…e i pastori sono davvero stufi…

Aria di fine estate, anzi, decisamente aria di autunno. La pianura è avvolta nelle brume, in valle si vede ancora il sole al mattino presto, ma poco per volta il cielo si copre.

C’è quel senso di pace in montagna, c’è una lentezza, una tranquillità che si respira solo a questa stagione. Il silenzio è interrotto da pochi suoni che arrivano come ovattati. Gli animali degli alpeggi sono  in stalla, quindi non si sentono nemmeno muggiti o campane. Le pecore attendono nel recinto, ancora ferme. Il grosso dei turisti ormai è passato, c’è solo qualche escursionista solitario che, come me, ama godersi questa montagna, più intima, più riservata.

I pascoli che sono già stati mangiati dalle vacche hanno subito le incursioni dei cinghiali. E’ un danno non indifferente, la qualità dell’erba si impoverisce di anno in anno per effetto della distruzione causata da questi animali. Qui ne fanno le spese “solo” i pascoli, altrove anche i prati da sfalciare e pure le coltivazioni.

Alle baite le vacche sono ancora in stalla, la mungitura è alla fine. Gli allevatori mi raccontano uno spiacevole episodio successo poco tempo prima, di cui già avevo saputo qualcosa. La vita quassù potrebbe sembrare idilliaca, ma… come vi ripeto spesso, le difficoltà sono tante. Il lavoro non manca, le giornate sono “piene” dal mattino alla sera tardi, spesso c’è qualche imprevisto, ogni tanto tocca scendere per questo o per quello. Uno desidererebbe solo poter fare il proprio lavoro in pace…

Un mio amico, durante una gita, trova una carcassa di una capra quasi totalmente consumata, ha anche la campana al collo, mi telefona e mi chiede il numero di telefono dei pastori. In montagna i cellulari non prendono bene, così alla fine manda un sms, i pastori lo leggeranno solo la sera, poi c’è il fine settimana di mezzo… Insomma, chi deve accertare la predazione arriverà parecchi giorni dopo la morte dell’animale (che, nel frattempo, è stato messo al sicuro in una vecchia baita). Le capre erano due e non erano rientrate la sera, il mattino dopo il mio amico trova questa carcassa. Certo, erano “incustodite”, ma chi vuole andare a provare a fare il pastore su certe montagne, in certe giornate di nebbia? O di pioggia? E poi, arrivi al recinto e ti accorgi che mancano due capre, che fai? Passi tutta la notte a cercarle? Se non le hai viste scendendo al recinto, vuol dire che sono andate altrove. Dove? A volte lo fai, a volte vai in giro con la pila e il cane, tendendo le orecchie ad un eventuale scampanellio, ma non è facile… La cosa che più infastidisce i pastori, in questo e in tanti altri casi che mi sono stati riferiti, di valle in valle, è che le loro parole vengano messe in dubbio.

Certo, non si può negare che ci sia stato qualcuno che ha tentato di fare il furbo, cercando di far certificare come uccisa dal lupo una bestia morta per altri motivi. Però… per uno stupido devono pagare sempre tutti gli onesti? E così si mette in dubbio che i pastori abbiano visto il lupo in pieno giorno, che abbiano tentato di metterlo in fuga gridando e tirando sassi, che l’abbiano visto rincorrere un capriolo. “Scrivono canidi… Non LUPO, canidi! Dicono che tanto ce le pagano lo stesso, ma io voglio che scrivano LUPO! Che si sappia come stanno le cose!“, mi diceva anche un margaro incontrato domenica alla fiera. Saliamo dal gregge, che ha pernottato in un ampio recinto. Il pastore spera che questo almeno serva anche a migliorare un po’ l’erba, che su questa montagna non è il massimo.

La frustrazione è tanta. C’è l’animale ucciso e quello mancante, che tra l’altro erano di un ragazzino della valle, affidate in guardia per l’estate. C’è la rabbia per non “contare niente”, per non potersi difendere, per essere trattati quasi come dei delinquenti, mentre si lavora onestamente dall’alba al tramonto e anche oltre. In tutte le parole che sento, che ho sentito in questi anni, la frustrazione è rivolta soprattutto alle persone che difendono ottusamente il lupo, più che non all’animale in quanto tale. In fondo davvero il lupo non ha colpe, lui è appunto un animale, segue le sue necessità, i suoi istinti. Sono le persone che dovrebbero capire non soltanto l’importanza del predatore per la biodiversità, ma anche l’importanza del pastore per quella stessa biodiversità! In questo gregge per esempio ci sono numerose pecore roaschine, razza in via di estinzione… E i pascoli? Non vi fossero più le pecore, in pochissimo tempo alberi e cespugli colonizzerebbero tutto, impoverendo la biodiversità vegetale (ed animale di conseguenza).

Anche le ultime pecore raggiungono il grosso del gregge, il pastore ha approfittato della mia presenza per chiedermi di controllare che arrivassero tutte. Sta anche scendendo la nebbia. Quando sei da solo, come fai? Ti arrangi… Perchè non puoi permetterti di assumere un aiutante, il lavoro rende a malapena per mantenere una persona. Anche qui il discorso è sempre lo stesso, si vorrebbe poter difendere il gregge direttamente. Riflettendo sulle rimostranze che continuo ad ascoltare, mi viene anche da chiedermi come mai, prima del lupo, c’era qualche singolo attacco da parte di cani (che generalmente avevano un padrone ed erano scappati o erano stati lasciati liberi di notte). Da quando invece il lupo ha fatto la sua ricomparsa, ci sarebbero tutti questi “canidi” randagi in giro per le montagne? E nessuno li vede, questo è il bello!

La nebbia si infittisce, ma è una cosa normale da queste parti. Magari il pastore lavora “poco” in termini di fatica fisica, in certi giorni, ma deve comunque esserci sempre. Nonostante la sua presenza, attacchi ne subisce comunque, anche in pieno giorno, anche con il sole. Recentemente vi sono stati attacchi anche a bovini in Val Chisone ed è stato tirato in ballo il numero di attacchi registrati, il numero di capi uccisi. Bisogna però sapere che certi allevatori, esasperati, non denunciano nemmeno più cosa accade. I motivi possono essere i più svariati, dalla frustrazione alle difficoltà che si incontrano. “Lo scorso anno ci aveva ucciso diverse pecore in un mese, ma hanno certificato solo quelle che il veterinario ha raggiunto, prendendo l’orecchino. Quelle che si vedevano morte giù nei burroni no, perchè nessuno si è osato andarle a prendere, era troppo pericoloso. Però non le avevamo buttate noi… Quelle non ce le hanno pagate, dato che non si sapeva che orecchino avevano!” è la testimonianza della moglie di un allevatore.

Ridiscendo a valle pensando per quanto tempo ancora bisognerà sentire le stesse storie. In Francia l’esasperazione dei pastori ha portato a numerose azioni eclatanti, dal sequestro dei presidente di un parco in Savoia a numerose azioni dimostrative, con l’esposizione delle carcasse degli animali predati, ecc. Ormai, nell’era di internet, è facile rimanere tutti in contatto e le notizie circolano immediatamente. Sulle pagine francesi quasi quotidianamente ci sono immagini di nuovi attacchi, ma mi sembra che lì non si parli mai di canidi, anzi, ci sono anche le foto dei lupi (questo in Svizzera)!

