Da un giorno all’altro

L’autunno è la stagione che preferisco. Però d’autunno il tempo passa in fretta, da una settimana all’altra le cose cambiano e non poco. Abitando in montagna, in alpeggio, le cose le vivi giorno per giorno. Invece salendo solo per una gita ti rendi conto bruscamente dell’avanzare della stagione.

Cambia l’aria. Sono quelle giornate in cui la pianura non di rado è sotto una cappa di nuvole, ma in montagna fa ancora bello. E la temperatura non è nemmeno troppo fredda. Vicino agli alpeggi, alle quote inferiori, l’erba è ancora verde, ci sono animali al pascolo, ma guardando verso l’alto i colori sono diversi, hanno le tonalità del giallo, del marrone, dell’arancione e del rosso.

Baite chiuse, ma questa probabilmente non viene nemmeno più utilizzata, se non saltuariamente. L’erba è stata pascolata, restano solo i ciuffi spinosi dei cardi. Dalla pianura, dal fondovalle la nebbia sembra voler risalire ad inghiottire le creste delle montagne. L’aria è frizzante, ma il sole è abbastanza caldo. In lontananza, nell’altro vallone, campane e muggiti di animali ancora al pascolo.

Sapevo che più a monte li avrei incontrati. Prima, raggiunto il pianoro, avevo visto una sagoma scura stagliarsi contro il cielo verso una depressione della cresta. Il sentiero mi avrebbe portata là. Ancor prima di prendere il binocolo, mi sono ricordata di loro. In questo alpeggio ci sono (anche) i cavalli. Si tratta dei Merens, allevati da anni in Val Varaita. L’estate e parte dell’autunno le trascorrono in montagna, dove sono liberi di muoversi e pascolare.

Ci sono numerosi animali, anche puledri. Mi osservano curiosi, mi vengono incontro, poi scendono di corsa ad unirsi ai compagni. Di lì in poi la mia salita al lago prima e al colle poi avverrà in solitaria tra i pascoli con i colori dell’autunno.

Gli unici suoni sono il sibilo del vento e lo stridio dei versi dei gracchi. La nebbia sale, fredda. A questa stagione da un giorno all’altro potrebbe arrivare la neve. Il gelo ha già colpito, l’erba è ingiallita, i mirtilli sono chiazze rosse e marroni. Qua e là ancora qualche fiore, in una nicchia riparata tra le rocce. Non c’è nessuno, nemmeno escursionisti di passaggio, forse si sono fatti spaventare dal presunto maltempo che copre la pianura.

Sulla via del ritorno, nel vallone a fianco, ancora una mandria al pascolo. Vacche, vitelli, manze. Poi la nebbia si abbassa e si sentono dei versi inquietanti, un mugghiare profondo che mi fa immaginare gli antichi uri nelle praterie preistoriche. Ci sono due grossi tori dall’altra parte del torrente, uno dei due è il responsabile di questi muggiti prolungati e profondi.

La nebbia va e viene, la temperatura si è abbassata. Il sentiero raggiunge un altro alpeggio, anche questo abbandonato. Tutti i pascoli sono stati mangiati, ma le baite non sono più abitate. I margari sono più a valle, dove passa la strada sterrata che collega numerosi alpeggi, ma quelli senza una via di accesso non vengono più utilizzati. E’ ora di scendere, più a valle c’è una fiera… ve ne parlerò la prossima volta!

La verdura, lo sci di fondo, l'agriturismo… Storie di giovani

Lasciando la Valle Stura, mi sono fermata dai fratelli Bernardi. Andrea, classe 1996, è il più giovane dei due, ma mi è sembrato in un certo senso il più “anziano”, perché era lui a raccontarmi le storie del passato di quella cascina che già apparteneva alla sua famiglia, ma che poi era stata venduta ed oggi aspetta che siano loro due a darle una nuova vita. Le sue frasi trasudano un’immensa passione e la saggezza contadina che si tramanda di generazione in generazione. Davide invece è del 1990 ed è sicuramente l’anima economica e commerciale dell’azienda, che bilancerà i sogni del fratello con la concretezza e l’organizzazione.

