalla pianura e la carne di agnello e capretto proprio non la mangiamo, per noi la carne è quella di vitello.” Altro che valorizzare, qui bisogna proprio FAR CONOSCERE, perchè vorrei sfidare le due signore a mangiare uno spezzatino o un arrosto di pecora (allevata al pascolo, non a mangimi!) e sapermi dire che carne è!!

Nella giornata di domenica, parallelamente all’apertura degli stand dei produttori, si è tenuto il secondo convegno, “Gli alpeggi di fronte a nuovi e vecchi problemi. Basta la passione per continuare? Ne parlano i giovani protagonisti”. Dov’erano qui le associazioni di categoria, per ribattere alle pesanti lamentele e critiche che si sono levate dalla sala? Dov’erano quelli che dovevano ascoltare le denunce di chi lotta con la burocrazia, gli speculatori, i predatori? I funzionari della Regione Piemonte hanno illustrato ciò che stanno facendo da parte loro, rispondendo a tutte le domande e critiche che si sono levate dal pubblico. Pur cercando di venire incontro alle esigenze e necessità degli allevatori, è chiaro che è impossibile accontentare tutti, anche perchè il più delle volte sono le stesse leggi a “legare le mani” pure ai più volenterosi. A chi lamentava come fossero insufficienti gli aiuti dati per difendersi dal lupo, Ferrero della Regione ha evidenziato come sia proprio la Comunità Europea a fissare un tetto massimo oltre il quale non si possono sovrapporre finanziamenti alla stessa azienda, sugli stessi territori. Sempre le normative comunitarie hanno fatto sì che si potessero creare i meccanismi speculativi che portano certe aziende a percepire contributi per centinaia di migliaia di euro addirittura senza avere un animale in stalla. Ma ovviamente non è il singolo funzionario ad avere potere nella risoluzione di questo problema, bisognerebbe essere tutti uniti nella volontà di trovare una soluzione. La mancanza di molti soggetti all’incontro di ieri personalmente mi fa sorgere dubbi…

Anche tra gli espositori purtroppo ci sono state molte defezioni, giustificate e ingiustificate. Un’occasione mancata, tanto più che lo spazio espositivo (al coperto), compreso l’allacciamento alla luce, era gratis. I presenti però hanno ben figurato, impegnandosi anche in allestimenti personalizzati e ben curati.

Il pubblico, saluzzese e non solo, non si è fatto attendere. Tutti si aspettavano più espositori (anche noi organizzatori, è ovvio), ma quelli presenti alla fine della giornata si sono comunque dichiarati soddisfatti per le vendite e per l’apprezzamento riscosso dai loro prodotti.

Oltre ai formaggi, anche una bancarella di prodotti in feltro, tanto per non dimenticare che, dei prodotti ovini, è anche la lana a necessitare di un recupero…

Per chi lo desiderava, oltre all’assaggio diretto presso i produttori, era possibile partecipare a degustazioni guidate insieme agli assaggiatori dell’ONAF, che hanno collaborato alla riuscita della manifestazione. Sono stati degustati formaggi tra quelli presenti alla mostra, oltre al Nostrale d’Alpe, caprini dell’Ossola ed il Bitto dalla Lombardia.

Per concludere, sia il sabato, sia la domenica, hanno visto una presentazione di libri “a tema”. “Formaggi d’altura” di Beppe Caldera e “Di questo lavoro mi piace tutto” della sottoscritta. Mi spiace per chi non c’era, ha davvero perso un’occasione! Visto poi che era una manifestazione senza bandiere, senza firme, senza casacche di appartenenza, non c’era nemmeno il pericolo di “essere visti mente si partecipava a qualcosa organizzato dalla concorrenza”. Fin quando si ragionerà così, io sono e resto pessimista sul futuro (non solo degli alpeggi e della montagna, ma in generale!).

Grazie a tutti quelli che c’erano, sia a collaborare alla buona riuscita dell’evento, sia a partecipare come pubblico (appassionati, addetti ai lavori e semplici curiosi).

I pascoli di carta

Ricordate quelli che avevo definito “lupi a due gambe”? Poi anche un post successivo sempre sullo stesso argomento qui. Intanto l’estate è passata, in Piemonte è nata anche un’associazione, l’Adialpi (Associazione Difesa Alpeggi Piemonte), dell’argomento si è parlato sempre più ed adesso è uscito questo articolo su L’Espresso, a firma di Paolo Cagnan. In “La truffa dei pascoli fantasma” il giornalista sintetizza i punti salienti della faccenda, cercando di spiegarla anche ai non addetti ai lavori.

Tra l’altro, gli stessi addetti ai lavori per primi non hanno ben capito cosa stesse succedendo… Prima vi sono stati “quelli dei tori”, poi i terreni ricercati per lo smaltimento nitrati ed infine  questi pascoli fantasma legati agli aiuti disaccoppiati. Che paroloni! Che ne sa l’onesto piccolo allevatore di montagna, quello che  il suo mestiere lo fa sì per reddito, ma soprattutto per passione, per amore degli animali, per scelta di vita? Leggete qui il testo di un’interrogazione parlamentare del 2006 sulla questione dei contributi per i vitelloni all’ingrasso messi al pascolo, la famosa questione dei tori che in alpeggio non sono mai arrivati, o sono saliti sì, ma lassù sono anche morti, oppure sono stati alimentati con farine e altro portati dal fondovalle, mentre le tasche dei loro padroni si riempivano di contributi…

Di chi la colpa? Di tanti… Delle leggi fatte male, che permettono ai furbi di trovare il modo per mettere sotto un rubinetto aperto che sputa fuori soldi un                sacco molto capiente. E così i contributi, in questo caso, non vanno nelle tasche del piccolo che davvero alleva con attenzione a territorio, prodotti, razze  autoctone, ecc., ma di chi ha saputo leggere tra le righe e sfruttare a suo beneficio leggi inizialmente  ideate con altri scopi. Il fenomeno è diffuso in tutt’Italia, da Nord a Sud, da Est ad Ovest. Se “solo” la questione fosse legata a qualcuno più abile ad intascare soldi, sarebbe ancora il meno. Ma il problema è che gli alpeggi liberi non ci sono più ed i veri allevatori non soltanto non possono beneficiare dei contributi, se non affittano l’alpe a nome loro, ma  rischiano anche di non poter salire in montagna. Il Presidente di Adialpi, Dalmasso, in un’intervista dichiarava: “Siamo di fronte a una truffa legalizzata, oggi qualsiasi allevatore può aggiudicarsi i pascoli in montagna, basta che si impegni a tenere pulito l’alpeggio. Succede quindi che i grandi possessori di titoli PAC facciano a gara per ottenere quei terreni, che consentono loro di incassare i contributi comunitari. Così i prezzi vanno alle stelle e i margari vengono scalzati. Al danno, spesso si aggiunge la beffa, quando quegli stessi speculatori offrono al margaro la possibilità di “tenere pulita la montagna”, pagando loro un affitto! E’ come se un’impresa di pulizie pagasse per pulire! Se poi il margaro non riesce a reimpiegare il suo titolo PAC su un altro terreno, dopo un anno lo perderà e non gli rimarrà che lavorare per conto terzi a pulire le montagne degli altri“.