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Meglio i diserbanti delle pecore!

Il pascolo vagante è un mestiere duro, chi segue questo blog dovrebbe ormai aver capito come si svolge. Però ogni tanto emergono delle novità, a complicare quello che è il normale andamento del lavoro. Voglio farvi leggere un documento ufficiale, cioè la risposta di un Comune alla domanda di un pastore che, nella richiesta di pascolo vagante, aveva inserito anche il transito in questo territorio.

Si richiedeva, per l’appunto, il solo transito del gregge. Ma il Comune di Poirino l’ha vietato, con le motivazioni che potete leggere anche voi. Vediamo un po’ di prenderle in considerazione una ad una, perchè alcune lasciano decisamente perplessi. Innanzitutto, la comunicazione è del 15 ottobre. Ricordiamo che, con la nuova normativa, i pastori sono obbligati a comunicare il loro piano di pascolo/spostamenti al momento della discesa dall’alpe. Si fa la domanda per i Comuni in cui avverrà il pascolo vagante ed è obbligatorio indicare anche le date. Sapete bene come sia impossibile prevedere esattamente dove, come, ma soprattutto quando si sposterà il gregge!!!

Il primo motivo per vietare anche solo il passaggio del gregge sono “le particolari condizioni climatiche che hanno reso il territorio particolarmente acquitrinoso“. Si è tardato ad arare e, pertanto, nelle stoppie è cresciuta erba. Bene, direte voi. C’è da mangiare per le pecore! E invece no… A parte il fatto che da ottobre a dicembre possono ancora essere successe tante cose… E’ vero, ha piovuto ancora, ma c’è chi è riuscito ad arare. Oppure il terreno può essere gelato. Ma la questione è un’altra: “…favorendo la crescita di erba spontanea che in molti casi viene diserbata prima di procedere all’aratura. Tale azione fa sì che i campi trattati con erbicidi non siano pascolabili, aumentando così la difficoltà nel governo di eventuali greggi percorrenti il territorio in un periodo assolutamente non idoneo al pascolo…

Invece di dire: “visto che da queste parti non mancano greggi e pastori, vediamo di favorire il pascolamento evitando così l’impiego di diserbanti chimici“, si consente il loro impiego e si vieta i passaggio delle greggi. Complimenti davvero!!! Ma poi tempo fa, quando avevo scritto in Provincia per denunciare il problema degli erbicidi lungo le strade percorse dai pastori, mi avevano risposto che erano innocui per il bestiame. I conti non mi tornano! Voi cosa ne pensate?

Ma ci sono anche altre motivazioni per vietare il pascolo vagante in quel di Poirino. Tra le colture di pregio del territorio, vengono inserite le asparagiaie, le serre… e i campi solari!! Non sapevo che i pannelli fotovoltaici fossero una coltura agricola! Ovvio che un gregge in una serra o in un’asparagiaia fa danni, così come in un orto. Ma come il pastore si “para” il prato dove non ha il permesso di pascolare, o il campo di cereali, avrà cura di evitare le serre. E i campi solari sono recintati. In questi ultimi poi il pascolamento sarebbe da favorire, come avviene negli Stati Uniti. Avevo letto un articolo dove appunto si diceva che, per la gestione di questi spazi, i piccoli ruminanti sono l’ideale, perchè brucano e non fanno danni, a differenza dei mezzi meccanici che possono far schizzare sui pannelli frammenti, pietre, ecc che causano danni alla loro superficie. Ma siamo in Italia…

E che dire della motivazione relativa alla viabilità? Poirino è un comune tra i più estesi della provincia ed è attraversato persino dall’autostrada. Cos’è, una barzelletta? Garantisco che i pastori temono le strade di grande traffico, se potessero non le attraverserebbero nemmeno. L’autostrada ha appositi cavalcavia anche per certe strade secondarie. Le altre strade possono essere attraversate, con un minimo di attenzione, poi c’è una fitta rete di vie di campagna su cui si spostano i mezzi agricoli che possono essere percorse anche dal gregge senza arrecare danno ad alcuno. E un gregge che attraversa la strada asfaltata la sporca come un trattore con le ruote infangate. Proprio a Poirino, un pastore in passato aveva chiesto in Comune l’assistenza della polizia municipale per un attraversamento di una strada principale e gli era stato risposto che, visto il divieto sul territorio comunale, gli sarebbe stata inflitta una multa di 500 euro. Mi spiegate allora che deve fare il gregge? Volare?

Se poi ci sono zone vietate al pascolo per motivi faunistici ed ambientali, lì il gregge non sosterà e proseguirà oltre. Sottolineo comunque che il permesso è stato negato a chi aveva fatto richiesta per solo transito e non per pascolamento. Mi viene comunque voglia di fare un ironico applauso ad un Comune che preferisce gli erbicidi ed i campi solari alle pecore. Poi parla di colture di pregio e di mantenimento della biodiversità. A me sembra un controsenso!

Poi comunque ci sarebbero, all’interno del Comune, contadini che aspettano i pastori per far loro pascolare i prati. Specialmente quest’anno, che le particolari condizioni climatiche citate anche dal Sindaco hanno favorito un’eccezionale crescita dell’erba. L’altro giorno ho sentito un anziano contadino affermare che, se gelasse il terreno, oltre ai prati sarebbe quasi da far pascolare velocemente anche il grano, perchè cresce troppo. Invece no, vietiamo l’ingresso alle pecore e diciamo ai contadini di trinciare l’erba con i trattori, sprecando foraggio e carburante. Bel modo di affrontare la crisi e pensare all’ambiente.

Lo ripeto ancora una volta

Credo che non mi stancherò mai di spiegare questo concetto, di illustrarlo tramite esempi ed immagini. L’uomo può far grandi danni all’ambiente ed alla natura, a qualsiasi quota e latitudine, anche praticando agricoltura e allevamento, ma una corretta gestione del territorio fa sì che il paesaggio e la biodiversità ne traggano dei benefici.

Prendiamo un luogo qualsiasi, in una valle a poca distanza dalla pianura e dalle città. Le prime alture, una strada sterrata che congiunge diverse frazioni, in questa stagione disabitate. Il clima particolare di quest’anno fa sì che i colori siano quasi insoliti. Ci sono i gialli, gli arancione, rosso e marrone chiaro dell’autunno, ma c’è un verde nei prati che sembra quasi primavera.

Questo verde, questi prati sono belli da vedere, ma non sarebbero così se in zona non ci fosse (ancora adesso) un piccolo gregge. Gli animali sono chiusi nelle reti, non c’è nessuno a condurli al pascolo, ma il recinto viene via via spostato di modo che abbiano sempre da mangiare. Non so chi sia il proprietario, non so come vengano gestiti, ma è sicuro che la loro presenza lì faccia sì che il territorio abbia questo aspetto.

