Ancora storie

Sempre più persone mi mandano le loro storie affinchè io le pubblichi. C’è stato anche chi mi ha invitata a visitare la sua azienda qua e là in giro per l’Italia. Grazie, mi piacerebbe molto, ma adesso non ne ho la possibilità e nemmeno il tempo. Però foto e racconti sono sempre i benvenuti. In questo caso è stata un’amica a fare da tramite, raccogliere la storia e scattare le foto.

(foto A.Macchi)

E così Arianna è andata a trovare il suo amico Paolo, titolare di un’azienda agricola in provincia di Varese. Un’azienda come ce ne sono tante, dove le diverse attività si integrano per riuscire a “tirare avanti”.

(foto A.Macchi)

Paolo è consigliere di Confagricoltura a Varese. La sua azienda è un’azienda che funziona perché svolge attività di allevamento di bovini da carne con vendita diretta alle macellerie, coltivazioni di ortaggi con vendita diretta al privato consumatore.

(foto A.Macchi)

Ovviamente tutti questi lavori richiedono tempo, non si tratta solo di curare un orto ed un frutteto ad uso famiglia, come capita in molte case di campagna. Ma il tempo, in agricoltura, il più delle volte si finisce per non guardarlo.

(foto A.Macchi)

Inoltre taglia e vende legna da ardere e fa servizi per il Comune per lo sgombero della neve. Tutto questo però comporta un ingente numero di ore lavorative e ore impegnate per la cosiddetta burocrazia… Paolo dice che non esiste più il lavoro del contadino di una volta

(foto A.Macchi)

Come si vede dalla foto, Paolo è riuscito ad ottenere un contributo per l’ammodernamento delle strutture aziendali, ma a rigor di logica un’azienda dovrebbe riuscire andare avanti e mantenersi da sola con la vendita dei propri prodotti, ma visto che in Italia il valore dei prodotti agricoli e pari allo zero, diciamo così, …Paolo come tanti deve stare attaccato a qualsiasi tipo di contributo e questo comporta carte su carte su carte… È giusto?

(foto A.Macchi)

Il solito discorso. Per come la vedo io, sicuramente servirebbe un po’ meno burocrazia per alleggerire le aziende (piccole o grosse che siano) di almeno questo peso. Visto che su tante cose bisognerebbe essere ormai informatizzati al 100%, ditemi perchè occorre fare ore di coda negli uffici, compilare e portare a mano carte su carte. Se l’azienda ha il computer ed il collegamento internet, potrebbe pagare via bonifico, mandare le ricevute via e-mail, cose del genere. Si risparmierebbe tempo (prezioso) ed anche denaro!

(foto A.Macchi)

Poi sul discorso dei contributi, certamente sarebbe bello poter vivere di che si produce, senza avere “elemosine”. Però è anche giusto che lo Stato, le Istituzioni, vengano incontro ad allevatori ed agricoltori che, oltre a produrre beni, svolgono un’importante funzione come manutentori del territorio, specie di quel territorio definito “marginale”. Le Terre Alte, le terre difficili, dove per lavorare hai più spese, hai più difficoltà. Non trovo errati questi contributi, ma trovo profondamente sbagliato che finiscano sempre più spesso nelle mani che non se li meritano!

(Foto A.Macchi)

Mi piacerebbe che si premiasse la qualità, più che la quantità. Che si premiasse davvero il lavoro svolto, ma è più facile dal punto di vista burocratico, foraggiare numeri comodamente quantificabili su carta (ettari, capi di bestiame) che non passare da ciascuno per vedere come hai pulito il pascolo, come hai ripristinato un tratto di sentiero, come hai sistemato una baita.

(foto A.Macchi)

Grazie ad Arianna e grazie a Paolo che ci ha fatto visitare la sua azienda. Ho pubblicato solo parte delle foto che mi avevate mandato, spero di avervi accontentati ospitandovi qui sul blog. Buon proseguimento!

Attenzione signori, non è una facile moda!

E’ con un pizzico di fastidio che, negli ultimi tempi, sento tanto parlare di ritorno all’agricoltura, giovani che, complice la crisi, decidono di dedicarsi a questo antico mestiere, anche con un’ottica nuova. Potreste dirmi che ne ho parlato pure io, scrivendoci un libro, ma chi lo ha letto ha visto che non ho fatto differenze tra chi l’allevatore lo fa da sempre e chi invece ha compiuto una vera e propria scelta di vita. Io ho voluto mostrare la passione, la dedizione di questi giovani, che perseverano nonostante le difficoltà. Una raccolta di testimonianze e non un “manifesto pubblicitario” per una nuova vita. Come racconto durante le presentazioni: “E’ facile sentir parlare di quelli che ce l’hanno già fatta, ma quasi nessuno sa le storie di quelli che faticano a realizzare il loro sogno.

Mi chiedono di scrivere articoli, mi intervistano sul “ritorno dei giovani all’agricoltura”, ed io cerco di spiegare come, a mio modo di vedere, stanno le cose. Poi leggo questo articolo su Repubblica di Carlo Petrini e mi sembra che manchi qualcosa. Tra le righe si capisce sì che ci sono le difficoltà, ma non viene detto davvero che fare l’agricoltore, l’allevatore, non è la moda del momento, non è la parola magica che apre tutte le porte, anzi! Ammetti anche di riuscire ad avviare l’azienda, ma poi? C’è la crisi, a chi li vendi i tuoi prodotti? O produci qualcosa da destinare all’elite (penso al prezzo di certi vini, ma anche certi formaggi), e allora lì forse la crisi non la senti, ma se hai la tua frutta, la tua verdura, il tuo prodotto da consumo quotidiano a tavola e non il “prodotto di nicchia”, a chi lo dai? Certo, il nuovo agricoltore che va a scuola, che ha la formazione, forse tribola un po’ meno degli altri ad inserirsi in un certo mercato, ma io sento un po’ tutti che accusano i colpi della crisi, anche quelli che solo qualche mese fa lodavano certe iniziative di Farmer’s market in città.

C’è stato chi ha iniziato grazie alla famiglia (e sono tanti, quasi tutti), chi dai genitori ha avuto sostegni economici per attrezzarsi, chi ha avuto la formazione, chi la tradizione e chi… il passaggio di intestazione aziendale. Già, perchè non è che questo gran ritorno dei giovani all’agricoltura sia anche frutto del cercare di sfruttare le opportunità (legali) a disposizione, e quindi se si riescono a prendere quei due soldi in più, si intesta tutto al giovane di casa che ha comunque voglia di andare avanti lì?

E chi aveva la passione, ma alle spalle non aveva nè una famiglia che potesse metterci più di tanto del suo, nè una tradizione di generazioni? Si arrabatta, fatica, impreca, tira avanti con dei redditi che spesso non ce la fanno a coprire le spese e le elementari necessità di vita. E’ così solo perchè non hanno studiato? Non penso proprio. Io ne ho conosciuti tanti, di questi ragazzi, non manca loro affatto la buona volontà, la voglia di darsi da fare, a prescindere dalla formazione (che sicuramente aiuta, ma non è tutto). Al massimo manca il tempo per occuparsi di ogni cosa, non ce la fanno a sfruttare a pieno le potenzialità delle loro produzioni, ma non si può essere nel contempo allevatore, trasformatore, commerciante, ecc. Facile dirlo, ma poi le realtà sono tante e tutte diverse.

Mi ha telefonato uno dei giovani protagonisti del mio libro, in difficoltà, chiedendomi se sapevo aiutarlo. Lo scorso anno era riuscito ad avere dei contratti di affitto per dei pascoli in zona di bassa montagna, ma comunque validi per dare il via ad impegni per i quali avere accesso ai contributi. “Ma quest’anno non mi vogliono più, ho solo parte dei terreni dello scorso anno. In un posto non vogliono più gli animali, puzzano, le mosche, le campane… Un proprietario mi ha detto che per quest’anno niente, non me li dava, forse sempre perchè la gente si lamentava. Io mi ero messo a cercare un alpeggio, solo che non trovo niente. Se non affitto un alpeggio perdo i contributi e devo restituire quelli dell’anno scorso. Volevo salire con i miei capi più altri presi in guardia per coprirmi le spese, ma… Tu sai se c’è qualche alpeggio libero?“. Questo giovane tra l’altro sta per mettere su famiglia, ma qui non siamo in TV dove il caso umano magari impietosisce la giuria… Siamo nel mondo reale dove alpeggi liberi non  ce n’è, dove gli speculatori se li accaparrano per prendere loro più contributi, dove i prezzi vanno alle stelle sempre per lo stesso motivo.

