E bravi gli organizzatori e i partecipanti!

In quel luogo di incontro virtuale anche per allevatori (cioè facebook), qualche settimana fa aveva iniziato a circolare la locandina della fiera di Pomaretto, o meglio, la “La Fiero dà Paì dà Ramìe“. Non ne avevo mai sentito parlare, qualcuno raccontava che già lo scorso anno era stata una bella festa e, per questa edizione, si annunciava una buona presenza di partecipanti, sia nel numero di allevatori, sia in quello di animali in mostra.

E così, in un bel sabato di sole ancora caldo, ecco che al mattino, arrivando a Pomaretto, là dove le valli si dividono e si imbocca la Val Germanasca, si sentono suonare i rudun e si incontrano mandrie e greggi che si dirigono verso la fiera.

La segnaletica lungo la strada, il traffico ben regolamentato, i parcheggi già fanno intuire che è stato fatto un gran bel lavoro. Poi, seguendo il percorso, si iniziano ad incontrare gli animali, ciascuno nel proprio recinto, suddivisi per allevatori. Prima i bovini, poi capre e pecore.

Ce ne sono davvero tanti! Gli allevatori hanno risposto alla chiamata, hanno partecipato sia i residenti in zona, da Perosa, da Pomaretto e dintorni, sia pastori di greggi che ormai sono già scesi lungo la valle e pascolano in pianura. Per l’occasione, ecco i rudun più belli al collo degli animali.

Bei greggi di capre, ci sono animali per tutti i gusti. Si dice che abbiano partecipato circa 450 bovini e 350 tra ovini e caprini. Numeri importanti, per una fiera che sicuramente crescerà negli anni. Il pubblico era numeroso, ma sicuramente aumenterà nelle prossime edizioni, grazie alla buona pubblicità che i partecipanti a questa edizione faranno tra amici e conoscenti (e on-line!).

Oltre al bestiame, ci sono bancarelle e aziende agricole che partecipano mostrando il loro lavoro/facendosi pubblicità. Ho trovato molto originale l’idea delle ditte boschive che sono venute con il tamagnun carico di legna. Questa è la montagna che vive e lavora!

C’è chi la legna la taglia e chi il legno lo lavora. Oltre ai soliti banchi di generi alimentari, abbigliamento, ecc., questa volta voglio mostrarvi un giovane artigiano della valle, Simone. Oltre agli oggetti decorativi, vedete canaule, cane e decorazioni a tema zootecnico.

La fiera era dedicata al Ramìe, ma chi di voi sa di cosa si tratti? E’ un vino, un vino di montagna, prodotto di quella che viene definita “viticoltura eroica”. Sono infatti un po’ eroi, un po’ folli, quegli agricoltori che si ostinano a mantenere vivi questi vigneti abbarbicati alla montagna. Per chi volesse saperne di più, qui sul sito del Comune, qui invece un bell’itinerario da fare a piedi (vi consiglio in autunno, come periodo).

Terminata la mia escursione tra i vigneti, sono tornata alla fiera, per assistere alla premiazione degli allevatori e fare ancora un giro tra animali e bancarelle. Ecco lo stand del Ramìe (tra l’altro… un DOC).

C’erano anche “animali strani”. Se ai camelidi, tra lama ed alpaca, ormai si sta facendo l’abitudine, le vacche Highlands dal lungo pelo rosso sono già conosciute, ma gli zebù suscitavano decisamente una certa perplessità. “Che siano poi belli…“, commentava, scuotendo la testa, parecchia gente. A parte la bellezza, anche se il clima sta cambiando e si è fatto più mite, mi domando cosa ci fanno questi animali in una vallata alpina!

Ignare di tutto, le vacche nostrane attendono pazientemente. Sono state agghindate per la festa, ma ci sarà comunque un simbolico premio per tutti i partecipanti.

Straordinariamente, partecipano alla fiera anche alcune vecchie conoscenze che solitamente vengono avvistate solo in qualità di visitatori e non partecipanti. Fulvio me l’aveva già detto tempo fa, di questo invito. Il gregge ormai è in pianura, ma una piccola rappresentanza scelta del gregge fa bella mostra di sè nel recinto.

Per allietare il tutto, non manca nemmeno la musica. Il pubblico però sta convergendo verso l’area delle premiazioni, dove mi dirigo anch’io.

Con l’ultimo sole della giornata, le autorità iniziano i saluti di rito. Non possono che essere tutti soddisfatti per la riuscita della manifestazione.

Non viene premiato il singolo animale, ma ogni allevatore riceve un riconoscimento per aver partecipato alla fiera. Chi ha portato sia ovicaprini, sia bovini, avrà diritto ad un doppio premio.

Molto numerosi anche in questa occasione non soltanto i giovani allevatori, ma anche i giovanissimi appassionati. Si mettono in posa con gioia ed uno di loro mi grida: “Ma la metti poi sul sito, Marzia?“. Eccoti accontentato, insieme ai tuoi amici.

La fiera è finita, restano ancora le bancarelle per i turisti, ma gli allevatori si avviano verso casa. C’è chi risale la valle e chi scende. Si forma un po’ di coda per le strade, ma a questa stagione, nonostante la bella giornata di sole, non c’è tantissima gente in giro.

Seguo per qualche chilometro gli animali che raggiungono una cascina appena fuori Perosa, poi la strada torna libera e si può rientrare a casa, con la soddisfazione di aver visto una bella fiera e un bel momento di vita per la valle. Qui l’intero album delle mie foto della fiera.