Il gregge è sorvegliato da cani da guardiania, che tengono lontani eventuali elementi di disturbo, sia predatori, sia malintenzionati a due gambe. Il suono delle campanelle, anche l’abbaiare dei cani fa sì che il territorio sia più vivo. Altrimenti qui ci sarebbe solo il silenzio. Le baite, anche quelle ristrutturate, sono tutte chiuse. Un tempo sicuramente a queste quote si abitava tutto l’anno, oggi si sale solo o per lavoro, o per momenti limitati di relax.

Qualche teorico della wilderness probabilmente non apprezza e reputa questi animali superflui. O magari addirittura dannosi. Un piccolo gregge qui però è quello che ci va. Con i tempi che corrono questo è più un hobby che un reddito (non si vive solo con una ventina di capre e pecore), ma il ruolo svolto è impagabile. Altrove (oltreconfine) questa funzione del gregge è riconosciuta, ma in Italia giorno dopo giorno sembra che ci si ingegni particolarmente per trovare nuovi ostacoli per contrastare soprattutto i piccoli allevatori di montagna.

Continuando l’escursione, attraverso paesaggi come questo. Tutta natura? No. A parte il gruppo di case ormai semi-crollate, l’uomo ha permesso questa alternanza di colori continuando a gestire, tramite il pascolamento, il territorio. Sicuramente c’è già stata una regressione dei pascoli rispetto a quando in quelle baite si abitava stabilmente.

Almeno d’estate, qui sale ancora qualcuno con gli animali. Vacche sicuramente, magari il gregge che ho incontrato prima. Oltre al paesaggio quindi, il turista può godere anche dei prodotti dell’allevamento.

In questa stagione non c’è più nessuno, o quasi. Infatti incrocio due scrofe con i loro porcellini che, indisturbate, scendono lungo la strada. Per qualche attimo, sentendo i versi in lontananza, avevo temuto si trattasse di cinghiali, guardandomi intorno per trovare una via di fuga!

Qui è il Colletto, dove termina la strada e si può proseguire seguendo diversi sentieri segnalati. La neve fresca, gli alberi in veste autunnale e i pascoli ben brucati. Quest’anno, tra pioggia e temperature miti, l’erba è addirittura ricresciuta e si potrebbe teoricamente ancora pascolarla! Ma se non fossero passati gli animali… cosa si vedrebbe?

Questa foto è stata scattata qualche settimana prima delle precedenti, in un’altra valle, ma rende bene l’idea. Davanti vedete un prato curato, sfalciato e pascolato. Dietro un prato abbandonato, con l’erba alta e secca, il bosco che avanza. Non so, a voi quale dei due piace di più? Nella frazione accanto a questo prato c’era un anziano, forse l’unico abitante, con alcune vacche. Voi ci pensate, a tutto questo, quando siete in montagna?

Una situazione “nuova” da risolvere in fretta

Da Ovest ad Est per presentare il mio libro, ma è anche un’occasione per vedere realtà per me “nuove” e trovarsi, alla fin fine, alle prese con “vecchi” problemi. Il caso ha voluto che, prima di partire per la Lessinia (VR), io mi trovassi a Torino a partecipare ad un Forum sul lupo dove, grazie alla presenza di esperti del calibro di Luigi Boitani, ho potuto avere risposta ad alcuni miei dubbi e curiosità. Non si può sapere tutto, io mi intendo di pastorizia e non di lupi, quindi è stata un’occasione per mettere a confronto direttamente le esperienze. Dopo la teoria… la pratica! In Lessinia i problemi con il lupo sono molto gravi e diversi da quello che siamo abituati a sentire normalmente nella realtà Piemontese.

Anche se sono stata invitata anche in occasione della prima mostra della Pecora Brogna, razza locale in via di estinzione (di cui vi parlerò domani), qui di pecore al pascolo in quota non ne ho viste. Sui Monti Lessini le malghe sono destinate ai bovini, le montagne vengono pascolate da mandrie. Purtroppo avevo poco tempo per girare, ma grazie all’ottima guida che mi accompagnava, ho potuto farmi un’idea di questa realtà. Un paesaggio diverso da quello a cui sono abituata, con rilievi a quota non molto elevata, una fascia di boschi sovrastata da altipiani erbosi. Il terreno è calcareo, quindi vi sono conformazioni particolari e pochissima acqua.

Le malghe sono per lo più private, divise tra Veneto e Trentino (ci si affaccia sulla Val d’Adige), servite da strade asfaltate e sterrate. Se è vero che gli animali allevati sono vacche da latte, la scoperta che questo latte non viene praticamente lavorato lassù è stata una sorpresa. Grazie alle vie di comunicazione ed alla breve distanza dal fondovalle e dalla pianura, il latte della Lessinia viene destinato alla produzione dei formaggi più disparati, non soltanto il famoso Monte Veronese DOP.

Qui a Malga Lessinia l’ho visto, annusato, assaggiato ed osservato nelle sue varie fasi, dal fresco di giornata allo stagionato. Ma questo è quasi un caso unico. Questa malga è alpeggio e rifugio, si fa accoglienza al turista, si vendono formaggi e si seguono gli animali. In altre realtà invece gli animali sono su al pascolo, gli allevatori salgono solo per la mungitura. Oppure resta su un anziano e i giovani lo raggiungono appunto per occuparsi della mungitura del mattino e della sera.

Non è la realtà d’alpeggio a cui sono abituata. Questa è Malga Lessinia, dove sono stata accolta con i famosi “gnocchi di malga” come piatto forte. Poi c’era “giusto qualcosetta” prima e dopo… Un ottimo pranzo un po’ calorico, dopo il quale avrei dovuto camminare facendo tutto il giro delle malghe per favorire la digestione!

Invece il tempo era poco, così ci siamo spostati soprattutto in auto, facendo delle tappe per vedere meglio questa realtà e parlare con gli allevatori. Ecco quella che, per me, è stata la principale sorpresa. Qui, in montagna, troviamo le razze da latte “più spinte”. Frisona, Pezzata Rossa, Brown Swiss, affiancate da poco altro, ma razze proprio “da montagna” io nel mio breve tour non ne ho viste. E forse qui sta uno dei vari aspetti del problema.

Tramite internet e i social network, da qualche tempo seguo e sono informata sui problemi che la Lessinia sta vivendo con il lupo. Però, prima di toccare con mano, non conoscevo questo territorio. Una volta sul posto ho potuto capire alcune cose. Gli allevatori sono esasperati, sulla porta delle malghe hanno affisso gli articoli di giornale dove si parla degli attacchi. C’è gente che è già scesa, ha portato in stalla i propri animali perchè la perdita di numerose vacche da latte rappresenta un danno non da poco.

Vacche ed asini. Qui hanno appeso quel che resta dello scheletro di uno dei dieci asini predati. Ecco la prima sorpresa: come mai gli asini? Chi mi sa rispondere? Perchè io ho sempre letto e sentito dire che l’asino può essere addirittura impiegato per difendere un gregge dalle predazioni del lupo, ma documentandomi meglio sto vedendo che sia si sono registrate anche altrove predazioni a loro danno, sia “non tutti gli asini sono adatti a proteggere le greggi“.