Sono ancora così giovani tutti e due, ma bastano pochi minuti insieme per delineare i tratti principali di questi due ragazzi che stanno costruendo le basi del loro futuro. “Lo trasformeremo in agriturismo, due sale e quattro stanze. Abbiamo i cavalli, due asini, una trentina di pecore sambucane, sono due anni che vinciamo il premio per la campionessa della mostra alla Fiera di Vinadio. In futuro vogliamo tenere anche dei bovini.” Andrea studia ancora, frequenta il Perito Agrario a Cuneo, mentre il fratello ha già finito gli studi e attualmente svolge vari lavori in giro in attesa di cominciare la nuova attività agricola. “Prima ho anche lavorato al Caseificio, da maggio a dicembre.” Davide è anche maestro di sci di fondo ed ha gareggiato in quella disciplina, che in Valle Stura ha una lunga storia.

Fin da piccoli siamo stati allevati tra gli animali, nostro nonno li aveva… Le pecore le tosiamo ancora noi, a mano, con le forbici.”, Andrea andrebbe avanti a parlare, ma è Davide a spiegare quali sono gli obiettivi dell’azienda. “Bisogna trovare le bestie più redditizie e meno dispendiose, per lavorare bene. I nostri genitori ci hanno spinto in questa direzione, loro sono contenti delle nostre scelte, ci appoggiano completamente. E’ un mestiere tradizionale, ma se lo prende nella maniera giusta, c’è posto anche per i giovani. Bisogna però cambiare, fare la filiera in casa, dalla nascita all’ingrasso del vitello e poi la vendita diretta al cliente, per avere tutto sotto controllo dall’inizio alla fine. Però, per fare questo, bisogna avere delle buone basi di partenza. Uno che non lo fa di famiglia, non si può improvvisare, sia per le attrezzature che servono, le spese che deve affrontare, ma anche per l’esperienza. E’ un mestiere che richiede tanti sacrifici. Ho fatto Agraria anch’io alle superiori, la scuola serve anche quella.
I due fratelli parlano di lavoro continuo, ma ammettono che si riesce a trovare anche il tempo per far festa con gli amici: “E volte di festa se ne fa anche troppa!”.
Loro non salgono in alpeggio. Mandano in guardia le pecore, ma il resto degli animali resta in fondovalle. Come azienda agrituristica avranno a che fare con il pubblico, così chiedo loro come pensano di gestire gli ospiti. Andrea è un po’ spaventato all’idea di avere a che fare con i turisti, si capisce chiaramente che lui preferisce trattare con gli animali. “Chi viene in un agriturismo comunque ha già una certa mentalità e sa quello che può trovare”, dice invece Davide.

Anche se la passione per gli animali è profonda, la solita burocrazia soffocante ed il guadagno scarso rappresentano dei disincentivi e degli ostacoli non da poco. Ad Andrea il tempo necessario per ottenere i permessi è sembrato infinito, mentre Davide già era consapevole che l’iter sarebbe stato complesso. Adesso i tanto agognati documenti sono arrivati ed i lavori possono proseguire. In famiglia, quello che è stato il loro maestro è stato sicuramente il nonno. “Lui ha tanta esperienza, ma è difficile far combaciare l’antica esperienza con le esigenze di oggi. Ci sono altri ritmi, per avere guadagno certi lavori bisogna farli in modo rapido, senza sprecare troppo tempo”, spiega Davide.

Andrea e Davide mi mostrano tutti gli animali: i maiali, i cavalli, le pecore nella stalla. Davide insiste fin quando la cavalla completa l’inchino e si siede nel cortile, così da poter scattare una foto con lei seduta.
Lascio la Valle Stura e mi sposto per incontrare un allevatore in mezzo ai campi ed agli orti. Donato non lo conoscevo, il suo nome mi è stato fatto in Comunità Montana, dove mi hanno detto che dovevo intervistare il ragazzo che si era aggiudicato il bando per l’assegnazione in affitto di 2 porzioni di capannone-stalla con annesso terreno agricolo nel Comune di Aisone. Lui aveva partecipato al bando dopo esserne venuto a conoscenza attraverso “pascolo vagante”.

