Una fiera molto partecipata a Villar Pellice

L’avevano detto che alla fiera di Villar Pellice ci sarebbero stati tanti animali, e così è stato. In una giornata tipicamente autunnale, fin dal mattino presto la valle risuonava più del solito di campanelle e campanacci.

Man mano mandrie e greggi arrivavano, a piedi, dai pascoli o dalle stalle, fino alla zona tradizionalmente dedicata alla fiera. E’ un vero giorno di festa per tutti, per i grandi e soprattutto per i più piccoli.

Portare gli animali alla fiera significa lavoro in più, preparativi, riuscire ad organizzare la giornata. Ovviamente ci sono parenti ed amici che vengono a dare una mano per attaccare i campanacci, per condurre gli animali. In questo lavoro però, per fare festa un giorno, c’è da aumentare le incombenze e le fatiche prima e dopo il momento di divertimento.

Tutte le tipologie di animali allevati in valle erano rappresentate; pecore, capre, bovini, cavalli e asini. C’era chi partecipava solo con una “categoria” e chi invece aveva sia ovicaprini, sia vacche. Tutto ciò sia per la gioia degli stessi allevatori locali, sia per quella degli appassionati dei Comuni più o meno vicini, arrivati a Villar Pellice per godersi lo spettacolo e per fare due chiacchiere con gli amici.

Non sono solo i grandi a chiacchierare e commentare gli animali con interesse e competenza… Come vi ho già ripetuto, questo è un lavoro, o meglio, una passione, che si assorbe quasi con il latte e cresce con il passare degli anni.

Tra le pecore, anche se c’era qualche esponente anche di altre razze, qui predominano le Biellesi e si trovano ancora numerose Roaschine, alcune delle quali ancora munte per la produzione dei vari latticini.

I box erano pronti per ogni partecipante, e così il posto per legare le vacche. Man mano ciascuno arrivava ed occupava il proprio spazio. Poi, qua e là, ogni gruppo famigliare dava inizio a delle colazioni tardive, grazie a tavolate più o meno improvvisate. Certo, poi ci sarebbe stato il pranzo, ma di energie dal mattino presto ne erano già state spese parecchie.

Man mano arrivano tutti e la giuria può valutare gli ovicaprini nei box. Oserei dire che, nella valle, questa è la fiera dove si vede più varietà di animali in mostra. Come numeri, forse ce ne sono di più negli appuntamenti (già avvenuti) che vi presenterò qui nei prossimi giorni, ma…

Comunque, mi è stato detto che nell’edizione 2015 si aspettavano 350 bovini. Non li ho sicuramente contati, ma posso assicurarvi che, ben allineati ed ordinati, di animali ce n’erano davvero tanti, divisi per allevatore e con esemplari delle diverse razze allevate in valle: Piemontese, Valdostana, Barà, incroci…

Ancora una panoramica dei box delle pecore, per completare il quadro di quanti animali vi fossero. Anche il pubblico era molto numeroso e continuava a girare sia tra gli animali, sia tra le bancarelle della fiera.

Questi invece erano i campanacci destinati alla premiazione. C’era un riconoscimento a tutti gli allevatori che avevano partecipato, poi per i capi che la giuria aveva scelto come migliori ecco questo premio sicuramente apprezzato (ed utilizzato) da tutti.

Intorno agli animali, la parte di mercato, con abbigliamento, attrezzature, generi alimentari di vario tipo. Non l’abbondanza di altre manifestazioni, di tutto un po’, ma forse qui si viene proprio soprattutto per vedere il bestiame.

Anche se dal sapore decisamente autunnale, la giornata aveva l’atmosfera giusta per la stagione. Per fortuna non è arrivata la pioggia a guastare la festa.

Scatti ne ho realizzati tantissimi, qui ve ne mostro soltanto alcuni… Non solo campanacci speciali per far festa, ma qualcuno agghinda i propri animali anche con nastri e coccarde che regalano note di colore.

Alla fine della mattinata i capi bovini scelti vengono fatti uscire dalla mandria e legati separatamente, di modo che possano essere valutati meglio. Sono attimi un po’ movimentati, c’è la confusione del mescolare animali di provenienze diverse, ma c’è tanta gente ad aiutare e in poco tempo anche questo lavoro viene svolto.

I premiati saranno tra questi, ma non potevo fermarmi oltre. Avevo un invito a pranzo da amici che hanno una casa qui, poi mi sarei spostata per cambiare vallata, volevo vedere un’altra manifestazione a tema zootecnico che non avevo ancora mai visitato. Non sono stata l’unica a compiere questa transumanza!!

