Si sta perdendo il buon contadino che fa i buoni prodotti

Ancora a Roccaverano. Dopo aver pranzato (ed assaggiato anche una robiola), quel giorno mi sono spostata in una seconda azienda, la Cooperativa La Masca, dove ho incontrato Beatrice, Fabrizio e Marco. Sarà Fabrizio a curare le pubbliche relazioni e raccontarmi un po’ la loro storia.

Salgo e scendo sulle colline per raggiungere La Masca. “Abbiamo iniziato nel 2001, con le produzioni nel 2002. Non dovevamo “cambiare vita”, perché eravamo ventenni che dovevano iniziare. All’inizio eravamo in quattro, una ragazza però si è tolta. Il nostro nasce come progetto di agricoltura collettiva sostenibile in territori che si prestassero a queste attività. Poi abbiamo iniziato a ragionare sull’allevamento e abbiamo scelto le capre. Mio papà era originario di Roccaverano, io sto a Monastero Bormida. C’era il prodotto da valorizzare, in quegli anni si tornava a parlare di prodotto artigianale, la Robiola di Roccaverano è uno dei primi Presidi SlowFood.
La cooperativa è un’attività collettiva di agricoltura sostenibile legata al territorio. Marco educa asini per la trazione animale, poi abbiamo messo alberi da frutta. Io faccio parte dell’ARI, Associazione Rurale Italiana. L’obiettivo è lavorare sul territorio, per il territorio e avere prodotti legati alla sostenibilità. Lo stipendio è magrissimo, questo è un problema. I costi sono sempre più elevati, abbiamo fatto investimenti, ma soprattutto i costi burocratici e amministrativi sono un peso.

Fino al 1996 per la Robiola non c’era un disciplinare stretto come oggi. Quando siamo partiti, erano 25-30 che facevano la DOP, ma all’epoca era diverso, i bollini te li regalava la Comunità Montana. Come consorzio abbiamo poi deciso di rifare il disciplinare. Abbiamo lasciato che potesse essere un formaggio a latte misto, perché tradizionalmente nelle aziende si faceva con latte di capra, pecora e anche vacca. Abbiamo differenziato il “pura capra” e il “misto” (dove però deve esserci almeno il 50% di capra). Abbiamo scritto che le razze possono essere camosciate e roccaverano. Avessimo messo solo la Roccaverano, facevamo la fine del Murazzano, che per essere stati rigidi sulla pecora delle Langhe, adesso rischia di scomparire come formaggio.

Oltre al pascolo diamo granaglie, un mix che ci facciamo noi, granaglie intere OGM free. Il disciplinare del Roccaverano è ogm free. Il fieno lo prendiamo da un allevatore di pecore qui vicino.
Siamo partiti da 20 caprette, abbiamo allevato, abbiamo comprato da un’azienda che smetteva. I becchi li cambiamo dopo 3 anni. Non destagionalizziamo e lasciamo il capretto sotto la madre, facciamo monta naturale e non fecondazione artificiale.

Ci alterniamo nei lavori, tutti sanno fare tutto, anche se poi ciascuno ha il suo compito principale: Beatrice è segretaria d’azienda, quindi la contabilità la segue soprattutto lei, ma si occupa anche del caseificio. Marco si occupa molto della stalla, io delle vendite e dei rapporti con le amministrazioni. Al pascolo ci alterniamo, andiamo tutti. Andiamo fin quando si può, da Pasqua a novembre in maniera continuativa, poi come adesso che non c’è neve le facciamo comunque uscire un po’. C’è stata tanta siccità… poi piantano noccioli ovunque e diventa difficile trovare dove pascolare.

A me piace occuparmi di politiche agricole, perché si sta avendo una “desertificazione contadina”: aumentano le grandi produzioni, ma si perde il buon contadino che fa i buoni prodotti. Va bene il “custode del paesaggio”, ma non voglio essere stipendiato per fare il giardiniere. Io devo produrre un prodotto che mi venga pagato al suo giusto prezzo, poi con quello ti garantisco di gestire il paesaggio grazie al mio lavoro e ai miei animali. Portiamo noi i formaggi ai negozi. Il problema è soprattutto la carne. Il capretto è una carne buona, magra, saporita. Cerchiamo di valorizzare il progetto Capretto della Langa Astigiana, allevato a latte materno. Questa è la garanzia di qualità e anche del benessere dell’animale.
Siamo clienti di un macello, andiamo là, ci macella l’animale e poi noi possiamo tagliare la carne e preparare i pacchi, il privato così viene e si prende la carne, oppure il ristorante.  Adesso sono 3 anni che portiamo capre e qualche caprettone a far trasformare al salumificio di Moretta. Si ottengono prodotti ottimi, è una carne poco conosciuta. Li piazziamo con i gruppi di acquisto, perché se la gente non li assaggia prima, sono prodotti difficili da collocare.

Qui le capre venivano… “mandate a spasso”

C’era ancora almeno un luogo che non potevo non andare a visitare, parlando di capre. Così la scorsa settimana ho preso la strada per Roccaverano, un paese della Langa Astigiana.

Quando costeggiavo il fiume Bormida ho visto le tracce, ancora ben evidenti, dell’alluvione di fine novembre. Tanta pioggia in quei giorni, poi una lunga siccità. Si vedeva ancora un po’ di neve sulle colline, verso le quali stavo per dirigermi, ma era comunque meno di quanto la stagione avrebbe richiesto.

Non è stato semplicissimo orientarmi tra quelle colline, ma alla fine eccomi guardare Roccaverano dall’alto, grazie ad un amico che si è trasferito qui proprio per allevare capre e che mi ha accompagnata in cima alla torre. Purtroppo non è una giornata delle più limpide, quindi non vediamo le Alpi.

Le colline hanno la loro veste invernale, con ancora un po’ di neve. Non c’è quasi nessuno in giro e anche molte delle case sono disabitate, parecchie cascine sono abbandonate. Verrebbe da dire che è proprio un posto da capre! Ma qual è la realtà da queste parti? Visiterò due allevamenti: le due stalle dei soci Enrico e Simone, poi nel pomeriggio invece mi sposterò a vedere una realtà molto diversa.