(foto C.Cadore)

Mi ha scritto anche un amico del blog. Riporto integralmente la sua e-mail, che non ha bisogno di ulteriori commenti, credo. “Sono Cristian di Ponderano, paese della periferia di Biella, ho 31 anni,malgrado i miei studi al CFP di Vigliano Biellese come meccanico, la mia grande passione è la campagna. Per 5 anni ho fatto il magazziniere, ma per me era la prigione, d’estate con le belle giornate era dura starsene rinchiuso dentro e aspettare di finire il turno e così ho frequentato un corso per giardinieri e così ho cambiato lavoro per un paio di anni, contento di trovarmi all’aria aperta. Dopo un anno di pausa, ho aperto una ditta per mio conto come giardiniere, mi appassionava il lavoro, ma in primavera o in autunno se vedevo delle mucche pascolare nei prati dovevo fermarmi ed ammirare, guardare le bestie più belle e se nei week end ero libero dagli impegni, prendevo l’auto e andavo a trovare gli amici in alpeggio. Purtroppo la crisi biellese fa sì che  i disoccupati si trasformino in giardinieri, imbianchini e boscaioli a tempo perso e io pian piano ho perso lavoro.

I costi di gestione di un ‘attività artigiana con il nuovo governo erano cambiati ed era impossibile campare con tasse e mutuo in banca e con i clienti e colleghi che non pagavano ( facevo anche lavoro conto terzi). Gli studi di settore non calcolano i giorni di pioggia (Biella è il vespasiano d’Italia, dicevano  una volta), la neve, il gelo e i giorni in cui certi lavori non potevi farli, a loro interessa che produci. Hai tanti beni, tanto paghi… e quindi a fine 2012 la decisione di chiudere l’attività.

Inoltre in tempo di crisi la gente diventa sempre più insopportabile, vive nella frenesia e nelle pretese, tutto subito, in fretta e a costo basso e a pagare c è sempre tempo. Molte volte mi svegliavo con il malumore di dover fare lavori per persone odiose e quindi mi sbrigavo a farle e poi passavo un paio d’ore in campagna per sfogarmi dal nervoso che avevo addosso. Ma la mia passione rimane comunque la campagna, gli animali, campi, montagna, antiche tradizioni.

(foto C.Cadore)

Qualche anno fa presi  due caprette nane che ora son diventate otto, le faccio pascolare nei miei prati, mi tagliano l’erba e concimano e  ultimamente le sposto in piccoli prati tra le case del paese e pascolo in un prato comunale, son la mia scuola per un mio sogno. Un piccolo allevamento di capre legato ad una fattoria didattica. Infatti mi piacerebbe avere una piccola azienda agricola dove allevare un po’ di capre, da carne e da latte, un po’ di animali da cortile, un paio di mucche e coltivare l’orto e poi far vedere ai bambini come nascono i frutti della terra e gli animali; che quello che mangiamo non viene creato con il computer o in Facebook.

Uso internet per informarmi su prodotti e innovazione e anche per vedere le foto di alpeggi, animali e le date delle fiere e Facebook per conoscere persone nuove, scambiarci informazioni e pareri un po’ su tutto.

La settimana scorsa son andato a vedere due piccoli cascinali in collina, 3 stalle, locale per il formaggio, abitazione, prati, boschi e acqua sorgiva, l’ideale per il mio sogno, ma son in vendita e purtroppo non posso permettermi di fare un passo grande come questo, specie ora che le banche non aiutano più, ma incuriosito comunque colgo l’occasione e mi presento in associazione e spiego com’è la mia situazione e chiedo i requisiti per entrare in agricoltura. Malgrado il mio ettaro di terra coltivata a prato, frutteto e orto mi dicono che non basta per entrate nei coltivatori diretti e senza partita Iva agricola anche l’acquisto del trattore non  è fattibile con le nuove norme. Non parliamo poi di insediamento, contributi e finanziamenti, che non c’è nemmeno l’ombra.

Gentilmente mi dicono che devo accumulare più terreno e di ripresentarmi e vedranno i requisiti per iscrivermi, ma per adesso non se ne parla… ma in zona campagna libera non ce né neanche a pagarla oro.

Mi sarebbe piaciuto avere un trattore, non molto grande per far fieno e lavorare un po’ la terra e anche quest’anno non mi rimane che far fieno a mano e andar avanti come ho fatto sempre  con fatica, ma di sicuro non mollo. Con il passare del tempo ho raccolto vecchie attrezzature per il fieno che ormai erano destinate al rottamaio ma che son ancora funzionanti.

(foto C.Cadore)

Continuerò nel mio sogno.

L’anno scorso ho prodotto della farina da polenta che era una bontà, ho intenzione di prendere un paio  di capre da latte e farmi un po’ di esperienza a provare a far del formaggio, alla sera vado ad aiutare un amico in stalla che ha delle vacche piemontesi,vado a far transumanze e appena posso volo in alpeggio.

Suono le percussioni da 15 anni, nella banda del paese e mai niente mi ha fatto perdere l’appuntamento, ma negli ultimi anni se c’è la transumanza per salire in alpe, il mio posto è lì, dietro alle bestie con il bastone, con il sole o con la pioggia e il gelo.

Pensavo che ci fossero dei limiti ma non avrei mai creduto così tante difficoltà. Capisco perchè ci son sempre meno giovani che lavorano in campagna….fan di tutto per far passare la voglia di lavorare, mille bastoni fra le ruote e tanta carta per ottenere niente e pagare tanto. Non mi rimane che cercare qualche lavoro part time o in qualche azienda e poi vedrò che fare… è brutto vivere alla giornata, senza poter fare programmi

 Non sarà la burocrazia e le normative a fermare la mia passione.

Tutti quelli che si riempiono la bocca di teorie, le conoscono le storie di questi ragazzi o si accorgono solo di quelli che ce la fanno, magari grazie a famiglie che hanno i fondi per aiutarli in qualsiasi attività essi vogliano intraprendere?

Uno scherzo di Carnevale?

Vi racconto una storia, vorrei che foste voi, dati alla mano, esperienze personali come testimonianze, a dirmi se è uno scherzo di Carnevale o realtà vera. Ovviamente i lettori “curiosi” resteranno a bocca aperta, perchè certe cose le si conoscono solo dal di dentro. Chi invece ha un’azienda agricola potrà dirci davvero se sto raccontando una barzelletta oppure ho riportato un fatto che potrebbe essere capitato a qualcuno di noi.

Chi vive di pastorizia al giorno d’oggi si potrebbe dire che in realtà sopravviva… Ci sono leggi che dicono che, al di sotto dei 7000 euro (avete letto bene, settemila) di reddito anno, non vi sia l’obbligo di fatturare, per un’azienda agricola. Non so quale sia quella “soglia di povertà” di cui ogni tanto si sente parlare alla Tv, ma comunque questo è ciò che succede. Nel momento in cui alla fine dell’anno il nostro piccolo pastore (che vive solo di quello, non ha un altro lavoro integrativo) si accorge che la somma delle autofatture ha superato (anche solo di poche centinaia di euro) questa soglia, capisce non di essere diventato ricco, ma di avere qualche grana in più.

Il gregge è sempre quello, nè piccolo, nè grosso, ma la legge è quella e allora tocca andare al Sindacato che segue tutte le pratiche, compresa la contabilità, e dire come stanno le cose. Tanto per cominciare, fogli da firmare e… PAGARE! Pagare per cosa? Ma per il lavoro che ti FARANNO tenendoti la contabilità dell’IVA ecc ecc ecc. Pagare un lavoro in anticipo, questa cosa suona davvero strana, eppure c’è da sborsare e tacere.

Nonostante gli affari dell’anno non siano andati un granchè bene e le vendite natalizie non siano state eccezionali, con agnelli rimasti per lo più invenduti (nel suo gregge, ma anche nel gregge di tutti gli amici e colleghi con cui ha avuto modo di parlare scambiandosi gli auguri durante le feste), il fisco dice che adesso lui è un imprenditore agricolo potente, ricco! Visto che così dev’essere, almeno riuscire a fare qualcosa di nuovo per guadagnare qualcosa in più, perchè 7.000 euro comunque al giorno d’oggi sono una miseria e le spese sono sempre tante. Per fortuna che qua e là qualche contributo arriva per integrare, o meglio, per pagare i costi d’affitto dell’alpeggio, per pagarsi la mutua e la pensione, quelle cose lì.

