Una lettera per il Ministro

Visto che l’informazione si premura di dedicare ampio spazio a chi, ignorando completamente il mondo dell’allevamento (specie quello tradizionale), parla contro il consumo di carne (ovicaprina soprattutto)… Visto che la pastorizia è relegata a “simpatici quadretti di colore” o trasmissioni “di nicchia”… Visto che è sempre maggiore la NON CONOSCENZA di una realtà che è alle basi delle tradizioni, della cultura, del territorio, dell’ambiente e dell’economia dell’Italia fin dall’antichità… Mi sono permessa di scrivere questa lettera.

Egregio Ministro delle Politiche Agricole, Alimentari e Forestali, Maurizio Martina, ministro@mpaaf.gov.it

Egregio Viceministro Andrea Olivero segreteria.viceministro@mpaaf.gov.it

 Le scrivo in merito all’intensificarsi delle campagne contro la macellazione di agnelli e capretti che, come ogni anno, sotto Pasqua si fanno maggiormente pressanti e particolarmente crude, al fine di indignare l’eventuale consumatore e scoraggiare l’utilizzo di tali carni.

 Sempre più queste campagne, grazie anche ad alcuni personaggi pubblici, arrivano ai mezzi d’informazione, senza che vi sia alcun spazio per un contraddittorio.

Inoltre, la maggior parte dei messaggi, contengono inesattezze e menzogne sia su come gli animali vengono allevati, sia sulle modalità di macellazione.

Chi è ignorante in materia, facilmente può lasciarsi influenzare da tali campagne che (falsamente) parlano di metodi di macellazione cruenti (ben diversi dalla realtà e da quanto stabilito dalla legge) e di uccisione di animali praticamente neonati.

 Il settore dell’allevamento ovicaprino, uno dei meno assimilabili all’allevamento intensivo, profondamente radicato nelle nostre tradizioni (agricole, zootecniche, culinarie, ma anche culturali) e nel paesaggio, soffre pesantemente della crisi, sia per quanto riguarda la filiera del latte, sia quella della carne.

Parallelamente a tali campagne denigratorie, assistiamo ad un crollo dei prezzi alla vendita per effetto di massicce importazioni di animali/carne dall’estero.

 Chiedo che il Ministero, insieme alle Associazioni di Categoria, si adoperi al fine di contrastare tali campagne di disinformazione, che infangano e denigrano l’onesto lavoro di allevatori, veterinari e macellai con veri interventi mirati alla conoscenza, valorizzazione e recupero delle tradizioni pastorali e dei loro prodotti derivati.

 Ringraziando per l’attenzione, colgo l’occasione per porgere i miei più cordiali saluti.

 Marzia Verona – Cumiana (TO) – allevatrice e scrittrice

Chiedo invece a tutti voi, allevatori e simpatizzanti, consumatori, food bloggers, macellai, amici di pastori, di copiare questa lettera e inviarla ai due indirizzi indicati. Se la condividete, diffondetela quanto più possibile. Segnalo anche un gruppo Facebook “Noi che mangiamo carne ovicaprina a Pasqua e non solo” dedicato a chi vuole contribuire a diffondere la corretta informazione sull’allevamento ed il consumo di carne ovicaprina. Grazie per l’aiuto che, in questo modo, cercherete di dare alla pastorizia italiana.

E ci risiamo!

Quest’anno Pasqua cade nella seconda metà di aprile, ma le campagne contro la macellazione di agnelli e capretti sono già iniziate. La fantasia di questi cosiddetti animalisti si amplia e si toccano punte di disinformazione aberranti. Il problema è che sempre più gente si fa influenzare e cade nella trappola, contribuendo non solo a danneggiare economicamente gli allevatori, ma soprattutto assorbendo un’idea sempre più errata del mondo della pastorizia.

(immagine presente nel web)

Dell’argomento abbiamo già ampiamente parlato lo scorso anno, ma adesso c’è da segnalare ad esempio il coinvolgimento (non voluto) addirittura di Papa Francesco. Leggete qui e poi invece come sono andate veramente le cose qui. Su facebook spopola la disinformazione e i commenti di credenti e non, con la finalità di boicottare questa tradizione. A prescindere dal fatto che il Papa non ha assolutamente detto di non mangiare agnello/capretto, la situazione si fa sempre più grave a livello generale. Ribadisco che io rispetto le scelte di tutti (fino al momento in cui ledono la libertà altrui), ma ciò che mi infastidisce è la disinformazione e l’offesa dell’onesto lavoro di allevatori, veterinari, ecc.

Attualmente la situazione dell’allevamento ovicaprino è abbastanza critica. Non per colpa di animalisti, vegani & C., ma piuttosto della massiccia importazione di carni dall’estero a prezzi decisamente troppo bassi. Cosa che fa anche dubitare sulla “bontà” di queste carni e sulla loro sanità. Gli allevamenti locali sono in crisi anche a causa della crescente mole di obblighi, burocrazia, vincoli e controlli, che comportano costi e tempo da dedicarvici. Se il nostro prodotto non è competitivo con ciò che arriva dall’estero, il rischio è che, per sopravvivere, sia quasi un obbligo non osservare la legge! Scrive un’allevatrice dall’Abruzzo: “Abbiamo la stalla piena di agnelli. A Natale non si è venduto molto, i prezzi erano bassi… Ora comincio a vedere le solite campagne contro il consumo di carne d’agnello a Pasqua, ma questa mi ha colpito particolarmente. Secondo te è possibile una cosa del genere? Il Papa non può aver mai detto una cosa simile…

Come fare una giusta comunicazione? Come combattere tutta la disinformazione? Facendo parlare i protagonisti, i pastori, e mostrando il loro lavoro! Un’altra allevatrice, dalla Toscana, invece così scrive sul suo profilo facebook: “La “mucca pazza”, le “mucche a terra” e tutti i loro simili, sono il frutto, meritato, dello sfruttamento senza cuore dell’uomo nei confronti degli animali, l’affronto alla natura… La cosa che mi rattrista è che, se da una parte ci sono mercenari che sfruttano e fanno soffrire gli animali, trattandoli non come esseri viventi, ma come cose, dall’altra sedicenti animalisti invece che lottare affinché allevamenti intensivi cambino atteggiamento (non si possono vedere le mucche a terre,o mamme che partoriscono e non possono vedere il proprio cucciolo) diventano semplicemente vegetariani o vegani… e così pensano che il problema sia risolto, e si sentono con la coscienza a posto… Io ho deciso di dedicare la mia vita agli animali… La mia piccola produzione di latte, formaggio, carne, non viene da sfruttamento, ma segue le leggi della natura… I miei animali nascono liberi, vivono con la mamma fino al naturale svezzamento… possono correre nei prati e stendersi a prendere il sole… Questo per me è rispetto e amore per gli animali… La mia mucca Roma ha 13 anni… è una giovanotta… Nelle grandi stalle a 4 anni vanno a terra… e poi, ovviamente in qualche modo devono portarle via dalle stalle… Chi ama gli animali, invece che non mangiare carne, perchè non comincia a dedicargli un po’ del suo tempo????“. A scrivere così è Valentina Merletti da Zeri.