Enrico mi fa visitare l’azienda, ma mi dice che l’intervista la farò al suo socio. Lui è una “vecchia conoscenza”, anche se l’avevo incontrato molto lontano di qui, nella sua Val d’Aosta, in transumanza verso l’alpeggio. Poi nuovamente in montagna la scorsa estate. Il suo cuore è là, sui monti… ma la sua passione è comunque con le capre. Una passione che esiste fin da quando era bambino, ma che si è concretizzata solo quando ha letteralmente cambiato vita ed è passato dall’albergo di famiglia a questa stalla sulle colline.

Le capre in stalla, il ritmo quotidiano, la mungitura, l’alimentazione degli animali, la pulizia della stalla, poi qualche altro animale di contorno a completare la sua passione. Ma quello con cui devo parlare per saperne di più di Roccaverano e della tradizione caprina è Simone, il suo socio, con il quale porta avanti l’attività. Due stalle abbastanza vicine, collaborazione reciproca. Così ci spostiamo un po’ più giù sulla collina, per raggiungere la stalla della stazione sperimentale caprina, creata dalla Comunità Montana.

Questa stalla è nata come centro per ripopolamento delle capre. Voleva essere un’azienda pilota. Il Centro Sperimentale di selezione caprina “G. Bertonasco” ha come obiettivo l’allevamento di capi di alta genealogia, esenti da malattie quali l’Artrite Encefalite Caprina (CAEV) e con standard produttivi elevati. Il caseificio invece era nato come cooperativa per rilanciare la Robiola di Roccaverano. Noi adesso per il latte abbiamo tre clienti principali, il Caseificio, il caseificio di Vesime (che è di Eataly) e un altro. Il latte si vende bene, ce lo pagano un euro al litro.

Qui una volta le capre venivano “mandate a scò”, mandate a spasso. Erano le donne e i bambini che le curavano, l’allevamento della capra non era l’attività principale. Le cascine avevano varie attività e le capre dovevano mangiare dove non si poteva usare la terra in altro modo. I “pascoli” non ci sono mai stati. C’era chi faceva la “bergeria”, chi aveva il maschio. Quando era il periodo, gli altri portavano lì le loro capre per la monta. La “robiola del bec” si faceva con il latte di queste capre che venivano munte nel periodo che erano in calore. Aveva un sapore particolare, più forte.
Una volta tutti avevano capre, adesso siamo meno, ma ciascuno con più animali. C‘era più gente ed erano più attivi i mercati dei paesi, quindi si andava a vendere il formaggio. Il più diffuso era misto capra, pecora e vacca perché c’erano tutti i tipi di animale in ogni casa.

Simone è stato chiamato per dirigere questa stalla/stazione sperimentale quand’è stata creata. “Questa azienda nasce nel 2002, mi hanno cercato per gestirla. Io sono un perito elettrotecnico e mia moglie un architetto. Avevamo già un’azienda in un paese vicino, avevo vigneto e capre, avevo iniziato nel 1995. Vengono spesso persone a visitarci perché vogliono allevare capre, io distruggo i loro sogni, non bisogna essere troppo romantici. Per fare davvero un’attività bisogna sedersi prima e fare due conti. Un conto è farlo per passione, che se va male non importa, ma se lo fai per vivere deve rendere! È un’attività che si sostiene e così deve essere. I piccoli produttori si rivolgono più al mercato locale. I grossi vanno sulla grande distribuzione dove devi assicurare il prodotto ed essere sempre presente.

Meglio le capre degli uomini che bisticciano in tribunale!

Le bozze del libro hanno preso forma, si sono arricchite di tutti i contributi, le notizie, le interviste. Anche se sarebbe molto bello poter ascoltare sempre nuove storie, pian piano mi devo avviare alla conclusione della mia opera, inserendo anche i contributi ricevuti on-line. Invito quindi tutti coloro che si erano fatti mandare il questionario ad inviarmelo via e-mail, altrimenti pubblicherò la vostra storia solo qui e non sul libro.

Oggi cedo la parola a Fabrizio da Vasia (IM). “Tengo le capre per passione ne ho solo una decina. Soprattutto i miei genitori si sono chiesti molte volte da dove avessi preso questa passione, visto che loro non l’hanno mai avuta. O meglio, mio padre ha sempre avuto una capra, mia madre da bambina aveva anche la mucca, ma certamente non per passione. In paese un tempo ogni famiglia aveva animali, ogni famiglia faceva il fieno e viveva nei campi. Ora tutto è abbandonato, solo io ho questo piccolo allevamento e “faccio notizia”!! Quando ero bambino andavo dall’unica signora che aveva le pecore. Possedeva anche due capre ed io ero affascinato da loro. Andavo ogni pomeriggio all’ora della mungitura e provavo… poi la signora mi dava un po’ di latte per la colazione. Alcuni anni dopo mia sorella ha sposato il figlio di quella signora e quindi sono diventato uno di loro. Ogni domenica, quando l’impegno della scuola prima e dell’università dopo me lo permetteva, andavo al pascolo con lei o a raccogliere foglie nel bosco per usare da lettiera. Abbiamo recuperato alcuni prati e comprato l’imballatore per farci il fieno. Con gli anni l’allevamento ha cambiato un po’ le sue caratteristiche. Le pecore le abbiamo date via, a me non piacevano un granché. Ho aumentato invece il numero delle capre, ora ne ho nove.
Mi piacciono molto gli erbivori in genere: il mio sogno sarebbe tenere una mucca ma credo sia troppo difficile da gestire, visto anche il fatto che ho una famiglia con tre bimbi e dunque a volte si va in vacanza… Le capre posso lasciarle a mia sorella ma la mucca proprio no.  Allevo anche i conigli, sempre per passione!