Però il pastore ha sentito parlare di iniziative per valorizzare la carne dei suoi animali. Gli hanno accennato alla possibilità di far lavorare la carne di pecora e di capra, trasformandola in salumi. Glieli hanno anche fatti assaggiare. Lui già sapeva che la carne di pecora è buona, anzi, ben migliore dell’agnellino che troppa gente si ostina a comprare. Questi salumi sembrano una cosa interessante e allora gli sarebbe piaciuto provare. Tutto in regola, lui porta la pecora a macellare, la ritira e la consegna a chi gliela lavora e poi lui venderà i salumi, sottovuoto o stagionati, tutto a norma con permessi, nessuna necessità di avere un macello o una sala per la lavorazione carni. Giusto un cassone refrigerato per il trasporto.

Ma l’impiegata del Sindacato gli dice che… No. La carne non è un prodotto agricolo. E nemmeno il salume. Visto che comunque la sua resta una piccola azienda, con contabilità semplificata, visto che le spese che ha e che avrà non sono quelle di una grande azienda che acquista macchinari, terreni e può scaricare IVA, con quel regime fiscale la carne non la può vendere, è un prodotto commerciale. Lo potrebbe fare solo con una contabilità separata (cambiando di nuovo tutte le carte che stava firmando in quel momento), con costi aggiuntivi, obbligo di registratore di cassa, registri, apertura e chiusura della cassa giornaliera ecc ecc ecc. L’impiegata lo sommerge con un mare di parole, prospettando difficoltà che gli fanno pensare che il gioco non valga la candela.

Lui non pensava di mettersi a fare il salumiere, ma giusto far trasformare una pecora ogni tanto, per avere quell’entrata in più. Ovviamente non potrà farlo quand’è lontano isolato in alpeggio, non avrà tempo e modo di farlo durante la transumanza. Ma, da piccola azienda com’è, poteva essere uno sbocco. Di fronte a queste difficoltà aggiuntive, di fronte a nuovi ostacoli burocratici, carta in più da fare (e lui non ama la carta, che gli tocca seguire di notte, quand’è stanco, perchè tutto il giorno è impiegato dal pascolo, dalla cura del gregge), rischi di sbagliare o dimenticare qualcosa ed incorrere in sanzioni… Bhè, scuote la testa e pensa che allora sono sempre solo belle parole quelle che sente dire in giro, ma la realtà è differente. Quelli come lui, i piccoli che mantengono vivo il territorio, i custodi della biodiversità animale (e non solo), alla fine sono destinati a soccombere. Il loro prodotto di qualità viene inghiottito dalla massa senza riconoscimenti e tutti quei bei progetti di cui qualcuno si riempie la bocca davanti alle telecamere… ma poi, nella realtà?

Adesso a voi il compito di dirmi se davvero “è la legge”, come ha sentenziato l’impiegata, o se al nostro amico pastore hanno fatto uno scherzo di Carnevale e ci sia la possibilità di vendere un prodotto di carne trasformata come quei salumi, senza doversi impelagare in contabilità separata ecc ecc ecc.

Gli alpeggi visti “dall’altra parte”: un’intervista ad una proprietaria che vorrebbe ristrutturare, ma…

Poco meno di due settimane fa, nel corso di un seminario sull’abbandono/ritorno alla montagna, ho incontrato Raffaella, proprietaria di alpeggi in Valle Orco. Mi aveva già contattata qualche tempo prima per alcune informazioni relative alla proprietà degli alpeggi, a livello regionale. “Vorrei fare un’osservazione all’Assessore alla Montagna, riguardo ai destinatari dei nuovi contributi per gli alpeggi, che sono esclusivamente alpeggi di proprietà degli enti pubblici, come indicato a questo link. Ti sembra giusto che solo gli enti pubblici possano usufruire di questi fondi, e per di più al 90% a fondo perduto? Quando, e non credo di essere l’unico caso, ci sono alpeggi di proprietà privata dati in affitto da anni allo stesso all’allevatore per mantenere una continuità, senza fare ogni anno una gara per accaparrarsi l’allevatore che gli da’ il  maggior canone di affitto, come fanno gli enti pubblici, ma si accontentano di affitti che a malapena coprono le spese annue, come nel nostro caso di manutenzione e mantenimento teleferica. Non sarebbe più giusto che di questi 3,5 milioni destinati alla ristrutturazione delle strutture d’alpeggio (ricoveri per il margaro, locali di caseificazione) una parte venisse destinata anche ai proprietari privati che molte volte riescono, se ottengono un contributo a fondo perduto, ad attivarsi e fare i lavori in tempi più rapidi e senza spreco di denaro pubblico?“. Ho trovato l’argomento interessante e stimolante, quindi ho chiesto a Raffaella se era disponibile per un’intervista.

Pian Crest (foto R.Blessent)

Cosa vuol dire essere il proprietario “privato” di un alpeggio? Vuol dire spendere nel corso degli anni molte energie, sia in termini di lavoro sia in termini finanziari, per mantenere in piedi gli alpeggi, evitando il degrado e l’abbandono. Se poi come nel nostro caso, non si è allevatori e quindi si da’ in affitto la montagna e le baite, raramente si è beneficiari di politiche volte all’aiuto economico, perché queste sono dirette agli allevatori; anche quando si tratta di contributi per mettere a norma i locali di servizio, oppure installare pannelli fotovoltaici, i beneficiari sono gli allevatori, che nel caso siano anche i proprietari dell’alpeggio, possono accedervi e beneficiarne altrimenti risulta precluso.

Come l’hai gestito in questi anni? Il merito di aver evitato che le strutture degli alpeggi diventassero semplici ruderi va al mio papà e alla mia mamma, che con coraggio nel 1977, hanno costruito una teleferica, hanno ristrutturato le strutture esistenti, rifatto i tetti dove stavano crollando, rifatto in cemento i letamai, costruito nel primo alpeggio anche una cucina e stanza per il malgaro. Tutto questo è stato possibile grazie a un contributo che a quei tempi la Regione Piemonte aveva stanziato per gli alpeggi. Anche se l’alpeggio viene dato in affitto ad un allevatore, a noi rimane tutta l’attività di manutenzione ordinaria e straordinaria degli edifici e della teleferica, e la gestione della movimentazione della teleferica per fornire il servizio di trasporto al malgaro. 

Come avviene il rinnovo del contratto? Automaticamente, con l’interesse dell’allevatore a tornare in baita l’anno successivo; da parte nostra non abbiamo mai pensato di metterlo all’asta ogni anno o ogni due o tre anni richiedendo la maggiore offerta economica da parte di allevatori interessati, per noi viene prima il rapporto di fiducia e il mantenimento dei pascoli e dell’alpeggio.

Alpe Pian Crest (foto R.Blessent)

Qual è il tuo alpeggio? Chi lo utilizza? Da circa un secolo, a partire dal mio bisnonno, la mia famiglia è proprietaria di due alpeggi nella Valle di Ribordone, l’Alpe Pian Crest, a mt. 1860 s.l.m.  e l’Alpe Mandetta a mt. 2004, entrambi localizzati lungo il sentiero che sale al Monte Colombo, all’interno del Parco Nazionale del Gran Paradiso. Lo utilizza un malgaro che sale lì dal 1998, ossia da quindici anni, con una sessantina di mucche e una trentina di capre. Prima di lui e della moglie c’è stata una famiglia che è salita per venticinque anni di fila, fino alla pensione.

Com’è il rapporto con chi utilizza l’alpeggio? Il rapporto è buono, è fondato sulla fiducia, sul rispetto e sulla collaborazione.

Com’è la condizione generale degli alpeggi nella tua valle? Sono soprattutto pubblici o privati? Gli alpeggi sono quasi tutti privati, solo due sono di proprietà pubblica, di cui uno è costituito da una baita con la stalla per pochi animali e assenza di pascoli. In generale ci sono alcuni alpeggi, che sono stati ristrutturati, perché il proprietario li utilizza direttamente come allevatore, oppure ci sono altri casi, simili al nostro, dove il proprietario pur non essendo allevatore ha cercato con grande fatica di evitare il decadimento delle baite e l’abbandono dei pascoli. Tuttavia durante gli ultimi cinquant’anni c’è stato un forte abbandono degli alpeggi, anche perché nelle nostre valli sono pochi gli alpeggi serviti da piste; in alcuni casi di baite fatiscenti, succede che sono affittati i pascoli e l’allevatore manda su le mucche asciutte e le tiene all’aperto, prende ugualmente i contributi per la monticazione, ma non fa caseificazione in quota.