Mezze stagioni

Un amico appassionato di meteorologia l’altro giorno commentava: “Non mi dite che non ci sono più le mezze stagioni!“. In effetti l’inverno-inverno e l’estate-estate nel 2014 non li abbiamo visti. Anche questo autunno continua (qui) ad essere eccezionalmente mite.

Per i pastori vaganti ci sono i lati positivi e negativi, come sempre. Ieri vi ho parlato della “guerra per i pascoli”, ma c’è anche da dire che un clima del genere favorisce la crescita dell’erba per cui, in un modo o nell’altro, alla fine di pascoli ce ne saranno per tutti. I problemi maggiori sono legati alla pioggia, al fango, al terreno che non asciuga più. Il mestiere del pastore vagante è difficile e duro, con il maltempo le cose non possono che complicarsi.

E’ un sollievo mettersi in cammino con il sole. Persino le nuvole nel cielo non sono quelle classiche della stagione. Il terreno non è ancora gelato, raramente si vede la brina. Chi lavora all’aria aperta, avverte i “cambiamenti climatici” meglio di chiunque altro.

Grazie alle piogge ed al clima mite, i colori autunnali sono più brillanti anche in pianura. Il gregge attraversa un tranquillo paesino sperso tra le distese di campi e prati. Poco traffico per le strade, a dire il vero non c’è praticamente nessuno, così le pecore avanzano occupando quasi interamente la sede stradale.

Anche le strade più trafficate, da queste parti, non sono così difficili da attraversare. Per fortuna non c’è nemmeno la nebbia, che negli ultimi anni si fa vedere meno che in passato. Con la nebbia, un passaggio come questo diventa molto più complicato. Invece adesso ci si sposta con maggiore facilità, aiutati dalla presenza di stoppie che possono essere calpestate dal gregge senza causare alcun danno.

Queste frazioni  di pianura sembrano il posto giusto per far transitare un gregge. Piccole, tranquille vie secondarie, case più moderne affiancate ad antiche cascine. Si respira quella sensazione di vita rurale, di ritmo lento che altrove si è perso definitivamente. Forse è l’autunno, forse è questa stagione che dovrebbe preparare al riposo nell’inverno, anche se ormai il mondo moderno prevede di essere sempre di corsa, sempre efficienti per 365 giorni all’anno.

Le montagne innevate sembrano più vicine di quanto non siano in realtà. Neve sui monti, ma qui le temperature si alzano in fretta e già solo a tener dietro al passo del gregge c’è da sudare. Una strana mezza stagione, fin troppo caldo persino per essere autunno!

Non è normale vedere così verdi le sponde dei fossi, i bordi delle strade, a metà novembre. Il grano in certi posti è già alto e persino ingiallito per la troppa pioggia nel terreno. I contadini, nei pochi giorni di bel tempo, si affrettano o a lavorare le stoppie o a buttare il letame nei prati. Quanta erba “sprecata”… E poi, quanto farà bene concimare il prato con l’erba alta più di una spanna? Magari non vogliono le pecore “perchè fanno danno”, poi passano con il trattore e lo spandiletame…

Perchè di erba nei prati ce n’è. Un pastore mi diceva che un suo amico gli raccontava di aver smesso di tagliarla per le vacche perchè: “…è troppo fresca, c’è troppa acqua, la mangiano male!“. Anche le pecore la mangerebbero meglio se fosse più asciutta, più consistente.

Per adesso comunque meglio che di erba ce ne sia “troppa”. Anche se lo scorso inverno i pastori tribolavano per via della pioggia e del fango, che dire di quando si fatica per trovare pascoli? Quando la neve gelata copre la terra? Quando l’erba nuova stenta ad uscire nel mese di febbraio o di marzo? Si vedrà, se prima o poi l’inverno mostrerà la sua faccia. Oggi comunque piove di nuovo, non tantissimo, pioviggina…

In questa stagione?

Perchè parlare di lupi a questa stagione? Ormai in alpeggio non c’è più nessuno. Scesi gli animali, i lupi dovrebbero essere lì a cacciare solo animali selvatici, le loro “prede naturali”, verso le quali svolgono una funzione di controllo della popolazione, ecc ecc ecc. Peccato che, in montagna, ci sia gente che ci vive stabilmente. E non parlo dei 2.000 metri, ma di paesi e frazioni a 700-800 metri. Magari anche 1.000-1.200 e più metri, ma comunque ancora abitati 365 giorni all’anno!

(foto dal web)

Così accade di vedere, proprio in questi giorni, foto fresche fresche con relativi commenti degli allevatori colpiti dagli “incidenti”. Mi scrive un amico: “Mia moglie ha parenti da quelle parti: telefonata di oggi, sono andati a fare scendere gli ultimi animali c’erano ancora mucche e vitelli ed avevano paura per questi ultimi.” Questa capra faceva parte di un piccolo gregge. Gli allevatori non vivono solo di quello, ma hanno pecore e vacche che richiedono un lavoro continuo, da mattina a sera. Le capre pascolavano da sole non lontane dal paese. Ed ecco il risultato. Ora… che fare? Tenerle in stalla? Lavoro in più, spesa e… E loro sicuramente stavano meglio fuori a mangiare ancora erba e castagne. Ma no, o le si vende, o le si chiude fino alla primavera.

(foto D.Calia)

Un amico mi manda le foto delle sue capre in montagna, d’estate, alta Valle Orco. “Io quest’anno le avevo con un amico, lì per ora non c’è. Dove le mandava prima in Val Soana, in una montagna buonissima, non le manda più per il lupo. Sì, comunque erano sole, poi tra binocoli e passeggiate di ore le si tiene sotto controllo.” Tutto questo solo perchè per qualche fortunata coincidenza lì il lupo non c’è ancora, altrimenti non basta il binocolo… Non voglio assolutamente augurare nulla di male, ma ormai non ci si può permettere di sfidare la sorte così. Questi allevamenti sono destinati a scomparire? Questa non è biodiversità che va perduta?? Non sono, capre e pastori, a rischio di estinzione pure loro?