Girando e girando per la pianura, finalmente arrivo nell’azienda agricola di Donato, dove di animali adesso ci sono i cani e le oche che pascolano nel prato. Per il resto, lui sta trafficando con le mani nella terra: oggi è orticultore, frutticultore e venditore ambulante, ma con quel bando finalmente darà una svolta alla sua vita e seguirà ciò che gli ha sempre indicato il cuore. “Sono nato e cresciuto con le bestie… C’era mio nonno che aveva le vacche, ma io me ne ricordo appena. Quando andavo dai parenti, prima andavo a salutare le bestie, poi le persone. Sono cresciuto con quella malattia lì, mi è sempre piaciuto. Però i vicini non volevano stalle, gli animali puzzano, le mosche, quelle cose lì. Io ho iniziato ad allevare animali a 14, 15 anni, contro la volontà di mio padre. Ho preso delle capre, avevo una piccola stalla tirata su alla bell’e meglio. Poco per volta il numero è cresciuto e sono arrivato a70-80. Ma i vicini si lamentavano… Le prime pecore che ho preso erano delle Roaschine, tre femmine ed un maschio. Sono rimasti i cani, poveretti, non possono più lavorare. Ci sono solo le oche da portare al pascolo, ed i conigli, ma quelli stanno nelle gabbie! Ho fatto delle stagioni con dei marghè, vado da amici a dare una mano per mungere, per le transumanze…
La madre, maestra, ha insistito affinché completasse le scuole. Lui mi racconta di aver già tentato l’avventura dell’allevamento come professione, acquistando dei terreni a Melle, in Val Varaita. Dopo molti soldi spesi per permessi e quote latte, alla fine ha dovuto accantonare il progetto e usare quelle terre per piantere patate. Da buon commerciante, Donato non perde di vista anche l’aspetto economico che deve coniugarsi con la passione. Dovrà partire da zero, ma dalla sua parte ha questa grande passione ed una fitta rete di conoscenze: pastori, margari, commercianti, sembra che conosca tutti, saprà sicuramente come muoversi in un mondo non facile che spesso non accetta facilmente chi non è nato al suo interno. “Quest’estate vado a preparare tutto, poi partirò in autunno. Adesso ho quindici giornate di terra, tutti ortaggi e frutta, ma il mio sogno è lavorare con le bestie. Lo dico sempre, il giorno che parto davvero, le tumatiche le saluto! Bisognerebbe solo trovare una brava ragazza, che abbia voglia di lavorare…
Tornerò da Donato per vedere la concretizzazione dei suoi progetti, ma questa volta andrò a cercarlo ad Aisone, in una stalla con pecore e capre.

Indietro nel tempo

In questi giorni di immobilità (automobilistica) forzata, non posso nè iniziare ad andare a fare le interviste peril nuovo libro, nè seguire il cammino delle greggi nella pianura pinerolese. E allora per fortuna c'è quell'immensa cartella di vostre foto, vostri racconti, segnalazioni, links e filmati! Andiamo a cercare qualcosa per il post di oggi!

 

Iniziamo con qualcosa che ci porta molto indietro nel tempo. Anche se, da allora, la mia amica Marina è già andata e tornata dall'Argentina un'altra volta, queste sono le foto che mi aveva inviato la scorsa primavera. E allora iniziamo con un paesaggio dai forti contrasti…

Poi passiamo a dei cavalli, mezzo di trasporto realmente ancora utilizzato e non "lusso per pochi" come ormai sembra essere diventato per la maggior parte delle persone da queste parti. Vediamo gente a cavallo per le strade…

…e gente a cavallo per condurre gli animali! Qui Marina ci mostra il luogo dove 10.000 vacche vengono "trattate" prima di essere condotte al mattatoio.

E' un numero di animali davvero impressionante! Questa struttura, anche solo attraverso le foto, pare immensa.

Le vacche poi vengono caricate sui camion e pesate, pronte per essere condotte alla destinazione finale.

 

Torniamo in Italia, in Piemonte, a Pinerolo. Gli amici del Pastore mi hanno inviato questo video dei loro animali che escono al pascolo. Anche qui siamo in primavera, fa un po' effetto adesso vedere erba verde e foglie sugli alberi!

Vedete poi le vacche sui pascoli accanto alla cascina. 

Un bel primo piano di alcuni degli animali, che osservano curiosi chi li sta fotografando.

Doveroso ospitare qui anche i capretti di Francesca… che nel fattempo saranno cresciuti!

Infine c'è Mimì… E per oggi ci fermiamo qui, prossimamente pubblicherò altre vostre immagini e racconti, ma spero anche di poter tornare in prima persona a documentare storie di pascolo vagante, di allevatori…

Storie di pastorizia elvetica

Finalmente inizio a narrarvi qualche aneddoto della mia trasferta in Svizzera (ahimè, il brusco rientro alla realtà lavorativa sta già sfumando i contorni di quelle belle giornate trascorse oltreconfine in compagnia di amici). Le prime tappe mi hanno portata da Marina, che avevo conosciuto lo scorso inverno, quando aveva accompagnato alcuni amici appassionati di pecore nel Biellese, alla ricerca di animali da acquistare e aggiungere alle loro piccole greggi. Ci siamo tenute in contatto via internet ed adesso l’ho raggiunta nel Vallese.