I miei amici me l’avevano detto: “Ad abitare qui si respira un’altra aria, il giorno della fiera ce lo viviamo in modo speciale. Da quassù senti i rumori, i suoni fin dal mattino, li vediamo scendere, passare per la strada.” Mentre pranziamo, con il prato della fiera che si vede dalla finestra, passano alcune mandrie che rientrano ai loro pascoli. Altre vengono messe nei prati lì vicino. Terminata la premiazione infatti si pensa alle esigenze degli animali, poi… tutti a tavola!

Ancora altra neve

Prima del post odierno… Una segnalazione. Per questo fine settimana c’è l’evento principale, quello che tutti attendono. Ai Santi c’è… La Fiera dei Santi!

1-2 novembre a Luserna San Giovanni (TO) Fiera Regionale, giunta alla 759° edizione! le bancarelle della fiera sono presenti in entrambi i giorni, ma gli animali in vendita e quelli in mostra SOLO nella GIORNATA del 2 NOVEMBRE! Ci vediamo a Luserna allora…

(foto D.Melli)

Adesso però passiamo alle nostre storie. C’è stata l’ennesima nevicata, anche a quote più basse di quel che ci si aspettava. Ieri qua e là su facebook mi è capitato di vedere alcune immagini molto belle sia di chi abita in montagna, sia di chi ha la possibilità di andare a fare gite anche in settimana, sia di chi ha ancora gli animali al pascolo a quote intermedie. Questa bellissima foto di ieri è stata scattata in alta Val Pellice da Deborah, gli animali sono quelli del gregge di suo fratello Giuseppe. Ormai è proprio ora di fare scendere tutto nel fondovalle.

Era venuta la neve anche due settimane fa, un’altra nevicata improvvisa e, fortunatamente, di breve durata, sufficiente però ad imbiancare le vallate. Qui siamo in Val Chisone dove, da Fenestrelle in su quel mattino si incontrava un candido manto di diversi centimetri. Mi domandavo quindi cosa avrei trovato dove c’era il gregge.

Invece, scendendo da Sestriere verso la val di Susa, di neve ce n’era molto meno e, intorno al recinto, per fortuna se n’era già andata quasi tutta. Per aprirle ed andare al pascolo era meglio attendere che fosse sciolta completamente, tanto ormai mancava davvero poco.

Così nella tarda mattinata si parte al pascolo, con l’erba libera dalla neve e quasi asciutta. Non c’è più tantissimo da mangiare, giusto quel che basta per quel paio di settimane per arrivare alla fine della stagione, quindi meglio evitare che gli animali la sprechino. Il tragitto da percorrere è breve, quel giorno si sale appena sopra al recinto.

Il sole scalda e, nei versanti ben esposti, la neve si dissolve rapidamente. Dove però i raggi obliqui dell’autunno non arrivano già più, gli alberi restano ricoperti, con le chiome argentate.

Erba verde ce n’è ancora. Questi appezzamenti una volta probabilmente erano campi, più che prati. Ci sono numerosi muretti a creare dei terrazzi, oggi però c’è giusto qualche quadretto di orto, un terreno smosso dove sono state tolte le patate: la montagna non è più popolata come un tempo, se non ci fosse il gregge a pascolare anche adesso, quando la stagione d’alpeggio per i più è già terminata, qui crescerebbero solo più cespugli, rose selvatiche e, in seguito, il bosco.

Il tempo cambia ancora, il cielo diventa velato, l’aria si fa più fredda, ma bisogna ancora rimanere al pascolo alcune ore, le pecore devono mangiare a sufficienza. Nei giorni successivi si alterneranno cieli più grigi e belle giornate di sole ancora caldo. Poi un’altra nevicata. Ma ormai è davvero ora di rientrare e le montagne resteranno silenziose, in attesa della primavera.

La Toma in fiera

L’autunno è tempo di fiere, per vendere i prodotti, per fare scorte per l’inverno. Questa almeno era la tradizione. Oggi i tempi sono cambiati e si trova di tutto nel corso dell’intera annata. Quello che non cambia però è il fatto che… I formaggi si producono nella stagione d’alpeggio e sono disponibili, in diversi gradi di stagionatura, quando si scende dai monti.

Così a Condove, in Val di Susa, nel mese di ottobre si tiene la Fiera della Toma. E’ una bella manifestazione che attira nel paese migliaia di persone nelle giornate del sabato e della domenica. Quest’anno poi il sole ha aiutato a far sì che l’affluenza fosse ancora maggiore.

Certo, è una fiera, si va per acquistare i prodotti, ma anche per assistere alle manifestazioni correlate. Per esempio, c’è chi intaglia il legno “a tema”, ma c’è anche chi intaglia le tome e le trasforma in opere d’arte più ancora di quello che già sono.

Alle varie bancarelle era possibile anche fare degli assaggi, per conoscere meglio i prodotti e procedere successivamente all’acquisto. Lungo le vie di accesso alla piazza principale, si trovavano bancarelle di tipo diverso. Formaggi, certo, ma non solo.