Qui è l’altro punto fondamentale. La maggior parte dei testi, degli studi, del materiale reperibile in bibliografia e on-line riguarda la predazione di lupo su “bestiame minuto”, ovini e caprini. Qua e là si verificano attacchi a bovini (specialmente – ma non solo – vitelli, vacche che partoriscono all’aperto, animali isolati con problemi fisici), oppure bovini muoiono in seguito agli attacchi perchè precipitano da burroni mentre cercano di sfuggire ai predatori. Come mai in Lessinia, invece di sporadici casi di attacco, abbiamo una vera e propria strage?

Se al primo settembre le predazioni del 2014 erano 36 (riconosciute ed accertate), sabato 13 settembre mi parlavano di 44, compreso un agnello trovato la mattina prima a poca distanza dalle case (le pecore non sono in alpeggio). Credo che, paradossalmente, se in Lessinia vi fossero greggi di pecore, il problema sarebbe molto più semplice da risolvere.

Le montagne sono “belle”, niente a che vedere con le realtà di certe vallate alpine. Qui un gregge è facile da sorvegliare per il pastore e per i cani da guardiania. Di notte gli animali si chiudono nel recinto e gli attacchi non dovrebbero essere frequenti e rilevanti come in un alpeggio per esempio del Piemonte, tra rocce, cespugli, nebbia, pendii ripidi. Ma qui le pecore sono poche, pochissime, stanno in basso e non salgono in alpeggio. Le capre addirittura stanno in stalla.

Queste vacche, per quel poco che mi intendo di bovini, sono “poco adatte” alla montagna. Non me ne vogliano gli allevatori della Lessinia, ma la Frisona non è una razza da alpeggio. Per quanto qui la montagna sia dolce e non con caratteristiche alpine, questi grossi animali, vere e proprie macchine da latte, faticano a spostarsi già solo per rientrare alla stalla per la mungitura. La loro non è una conformazione da pascolo in montagna. Figuriamoci cosa accade quando un branco di lupi le attacca. Immagino che siano completamente indifese e inadatte a qualsiasi tipo di fuga. Se già la Piemontese a volte è vittima del lupo, nonostante la sua indole più battagliera, figuriamoci questi animali!

Questa non è una cattedrale, ma una stalla. Colonne in marmo rosso di Verona, vi rendete conto? L’anziano malgaro si lamentava, la stalla sarà anche bella, ma non è pratica. Gli animali “non ci stanno”, sono troppo grossi. Certamente quando è stata edificata, le razze allevate erano differenti. C’è solo da augurarsi che questa stalla comunque non abbia da rimanere vuota. In questa azienda si sta riprendendo a caseificare in quota, ma l’evoluzione del problema lupo potrebbe avere serie ripercussioni sul suo futuro. Il fenomeno è generalizzato. Il bosco è in espansione, la superficie pascolabile si sta già riducendo, se gli allevatori non porteranno più su le mandrie, l’economia ed il paesaggio della Lessinia muteranno radicalmente.

Prima del lupo, ricomparso molto recentemente (nel 2012 la prima coppia stabile) in Lessinia, il principale problema da questa parte era l’acqua. Essendo un territorio con suolo calcareo, di acqua ce n’è poca, giusto queste pozze che fanno la loro comparsa qua e là nei pascoli e, fortunatamente, non arrivano mai ad asciugarsi completamente. Qui gli animali vanno ad abbeverarsi. Ma adesso la carenza di acqua sta davvero diventando un problema minore. Se non si trova in tempi molto rapidi una soluzione, qui l’allevamento è a rischio di scomparsa.

I lupi trovano riparo nei fitti boschi, poi salgono sui pascoli a cacciare. Qui vedete le vacche in attesa per la mungitura serale, ma fino a quando assisteremo a queste scene? Nell’incontro avvenuto a Torino, sono state dette tante cose sul lupo. Per esempio che il comportamento cambia da esemplare ad esemplare e da branco a branco. Il lupo è un animale “culturale”, apprende e trasmette ai cuccioli, ai membri del branco. I metodi di prevenzione degli attacchi variano da situazione a situazione, non è detto che ciò che funziona in Abruzzo sia efficace in Piemonte e così via. Ultima cosa, le razze di cani da guardiania attualmente impiegate sono state selezionate per la protezione del gregge, ma sui bovini non ci sono esperienze e non si sa ancora quale razza utilizzare. Mentre si studiano delle soluzioni, cosa devono fare gli allevatori?

E’ più importante proteggere assolutamente un predatore che attualmente non sembra più essere a rischio di estinzione, ma che sta ricolonizzando via via tutte le regioni, o garantire la sopravvivenza di un territorio, di un ecosistema che si regge anche sulla presenza dell’uomo e dell’allevamento? Ricordiamo sempre che la biodiversità delle aree pascolate… è legata appunto al pascolamento! Specie vegetali ed animali esistono perchè l’uomo interviene attraverso l’utilizzo del territorio con greggi e mandrie. Il lupo non è intoccabile, ma non può essere una singola regione a chiedere un intervento in sede europea, deve essere il Ministero dell’Ambiente. Visto che la procedura è lunga e visto che gli esperti sempre più frequentemente ammettono che sarà necessario iniziare a pensare a delle azioni di contenimento, non sarebbe ora di dare il via a questo iter?

Usare la montagna

Sembra di ripetere sempre gli stessi discorsi, ma in ogni valle ritrovi le medesime situazioni. Sarò solo io a chiedermi a che punto dobbiamo arrivare affinché cambi qualcosa? Quello che sta mutando è il clima (e anche lì è un po’ colpa nostra), con temporali che paiono uragani, due o tre ore di pioggia e le terre appena un po’ in pendenza franano, si spostano, colano… I torrenti straripano, trascinano, erodono.

In pianura si subiscono le alluvioni, ma la gran parte di queste nasce in montagna. La stagione d’alpeggio è in pieno svolgimento. Quest’anno non c’è per ora il problema della siccità, piuttosto sono le giornate di nebbia, di pioggia, il freddo, l’umidità, la pioggia e il fango a preoccupare. Addirittura pare che possa arrivare neve a quote relativamente basse nei prossimi giorni. Qua e là la grandine ha massacrato non solo la pianura con i frutteti, le coltivazioni, ma anche i pascoli in quota. Gli animali (e i loro sorveglianti) prendono sulla schiena quel che viene, ma il territorio a volte “si lascia andare” sotto la violenza delle precipitazioni. E’ vero che ultimamente ci troviamo spesso di fronte a fenomeni estremi, precipitazioni di violenza ed intensità inusuale, concentrate su di un territorio abbastanza circoscritto, ma è anche vero che la montagna non è più quella di una volta.

A me fa impressione incontrare mandrie immense, nuvole bianche composte da centinaia di bovini in un unico gruppo. Certo, ci sono “montagne” (cioè alpeggi) in grado di sostenere anche carichi elevati grazie alla morfologia del territorio e la ricchezza della vegetazione, però mi sembra che stiamo esagerando. Da un lato troviamo montagne abbandonate che si ricoprono di vegetazione arbustiva, baite che crollano, dall’altro montagne sfruttate eccessivamente.

Anni fa da queste parti avevo scattato immagini che testimoniavano quanto era stata brucata la vegetazione in un anno siccitoso. Terra bruciata, polvere, camminamenti degli animali. Quest’anno il pascolamento è stato ugualmente estremo e, alla polvere, si è sostituito il fango. Gli animali comunque insistono eccessivamente su questo terreno e, stagione dopo stagione, lo rovineranno.