C’era subito del lavoro da fare! Così andiamo a trovare il 50% del suo gregge, che attende vicino ad un corso d’acqua appena fuori il paese. Marina mi spiega che qui le sue pecore sono ben viste, perchè pascola queste aree che sono state create appositamente per rinaturalizzare la piana intorno al Rodano, che scorre più in là. Non ci sono più anse e/o zone dove gli uccelli possono fermarsi e nidificare, così sono stati creati questi canali… ed infatti c’è un nido di anatre proprio lì vicino alle pecore, tra le canne. Qui, in nome della natura, è meglio pascolare che non decespugliare meccanicamente!

"Nessuno sposta a piedi le pecore, qui…". Marina, aiutata da Balko, cane pastore dei Pirenei, cerca di instradare il piccolo gregge e mi rendo subito conto di come sia molto più difficile condurre 10 pecore… che non 2000!! Qui l’erba è finita, così si risale a Lidu, il villaggio semi-abbandonato dove Marina ha alcune baite. Per alcuni periodi dell’anno ha anche abitato lassù… Oppure ci è salita quotidianamente per badare ai suoi animali. Una vita un po’ fuori dal comune, la sua, ma le sorprese non sono ancora finite.

Mentre saliamo sul ripido versante ventoso, assolato e secco, circondate da una vegetazione molto particolare, che assolutamente non mi aspettavo di trovare qui (ulivello spinoso, ginepri di varietà piuttosto rare e tutta la flora tipica dei terreni calcarei), chiacchieriamo raccontandoci le nostre vite. Chi lo direbbe che si può essere pastore part-time, grande appassionata di pecore e cavalli, ma nello stesso tempo amare il tango, l’Argentina, disegnare, tagliare e cucire abiti da sera adatti soprattutto per ballare il tango, appunto… La vita di Marina sarebbe un perfetto soggetto per un libro. Che dire dei dodici anni in cui ha fatto la modella e calcato le passerelle dell’alta moda? Come immaginare qualcosa di più lontano da questo sentiero assolato e sassoso che sale tra l’erba dura e secca verso un villaggio dove non arrivano le auto, dove l’acqua si va a prendere fuori, nella fontana centrale rispetto alle case, e dove manca l’energia elettrica?

Continuiamo a chiacchierare durante il pranzo consumato all’esterno della casa di Marina, con la compagnia di Balko e Minou, la gatta che attende quassù la sua padrona. Si riesce, adesso, ad immaginare l’inverno quassù? Questi ripidi pendii che scivolano verso la valle coperti di neve? Camminiamo lungo un sentiero in piano e raggiungiamo anche Malena, la cavalla argentina.

Non c’è solo lei, ci sono anche i due asini, Lolek e Bolek, così adesso ho visto quasi tutti gli animali della mia amica. Continuiamo la nostra giornata seguendo un panoramico sentiero che si sposta lungo la montagna e sento anche inaspettate storie di abbandono del territorio, che uno non si aspetterebbe, in Svizzera. Ci sono frane e smottamenti che, qua e là, hanno messo in pericolo il tracciato di questo camminamento. Ci lasciamo alle spalle le pecore, camminiamo tra pini silvestri, ginepri, chiazze di vegetazione secca ed altri punti in cui invece vi sono macchie di un bel verde.

Un tempo questi versanti erano tutti curati, utilizzati, sfalciati, magari anche coltivati… E c’era una fittissima rete di canali, che portavano l’acqua dappertutto. Ne restano pochi ancora curati ed utilizzati, degli altri si indovina a malapena il tracciato, interrotto da frane che hanno messo a nudo la roccia e portato via il suolo. La montagna abbandonata si trasforma e diventa sempre meno ospitale per l’uomo… Anche per quello che vive sul fondovalle!

Il giorno successivo ci aspettano nuove avventure: insieme ad un amico di Marina, andiamo dall’altra metà del gregge, che sta pascolando in dei prati recintati vicino a Sion, tra orti e frutteti. Qui c’è anche il montone e la mia amica mi diceva di essere preoccupata, perchè da qualche giorno non lo vede molto in forma. In effetti l’animale è visibilmente sofferente, smagrito, con la lana stopposa. Dopo aver spostato gli animali, decidiamo di far intervenire il veterinario, che arriverà dopo poco più di un’ora (e così noi abbiamo tempo per fare i turisti nelle rovine del castello e dell’antica chiesa collocata su di uno sperone di rocce che si affaccia sulla città).

