Si scendeva a San Michele

(Post scritto ieri, 29 settembre, ma pubblicato in ritardo per problemi tecnici del sito…)

C’erano date classiche per la transumanza, poi tutto è cambiato. Adesso addirittura in qualche posto è la legge a dire quando e come si può salire e scendere. Chissà come mai la gente ha perso le capacità di capire la montagna, l’erba, le condizioni meteo? O forse non tutti fanno questo mestiere con vera passione, come un tempo…

(foto da Facebook – R. Bajetto – Valli di Lanzo)

Oggi molti stanno pubblicando immagini come questa su facebook. Nei giorni scorsi sono scesi in tanti, ma qualcuno era ancora su, avendo erba a disposizione per far mangiare gli animali. La prima neve… E non è una nevicata precoce, quella neve che arriva ad agosto, ma poi se ne va con un paio d’ore di sole. E’ la neve di fine settembre, magari non ne viene nemmeno tanta, ma ormai i pascoli sono di scarsa qualità. Inoltre le precipitazioni successive potrebbero rendere addirittura pericolosa la discesa, quindi probabilmente scenderanno tutti, questa volta. Oppure qualcuno si abbasserà a quote intermedie, potendolo fare.

L’altro giorno ero in Val Varaita, Vallone di Bellino. Una fredda giornata di sole, fine estate sul calendario, aria e colori ormai autunnali. Tra non molto (10 ottobre) qui si terrà la fiera, quindi tutti gli animali scenderanno a valle, resteranno solo più quelli dei residenti, a pascolare nei prati vicino alle frazioni finché si può, poi in stalla, a consumare il fieno tagliato d’estate.

Mentre salivamo, abbiamo sentito le campane, ma non erano animali al pascolo. Un uomo con due asini precedeva la transumanza, portando nei basti il materiale. Si fa ancora così, laddove non ci sono strade per raggiungere le baite. Nient’altro può sostituire gli animali, in questo caso.

Dopo arrivavano le vacche, in discesa più o meno ordinata lungo il sentiero. C’era anche un po’ di gente ad accompagnare il loro cammino. Il camion attendeva giù nel piazzale, pronto a trasportarle verso la pianura. L’ultimo a chiudere la carovana era il pastore, che ci dice di non essere più su con le pecore, ma di aver già spostato il gregge in un’altra montagna, a quote inferiori.

Su quindi non resta nessuno. Fa un certo effetto il silenzio, specialmente in una così bella giornata di sole. L’aria è fresca, ma non ancora gelida. Il ruscello scorre, non sono ancora i giorni in cui l’acqua si trasformerà in ghiaccio, ma la montagna si è svuotata, fino alla prossima stagione.

Questo è un bellissimo vallone, ampi pascoli, pendenze non troppo elevate, erba buona. Quel giorno si sentivano solo più le ultime marmotte, intente a prendere il sole e mangiare l’ultima erba, prima del lungo letargo invernale. Le prime nuvole arrivavano a nascondere il sole e, sulla via del ritorno, avremmo poi incontrato una nebbia molto autunnale.

Quando i colori sono questi, non c’è più spazio per gli animali. Si scende a cercare erba verde. L’autunno a queste quote può essere molto breve, pochi giorni per l’esplosione dei suoi colori, poi arriva all’improvviso la neve, così com’è successo stanotte. Oppure anche questa stagione intermedia può essere lunga, con il gelo che man mano aggredisce il terreno, senza che questo venga coperto dalla coltre candida.

Giù in basso, appena prima delle frazioni abitate, qualche pecora con gli agnelli al pascolo nelle reti. C’è quella dolce malinconia, da una parte un po’ di tristezza per la stagione che finisce, dall’altra la voglia di entrare in casa, cercare il caldo, mentre poco più di un mese prima non si riusciva a sfuggirgli. Per chi lavora con gli animali non c’è una vera stagione di riposo, poi oggigiorno il numero di bestie è aumentato rispetto ad un tempo, quando le stalle erano piccole e i beni di ciascuno erano limitati.

Serata, foto, appuntamenti

Della fiera di Favria con annessa Battaglia delle Reines, che si terranno domenica, ve ne riparlo prossimamente, che c’è un lungo discorso da fare… Per adesso iniziate a segnarvi l’appuntamento, sempre domenica 12, a Caselette (TO), Fiera di san Giorgio, dalle ore 9:30. Prima ancora, io vi aspetto venerdì sera, 10 aprile.