Quindi quei lupi a due gambe che fanno? Prendono l’alpe (spesso offrendo ben di più all’asta, tanto possono permetterselo) e poi cercano chi la  pascoli, perchè altrimenti senza animali salta il contributo. Mi dicevano che molti dei pastori vaganti della Lombardia sono caduti in questo meccanismo e in Piemonte  numerosi margari e pastori iniziano ad avere seri problemi. Dei ragazzi, che per timore di “ritorsioni” non vogliono essere identificati, mi raccontavano di essere stati avvicinati da questi personaggi che offrivano loro tutta una serie di servizi (trasporto degli animali verso l’alpe, tosatura) in cambio della presenza dei loro animali sui pascoli. In questo modo la “carta” è a posto, le bestie ci sono, ma non è questo il futuro che vogliamo per l’alpicoltura e la zootecnia di Alpi ed Appennini! Devono capirlo prima di tutto i COMUNI, visto che sono loro ad affittare malghe, alpeggi, pascoli, alpi… chiamiamoli come vogliamo, ma tanto abbiamo capito qual è l’oggetto! Se non sono gli altri Enti (Ministero, Regioni, Province) a fare qualcosa, comunque deve essere il Comune a scrivere il bando e assegnare l’alpeggio. Se le Amministrazioni hanno a cuore il territorio e la loro gente, possono fare qualcosa, se invece guardano la cassa… Leggete questo articolo, per esempio.

Ho trovato un po’ di materiale in rete sulle passate truffe legate a contributi, pascoli e zootecnia: iniziamo dal 2006, quando già c’erano “pascoli milionari” qui e qui.   Questa è notizia del 2008.

Vendesi alpeggi?

In questi giorni non si sa più dove guardare per avere un soffio di speranza e qualche pensiero positivo. “Quest’anno va a finire che ci mangiamo il cabial“, confidava disperato un margaro l’altro giorno. E non si sa bene cosa sarà a mangiare la mandria, se la colpa sarà della crisi, delle spese in crescita, della siccità che fa scendere prima dall’alpe, dei costi dei foraggi in aumento per la crisi & la siccità…

Certo, nell’immediato è la siccità a colpire, sia visivamente, sia concretamente. C’è chi scende perchè non ha acqua, chi perchè non ha più pascoli e chi ancora non può mandare le vacche a pascolare certi pendii perchè letteralmente non si sta in piedi. L’erba secca, il terreno polveroso… e così si parla di vacche morte, precipitate. La siccità è grave in pianura, è orribile e pericolosa in montagna. Tra l’altro, chi in alpe ha la centralina idroelettrica per la corrente, non riesce nemmeno più ad avere energia, con i corsi d’acqua ridotti al minimo. Adesso dicono che pioverà, ma è tardi per la maggior parte dei pascoli d’alpe. Ben venga comunque l’acqua, per la pianura, per la montagna, per le riserve idriche future.

Quindi una volta di più vi chiedo di riflettere su come l’alpeggio non sia solo l’idilliaca realtà che certe foto possono far immaginare… L’alpeggio è vita dura e fare l’allevatore lo è ancor di più. Quando “c’è la crisi”, tu devi comunque pensare ai tuoi animali, badare a loro, sfamarli quotidianamente. Eppure… eppure queste terre alte, queste terre difficili, sembra stiano diventando territori di conquista? Non so, sento voci, leggo articoli, ricevo segnalazioni e c’è chi mi domanda: “Perchè?“.

Degli amici mi hanno segnalato, venerdì scorso, un articolo su “La Stampa”. Nelle pagine della provincia il giornalista Gianni Giacomino riportava un fatto avvenuto nelle valli di Lanzo, a Chialamberto. Qui il Comune avrebbe addirittura VENDUTO un alpeggio (un intero vallone + baite) ad una società privata del Cuneese. Vi è stata un’asta dove l’azienda della zona titolare dell’alpe, a quanto leggo, non è riuscita ad aggiudicarsela, a fronte di un’offerta di 93.000 euro (per 440 ha di terreni). Il Sindaco, leggo, afferma di non poter affrontare la spesa di ristrutturazione delle baite (100-200 mila euro), ma non era informato del futuro nuovo bando della Regione?

Mi domandano e mi domando io stessa… Ma un Comune PUO’ vendere un alpeggio? E chi lo compra, può cambiarne la destinazione d’uso? L’opposizione parla di una manovra poco chiara e spiega come inoltre quei terreni fossero frutto di una donazione privata per l’Eca (Ente comunale di assistenza), poi si domanda se lì verranno veramente monticati animali o se “l’ha fatto solo per ottenere i finanziamenti europei“.

Comprare un alpeggio… Certo, un grande sogno per un allevatore tradizionale, avere un vallone, una montagna sua, dove avere la certezza di salire anno dopo anno, dove gli investimenti e le migliorie fatte resteranno a te ed alla tua famiglia. Ma sono pochissimi, in Piemonte, i margari e pastori che salgono su un’alpe di proprietà. Quasi tutti affittano, dai Comuni, da Consorzi o direttamente da privati, o ancora dal Comune e da privati. Ma al giorno d’oggi, quale allevatore tradizionale transumante può permettersi di acquistare un alpeggio? Crisi o non crisi, di soldi ne restano pochi, le spese sono tante e “la tua roba non vale nulla“, come senti dire sempre più spesso davanti a vitelli, agnelli, forme di toma d’alpeggio.

A fonte di una situazione sempre più difficile, ci mancavano solo più gli avvoltoi… E sono arrivati, in tutti i sensi! Quelli della foto (non ho fatto in tempo a zoomare, sono spariti dietro la cresta) vengono avvistati sempre più frequentemente, anche 20-30 e più insieme. Sono i grifoni, avvoltoi spazzini che, fin quando hanno cibo a sufficienza, si nutrono di carogne. A quanto sembra però, quando questo scarseggia, possono arrivare ad attaccare bestie sofferenti o in difficoltà. Gli altri avvoltoi invece, quelli a due gambe, si aggirano intorno ad ogni possibile preda (leggi FINANZIAMENTO) e non esitano ad accaparrarsela. Il piccolo allevatore riceve una lettera in cui gli comunicano che, per un paio di capi in meno, gli sono stati decurtati  i “contributi” (nome generico per indicare vari finanziamenti), mentre poi si sente dire di montagne intere affittate (e adesso persino comprate!) dove poi non sale nemmeno una bestia.

Per carità, non so chi abbia acquistato il Vallone di Trione, luogo “di notevole interesse paesaggistico e panoramico, famoso per le leggende di diavoli e maghi“, si legge su alcuni siti. Sempre su “La Stampa” però il Presidente di Coldiretti Torino si tiene sul generico, ma chiede di intensificare i controlli… Comunque il pensiero che si possano vendere gli alpeggi comunali mi fa paura. Già certi Comuni approfittano delle aste d’affitto per fare cassa, senza pensare al benessere della montagna e dei pascoli, ma per lo meno il contratto dura 5 anni e poi teoricamente si può cambiare. Se però arriviamo alla vendita, dopo cosa accadrà? Oggi usiamo quei terreni solo come numeri, ettari da inserire in una casella per avere contributi da migliaia e migliaia di euro, e domani?