Alla fine il veterinario arriva, visita Ernesto (il montone) e saranno necessarie spiegazioni su chi io sia e perchè mi "sappia muovere" tra le pecore, afferrandole per la gamba posteriore per catturarle… Anche se la conversazione avviene in Francese, capisco all’incirca il problema dell’animale: disidratato, febbricitante, con problemi di stomaco che è quasi impossibile diagnosticare con certezza. Occorre curarlo e ricoverarlo in stalla, all’ombra. E così si torna indietro, si attacca il carrello, si ritorna dalle pecore, si carica Ernesto e lo si conduce alla stalla. Qui finalmente l’animale fa cenno di voler bere e mangiucchiare un po’ di cereali. Alla sera riceverà le sue medicine e, nei giorni successivi, Marina mi aggiornerà sui piccoli miglioramenti che, auspicabilmente, gli permetteranno di sopravvivere. "I veterinari qui ci aiutano… Ciascuno può avere un solo veterinario, fai il contratto con quello e ti rivolgi sempre a lui. Ma sono economici, sono sempre disponibili, ci vengono proprio incontro. A volte fanno pagare solo le medicine e non il viaggio… Dicono che tanto i soldi li recuperano da quelli che hanno i cagnetti da salotto, che li chiamano due o tre volte la settimana!". Meditando su questi veterinari Robin Hood, che aiutano i piccoli allevatori appassionati, rientriamo a casa.

Avevamo però programmato un’escursione in montagna ed il bel tempo ci spinge ad intraprenderla comunque, anche se ormai è pomeriggio. Così saliamo a piedi nel vallone del Loetschental, dirette verso il ghiacciaio che si sta ritirando laggiù in fondo. C’è una bella aria limpida, fresca, da respirare a pieni polmoni, per farne scorta quando sarà ora di rientrare…

Il panorama è da cartolina e, come ogni immagine della Svizzera che si rispetti, non poteva mancare uno dei personaggi fondamentali della montagna. Mentre saliamo, si sente chiaramente uno scampanio e, poco per volta, ci vengono incontro numerose vacche. Certamente è quello che "mancava" al paesaggio, non sembra anche a voi? I turisti osservano l’avanzare dei bovini, un bambino si avvicina, incerto sulla possibilità di accarezzare o meno qualche animale.

Non sono sicuramente pericolosi, piuttosto… curiosi! Questa si presta ad essere immortalata in uno scatto inusuale e piuttosto comico. Anche se, lo sapete bene, la mia predilezione va alle pecore, in questo panorama tanto affascinante, con quest’aria così pura, mi sento come se non volessi essere in nessun altro luogo. Ma bisogna continuare il cammino, la bocca del ghiacciaio è ancora lontana ed il pomeriggio avanza verso la sera.

Lo sanno bene gli animali, che rientrano spontaneamente verso la stalla per la mungitura serale, senza che nessuno debba ricordare loro questo "obbligo". Lo scampanio si allontana verso il basso e noi invece continuiamo il nostro cammino nella valle, lungo un sentiero battutissimo da frotte di escursionisti di tutte le età, ancora numerosi anche a quest’ora.

Finalmente ecco il ghiacciaio e… c’è pure una sorpresa a noi particolarmente gradita: un piccolo gregge di pecore che si gode l’aria fresca che esce dalle due bocche spalancate nel ghiaccio. Già in precedenza avevamo visto le loro tracce ed avevo come la sensazione che le avremmo trovate qui. Scattiamo numerose foto, vorrei non dover andare via, vorrei riempirmi gli occhi di tutto quello che c’è qui. Nessun pastore all’orizzonte, questi animali vengono lasciati liberi di spostarsi a piacimento, nella speranza che nessun predatore venga a turbare la loro vita.

Ancora altre foto alle pecore nella luce del tardo pomeriggio. Sarebbe ora di andare, laggiù la mia macchina attende nel parcheggio a pagamento e forse non abbiamo calcolato bene l’ora del rientro, rischiamo di prendere pure una multa! Così provo ad avvicinarmi con prudenza alle pecore per scattare dei primi piani, ma queste si spaventano e si disperdono verso il basso.