Sarò sempre da quelle parti, a Rivarolo Canavese (TO), per presentare “Pascolo vagante 2004-2014”. Ore 21:00, presso la sede CAI. Vi aspetto!! L’appuntamento successivo invece sarà a Quincinetto (TO) il 18 aprile.

Per le foto di oggi, ancora una volta grazie a Leopoldo Marcolongo. Si tratta del gregge di Corrado Andriolo a Grigno (TN), fotografato nell’ottobre 2014.

Grazie per le belle immagini. Allora vi aspetto alle serate di presentazione del libro e qua e là alle fiere, a presto!

Quando pioveva

Sono rimasta un po’ indietro con gli aggiornamenti delle giornate di pascolo. Queste immagini sono del mese scorso, scattate quando ancora pioveva quasi tutti i giorni e ci si lamentava per l’acqua e per il fango.

Forse è stato proprio l’ultimo giorno di pioggia. Anzi, quando le pecore avevano finito di mangiare il pezzo e ci si è incamminati, aveva finito di piovere e il cielo iniziava ad aprirsi. Il problema sarebbe stato uscire sulla strada asfaltata.

Era inevitabile portar del fango sulla strada, ma due amici del pastore erano venuti con le scope per pulire il più grosso. Intanto si cercava di evitare il più possibile l’asfalto, passando in un prato davanti a delle villette.

Si fa quello che si può, ma ogni tanto dei tratti di strada tocca percorrerli. Sono proprio poche centinaia di metri, prima di svoltare di nuovo, abbandonando la via principale, più trafficata. La maggior parte degli agnelli piccoli sono stati caricati sul furgone, per cui il gregge avanza velocemente.

C’è da oltrepassare l’autostrada, quindi si sale sul cavalcavia. L’unico rischio qui sono i guard-rail, oltre i quali può passare qualche agnello o addirittura qualche pecora, faticando poi a tornare indietro e rischiando di finire nel posto sbagliato. Sono sempre attimi di panico, vissuti soprattutto da chi sta dietro alle pecore, mentre chi è davanti pensa ad altri problemi.

Quindi si procede parallelamente all’autostrada. E’ ancora tutto così verde, grazie alla pioggia ed alle temperature che non hanno ancora mai portato ghiaccio e brina. Il gregge avanza ordinatamente e le pecore, ben pasciute, non tentano nemmeno di uscire dalla strada.

Prati, campi seminati, stoppie, cascine qua e là, il gregge continua il suo cammino. Avanti e indietro, dalla pianura verso le colline, poi di nuovo in pianura, cercando di accontentare i contadini che hanno fretta di veder pascolati i loro prati, tenendo conto del meteo, del fango, delle esigenze degli animali.

C’è ancora tanto fango, e pozzanghere, ma finalmente le piogge stavano appunto per terminare, dopo settimane difficili per tutti coloro che lavorano all’aperto, pastori e non.

Alla fine ecco il gregge a destinazione. Nel cielo inizia a vedersi addirittura qualche chiazza di sereno. Adesso è da un po’ che invece non piove, il tempo ha fatto strane follie, con temperature superiori alla media, ma sembra che possa arrivare la neve…

E l’inverno come sarà?

Si è appena concluso uno strano autunno. Da queste parti non è stato freddo, anzi… eccezionalmente caldo! E piovoso. Vi avevo mostrato immagini dei campi allagati, delle pecore sotto l’acqua, addirittura delle pecore con le alghe nella lana.

Poi finalmente ha smesso di piovere e ci sono state giornate di bel sole. Sole caldo, perchè il freddo non è ancora arrivato. Sole che cercava di asciugare un po’ il terreno intriso d’acqua. Sole che faceva anche crescere l’erba, infatti tutti i prati sono di un verde insolito per la stagione.

In pianura ogni tanto si faceva vedere la nebbia, più o meno fitta. Le temperature non erano così basse da portare anche la brina e la galaverna, comunque in alcuni momenti l’intero gregge veniva inghiottito dall’umidità brumosa.