(foto dal web)

Sempre più numerosi gli attacchi in Langa. Non siamo in montagna, lì! “Con la notizia di oggi, l’Alta Langa è di nuovo sotto l’attacco dei lupi… 4 pecore a Murazzano, 1 pecora a Monbarcaro, 3 0 5 capre in Bovina di Paroldo“, scrive un altro amico. Anche quelle sono terre a rischio, dove si lotta (anche senza lupo) per vivere e lavorare in ambienti difficili. L’agricoltore, l’allevatore è quel presidio del territorio che può contribuire a far sì che i versanti non scendano a valle con le piogge. Ma invece ci si ostina a proteggere assolutamente il lupo. Non ditemi che è ancora una specie a rischio di estinzione!

(foto dal web)

Ormai c’è dovunque. E’ tutta l’estate che dalla Lessinia (VR) arrivano storie e foto come quella che vedete. Decine e decine di vacche ed asini predati. Adesso sugli alpeggi non c’è più nessuno, ma gli attacchi continuano anche vicino alle stalle ed alle case, a quote inferiori. Così scrivono su facebook gli abitanti di quelle parti: “Andare a mangiare dai miei… uscire di casa e trovarsi un lupo nel cortile non è proprio il massimo…“. E non mi dite che, improvvisamente, sono tutti cani randagi! La gente sul territorio bene o male ci vive ancora. Se ha gli animali, è lì presente. Prima o dopo un cane randagio, un cane vagante, lo vede!

(foto dal web)

Già, in Val di Taro, provincia di Parma, mi dicono che sono già stati sbranati anche parecchi cani (non randagi, cani con tanto di collare). Una sessantina, addirittura. In provincia di Pordenone un lupo attacca una pecora che si era allontanata dal gregge per partorire. Attacco ad un piccolo gregge di un appassionato a Peveragno (CN), una vitella sbranata in provincia di Vicenza e si potrebbe citarne molti molti altri (anche se non sempre arrivano ai media e se ne scrive).

Quand’è che si consentirà ai pastori di difendere i propri animali? Ci dicono che il lupo è intelligente, che il lupo apprende velocemente e trasmette le conoscenze al branco, alla prole. E allora dobbiamo insegnargli che greggi e mandrie sono da lasciar stare, che bisogna girare alla larga dall’uomo! Certo, utilizziamo tutti gli strumenti di protezione di cui possiamo dotarci, ma sono anni che ci dicono che sono sufficienti quelli… Evidentemente non è così, non dappertutto!

Lo ripeto ancora una volta

Credo che non mi stancherò mai di spiegare questo concetto, di illustrarlo tramite esempi ed immagini. L’uomo può far grandi danni all’ambiente ed alla natura, a qualsiasi quota e latitudine, anche praticando agricoltura e allevamento, ma una corretta gestione del territorio fa sì che il paesaggio e la biodiversità ne traggano dei benefici.

Prendiamo un luogo qualsiasi, in una valle a poca distanza dalla pianura e dalle città. Le prime alture, una strada sterrata che congiunge diverse frazioni, in questa stagione disabitate. Il clima particolare di quest’anno fa sì che i colori siano quasi insoliti. Ci sono i gialli, gli arancione, rosso e marrone chiaro dell’autunno, ma c’è un verde nei prati che sembra quasi primavera.

Questo verde, questi prati sono belli da vedere, ma non sarebbero così se in zona non ci fosse (ancora adesso) un piccolo gregge. Gli animali sono chiusi nelle reti, non c’è nessuno a condurli al pascolo, ma il recinto viene via via spostato di modo che abbiano sempre da mangiare. Non so chi sia il proprietario, non so come vengano gestiti, ma è sicuro che la loro presenza lì faccia sì che il territorio abbia questo aspetto.

Il gregge è sorvegliato da cani da guardiania, che tengono lontani eventuali elementi di disturbo, sia predatori, sia malintenzionati a due gambe. Il suono delle campanelle, anche l’abbaiare dei cani fa sì che il territorio sia più vivo. Altrimenti qui ci sarebbe solo il silenzio. Le baite, anche quelle ristrutturate, sono tutte chiuse. Un tempo sicuramente a queste quote si abitava tutto l’anno, oggi si sale solo o per lavoro, o per momenti limitati di relax.

Qualche teorico della wilderness probabilmente non apprezza e reputa questi animali superflui. O magari addirittura dannosi. Un piccolo gregge qui però è quello che ci va. Con i tempi che corrono questo è più un hobby che un reddito (non si vive solo con una ventina di capre e pecore), ma il ruolo svolto è impagabile. Altrove (oltreconfine) questa funzione del gregge è riconosciuta, ma in Italia giorno dopo giorno sembra che ci si ingegni particolarmente per trovare nuovi ostacoli per contrastare soprattutto i piccoli allevatori di montagna.

Continuando l’escursione, attraverso paesaggi come questo. Tutta natura? No. A parte il gruppo di case ormai semi-crollate, l’uomo ha permesso questa alternanza di colori continuando a gestire, tramite il pascolamento, il territorio. Sicuramente c’è già stata una regressione dei pascoli rispetto a quando in quelle baite si abitava stabilmente.

Almeno d’estate, qui sale ancora qualcuno con gli animali. Vacche sicuramente, magari il gregge che ho incontrato prima. Oltre al paesaggio quindi, il turista può godere anche dei prodotti dell’allevamento.