Fotografo allora il ghiacciaio, chiedendomi per quanti anni ancora resisterà agli sbalzi climatici. Adesso fa fresco, abbastanza freddo perchè, forse, quest’anno non debba ritirarsi ulteriormente. Poi inizia il nostro rapido cammino verso il fondovalle, la corsa contro il tempo nella speranza che nessuno veda il tempo che passa mentre il nostro biglietto segna un’ora di fine parcheggio ormai scaduta. Arriviamo a casa stanche, ma felici. Ceniamo ridendo e scherzando sulle nostre strane vite, perchè a volte anche cose molto lontane possono incontrarsi e fondersi in uno strano miscuglio di culture, interessi, passioni, amicizie… A volte mi domando ancora dove mi porterà il cammino iniziato sulle tracce del primo pastore vagante. Anche qui, da un’ex modella che esce con la pila frontale ed una grossa siringa senza ago per andare in stalla e cacciare a forza in gola di un montone malato uno strano beverone a base di rabarbaro e non so più quali altre erbe.

Alla scoperta di angoli di Valsesia

Oggi un lungo reportage dalla Valsesia, visto che domani sarò impegnata altrove e non riuscirò ad aggiornare queste pagine. Come sapete, sabato ero attesa a Cravagliana per la presentazione di "Intelligente come un asino, intraprendente come una pecora". Perchè non approfittarne per andare ad esplorare un po’ quelle montagne?

E così sabato mattina mi sono avviata su per la Val Mastallone, nel comune di Fobello, seguendo il sentiero che risale la Valle di Baranca. Non avevo in mente una meta precisa… Sapevo che avrei trovato un lago, degli alpeggi… Insomma, si andava all’avventura.

Il sentiero lastricato sale in modo regolare fino al pianoro dell’Alpe Baranca. Qui finalmente il suono di qualche campanaccio: c’erano queste poche vacche al pascolo e, più lontano sui pendii ripidi e sassosi, si sentivano delle campanelle di un gregge di capre. Credo che il senso di pace e tranquillità emerga anche solo dalle foto…

Questa vacca si lascia immortalare in un curioso primo piano. Gli animali sono davvero pochi, credo appartengano ai gestori del rifugio. D’altra parte, lo spazio qui è poco, non sono montagne adatte a mandrie immense, subito dopo il piano iniziano i versanti ripidi.

Unendo l’attività dell’allevamento a quella dell’accoglienza dei turisti in questo alpeggio trasformato in rifugio, si riesce a vivere lo stesso, senza abbandonare la montagna per rivolgersi ad altre attività o senza dover avere un grande numero di animali. Certo, non sarà facile, ma evidentemente qualcuno ce la fa.

Continuo a salire verso il lago, chiedendomi se incontrerò ancora altri animali più a monte, visto che la cartina segna un grosso alpeggio. Il panorama è quello "classico" della "montagna da cartolina". Non c’è quasi nessuno in giro, la fioritura dei rododendri è nel suo momento di massimo splendore, l’aria è fresca, viene da pensare agli automobilisti in coda sulle strade verso il mare di cui parlavano alla radio qualche ora prima!

Per arrivare al lago tocca fare una piccola digressione sul sentiero, al fine di passare una slavina che ancora ingombra parte di un canalone. In questo modo il primo colpo d’occhio sul lago è dall’alto, su tutta la conca. Un bel posto, ma non si vedono animali, nè selvatici, nè allevati dall’uomo.

L’alpe è deserto, fatta eccezione per qualche escursionista, salito dalla Valle Anzasca. Ci sono numerose baite, qui all’Alpe Selle, ma per adesso non c’è nessuno ad utilizzarle. Sembra un villaggio in miniatura, addirittura una delle baite porta una scritta, ancora parzialmente leggibile, con su scritto "Albergo del…". Qui? A 1824 metri di quota? Quando, questo era un albergo? Per chi?

Finalmente un incontro, con un branco di cavalli. Scoprirò alla sera a chi appartengono ed anche che, più avanti nella stagione, qui pascolerà un gregge di pastori vaganti di Bannio Anzino. Sono arrivata troppo presto, non è ancora stagione, le pecore sono più a valle. I cavalli sono così lucidi che paiono strigliati, dopo il primo momento di timidezza, si lasciano fotografare ed accarezzare, specie questo puledro dal pelo soffice.

Alle spalle dei cavalli il colle che ho deciso sarà la mia meta di giornata. Infatti è ancora presto, a Cravagliana mi aspettano nel tardo pomeriggio. Se il tempo lo consente, c’è ancora spazio per camminare e per concedersi magari un riposino, visto che la sveglia è suonata molto presto. In compagnia di due escursionisti lombardi incontrati per caso, si procede chiacchierando verso il colle.