Abbiamo un nuovo Governo, che di problemi da affrontare ne ha fin che si vuole… Però dicono di voler ascoltare la voce del popolo. Bene, senza nulla togliere a tutte le altre difficoltà, secondo me sarebbe bello far arrivare lassù anche le nostre voci. Noi piccole realtà non rappresentate da nessuno. Noi che “si alleva per passione”, ma solo con la passione non ce la fai più a tirare avanti. Prima di tutto bisogna chiedere una giusta tutela, tracciabilità e visibilità per la carne ovicaprina nostrana. Poi una comunicazione efficace e veritiera su cosa vuol dire mangiare agnello, capretto, agnellone, pecora ecc in Italia.

Basta con le dicerie sui pochi giorni di vita e su barbare pratiche di uccisione. E’ tutto normato e controllato. Macellazioni clandestine? Vengano combattute da chi di dovere. Ma sicuramente si ridurrebbero quasi a zero se si potesse vendere il prodotto di un lavoro onesto a prezzi dignitosi.

Di problemi la pastorizia ne ha tanti, ma non sarebbe ancora un mestiere definitivamente al tramonto. Però (almeno da queste parti) la vendita di agnelli a Natale è stata quasi nulla. Da allora i macellai non ritirano praticamente niente e… se fosse lo stesso per Pasqua? Cosa ne facciamo di tutti questi animali? Senza incassi, senza reddito, come faranno i pastori a nutrirli? Ancora una volta quindi, in attesa che si muovano le istituzioni, invito tutti coloro che non hanno preconcetti e pregiudizi e che mangiano carne ovicaprina: cercate carne italiana! Per chi non può usufruire del Km 0 o non sa dove reperire carne certificata, almeno pretendere dal macellaio di fiducia una garanzia sull’origine. Comune… se il prezzo è troppo basso, sicuramente non si tratta di carne italiana. Al di sotto dei 9-10 euro al kg (agnello) e 12-15 euro/kg (capretto) non mi fiderei. E sono già prezzi bassi che significano un ricavo per l’allevatore veramente risicato.

L’altro giorno un pastore dalla Lombardia mi raccontava di aver seguito un breve corso di formazione e di poter, in un locale adeguato, macellare e vendere i propri agnelli. Perchè questo non è fattibile ovunque? Quante persone vorrebbero poter acquistare direttamente dal pastore “di fiducia”, magari dopo aver visto il gregge pascolare libero in natura. Basta pregiudizi, basta disinformazione, basta integralismo animalista (spesso ipocrita). Chiediamo alle Istituzioni un impegno concreto di sostegno alla produzione nazionale, ma come prima cosa ora occorre contrastare le campagne sulla “strage degli agnelli”. Leggete cosa propone un personaggio non nuovo a queste iniziative: “Lancio una proposta: regaleremo, grazie all’aiuto di tanti bravi italiani,uno o più agnellini ad Amministrazioni Comunali che vogliano adottarli per tenere puliti i prati e le aree verdi…come del resto si fa nei paesi avanzati…la garanzia dovrà essere il mantenimento a vita di queste creature che garantiranno un paesaggio più bello e notevoli risparmi!!! Se c’è qualche amministratore comunale interessato mi contatti (…)“.

Scrive un mio amico: “Io che sto ristrutturando un cascinale e per rimettere dopo tanti anni un po’ di bestie devo fare i salti mortali e loro???” Pensate all’ignoranza di fondo di queste “proposte”. Cosa pensano, che metti in un giardino pubblico due agnelli (come? dove??) e questi brucano? Ma… se basta l’erba per mantenerli, allora non hanno un mese di vita o pochi giorni, come sostengono loro. In quel caso avrebbero bisogno della madre e del latte! Per finire… nei paesi evoluti ed avanzati si chiama un pastore con il suo gregge a pascolare nel verde pubblico. A Torino ci avevano provato, ma mi hanno detto che dovranno desistere per le troppe lamentele dei cittadini che non amavano gli escrementi di pecora (e preferivano evidentemente il gas di scarico dei decespugliatori).

Fuori stagione?

Intorno a Pasqua parlavamo di che carne consumare “per le feste”. Da queste parti, quest’anno, i capretti sono nati tardi, pertanto la gran parte dei pastori non aveva animali grossi a sufficienza per essere macellati (di peso almeno superiore ai 12, 15 chili). Poco per volta adesso però i capretti sono cresciuti, ma cosa farne? Qualche femmina si alleva, ma tutti i maschi? Non si riesce nemmeno a venderli a poco prezzo, bisognerà per lo meno castrarli.

Già, perchè la gente mangia capretto solo “per la festa”. Ma se piace, perchè non consumarlo tutto l’anno? Bisognerà comunque macellarli, perchè capirete anche voi che è impossibile avere in un gregge di capre più di un esemplare del genere! Questo è un caprone adulto, ma anche i giovani nati in inverno al primo calore delle femmine iniziano a farsi valere, affrontandosi in combattimenti che possono avere esiti anche cruenti e letali.

Quindi, cari amici, consumate capretto anche “fuori stagione”. Io questa volta l’ho cucinato così…

Capretto alle erbe e limone

2kg spezzatino di capretto

2 limoni

erbe aromatiche miste (salvia, timo, rosmarino, alloro)

olio evo

peperoncino

sale

Fate marinare per alcune ore (anche una notte intera) in una teglia la carne tagliata a pezzi con il succo di 2 limoni e mezzo bicchiere d’olio. Trascorso questo tempo, sgocciolate lo spezzatino e ponetelo in una pentola (meglio se di coccio) a fiamma media. Aggiungete le erbe tritate, sale e una punta di peperoncino macinato. Girate spesso, aggiungendo poco alla volta il liquido di marinatura. Dopo oltre un’ora di cottura il capretto dovrà risultare tenero, bel rosolato ed il liquido di cottura quasi del tutto consumato. Se dovesse asciugare troppo durante la cottura, ammorbidire con un po’ d’acqua tiepida, quindi regolate di sale, se necessario. Io l’ho servito con purè di patate. Ottimo a Pasqua, ma non solo!