In questa stagione non c’è più nessuno, o quasi. Infatti incrocio due scrofe con i loro porcellini che, indisturbate, scendono lungo la strada. Per qualche attimo, sentendo i versi in lontananza, avevo temuto si trattasse di cinghiali, guardandomi intorno per trovare una via di fuga!

Qui è il Colletto, dove termina la strada e si può proseguire seguendo diversi sentieri segnalati. La neve fresca, gli alberi in veste autunnale e i pascoli ben brucati. Quest’anno, tra pioggia e temperature miti, l’erba è addirittura ricresciuta e si potrebbe teoricamente ancora pascolarla! Ma se non fossero passati gli animali… cosa si vedrebbe?

Questa foto è stata scattata qualche settimana prima delle precedenti, in un’altra valle, ma rende bene l’idea. Davanti vedete un prato curato, sfalciato e pascolato. Dietro un prato abbandonato, con l’erba alta e secca, il bosco che avanza. Non so, a voi quale dei due piace di più? Nella frazione accanto a questo prato c’era un anziano, forse l’unico abitante, con alcune vacche. Voi ci pensate, a tutto questo, quando siete in montagna?

Ogni pastore una storia

In dieci e più anni di pastori ne ho incontrati tanti. Ciascuno con la sua storia. Ma mi piace sempre ascoltarne di nuove e condividerle con voi che mi seguite. Anche nei miei libri ho parlato dei pastori che, una volta, emigravano in Francia per lavorare. Poi sono arrivati in Italia i pastori dalla Romania, a fare gli operai per gli allevatori locali. E adesso?

Immagini che vi ho già mostrato tante volte. La campagna autunnale, un gregge in cammino, alla ricerca di nuovi prati, stoppie o incolti. Il pascolo vagante, insomma. Questo gregge in particolare non l’avevo mai fotografato. Ho incontrato il pastore alla Fiera di Luserna e mi ha chiesto se potevo andare da lui a scattare qualche foto.

Il pastore è una vecchia conoscenza. La prima volta che ci siamo incontrati, anni fa, lui lavorava insieme a Fulvio. Avevano gli animali in società e, per qualche stagione, ha seguito il cammino di quel gregge dalla montagna alle colline dell’Astigiano. “Fulvio è il mio maestro. Ho imparato tanto da lui. A volte magari non era facile lavorarci insieme, ciascuno ha il suo carattere, ma non l’ho mai visto lasciar morire un agnello. Piuttosto si inginocchia nel fango, sotto la pioggia, per cercare di farlo succhiare, per tentare il tutto per tutto.

Il gregge si sposta nelle campagne. Deve arrivare nell’Astigiano prima che il suo padrone riparta. E qui allora devo iniziare a raccontarvi questa storia… Sapete che, tra pastori, le notizie viaggiano alla velocità della luce. C’è “radiopecora” che le diffonde, tra passaparola, telefonate e gossip. Già due estati fa infatti avevo saputo che Piero, il pastore che conduce questo gregge, aveva fatto la stagione oltreconfine, in Svizzera. Me lo aveva confermato lui stesso, quando lo avevo incontrato, sempre alla fiera.

Poi però avevo sentito dire che aveva lavorato là anche d’inverno. Pascolo vagante come quello del film “Hiver nomade“? Viene subito in mente il gelo, la neve, le parole che avevo sentito da un pastore che, per tutta la vita, aveva lavorato in terra elvetica. Qui però abbiamo un gregge, pecore e capre, che si spostano e che salgono in alpeggio in Piemonte. Ho mille domande da fare per cercare di capire questa storia.

Dopo aver attraversato la strada, si torna in aperta campagna. Trattori nei campi che si affannano ad arare o a portare via le rotoballe dalle stoppie del mais. E’ prevista pioggia, così i contadini si affrettano. I pastori sperano che non ne cada troppa, che il terreno non si inzuppi, che gli animali non sprechino troppa erba.

Il padrone del prato ha preceduto il gregge fin qui, per mostrare dove fosse. “Gli altri anni chiedevo ad un altro pastore, ma alla fine non è mai venuto a pascolarla… falla mangiare tutta, quest’erba!“. Gli animali non si fanno pregare. I pastori scaricano gli agnelli più piccoli dal furgone, i cani sorvegliano. Piero mi racconta che è proprio grazie ai cani da guardiania che è finito in Svizzera. Era stato invitato oltreconfine da una veterinaria per portare la sua esperienza di lavoro con questi animali insieme al gregge e là ha sentito parlare dello stipendio mensile per chi fa la stagione estiva. “Per quelle cifre, ci vengo io! Un anziano mi ha sentito, mi ha chiesto se scherzavo, abbiamo parlato tutto il tempo del pranzo e alla fine…

Così adesso Piero è diventato uno strano pastore vagante. Il suo gregge resta in Piemonte, sorvegliato da altri: “Avevo pensato di venderle, ho fin chiamato il commerciante a vedere, ma poi non me la sono sentita… le capre soprattutto!” Lui d’estate lavora in alpeggio, in Canton Ticino, badando agli animali di una quindicina di proprietari. D’inverno invece conduce al pascolo il gregge di un unico allevatore. Animali in asciutta e montoncini da ingrasso. “Lo scorso anno ho fatto la prima stagione invernale. Per fortuna non è stato un inverno troppo freddo…

Qui le pecore stanno chiamando gli agnelli, in Svizzera invece le fattrici restano in cascina, non seguono il gregge. “Là è tutto diverso. Ogni Cantone c’è un solo pastore. La gente è gentile. Io non parlo Tedesco, ma in qualche modo… Arrivi nei paesini e vengono le mamme con i bambini per vedere le pecore. Portano un cesto, con dentro il thermos, la torta! Altro che da noi! Un giorno una ragazza è venuta e mi ha fatto capire che voleva fare la foto con me. Dopo un’altra ha tradotto quello che diceva. Era il suo compleanno e, il fatto che il pastore fosse arrivato nel suo paese proprio quel giorno, era di buon auspicio. Per quello ha voluto la foto!