Poi all’improvviso la nebbia si ritirava, mostrando il cielo azzurro, le montagne bianche di neve, la pianura circostante. E’ dicembre, ma c’è qualcosa che stona, qualcosa di indefinibile. Per certi versi sembra primavera, per altri ancora autunno.

Per esempio c’è quell’albero che non ha ancora perso le foglie, con la sua chioma di un bel giallo intenso. Fosse arrivato il freddo, la galaverna, quelle foglie sarebbero a terra da tempo. E poi quell’erba così verde, sul terreno gonfio di acqua…

I pastori hanno tirato il fiato, quando ha smesso di piovere. Forse avrebbero addirittura preferito la neve, a tutta quell’acqua. Contrariamente a quel che molti possono pensare, gli animali patiscono meno con la neve che con la pioggia. Adesso pare che freddo e neve siano in arrivo, entro la fine della settimana. Erba nei prati ce n’è, ma chissà che inverno aspetta i pastori, dopo un’estate e un autunno come quelli appena trascorsi?

Per molti pastori la fine dell’autunno ha già portato anche i primi parti tra le capre, proprio nei giorni delle piogge più intense, così hanno dovuto cercare dei ricoveri per questi animali (mamme e capretti), più delicati delle pecore. Speriamo che l’inverno sia buono per tutti!

La fiera di Caselle

Agli inizi di dicembre c’è una delle ultime fiere zootecniche da queste parti, ed è quella di Caselle (TO). Ne avevo sempre sentito parlare, ma non avevo mai avuto occasione di andare a fare un giro. Quest’anno invece mi sono diretta verso quel comune famoso soprattutto per l’aeroporto…

Che dire, c’era tutto quello che deve esserci in una fiera zootecnica. Nella piazza dove era esposto il bestiame, c’erano anche i mezzi agricoli e i banchi delle sellerie, con attrezzature e rudun.

Probabilmente mi aspettavo di vedere più animali. C’erano numerosi bovini, vacche da latte, ma solo in un lato della piazza. Commentando il fatto con alcuni anziani, mi hanno confermato che, un tempo, questa fiera (così come molte altre) conosceva altri fasti: “…e non solo questa piazza era piena, ma anche nell’altra lì dietro!

Altri tempi, altri numeri, altri soldi, altri mestieri. Poco per volta arrivano gli interessati, ci sono margari, allevatori, pastori, un po’ da tutto il Piemonte. Incontro amici Biellesi, molti dalle vallate del Pinerolese, ovviamente una nutrita rappresentanza Canavesana.

Non so come siano andati gli affari, le vendite sia di bestiame, sia di campanacci, in questo tempo di crisi. Però alla fiera si va anche solo per incontrarsi, per far due parole dal vivo, per vedere gli amici e le amiche.

Ecco un gruppo di giovani che sta “testando” dei nuovi campanacci svizzeri. Non ho ben capito se il loro suono sia stato apprezzato oppure no dai tradizionalisti. Parlando di suoni, o meglio, di rumori, ogni tanto la maggior parte della gente alzava gli occhi al cielo, senza riuscire ad abituarsi agli aerei che si abbassavano per atterrare. Ogni volta pareva dovessero scendere proprio lì tra le case…

La fiera non era immensa, ma il mercato si estendeva per tutto il centro di Caselle. C’era un po’ di “mercatino di Natale”, tanto abbigliamento…

Vasto assortimento di generi alimentari, con molti prodotti caratteristici del Sud Italia. Salumi, formaggi, pomodori secchi, legumi, frutta secca, frutta candita, dolciumi… Chi non era interessato al reparto zootecnico, poteva godersi il paese e il mercato.

Una piazza era interamente dedicata all’ortofrutta, con bancarelle che proponevano frutta e verdura dal bell’aspetto e dai profumi invitanti. Nonostante la stagione, erano belli i colori di questi banchi, tra mele, cavoli verdi e viola, piramidi di agrumi, qualche tocco di esotico e mele in quantità.

Ancora un giro tra gli animali prima di lasciare la fiera. Il cielo è grigio e il clima umido. Chi viene dalle valli afferma che in quota ci fosse il sole, ma la pianura è avvolta da un clima tipicamente autunnale, anche se senza nebbia.