(foto F.Viani)

(foto F.Viani)

Una passione che porta a fare delle scelte. “Ho fatto l’università a Genova, giurisprudenza. Ho anche fatto la scuola specialistica per avvocati, compresi i due anni di praticantato… Poi ho abbandonato con gioia questa strada: meglio le capre degli uomini che bisticciano in tribunale! Lavoro in una amministrazione pubblica. Ho una piccola azienda olivicola e coltivo gli ulivi per amore, così come tengo le capre. Concimo le piante con il loro letame. Con mia moglie abbiamo anche aperto un piccolo agriturismo: mia suocera cucina, io servo ai tavoli. Insomma, non ci facciamo mancare nulla!!!  Per noi la capra è una risorsa: grazie a loro tengo puliti i prati che faticosamente ho sottratto all’abbandono, così come alcuni uliveti. Mungo il latte due volte al giorno e faccio il primo sale e la ricotta. Al mattino alle 5 vado in stalla e poi porto il latte fresco ai miei tre bimbi per la colazione. Amano il latte, ma non il formaggio, preferiscono quello di mucca. Ovviamente non vendo il formaggio, mi capita di regalarlo a qualche mio amico, quando mi rimane buono!

(foto F.Viani)

(foto F.Viani)

Mi ricordo un anno eccezionale per i parti: tre capre dieci capretti!!! Due capre hanno partorito tre capretti ciascuna, una ne ha fatto quattro!!! Tutti in splendida salute. Non è mai più successo!!! La cosa più originale per me è come una vecchia signora del piccolo paesino in cui abito possa aver influito così tanto sulla mia vita. Quando ero piccolo non vedevo l’ora di andare da lei in stalla, non mi interessava del pallone o degli altri bambini. Volevo andare dalle capre e basta. E poi la casualità a fatto si che questa signora sia entrata nella mia famiglia… questo è fantastico! Con lei ho condiviso un sacco di cose, è come una seconda mamma! Qui non ci sono altri allevatori di capre. Mi sono cercato alcuni contatti con altri appassionati. Grazie al tuo sito “Pascolo vagante” sono rimasto amico di Marta e Luca di Sambuco, andiamo spesso a trovarli e sono in contatto con loro! 

Grazie a Fabrizio per la sua testimonianza, mi aveva già scritto tempo fa per raccontarmi la sua passione, ben prima che iniziassi le ricerche per il libro. Aspetto le vostre ultime storie, devo chiudere le bozze al più presto per i tempi tecnici necessari alla pubblicazione…

Foto storiche capre… chi ne ha?

Cari amici, provo ancora una volta a chiedere il vostro aiuto. Sto cercando qualche foto storica di capre per illustrare il mio libro. C’è qualcuno che ne ha?

(da dimensionmontagne.org, foto di S.Cosson)

(da dimensionmontagne.org, foto di S.Cosson)

Cose del genere, tanto per capirci. Più sono antiche, meglio è. Ma anche scatti di 40-50-60 anni fa.

(foto dal web, associazione RARE)

(foto dal web, associazione RARE)

Spero mi possiate aiutare. Possono anche essere vecchie cartoline, come in questo caso.

(foto dal web, heimatsammlung.de)

(foto dal web, heimatsammlung.de)

Se trovate qualcosa, scrivetemi qui nei commenti o via e-mail. Ovviamente non vi chiedo l’originale della foto, ma solo una sua riproduzione digitale. Grazie mille fin da ora a chi potrà aiutarmi.

Come una volta, ma fino a quando?

Devo ancora completare il racconto delle mie giornate (ed incontri) nel Nord Piemonte. Prima di rientrare a casa, ero passata da una delle tante piccole aziende tradizionali che ci sono a Trasquera. Gli animali sono lì, appena sopra alla strada, poi esce Marina.

Ha un sacco con del pane e la prima ad accorrere è una coppia di pecore vallesane. Il villaggio è praticamente deserto, ma si vedono e sentono animali al pascolo un po’ ovunque.

Dopo arrivano le capre, che stavano brucando un po’ più in alto. Ci sono delle Vallesane e delle Sempione, queste ultime (bianche a pelo lungo) molto rare, si tratta di una razza quasi estinta. “Qui capre ce ne sono sempre state, prima di me le aveva mia mamma, mia nonna, abbiamo sempre avuto le vallesane. Il nonno, il bisnonno, tutti avevano capre. Lavorando, per me è un hobby. Vado a lavorare in Svizzera, il confine è poco lontano, qui tanti vanno a lavorare fuori. Qui c’è solo un’azienda che ne ha più di cento (non vallesane), loro lo fanno per mestiere, tutti gli altri invece fanno altri lavori. Si tengono più che altro per passione.

Adesso le metto in stalla di sera, perché stanno per partorire, altrimenti le tengo dentro solo se nevica, al massimo stanno in stalla due mesi. In estate le tengo giù fino ad agosto, perché le mungo, poi le metto su in alto, ma vado una volta alla settimana a vederle, altrimenti vengono troppo selvatiche. Aumentasse la presenza del lupo… come si fa? Non si può pascolarle con le reti, d’estate fossero giù come adesso che girano tra le case, la gente si lamenterebbe, ma comunque il lupo, se c’è, arriva anche qui, non è che non viene perché ci sono le case.

Marina mi spiega che la frazione è abitata da 11 persone, sono tre famiglie, tutti parenti, nessuno si lamenta per gli animali che girano tra le case. Una gestione diversa sarebbe impensabile: così tutto funziona, sia per il tempo da dedicare agli animali, sia per il loro benessere. La presenza stabile del lupo farebbe scomparire interamente questa realtà. “I giovani non hanno più tanto la passione, i più giovani sono quelli della mia età, i giovanissimi no, perché non è un mestiere redditizio. Forse se lo fai con tante, ma devi proprio avere l’azienda, attrezzarti, fare spese. Siamo duecento persone in tutto il comune. L’Associazione degli allevatori ha 15 aziende, ci sono anche allevatori di Varzo, l’abbiamo fatta per gestire i soldi che il Comune ci da per organizzare la festa che facciamo ad ottobre.