Secondo le tue conoscenze dirette, c’è richiesta di trovare alpeggi liberi? Credo di sì, anche se gli alpeggi ristrutturati liberi in questa zona sono difficili da trovare, si tende più a favorire la continuità nella gestione dell’alpeggio, a discapito del ricambio a tutti i costi solo per interesse!

Alpe Mandetta (foto R.Blessent)

Cosa necessiterebbe oggi all’alpeggio di tua proprietà? Ci sarebbe da ristrutturare e adeguare alle normative i locali di caseificazione, ci sarebbe da installare una centralina o fare un impianto fotovoltaico, avremmo necessità di ammodernare i servizi igienici, qualche posto letto in più, magari risistemando il fienile.

Perchè hai scritto una lettera alla Regione? Ritengo ingiusto che la Regione Piemonte preveda come beneficiari di due serie di contributi consistenti per gli alpeggi soltanto gli Enti pubblici, senza tenere conto che in questo modo le vallate che presentano quasi la totalità di alpeggi privati non avranno alcun beneficio per la continuazione e la ripresa della zootecnia alpina. Tanto più che proprio l’anno scorso nella Valle Orco e Soana era stato organizzato un convegno sul futuro degli alpeggi promosso da un consigliere regionale, con lo scopo di raccogliere dati sulle problematiche e sulle esigenze degli alpeggi piemontesi, ai fini della futura PAC, erano state esposte cinque tipologie di alpeggio, di queste solo una pubblica e non della nostra valle, per altro un alpeggio comunale ristrutturato con un esborso consistente di fondi pubblici, per la capienza di poche mucche, con pochi pascoli, e ovviamente l’asta  è due anni che va deserta.

Quale pensi possa essere il futuro degli alpeggi? Senza politiche montane favorevoli e senza contributi pubblici non vedo grandi possibilità di futuro!

Vallone di Ribordone da Pian Crest (foto R.Blessent)

Nella “tua” valle è diffuso il fenomeno delle speculazioni sugli alpeggi? No, che io sappia! Anzi al Convegno di venerdì 30 novembre alla Facoltà di Agraria, mi hanno particolarmente stupito e impressionato le cifre da “capogiro” che sono state menzionate per l’affitto di alpeggio, si è parlato di 37.000 € annui di canone, credo di aver capito soprattutto nel cuneese. Cifre raggiunte proprio per effetto della speculazione. Cifre a dir poco assurde. Quando da noi risulta improponibile anche solo un 10% di una cifra del genere. (A dire il vero le cifre citate sono state di 70.000 €/anno… ndA)

Per quali ragioni pensi che il bando regionale sia stato emanato solo per gli alpeggi pubblici? Per privilegiare alcune zone, dove è alta la percentuale di alpeggi pubblici e, per fornire un’altra fonte di entrata per gli Enti Pubblici, considerato infatti che per i Comuni, la percentuale di contributi a fondo perduto è del 90%, ristrutturare un alpeggio diventa un investimento redditizio, viste le cifre da capogiro dei canoni annui di alpeggi pubblici ristrutturati, serviti magari anche da strade! Tutto questo, permettimi di dirlo, a discapito degli allevatori e dei pastori che fanno seriamente questo lavoro e che faticano ad andare avanti in questo periodo di crisi. Non credo che così si aiuti la zootecnia alpina e l’agricoltura di montagna!

Alpe Mandetta (foto R.Blessent)

Questo lungo post vuole innanzitutto mostrare la realtà d’alpeggio vista anche dall’altra parte. Purtroppo devo però dire che molti proprietari privati d’alpeggio non sono così attenti e presenti come Raffaella, motivo per cui troviamo alpeggi abitati (privati) in condizioni ben peggiori di quelle in cui versano attualmente gli alpeggi di cui ci parla lei. Per concludere, se anche voi vi state ponendo la stessa sua domanda riguardo ai finanziamenti, rispondo come ho già risposto a lei. Secondo me il finanziamento è stato offerto solo al pubblico per evitare ulteriori speculazioni, nell’auspicio che il pubblico abbia maggiore interesse a mantenere la destinazione d’uso dell’alpe. Altrimenti poteva esserci il rischio che dei privati chiedessero finanziamenti per ristrutturare baite e trasformarle in abitazioni per vacanze o altro. Ma credo anche che a ciò si potesse ovviare ponendo dei vincoli (tipo quello dell’utilizzo da parte di un allevatore per xy anni), ma non me ne intendo di questi meccanismi, pertanto non mi resta che attendere, insieme a Raffaella, una risposta da parte dell’Assessore.

Va a finire che vieteranno il pascolo vagante

Già in passato mi è capitato di mostrarvi quei cartelli che intimano “divieto di pascolo”, che suonano parecchio strano, visto che, a quel che dice la legge, il pascolo vagante non potrebbe essere negato (per lo meno il transito) se non per motivi sanitari. Ricordiamo che, per il pascolo vagante in Piemonte, l’attuale normativa cui fare riferimento è questa. Quella delibera è del 2007 e da allora sono cambiate alcune cose, per esempio stanno aumentando le mandrie vaganti, che invece nel documento venivano definite “una pratica poco rappresentata sul territorio”.

In questi giorni mi è capitato di fare visita ad alcuni pastori vaganti in diverse aree della provincia di Torino ed ho ascoltato discorsi molto simili riguardanti il timore di avere sempre più difficoltà nel praticare la loro forma di allevamento nomade. “Fin qui tutto bene, ma sono appena arrivato in pianura… Dopo inizieranno i problemi, c’è sempre più gente che gira, anche con le vacche, e molti non rispettano sia gli altri vaganti, sia i proprietari dei terreni, e allora… Poi ci sono quelli che hanno dei numeri pazzeschi, è ovvio che quando ti sposti con tutti quegli animali, specialmente con la pioggia ed il terreno molle…“.

I divieti, invece di colpire chi sbaglia, sono generalizzati ed alla fine penalizzano i più onesti, che cercano di rispettarli, venendo a perdere via via le tradizionali zone di pascolo, magari dove i proprietari il pascolamento te lo concederebbero. Invece, quelli che non si comportano in modo corretto, “se ne fregano” dei divieti e delle eventuali conseguenze, continuando a pascolare in modo spesso abusivo e irrispettoso della proprietà privata. Mi diceva un contadino: “Io non ce l’ho con i pastori, ma almeno chiedessero…! Sono anche contento che mi pascolino i prati e le stoppie, ma che chiedano ed abbiano rispetto!“. Ettore mi raccontava che da anni pascola di comune accordo con un vagante che possiede una mandria vacche: “Ci dividiamo i pezzi e pascoliamo così, fianco a fianco, ma oggi c’è gente che gira con mandrie da centinaia di vacche… Lo fanno per risparmiare, il fieno e la stalla costano, ma se andiamo avanti così finirà che vieteranno a tutti i pascolo vagante. Quanti sono giù di qua i Comuni dove non puoi più passare?

Anche un altro pastore mi parlava di divieti, ma forse nel suo caso sono riuscita a trovare una soluzione, spero. Il suo gregge oggi è nei buoni ricchi pascoli della pianura, forse più o meno a metà strada tra le montagne e le colline. “Adesso mi hanno vietato il pascolo nel Comune di Poirino, mi è arrivato dal Comune il diniego alla domanda di pascolo vagante. Ma io come faccio, non posso mica volare!!! Eppure lì di gente che mi lascia pascolare ce n’è…“.

L’altro giorno Fulvio mi raccontava rassegnato quest’ennesimo problema, che avrebbe dovuto affrontare tra qualche settimana, quando il suo lungo cammino l’avrebbe poi condotto in quei territori. Eppure lui lì era sempre passato e mai aveva avuto problemi, mai aveva causato danni. Per fortuna però, cercando in internet, ho trovato il nuovo regolamento comunale aggiornato il 22 novembre scorso. Nell’articolo 53 si disciplina il pascolo degli animali… Ma allora non è vietato il pascolo vagante!