Tutto Piemonte, ma…

Una delle cose belle della montagna è la sua varietà: di valle in valle, anche solo rimanendo in Piemonte, incontriamo panorami così diversi sia dal punto di vista ambientale, sia da quello degli insediamenti umani, con architetture che variano molto spostandoci dal Cuneese fin su nell’Ossola.

Cambia il tipo di suolo, l’aspetto delle montagne, le fioriture e pure il clima. In quest’estate di siccità si arriva perfino ad apprezzare le giornate di nebbia, durante le quali almeno un po’ di umidità arriverà alle foglie assetate delle erbe dei pascoli. E poi non ci sono sole e vento ad asciugare sempre più il terreno.

Comunque da qualche parte, nebbia o non nebbia, ci sono ancora le fioriture tipiche di stagione e l’erba ha un bel verde brillante. Anche se la pioggia è stata scarsa, forse d’inverno c’è stata più neve, chissà…

Se poi arriva anche quella giornata di brutto tempo quando non solo senti lontani brontolii di tuono, ma arrivi persino ad aprire l’ombrello, allora sei felice. Certo, è più facile fare questo mestiere con una buona visibilità, senza il freddo e l’umido, senza doverti bardare con pantaloni e giacche impermeabili. Ma se non piove e se continua a non piovere è a rischio la stagione d’alpeggio e, per i pastori, tutto il resto dell’anno, autunno e inverno. In tanti posti la pioggia non serve più per salvare una stagione ormai troppo compromessa.

Serve comunque per reintegrare le riserve idriche, servirà per far crescere qualcosa in fondovalle, se si dovrà scendere anzitempo. Ma altrove ci sono greggi che pascolano nell’erba gialla a 2.500 e più metri di quota, sollevando nuvole di polvere al loro passaggio. E pastori che stanno pascolando adesso zone che solitamente venivano utilizzate a settembre. Cosa succederà quando l’erba sarà finita? Anche il fieno in fondovalle o in pianura, complice la siccità, asciuga bene, ma è scarso…

In certi posti sembra verde, a vedere da lontano, ma poi camminandoci in mezzo vedi che l’erba è bassa, più di quello che sarebbe lecito con queste specie a queste quote. Bassa e dura, di un verde non brillante. I fiori sono ormai secchi, spesso la polvere si è depositata sulle foglie e l’acqua compare raramente negli avallamenti. Animali che trovano poco da mangiare e poco da bere!

Ho visto alpeggi con mandrie immense che partivano dal recinto presso le baite al mattino presto, in una nuvola di polvere, per andare a pascolare dove l’erba è sempre più scarsa. E ancora una volta mi sono chiesta perchè questi alpeggi, in posti meravigliosi, con una vegetazione che permetterebbe di ottenere formaggi dalle caratteristiche di gran pregio, sono invece famosi per le speculazioni, i prezzi alle stelle (ho sentito parlare di 60.000 e 54.000 euro all’anno) e i “furbi” che se li accaparrano. Magari questi prenderanno poi anche dei risarcimenti per i danni della siccità. E nessuno che penserà al danno che patisce il cotico erboso già sofferente, nell’essere calpestato da queste mandrie immense (300, 400, 500 capi, mi hanno detto!! parlo di bovini…) che si spostano avanti ed indietro a cercare di che saziarsi o andando a bere dove vi sono appositi abbeveratoi.

Vedere cose del genere ai primi di agosto mi fa paura. Paura per l’ambiente (pioverà? e se pioverà di colpo, saranno alluvioni??), paura per il sistema (quello dell’allevamento, montano in particolare). Credo che un tempo il margaro con il suo giusto numero di bestie sarebbe sceso, magari imprecando per la grama annata e per i costi aggiuntivi (il fieno in più da consumare a valle), ma non sarebbe rimasto là.

(Archivio ANABORAPI)

Certo, c’erano già casi di grosse mandrie anche nel secolo scorso, ma solo laddove la montagna lo permetteva davvero. E poi chi aveva tante bestie è perchè poteva permetterselo, poteva gestirle, e non in nome dei contributi che premiano la quantità e non la qualità. Mi sa che è anche per quello che tanti cercano di resistere, per paura che, scendendo prima, saltino i finanziamenti. Giustamente questi sono stati pensati per chi fa la stagione su fino in fondo, per evitare “furbi” (misura 241.6.1), ma adesso che succede? Le Associazioni di categoria chiedono la calamità naturale e, fortunatamente, denunciano anche le altre problematiche. Ma come si farà (siccità a parte) a ricondurre l’allevamento montano ad un assetto più sostenibile e compatibile con il territorio?

Un alpeggio per tutti?

Ricevo tante e-mail, messaggi, commenti qui e su facebook, segno che questo blog è diventato un po’ un punto di incontro, se non anche di riferimento. E’ una bella responsabilità… soprattutto quando ricevi degli appelli, delle richieste di aiuto a cui davvero non sai rispondere. Mi spiace deludere chi si rivolge a me confidando che io riesca a trovargli un posto dove trascorrere l’estate lavorando in alpeggio. Mi spiace ancor di più leggere richieste di aiuto come quella di Liviana, che pubblico qui nella speranza che possa servire a qualcosa.

Non sapendo più dove sbattere la testa ho deciso di utilizzare il tuo blog per pubblicare un annuncio… Grazie agli speculatori di cui parli tu e a gente non troppo onesta che ci ha preso un po’ per i fondelli ad oggi non abbiamo ancora trovato una montagna per quest’estate… Noi attualmente abitiamo a Lanzo ma saremmo disposti a salire in alpeggio anche in altre vallate… se qualcuno avesse notizia di un alpeggio vuoto che porti sulla quarantina di mucche ci faccia sapere. Grazie!

Forse ci sarebbero più alpeggi, magari non per tutti, ma per chi davvero ha intenzione di utilizzarli per svolgere l’attività di margaro (come Liviana e Carlo Alberto) o di pastore, se non si verificassero quei “fenomeni” di cui si discorreva l’altro giorno. Inizio a capirci qualcosa in più. Innanzitutto, il mondo dei “contributi” è una galassia complessa, all’interno della quale si muovono molto bene quelli che “non hanno niente da fare” e molto meno agevolmente chi invece ha da seguire un’azienda, specialmente se tradizionale, senza dipendenti, con animali cui tocca provvedere quotidianamente. Motivo per cui ci si affida a qualcuno che curi i tuoi interessi sperando che operi per il meglio. Gli altri invece cercano di approfittare dei contributi anche quando “in teoria” non ne avrebbero i titoli. Cercano i punti deboli della legge per usufruire di fondi pensati per tutt’altro applicati alle superfici d’alpeggio. E allora ecco che entrano in gioco “quelli del tabacco” e non solo più “quelli dei tori”. Si fa riferimento a misure diverse, a contributi di differente provenienza (PAC, PSR… Qui il sito ARPEA per chi vuole cimentarsi). Ed ecco allora perchè c’è chi prende i contributi “senza portare su una bestia” e/o affidando il pascolo ad altri e chi invece se li vede bloccare perchè il numero di capi monticati è inferiore al 70% di quelli dichiarati dalla sua azienda.