Prima di lasciare Trasquera, incontro ancora altri animali che si spostano liberi tra le case. Sembra che ogni gregge abbia un suo territorio e non vada a mescolarsi con gli altri. Si sentono campanelle un po’ ovunque.

Nei prati (allora ancora senza neve), c’è qualcuno che sta rastrellando foglie. E’ Simona, anche lei alleva capre, ma le sue non sono nè quelle che ho incontrato sulla strada, nè quelle che si vedono più a valle. Il paesaggio, grazie alla presenza di tutti questi appassionati allevatori, è bello, pulito, curato. Prati sfalciati, poi pascolati, concimati. Foglie raccolte, portate via per essere utilizzate come lettiera in stalla.

Nel “centro” del paese, l’unica bottega, poco sopra, in pascoli ancora al sole, trova di che sfamarsi un gregge di pecore. Non si vede molta gente in giro, anche i turisti sono pochi, forse la maggior parte è nell’altro vallone, a San Domenico. Qui si può approfittare delle giornate insolitamente miti e della scarsa neve per fare escursionismo lungo i percorsi segnalati.

Poco più in là, ecco altre capre. Che silenzio ci sarebbe, senza tutti questi animali, che senso di vuoto. Non potessero essere lasciati liberi, a questa stagione sarebbero in stalla, dato che non c’è abbastanza da mangiare per tirare delle reti entro cui metterli al pascolo. Girando a piacimento invece si sfamano, un po’ nei boschi, un po’ nei prati.

Le giornate sono corte, la valle è stretta, il sole tramonta presto. E’ raro ormai trovare ancora realtà del genere, dove sopravvivono forme di gestione che altrove sono impossibili da attuare a causa dei predatori. Solo la presenza di queste piccole greggi libere al pascolo può garantire un paesaggio tanto pulito e curato, a questa stagione.

Continuando a scendere, prima di lasciare Trasquera, faccio ancora altri incontri. Un piccolo gregge mi attraversa la strada con tutta calma, un altro è fermo a ruminare nei prati ormai all’ombra.

Anche prima di arrivare a Varzo ci sono altri piccoli gruppi di pecore e di capre. Una volta era così un po’ dappertutto, ma ormai nella maggior parte delle valli non è più possibile tenere così gli animali. Visto che sono solo tutti allevamenti di appassionati, se dovessero aumentare le spese e il tempo da dedicarvici per cercare di difenderli dai predatori, probabilmente la gran parte di queste greggi verrebbe venduta.

Non ci ripagheremo mai le spese economiche, ma vieni ripagato in altri modi

In mezzo alla sempre maggiore spazzatura e disinformazione, resta una grande utilità dei social network quando ti permette di “incontrare” certe realtà. Poi sta a noi concretizzare il contatto e andare sul posto.

Sono arrivata a Bugliaga dentro a notte fonda, per fortuna Massimo, il marito di Licia, è venuto a prendermi con il mezzo adatto, perchè già raggiungere Trasquera era stato un po’ avventuroso. Imboccata la strada che sale a San Domenico, avevo visto allontanarsi quelle che, ad occhio, potevano essere le luci del villaggio. Salivo, salivo, il navigatore a casaccio diceva di girare a destra, quando sopra e sotto di me c’erano solo ripidi boschi e oscurità. Quando ormai pensavo di essermi persa il bivio, ecco la freccia. La strada si fa più stretta, sale, scende, passa in una forra su di un ponte che immagino molto alto. Poi però attraverso le frazioni sparse di Trasquera e, in una piazzetta davanti alla chiesa, aspetto Massimo. Il fuoristrada avanza senza problemi anche sul ghiaccio e mi deposita in un luogo da fiaba, che apprezzerò meglio all’alba del mattino dopo.

Siamo a Bugliaga dentro, a poca distanza dal confine svizzero, raggiungibile a piedi proseguendo lungo i sentieri. La vallata è quella del Sempione. Qui si sono trasferiti Licia e Massimo, hanno letteralmente cambiato vita e, dallo scorso mese di maggio, hanno anche aperto un agriturismo. “Siamo due medici di Bareggio (MI), zona a vocazione agricola, mio nonno aveva il caseificio e faceva il taleggio, mia zia aveva la latteria, mi ricordo che da bambina andavamo con il calesse a ritirare il latte.  Avevamo già l’idea di trasferirci in montagna, prima cercavamo qualcosa in Trentino, poi degli amici ci hanno detto di venire a vedere qui e ci siamo innamorati del posto. L’abbiamo preso nel 1999, siamo gli unici che ci vivono davvero. Quando nevica tanto si viene con le ciaspole o con gli sci. Subito non avevamo animali, però avevo chiesto ad amici di conoscere la gente degli alpeggi. Ho conosciuto Gemma, all’inizio non parlava, aveva vergogna, paura di esprimersi davanti a due medici. Ho girato per dieci giorni con lo zaino spostandomi tra gli alpeggi e ho iniziato a stare con gli allevatori. Pian piano ho imparato anche a fare il formaggio. Massimo nel 2000 ha smesso di fare il medico e si è messo a fare il falegname, lui si occupa soprattutto di ristrutturazioni, la parte artistica del legno. Abbiamo preso una stalla, Gemma ci ha intestato le capre, anche se di fatto continuava ad occuparsene principalmente lei. Poi abbiamo rilevato una delle greggi più “antiche” che c’erano qui. Adesso abbiamo 19 capre ed è il primo anno che ce ne occupiamo davvero noi in prima persona.