Qualsiasi spostamento di greggi entro i confini del territorio comunale deve essere preventivamente comunicato, entro 15 giorni prima della partenza, dal titolare del gregge. La richiesta di autorizzazione dovrà essere corredata dal consenso dei proprietari dei fondi terrieri. Occorrerà, altresì, indicare il numero dei capi costituente il gregge. È richiesta l’indicazione dell’esatto recapito a cui inviare l’eventuale diniego di autorizzazione. Il pascolo dei greggi è possibile nel solo periodo dal 15 novembre al 28 Febbraio.” Ho immediatamente avvisato il pastore, che mi ha confermato di non aver allegato alla domanda (peraltro inoltrata dall’asl, come da legge regionale) alcuna autorizzazione dei proprietari, anche perchè non era a conoscenza di questa modifica al regolamento comunale.

Ma certo, come fa un pastore a saperlo? E il Comune, non può inviare, insieme al diniego, la motivazione? Non so se la maggior parte delle persone si rendono conto di tutto quello che sta dietro il romanticismo che potrebbero ispirare le foto che pubblico di volta in volta in queste pagine! Cosa fa il pastore se gli viene negato il pascolo in un Comune? Generalmente impreca, maledice tutta una serie di fattori che ostacolano sempre più questo mestiere, uno dei più vecchi del mondo, maledice i “colleghi” che possono aver portato all’esistenza di questi divieti, e poi afferma: “Passerò lo stesso, magari non mi fermo, ma da qualche parte con il mio gregge devo passare per raggiungere le colline“.

Spero che, in questo caso, se il pastore ripresenterà la domanda con allegate le firme dei proprietari dei pezzi che andrà a pascolare, gli venga autorizzato il passaggio e la sosta nel territorio di Poirino. Però questo comporterà partire, andare sul posto, cercare i proprietari, andare poi in Municipio, tutte cose che portano via tempo a chi invece dovrebbe stare tutto il giorno con il gregge per badare a tutte le normali incombenze del mestiere di pastore.

Per un caso forse risolto, resta comunque la preoccupazione che davvero, nei prossimi anni, le cose possano andare a peggiorare. Solo nelle ultime settimane ho ricevuto lamentele, sia a voce, sia via e-mail, da contadini che mi facevano notare come sia sempre più impopolare difendere il pascolo vagante “in generale”. Lo so, lo so eccome! Eppure non si può nemmeno imputare alla categoria le malefatte dei singoli! Se condotto correttamente e con rispetto, il pascolo vagante è un’ottima forma di gestione del territorio, un allevamento ecocompatibile e via discorrendo. Ma quando senti parlare di vacche incustodite che di notte spaccano i fili e vanno e devastare appezzamenti seminati, fossi appena rifatti ed addirittura finiscono sulle strade… Oppure di pastori che litigano tra di loro, che non rispettano le colture… Ovviamente la preoccupazione è tanta. Con tutti i problemi che ci sono, chi vuoi che si metta lì a cercare di risolvere questa problematica così compessa? Un bel divieto generale potrebbe mettere a tacere tutto e allora sì che saranno dolori!

Pastorizia sostenibile 2: proposte?

Il post dell’altro giorno sulla sostenibilità della pastorizia ha generato interesse e dibattito, il che mi fa molto piacere. Però qui, e soprattutto su Facebook, dove i lettori esprimono le opinioni con maggiore facilità, mi è stato detto che era un post decisamente pessimista. O era realista? Io l’ho scritto basandomi su ciò che vivo in prima persona, ciò che vedo e sento in giro, ciò che mi raccontano gli amici, situazioni con le quali vengo a contatto per motivi casuali, professionali o personali. La sensazione generale che si respira oggi, nella pastorizia come un po’ ovunque, non è affatto positiva. Però ci sono molti margini per non piangersi addosso, solo che bisogna avere il coraggio di cambiare, di gettarsi in nuovi progetti.

Mi potreste dire: come si fa a tentare nuovi progetti proprio oggi, in tempo di crisi? Come fai a dire di proporre prodotti di qualità che ti garantiscano il giusto reddito dall’allevamento, quando la gente guarda sempre di più il prezzo di ciò che acquista? Eppure prima o poi si tornerà a risalire e allora saranno quelli che hanno osato a beneficiarne per primi. Ovviamente però in molti casi, per mettere in pratica questi progetti, occorre avere dei capitali per fare degli investimenti e non tutti li hanno… Sul “chiedere aiuti / contributi” sapete già cosa ne penso, quindi proseguiamo con le riflessioni.

Nei commenti, qualcuno mi ha detto che non è un film, un Salone, un prodotto che acquista la connotazione di “tipico” a salvare la pastorizia. Non sono i progetti più o meno “di carta”, ma servono azioni concrete ed un vero impegno da parte degli amministratori. Sono d’accordo, ma fino ad un certo punto. Le azioni concrete sono assolutamente indispensabili, per la pastorizia, per l’allevamento tradizionale, per la montagna (e per molto altro ancora, ma restiamo nei temi di questo blog), ma purtroppo non sembra esserci un vero interesse a questi temi, così “difficili” ed apparentemente poco redditizi (anzi, dispendiosi!) per i palazzi del potere. Le azioni intraprese vanno ahimè in tutt’altra direzione… Si tagliano le spese, i costi, ma la montagna e tutti coloro che lassù vivono/lavorano pagheranno un duro prezzo. Chissà quanti se ne andranno, con sempre meno servizi…

E invece ci sarebbero molti (soprattutto giovani, ma non solo) che in montagna vorrebbero ritornare. Una rinascita per la montagna? C’è chi lentamente ci sta provando, anche facendo il pastore. Spesso sono micro aziende, dove si cerca di valorizzare tutto ciò che si produce, ed alcune (già attive da qualche anno) iniziano ad avere dei successi positivi. Qui entra anche in gioco la valorizzazione, il nome, il marchio, che aiuta sicuramente. Se in Valle Stura, per esempio, non fosse stata fatta quell’immane opera di recupero e valorizzazione della pecora sambucana, oggi avremmo ancora tutte quelle pecore e quelle persone che lavorano/vivono più o meno direttamente su quell’economia zootecnica di montagna? (E allora forse le Comunità Montane non sono solo Enti inutili…).

Soluzioni ce ne sarebbero, ma il “sistema” spesso le rende inattuabili. Parlo delle normative che non fanno distinzioni tra grandi e piccole aziende, normative che vanno a legiferare anche su tutto quello che si è sempre fatto in casa. In montagna, nelle campagne, c’è sempre stata un’economia domestica che si reggeva anche sul “di più” che veniva prodotto in casa. Esiste ancora oggi, ma se vendi il chilo di pomodori, la mezza dozzina di uova o la tometta di capra che eccede il consumo famigliare privato… sembra di essere uno spacciatore di droga o peggio! Come si ragionava un giorno con un’amica, le nostre mamme/nonne/bisnonne avevano quel cassetto, quella scatola del caffè con gli spiccioli ricavati da queste piccole vendite. Non erano grosse cifre, l’attività principale di sostentamento famigliare era magari un’altra, ma erano i soldi che servivano ad acquistare quello che non c’era in casa per preparare il pranzo e la cena. Soldi in contanti sempre pronti per le piccole spese quotidiane. Oggi, a farlo, sei evasore fiscale, ma non solo. Se vendi la tometta fatta in casa violi non so quante altre leggi. Ma se per lavorare quei 5-6 litri di latte al giorno per qualche mese all’anno devi realizzare un caseificio a norma di legge… lasci perdere. Riconosco però che è difficile stabilire cosa è giusto e cosa è sbagliato, specialmente in un mondo dove tutti pronti a lamentarsi se non a sporgere denuncia!

Quindi? Quale futuro per la pastorizia? L’auspicio è che cambi qualcosa a livello delle politiche agricole (ma si sa che, dopo tante parole e promesse, alla fine contano i grandi numeri e non le piccole realtà importanti per il territorio, la biodiversità, ecc…). Se così non sarà, l’unica salvezza può essere quella di avere il coraggio di ridurre nei numeri, integrare le attività lavorative, puntare sul prodotto e sulla qualità. Sapendole cercare, le prime strade già ci sono e chi le ha seguite è soddisfatto, dal momento che i primi risultati arrivano (lentamente).