Sono partita nel primo pomeriggio, ma gli amici mi dicono che, successivamente, la fiera si è ulteriormente animata. A me è rimasta una sensazione un po’ grigia, come il colore del cielo, forse anche per le tante lamentele ascoltate qua e là. Anche girando tra le bancarelle, a parte quelle di generi alimentari, nelle altre si vedeva ben poca gente in attesa di essere servita.

Grigio-verde

Da quand’è che il clima è “strano”? Sento gente lamentarsi perchè “fa freddo”, ma a me sembra che il freddo non sia ancora arrivato. Non è solo una sensazione, basta guardare le temperature al mattino e, soprattutto, durante il giorno. Adesso sembra che abbia smesso di piovere, ma si parla di temperature miti, anche in montagna.

Pioggia prolungata, non fa freddo, e cosa succede? Un amico pastore mi chiama per mostrarmi le sue pecore. Sono diventate… verdi! Ci scherziamo su, ma c’è anche un pizzico di preoccupazione nelle sue parole. Non si è mai vista una cosa del genere prima. Tosate ad inizio autunno, nel vello mostrano delle strisce verdastre, che per certi animali sono particolarmente estese. La pelle è normale, rosa, ma la lana ha un odore diverso ed è appunto… verde!

Cerchiamo spiegazioni, ma la ragione è lì davanti a noi. Pioggia, alto tasso di umidità anche quando non piove, temperature elevate per la stagione. Così nel vello si sono sviluppate delle alghe. Grigio e verde, i due colori di quest’autunno che degrada nell’inverno senza dar segni di lasciar arrivare il freddo.

C’è chi potrebbe pensare che, a parte la pioggia fastidiosa ed eccessiva, i pastori non hanno ragione di lamentarsi, in un’annata simile. L’erba non manca, ma vi ho già spiegato molte volte che non tutto ciò che è verde è un pascolo per il gregge. Persino in mezzo ai filari delle vigne è tutto verde, a questa stagione!

Chi ha mai visto dei boschetti con l’erba verde a dicembre? Certi anni c’era la neve, oppure l’erba era gialla, gelata, bruciata dal freddo e dalla siccità. Qui il terreno è più sano. Dopo alcune corse avanti e indietro, le pecore si fermano a pascolare. Abituate nelle reti, inizialmente sono ingestibili, quando si trovano libere.

Grigio il cielo, verdi i prati. Fango e pozzanghere, la terra non riesce più ad assorbire l’acqua. Il gregge a lungo andare si riempie la pancia, ma maggiore è il numero di animali, più fatica il pastore a trovare il posto per condurli al pascolo. Chi ha potuto spostarsi verso le colline, dove c’è un terreno più drenante, tribola appena un po’ meno degli altri.

Nelle stoppie del mais non ci si può fermare a lungo. Anche se ci sono pannocchie a terra, è meglio che gli animali non ne mangino troppe. Il mais ha preso tutta la pioggia, potrebbe essere marcio, ammuffito. Solo le pannocchie rimaste in un angolo, su piante che non sono state toccate dai macchinari, sono belle gialle e sane.

Il gregge si sposta in un paesaggio primaverile. Anzi, in passato quante volte vi ho mostrato colori tenui, il verde che stentava ad emergere quando ormai era il mese di marzo? Guardate invece ora le sponde dei campi e dei prati!

Una lunga fila nella stradina tra i campi. Chi cammina dietro al gregge scivola sul fango. Il cielo è di nuovo grigio e pioverà ancora. Presto il grano diventerà giallo per la troppa pioggia. Com’è il detto? “Sotto la neve, pane, sotto la pioggia, fame.

Ancora un prato da pascolare prima che venga notte. Le giornate adesso sono corte, l’oscurità arriva presto. Le giornate durerebbero un po’ di più se non ci fosse quella coltre di nuvole grigie nel cielo, ma per il momento il clima è questo e le pecore sono diventate verdi. La cura? Clima secco e freddo!

La stagione delle piogge

Un autunno decisamente fuori dal normale dal punto di vista climatico. A parte le “sensazioni” percepite da ciascuno di noi, qui c’è un documento scientifico che vi può mostrare immagini e dati che illustrano l’andamento dei mesi scorsi.