Una super fiera a Luserna San Giovanni

Per me era, già negli anni scorsi, una delle fiere più belle che avessi mai visto, ma quest’anno ne ho avuto la conferma anche dai tanti visitatori arrivati da fuori Piemonte. Io vi ho partecipato nei due giorni, il 1 novembre, in cui vi erano solo le bancarelle, e il 2, giorno della fiera vera e propria, con gli animali, ancora più espositori e il massimo dell’affluenza.

Il primo giorno sono riuscita a farmi un giro da tranquilla, guardando gli stand e scattando foto a tutto ciò che c’era di particolare. Come questa selleria non piemontese (presumo lombarda), con campane (ma soprattutto collari) diversi da quelli che vediamo solitamente da noi.

Le sellerie a questa fiera sono tutte presenti, ciascuna con i loro articoli e ciascuna con i suo affezionati clienti. Attrezzature tecniche, reti, picchetti, fili, bastoni, campanacci, forme per il formaggio e molto molto altro ancora.

Tra i tantissimi banchi di prodotti alimentari, vi sono ovviamente quelli dei formaggi. Alcuni sono commercianti, altri produttori di aziende agricole della zona, compresi i margari con le loro tome realizzate ancora in montagna e formaggi più freschi prodotti ormai in pianura.

Era bello anche solo godersi i colori ed i profumi delle bancarelle: frutta, verdura, spezie, legumi, castagne, noci… Ce n’era davvero per tutti, tra aglio, porri, peperoni, melanzane, cavoli, mele, pere, zucche…

E quando non erano fresche, erano sotto vetro! Accanto ad olive, acciughe, funghi, sottaceti vari… Insomma, chiunque poteva trovare qualcosa di suo gradimento, senza dimenticare pane, dolciumi, farine, miele, vini e molto altro ancora.

Ma la vera fiera era il giorno in cui c’erano le bestie. Da una parte quelle dei commercianti, soprattutto bovini. C’erano anche commercianti da altre regioni (non è il mio campo, ma ho letto i nomi sui camion!!) e poi, come da qualche anno a questa parte, gli Austriaci.

Ho fatto un giro molto veloce per salutare amici e conoscenti e vedere le bestie. Nel reparto ovicaprini, non c’erano grosse novità. Le “solite” capre di un appassionato allevatore locale, che riscuotono sempre grande interesse, più qualche altro gruppetto.

Per le pecore, il commerciante è sempre quello… Quest’anno c’erano meno capi degli anni scorsi, suddivisi in gruppi di provenienza diversa. Non sono propriamente del mestiere, ma un gruppetto di pecore con una fitta lana e il ciuffo fin giù sul naso aveva un qualcosa di famigliare e ne attribuivo la provenienza al gregge di un pastore che mi aveva fatto visita il giorno precedente. (Per la cronaca, avevo indovinato!)

Oltre alla fiera, c’era la mostra degli animali di provenienza locale. Avrei voluto fermarmi di più, scattare più foto, assistere alla premiazione e alla gara di mungitura, ma quest’anno sono riuscita proprio solo a fare un giro veloce, dovendomi occupare del mio stand.

Poco per volta il pubblico si faceva sempre più numeroso e si cominciava ad avere problemi nel riuscire a spostarsi da una parte all’altra della fiera. La bellissima giornata di sole, la giornata festiva (domenica) il ponte di Ognissanti hanno fatto sì che l’affluenza sia stata davvero straordinaria.

Così molto del pubblico della fiera me lo sono vista scorrere davanti dalla mia bancarella. Ecco qui un gruppo di pastori dalla Lombardia. Ma sono venuti a salutarmi pastori dal Trentino, dal Veneto, dall’Emilia, dalla Liguria e da ogni angolo del Piemonte. Grazie a tutti voi e grazie a chi si è entusiasmato davanti a “Pascolo vagante 2004-2014”.

Verso sera molti animali portavano sulla schiena le scritte che indicavano la loro vendita. Poco per volta venivano caricati sui camion. Le bancarelle accendevano le luci (chi le aveva), altri iniziavano a smontare anche se il pubblico continuava a girare tra gli stand. C’era chi cantava e chi aveva lo sguardo già un po’ annebbiato. Per vedere anche le mie altre foto, qui un album pubblicato su facebook.

In pianura

La maggior parte delle greggi ormai sono in pianura. Qualcuno tarda a scendere, dice che c’è ancora erba, oppure ha un gregge piccolo. Non so a chi andrà meglio nei prossimi giorni, con le previsioni meteo pessime.

Quelli in pianura magari triboleranno per il fango. Il terreno in molti posti trattiene l’acqua, sarà molle dappertutto, le bestie staranno male, non potranno coricarsi per dormire. Inoltre sporcheranno l’erba con le zampe infangate. In montagna andranno avanti ed indietro, perchè l’erba vecchia bagnata non sarà di loro gradimento. E poi farà freddo…

Nei giorni scorsi invece ha fatto bello. E caldo. Anche in montagna… Anzi, in montagna probabilmente ha fatto più bello e caldo che non nei mesi estivi! Questo gregge però la montagna l’ha lasciata da parecchio tempo e adesso pascola nelle stoppie del mais dove, grazie alle piogge, è cresciuta parecchia erba. “Per fortuna ha già brinato una volta, altrimenti le farebbe gonfiare, quest’erba qui…“.