Dico la mia, poi chiunque può vederla diversamente (anche portando esempi pratici, ci mancherebbe che esista un unica strada percorribile!). Un gregge, per rappresentare una forma di sostentamento sostenibile, dovrebbe avere dimensioni medio/piccole, magari essere formato da animali di due allevatori che lavorano in società, facendo così cessare la problematica di assumere personale stipendiato. Bisognerebbe sfruttare appieno tutte le attitudini che può fornire la pastorizia, dall’essere uno strumento nella gestione/pulizia del paesaggio (e quindi un piccolo gregge può utilizzare un’area più ristretta, facendo diminuire i costi sia dell’acquisto del foraggio, sia degli spostamenti), alla carne (e trasformati), al latte ed alla lana. Non tutta la pastorizia attualmente esistente può trasformarsi in questo modo, sicuramente ci sono realtà più o meno vocate, e non tutti i pastori attualmente operanti sul territorio secondo me sarebbero disponibili al mettersi in gioco su queste tematiche. Ci sono dei progetti, ci sono persone che già hanno iniziato a lavorare in questo senso, il futuro darà il responso. Mi auguro che comunque ci sia un futuro per tutti i pastori attuali e per quelli che verranno!

In montagna fin quando si può

Quest’anno c’è chi è dovuto scappare presto, prestissimo dall’alpe, anche prima di quando sarebbe normale. Altri invece, in diverse condizioni ambientali, territoriali e forse con altri “numeri”, riescono a prolungare la stagione. Comunque, da che mondo è mondo, le pecore scendono per ultime dagli alpeggi, dopo aver ripulito quel che c’era ancora anche sui pascoli dei bovini, garantendo una pulizia che farà sì che l’anno successivo per tutti ci sia un buon ricaccio ed una vegetazione anche più precoce, visto che l’erba non sarà soffocata da quella che tecnicamente si chiama “necromassa”, cioè l’erba secca non pascolata l’anno prima.

L’autunno spesso porta maltempo, ma l’altro giorno questo aveva una strana faccia. In montagna grandine, neve e pioggia, in pianura violenti temporali con tanto di tuoni ed un cielo che pareva il mese di maggio. Poi un vento fortissimo che, la sera, aveva iniziato dalle montagne per ripulire il cielo, in giochi di luci, nebbie e nuvole che sembravano un quadro.

Così come, per il pastore, vale la pena affrontare il maltempo, gli orari, le camminate, i sacrifici per il benessere del gregge, per vedere a fine stagione le pecore “belle” (dove per belle si intende sane, grasse, con la lana soffice, ecc…), vale anche la pena affrontare tante difficoltà per essere lì in un momento del genere, per vedere (e fotografare) un tramonto così.

Quella sera la giornata andava degradando in un tempo incerto. Il gregge ormai pascolava a “bassa quota”, dopo aver esaurito il pascolamento sui versanti e sulle creste. In queste aree, che facilmente possono trasformarsi in bosco, la pastorizia ha un ruolo particolarmente importante, anche (soprattutto?) a livello paesaggistico. Non è solo la bellezza di vedere il gregge al pascolo in quei pochi giorni all’anno…

Io amo l’autunno per vari motivi: tra questi, il meraviglioso spettacolo offerto dai colori della natura che si prepara all’inverno. Oltre a ciò, è in questa stagione che si pascola nelle aree più marginali delle montagne, quelle che un tempo erano abitate probabilmente tutto l’anno o che comunque avevano una loro funzione nel delicato e meraviglioso sistema economico della montagna. Oggi restano baite semi-abbandonate, che il bosco ingloberebbe completamente in pochissimo tempo se nessuna forma di utilizzo venisse ancora praticata. Essere lì con il gregge, tra baite, fontane, vecchie stalle, muretti, terrazzamenti, sentieri che collegavano i vari insediamenti, mi fa pensare al passato… ma soprattutto al futuro.

Dopo la giornata di maltempo e bufera, al mattino c’era la brina ed il terreno era gelato, ma poi il cielo limpido ed il sole avevano riportato un po’ di tepore. Tra l’erba apparentemente secca, il gregge trovava di che sfamarsi, pascolando placidamente. Ogni stagione ha la sua pastura, presto sarà il momento dei prati di pianura, ma per ora si raccoglie quello che c’è ancora quassù.

Tra quelli che resistono in quota in queste settimane, oltre a qualche pastore, ci sono personaggi molto particolari, quelli che più di tutti mi fanno pensare al futuro. Piccoli, piccolissimi allevatori, spesso pensionati, che per passione hanno comunque sempre avuto qualche animale, che siano capre, pecore o vacche. Abitano spesso in vecchie strutture che poco si discostano da quelle abbandonate, magari in condizioni di vita ai limiti dell’essenziale. Ma sono felici… Se non ci fossero loro, scomparirebbero quei prati di media valle, quei piccoli angoli ancora curati (spesso a mano), con muretti a secco, terrazzamenti, fienili. Prato-pascoli che tanto abbelliscono il paesaggio, ma che rischiano di scomparire quando queste figure, per limiti di età, cesseranno di allevare animali. Non saranno gli allevatori dei grandi numeri a sostituirli, gli spazi che occupano loro non interessano a nessuno di questi personaggi. Loro sì che dovrebbero ricevere dei contributi!!! Loro sì che fanno un’opera meritevole per la montagna! Forse a sostituirli saranno dei giovani, magari inesperti e digiuni di questa vita, ma desiderosi di tornare ad uno stile di vita più naturale, meno stressante, dai ritmi sostenibili.

Certo, a ben pochi riuscirà di fare questo, perchè fare il pastore comporta immensi sacrifici. Bisogna andare oltre la poesia dei colori d’autunno ed al fascino del gregge che va verso i pascoli. Siamo nel XXI secolo e bisogna comunque vivere concretamente, anche perchè si devono affrontare spese che, quando queste terre erano abitate da chi costruì quelle baite, non esistevano. Non esisteva la burocrazia e tante altre cose… quelle cose che fanno sì che oggi gli attuali proprietari magari abbattano le vecchie baite per non dover pagare accatastamento o IMU.

Viene voglia di rimanere quassù e perdersi tra le nebbie, non dover ritornare giù in pianura, dove c’è già ad attenderti la frenesia, il traffico, le spese, la burocrazia, l’ottusità, l’intolleranza… In montagna puoi permetterti di dimenticare in che giorno vivi, ma essendo nel XXI secolo ci sarà subito una lettera, un sollecito a ricordarti della scadenza non rispettata.

Ma per il pastore tutto questo è troppo. A lui basta vedere i suoi animali ben allargati a pascolare mentre incombe la sera. Sa che anche per quel giorno li ritirerà “pieni” nel recinto, quindi per il momento si può ancora posticipare la transumanza. Questo anche grazie al fatto che la tecnologia di internet fa sì che qualcuno lo informi delle previsioni meteo al momento favorevoli. Mal che vada, comunque, si scende come accadeva un tempo, quando si vede che inizia a nevicare!

Un’occasione persa

E’ facile lamentarsi, dicendo che non si fa mai niente, che le cose non si sanno, che altri decidono senza che noi abbiamo la possibilità di dire la nostra, ecc ecc ecc… Però, quando quel qualcosa si tenta di farlo, i diretti interessati latitano e sprecano una bella occasione di dialogo e di confronto.

Sabato 13 e domenica 14, a Saluzzo, nei locali della Fondazione Bertoni, si è tenuto Formalp, dedicato ai formaggi d’alpeggio e ovicaprini di montagna, ma anche alla discussione delle problematiche di questo mondo. Nonostante la sfilza di loghi, non era una di quelle occasioni altisonanti in cui si veniva a mangiare gratis. Non c’erano hostess a guidare ed accompagnare i visitatori, ma il nostro ristretto team del Progetto Propast, in collaborazione con la Fondazione, aveva messo insieme una piccola manifestazione totalmente indipendente e praticamente priva di budget (nessuno sponsor e tanta buona volontà). Lasciatemelo dire, brillavano per la loro assenza le associazioni di categoria, che avrebbero avuto una buona occasione per incontrarsi in campo neutro. Anzi, potevano anche usufruire dello spazio messo a disposizione gratuitamente (a loro come ai produttori) per informare e dialogare con il pubblico, ma…

I convegni del sabato e della domenica, nonostante l’assenza di moltissimi addetti ai lavori, sono stati importanti momenti di dialogo e scambio di informazioni. Come si dice… pochi, ma buoni! Tanto è vero che si sono protratti anche oltre l’orario prestabilito, per la disponibilità degli oratori e la partecipazione attiva del pubblico. Da convegni a vere e proprie tavole rotonde.