Dal Col d’Egua ci si affaccia verso Carcoforo. Purtroppo le nuvole coprono il Monte Rosa e tutte le cime più alte. Che montagne ripide, da queste parti… Non sembrano quelle "delle mie valli", specialmente per quanto riguarda i pascoli. Avrò modo di commentare la cosa in serata, durante la presentazione del libro. Comunque il vallone lungo il quale sono salita per arrivare fin qui è ancora abbastanza dolce ed erboso, in proporzione. Purtroppo il tempo cambia, c’è aria di temporale… Un rapido pranzo e poi si scende velocemente. Alla fine, per fortuna non pioverà, ma è meglio porsi verso il basso, con il pensiero ormai rivolto alla serata.

Sulla presentazione del libro potete leggere qui, la foto invece si riferisce alla simpatica prosecuzione della serata nel bar della Locanda del Cacciatore, che mi ospitava. Si è continuato a parlare di pastorizia, di vicende e personaggi, con numerose richieste di scrivere un altro libro… Bisogna vedere chi offre di più, tra il Biellese e la Valsesia!! Scherzi a parte, ce n’è da girare in queste vallate, ed i personaggi da intervistare e fotografare non mancherebbero di certo. Vedremo… Comunque, alla fine, per il giorno successivo vengo indirizzata all’Alpe Campo, sopra a Sabbia.

Mi avevano detto che il sentiero saliva, eccome se saliva! Si parlava anche tanto dei tempi di percorrenza, ma comunque nessuno potrà smentire quello che sto scrivendo, perchè alla fine non ho trovato accompagnatori per l’escursione! Dalla piazzale al fondo della strada sterrata fino al Campo, pur con due soste a scattare foto, un’ora e venti minuti di cammino. L’immagine sopra comunque non rende a sufficienza l’idea di quanto salga il sentiero. Poi il caldo e l’umidità non facilitavano di certo le cose.

Si esce dal bosco qui, dove questo simpatico cartello avverte gli escursionisti su un’importante regola da osservare in montagna! Di lì in avanti dovrebbero aprirsi i pascoli dell’Alpe Campo, ma anche su questo avrei qualcosa da ridire. Le campane si sentono, gli animali ci sono, ma… i pascoli?

Le manze si avvicinano, avvolte in nuvole di mosche fastidiose. Fa davvero caldo e c’è un’umidità che non promette nulla di buono, soprattutto pensando a quello che può esserci giù in pianura. Gli animali hanno ombra a sufficienza per andare a ripararsi, ma è meglio approfittare delle ore "meno calde" del mattino per pascolare, ovviamente.

Con le vacche Brune non ho mai problemi a scattare foto. Anzi, la difficoltà sta nel fatto di evitare che l’obiettivo diventi vittima del naso o della lingua dell’animale. Meglio però continuare il cammino, altrimenti poi come la mettiamo con i tempi di salita? E poi non si sa mai cosa possa riservare la giornata, probabilmente nebbia in quota, ma con questo caldo potrebbe esserci il rischio di temporali.

Ecco i pascoli! Qualcuno di voi, un po’ più tecnico ed esperto, potrebbe avere qualcosa da ridire, specialmente visto che avevo già letto un commento sulle capre al pascolo nelle felci, l’altro giorno. Bene, ecco qui un bel versante a felci, ginestre, betulle ed "erbaccia grama", che però viene mangiata dalle manze e dalle pecore, poco più a monte. Animali di bocca buona… certe pecore viziate di mia conoscenza non starebbero a lungo, qui.

Il gregge è poco più a monte. Quasi non vedi le pecore, sprofondate tra le felci e questi ciuffi di erba dura e scivolosa. Non mi avvicino troppo per non spaventarle, non mi conoscono e non vorrei che facessero qualche strano gesto, su questi pendii così scoscesi.

Continuo la salita ed arrivo ad un colletto nei pressi dell’alpeggio, dove incontro Enrico. Bastano poche parole perchè io venga immediatamente riconosciuta e… fa un certo effetto che accada qui, dove non sono mai stata. Mi viene tassativamente ordinato di essere ospite per il pranzo! Ma prima proseguo il mio cammino, almeno fino all’Alpe Laghetto. Purtroppo il panorama non è nelle migliori condizioni, però con questo clima i rododendri sprigionano quel profumo caratteristico che, anche ad occhi chiusi, parla di montagna… Mi spiega Enrico che hanno problemi con i contributi di pascolo su questo vallone: "Non hanno nemmeno fatto le foto aeree, per loro non è pascolo, ma le mie vacche sono lì sotto che mangiano!"