Speriamo che, passata la Pasqua…

Speriamo che, passati questi giorni “caldi”, passi l’ondata delle campagne animaliste contro il “massacro” degli agnelli… Per quest’anno è andata così e sono state ben poche le voci levatesi ufficialmente a sostegno degli allevatori. Si è parlato tanto sui blog e su Facebook, ma chi di dovere ha taciuto sui mezzi di stampa. Certo, non abbiamo un governo, quindi chi volete che parli a sostegno della categoria? Avrebbero però potuto farlo almeno gli Assessori regionali, i rappresentanti sindacali, ma, ahimè… Io non ho sentito niente, almeno niente di paragonabile a servizi TV, radio, manifestazioni, articoli on-line.  La testata “AbruzzoWeb”, anche se utilizzando ahimè una mia foto, riporta lo sfogo di Nunzio Marcelli (leggete qui).

Io penso alla Francia, dove l’agnello è servito in tavola 365 giorni all’anno senza problemi, senza scandali e con apprezzamento generale. Tra l’altro, là si macella sui 40kg di peso… Penso al mio recentissimo viaggio in Liguria, dove gli amici che mi hanno ospitato mi hanno detto di consumare carne di agnello e/o pecora tutto l’anno. Si usano molto le rostelle, come nell’Imperiese vengono chiamati gli arrosticini. E allora perchè in Piemonte i macellai pongono dubbi sul successo di un progetto di valorizzazione della carne ovicaprina????

Torniamo alle oscene campagne anti-agnelli (ma ormai anche anti-pastori, oltre che anti-carne). Si è visto di tutto, tranne che la verità, la realtà sull’allevamento ovicaprino, tra quelli sicuramente più estensivi e sani che vi possano essere, niente a che vedere con l’allevamento “lagher” di certi animali. Lo so che è difficile far capire perchè, di tanto in tanto, mi capita di avere uno scatolone di fianco alla stufa in cucina, con dentro un agnello avvolto nelle coperte di lana. Agnelli nati con qualche problema, fortunatamente spesso salvati con queste cure amorevoli aggiuntive. Credetemi, non è per “reddito” che lo si fa… Lo si fa per amore, per cuore, per sensibilità, e questo non contrasta con il macellare o far macellare l’animale. Semplicemente questo è ALLEVARE.

Buona Pasqua, a chi ci crede a chi non ci crede, a chi mangerà l’agnello, il capretto e a chi non lo farà. C’è la crisi, c’è chi fatica a mettere insieme un pasto normale quotidiano, altro che andare al ristorante per le feste, eppure tocca “spendere” per fare delle campagne per dire alla gente cosa mangiare. Un’amica mi ha consigliato un articolo sul consumo di carne e sulla “sofferenza” degli animali, ve lo suggerisco, l’ho trovato molto interessante. Mi permetto poi di riportare una nota tecnica scritta da una veterinaria in un commento sulla mia pagina facebook, tanto per completare l’informazione sulla macellazione degli animali e per continuare a “fare chiarezza”. “Per i non addetti ai lavori, vedere animali in fase di dissanguamento che si muovono, significa che l’animale è ancora cosciente. E non sanno che invece così non è, ma si tratta di contrazioni muscolari che continuano per molto tempo. Al punto che le mezzene a fine macellazione (animale, eviscerato, spellato completamente e diviso a metà), portato in cella frigo, mostra ancora fascicolazioni muscolari, e continuano finché c’è glicogeno nelle cellule (detta in parole povere)“.

Non si fa niente, però…

Ricordate il convegno sulla filiera ovicaprina di qualche settimana fa? Bene, ieri sera ci siamo riuniti per iniziare a pensare alla parte operativa. Molti più allevatori in sala e molte meno “personalità”. Presidente e Direttrice del GAL hanno spiegato concretamente ciò che si vuole fare, cioè creare una vera e propria filiera dei prodotti ovicaprini nell’area GAL. Gli allevatori ci sono ed hanno problemi a vendere ad un prezzo sostenibile quanto producono (specialmente la carne e la lana, per i formaggi va un po’ meglio), ma si tratterebbe di mettere insieme macellai e soprattutto ristoratori, gastronomie, punti vendita, per creare un circuito. Sulla lana, insieme a Biella The Wool Company, si vorrebbe creare un punto di raccolta della lana succida.

Soldi ce ne sono, un finanziamento abbastanza importante, che permetterebbe di coprire un 30-45% a seconda dei casi gli investimenti che i partecipanti al progetto vorrebbero fare: strutture (punto vendita, sala lavorazione latte, stalle…), ma anche mezzi di trasporto per la carne o cose del genere e altre attrezzature (macchine per tosare…). Ovviamente ci vanno più soggetti che partecipano e non una singola azienda. Il GAL si occuperà di coordinare il tutto, quindi gli allevatori (e gli altri soggetti) dovranno solo dare la loro adesione e dire di cosa hanno bisogno. Pensate che a questo punto si siano levate voci entusiaste dalla sala? Ahimè no…

Ovviamente sono stati sollevati dubbi e perplessità, perchè siamo tra gente concreta e si vuole capire bene di che si tratta. Questo va bene, solo discutendo le criticità si può costruire e migliorare, anche perchè sono gli addetti ai lavori che devono dire/spiegare al GAL di cosa hanno bisogno e come funzionano certi meccanismi del sistema. Però quella che ha prevalso è stata la sfiducia e la critica. “Chi volete che mangi la carne di pecora!“. “Il ristorante XYZ l’agnello nel menù ce l’ha sempre, ma su 10 che vengono a mangiare, se lo ordinano in due è tanto.” “La gente non mangia l’agnello, figuriamoci la pecora!”. Oppure: “Ma se aderiamo poi… e se la cosa non funziona?