Chi lavora all’aperto non ha bisogno di dati scientifici, perchè quelle precipitazioni le ha viste venire giù, goccia per goccia, e le ha viste depositarsi sul terreno fin quando questo non ce la faceva più ad assorbirle. Sono stati giorni davvero duri per i pastori, che proprio non sapevano più dove andare, cosa fare. Chi poteva, ricoverava in stalle e capannoni incontrati per la strada almeno pecore e capre che stavano partorendo. Periodi di pioggia ce ne sono sempre stati, ma quest’anno la situazione era davvero eccezionale, fino a qualche giorno fa.

Quando sei in pianura, dove vai? Lasci una stoppia o un prato fangoso per dirigerti verso un altro. E ti va ancora bene se sei in una zona con un terreno sano, non troppo argilloso, dove gli animali riescono a mangiare. Devi anche trovare dell’erba e non dei “prati nuovi”, seminati, dove ovviamente con certe condizioni i contadini non vogliono vedere le pecore.

La gente si affaccia a veder passare il gregge: “Poverine, povere bestie!“, è il commento che senti più spesso. Non capisco però quando lo dicono in giornate di sole! Quasi mai, sole o pioggia, capita di sentire parole buone per il pastore. Quelle “povere bestie” comunque attraversano il paese e andranno a riempirsi la pancia in un bel prato, mentre la pioggia continua a cadere. Non fortissima, ma comunque piove.

Il paese è deserto, il gregge lo attraversa senza incontrare praticamente nessuno. Sulla schiena degli animali si condensa il vapore prodotto dal contrasto tra i corpi caldi, l’umidità, la temperatura dell’aria. Non fa comunque freddissimo, c’è solo tanta tanta umidità ovunque.

I prati sono sull’altro lato del paese. Ma appena il gregge li raggiunge, c’è un’amara sorpresa. Della gente arriva subito ad accusare i pastori per la sparizione di alcuni conigli. Poi viene riesumata una storia dell’anno precedente, quando in concomitanza del passaggio del gregge era sparita una capra. Allora era semplicemente scappata, adesso invece si tratterebbe di un furto. E mancava pure un vitello. Ed era stata forzata la porta di un container…

Non bisogna perdere la pazienza, ma è difficile. Sono giornate in cui triboli più del necessario per far star bene i tuoi animali. Mentre il gregge finalmente si sazia nel prato, si cerca di fare chiarezza moderando i toni. Però fa male… Fa male il pregiudizio. Come e quando il pastore potrebbe aver portato via i conigli? E dove li avrebbe messi? Il vitello poi!! Dorme accanto al gregge, dal mattino alla sera mette reti, sposta animali, toglie reti, va a cercare l’erba. Già, però è pastore, è nomade, quindi è anche ladro. Se almeno la pioggia lavasse via tutto questo…

Ancora sul vivere in montagna

Vedo con piacere che questi post sulla montagna generano un bel dibattito. Penso che si potrebbe aprire un blog a parte! Però è già impegnativo a sufficienza aggiornare questo, quindi accontentiamoci di qualche riflessione ogni tanto. Volevo comunque continuare il discorso collegandomi anche ad un testo particolare che sto leggendo. Mi è infatti capitato tra le mani un manoscritto. Il suo autore, classe 1939, me l’ha consegnato affinché lo leggessi, lo trascrivessi e lo aiutassi a farlo diventare un libro. Pian piano mi sto facendo largo nelle pagine scritte con la penna stilografica, fitte fitte, senza mai andare a capo. E quelle pagine mi portano proprio in quella montagna di cui vi sto parlando.

Una montagna di muretti in pietra, fontane all’aperto dove si prendeva l’acqua, dove ci si lavava poco, ma spesso si era bagnati dalla pioggia che magari cadeva anche nel fienile dove si dormiva da bambini. Certo, oggi ci si potrebbe attrezzare diversamente, ci sono i mezzi per portare l’acqua in casa e scaldarla. Ma, da donna, dico anche che a certe comodità non rinuncerei, per esempio alla lavatrice, solo per fare un esempio. Non tornerei indietro al lavatoio… Una volta gli abiti si usavano fino alla fine, venivano lavati poco e cuciti e ricuciti: “…questi operai ritornavano al mattino presto con i suoi abiti puliti dalle sue famiglie, ma rimanevano tutto un punto cucito con gli aghi dalle donne, si vedeva solo il filo, ma non si conosceva più il velluto…“.