Un buon pascolo, per mantenersi, deve essere utilizzato adeguatamente. A seconda della quota, un pascolo perde progressivamente le sue caratteristiche quando viene sfruttato erroneamente. Non è solo l’abbandono a far sì che via sia un’involuzione verso la perdita del pascolo (erbe cattive, cespugli, bosco), ma anche un eccesso di pascolamento/calpestamento rovina le praterie. Pascolamento per mantenere la biodiversità vegetale (e di conseguenza animale), ma come in tutte le cose… ci va il giusto mezzo!

Dove mancano le strade, la montagna spesso va all’abbandono. Vengono al massimo messe su bestie in asciutta, talvolta senza un sorvegliante. Dove bene o male si arriva con dei mezzi, è anche più facile che vengano risistemate le strutture. Non serve una reggia… Giusto un posto dove dormire, mangiare, accendere un fuoco per scaldarsi, far asciugare vestiti e scarponi, cucinare. Altro elemento essenziale, un bagno. Se nell’alpeggio si caseifica, allora occorrono i locali idonei. Un alpeggio ben sistemato è anche una buona immagine in generale, sia per la montagna, sia per chi vi lavora.

Vi ricordate quando cercavo scatti di abbeveratoi? Credo di aver raggiunto il nuovo record con questa sfilata di vasche (per fortuna realizzate appositamente e non vasche da bagno riciclate). E’ vero che l’importante è che gli animali si dissetino ed abbiano acqua pulita a volontà… Ma anche in questo caso l’occhio vuole la sua parte.

La montagna di oggi è diversa da quella di ieri. Qui un tempo si abitava tutto l’anno, ma poi iniziò l’abbandono. Siamo a Seytes, in Val Troncea. Il villaggio venne bruciato dai Tedeschi come rappresaglia contro i partigiani, ma da una ventina d’anni non era già più abitato. L’utilizzo era limitato alla stagione d’alpeggio.

Ecco un estratto dalla bacheca illustrativa che racconta la storia di questo luogo.

Da più di vent’anni ormai qui solo i pascoli vengono utilizzati dagli animali di un altro alpeggio limitrofo. Questa stalla, vera e propria opera d’arte, è vuota. Siamo partiti dalle alluvioni per arrivare all’architettura delle antiche borgate alpine, ma c’è un sottile collegamento. Perché quando qui si abitava tutto l’anno, ogni piccola cosa veniva sistemata. Il territorio era sfalciato, pascolato, coltivato. La legna veniva raccolta. Si facevano muretti, si tracciavano canali, i sentieri e le mulattiere erano percorsi quotidianamente. Forse queste piccole cose non bastano contro le “bombe d’acqua”, alluvioni ce n’erano anche nei tempi passati, ma questa montagna abbandonata di oggi assorbe sempre meno acqua, lascia che i torrenti trascinino giù il legname che via via si accumula, i muretti crollano e la terra frana.

E’ bella la montagna in un giorno di sole, ma l’uomo qui non deve solo essere turista. La bella montagna c’è quando l’uomo la vive, la cura. Oggi ho saputo di amici che hanno pagato un duro prezzo alla montagna, vuoi per la grandine, vuoi per frane e fango, ma sono soli a lottare con l’abbandono che li circonda. E’ facile riempirsi la bocca di “ritorno alla montagna”, ma poi ci si ricorda di quelle persone solo per chiedere tasse ed esigere il rispetto millimetrico di norme che ti soffocano lentamente. Non è possibile equiparare chi resiste lassù con le grandi aziende di pianura… Se si vuol far rivivere la montagna, bisogna studiare qualcosa di apposito! E smetterla di far sì che sia solo una terra di conquista per speculatori dell’edilizia, del turismo, ma anche dell’agricoltura di carta, giocata su ettari, numero di animali e contributi a pioggia.

La montagna silenziosa

C’è chi, per staccare la spina, va al mare e chi… cambia soltanto vallata. Eccomi così un giorno di cielo un po’ velato ed aria fresca in cammino su altre montagne. Attraverso pascoli che via via si tingono di verde mentre, più in alto, la neve arretra lasciando spazio ai primi timidi fiori.

Nonostante l’erba già verde e appetitosa, la montagna è ancora silenziosa. I pascoli sono ancora deserti, la quiete viene interrotta una volta sola dal fischio di una marmotta. Ho visto qualche vacca al pascolo solo nei prati di fondovalle, poi più niente. Salendo lungo l’asfalto, le frazioni parevano quasi villaggi fantasma. Finestre chiuse, rarissime auto parcheggiate ad indicare le case abitate. Nessun piccolo gregge, nessun filo tirato.

Su questi pascoli, tra i 1000 e i 1400 m, un gregge adesso ci potrebbe star quasi bene. Una prima pascolata all’erba, per ritardare la spigatura delle graminacee… Ma qui, per quanto ne so io, salgono ormai solo bovini e arriveranno più tardi, quando ci sarà erba a sufficienza per sfamarli. Manca qualche settimana alle transumanze, anche se, qua e là, qualcuno si sta già muovendo.

Silenziose anche le baite. Molte sono totalmente abbandonate, alcune sono state recuperate per essere utilizzate nei weekend estivi. Un paio potrebbero essere possibili sedi d’alpeggio, ma forse qui gli animali vengono portati e lasciati incustoditi, recintati con i fili e l’elettrificatore. Come doveva essere diversa la montagna, un tempo! Ci sono nuclei di case ovunque, alcuni quasi invisibili tra la vegetazione che, via via, sta dispiegando le sue foglie.

Lungo la mia strada incontro anche una lapide. Subito penso faccia riferimento alla guerra, ai partigiani, ma poi, tra i nomi, leggo la scritta “morti per neve”. La data è 13 gennaio 1776. Non so che storia racconti questa pietra, ma è una storia molto antica, anni in cui probabilmente qui si abitava anche d’inverno. Oggi invece i pascoli si chiudono, campi non ce ne sono più, non penso nemmeno che vi siano prati sfalciati.

Più si sale, più è chiaro come la stagione debba ancora iniziare. C’è tempo, l’estate sarà comunque lunga. Guardate però come i boschi risalgano e come siano poche le chiazze verdi di prati e pascoli! Mentre scendo, casualmente incontro un amico che mi parla di come solo vent’anni fa le cose fossero ancora diverse. “Il bosco sta avanzando e non vedi nemmeno più tanti animali selvatici. Qui era facile vedere anche 20 o 30 caprioli, adesso più niente. C’è un branco di lupi che si sposta sulla dorsale.” Io, su al colle, di caprioli ne ho visti due.

I prati ancora liberi da piante e cespugli sono punteggiati di narcisi. La fioritura è ovunque spettacolare, ma bisognerebbe essere consapevoli del fatto che solo in una montagna viva, curata dall’uomo, tutto questo è possibile. L’avanzata della natura, del bosco, cambierà faccia alla montagna. Molto di quello che ci piace vedere e che definiremmo “naturale”, in realtà non lo è, ma è frutto della sapiente gestione delle generazioni del passato.