Il pastore voleva qualche bella foto del suo gregge. Le pecore sono belle, ma è il panorama che non offre grossi spunti. Le montagne sono indistinguibili, sullo sfondo. Tutt’intorno pianura, qualche paese in lontananza, cascine, rotoballe nelle stoppie. Difficile riuscire a scattare qualche immagine speciale.

Anche se il gregge delle pecore degli agnelli è da un’altra parte, qui ce n’è qualcuno di un po’ più grandicello ed un paio di piccolissimi. Non ci sono comunque da fare grossi spostamenti. Si gira nelle stoppie qua e là, per la sera si ritornerà al recinto che non è stato smontato, nei pressi del quale c’è anche la roulotte ed il fuoristrada del pastore.

Aspetto a lungo, varie volte cerco di immortalare una delle capre quando sale sulle rotoballe, ma solo nel tardo pomeriggio avrò successo. E’ già passato anche il padrone del campo, con il pastore si sono chiariti su quali pezzi pascolare prima e quali lasciare indietro per i giorni successivi. “Ce ne fossero di contadini così… Lui mi lascia pascolare ovunque, posso anche fare il recinto vicino alla cascina, alle stalle. Altri invece non ti vogliono assolutamente!

Il sole si avvia a tramontare. Il gregge cambia pezzo sollevando polvere che crea una nebbiolina nella luce radente della sera. Una strada secondaria tra i campi, che improvvisamente a quest’ora si anima. Prima il passaggio delle pecore, poi auto con mamme che riportano a casa i bambini da scuola. Passa anche lo scuolabus, i bambini guardano, salutano.

Dopo torna la tranquillità e il gregge pascola nella stoppia. Il mais è stato raccolto appena il giorno prima, così le pecore cercano pannocchie, ma mangiano anche le foglie più belle, asciutte e pulite. Saluto i pastori, rientro a casa. In questo periodo è sufficiente far pochi chilometri per incontrare varie greggi qua e là nella pianura.

Pochi giorni dopo, rientrando dalla casa editrice con le prime copie di “Pascolo vagante 2004-2014”, è d’obbligo una tappa dal primo pastore vagante di cui (nel 2004) ho seguito il cammino su dall’alta valle fin giù nelle colline del Monferrato. Adesso la sua transumanza è sfociata in pianura ed iniziano quei giorni in cui si pascola nei prati, oppure ci si sposta di qualche chilometro, poi si fa di nuovo tappa per qualche giorno… Ecco Fulvio e Milena con alcuni giovani amici intenti a sfogliare la prima copia uscita dagli scatoloni!

Si guardano le foto, c’è un commento per ciascuna, sul posto, sul pastore, sulle pecore. Ma poi le pecore fuori dalle pagine richiamano l’attenzione. E’ ora di spostarle in un’altro pezzo di prato, di modo che siano poi sazie e soddisfatte quando verrà l’ora di chiuderle nel recinto. Erba quest’anno ce n’è, in pianura. Ma i contadini chiedono prezzi esagerati e poi adesso arriverà la pioggia…

La Fiera dei Santi a Vinadio

L’ultima domenica di ottobre a Vinadio (Valle Stura, CN) si tiene la Fiera dei Santi, giunta alla 159° edizione. La Mostra della Pecora Sambucana, ad essa abbinata, invece quest’anno festeggiava il 29° compleanno. Essendo stata a Bobbio Pellice al mattino, sono arrivata a Vinadio solo nel primo pomeriggio.

Risalendo la valle lungo la strada secondaria nell’inverso, qua e là ho visto animali al pascolo, vacche e piccole greggi di pecore. Una bella giornata di sole autunnale, quest’anno i prati sono tutti verdi di erba grazie alla stagione estiva straordinariamente piovosa. E così, fin quando non verrà a nevicare, si può pascolare all’aperto.

Come sempre, la cornice della Mostra è il forte di Vinadio. La fiera si svolge sia per le vie del paese, sia nelle piazze, ma data l’ora io punto direttamente sul luogo in cui vi sono gli animali. La premiazione è già avvenuta, ma qualcosa da vedere e qualcuno con cui chiacchierare lo troverò di certo.

Non mancano le bancarelle di prodotti artigianali, prodotti tipici agroalimentari. Formaggi, salumi, aglio, miele, frutta… C’è tantissima gente, il mercato è troppo affollato, quasi non si va avanti tra la ressa, quindi scendo nel forte per raggiungere lo spazio dedicato alle pecore.

Gli animali, tutti ovini di razza sambucana, sono nei loro box, suddivisi in base al proprietario. Pecore e agnelle di età differenti, montoni, anche qualche madre con l’agnellino, pecore bianche, pecore nere. I giudici le hanno valutate e scelte per la premiazione in base alle loro caratteristiche.

Infatti, nello spazio centrale, ci sono gli animali che sono stati selezionati e che hanno valso un premio ai loro allevatori. In questi 29 anni di mostra tanto è stato fatto per il recupero e la valorizzazione di questa razza ovina autoctona, oggi conosciuta ed apprezzata soprattutto per la carne (agnellone).

La sambucana è bianca o nera… ed anche questa categoria ha avuto i suoi soggetti premiati! Intorno agli animali a quest’ora ci sono soprattutto turisti, curiosi e tanti bambini, affascinati dalle pecore.