Qualcuno può fare scelte di vita estreme, ma se vai a vivere in posti del genere, non puoi più fare lavorare a mano come un tempo. Infatti per adesso sono abbandonati… Una volta di gente ce n’era di più, non c’erano certe spese. Adesso, se hai dei mezzi, che siano per il lavoro, che siano elettrodomestici, costano, si rompono, vanno aggiustati, serve denaro, non puoi dare patate o un formaggio in cambio. E poi c’è la burocrazia, che impone nuove norme sulle macchine agricole, mandando fuorilegge tanti vecchi trattori ancora funzionanti, tanto per fare un esempio.

Solo il pascolamento estivo salva questi posti dall’abbandono totale. Pecore, capre, vacche, salgono in alpeggio e ripuliscono i prati, molti dei quali un tempo probabilmente venivano sfalciati, oppure erano addirittura campi. Il problema ulteriore della “mezza montagna” è che alle quote intermedie magari non si riesce a trascorrere l’intera stagione, quindi il pascolamento avviene solo ad opera di animali di passaggio, che poi saliranno più in alto.

Chi sarebbe disposto ad usare solo più queste come vie di comunicazione? Certo, esistono pochi, sporadici casi, di persone che hanno fatto scelte simili. Altrimenti occorre una strada. Il sentiero va bene per la gita, ma quando ci vivi, il più delle volte senti l’esigenza di un altro genere di via di comunicazione, poter arrivare con un mezzo, poter trasportare ciò che ti serve. Sempre sul manoscritto che sto trascrivendo, il protagonista racconta una fuga di notte, sotto il temporale, la nonna davanti con due vacche alla corda, lui (4 anni) e la sorellina (2 anni), a cadere e scivolare sulle pietre bagnate. In un’altra occasione invece la nonna resta bloccata oltre il ruscello: “…e noi la vedevamo, ma lei era a distanza di una cinquantina di metri. Il ruscello in piena aveva persino straripato nel cortile, e rimanemmo a guardarla  fino a sera che questo consumò l’acqua e poi attraversò. (…) e accese il fuco del camino per scaldarci e ci diede qualcosa da mangiare…

Era così che si viveva in montagna una volta. Per non parlare del cibo… Avete mai letto “Il mondo dei vinti” di Nuto Revelli? Di fame la gente ne faceva non poca. Adesso magari non si farebbe più la fame, ma il XXI secolo ti insegue a qualsiasi quota, quindi… Come si diceva ieri, ci sono tasse da pagare e permessi da chiedere per qualunque cosa uno intenda fare. I pannelli fotovoltaici sul tetto e le centraline sono soggette a ben precise domande da presentare e pareri che qualcuno deve esprimere. Non ho molte esperienze dirette in materia, ma ricordo fin troppo bene anni fa un container di cui avevo usufruito anch’io come ricovero in alpeggio che era stato fatto portare via per “impatto ambientale”, anche se a trasportarlo in quota era stato un ente pubblico…

In definitiva, a parte la bellezza di questi luoghi in un giorno di sole, non posso non pensare alle grame vite che si sono fatte su di lì. Inutili abbellirle con la poesia. Avete letto “Lungo il sentiero”? La storia che narro è di fantasia, ma la realtà ne racconta di ben più tragiche. Penso quindi che, a parte qualche eremita che, da solo, compie una scelta di vita molto particolare, per tutti gli altri un ritorno alla montagna, con le norme che ci sono, è quasi impossibile a meno che si disponga di fondi illimitati.

Qui con poco non si vive. Infatti  persino certi alpeggi vengono abbandonati, perchè con i numeri di bestie che tocca avere oggi per vivere non bastano i piccoli, magri pascoli di certe località. L’erba cresce e ingiallisce, senza nessuno che la pascoli. Avanzano le felci e poi i cespugli. Crollano i tetti delle stalle e delle case. Case piccole, dove si viveva con poco/nulla.