Insomma, il tutto è abbastanza complesso, per cui occorre affidarsi ad un Centro di Assistenza Agricola. Ci sono le Associazioni di Categoria, amate/odiate perché spesso ritenute responsabili più di quello che non funziona… che non di quello che riescono a fare. Complice anche l’atteggiamento di chi non spiega il perchè ed il percome delle cose, come se tutti coloro che si recano lì siano incapaci di comprendere… Se non vuoi far pensare al tuo interlocutore che stai cercando di fregarlo, spiegagli chiaramente cosa stai facendo, a cosa lo stai vincolando, ecc! Nella mia breve carriera ho incontrato (come dappertutto) personaggi viscidi e non trasparenti, ma anche persone disponibili e che veramente mi hanno aiutato, come quella che stamattina mi ha dedicato (telefonicamente) del tempo per spiegarmi un po’ di cose sui contributi (GRAZIE!!). Comunque, come segnalava Roberto in un commento al post dell’altro giorno, esistono anche CAA indipendenti, come questi. Qui un articolo che spiega chi e come può costituire un CAA. Quindi, mi correggo rispetto a quanto ipotizzato l’altro giorno, le domande per i contributi possono anche esser presentate al di fuori delle Associazioni di categoria.

Tornando a noi, i lettori di questo blog si sfogano presentando le loro vicende personali. Riprendo un commento di Domenico, che magari non tutti hanno letto. “Conosco molto bene queste situazioni perchè sono anche io un pastore e vivo giornalmente questi episodi. Vivo in Abruzzo e anche qui i nostri pascoli oltre ad essere invasi da predatori a quattro zampe, ci sono anche quelli a due gambe come dici tu. I pascoli abruzzesi sono stati invasi da questi allevatori di tori che non so come fanno ma riescono a farsi concedere dai comuni centinaia di ettari di pascoli e dopo di che non portano nessun capo di bestiame al massimo li ridanno in subaffitto a qualche allevatore locale. In questo modo si sta facendo altro che finire di far scomparire chi svolge quest’attività con professionalità. ma chi ci dovrebbe tutelare a noi, come mai non si accorgono di queste cose? Mangiano tutti dentro lo stesso piatto? Io dal 2010 a oggi non ho preso più un centesimo per quanto riguarda la misura F (prati e pascoli), e quest’anno non si farà nemmeno la domanda per l’indennità compensativa, vivo in un paesino a 1000 m slm a chi le andiamo a denunciare queste storie? perchè quando noi facciamo la monticazione estiva ci vengono richiesti anche i minimi dettagli?
Questi lupi a due gambe come fanno a fare tutti questi magheggi e a prendere contributi a nostro discapito? Qui le stalle chiudono quasi tutti i giorni e nessun giovane prende l’iniziativa. Credo che siamo entrati in un vero disagio sociale.

Invece dal Trentino, si sfoga un giovane pastore. “Ho visto che di gente che gira attorno al mondo della pastorizia ce n’è sempre di più, e anche amici del blog che mandano foto di vari pastori e varie greggi. Questo mi fa piacere.
Comunque volevo scriverti anche a riguardo di un problema che da tempo continua via via a peggiorare sempre più, mi riferisco agli alpeggi in generale. Ci siamo ritrovati anche noi nel casino degli alpeggi affidati a finti allevatori di pecore che vanno a rubare le malghe a chi veramente fa questo mestiere e con questo mestiere deve viverci. Il casino è partito tutto l’anno scorso quando alla scadenza del contratto di affitto dell alpeggio per Malga Pasubio/Cosmaion del comune di Vallarsa, dove da 10 a sta parte ha sempre pascolato Cristian, è arrivato a casa l’avviso d’asta per questa malga. (…).” Il nostro amico ci racconta la sua versione dei fatti di come è andata quest’asta che li ha visti perdenti contro una società che affitta alpeggi in tutta Italia. La vicenda era poco chiara e c’era puzza di bruciato… “…da qui Cristian ha intrapreso le vie legali contro il comune di Vallarsa, e a maggio l’anno scorso c’è stata la prima sentenza contro il Comune che ha dato ragione a loro. Senza prove certe di corruzione e quant’altro non poteva di sicuro portare a casa qualcosa Cristian, ma insistendo nell’andare avanti con la causa, il 29 maggio di quest’anno siamo andati in Corte d’appello, e una volta analizzata la causa per bene, il giudice l’ha data vinta a Cristian. Un ottimo risultato siamo contenti, però adesso dobbiamo aspettare il comune che ha 60 giorni per fare ricorso. Vedremo come andrà a finire. Ci hanno spiegato che anche in Trentino tanti contadini e pastori sono in rivolta per il continuo susseguirsi di queste vicende, però nessuno sì è fatto avanti e andato per vie giudiziarie. Basta digitare Pascoli Alti srl di Marcato Ulisse su Google per vedere quante malghe ha in affitto. Un’altra idea era quella di fare un articolo in qualche giornale per far sapere in giro di questo problema che continua a mettere in ginocchio gli allevatori e i pastori.

E qualche articolo c’è già, ecco qui per esempio. Comunque, io casualmente sarò ospite a Vallarsa a fine agosto/inizi di settembre per il Festival “Tra le rocce e il cielo”, quindi non mancherò di far visita a Cristian, sperando di trovarlo in alpeggio lassù.

Vi lascio di nuovo per qualche giorno a meditare su queste vicende…

Lupi… a due gambe

Voglio un po’ vedere se oggi quei personaggi che si agitano ogni qualvolta in questo blog compare la parola “lupo” si indigneranno con ugual forza delle altre occasioni. Parlerò di lupi? Ebbene sì, mi tocca. Sono saliti i primi pastori e subito sono stati accolti dai predatori. I primi attacchi si sono registrati già nel mese di maggio, ma non è colpa di allevatori distratti, quanto piuttosto dell’ambiente dove si opera a questa stagione: quote medio-basse, territori cespugliati di scarsa visibilità.