I bambini delle scuole hanno anche realizzato dei lavoretti a tema, con la lana e la storia della pecorella smarrita ritrovata dal pastore. Poi ci sono delle pecore dai colori tanto improbabili quanto simpatici.

Ancora lana, con le anziane signore che mostrano la loro abilità nella filatura. Gesti, conoscenze, capacità che vanno perdendosi. Nonostante da anni si parli di recupero della lana, valorizzazione della lana, per la maggior parte dei pastori la tosatura resta comunque un costo.

Oltre alle pecore nei box, un gregge locale è stato condotto qui quasi al completo, per far apprezzare ai visitatori gli animali, per dare appunto l’idea di cosa sia un gregge. Gli animali attendono pazienti. E’ stato dato loro del fieno, ma si sazieranno solo più tardi, quando finalmente verranno condotti al pascolo.

C’è il banco delle attrezzature, dove trovi un po’ di tutto, dalle reti alle forme per i formaggi, ma quello che attira sempre maggiormente è l’angolo dedicato a campane e campanacci. In questo caso meno spazio ai rudun per i bovini, prevalgono canaule e campanelle per pecore e capre.

Per concludere in bellezza, si può salire al piano superiore, dove tra caldarroste e vin brulè si può ascoltare e ballare musica occitana. E’ festa per tutti. La stagione si chiude con queste fiere. Presto potrebbe arrivare la neve, gli animali smetteranno di pascolare all’aperto, andranno in stalla.

Riparto da Vinadio con un vassoio di crouzet. Mi dicono di cucinarli subito, la sera stessa, ma sono raccomandazioni superflue! Questa pasta, simile alle orecchiette, lega la sua leggenda al nome di Giovanna d’Angiò. Se volete saperne di più, leggete qui cosa si dice a tal proposito. E’ ora di ripartire, con il cambio dell’ora le giornate si sono accorciate. Ma di fiere ce ne sono ancora, nelle prossime settimane. Un appuntamento sicuramente da non perdere è quello di un’altra Fiera dei Santi, quella del 2 novembre a Luserna San Giovanni (TO).

Mi permetto di ricordarvi che proprio a Luserna porterò in anteprima il mio libro “Pascolo vagante 2004-2014”. Vi aspetto!!

Transumanza e vento

Una giornata grigia, autunnale, in pianura. Le previsioni però annunciavano un fortissimo vento che avrebbe dovuto sferzare le valli, arrivando in seguito a sfociare un po’ ovunque. E’ solo da un certo punto della valle in poi che le cose cambiano, la foschia scompare e si vedono le montagne.

Soffia, il vento, soffia a raffiche. Il pastore sta partendo, io porto più in giù la mia auto e poi gli vado incontro a piedi. Le foglie gialle dell’autunno sono tese in direzione del vento che scuote i rami. Alcune piante hanno già perso le loro foglie e crepitano sotto i piedi, altre danzano nell’aria fredda che le porterà chissà dove.

Il gregge lo incontro quasi su al lago, dove lo avevo lasciato. C’è stato qualche piccolo imprevisto, una pecora che aveva partorito, le solite vicende da mettere in conto. Quassù il vento soffia, ma non è fortissimo. Gli aghi dei larici comunque cadono in una sottile pioggia arancione, che scende tra i capelli, sui vestiti, nella lana delle pecore. Il pastore si volta, ride: “Ce n’è poi ancora sempre, anche se ne ho vendute…

Si scende seguendo la pista sterrata nell’inverso della valle, ogni tanto si taglia senza timore di portare danno a nessuno. L’erba che c’è ancora, non verrà più pascolata. Dall’altra parte, su in alto, ci sono ancora vacche al pascolo, ma la stagione ormai è finita. Il pastore se ne va, arriva il freddo…

Il vento sta spazzando il cielo, anche le ultime foschie si dissolvono dietro alle creste. Ci si lascia alle spalle le montagne, si scende anche quest’anno. E’ transumanza, ma è anche pascolo vagante. Le pecore mangiano, poi ci si sposta un tratto, fino a trovare altri pascoli per sfamare gli animali. Una tappa per la notte e al mattino ci si incammina nuovamente.

Il gregge arriva sulla strada asfaltata che porta ad un villaggio. Adesso non c’è nessuno, ma il pastore mi spiega che è meglio non attraversare in mezzo alle case. Ci sarebbero sicuramente lamentele per “lo sporco” lasciato dalle pecore sul lastricato di pietre. Il gregge prosegue tagliando fuori dal paese, io riprendo l’auto e raggiungo la destinazione finale.

Più a valle il vento soffia ancora più forte. Il sole si avvia a tramontare dietro alle montagne, gli ultimi raggi incendiano gli alberi. E’ una montagna diversa, una montagna che solo i suoi abitanti conoscono. I turisti a questa stagione sono quasi assenti, in pianura fino a poco fa c’era addirittura una brutta giornata di nebbia. Cammino cercando nell’aria il suono delle campanelle, dell’abbaiare dei cani, i richiami dei pastori.

E il gregge ricompare, nel bosco, su di un’antica mulattiera. Il vento soffia sempre più forte, la fila delle pecore si è allungata a dismisura, non si capisce bene dove finisca, se tutti gli animali stanno seguendo o se si siano divisi. I cani in coda al gregge abbaiano seguendo gli ordini dell’altro pastore. Sembra che tutto vada per il meglio e si può ripartire.

C’è da attraversare la valle e portarsi sull’altro lato. Il gregge risale, attraversare la statale non è difficile, c’è pochissimo traffico. Pecore, capre, asini sfilano lentamente, i pochi automobilisti scendono dalle auto e ammirano la transumanza.