La loro non è una di quelle storie di romanticismo privo di senso pratico e concretezza, anzi! Hanno lavorato e stanno lavorando duramente per ridare vita a questo posto. “Le capre sono una parte del discorso nel recupero del luogo: i pascoli, il fieno, le strutture. Quando è il periodo del fieno, vedi tutti nei prati, così come quando si sparge il letame. Quando siamo arrivati qui 15 anni fa era tutto abbandonato e le ginestre erano più alte delle case. La gente dice “che bello qui”, ma è così perché c’è gente che ci vive, ci lavora e, soprattutto, ha gli animali, altrimenti non sarebbe così bello. Qui una volta era abitato tutto l’anno. Per vivere a 360 gradi la montagna devi avere gli animali, altrimenti fai solo il turista, il villeggiante, non hai il vero senso della vita in montagna.  Gli “ambientalisti” questo non lo capiscono, la necessità dell’allevamento per far vivere la montagna. Allevare significa necessariamente mungere e macellare. L’animale immagazzina l’energia dell’estate e te la ridà in inverno quando non c’è niente di fresco da mangiare: macellare è un dispiacere, ma è una necessità.

L’agriturismo non è pubblicizzato, non ha un sito, c’è solo su google.maps e sulla pagina facebook di Licia. Eppure il passaparola e la collocazione sugli itinerari escursionistici fa sì che pian piano il passaparola stia portando clienti. “Non avevamo idea di fare un agriturismo all’inizio, però adesso sono felice, stiamo creando un’altra idea di turismo. La gente del posto ci ha accettato, ci hanno aiutato e insegnato. Non vogliamo portare qui “la massa”, ma turisti che capiscano, apprezzino, condividano la nostra filosofia. La nostra attività non è un vero reddito, ma è indispensabile per recuperare e dare un senso a questo recupero. I formaggi e la carne li usiamo nell’agriturismo. Contiamo sulla qualità e non sui grandi numeri, anche sul “fare cultura” di un certo tipo. L’80% della clientela sono Svizzeri. Una cosa così se non hai soldi tuoi non la puoi fare, le “persone normali” non ci riescono. Noi tutti i nostri soldi li abbiamo messi qui, tanto non abbiamo figli.

Proprio quel giorno, le capre non si fanno vedere. Licia mi spiega che hanno un loro territorio, che sono sempre libere, venivano a farsi mungere mattino e sera, ma adesso sono gli ultimi giorni all’aperto prima di essere portate in stalla. C’è una piccola stalletta dove dovrebbe esserci il gregge, ma quando arriviamo noi ci sono solo le tracce del passaggio del gregge. Nel pomeriggio, quando sarò quasi a casa, mi arriverà un messaggio e delle foto da parte di Licia… ovviamente le capre c’erano, sono solo io che non ho avuto fortuna. Licia e Massimo temono un ritorno stabile del lupo, che manderebbe in crisi tutto questo secolare sistema di gestione della montagna, soprattutto oggi che non è più redditizio come un tempo.

(foto L.Rotondi)

(foto L.Rotondi)

Le capre di Licia sono Vallesane, autoctone di queste terre. Eccole nei giorni scorsi all’arrivo a Bugliaga dentro, per essere condotte in stalla. “Non hanno tantissimo latte, ma producono anche oltre le mie aspettative, poi è molto concentrato. D’autunno diminuisce la quantità, ma faccio quasi la stessa quantità di formaggio.” Un posto da fiaba, ma non sempre le cose sono facili in un luogo che può anche essere isolato in caso di maltempo. Poi una volta qui c’era tanta gente a tener viva e pulita la montagna, mentre oggi Licia e Massimo sono gli unici abitanti. “Sei sperso, lontano da tutti, ma fari certi incontri! Sta diventando un punto di aggregazione. Non ci ripagheremo mai delle spese economiche, ma vieni ripagato in altri modi.

Due facce della stessa passione

La tappa successiva l’ho fatta a Pieve Vergonte, dove sapevo già che avrei incontrato degli amici. Non sapevo che, a loro volta, mi avrebbero portata da altri allevatori. Razze diverse e forme di allevamento diverso, stessa passione di fondo.

Da Rosalba e Lino (Azienda Valtoppa) ero già stata un paio di anni fa. 40 capre saanen, un punto vendita di formaggi: “Abbiamo iniziato nel 2005, prima avevamo le vacche. Ci sono stati dei dissidi con il collega della latteria turnaria, eravamo rimasti solo in due, così abbiamo cambiato, la stalla c’era. Io lavoro come operaio e il “tempo libero” è tutto dedicato alle capre. I soldi del mio lavoro servono anche per mandare avanti l’attività. Rosalba è entrata in questo mondo quando ci siamo sposati. Per non buttare via tutto, la stalla ecc, abbiamo deciso di cambiare così. Abbiamo preso le saanen perché dicevano che il latte era meno forte, il cliente non vuole il formaggio che “sappia di capra”.

La capra saanen, allevata in questo modo, ricade nella tipologia che, sui manuali, viene definito intensivo, anche se il numero di capi è ridotto. Capre sempre in stalla, mai al pascolo. “Per pascolare serve tempo… e il posto, così non le mettiamo mai al pascolo. Il fieno è tutto autoprodotto, poi diamo integrazioni. Per forza, altrimenti producono poco latte. Quest’anno il fieno di primo taglio è stato fatto con l’erba vecchia, pioveva sempre e non si riusciva a tagliare, così non lo mangiano. Se uno nasce con questa malattia… è passione! Facendo selezione, c’è stato un anno che eravamo il quinto allevamento in Italia come produzioni. A me piace far selezione, almeno quello come soddisfazione!

Poi Lino mi accompagna a piedi verso un’altra parte del paese, vuole farmi incontrare due fratelli, anche loro allevatori. Prima passiamo accanto al loro gregge, ancora all’aperto in quei giorni ancora esageratamente miti. La gran parte delle capre invece è in stalla.

Anzi, in tante piccole stallette, perchè sembra che dietro ogni porta in legno ci siano belati. Entriamo in un paio di porte e vediamo capre, capre di tutti i colori, dal pelo lungo, corto, con e senza corna.

Oppure con quattro corna, come in questo caso. I fratelli Piranda, Giuliano e Agostino, sono al lavoro per sistemare tutti gli animali e dar loro da mangiare. Sono appena scesi, o meglio, sono appena stati fatti scendere dalle ripide montagne sovrastanti, una decina di capi  è ancora “dispersa”. Non sono scesi con il grosso del gregge (una novantina di capi in totale), ma sono già stati avvistati.