Anche se macellai e ristoratori saranno invitati successivamente ad altre riunioni, alcuni di loro erano già presenti in sala. Un macellaio continuava a spegnere i già scarsi entusiasmi: “Se metto la pecora sul bancone, me la posso poi mangiare io! Le donne ormai non vogliono più cucinare, per loro va bene la bistecca da far saltare in padella due minuti, figuriamoci se mi comprano la pecora! L’agnello invece… poverino, piccolino e cose così…“. Gli ho parlato di bistecche e salsicce di pecora, ma mi ha quasi riso dietro. Ecco, persone del genere evitino di venire alla riunioni ed evitino eventualmente di aderire al progetto per poi ritirarsi in corso d’opera, perchè il ritiro di qualche anello della filiera vanificherà del tutto il progetto. Servono poche, ma buone, persone che ci credano e sappiano agire loro per prime al fine di valorizzare il prodotto. Presentarlo in un certo modo, proporlo… Saranno fondamentali i ristoratori e la comunicazione, poi qualcosa si muoverà di certo.

Ovvio che, dall’oggi al domani, il progetto non risolleverà l’intera filiera, ma da qualche parte bisogna pur partire. L’interesse e l’appoggio del Museo del Gusto di Frossasco servirà per coinvolgere il mondo della ristorazione. Se 5, 10, 50, 100 persone mangeranno spezzatino di pecora, arrosto di pecora, salsiccia di pecora e l’apprezzeranno, ne parleranno con gli amici, a loro volta qualcuno di loro si farà attirare e proverà. Il solito macellaio: “Se va bene la comprerà qualche Meridionale…“. Ma certo! Quante persone del Centro-Sud rimpiangono le pecore che mangiavano nella loro terra di origine? Quante volte, mentre sono al pascolo, mi sono sentita dire: “Da noi al paese si mangia tanto, qui la carne di pecora non la trovi…“. Ovvio che uno non può prendere una pecora intera, ma se comparissero nelle macellerie tagli ben fatti per bolliti, arrosti e altre preparazioni? E se si insegnasse a preparare sia piatti della tradizione, sia piatti innovativi?

Proprio ieri, in questo variegato mondo virtuale, ho incontrato una persona che mi ha parlato dei piatti della sua terra, preparazioni tradizionali che hanno alle spalle anche delle storie che sono belle da leggere, da comprendere, da capire, perchè parlano di ritmi di vita sani, legati alla terra. Leggete ad esempio la “Pignata di pecora di agosto” o anche un piatto particolare dal nome curioso, “Cazzomarro alla brace“. Ricette che richiedono tempo per la loro preparazione e che sicuramente non funzionano per la casalinga dei quattro salti in padella, ma la pecora non è solo questo. Le milanesi di pecora sono ottime e cuocciono in un paio di minuti in più delle fettine di vitello. Inutile continuare a lamentarsi perchè il settore è in crisi e poi sputare sulle opzioni che ci vengono offerte. Sicuramente con questa mentalità è impossibile pensare di creare un consorzio, un marchio, ma esperienze anche non tanto lontano da noi dimostrano che, chi lo ha fatto, dei risultati li raccoglie. Chi però pensava che questo bando fornisse la strada per arricchirsi facendo il pastore, farà meglio a lasciar perdere e lasci il posto alle riunioni per chi invece crede nell’idea di una pastorizia sostenibile, vicina al territorio, che punta sulla qualità e non sulla quantità.

Sarebbe meglio lasciar correre, ma…

Il pastore fa il suo lavoro, ma intorno a lui il mondo cambia. Oggi anche molti pastori, pur isolati per “necessità” (non c’è tempo per fare molto altro, a parte badare al gregge), hanno preso dimestichezza con le nuove tecnologie o hanno amici e parenti che vanno a trovarli mostrando loro immagini, video, articoli presenti in rete. In questi ultimi anni però, anche senza navigare in internet, capita che il pastore si trovi davanti, mentre sta guidando, un cartellone pubblicitario di grosse dimensioni che lo riguarda.

E’ vero, c’è chi mi dice di non prendermela, di lasciar correre, di non dare ulteriore spazio a queste “campagne”, ma questo blog è nato con lo scopo di far conoscere il mondo della pastorizia e quindi come si fa a non replicare a chi lo infanga con tonnellate di falsità, luoghi comuni, menzogne? Come si fa a non replicare a chi addirittura istiga a commettere atti criminali? Non sto esagerando, quelli che esagerano sono gli esaltati che lasciano le loro tracce in rete, con tanto di nomi e cognomi. Saranno una minoranza sul totale della popolazione, saranno solo una parte rispetto a chi fa la scelta di non cibarsi di carne per vari motivi (etica, salute, ecc.), ma come si fa a stare zitti quando addirittura ti mandano messaggi in cui ti augurano di morire (sgozzata come un agnello o persino di salmonella, visto che mangio la mia insalata concimata con il letame della stalla delle mie capre)?

Sia ben chiaro, io non ce l’ho con chi ha fatto una scelta, ma non posso tollerare  la vista di queste immagini senza senso. Quante volte avete visto su queste pagine agnelli e capretti con poche ore, addirittura pochi istanti di vita! Dovevo forse dire esplicitamente che il pastore fa il suo mestiere per viverci? “Li vendono per lucro!“, questo è un commento che ho letto stamane. Ma no? L’altro giorno ho scritto che mi capita di sorprendermi per certe idee che la gente ha della pastorizia, ma che si allevasse come lavoro era abbastanza scontato. Forse è necessario ribadire anche che il formaggio si fa solo mungendo l’animale femmina dopo che questo ha partorito. La lattazione ha un suo ciclo e va scemando, quindi per avere di nuovo latte serve una nuova fecondazione ed un nuovo parto (non è che, aperto il rubinetto, questo abbia un flusso continuo per sempre!). E agnelli, capretti, vitelli? Saranno maschi e femmine, in percentuale diversa, senza che nessuno lo possa comandare a piacimento.

In questi giorni ho aiutato Sonia de “Il pasto nudo” a scrivere un articolo su questo tema. Lo trovate qui. Sonia mi ha fatto mille domande, le domande giuste di chi si pone degli interrogativi concreti che vanno oltre gli slogan delle campagne contro “la strage pasquale”. Sonia tiene un blog di “cucina consapevole”, dice di essere una cittadina che sta in campagna, sa di non sapere e quindi si informa. Nel suo caso poi veicola quanto appreso al suo pubblico e quindi mi ha fatto particolarmente piacere essere interpellata e poterla aiutare, sempre in nome della corretta informazione. Per esempio spiegare che non si mangiano questi “cuccioli”… (E poi perchè insistere sul cucciolo? Ha un nome, agnello! Capretto! Perchè i bambini non li chiamiamo allora tutti poppanti??).