Ma altri lupi ben più pericolosi per la categoria avevano sferrato i loro attacchi già prima, quando le greggi erano in pianura o in stalla, ma i pastori dovevano pensare alla prossima stagione d’alpe rinnovando i contratti di affitto. Lupi a due gambe che si sono avventati non sulle greggi e sulle mandrie, ma sui territori delle montagne. Chi strenuamente difende il lupo quasi facendone una ragione di vita, un’ideologia, dovrebbe mettersi a fianco dei pastori per lottare contro questi predatori. Il canide selvatico ricomparso nelle nostre vallate sarebbe in fondo meno difficile da tollerare se si risolvessero tutti gli altri problemi economico-social-politici della pastorizia. Si indignano perchè un pastore esasperato vuol sparare al lupo per difendere i suoi animali, ma perchè non si indignano con ugual forza quando un Comune affitta ad un pastore un’alpe dove non c’è nemmeno un’abitazione decente dove accendere un fuoco la sera, dove lavarsi, dove ospitare una famiglia? E perchè non si indignano se loschi personaggi si aggirano per le vallate con l’intenzione di accaparrarsi quanti più ettari possibili di territori d’alpe, per beneficiare di contributi comunitari pensati per tutt’altra destinazione?

I pascoli… Premiamo gli allevatori che li gestiscono correttamente, preservando e favorendo la biodiversità. Sono stati istituiti dei contributi a tal scopo? Ma iniziamo a darli per la qualità, e non per la quantità. Ma la quantità è più facile da determinare, e allora… Andiamo indietro nel tempo, era il 2003, da poco laureata lavoravo al censimento delle strutture d’alpe nelle province di Torino e Cuneo. Destinatario finale era l’Assessorato alla Montagna, oggi cancellato (in Piemonte, una regione dove le montagne sono nel nome stesso, mah!!). A me ed agli altri giovani incaricati era stata consegnata una scheda da compilare che, messa alla prova con la realtà dei fatti, aveva rivelato una pecca. C’era lo spazio per il numero di vacche, di manze e vitelli, ma non i tori. “Ma sì, ci saranno 2 tori nella mandria, ma contano come una vacca, segnateli insieme!“. No, avevamo incontrato i famosi tori, i vitelloni all’ingrasso portati in alpe. Bastava una percentuale sul totale dell’allevamento e si prendevano contributi per tutti gli animali rimasti in pianura. All’inizio qualcuno che li ha portati su c’è stato, insieme a sacchi di mangime per alimentarli. Alla faccia dell’ecosostenibilità, tra l’altro! E poi prendevano il premio per l’erba pascolata…

Scandalo! C’era chi già sapeva, chi iniziava a studiare il fenomeno, si diceva che dove essere risolto affinchè non dovesse ripetersi nei successivi piani di aiuto agli allevatori. Sono passati quasi 10 anni da allora e cos’è cambiato? Siamo di fronte ad allevatori disperati, margari e pastori che hanno perso le loro montagne all’asta pubblica “…perchè le mie pecore non fanno le uova d’oro!” e quindi non puoi competere con chi offre decine di migliaia di euro per un alpeggio. Un Comune, dove l’Assessore all’agricoltura è un margaro, risponde picche ad una cooperativa o società (non so di preciso) di Rimini che voleva affittare tutte le alpi pubbliche, lasciandole poi in uso a chi già le carica ora. Ma altri sembrano ben felice di vedere quelle somme piovere nelle casse ridotte all’osso. E non ci sono solo più “quelli dei tori”, addirittura adesso le voci che rimbalzano di valle in valle parlano di società più o meno fittizie, che non possiedono nemmeno animali per caricare le montagne e si occupano di generi completamente diversi dall’allevamento. Io ho sentito parlare di tabacco. Sorpresi? Io sì, e non poco. Confusi? Bene, allora non sono la sola.

Ma quei comuni si rendono conto di aver firmato la condanna a morte per i loro pascoli, per i loro alpeggi? Ma dove stiamo andando a finire? E com’è possibile che quella gente riesca a condurre i suoi giochetti senza nemmeno portare su gli animali? Mi dicono che, per legge, quando si dispone di capi in affido, bisogna monticare almeno il 70% dei capi in proprietà per avere accesso ai contributi e, nel caso non si rispetti tale percentuale, non solo si perde il contributo per quell’anno, ma bisogna pure restituire (con interessi) quanto percepito dall’inizio della sottoscrizione dell’impegno. E invece… E invece ci sono montagne vuote, montagne subaffittate (ma non è illegale? Sì, lo è). Oppure ci sono leggi diverse a seconda dei soggetti? Vengono sfruttati altri canali, altri generi di contributi? I territori d’alpe sono diventati una fonte di reddito solo in quanto vaste superfici da impegnare per chissà cosa? Perchè la persona qualunque che vuole comprendere questi meccanismi si perde nei loro meandri, fino a non capirne nulla anche se ha una laurea?

Leggevo una pubblicazione edita da una delle Associazioni di categoria operanti sul territorio. Il suo presidente prendeva una netta posizione contro tali speculazioni. Ma ditemi un po’, chi le compila le domande per i contributi a questi personaggi? Mi hanno spiegato che è obbligatorio passare da persone autorizzate, quindi dalle suddette associazioni di categoria (immagino che ciò sia stato pensato anche per esercitare un certo controllo). Ma allora… insomma, non è che chi si pronuncia in tal senso in realtà sia il rappresentante di chi invece materialmente fa sì che queste situazioni si verifichino? Spazio aperto, anzi, si chiedono repliche a gran voce, per fare chiarezza su come stanno le cose. Io vorrei tanto sentirmi dire che le Associazioni di categoria respingono queste domande volte solo ad arricchire pochi disonesti ed invece aiutano i veri allevatori di montagna, quelli che effettivamente sono un patrimonio per il territorio.

Certo, mi rendo conto che il problema non è di facile soluzione, ma bisogna almeno provarci. Mi auguro che non finisca come nella canzone: “…e lo stato che fa? Si costerna, s’indigna, s’impegna e poi getta la spugna con gran dignità…“.

Cito poi ad esempio il caso di un alpeggio utilizzato anche se privo di strutture idonee al ricovero di uomini ed animali, confinante con il quale ce n’è un altro i cui pascoli stanno “andando a ramengo”, come si usa dire qui. E’ stato affittato “ad uno dei tori” (ma a questo punto non so cosa ci sia dietro a questa vox populi), lo pascola sporadicamente qualcun altro, chissà se in subaffitto, per contratto a voce o giusto così perchè tanto è confinante. Il Comune, con la somma insperatamente ricavata, ha persino aggiustato le baite e si vociferava di un progetto per fare una strada (almeno in questo caso i soldi sono stati reinvestiti per la montagna, anche se inutilmente!). Le baite sono vuote, ben fatte e pure arredate. Altrove, dove i pastori rischiano l’esaurimento nervoso per le condizioni in cui tocca loro tentare di convivere con il lupo (quello a quattro gambe, che in fondo non ha colpe, ma fa solo il suo mestiere di predatore), il Comune promette, ma le baite continuano a non esserci. Allora, chi è che si indigna con me, questa volta?

(NB: Le immagini di questo post non hanno riferimenti con i luoghi direttamente interessati dai fatti di cui si parla, ma il fenomeno è in estensione a tutte le vallate, presumo non solo in Piemonte)

Amarezza

La pastorizia, un mestiere “romantico”, puro, antico… Certo, tutto vero. O quasi. C’è la passione a mandare avanti chi lo pratica, ed è una bella cosa, ma (come ho modo di ripetere spesso), da sola non basta. Però qui non voglio parlare di valorizzazione dei prodotti e dei derivati di questo lavoro, bensì di quei “cattivi pastori” che ho già menzionato in passato. Non mi riferisco ad una persona, ma alle “pecore nere” che esistono nella categoria.