Intorno al gregge

Un pastore, il suo gregge, i cani. Eppure la pastorizia non è solo questo. Su queste “pagine” ce lo siamo raccontati spesso, di come la pastorizia nomade sia una forma di gestione naturale del territorio. “Sostenibile”, com’è tanto di moda dire di questi tempi. Non c’è consumo energetico, le pecore brucano, la loro alimentazione è naturale, “tengono pulito” il territorio, specialmente nelle aree marginali. E poi c’è tutto un ecosistema che gira intorno al gregge.

Abbiamo parlato di pecore che mantengono la biodiversità vegetale, ma ci sono anche animali che seguono il gregge, in un certo senso. Quando le pecore al mattino sono ancora chiuse nel recinto, magari uno non se ne accorge, o almeno non subito. Il gregge attende di andare al pascoli, i pastori stanno tirando le reti per delimitare “il pezzo”, tra altri prati e campi di grano.

Appena le pecore vanno a brucare, sia nell’area del recinto, sia nei prati già pascolati, ecco nuvole di piccoli uccelli, soprattutto ballerine, poi qualche gazza e alcuni altri ancora. Cercano, nel terreno smosso e tra gli escrementi, qualcosa di cui nutrirsi. A questa stagione fa più freddo, altrimenti intorno agli animali ci sono anche numerose mosche e moscerini, tutto cibo per qualcuno.

L’altro giorno c’era pure un rapace, una femmina di gheppio, appollaiata su di un palo tra i prati. Credo che a lei interessassero i topolini, le cui gallerie abbastanza superficiali ogni tanto vengono messe in pericolo dal passaggio delle pecore. Spesso si vede uno dei cani corrergli dietro o annusare nei pressi delle loro tane. Il falco attendeva paziente che uno di questi roditori uscisse, disturbato dal gregge, per poterlo catturare.

Questo è ciò che accade in una normale giornata come tante, all’inizio dell’inverno, con temperature ancora poco rigide, erba verde che “nutre poco”, essendo cresciuta con le piogge autunnali. Gli animali fanno in fretta a pascolarla e bisogna spostarli ancora e ancora.

Giornate corte, in cui però si passa il tempo a tirare reti e ancora reti, toglierle e metterle. Si dice che arriverà il maltempo: se la pioggia sarà tanta, bisognerà forse andar via dalla pianura, spostarsi verso la collina, dove i terreni sono meno fangosi? Il Natale è un giorno come tutti gli altri, per i pastori, ma probabilmente quest’anno il maltempo lo renderà più complicato. Gli auguri? Ve li faccio dopo…

Un gregge di servizio

Oggi voglio parlarvi di una cosa nuova. Un progetto che coinvolge un parco naturale e le pecore. In Italia, non in Francia! Il progetto è questo e si chiama LIFE Xerograzing. Sul sito che vi ho indicato, trovate tante informazioni e dettagli, per chi volesse, c’è anche una pagina Facebook qui.

Adesso però passiamo ad analizzare la riunione tenutasi venerdì scorso 22 novembre a Bussoleno (TO), uno dei due comuni coinvolti direttamente nel progetto. Comuni, Università di Torino e Parco Alpi Cozie hanno presentato al pubblico il progetto nelle sue varie fasi progettuali e operative, dando poi spazio al pubblico per domande e suggerimenti. Ottenere l’approvazione di un progetto LIFE dall’Europa non è semplice, quindi c’era un certo orgoglio nell’avere avuto successo in questa sfida.

Il pubblico ascoltava attento, ma ancora prima della presentazione dettagliata serpeggiava un certo scetticismo e qualche malumore, alimentato anche da articoli usciti qua e là sui giornali e on-line, dove si polemizzava apertamente sulle cifre e sugli obiettivi, senza tentare di capire il significato e l’importanza di un progetto del genere. Innanzitutto, com’è stato ben spiegato, i progetti LIFE stanziano soldi per l’ambiente, quindi quel milione di euro non era comunque possibile girarlo per le industrie o per gli ospedali che chiudono. E poi, proprio oggi, con negli occhi le alluvioni che hanno flagellato alcune parti d’Italia… possibile che vediamo sempre e solo gli effetti, sordi a chi parla di prevenzione, di corretta pianificazione territoriale, ecc ecc? L’area interessata è anche spesso oggetto di incendi, quindi ripulire delle superfici abbandonate preverrà rischi di dissesto ed eviterà che si spendano soldi per dover estinguere l’ennesimo fuoco sulle montagne.

Il progetto potete leggerlo nel dettaglio sul sito, se siete interessati a conoscerne le singole parti, ma io qui cerco di farvi una rapida carrellata dei punti che maggiormente potrebbero interessare anche chi non vive da quelle parti, usando le slides dell’intervento di Giampiero Lombardi dell’Università di Torino. Siamo nella zona SIC delle Oasi Xerotermiche (qui la scheda), un’area abbastanza unica per le sue caratteristiche ambientali (e quindi per la flora, prima che per la fauna), che presenta ancora visibili segni di uso agricolo antico, ma che oggi è sempre più vittima dell’abbandono da parte dell’uomo.

Questo territorio è, tra gli appassionati, famoso per le fioriture delle orchidee selvatiche (oltre che per la presenza di numerose altre specie botaniche rare), messe a rischio dall’abbandono, perchè l’espansione della vegetazione arborea ed arbustiva riduce la biodiversità, andando ad invadere i prati e i pascoli nelle zone più impervie e gli antichi coltivi e terrazzamenti nelle aree più facilmente raggiungibili.

Già in passato qui c’era un utilizzazione da parte di greggi, con un pascolo di animali locali e, in determinate stagioni, il passaggio di greggi transumanti. Oggi anche quest’attività è scomparsa quasi del tutto. Il territorio ne sta risentendo ed è messa a rischio persino la sua stessa fruibilità, dato che anche i sentieri vengono invasi dai cespugli.

Per gli addetti ai lavori, questi sono concetti ben noti da tempo. Quante volte ve ne ho parlato anche sulle pagine di questo blog? Purtroppo mi è capitato anche di dover raccontare vicende in cui Parchi naturali accusavano le greggi di mettere a rischio la biodiversità vegetale (e animale)… Mi viene da sorridere se ripenso a quando proprio si citavano le orchidee come specie minacciate dal pascolamento. Certo, eravamo in altri territori (parchi fluviali), ma a me sembra che, se si mantiene pulita l’area di pascolo, ci sono e ci saranno sempre fioriture evidenti e varie.

Quindi? Quindi anche aree soggette a tutela (parchi, riserve, ecc) presentano determinati ambienti di pregio che non si mantengono senza intervento umano! Mi piacerebbe che questo concetto lo comprendessero anche tutti coloro che si definiscono “ambientalisti”, senza conoscere fino in fondo il significato della parola. Esistono sì le riserve naturali integrali, ma per tutto il resto del territorio, l’uomo gioca la sua parte, nel bene e nel male. Una corretta ed equilibrata presenza/utilizzazione da parte dell’uomo è FONDAMENTALE per preservare l’ambiente.