Forse mi direte che sono pessimista, ma io mi sento soprattutto realista. Sentiamo parlare di “semplificazione”, ma persino in lavori “semplici”, come quelli agricoli, serve quasi una persona apposta solo per le scartoffie. Sarebbe quindi molto bello potersi ritirare in una baita come questa e dimenticare il mondo, ma non è possibile. Quello che sarebbe possibile e auspicabile sarebbe aiutare davvero chi resiste in quota. Invece no, sento continuamente storie al limite dell’incredibile raccontate da amici che hanno un’azienda agricola, ma rischiano di fallire per colpa di assurdità burocratiche, bastoni tra le ruote, tasse.

Un incontro non del tutto casuale

Prima di queste piogge avevo fatto diversi giri in montagna, in quella montagna che amo, che preferisco. E’ la montagna di mezzo, non su oltre il limite della vegetazione, tra le rocce e il cielo. Quella montagna che è bello esplorare in autunno, tra i colori, ma senza troppe foglie.

In questa stagione può già esserci neve in quota. Quest’anno il clima è così strano che non sai davvero cosa aspettarti, per esempio l’erba verde e persino qualche fiore laddove dovrebbe esserci solamente gelo ed erba gialla. Invece a fine novembre, dove gli animali hanno pascolato, si notano chiazze verdi anche in quota.

Procedo per il sentiero fino a sentire le campane delle capre. Le avvisto sul fondo di un canalone, che si dirigono al pascolo. Se ci sono le capre, da qualche parte incontrerò anche il pastore. Ho sentito tanto parlare di lui, spero di riuscire a trovarlo per chiacchierare un po’.

Sul sentiero, più avanti, c’è molto pelo. Chissà se si tratta di un animale che è stato predato dal lupo? Se incontrerò il pastore, glielo chiederò. Certo che, su una montagna così cespugliata, impervia, non si può dire che non siano posti da lupi. Il gregge è da solo, senza accompagnamento di un cane da guardiania, più aventi incontrerò il recinto dove viene ricoverato la notte.

Continuo il mio cammino in quella montagna silenziosa, dove un tempo vivevano, almeno per diversi mesi all’anno, numerose persone. Oggi è un deserto, le case in pietra si confondono perfettamente con il paesaggio. Si incontrano grossi faggi secolari, poi i pascoli più verdi vicino all’alpeggio.

Quando raggiungo la baita, addossata alla roccia, provo una sensazione strana. A parte i secchi di plastica contenenti il cibo per i cani, che abbaiano forsennatamente, sembra di essere davvero fuori dal tempo. E’ la prima volta che vengo qui, ma mi rendo conto di aver forse descritto questo luogo in un mio libro. Dov’è però il suo abitante?

Ci sono diverse baite, ma a parte i cani, non c’è nessuno. Siamo a fine novembre, ma in tanti mi avevano detto che questo pastore non scende fino a quando la neve non cade fin sotto al suo alpeggio. E’ un posto particolare, si sale soltanto a piedi dal fondovalle, io ci sono arrivata da sopra, seguendo un altro sentiero. Sembra quasi incredibile che ci sia ancora qualcuno che vive quassù.

Oltre il vallone, gli ultimi raggi di sole autunnale illuminano un altro gruppo di case dove ci sono anche dei bovini al pascolo. Si vedono insediamenti un po’ ovunque, anche se siamo nell’inverso, la parte meno solatia, la parte più fredda. Fino a quando sono stati abitati, questi posti?

E queste baite abbandonate appena sotto l’alpeggio? Qui non ci sono grossi pascoli, come si viveva? Di cosa si viveva? Non c’è nessuno, mi avvio sul sentiero di discesa, rassegnata a non conoscere il pastore che abita quassù. Per fortuna però…

Appena imboccato il sentiero per scendere, mi viene incontro un cane, seguito a breve dal suo padrone, che porta a spalle un carico di legna. Lo saluto, mi dice che era andato a dare il pezzo alle vacche. Mi presento e… Mi viene imposto di risalire per tornare alla baita, così potremo chiacchierare. Entrambi abbiamo sentito parlare l’uno dell’altro, quindi adesso bisognerà approfondire la conoscenza dal vivo. Chi ha letto “Lungo il sentiero” capirà un certo senso di deja vù che ho provato.