Ma soprattutto dire come funziona l’allevamento, perchè allevare tutti quei capretti carini e simpatici è contro natura, nel senso che in natura gli ungulati selvatici si regolano da soli e, in un gregge domestico, è impensabile avere 5, 10, 15 esemplari adulti del genere!! Si alleva da sempre, l’uomo è stato prima cacciatore, poi allevatore, ma l’evoluzione ha portato da una parte all’allevamento intensivo, dall’altra è rimasta quasi ferma alla pastorizia nomade o comunque ad un allevamento estensivo dove fieno ed erba sono i foraggi principali.

Per scrivere questo post mi sono messa a fare un po’ di ricerche on-line su quello che viene detto e scritto da coloro che propagandano il NO al consumo di agnelli e capretti a Pasqua. Ce n’è per tutti i gusti, specialmente in quest’epoca di comunicazione globale dove, tra blog, facebook, twitter e chi più ne ha, più ne metta, ciascuno può permettersi di dire qualunque cosa, vera o falsa che sia, trovando subito un folto seguito di gente che lo osanna o lo attacca duramente. Ci sono poi quelli che nemmeno ti lasciano lo spazio per ribattere, quindi ti prendi la “notizia” e te la tieni.

Io mi sono messa a scrivere questo post, nonostante tutto, quando mi hanno segnalato una pagina facebook che portava questo titolo “Gli allevatori ringraziano di cuore gli animalisti”, di una certa Barbara Vegana ecc ecc (dal suo profilo risulta essere un’…insegnante!!!). Non lo trovate più on-line, perchè, dopo averle scritto un messaggio e non aver avuto risposta, ho segnalato all’amministrazione di facebook un duplice problema ed hanno ritenuto opportuno chiudere la pagina. La signora infatti, per illustrare il suo pezzo, aveva usato una foto di questo blog! In quanto a contenuto… Insomma, si criticavano le iniziative di “adozione” degli agnelli pasquali, perchè queste danno profitto agli allevatori! “Chi ci guadagnerà saranno coloro che il prossimo anno ne alleveranno il doppio, il triplo, incastrandoci in un circolo vizioso simile a quello dell’usura! più se ne comprano oggi più se ne allevano domani. Come dire che l’agnello comprato oggi genererà la sofferenza di almeno tre suoi simili domani. Comprando agnelli si genererà anche la convinzione che tutto si compra, anche la vita“. E poi più avanti spiega a quale iniziativa faceva riferimento: “In questo articolo viene osannato l’operato di un signore che ha lanciato una campagna di acquisti di agnelli su facebook che ha raccolto ben 1000 euro da versare direttamente agli allevatori degli agnelli comprati nel numero di 10 e che ha visto la partecipazione di 30000 persone. http://www.facebook.com/photo.php?fbid=446848585384297&set=a.422859051116584.95107.422830654452757&type=1&theater La zona interessata da questa campagna acquisti è il biellese, nota per gli allevamenti di malgari, per la produzione di bovini, ovini e caprini, nota per la produzione della lana, dei formaggi e del latte. Chi ne uscirà davvero soddisfatto e vincitore saranno proprio loro, gli allevatori, felici che ci siano gli “animalisti” a risollevare le loro sorti, visto che negli ultimi anni stavano scomparendo……..” Vi risparmio il resto… Comunque, i suoi lettori si erano scatenati a tal punto che il tono era diventato questo: ” la vita NON si compra, ma solo si LIBERA” e si istigava ad andare a rubare (sic!) gli agnelli per poi liberarli in natura!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!

Visto che loro parlano di cuccioli, ve li immaginate questi terroristi esaltati che vanno a prendere agnelli di pochi giorni per “liberarli” nei prati, condannandoli davvero ad una morte di stenti, senza latte, senza calore materno… Ma anche quelli che vogliono “adottare” gli agnelli non hanno le idee ben chiare (questo almeno si documenta su di un sito adatto). Tra l’altro, quello nella foto, piccolissimo per essere un agnello, è in realtà un cane! Mi domando chi le paga, queste campagne, e se l’affissione di questi manifesti è regolare. Perchè poi le istituzioni (ministero dell’agricoltura) non si adoperano, specialmente nel periodo pasquale, per sostenere la carne italiana?

Che dire ancora? Non mi resta che, per l’ennesima volta, invitarvi a consumare meno carne “qualunque” e più carne genuina, allevata in modo “sostenibile”, così come sono gli animali portati al pascolo. Appurato che comunque non è un agnellino di 3-4 giorni di vita a finire in tavola, ricercate proprio l’agnello pesante, ITALIANO, che oltretutto ha una carne migliore e, nel rapporto quantità di carne/peso è maggiormente a vostro favore. Non volete mangiare carne? Consumate altri cibi, ma smettetela di dire falsità sul mestiere dell’allevatore! E, più in generale, informatevi bene su quello che mettete nel piatto, perchè io sono felice di affiancare un’insalata dell’orto alla bistecca, insalata cresciuta grazie al letame tolto dalla nostra stalla e non a concimi chimici! Si potrebbe andare avanti per ore, giorni, a disquisire su questi argomenti, ma non sono io la persona adatta, ve ne sono di ben più ferrate di me. Per quello che mi riguarda, io sarò ben contenta di rispondere a tutte le vostre domande su quali animali vengono venduti al macello, ampliando e andando nei dettagli dei singoli argomenti toccati da Sonia. E comunque, alla fine, buon appetito a tutti! State sereni, che i troppi pensieri e l’astio rovinano la digestione!

La filiera ovicaprina: risorsa e opportunità per il territorio?

Ho aggiunto un punto interrogativo al titolo del convegno tenutosi sabato scorso (2 marzo) presso la sede GAL di Villa Olanda (Luserna San Giovanni, TO). Proprio in Val Pellice, ad Angrogna, c’era un modo di dire in patois che, tradotto, recita: “Quando ti senti perso, attaccati al lanuto“, cioè alla pecora. La pecora come pecus, pecunia, la pecora davvero come risorsa ed opportunità. Ma oggi?

La sala del convegno era gremita, anche se gli allevatori non erano molti. Anzi, dei pur numerosi pastori della Val Pellice e/o dei loro famigliari, non c’era praticamente nessuno. Questo non per mancanza di interesse, bensì per mancanza di tempo, una delle problematiche di questa attività, cosa che influirà forse anche nella buona riuscita dei progetti proposti. Ma andiamo con ordine. Cerco di raccontarvi tutto quello che è stato detto, anche perchè so che molti dei potenziali destinatari del futuro bando GAL leggono queste pagine.