Veniamo allora al cuore del progetto, che durerà 5 anni. Come gestire quelle aree di pregio? Le colture agrarie ormai sono improponibili, bisognerebbe lavorare come 100-200 anni fa e non ci sarebbe alcun reddito (erano colture di sussistenza). Anche lo sfalcio sarebbe arduo, vista la quasi totale assenza di viabilità e le pendenze. Rimane quindi il metodo più naturale, il pascolamento degli ovini.

Così il progetto prevede di istituire un “gregge di servizio”, 150 pecore da affidare ad un pastore (ma che resteranno proprietà del parco), da utilizzare per il pascolamento delle aree individuate. Per ora si tratta di terreni di proprietà comunale, poi ci si auspica di coinvolgere anche i privati. Alcune aree verranno prima decespugliate, poi si realizzeranno recinzioni fisse per il contenimento degli animali, punti acqua e punti sale, sistemazione di sentieri, ecc ecc.

Il punto adesso è individuare il pastore, mentre si pensa a redigere il “piano di pascolo” da seguire. Vi sono terreni ad uso civico, quindi la precedenza ovviamente sarà data ad un allevatore locale. Verrà istituito un apposito bando per individuare il pastore che si occuperà della gestione, ovviamente impegnandosi a seguire le direttive dei ricercatori del progetto, al fine di poter monitorare gli effetti in campo. Cinque anni di progetto finanziato, ma il tutto dovrà essere portato avanti anche oltre, per almeno una trentina di anni, in un’ottica di continuità e reale gestione del territorio. Ci sono già state manifestazioni di interesse da parte di alcuni allevatori, ma tramite bando pubblico si sceglierà quello con le caratteristiche più idonee.

I costi del progetto hanno fatto discutere, ma a me le domande che sono venute in mente sono state di altro genere. 150 ovini sono un numero quasi da hobbista, tanto più che saranno di proprietà del Parco e l’allevatore potrà solo vendere gli agnelli. Avrà il pascolamento di quelle aree per quel certo periodo all’anno, ma dovrà mantenere i capi per tutti i restanti mesi. Quindi? Quindi ovviamente serve un’azienda già esistente sul territorio, con un numero di capi maggiore, attività integrative (es. mungitura e caseificazione). Ci sono realtà simili? Mi auguro di sì e mi auguro davvero che questa sia una buona opportunità da sfruttare anche per dare alla pastorizia il suo giusto riconoscimento. Non facciamo sempre solo polemiche, ma trasformiamo i nostri dubbi/perplessità in critiche costruttive. Ci saranno altre riunioni sul territorio, ma comunque possiamo far arrivare per via telematica i nostri suggerimenti e idee qui.

Di fiori, di nuvole, di pastorizia

Sentite la mancanza dei post quotidiani, ma lassù in alpe non prende nemmeno il telefono e la centralina carica 2 batterie da 12 Volt, quindi niente computer, niente internet, niente blog! Però ogni tanto scendo con il mio bagaglio di biancheria da lavare, lista della spesa e… nuove foto!

La stagione tardiva mi permette di mostrarvi ora lo splendore delle fioriture, cosa che altrimenti avrebbe caratterizzato l’inizio del mese. Non ovunque le fioriture sono altrettanto abbondanti e variopinte, la loro ricchezza dipende da diversi fattori. Uno di questi è il tipo di terreno, infatti dove il suolo è calcareo, generalmente si incontra un maggior numero di specie erbacee a fioritura evidente, come in questo caso.

Nonostante ci sia chi non lo vuole ammettere e chi preferisce una montagna “senza l’uomo”, popolata solo da selvatici, queste fioriture esistono indirettamente anche grazie all’uomo ed alla sua opera di gestione della montagna. Un corretto pascolamento, con un numero di capi adeguato ed animali adatti al territorio fa sì che i “pascoli” si mantengano tali, che non vengano invasi dai cespugli, che non si trasformino in boscaglie impenetrabili e che si mantenga la biodiversità.

Accanto alla grande varietà di piante (e di fiori), c’è pure una grande biodiversità animale. Camminando sul sentiero che attraversa i pascoli, in questi giorni si è letteralmente circondati da nuvole di farfalle di innumerevoli specie diverse, senza parlare poi di tutti gli altri insetti. L’altro giorno, accanto all’alpeggio, sui due lati del torrente, si aggiravano entomologi armati di retino, che dopo un’ora o poco più se ne sono andati soddisfatti per la “caccia” andata oltre le aspettative. Per non parlare delle falene notturne che si intrufolano in casa al calar della notte, appena vedono chiarore ed una finestra aperta.

Potrebbe sembrare un paesaggio naturale, i pascoli sembrano essere lì da sempre, ma non è così. E’ l’uomo, è il pastore a far sì che esistano. Intendiamoci, un carico errato (troppe bestie, animali pesanti non adatti alla montagna) o una gestione non razionale (insistere troppo a lungo nella stessa area, passaggi quotidiani ripetuti per settimane nello stesso luogo, ecc…) causano danni anche superiori all’abbandono…

Ma guardate questo versante, dove negli ultimi (10? 15? 20???) anni il pascolamento è stato nullo o frettoloso: a fatica il pastore ha riaperto un varco per il gregge e gli animali camminano in fila a lungo prima di allargarsi a pascolare, finalmente fuori da ex-pascoli invasi da cespugli. Giorni di pascolamento perso! Se qui ci fosse tutta erba, il gregge trascorrerebbe alcune giornate a brucare, senza la necessità di andare oltre a cercare foraggio. E lì, su quel versante, pensate che la fioritura sia abbondante come quelle che vi ho mostrato prima? Finita quella del rododendro, non c’è paragone con altre aree limitrofe utilizzate meglio.

Alle alte, altissime quote, sopra i 2500-2600 metri, non è più l’uomo ad avere influenza, ma soprattutto il clima: la neve, il ghiaccio, le valanghe, il vento… E’ lassù che incontriamo dei gioielli che il giardiniere più raffinato non potrà ricreare. Piccole piante che fioriscono tra le rocce o cuscinetti compatti, verdi, che all’improvviso si colorano di rosa intenso.

Quassù il gregge sale fin dove trova erba, poi lassù tra le rocce al massimo si spinge qualche capra, ma in alto è il regno degli stambecchi, che osservano placidi ed indisturbati, per mettersi in movimento nel tardo pomeriggio-sera, quando fa meno caldo e il gregge ormai sta rientrando verso il recinto.

Il caldo aumenta in pianura e su sono le nuvole a farla da padrone, spesso anche portando momenti di freddo. Generalmente le giornate iniziano con un risveglio in un cielo limpido e terso, ma già dopo la colazione spesso si vede una nuvoletta. A mano a mano che la giornata procede ed il gregge sale in quota, il cielo cambia.

Le nuvole vanno e vengono, ci si copre e ci si sveste, il sole è bruciante, ma fa ancora fresco quando questo si nasconde, il grande caldo non è ancora arrivato quassù. Al mattino conviene sempre mettere nello zaino la tuta antipioggia, a spalle portare l’ombrello, perchè quando lo lasci giù alla baita…

…la bellissima giornata vista al mattino può riservare sorprese improvvise. Le nuvole si chiudono, diventano più scure, inizia a tuonare e arriva aria di pioggia. Qualche volta il temporale colpisce  tutt’intorno, lo vedi addirittura passare con la sua scia d’acqua, ma altre invece si scatena con violenza e non hai nemmeno tempo / modo di cercare un riparo, ammesso che ve ne sia uno.