Alle immagini pittoresche, serene, romantiche si contrappone l’amarezza e la rabbia di arrivare al mattino per raccogliere le 5-6 reti lasciate indietro la sera prima quando ci si è spostati e… Non trovare più nulla! Dalle case vicine (ma non vicinissime) si viene a sapere che nello stesso giorno sono state svuotate 3 case, ma i ladri non credo fossero interessati a reti che puoi solo usare per contenere delle pecore (per di più usate). Chi le ha prese le utilizzerà per lo stesso scopo (tra l’altro uno non pratico fatica a raccoglierle, di notte, sul limitare del bosco), dubito che le venda perchè non erano nemmeno in ottimo stato. Però chi le aveva prima le avrebbe ancora usate e… si è anche trovato in difficoltà nel giorno stesso dell’amara scoperta dato che ovviamente ne aveva bisogno. Perchè un pastore deve rubare ad un altro pastore? Perchè??

Belli i pascoli in fiore, presto (meteo permettendo) si godrà delle fioriture ancora più spettacolari dei pascoli alpini. Ma ci sono tanti motivi per cui, per molti, nemmeno l’alpeggio è un momento di serenità. Sto aspettando di saperne di più su di una vicenda che mi è stata segnalata, dove ad un pastore verrebbe imposto una parcellizzazione del pascolo con relativa suddivisione del gregge, di modo che non solo l’intera famiglia è obbligata a sorvegliare costantemente gli animali così spezzettati, senza poter nemmeno svolgere le mansioni casalinghe, ma addirittura sarebbero stati imposti i carichi e… quali animali mettere lì e là (con tanto di elenco di marche auricolari). Ma se una pecora partorisce ed ha poco latte ed il pastore volesse spostarla presso le baite?????? Aspetto di conoscere i dettagli e vi farò sapere.

Presto si lascerà la pianura, ma che dire di chi ha perso l’alpeggio e non sa bene come arrangiarsi per l’estate? Che dire di alpeggi che continuano a finire nelle mani di speculatori (ingrassatori della pianura, che nonostante tutto continuano a vincere le aste e portar via pascoli e soldi ai piccoli allevatori) per una serie di motivi che vedono coinvolti i Comuni (che non predispongono bandi “blindati” in modo da favorire i veri margari e pastori) ed evidentemente le associazioni di categoria? Poi magari l’alpeggio lo usa un margaro, un pastore, e capita anche che questo debba pagare per l’utilizzo, oltre a non prendere un soldo di contributi (pur essendo lui, con il suo lavoro ed i suoi animali, a tener pulita la montagna). Possibile che, dopo anni che si denuncia questa cosa, debba continuare a succedere? Tutti sanno… Per avere accesso ai contributi tocca presentare pratiche su pratiche, scartoffie a volontà, e ci si appoggia a qualcuno per fare tutto ciò. Ma non sono le stesse persone che dovrebbero anche tutelare i piccoli, veri allevatori, quelli che la montagna la utilizzano, la tengono viva ed in ordine? Mi sono sentita dire che i contributi non li prendi se non porti in alpe almeno il 70% dei capi di proprietà. E poi ci sono alpeggi dove non sale un solo animale di quelle grosse stalle di pianura. Sono amareggiata.

Vorrei capire

Perdonatemi, credo di essere un po’ dura di comprendonio. Certe cose non le capisco, mi sembrano assurde e profondamente ingiuste, ma forse qualcuno tra i tanti che qui leggono mi sa dare delle risposte.

Da dove iniziare? Io direi di fare qualche considerazione sugli alpeggi. Per fortuna negli ultimi anni sono stati fatti tanti interventi per la sistemazione delle strutture in alpe: ristrutturazione degli edifici, predisposizione di locali per la caseificazione, strade per raggiungere le baite, centraline idroelettriche, ma… non dappertutto. Ci sono alpeggi, sia pubblici, sia privati, in cui per parte o per tutta la stagione tocca vivere in condizioni indegne. Non è che perchè si è pastore o margaro si possa accettare di passare mesi tra spifferi, topi, acqua che cola dal tetto e senza potersi fare un bagno. Anche se l’hanno fatto per secoli, per generazioni, per la sostenibilità (in tutti i sensi) di questo mestiere ritengo che sia imprescindibile garantire non soltanto il benessere animale, ma anche quello umano.

Perchè un Comune può affittare una montagna dove o non ci sono strutture o quelle presenti sono poco più di un ammasso di pietre dove ci si arrangia in tutti i sensi? Poi si pretende che gli animali siano seguiti… Ci si lamenta se vi sono mandrie incustodite, solo con i fili tirati e nessun guardiano, e si dice al pastore: “Per difenderti dal lupo devi essere meno scansafatiche e stare lì con le tue bestie costantemente, non lasciarle libere di vagare a piacimento.” Chi di voi passerebbe anche solo una settimana in questa baita? I sacchi appesi sono per mettere in salvo i viveri dai topi.

Mi domando… Ma se io voglio costruire una casa, ristrutturare un vecchio edificio, devo seguire una trafila non da poco, sia in termini economici, sia burocratici, ecc. Leggete ad esempio qui i requisiti urbanistici per l’abitabilità. Valgono per la prima casa, valgono per la casa in montagna usata solo per le vacanze. Ma non valgono per un alpeggio, luogo di abitazione e lavoro dove magari si risiede anche 3-4 mesi all’anno? Presumo che, se uno volesse essere fiscale, avendo un aiutante alle proprie dipendenze, non sarebbe ammissibile alloggiarlo in una struttura non idonea. Può un Comune affittare un alpeggio con baita dove non c’è il bagno, non c’è la luce, non c’è un tetto che ripari completamente dalla pioggia, non c’è un posto dove accendere il fuoco?

Ho già affrontato questo argomento altre volte, per dire che non è che l’allevatore in montagna voglia vivere qui… a volte gli tocca! Poi c’è anche chi “sta bene così”, o magari ha strutture e le tiene male, ma se sono pubbliche io a questi impedirei di rinnovare il contratto. Basta con la logica dei contributi, premiamo chi lavora come si deve!!!

Parliamo allora proprio di contributi e dello schema che la Regione Piemonte ha predisposto per l’affitto delle malghe di proprietà pubblica? Ecco qui… Ci sono tanti punti interessanti, ma mi sa che i Comuni non lo stanno seguendo per indire i bandi di affitto degli alpeggi.