La presidente del GAL Giachero ha infatti spiegato che per fortuna ci sono ancora delle risorse (anche se il futuro del GAL è in parte legato alle ahimè quasi decadute Comunità Montane) e si vorrebbe investire sul settore dell’allevamento ovicaprino, proprio cercando di creare una filiera attiva ed operativa, favorendo le forme di associazione tra allevatori ed altri attori del territorio. “Ci sono risorse, ma manca la comunicazione e queste non vengono allocate presso chi potrebbe usufruirne“. Questo convegno serviva anche per ultimare la stesura del bando, sentite le varie voci degli operatori. E’ anche intervenuto Righero della Provincia, in sostituzione dell’assessore Balagna: “Il mondo è cambiato, non ci sono più le fabbriche a sostituire il reddito agricolo. Ci sarà un ritorno. La provincia di Torino detiene il 40% del patrimonio ovicaprino regionale“. Hanno poi parlato Chiabrando (Camera di Commercio) e Coucourde (Presidente CM).

Claudio Goia della CM ha illustrato l’alpeggio in tutte le sue sfaccettature, parlando anche dei contributi di cui possono già usufruire gli allevatori. Nel territorio Gal Escartons e Valli Valdesi monticano circa 48.000 capi, di cui 3.825 caprini e 26.470 ovini. Molte strutture d’alpe sono state adeguate negli ultimi anni e sono raggiungibili attraverso piste, anche se non tutte hanno però queste caratteristiche.

Da parte mia, ho parlato delle difficoltà attuali nel definire sostenibile la pastorizia del XXI secolo. Burocrazia, vincoli, spese, necessità di avere un numero di capi maggiore rispetto ad un tempo per poter sopravvivere, difficoltà nel reperire pascoli… Tutte le cose che racconto qui quotidianamente. Inoltre, la grande difficoltà nel vendere il prodotto carne, legata non solo alla crisi generale, ma a molteplici fattori, tra cui la non conoscenza della carne ovicaprina che vada oltre il consumo stagionale di agnelli e capretti.

Della necessità di valorizzare ha parlato anche Tallone dell’Istituto Lattiero Caseario di Moretta, CN, che ha presentato i principali formaggi a latte ovino e caprino, ma ha anche illustrato il progetto di trasformare il salumificio didattico recentemente realizzato in un punto di lavorazione conto terzi, legato soprattutto alla carne ovicaprina. L’intervento di Tallone si è alternato con quello di D’Aveni (Consorzio Produttori Agricoli Torino, COPAT), che ha fornito interessanti numeri sulla produzione ovicaprina nazionale. Credo che tutti siano rimasti molto colpiti nel sapere che nel 2010 sono stati importati 1.628.985 capi (animali vivi) in ambito UE e circa 27.000 tonnellate di carne (Nuova Zelanda e altri paesi). Regno Unito, Spagna, Francia e Romania mandano agnelli in Italia a prezzi inferiori rispetto a quelli nazionali (specie per la Romania e la Nuova Zelanda, parlando di prezzo della carne già macellata). L’Italia è l’unico paese dove il prezzo medio è sceso, ma si è registrata anche una netta flessione nel consumo (meno di 1kg pro capite/anno, tenendo conto che certe regioni come la Sardegna invece consumano 11kg pro capite/anno).

La pastorizia potrebbe diventare un punto di forza per le aree abbandonate“, ha affermato D’Aveni, spiegando anche come si potrebbe puntare sulla certificazione Halal (e Kosher), visto che la maggior parte del consumo di animali adulti non è rivolta al consumatore italiano. Vi sono però difficoltà normative e costi, quindi la strada immediata da seguire dovrebbe essere quella della valorizzazione locale della carne ovicaprina.

E’ poi stata la volta di Nigel Thompson di Biella The Wool Company, che ha illustrato le attività intraprese per il recupero e valorizzazione delle lane locali. Non solo il centro di raccolta della lana succida (lo scorso anno sono venuti a caricare la lana anche da queste parti… contattateli e ritireranno anche la vostra, cari amici pastori), ma anche gomitoli, fili e manufatti realizzati con lana biellese. Nigel ha proposto ai pastori una filiera che altrove funziona: far lavorare la lana e rivenderla presso il punto vendita aziendale: “C’è più gente di quella che pensate che ama sferruzzare…“. Forse sì, ma il problema è che la gran parte dei pastori locali non ha un punto vendita aziendale (figuriamoci poi i vaganti!) e chi ha grandi quantitativi di lana da smaltire annualmente difficilmente se la sentirebbe di osare un investimento del genere, senza certezze di riuscire poi a vendere i gomitoli.

A questo punto potremmo dire: “Bene, tante belle parole, ma adesso?“. Giachero sostiene che: “…bisogna aver voglia di fare!“, ma io mi permetto qui di fare un piccolo appunto. Alla maggior parte dei pastori di oggi non manca la voglia di fare, ma mancano due risorse fondamentali: il tempo e la manodopera. Il pastore di oggi è coinvolto dal gregge per 365 giorni all’anno, quasi 24 ore su 24, tant’è vero che spesso si trova a “trascurare” tutto ciò che non è strettamente connesso alla cura del gregge. Per occuparsi di progetti di valorizzazione occorrerebbe o una persona quasi appositamente dedicata all’interno dell’azienda, o avere un piccolo gregge per poter anche diversificare le produzioni. Ma chi ha oggi un piccolo gregge letteralmente boccheggia per sopravvivere, a meno che già lo affianchi ad altre attività lavorative.

Il bando GAL, di prossima pubblicazione, verterà su questi punti, enunciati da Giachero: “Creazione di una filiera, lavorare in gruppo, valorizzare tutto il settore ovicaprino, stipulare un accordo minimo tra due imprese, un allevatore e uno o più soggetti…“. Grazie alla presenza di Giaj del Museo del Gusto, si è parlato di coinvolgere concretamente anche i ristoratori, elemento fondamentale della filiera per quanto concerne i primi passi nella valorizzazione della carne, ed i media.