Per adesso però, anche grazie alle piogge, l’erba si mantiene bella verde, i torrenti sono gonfi d’acqua e non ci si preoccupa per la siccità come accadeva la passata stagione. Basta poco per avere delle difficoltà, in questo lavoro apparentemente idilliaco e sereno. Sempre, tutto l’anno, si è in balia del tempo!

Come vedete, la neve non è ancora sciolta tutta, anche se progressivamente si va ritirando e assottigliando. Con il caldo, gli animali la apprezzano persino, per cercare refrigerio, ma il pastore li smuove temendo cedimenti, mandando il gregge verso i pascoli, dove potrà nutrirsi con l’erba invece di rimanere lì per ore con lo sguardo a terra.

Nelle belle giornate il pastore vive i suoi momenti più belli, quelli in cui può permettersi di salire su fino al colle e vedere i suoi animali “tutti belli allargati”, fermi, intenti a pascolare. Sono quelle rare occasioni durante le quali si “abbandona il gregge”, ce lo si lascia alle spalle per salire un po’ più su, fino ad affacciarsi dall’altra parte, per vedere “altre montagne”, altri pascoli. Vagare con lo sguardo e il cannocchiale per riconoscere altri alpeggi, associarli a nomi di pastori e margari.

In un attimo poi sembra di essere in tutt’altra stagione, con la nebbia arrivata all’improvviso ad avvolgere tutto. Per fortuna qui, a differenza di altre montagne, raramente dura per ore (o anche giorni!), si tratta piuttosto di passaggi rapidi, destinati a dissolversi in poco tempo.

Il tardo pomeriggio così è fatto di nebbie che vanno e vengono, a volte di temporali improvvisi, persino grandinate, ecco perchè nello zaino è sempre meglio avere un abbigliamento vario ed adatto a tutte le situazioni. Ma questa è la montagna, da sempre, bisogna essere pronti a tutto e non farsi cogliere impreparati.

Ecco una serata con le nuvole ancora incerte sul da farsi, con il gregge che inizia a scendere per la via del ritorno, ma ancora allargato a pascolare. Le giornate sono sempre lunghe, anche se le ore di luce lentamente diminuiscono, il pastore deve accompagnare il gregge al recinto, non può più limitarsi a lasciare pecore e capre in quota in posto lontano dai confini degli altri pascoli, lontane dai pericoli. Il pericolo a quattro zampe può arrivare ovunque, in qualsiasi momento…

Per difendere la biodiversità

Per sentir dire al di fuori dei convegni specifici che pastoralismo significa difesa della biodiversità, mantenimento della biodiversità, basta passare il confine. In Francia il pastoralismo, l’allevamento ovino è tradizione, è economia, è paesaggio e, giustamente è biodiversità, appunto.

Non c’è nemmeno da spiegarlo, fa parte della tradizione, della cultura. In Italia invece sono discorsi “di nicchia” che difficilmente escono dalle aule universitarie o dalle sale dei convegni. Ripetiamolo ancora una volta: un gregge in montagna svolge molteplici funzioni. I pastori conducono in quota le greggi per sfamarle durante la stagione in cui i prati di fondovalle sono destinati alla fienagione. E’ così che è nata la pratica dell’alpeggio e della transumanza alpina. C’è chi ne ricava carne (vendendo agnelli, agnelloni…), chi munge e produce anche latticini. Ma gli animali pascolano, “puliscono” i versanti, mantengono la vegetazione erbacea o, addirittura, la migliorano laddove si incontrano situazioni di abbandono.

Pascolamento è biodiversità vegetale. Dove diminuisce o cessa l’azione di pulizia del gregge, si diffondono i cespugli. Invece di centinaia di specie vegetali, troviamo distese quasi monospecifiche di rododendro, ginepro, mirtilli, cespugli di ontano. Servono anche queste specie, certo, ma la biodiversità è avere tante specie e tanti ambienti. In un pascolo troviamo più vegetali, fioriture più evidenti e, di conseguenza, più insetti, più predatori di questi insetti e così via. Occorrono anni per recuperare un pascolo abbandonato.

In Italia si fanno tante parole… In Italia occorre essere schierato, per ogni cosa c’è il PRO e il CONTRO. Sapete bene su che toni spesso si sposta il “dibattito” sulla questione lupo… Troppo spesso si grida invece di ragionare, ma a volte anche il più moderato perde le staffe di fronte a certi “ragionamenti” di chi non vuole nemmeno sentire le parole e le ragioni dei pastori. In Francia invece, pur essendo anche lì il dibattito molto acceso, di sicuro la questione è sentita e non solo nel ristretto ambito addetti del settore zootecnico / ambientalisti. E’ di questi giorni la notizia che il Parco Nazionale delle Cévennes abbia fatto domanda per rivedere la legge nazionale in materia di protezione del lupo, chiedendo l’autorizzazione a “tiri di difesa” contro il lupo. Qui l’articolo, significativa la frase “L’agropastoralisme produit de la biodiversité. Nos systèmes d’élevage produisent de la biodiversité. La présence du loup remettrait en cause cette biodiversité. Nous avons fait notre choix.“, pronunciata dal Presidente del Parco. In altri articoli sul web (qui) si trova poi quest’altra dichiarazione: “Les instances du Parc ont donc décidé de “porter un message. Nous demandons aussi à être relayés par les parlementaires, pour obtenir une révision rapide du Plan loup. Une manière de mettre l’État devant ses responsabilités“.” Ci si appella allo stato, affinchè vengano prese decisioni a livello nazionale.

E il lupo non preda solo ovini, anche in Piemonte sta aumentando il numero di bovini vittime di attacchi (direttamente  o indirettamente, perchè messi in fuga e poi precipitati o feriti). Qui, sul bel sito francese Eleveures et Montagnes, si trovano tante informazioni sulla situazione in Francia. Solo nell’area PACA (Provenza, Alpi, Costa Azzurra), nel 2012 si sono avuti 1138 attacchi (+22%) con 3873 capi uccisi (+26%). Sono numeri che non hanno bisogno di ulteriori commenti, eppure sappiamo che in Francia da anni hanno adottato e mettono in pratica i vari strumenti per prevenire le predazioni.

In Piemonte non siamo ben messi. L’autunno ha registrato numerosi attacchi, ma in tutta la stagione le segnalazioni si sono susseguite, anche in aree di espansione, dove prima il predatore non era ancora mai stato segnalato o dove aveva fatto solo sporadiche apparizioni. Lì il bilancio è stato ancora più grave, perchè come sempre accade, ha trovato animali ancora liberi, non sorvegliati costantemente e senza la presenza dei cani da guardiania. Mi domando quando anche da noi si potrà pensare di fare concretamente qualcosa senza essere accusati di voler sterminare i lupi! Dare al pastore la possibilità di difendere il suo gregge, indurre i predatori a temere l’uomo, così da allontanarli e far sì che tornino a rivolgersi maggiormente alle prede “selvatiche”, come fanno quando gli alpeggi sono vuoti e greggi e mandrie si trovano altrove.