Vorrei proprio che qualcuno mi spiegasse quando finirà la storia dei famigerati tori in alpeggio… Quelle aziende di ingrassatori di pianura che hanno affittato alpeggi a prezzi spropositati per prendere i contributi di pascolo. Qui potete leggere qualcosa sul “premio all’erba” ed altri contributi. Ho tutta una serie di interrogativi… Perchè ci sono aziende che continuano a prendere i contributi senza mandare le bestie in montagna (ed un povero disgraziato che non ce la fa più a salire in un alpeggio senza strutture, senza strade, senza prospettive di vita civile, non solo gli tolgono i contributi, ma deve pure restituire quelli già percepiti)? Mi sta anche bene che sia così, se non rispetti l’impegno preso, devi pagare, ma che ci sia una reale giustizia valida per tutti. C’è chi sale con le vacche, ma non prende nulla perchè la montagna in realtà è affittata da altri.

Ma nel modello di bando della Regione non si diceva che il subaffitto è vietato? Eppure quanti casi di subaffitto ci sono? Li so solo io grazie ai pettegolezzi di Radiopecora o…? No lo so, qualcuno mi risponda. Dagli uffici competenti, dalle Associazioni di categoria. Chi gliele compila le domande, a questi speculatori?Oppure mi rispondano altri poveri cristi che si trovano nelle condizioni di chi dà tutto sé stesso e riceve solo mazzate. Ma togliamoli, questi contributi! L’ho già detto più volte, si premi il meritevole, si valorizzi il prodotto, si aiuti con interventi concreti (strutture, attrezzature…), ma cambiamo sistema, perchè io (e non solo io) questo non lo capisco. O meglio, mi sembra di capire che è il furbo a venir premiato e chi è troppo onesto alla fin fine ci rimette e vede persino gli altri che gli ridono in faccia.

Perdonatemi lo sfogo, ma sono davvero stufa. E lo sono ancora di più nel mio duplice ruolo a cavallo tra il mondo di chi la pastorizia e l’alpeggio lo vivono e praticano sulla propria pelle e chi dall’altra parte teorizza o cerca di mettere in piedi progetti che dovrebbero contribuire ad aiutare e valorizzare questi settori.

Altre montagne come questa… non le ho mai viste!

Sono tornata alla Gardetta per completare il lavoro. Era il mese di luglio quando ero passata di qua ed avevo incontrato Michele, ma all'epoca avevo solo scattato qualche foto, promettendo di farmi viva in un altro momento per l'intervista. Sono cambiati i colori, è cambiato il clima, ma quassù la bellezza del paesaggio può essere apprezzata in qualsiasi giorno, in qualunque stagione.

Michele è nell'agriturismo accanto alla baita, sta prendendosi un caffè, gli rubo qualche minuto per chiacchierare insieme, mentre turisti stranieri (Svizzeri ed Austriaci) stanno pranzando sui tavolini all'aperto. Nonostante le velature in cielo ed il freddo del mattino, adesso si sta bene al sole e non avrebbe senso pranzare al chiuso in un posto così. E' da 21 anni che c'è questo agriturismo: "E' stata un'idea della mamma, dobbiamo dire la verità! E' stato uno dei primi, in alpeggio. E a questa quota, poi… E' una buona integrazione di reddito, anche se però su di qua la stagione è breve. Luglio, agosto, un po' settembre, sempre che il tempo sia buono. Va bene che ci sono tanti stranieri."

Michele (classe 1988) è uno di quelli che, nello stereotipo medio, non corrisponde alla classica figura del margaro. Eppure lo è al 100%. L'avevo incontrato mentre mungeva a mano nei pascoli della Gardetta, adesso mi racconta che a lui piacciono tutti i lavori che questa vita comporta, ma sa anche ritagliarsi qualche momento extra. "Ogni tanto qualche giorno d'estate, e poi d'inverno, per andare a sciare. Quando vai via è per staccare, fare e vedere altro, visto che è già un lavoro che ti obbliga alla quotidianità."

Le soddisfazioni che questo mestiere dà ad un giovane come Michele sono quelle che sento ripetere in ogni intervista: "Quando ti nasce un vitello… Ma comunque deve essere il lavoro in sè a soddisfarti, come lo fai, come riesci a gestire il tutto, aveve ogni giorno davanti a te il risultato di quello che fai. Adesso come adesso riuscire ad andare avanti è già una soddisfazione." Non ha mai pensato di fare altro, già quando andava a scuola aveva ben chiaro in mente di continuare il mestiere di famiglia. "Altrimenti dovrei trovare un altro lavoro che mi dia le stesse soddisfazioni."

I problemi che ti inseguono fin qui in alpeggio riguardano il "resto del mondo". Anche se il telefonino non prende (ma basta andare poco oltre il colle), impossibile riuscire a non pensare del tutto alla burocrazia che incombe. "Anche il nostro lavoro sta cambiando, ma grossi miglioramenti non ne vedo. Continua e continuerà ad essere un lavoro manuale. Miglioramenti possono venire solo dal lato economico, contributi ed altro. Solo che si è buttato via troppo negli anni scorsi. Ormai si convive, con i contributi. E se venissero a mancare?"

Questo è un luogo di grande fascino per chi lo attraversa come turista, ma anche chi lo vive quotidianamente sa rendersi conto della fortuna che ha. "Altre montagne come questa non le ho mai viste! Uno quando è qui non ha nemmeno voglia di scendere, si sta tanto bene, qui… A volte vado fino a Marmora, fino ad Acceglio." I problemi però iniziano quando uno torna in pianura. La famiglia di Michele è famiglia di margari da generazioni e per loro vale ancora la consuetudine di "comprare il fieno", cioè cercare un luogo dove trascorrere l'inverno affittando cascina e stalla, acquistando fieno e pascoli per il bestiame. "Quassù e nostro, ma giù affittiamo. E' cambiato tutto, prima giù c'erano solo cascine e prati, adesso è sempre più difficile trovare una sistemazione."

Nonostante tutto, Michele afferma che la famiglia, specialmente la madre, avrebbe preferito che lui seguisse altre strade. "Così sono obbligati anche loro ad andare avanti qui." Ma a Michele piace quel che fa, dividendosi i lavori con il padre. "I formaggi continua a farli lui, io per adesso non li ho mai fatti, anche se a furia di guardare… Adesso abbiamo fatto l'Associazione del Nostrale, domenica ci sarà la festa proprio qui a Canosio. La burocrazia la seguo tutta io. E' tutto quello che c'è intorno a questo lavoro che stufa, non il mestiere in sè." A confermare la mia impressione iniziale, questo giovane del XXI secolo che a vederlo qui seduto al tavolo non ha niente di diverso dai ragazzi tedeschi e svizzeri che sono arrivati in bici, in moto, con il fuoristrada, sono le sue considerazioni generali sul mondo dei margari. "La gente purtroppo ha una bassa considerazione dei margari, ma è anche colpa di certi… Così poi si forma una figura tipo e c'è una classificazione bassa!". Ma i margari di oggi forse stanno cambiando, perchè ci sono giovani come Michele e come molti altri che ho incontrato in questi mesi. Il futuro di questo mestiere è anche legato ad una mentalità nuova, dove la passione si coniuga con uno sguardo sul mondo, l'amore per gli spazi sconfinati della montagna e la solitudine si alternano con il contatto con il pubblico ed il saper comunicare con le parole, i gesti ed il modo di porsi.
Per chi volesse saperne di più sull'Agriturismo La Meja, qui il loro sito.