In rappresentanza della Regione Piemonte e dell’Assessore Ravello, ha parlato l’ex Assessore alla Montagna Vaglio, che ha lodato le iniziative di valorizzazione già intraprese in passato sul territorio regionale e che hanno portato a buoni riscontri, come l’esempio della pecora sambucana e della capra di Roccaverano, con le relative produzioni. “Ci sono state operazioni di sostegno che hanno dato dei risultati ed è stato fondamentale il ruolo delle Comunità Montane, quelle stesse CM che verranno liquidate entro fine mese. La politica, anche nella recente campagna elettorale, ha parlato di problemi della cultura urbana, metropolitana, non di quella rurale o montana. Anche il problema delle predazioni viene visto con quest’ottica. Uno dei primi handicap per le azienda agricole è la burocrazia, bisogna confrontarsi con la UE per ridurre la burocrazia.

E adesso? Presto sul sito del GAL uscirà il bando, vedremo quel che si riuscirà a fare. L’auspicio è che davvero la filiera ovicaprina torni ad essere risorsa ed opportunità per il territorio… Sul sito dovrebbero anche essere a breve disponibili gli atti del convegno, con le presentazioni presentate dai relatori.

Se non mangiassimo carne…

Ne ho abbastanza delle campagne contro il mangiare carne di agnello e capretto a Pasqua, contenenti un mucchio di sciocchezze e disinformazione. Ne ho abbastanza dell’ipocrisia di molti, che fanno tante parole, ma senza conoscere la realtà dei fatti. Ciascuno è libero di alimentarsi come crede: mangiando biologico, vegetariano, acquistando al discount perchè fatica ad arrivare a fine mese, facendo la spesa in cascina, nella gastronomia con tutte le certificazioni o appoggiandosi ad un GAS…

Mettiamoci però in testa una cosa: se ci entusiasmiamo per queste immagini, se seguiamo questo blog, se riteniamo bello vedere un gregge al pascolo in pianura, in collina, in montagna… non possiamo poi dire: “Non bisogna mangiare carne“. Si alleva per questo, per produrre carne e formaggio. Se così non fosse, non ci sarebbero nè vacche, nè capre, nè pecore. Non sono “animali da compagnia”, anche se qualcuno potrebbe averne un paio a casa per tener pulito il prato, e lasciarle poi morire di vecchiaia.

Se vogliamo criticare gli allevamenti intensivi, parliamone pure e di cose da dire ce ne sono tante, dall’alimentazione allo sfruttamento dell’animale. Però certe forme di allevamento tradizionale, la pastorizia nomade in primis, anche se non hanno marchi e certificazioni, sono altamente naturali e sostenibili, in quanto hanno un consumo energetico quasi nullo e non richiedono sfruttamento di risorse idriche ed energetiche per produrre l’alimentazione per gli animali. Niente coltivazione di mais, niente farine, spesso persino niente fieno! Si pascola tutto l’anno, si contribuisce a tener puliti spazi ed a mantenere la biodiversità, specie sui pascoli alpini. Ma si alleva per produrre carne e quindi… la garanzia per la sopravvivenza di questo mestiere è il consumo dei suoi prodotti.

Arrosto di pecora con riso basmati

Se non vi piace la carne troppo giovane dell’agnello, se non vi va di mangiare un piccolo, eccovi un bell’arrosto di pecora.

1 pezzo di gamba di pecora con l’osso, 2 carote, 1 gambo di sedano, 1 cipolla, timo, rosmarino, salvia, bacche di ginepro, cannella, whisky, sale, pepe, olio extra vergine d’oliva, riso basmati.

Come al solito, per questa lunga cottura ho usato una pentola di terra cotta e la stufa a legna. Sgrassate bene la gamba (è il grasso che contribuisce a dare il sapore intenso e non a tutti gradito). In un filo d’olio EVO fare rosolare ben bene la carne, girandola di tanto in tanto. Quando sarà colorita, bagnate con 2 cucchiai di whisky e fate evaporare. Intanto tritate la carota, la cipolla, il sedano e le erbe aromatiche, schiacciate le bacche di ginepro ed aggiungete il tutto alla carne. Fate ancora rosolare rimettendo il coperchio. Salate e pepate a piacere (io ho usato un misto di pepe nero, bianco, verde e rosa macinato al momento), spolverate con un cucchiaino di cannella ed iniziate ad aggiungere o del brodo di verdura o della semplice acqua calda. Coprite con il coperchio, cuocete a lungo rigirando la carne di tanto in tanto e bagnandola con il sugo di cottura. Il giorno dopo disossate il vostro arrosto (dopo la lunga cottura dovrebbe staccarsi quasi da sola), tagliatelo (freddo) a fette non troppo sottili e rimettetelo nella pentola, bagnandolo con il suo intingolo. Mentre scalda, bollite in acqua e sale del riso basmati, che servirà da accompagnamento al vostro arrosto. Buon appetito!

…non trovate la carne di pecora? Tutti i pastori vendono decine e decine di pecore “da macello”, da qualche parte andranno a finire ed i macellai dovrebbero essere in grado di procurarsela, se gliela chiedete! Più gente la richiederà, più alta è la probabilità che inizi a comparire nelle macellerie anche da queste parti!

Uno scherzo di Carnevale?

Vi racconto una storia, vorrei che foste voi, dati alla mano, esperienze personali come testimonianze, a dirmi se è uno scherzo di Carnevale o realtà vera. Ovviamente i lettori “curiosi” resteranno a bocca aperta, perchè certe cose le si conoscono solo dal di dentro. Chi invece ha un’azienda agricola potrà dirci davvero se sto raccontando una barzelletta oppure ho riportato un fatto che potrebbe essere capitato a qualcuno di noi.

Chi vive di pastorizia al giorno d’oggi si potrebbe dire che in realtà sopravviva… Ci sono leggi che dicono che, al di sotto dei 7000 euro (avete letto bene, settemila) di reddito anno, non vi sia l’obbligo di fatturare, per un’azienda agricola. Non so quale sia quella “soglia di povertà” di cui ogni tanto si sente parlare alla Tv, ma comunque questo è ciò che succede. Nel momento in cui alla fine dell’anno il nostro piccolo pastore (che vive solo di quello, non ha un altro lavoro integrativo) si accorge che la somma delle autofatture ha superato (anche solo di poche centinaia di euro) questa soglia, capisce non di essere diventato ricco, ma di avere qualche grana in più.

Il gregge è sempre quello, nè piccolo, nè grosso, ma la legge è quella e allora tocca andare al Sindacato che segue tutte le pratiche, compresa la contabilità, e dire come stanno le cose. Tanto per cominciare, fogli da firmare e… PAGARE! Pagare per cosa? Ma per il lavoro che ti FARANNO tenendoti la contabilità dell’IVA ecc ecc ecc. Pagare un lavoro in anticipo, questa cosa suona davvero strana, eppure c’è da sborsare e tacere.