Questa è la più antica e tradizionale forma di allevamento caprino, che persiste solo grazie al fatto che il lupo non si è ancora stabilizzato da queste parti. “Avevamo anche mucche, poi le abbiamo vendute, abbiamo tenuto le pecore e le capre. Le lasciamo libere in montagna, da maggio fino a fine dicembre, dipende dalla neve. Affittiamo un posto, ma poi le capre vanno dove c’è erba. Come reddito, si vende il capretto. Una volta le mungevo. Qui il lupo non c’è ancora, ci fosse non si potrebbe più fare così.

Nostro zio lo chiamavano “Giovannino del lupo”, perché è stato quello che ha ucciso l’ultimo lupo nel 1927, è stato attaccato mentre era al pascolo e gli ha sparato. Ho ancora la pagina, gli avevano dedicato la copertina su “La domenica del corriere”. Una volta ce n’erano tante capre, adesso gli anziani non ci sono più, siamo solo più pochi che le teniamo.

In casa una specie di museo, tra vecchie foto e campane, uno degli “aspetti collaterali” della passione per l’allevamento.

L’esperto di cani è Agostino, è lui che li “fa”. “Per tirarle giù da in montagna si usa il cane, adesso si fatica più di una volta, perché le lascio tanto libere. Una volta andavo a vederle spesso, adesso lavoro come manovale edile e non sempre nel fine settimana si riesce, così restano più selvatiche. Fare il cane non è semplice, dovresti sempre averlo sotto a lavorare. Deve avere l’indole, ma non basta, bisogna starci insieme per farli lavorare bene.

 

Non vogliamo essere fuori dalla società, vogliamo farne parte a modo nostro

Rieccomi, con l’anno nuovo, ad aggiornare queste pagine con nuove storie. Prima della fine del 2016, in quelle giornate eccezionalmente calde che hanno seguito il Natale, sono andata a fare delle interviste che mai avrei creduto di poter realizzare in inverno.

Invece quel giorno, già al mattino (ero partita da casa a notte fonda), mi accingevo a salire prima in camicia, poi in maglietta, con il Lago Maggiore che si apriva sotto i miei occhi. Sono a pochi chilometri dal confine svizzero, ho lasciato la strada che costeggia il lago e porta in terra elvetica per salire lungo una stretta stradina tra case e ville, con molte auto dalle targhe tedesche parcheggiate davanti ai cancelli.

Cinzago, una frazione quasi fantasma. Per uno dei quegli strani giochi del destino qui, al ritorno, in modo del tutto casuale, incontrerò un compagno di università che non vedevo da quindici anni… Ma la storia che vi devo raccontare è un’altra. Le indicazioni di Gaia e Matteo per raggiungere la loro azienda erano così precise e dettagliate da incutere timore, come se il percorso fosse difficile da individuare.

Lasciata la macchina prima della frazione, i cui vicoli hanno l’ampiezza dei tempi in cui non esistevano i mezzi a motore, la attraverso e cammino…

Cammino in un bosco di querce e grossi alberi di agrifoglio coperti di bacche rosse, fino alla chiesa di San Bartolomeo. Poi proseguo ed inizio a salire con pendenze maggiori lungo un sentiero quasi lastricato, a gradini, scivolosi per la coltre di foglie secche. Sto andando ad un alpeggio, ma un alpeggio che oggi è abitato tutto l’anno, per incontrare delle persone davvero speciali.

Si cammina sempre nel bosco fin quando si incontra il cartello dell’azienda agricola e si esce sui pascoli, recuperati a fatica dopo anni di abbandono. Siamo ad Agher (Prati d’Agra), all’azienda agricola di montagna Chindemi. “Vivevo a Milano, a 18 anni sono andato via da casa e sono andato in Aspromonte a fare il pastore. I miei nonni erano siciliani, facevano gli allevatori di vacche e di cavalli. I miei genitori non hanno detto niente, per loro tutti i lavori andavano bene, bastava che fossero onesti. Siamo andati anche in Svizzera in Canton Ticino a Tesserete, con le capre“, racconta Matteo. “Io invece sono nata in periferia di Parigi, mia nonna era svizzera, di Ginevra, mia mamma della Val Solda in Lombardia, ma insegnava a Parigi.  Da bambina non pensavo di allevare capre! Sono tornata in Val Solda da ragazzina. Giravo tanto in montagna a piedi. Ho fatto il liceo artistico a Milano, sono uscita con il massimo dei voti. Mi è sempre piaciuto fare cose pratiche, artigianato. Mia mamma è mancata quando avevo 17 anni, io vivevo da sola con lei. Ho incontrato Matteo prima della maturità, c’è subito stata una grande affinità di idee, di conoscenze, di ambienti e situazioni umane. Camminare è sempre piaciuto a tutti e due. Le scelte che si fanno, devono essere condivise e consapevoli. Ha sempre funzionato tutto, nonostante le difficoltà. In Calabria siamo andati insieme, siamo molto adattabili. Ci piace conoscere le culture. Abbiamo vissuto presso famiglie per conoscere, imparare i lavori agricoli“, completa il quadro Gaia.

Questa giovane famiglia, che adesso ha tre bambine, ha fatto la scelta di vita di stabilirsi quassù. ” Le varie vicende ci hanno portato qui, il tanto lavoro non ci spaventa. Il primo anno eravamo senza luce, senz’acqua, senza niente. Da ragazzino venivo in vacanza in questi luoghi. C’è turismo, per la vendita funziona. Era tutto abbandonato da trent’anni. Ci sono 12 ettari di terra. Era in vendita, poi 60 ettari ce li davano in comodato d’uso. Sembrava dovessero fare una pista, invece niente, però c’è la teleferica.  Qui c’è un’ottima esposizione, gli inverni non sono lunghi e c’è abbondanza d’acqua. Adesso sono dieci anni che siamo qui. Pensavamo già di tenere capre, perché  sono gli animali ideali per sfruttare il territorio.