Dove l'erba è più verde

Da qualche tempo vedete qui immagini di pendii ripidi e scoscesi, con animali che sembrano appesi quasi per caso su quei versanti. Pecore, perchè le vacche di oggi lì non possono andare. Un tempo sì, ma erano altre bestie: altra struttura, altro peso. Pendii aspri e difficili dove anche le fioriture sono scarse, l'erba di qualità non eccelsa. Dipende anche dal suolo, dal tipo di terreno, ma comunque con quelle pendenze non si più nemmeno pensare di far dormire gli animali in un recinto per aumentare la fertilità.

Così è stato ancora più bello ed emozionante tornare dopo qualche anno in uno dei luoghi che più preferisco nelle vallate piemontesi. Poter spaziare con lo sguardo, inalare a pieni polmoni quell'aria frizzante e sentire il profumo delle fioriture. Pascoli così vasti, pascoli ancora intonsi, dove gli animali saliranno poco per volta. Vien quasi da chiedersi se ce la faranno a mangiare tutta quell'erba, ma la stagione è ancora lunga.

Poter essere qui con il gregge… E allora sarebbe tutta un'altra vita. Ma questi non sono pascoli da pecore, qui è il regno dei margari. Però sono comunque margari fortunati, perchè in un pianoro del genere i pericoli sono quasi inesistenti. Ricordo anni fa, all'epoca del censimento degli alpeggi, che la lamentela di uno dei margari era stata… riguardante le marmotte! Già, ce ne sono talmente tante che le loro gallerie rappresentano un pericolo per le vacche, che possono rompersi una gamba sprofondando in qualche buca. Ma per il resto non ci sono pendii pericolosi, le strade attraversano i pascoli, il clima è buono…

E l'erba? L'erba è di ottima qualità. Merito anche del terreno calcareo e della conseguente ricchezza di specie. A volte si vedono le pecore camminare, camminare, anche se l'erba è ancora da pascolare. Ma se il piatto non è di loro gradimento, vanno a cercare un'altra mensa. E camminano… Però qui non accadrebbe! Affonderebbero il muso, strapperebbero grandi boccate e, dopo nemmeno tanto tempo, sazie, si fermerebbero a ruminare. Essere qui sarebbe un sogno, altro che quei ripidi, insidiosi versanti nebbiosi…

Qui però si incontrano solo mandrie di bovini, per lo più di razza piemontese. E' l'ora della mungitura pomeridiana che, in quella splendida giornata di sole, avviene all'aperto, in una scena bucolica quasi d'altri tempi. Però chi munge è un ragazzo di oggi, Michele, che tornerò ad intervistare per il mio libro. Lui una storia da raccontare ce l'ha e suo fratello in parte ce l'ha già accennata l'altro giorno commentando il post sugli alpeggi e paesaggio.

L'erba del vicino è sempre più verde, si sa, quindi a malincuore si lascia questo panorama per tornare in altre vallate meno fortunate. Eppure dappertutto si pratica l'alpeggio… Non si può dire che abbia più meriti chi sale in un luogo rispetto ad un altro, ma sicuramente ci sono decine e decine di situazioni differenti ed in qualche posto è più facile fare il pastore, il margaro, in altri invece, agli orari ed ai ritmi di lavoro, si sommano difficoltà ambientali non indifferenti che fanno sì che solo chi ci è nato riesca a resistere, quasi sempre in solitudine, perchè è difficile che altri si adattino, che imparino le malizie, che si impratichiscano del territorio in poco tempo.

Anche le montagne più belle però devono essere gestite correttamente. Cambiamo vallata, ma restiamo nel Cuneese. Ancora ampi versanti erbosi, ancora mandrie di vacche piemontesi. Ma quante sono? Un numero infinito di animali ci viene incontro sulla strada, diretto verso i pascoli. L'altro giorno parlavamo di strutture, di abitazioni d'alpeggio, adesso mi viene da riflettere sui numeri. Ci sono sempre più situazioni in cui ci imbattiamo in mandrie immense, vacche con i loro vitelli, condotte magari da una persona sola. Ovviamente qui non si pratica più la caseificazione ed il lavoro non manca comunque, tra tirare fili e badare agli animali, specialmente ai vitelli.

Come è cambiato l'allevamento negli ultimi tempi! Si caseifica meno, in alpeggio, si punta sull'allevamento da carne e sui grandi numeri, ma la crisi si fa sentire e allora senti le voci di chi ti racconta che persino i vitelli della pregiata razza piemontese valgono sempre meno. Ma ormai le bestie le hai, le spese per il loro mantenimento aumentano, c'è il costo (sempre più alto) dell'affitto dell'alpeggio, quello dei camion per la transumanza e mille altre cose ancora. C'è chi, a mezza voce, si lascia scappare l'ammissione che è tutta colpa dei contributi… I contributi che hanno drogato il sistema, che l'hanno falsato, che hanno fatto sì che certe cose perdessero il loro vero valore, che hanno illuso, che hanno premiato la quantità a discapito della qualità. Hanno arricchito qualcuno? Forse sì, ma hanno messo in difficoltà molti altri. Sono stati anche la rovina di chi ha preso degli impegni che poi non ha potuto mantenere, perchè negli anni ha dovuto cambiare alpeggio o ridurre il numero di animali. Giustamente, si pretende che tu rispetti gli impegni presi dall'inizio del contratto fino alla fine, ma quando l'alpe va all'asta di anno in anno, perdere la gara è una vera tragedia che può portare alla rovina di un'azienda.

Quante cose ci sarebbero da dire a questo proposito… Forse aveva ragione quell'anziana margara che mi diceva: "Tante bestie, tanti sagrin (preoccupazioni)!". Intanto, le tante bestie lasciano il loro segno sulle montagne, anche sulle belle montagne. Forse le montagne più difficili, quelle meno ambite, hanno il "vantaggio" di non vedere numeri immensi di animali che le percorrono. Magari rischiano di venire abbandonate… ma in queste belle montagne invece le mandrie scavano sentieri, incidono tracce difficili da risanare.

Vicino a certi alpeggi restano chiazze di terra bruciata laddove pernottano queste mandrie immense di diverse centinaia di capi. Se ricrescerà della vegetazione, non sarà erba buona, ma piante come ortiche e romici, caratteristiche dei terreni con eccesso di azoto. C'è chi inizia a chiedersi cosa accadrà con le prossime scadenze delle politiche agricole europee. Verranno tolti i contributi in favore di altri paesi entrati nella CEE? Tra i timori di tutti, sono sempre di più quelli che dicono che un'agricoltura senza contributi favorirebbe quelli che veramente fanno questo mestiere per passione. Tornerebbero i "numeri giusti" per la montagna? I prodotti torneranno ad avere il vero valore? O il mercato sarà invaso da prodotti a basso costo che arrivano da fuori, con conseguenze ancora peggiori? Non lo so, non sono un'economista, ma c'è veramente tutta una serie di segnali sicuramente non positivi.