All’Alpe Laghetto il lago è solo un ricordo, una torbiera colonizzata da erbe tipiche di questi ambienti. Le baite sono ancora chiuse, silenziose, solo più avanti nella stagione gli animali verranno condotti quassù a consumare questi pascoli.

A ridosso delle baite, strani cumuli di rocce dalle colorazioni intense: c’era un’antica miniera di nichel, di cui restano anche alcuni fabbricati ormai crollati. Le rocce hanno un odore particolare, forte, ed ogni sasso ha un peso incredibile. Non posso attardarmi troppo nelle considerazioni geologiche, l’invito a pranzo mi attende e c’è ancora da affrontare la discesa.

Scelgo il sentiero di cresta, la nebbia si è un po’ alzata, così riesco ad apprezzare almeno un po’ di panorama oltre i pascoli punteggiati dai fiori gialli del Leonthodon. Il versante sinistro invece è incredibilmente ripido, adatto al più a delle capre, dotate di buon senso di equilibrio!!

E le capre le incontro all’Alpe Campo. Il gregge sta spostandosi dalle baite verso i pascoli. Vi sono numerose Vallesane, le capre dal mantello bicolore, una razza tutelata perchè a rischio di scomparsa. Mentre le campanelle si allontanano, punto decisamente verso l’alpeggio, dove i cani mi hanno già avvistata.

C’è un maremmano cha abbaia sospettoso ed ha quasi un qualcosa di famigliare… Ne scoprirò la provenienza più tardi, a tavola, e così saprò che io e lei ci siamo incontrate quando era ancora cucciola, su altre montagne, altre valli. Perchè questo mondo alla fine è piccolo, più di quel che si possa credere! Fuori dalla baita, le campane più belle appese, così come vuole la tradizione. Non manca nulla qui: galline, pulcini, cani, un gatto, maiali…

Enrico è alle prese con la polenta: "Non è ancora pronta…", ma così c’è tempo per chiacchierare ancora un po’, prima di sedersi a tavola con il resto della famiglia e gli amici in visita. Si sta bene quassù, il caldo è rimasto più in basso, quindi anche un bel piatto di polenta può andar bene, anzi… è quanto di meglio uno si possa aspettare! Parlando del più e del meno, vengo a sapere che abbiamo amici comuni in Val Pellice, Franco e Daniela.

L’occasione per incontrarsi era stata l’assegnazione del Premio Fedeltà alla Montagna: "…e l’anno scorso siamo stati nelle valli di Lanzo, l’hanno dato a dei fratelli di quelle parti lì". Nella baita, foto e cartoline. Nelle altre piccole costruzioni, la centralina idroelettrica che fa sì che qui si possa avere la mungitrice, il televisore, il frigorifero… Il sentiero per salire è lungo e faticoso, ma c’è pure la teleferica, fortunatamente. Un altra piccola baita è stata adibita a caseificio: "Certo, ci hanno fatto tribolare, all’inizio, con i permessi e tutto. Volevano questo, e quello… Ma adesso c’è da riconoscere che è davvero più comodo lavorare così, si fa più in fretta a pulire, a lavare.

Ci sono anche i nipotini, uno prende in braccio gli agnelli che girano intorno alle baite: sono qui "in infermeria", allevati con il biberon, visto che sono stati scartati dalle madri. Il bimbo mi spiega che il border collie si chiama Genepy… Suo nonno mi dice che, con le capre e le pecore, tanto quanto questi cani possono andar bene, ma con le vacche proprio no. "Più che altro però sono cani che vanno bene da spettacolo, per gli animali vanno meglio i nostri."

Tutti a tavola, adesso! Mescolando l’Italiano ed il dialetto, con la polenta ad accompagnare il tutto, parlando di transumanze, episodi capitati in passato ed altri più recenti, animali smarriti, lupi a due e quattro gambe… "Ma certe cose, se fai poi un nuovo libro, non scriverle!". E’ bello girare le montagne e trovare nuovi amici… Viene l’ora del rientro, la strada è lunga, non tanto quella da scendere a piedi, ma il viaggio nel caldo, sull’asfalto, lungo l’autostrada. Due ore esatte per rientrare a casa… In fondo allora la Valsesia non è poi così lontana!