Guido Tallone ed Emilia Brezzo, dell’Istituto lattiero caseario di Moretta (CN) hanno parlato di tecniche produttive, corsi di formazione, ma soprattutto valorizzazione dei prodotti. Termine a volte abusato, ma fondamentale ed innovativo, almeno in Piemonte, per quello che riguarda le carni ovicaprine. E’ stato anche presentato il nuovissimo salumificio didattico, con attrezzature all’avanguardia che, in futuro, si propone di effettuare lavorazioni in conto terzi dedicate agli stessi allevatori: conferendo il capo macellato, si potranno ritirare salumi di capra e di pecora, da vendere direttamente o utilizzare in agriturismo, con un sensibile aumento del valore di mercato del prodotto.

I veterinari ASL hanno risposto in modo esaustivo a dubbi e curiosità degli allevatori presenti in sala, chiarendo come il loro ruolo sia sempre più quello di informare ed aiutare gli allevatori a migliorarsi per quanto riguarda i locali di trasformazione e vendita, più che non agire in modo repressivo. Si è parlato di trasporto dei capi al macello, trasporto della carne macellata al laboratorio di trasformazione, presenza di macelli ovicaprini sul territorio, lavorazione del latte in piccoli caseifici aziendali, ecc.

In un’ampia sala è stata allestita la mostra fotografica “Pastori piemontesi nel XXI secolo”, che ha riscosso apprezzamento tra i visitatori, molti dei quali poco conoscono la pastorizia, specialmente quella nomade. Emblematico per me il caso di due visitatrici di mezz’età che, dopo aver attentamente letto tutti e 20 i pannelli, mi hanno salutata con un: “…ma tanto noi veniamo dalla pianura e la carne di agnello e capretto proprio non la mangiamo, per noi la carne è quella di vitello.” Altro che valorizzare, qui bisogna proprio FAR CONOSCERE, perchè vorrei sfidare le due signore a mangiare uno spezzatino o un arrosto di pecora (allevata al pascolo, non a mangimi!) e sapermi dire che carne è!!

Nella giornata di domenica, parallelamente all’apertura degli stand dei produttori, si è tenuto il secondo convegno, “Gli alpeggi di fronte a nuovi e vecchi problemi. Basta la passione per continuare? Ne parlano i giovani protagonisti”. Dov’erano qui le associazioni di categoria, per ribattere alle pesanti lamentele e critiche che si sono levate dalla sala? Dov’erano quelli che dovevano ascoltare le denunce di chi lotta con la burocrazia, gli speculatori, i predatori? I funzionari della Regione Piemonte hanno illustrato ciò che stanno facendo da parte loro, rispondendo a tutte le domande e critiche che si sono levate dal pubblico. Pur cercando di venire incontro alle esigenze e necessità degli allevatori, è chiaro che è impossibile accontentare tutti, anche perchè il più delle volte sono le stesse leggi a “legare le mani” pure ai più volenterosi. A chi lamentava come fossero insufficienti gli aiuti dati per difendersi dal lupo, Ferrero della Regione ha evidenziato come sia proprio la Comunità Europea a fissare un tetto massimo oltre il quale non si possono sovrapporre finanziamenti alla stessa azienda, sugli stessi territori. Sempre le normative comunitarie hanno fatto sì che si potessero creare i meccanismi speculativi che portano certe aziende a percepire contributi per centinaia di migliaia di euro addirittura senza avere un animale in stalla. Ma ovviamente non è il singolo funzionario ad avere potere nella risoluzione di questo problema, bisognerebbe essere tutti uniti nella volontà di trovare una soluzione. La mancanza di molti soggetti all’incontro di ieri personalmente mi fa sorgere dubbi…

Anche tra gli espositori purtroppo ci sono state molte defezioni, giustificate e ingiustificate. Un’occasione mancata, tanto più che lo spazio espositivo (al coperto), compreso l’allacciamento alla luce, era gratis. I presenti però hanno ben figurato, impegnandosi anche in allestimenti personalizzati e ben curati.

Il pubblico, saluzzese e non solo, non si è fatto attendere. Tutti si aspettavano più espositori (anche noi organizzatori, è ovvio), ma quelli presenti alla fine della giornata si sono comunque dichiarati soddisfatti per le vendite e per l’apprezzamento riscosso dai loro prodotti.

Oltre ai formaggi, anche una bancarella di prodotti in feltro, tanto per non dimenticare che, dei prodotti ovini, è anche la lana a necessitare di un recupero…

Per chi lo desiderava, oltre all’assaggio diretto presso i produttori, era possibile partecipare a degustazioni guidate insieme agli assaggiatori dell’ONAF, che hanno collaborato alla riuscita della manifestazione. Sono stati degustati formaggi tra quelli presenti alla mostra, oltre al Nostrale d’Alpe, caprini dell’Ossola ed il Bitto dalla Lombardia.

Per concludere, sia il sabato, sia la domenica, hanno visto una presentazione di libri “a tema”. “Formaggi d’altura” di Beppe Caldera e “Di questo lavoro mi piace tutto” della sottoscritta. Mi spiace per chi non c’era, ha davvero perso un’occasione! Visto poi che era una manifestazione senza bandiere, senza firme, senza casacche di appartenenza, non c’era nemmeno il pericolo di “essere visti mente si partecipava a qualcosa organizzato dalla concorrenza”. Fin quando si ragionerà così, io sono e resto pessimista sul futuro (non solo degli alpeggi e della montagna, ma in generale!).

Grazie a tutti quelli che c’erano, sia a collaborare alla buona riuscita dell’evento, sia a partecipare come pubblico (appassionati, addetti ai lavori e semplici curiosi).

Lupi… a due gambe

Voglio un po’ vedere se oggi quei personaggi che si agitano ogni qualvolta in questo blog compare la parola “lupo” si indigneranno con ugual forza delle altre occasioni. Parlerò di lupi? Ebbene sì, mi tocca. Sono saliti i primi pastori e subito sono stati accolti dai predatori. I primi attacchi si sono registrati già nel mese di maggio, ma non è colpa di allevatori distratti, quanto piuttosto dell’ambiente dove si opera a questa stagione: quote medio-basse, territori cespugliati di scarsa visibilità.

Ma altri lupi ben più pericolosi per la categoria avevano sferrato i loro attacchi già prima, quando le greggi erano in pianura o in stalla, ma i pastori dovevano pensare alla prossima stagione d’alpe rinnovando i contratti di affitto. Lupi a due gambe che si sono avventati non sulle greggi e sulle mandrie, ma sui territori delle montagne. Chi strenuamente difende il lupo quasi facendone una ragione di vita, un’ideologia, dovrebbe mettersi a fianco dei pastori per lottare contro questi predatori. Il canide selvatico ricomparso nelle nostre vallate sarebbe in fondo meno difficile da tollerare se si risolvessero tutti gli altri problemi economico-social-politici della pastorizia. Si indignano perchè un pastore esasperato vuol sparare al lupo per difendere i suoi animali, ma perchè non si indignano con ugual forza quando un Comune affitta ad un pastore un’alpe dove non c’è nemmeno un’abitazione decente dove accendere un fuoco la sera, dove lavarsi, dove ospitare una famiglia? E perchè non si indignano se loschi personaggi si aggirano per le vallate con l’intenzione di accaparrarsi quanti più ettari possibili di territori d’alpe, per beneficiare di contributi comunitari pensati per tutt’altra destinazione?

I pascoli… Premiamo gli allevatori che li gestiscono correttamente, preservando e favorendo la biodiversità. Sono stati istituiti dei contributi a tal scopo? Ma iniziamo a darli per la qualità, e non per la quantità. Ma la quantità è più facile da determinare, e allora… Andiamo indietro nel tempo, era il 2003, da poco laureata lavoravo al censimento delle strutture d’alpe nelle province di Torino e Cuneo. Destinatario finale era l’Assessorato alla Montagna, oggi cancellato (in Piemonte, una regione dove le montagne sono nel nome stesso, mah!!). A me ed agli altri giovani incaricati era stata consegnata una scheda da compilare che, messa alla prova con la realtà dei fatti, aveva rivelato una pecca. C’era lo spazio per il numero di vacche, di manze e vitelli, ma non i tori. “Ma sì, ci saranno 2 tori nella mandria, ma contano come una vacca, segnateli insieme!“. No, avevamo incontrato i famosi tori, i vitelloni all’ingrasso portati in alpe. Bastava una percentuale sul totale dell’allevamento e si prendevano contributi per tutti gli animali rimasti in pianura. All’inizio qualcuno che li ha portati su c’è stato, insieme a sacchi di mangime per alimentarli. Alla faccia dell’ecosostenibilità, tra l’altro! E poi prendevano il premio per l’erba pascolata…

Scandalo! C’era chi già sapeva, chi iniziava a studiare il fenomeno, si diceva che dove essere risolto affinchè non dovesse ripetersi nei successivi piani di aiuto agli allevatori. Sono passati quasi 10 anni da allora e cos’è cambiato? Siamo di fronte ad allevatori disperati, margari e pastori che hanno perso le loro montagne all’asta pubblica “…perchè le mie pecore non fanno le uova d’oro!” e quindi non puoi competere con chi offre decine di migliaia di euro per un alpeggio. Un Comune, dove l’Assessore all’agricoltura è un margaro, risponde picche ad una cooperativa o società (non so di preciso) di Rimini che voleva affittare tutte le alpi pubbliche, lasciandole poi in uso a chi già le carica ora. Ma altri sembrano ben felice di vedere quelle somme piovere nelle casse ridotte all’osso. E non ci sono solo più “quelli dei tori”, addirittura adesso le voci che rimbalzano di valle in valle parlano di società più o meno fittizie, che non possiedono nemmeno animali per caricare le montagne e si occupano di generi completamente diversi dall’allevamento. Io ho sentito parlare di tabacco. Sorpresi? Io sì, e non poco. Confusi? Bene, allora non sono la sola.