Nonostante gli affari dell’anno non siano andati un granchè bene e le vendite natalizie non siano state eccezionali, con agnelli rimasti per lo più invenduti (nel suo gregge, ma anche nel gregge di tutti gli amici e colleghi con cui ha avuto modo di parlare scambiandosi gli auguri durante le feste), il fisco dice che adesso lui è un imprenditore agricolo potente, ricco! Visto che così dev’essere, almeno riuscire a fare qualcosa di nuovo per guadagnare qualcosa in più, perchè 7.000 euro comunque al giorno d’oggi sono una miseria e le spese sono sempre tante. Per fortuna che qua e là qualche contributo arriva per integrare, o meglio, per pagare i costi d’affitto dell’alpeggio, per pagarsi la mutua e la pensione, quelle cose lì.

Però il pastore ha sentito parlare di iniziative per valorizzare la carne dei suoi animali. Gli hanno accennato alla possibilità di far lavorare la carne di pecora e di capra, trasformandola in salumi. Glieli hanno anche fatti assaggiare. Lui già sapeva che la carne di pecora è buona, anzi, ben migliore dell’agnellino che troppa gente si ostina a comprare. Questi salumi sembrano una cosa interessante e allora gli sarebbe piaciuto provare. Tutto in regola, lui porta la pecora a macellare, la ritira e la consegna a chi gliela lavora e poi lui venderà i salumi, sottovuoto o stagionati, tutto a norma con permessi, nessuna necessità di avere un macello o una sala per la lavorazione carni. Giusto un cassone refrigerato per il trasporto.

Ma l’impiegata del Sindacato gli dice che… No. La carne non è un prodotto agricolo. E nemmeno il salume. Visto che comunque la sua resta una piccola azienda, con contabilità semplificata, visto che le spese che ha e che avrà non sono quelle di una grande azienda che acquista macchinari, terreni e può scaricare IVA, con quel regime fiscale la carne non la può vendere, è un prodotto commerciale. Lo potrebbe fare solo con una contabilità separata (cambiando di nuovo tutte le carte che stava firmando in quel momento), con costi aggiuntivi, obbligo di registratore di cassa, registri, apertura e chiusura della cassa giornaliera ecc ecc ecc. L’impiegata lo sommerge con un mare di parole, prospettando difficoltà che gli fanno pensare che il gioco non valga la candela.

Lui non pensava di mettersi a fare il salumiere, ma giusto far trasformare una pecora ogni tanto, per avere quell’entrata in più. Ovviamente non potrà farlo quand’è lontano isolato in alpeggio, non avrà tempo e modo di farlo durante la transumanza. Ma, da piccola azienda com’è, poteva essere uno sbocco. Di fronte a queste difficoltà aggiuntive, di fronte a nuovi ostacoli burocratici, carta in più da fare (e lui non ama la carta, che gli tocca seguire di notte, quand’è stanco, perchè tutto il giorno è impiegato dal pascolo, dalla cura del gregge), rischi di sbagliare o dimenticare qualcosa ed incorrere in sanzioni… Bhè, scuote la testa e pensa che allora sono sempre solo belle parole quelle che sente dire in giro, ma la realtà è differente. Quelli come lui, i piccoli che mantengono vivo il territorio, i custodi della biodiversità animale (e non solo), alla fine sono destinati a soccombere. Il loro prodotto di qualità viene inghiottito dalla massa senza riconoscimenti e tutti quei bei progetti di cui qualcuno si riempie la bocca davanti alle telecamere… ma poi, nella realtà?

Adesso a voi il compito di dirmi se davvero “è la legge”, come ha sentenziato l’impiegata, o se al nostro amico pastore hanno fatto uno scherzo di Carnevale e ci sia la possibilità di vendere un prodotto di carne trasformata come quei salumi, senza doversi impelagare in contabilità separata ecc ecc ecc.

Ricetta in vista delle feste? Spezzatino di castrato alla birra

Natale e Pasqua, almeno in queste due occasioni c’è qualcuno in più che mangia carne ovina… Oggi vi propongo una ricetta che prevede l’utilizzo di carne di castrato. Anticamente, nelle greggi dove non si praticava la mungitura e prima che la maggior parte degli agnelloni/montoni fosse destinato al consumatore di religione islamica, che ricerca il montone di almeno 6 mesi di età per la Festa del Sacrificio, gli agnelloni non destinati alla riproduzione venivano castrati. In questo modo si aveva una carne più tenera e priva dell’odore/sapore più marcato che si ha con la maturità sessuale. Allevato al pascolo, come avviene con le greggi vaganti, il castrato mantiene la carne tenera senza però presentare gli eccessivi accumuli di grasso dell’animale alimentato in stalla. La ricetta è una unica (mi sono ispirata qui), nelle immagini la presento con due diversi contorni. Il primo è con patate al forno.

https://i1.wp.com/imageshack.us/a/img577/2641/dscn0176gr.jpg

Ingredienti:

1kg di spezzatino di castrato di agnello con osso
1 cipolla gialla
3 carote
2 bicchieri di birra (io ho usato la biellese Menabrea)
brodo vegetale
1 bicchiere di passata di pomodoro
200 gr di fagioli borlotti secchi
origano
peperoncino
olio extravergine di oliva
sale

Necessitando una cottura prolungata, io ho usato un tegame di terracotta, sulla stufa a legna. Far scaldare l’olio (due cucchiai), soffriggere la cipolla tritata finemente e il peperoncino. Infarinare leggermente lo spezzatino e farlo rosolare (nel tegame di terracotta, io prima l’ho lasciato coperto fin quando non ha iniziato a consumare la sua “acqua”, poi ho completato la rosolatura senza coperchio). Quand’è ben colorito, sfumare con la birra. Aggiungere le carote tagliate a rondelle abbastanza spesse e i fagioli ammollati e scolati. Regolare di sale e condire con abbondante origano (fresco o secco). Aggiungere il brodo e la passata, fino a coprire la carne, poi chiudere il tegame e far cuocere, mescolando, a fiamma dolcissima per almeno 4 ore.

https://i2.wp.com/imageshack.us/a/img43/8020/dscn0178m.jpg

Questa è la versione servita con polenta taragna. Buon appetito!