Ci sono state difficoltà sociali e umane soprattutto quando le bambine hanno iniziato a dover andare a scuola. Gaia mi racconta tutti i dettagli di questa vicenda quasi dolorosa, tra istruzione parentale, scuola steineriana, frequenza parziale: “Ogni anno comunque facevano l’esame di stato presso la scuola, con ottimi risultati. La scuola a casa per noi era una necessità, ma la mentalità di paese non capiva.  Quest’anno invece frequentano quotidianamente e io sto giù in settimana. Per il commercio è meglio, porto giù i prodotti.

Matteo non riusciva, da solo, a gestire tutto: gli animali, il recupero dei pascoli, la mungitura, la caseificazione. “Prima con 70 verzasca faticavo troppo, quando arriveranno le altre, avrò poi 40-50 camosciate, sono più mansuete e riesco a gestirle meglio. Mungo a mano, ma da quest’anno lo farò a macchina perché inizio ad avere i primi dolori. Pascolo, do fieno, ce lo facciamo portare con l’elicottero, mettendo insieme dei trasporti anche per altri. Integrazioni ne faccio il meno possibile. Leggo le analisi del latte e integro il necessario. Pascolo con recinti mobili, mentre con le verzasca facevo pascolo guidato con il cane.

Ci sarebbe spazio per pascolare anche un gran numero di capre, ma le forze umane non sono inesauribili. C’è stato quindi un periodo di pausa: venduti gli animali, la famiglia si prende una pausa e va in Francia. “Per le razze autoctone devi avere degli aiuti dalle istituzioni, altrimenti non ce la fai. In Piemonte la Verzasca non è tra le razze per cui danno il contributo, così abbiamo deciso a malincuore di venderle. Facendo i conti non ci stavamo dentro, anche se avevamo migliorato la genetica. Siamo stati un periodo in Francia, abbiamo lavorato in aziende e in fiere, fatto corsi. Là organizzano tanti corsi e i docenti sono allevatori e casari, si fa molta pratica. Comunque c’era l’idea di tornare qui. La comunità faceva circolare ogni tipo di voci, dalla galera al divorzio! Noi sentivamo il bisogno di fare un periodo di formazione.

L’Agher è un… porto di montagna! Sembra che non passi giorno senza che vi siano visitatori di ogni tipo. Escursionisti, soprattutto stranieri, che contribuiscono ad acquistare una buona fetta di prodotto, gente che sale apposta per il formaggi, gruppi scout dalla Lombardia. “I turisti sono contenti di venire qui e trovare gente che parla Inglese e Francese. Noi non vogliamo essere isolati, vogliamo che la gente venga qui e faccia rivivere la montagna facendo turismo.  Bisogna raccontare il formaggio per far conoscere e capire. Le soddisfazioni più grandi sono le capre che stanno bene, il formaggio che viene apprezzato, ma anche le persone che vengono a trovarci. Facciamo la festa del 25 aprile e vengono 150 persone grazie al passaparola. Mi spiace che siamo più apprezzati all’esterno che non sul territorio, qui tanti ci vedono come hippy e fricchettoni che vanno a vivere in montagna. Non siamo così, chi ha voluto, ha capito. Noi non vogliamo essere fuori dalla società, vogliamo farne parte a modo nostro.

Matteo ripete più volte che il loro è un modello che può essere copiato e riproposto, visto che funziona lì, pur tra le tantissime difficoltà che la famiglia Chindemi ha incontrato in questi anni. Sicuramente la loro personalità contribuisce a far sì che l’Agher sia diventato un punto di riferimento sul territorio, e non solo per i prodotti caseari. Mi mostra il suo “nemico”, le felci, con cui sta combattendo una dura lotta per recuperare i pascoli. “Una volta qui d’estate tagliavano il fieno e più in alto pascolavano vacche, e 150 capre.” Sono ben accetti anche volontari che vadano a dare una mano, l’azienda è nel circuito Wwoof, ma per essere sicuri che chi arriva sia necessariamente concreto e motivato, viene preventivamente sottoposto ad un colloquio via skype. La tecnologia è molto importante per questa azienda, proprio per far parte della società. “Le attrezzature del caseificio le ho trovate usate su internet, una che aveva attrezzato tutto e poi dopo neanche un anno ha chiuso.

Come sempre, queste e altre considerazioni da me raccolte andranno a far parte del prossimo libro sulle capre…

Buone feste… con una curiosità

Auguri a tutti quelli che vengono ancora su queste pagine, anche se non sono più aggiornate come un tempo. Anche se non si parla quasi più di pascolo vagante. Auguri a tutti quelli che passeranno le feste lavorando, sui pascoli o in stalla.

(immagine dal web)

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Per tenervi compagnia in queste giornate, volevo rendervi partecipi di una curiosità che ho scoperto facendo ricerche per il mio prossimo libro. Altro che renne! Gli elfi che portavano i doni erano accompagnati da… capre o caproni!

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Vediamo di capire meglio la faccenda. Il Babbo Natale che conosciamo noi, come sappiamo, è un’invenzione commerciale legata alla Coca Cola. Tutta la sua storia la possiamo leggere qui, per capire come da San Nicola si è arrivati a Babbo Natale nelle sue illustrazioni più classiche. Ma nelle tradizioni del Nord Europa, a distribuire i doni ai bambini era il Julbocken, la capra di Natale. Su questo sito potete trovare delle belle illustrazioni in merito.

(immagine dal web)

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La slitta trainata da capre o caproni nasce probabilmente dal mito dio del tuono Thor,  che si spostava su carro trainato da due capre (Tanngnjóstr e Tanngrisnir) dotate di poteri magici. Thor infatti se ne cibava durante i suoi viaggi, ma conserva le pelli e le ossa dalle quali, il mattino successivo, le capre rinascevano.

A questo punto non mi resta che rinnovare i miei auguri a tutti voi per giornate felici in compagnia dei vostri cari… e dei vostri animali, se siete allevatori. Che il futuro riservi giorni migliori, soddisfazioni e gratificazioni, dalla vita e dal lavoro.