Ma quei comuni si rendono conto di aver firmato la condanna a morte per i loro pascoli, per i loro alpeggi? Ma dove stiamo andando a finire? E com’è possibile che quella gente riesca a condurre i suoi giochetti senza nemmeno portare su gli animali? Mi dicono che, per legge, quando si dispone di capi in affido, bisogna monticare almeno il 70% dei capi in proprietà per avere accesso ai contributi e, nel caso non si rispetti tale percentuale, non solo si perde il contributo per quell’anno, ma bisogna pure restituire (con interessi) quanto percepito dall’inizio della sottoscrizione dell’impegno. E invece… E invece ci sono montagne vuote, montagne subaffittate (ma non è illegale? Sì, lo è). Oppure ci sono leggi diverse a seconda dei soggetti? Vengono sfruttati altri canali, altri generi di contributi? I territori d’alpe sono diventati una fonte di reddito solo in quanto vaste superfici da impegnare per chissà cosa? Perchè la persona qualunque che vuole comprendere questi meccanismi si perde nei loro meandri, fino a non capirne nulla anche se ha una laurea?

Leggevo una pubblicazione edita da una delle Associazioni di categoria operanti sul territorio. Il suo presidente prendeva una netta posizione contro tali speculazioni. Ma ditemi un po’, chi le compila le domande per i contributi a questi personaggi? Mi hanno spiegato che è obbligatorio passare da persone autorizzate, quindi dalle suddette associazioni di categoria (immagino che ciò sia stato pensato anche per esercitare un certo controllo). Ma allora… insomma, non è che chi si pronuncia in tal senso in realtà sia il rappresentante di chi invece materialmente fa sì che queste situazioni si verifichino? Spazio aperto, anzi, si chiedono repliche a gran voce, per fare chiarezza su come stanno le cose. Io vorrei tanto sentirmi dire che le Associazioni di categoria respingono queste domande volte solo ad arricchire pochi disonesti ed invece aiutano i veri allevatori di montagna, quelli che effettivamente sono un patrimonio per il territorio.

Certo, mi rendo conto che il problema non è di facile soluzione, ma bisogna almeno provarci. Mi auguro che non finisca come nella canzone: “…e lo stato che fa? Si costerna, s’indigna, s’impegna e poi getta la spugna con gran dignità…“.

Cito poi ad esempio il caso di un alpeggio utilizzato anche se privo di strutture idonee al ricovero di uomini ed animali, confinante con il quale ce n’è un altro i cui pascoli stanno “andando a ramengo”, come si usa dire qui. E’ stato affittato “ad uno dei tori” (ma a questo punto non so cosa ci sia dietro a questa vox populi), lo pascola sporadicamente qualcun altro, chissà se in subaffitto, per contratto a voce o giusto così perchè tanto è confinante. Il Comune, con la somma insperatamente ricavata, ha persino aggiustato le baite e si vociferava di un progetto per fare una strada (almeno in questo caso i soldi sono stati reinvestiti per la montagna, anche se inutilmente!). Le baite sono vuote, ben fatte e pure arredate. Altrove, dove i pastori rischiano l’esaurimento nervoso per le condizioni in cui tocca loro tentare di convivere con il lupo (quello a quattro gambe, che in fondo non ha colpe, ma fa solo il suo mestiere di predatore), il Comune promette, ma le baite continuano a non esserci. Allora, chi è che si indigna con me, questa volta?

(NB: Le immagini di questo post non hanno riferimenti con i luoghi direttamente interessati dai fatti di cui si parla, ma il fenomeno è in estensione a tutte le vallate, presumo non solo in Piemonte)

Amarezza

La pastorizia, un mestiere “romantico”, puro, antico… Certo, tutto vero. O quasi. C’è la passione a mandare avanti chi lo pratica, ed è una bella cosa, ma (come ho modo di ripetere spesso), da sola non basta. Però qui non voglio parlare di valorizzazione dei prodotti e dei derivati di questo lavoro, bensì di quei “cattivi pastori” che ho già menzionato in passato. Non mi riferisco ad una persona, ma alle “pecore nere” che esistono nella categoria.

Alle immagini pittoresche, serene, romantiche si contrappone l’amarezza e la rabbia di arrivare al mattino per raccogliere le 5-6 reti lasciate indietro la sera prima quando ci si è spostati e… Non trovare più nulla! Dalle case vicine (ma non vicinissime) si viene a sapere che nello stesso giorno sono state svuotate 3 case, ma i ladri non credo fossero interessati a reti che puoi solo usare per contenere delle pecore (per di più usate). Chi le ha prese le utilizzerà per lo stesso scopo (tra l’altro uno non pratico fatica a raccoglierle, di notte, sul limitare del bosco), dubito che le venda perchè non erano nemmeno in ottimo stato. Però chi le aveva prima le avrebbe ancora usate e… si è anche trovato in difficoltà nel giorno stesso dell’amara scoperta dato che ovviamente ne aveva bisogno. Perchè un pastore deve rubare ad un altro pastore? Perchè??

Belli i pascoli in fiore, presto (meteo permettendo) si godrà delle fioriture ancora più spettacolari dei pascoli alpini. Ma ci sono tanti motivi per cui, per molti, nemmeno l’alpeggio è un momento di serenità. Sto aspettando di saperne di più su di una vicenda che mi è stata segnalata, dove ad un pastore verrebbe imposto una parcellizzazione del pascolo con relativa suddivisione del gregge, di modo che non solo l’intera famiglia è obbligata a sorvegliare costantemente gli animali così spezzettati, senza poter nemmeno svolgere le mansioni casalinghe, ma addirittura sarebbero stati imposti i carichi e… quali animali mettere lì e là (con tanto di elenco di marche auricolari). Ma se una pecora partorisce ed ha poco latte ed il pastore volesse spostarla presso le baite?????? Aspetto di conoscere i dettagli e vi farò sapere.

Presto si lascerà la pianura, ma che dire di chi ha perso l’alpeggio e non sa bene come arrangiarsi per l’estate? Che dire di alpeggi che continuano a finire nelle mani di speculatori (ingrassatori della pianura, che nonostante tutto continuano a vincere le aste e portar via pascoli e soldi ai piccoli allevatori) per una serie di motivi che vedono coinvolti i Comuni (che non predispongono bandi “blindati” in modo da favorire i veri margari e pastori) ed evidentemente le associazioni di categoria? Poi magari l’alpeggio lo usa un margaro, un pastore, e capita anche che questo debba pagare per l’utilizzo, oltre a non prendere un soldo di contributi (pur essendo lui, con il suo lavoro ed i suoi animali, a tener pulita la montagna). Possibile che, dopo anni che si denuncia questa cosa, debba continuare a succedere? Tutti sanno… Per avere accesso ai contributi tocca presentare pratiche su pratiche, scartoffie a volontà, e ci si appoggia a qualcuno per fare tutto ciò. Ma non sono le stesse persone che dovrebbero anche tutelare i piccoli, veri allevatori, quelli che la montagna la utilizzano, la tengono viva ed in ordine? Mi sono sentita dire che i contributi non li prendi se non porti in alpe almeno il 70% dei capi di proprietà. E poi ci sono alpeggi dove non sale un solo animale di quelle grosse stalle di pianura. Sono amareggiata.