Vi garantisco che questa era la prima volta che incontravo Rino, anche se tante volte mi avevano parlato di lui. Mi porta nella baita che funge da abitazione. Quella dove stava prima è rimasta danneggiata da un incendio: “…il lunedì della fiera di primavera a Pinerolo. Mi hanno detto che c’era il fumo quassù. Ha preso l’albero e ha danneggiato la baita.Accende la stufa per scaldare il latte per un agnello, intanto chiacchiera inarrestabile. Altro che il pastore solitario e taciturno! A tutti i costi devo pranzare con lui, anche se io avevo già mangiato poco prima più a monte. Mi racconta dei campi di patate e cereali che si piantavano quassù ancora quando lui era ragazzo. Adesso non c’è più nessuno qui: “…e quando smetterò io, chi vuoi che venga ancora a fare una vita del genere? Nessuno! Anche i giovani… O non vogliono fare questo mestiere, o comunque non più così!

Quando scenderà, se il tempo lo permette, farà ancora una tappa più in basso, prima di rientrare a “casa”, solo che sotto alle capre piace poco, non rientrano da sole la sera e bisogna andarle a prendere. Infine si sposterà in un’altra frazione e mi invita a passare a trovarlo. Mi racconta di avere un rimpianto: “Non ho mai preso la patente quando era ora. E adesso? In moto, anche quando piove…

Devo scendere e così saluto Rino, anche se avrei potuto stare ore ad ascoltare i suoi racconti. Il sentiero è ripido e scivoloso, tra pietre viscide, fango e foglie. Poi sbuco su di un sentiero ben ripulito. Poco dopo incontro chi si sta occupando di togliere le foglie: “Da tanti che eravamo, solo più io faccio la roida a pulire. Gli altri… Nessuno! Ma se non si tolgono le foglie, poi arrivano le capre, pestano tutto e non si sta più in piedi. Vado avanti fino lì, poi oltre… ci hanno già pensato. Un altro appalto!!!” Una montagna ancora viva, una montagna che sopravvive a stento, solo grazie ad anziani. Quale sarà il futuro?

Prima che iniziasse a piovere

Non ho immagini delle greggi in queste giornate così difficili. Un conto era quando ero nel gregge io per lavoro, ma adesso non è proprio il caso di “far visita” ad un pastore in una giornata così. A meno che mi chiamino per dare una mano… Mi sono limitata a qualche telefonata con amici, per sapere come stavano e come andavano le cose. Va male, perchè piove, c’è acqua ovunque, prati e campi pieni di acqua. Gli animali mangiano, ma sprecano erba e non possono coricarsi a ruminare, a riposare.

L’ultimo giorno prima che iniziasse a piovere sono andata da un amico quando spostava il gregge. La terra non era asciutta, aveva comunque piovuto nei giorni precedenti, ormai la polvere è da parecchio che non la si vede! Il gregge era pronto a mettersi in cammino verso altri pascoli.

Il cielo era già di un grigio autunnale che faceva presagire la pioggia. Però non faceva affatto freddo. Da quelle parti, nella pianura, a questa stagione dovrebbe fare molto più freddo, esserci il terreno gelato, a volte la nebbia e la galaverna. Invece no, c’è fango e verde, verde ovunque, nei prati e nei campi.

La frazione silenziosa viene attraversata dal gregge. Le strade erano deserte, a parte un continuo via vai di trattori. Tutto giù per la pianura agricola quel mattino avevo incontrato trattori che aravano o che spargevano il letame in prati e campi. Adesso passerà qualche giorno prima che si entri con un trattore in un appezzamento!

Un trattore stava anche spargendo il letame nel prato di fronte a quello in cui erano state condotte le pecore. Il contadino guidava a tutta velocità e bisognava far presto a togliere le reti tirate tra prati e campi per far passare il gregge. Un mondo a due velocità, il mondo immutato nel tempo, quello della pastorizia, e quello ormai moderno di un certo tipo di agricoltura e allevamento. Il contadino non deve solo più guardare il tempo, la terra, la luna come una volta, ma anche le date imposte dalla legge per fare certi lavori, come la concimazione dei campi.

Il vapore si alza dal letame tiepido in una nebbia dall’odore greve e soffocante, non è nemmeno più il sano odore di stalla di un tempo. Il gregge intanto pascola tranquillo, non sa ancora cosa lo aspetterà nei giorni successivi: la pioggia, il fango, tanta fatica e preoccupazioni per i pastori.