Facevo il falegname, ma sono sempre stato uno “di campagna”

La scorsa settimana sono andata in Val Pellice a trovare Daniele. In pianura c’era la nebbia, mentre in valle splendeva il sole e le strade erano tutte un via vai di trattori che, dalle stalle, portavano il letame nei prati. Le previsioni dicevano che sarebbe arrivato il maltempo, quello che in questi giorni ha portato pioggia e neve un po’ ovunque in Piemonte.

Eccomi così davanti a “La Capra Bianca”, a Villar Pellice. Daniele aveva finito il giorno prima di pulire le stalle e così aveva un po’ di tempo da dedicare alla nostra chiacchierata. “L’idea è nata per colpa di mio figlio, quando aveva 16 anni. Abbiamo iniziato nel 2005-2006. Lui, finito la terza media, ha lavorato per l’azienda Melli-Gonnet e così ha deciso di voler fare questo, di allevare. Avrebbe voluto tenere mucche, ma qui in valle con sole capre non c’erano molti, poi erano più facili da gestire, anche per iniziare, potevamo usare le vecchie stalle, invece con le mucche avremmo dovuto far subito una stalla nuova.


La stalla l’abbiamo fatta nel 2011 con i contributi del PSR. Abbiamo messo i pannelli sul tetto, quella è stata un’altra grossa spesa, ma è anche una rendita. Avevamo messo una copertura, la commissione paesaggistica aveva dato l’ok, ma il Comune invece no, così abbiamo messo i pannelli. Il titolare sono io, mio figlio è coadiuvante, poi c’è la moglie che ovviamente da una mano. Passerà poi titolare mio figlio, ma non stiamo a fare le domande per i contributi di insediamento, tanto quest’anno le hanno bocciate tutte in provincia di Torino… Quello dei contributi è un sistema sbagliato: dovrebbero darti subito i soldi con il vincolo di restituirli, piuttosto che far così. Prima li devi spendere e poi loro te li danno, così sono tutti costretti ad impegolarsi con le banche. Gli unici a cui conviene sono quelli che i soldi li avrebbero già. 


Io prima facevo il falegname e mobiliere, ma sono sempre stato uno “di campagna”. Mi è sempre piaciuta la campagna. Qui era dei miei suoceri.La stalla non è piena, Daniele mi dice che potrebbero starci fino a 120 capre, ma per il momento va bene così. Proprio in quei giorni gli animali sono stati messi in asciutta, la mungitura riprenderà a febbraio, dopo la nascita dei capretti.

Abbiamo scelto le Saanen per caso! Prima di iniziare siamo andati a vedere diversi allevamenti. Un giorno un amico passando in macchina verso Piscina ha visto un cartello “vendesi caprette da latte”. Siamo andati a vedere e ci siamo innamorati delle nostre prime ventiquattro caprette, più un becco. Poi adesso ci chiamiamo “La Capra Bianca”, quindi non possiamo più cambiare!

Nonostante siamo in valle, Daniele mi spiega che da qualche anno gli animali vengono allevati in stalla e nutriti con il fieno autoprodotto. “All’inizio salivamo ad un furest d’estate, dal 2006 al 2012. Poi abbiamo dovuto fare delle scelte. Per essere autosufficienti facevamo i fieni, poi c’erano i mercati, troppo impegno. Finivi alle 10 di sera e dovevi andare su… Sui pascoli abbiamo anche avuto problemi sanitari, clostridi e una parassitosi che non si riusciva ad individuare, un verme che solitamente colpisce più le pecore, per cui i trattamenti che facevamo non erano efficaci. Ne sono morte quindici. Così diamo il fieno e granaglie, non mi piace parlare di “mangimi”, sono cereali.

La produzione di formaggi in questo momento è ovviamente interrotta. In un locale delle strutture abitative è stato ricavato il punto vendita, di fianco al caseificio. “L’ottanta per cento delle produzioni le vendiamo direttamente (specialmente sui mercati), un venti per cento tramite rivendite. Sono due anni che vado tutti i venerdì al mercato di Torre Pellice.  Sul mercato ci sono i clienti affezionati che tornano, funziona più che alle fiere. Quest’anno, grazie ad un’idea di mia moglie, abbiamo provato a metterci al ponte sulla strada, ed ha funzionato ben più che alle fiere, perché la gente torna settimana dopo settimana. Paghi il suolo pubblico, ma è poca roba.

Abbiamo fatto investimenti non indifferenti, per cui bisogna uscire dal “buco nero”, ma non è facile. Non andando in montagna e non avendo razze in via d’estinzione, non abbiamo grossi aiuti. Qui abbiamo il bollino CEE per la caseificazione. Non è stato facile ottenerlo, c’era sempre qualcosa che non andava. L’ultima volta erano le altezze dei locali di lavorazione, ma qui siamo in montagna, una casa antica… alla fine ce l’abbiamo fatta.

L’ultimo locale che visito è la cantina, in cui al momento vi sono solo più i formaggi stagionati.La gente dovrebbe capire che ad un certo punto c’è solo più questo… e stagiona sempre di più con il passare dei giorni! Come freschi facciamo tomini, primosale, tomino lattico che dura 30 giorni e a 15-20 è migliore che fresco. Poi ricotta, saras fresco e stagionato (saras del fen). Come stagionati toma e caciotta (da un chilo e da 700 grammi), paglierine, toma blu, gorgonzola. Non ci sono richieste fisse da ristoranti della zona. Anche il saras del fen nei menù qui in valle non c’è!“. Resto molto stupita da quest’ultima affermazione, dato che molto è stato fatto per recuperare valorizzare questa ricotta stagionata. Oltre ai formaggi, da “La capra bianca” troviamo anche i salami realizzati con la carne delle capre a fine carriera.

…questa ovviamente non è che una parte di quel che Daniele mi ha raccontato… ma tutto il materiale raccolto finirà nel mio prossimo libro dedicato alle capre…