Il gregge si allarga a pascolare nei prati aridi e negli incolti a monte del paese. Questi un tempo erano campi, si vedono ancora muretti, terrazzamenti, ma ormai hanno preso il prevalere erba, cespugli ed alberi. In passato ricordo di essere andata al pascolo con questo gregge su, oltre i pini, in radure ancora erbose, ma il pastore mi spiega che quest’anno farà solo una tappa notturna e riprenderà il cammino il giorno successivo.

Il pastore, il territorio, la storia

I pastori sono sempre gli ultimi a lasciare le montagne. Campanacci in alto non ne senti quasi più, in certe valli si sono spostati a mezza quota o già nei prati vicino alle cascine. Le grandi mandrie sono in pianura. Le bestie in guardia per la maggior parte sono rientrate dai loro padroni, a pascolare nelle reti, piccoli appezzamenti qua e là.

Però qualche gregge è ancora su. Greggi più o meno grossi. Greggi che scendono a piedi. Pascolare quello che c’è a quote intermedie, prima di scendere nella pianura a spendere soldi nei prati. Si pascola in terreni di proprietà, terreni affittati. Luoghi dove un tempo magari si tagliava il fieno ed oggi è già tanto se li pascola ancora qualcuno.

E’ autunno, è una magnifica giornata di sole e vento in quota. Vento quasi caldo. Le nuvole si rincorrono, cadono le foglie e gli aghi dei larici. Sono le giornate più belle, quasi che la montagna voglia salutare così greggi e pastori. Una scusa tardiva dopo settimane, mesi di nebbia e pioggia. Giornate al pascolo durante le quali nemmeno vedevi i tuoi animali.

Erba ce n’è ancora, oggi le pecore dovrebbero “fermarsi” di più a pascolare, ma forse vorrebbero qualcosa di nuovo, di diverso. Così salgono, e si spostano, e si dividono. La speranza era quella di mangiare in cresta, godendo del sole caldo, del panorama, della gioia di essere quassù e non là, in pianura, sotto la cappa di foschia. Ma le campanelle si allontanano quando non abbiamo nemmeno ancora finito di perlustrare le montagne con il binocolo, quindi tocca scendere velocemente.

Il pastore conosce bene la montagna e conosce le sue bestie, quindi sa già dove andare a cercarle, dove fermarle, da che parte mandare i cani. Non è ancora ora di scendere verso il recinto, tanto meno verso il fondovalle! Il sole filtra tra i rami dei larici che si stanno tingendo di giallo. Le schiene delle pecore quasi brillano. Per un po’ potranno ancora pascolare lì, consentendoci di mangiare un pranzo… pomeridiano.

Sulle montagne dell’alta valle le greggi rimaste si contano sulle dita della mano. I pastori sono fatti così, uno con l’altro devono “tenersi sotto controllo”, guardare a che ora viene aperto il recinto, immaginare perchè oggi tizio si è spostato più in qua, pensare a quanta erba avranno ancora lassù. C’è anche quell’alpeggio là sull’altro versante, quello dove sono stata quest’estate, “…di nuovo verde a questa stagione dopo anni che non lo si vedeva così!” Ed è una gioia per tutti sapere che un collega ha riportato in vita una montagna, come se si trattasse di un segnale positivo per il futuro di tutti. Pur tra i mille problemi, pur con il ricordo di diatribe per i confini, per i pascoli, per  gli alpeggi, in questo o in quel vallone, con questo o quel margaro, pastore.

Il gregge prende di nuovo la direzione sbagliata, ma è sufficiente mandare il cane, quello più vecchio, più esperto, per fermarlo ancora una volta. Il pastore mi espone i suoi “piani”, dove pascolerà ancora, per quanto tempo (meteo permettendo). Finire l’erba su, mentre magari poi quella in basso “marcisce”. Mentre i contadini in pianura iniziano ad agitarsi perchè non arriva il gregge a mangiare la loro erba.

E poi viene l’ora che le si lascia scendere. Dai larici e abeti si passa ai faggi, sotto cui non c’è erba. “Se metti poi questa foto, la gente si chiederà cosa mangiano, le pecore!“. Ma le pecore la faggeta la attraversano solo, puntando dritte alle vecchie baite, dove c’è ancora erba, e acqua e magari il pastore darà loro un po’ di sale.

Si raggiunge la pista sterrata, gli animali vanno dritti alla meta senza nemmeno bisogno di essere guidati. Il pastore si ferma a contarli, un controllo non è mai male, in questi boschi. Anche perchè ci sono pecore prossime al parto, una avrebbe potuto rimanere indietro per quel motivo. Quella sera però tutte sfilano ordinatamente, ci si può avviare al loro seguito senza preoccupazioni.

E’ quasi sera, il sole sta tramontando dietro alla cresta. le pecore si sparpagliano, l’aria si fa più fresca, anche se comunque è un caldo fuori dal normale, per la quota e per la stagione. Il pastore inizia a raccontare fatti che hanno il sapore quasi di leggende e riguardano quei posti, quei valloni.

Nessuno tiene conto anche di questi aspetti. Avere qui un gregge, un pastore, è garantire la vita del territorio sotto molti diversi punti di vista. C’è il pascolamento, c’è la pulizia, c’è la manutenzione delle strutture, ma anche il perpetrarsi di storie, toponimi, aneddoti, leggende che altrimenti andrebbero definitivamente perdute. E in questo caso non è la voce di un anziano a raccontare, ma un giovane che sicuramente le avrà apprese da altre che lì hanno vissuto e pascolato prima di lui. Anche tutto ciò è pastorizia.