Era possibile acquistare e degustare molti dei prodotti tipici locali, come i canestrelli. Ma anche birre artigianali, pane, cioccolatini, oltre a prodotti provenienti da altre regioni d’Italia. Tutto questo mentre si arrivava al cuore di Condove…

Lì allora, in un percorso tra le bancarelle, si faceva il giro degli alpeggi della Val di Susa e vallate confinanti. Infatti questo spazio era dedicato ai vari margari, ciascuno con i propri prodotti. Le classiche “tome” nelle diverse varianti legate alla lavorazione, al latte, all’alimentazione degli animali, alla mano del casaro.

In questi ultimi anni si sta procedendo con diverse iniziative di valorizzazione del prodotto: caratterizzazione della tipicità, ma anche apposite marchiature, come possiamo vedere in questo caso le vere e certificate “tome di Condove”.

Ovviamente non si trovavano solo formaggi stagionati, ma burro, ricotta, tomini e ogni tipo di latticino che viene prodotto nelle aziende agricole. Come si fa a non rimanere affascinati da tutta questa varietà?

C’è la tradizione, come detto, ma anche tanta innovazione. Il consumatore medio è cambiato nelle esigenze e nei gusti. Troviamo allora molti più formaggi freschi, magari aromatizzati alle erbe, al peperoncino. Troviamo formaggi stagionati, affinati nelle vinacce, nelle spezie. D’altra parte, se tutte queste bancarelle vendessero solo tome, tutte simili, gli acquirenti sarebbero meno stimolati all’acquisto.

Un’intera via era dedicata ai prodotti ortofrutticoli e in questo caso le tradizioni più antiche premiano maggiormente delle innovazioni: le mele delle varietà “di una volta” vengono riscoperte e apprezzate con gioia e con gusto. Oltre all’agro-alimentare si poteva poi trovare parecchio artigianato e hobbistica. Insomma, anche se Condove non è una metropoli, per girare con attenzione tutta la fiera e le manifestazioni collaterali, c’era da dedicarci almeno un paio d’ore ben spese.

Già solo a fine mattinata la dimensione delle forme si era ridotta e la gente ritornava ai parcheggi, affollatissimi, carica di borse e sacchetti. Una manifestazione ben organizzata, con espositori di qualità e prodotti… beh, quelli avreste dovuto assaggiarli! A questo punto cercate di non mancare il prossimo anno, se ve la siete persa!

Lungo il sentiero

Devo raccontarvi subito dove sono stata ieri, non voglio che il tempo confonda le emozioni e i pensieri provati salendo lungo quel sentiero. Sì, avete ragione, “Lungo il sentiero” è il titolo del romanzo che ho pubblicato lo scorso anno. Adesso ve lo posso svelare che, per ispirarmi all’alpeggio in cui è ambientata gran parte della narrazione, ho pensato ANCHE al luogo dove sto per accompagnarvi virtualmente.

Sono partita da una delle borgate nell’andrit di Villar Pellice, prati pascolati, foglie rastrellate, quella montagna viva, abitata, che non può non piacere, specialmente con i colori e le luci di una tiepida giornata autunnale. Se non ci fosse l’uomo e l’allevamento, questo paesaggio non esisterebbe.

Ho raggiunto, seguendo la pista agro-silvo-pastorale, la Gardetta, dove il pastore e il gregge sostano e pascolano ad inizio e fine stagione. Come dice anche il toponimo, questo è un bel posto, un balcone sulla valle e sulla pianura. Adesso però non c’è più nessuno, restano i prati brucati, qualche fiocco di lana impigliato tra le spine di un cespuglio, un lieve odore di sterco nell’aria in prossimità del recinto.

L’antica mulattiera è invasa dalle foglie dei faggi, le marche bianche-rosse del sentiero che prosegue verso monte non sono state rinfrescate da anni, ma è impossibile sbagliarsi. La meta è ancora lontana, non sono molti gli escursionisti che si avventurano da queste parti.

Sarebbero ancora meno o… forse non si vedrebbe nemmeno più il sentiero se qui non salisse più il gregge. Il passaggio degli animali, la loro traccia, il fatto che inevitabilmente se c’è un punto franato il pastore deve sistemarlo per poter passare in sicurezza fa sì che questo sentiero rimanga vivo. E’ vero che il percorso porta anche ad una cima panoramica sulla valle, ma non è questa la via di salita preferenziale, ce n’è un’altra più semplice, meno lunga.

Il panorama è aspro, quasi ostile. Viene persino da chiedersi come si può fare ad andare lassù, dove passerà il sentiero. Eppure una via c’è, è agevole, anche se inevitabilmente non manca la fatica della salita. Iniziate a pensare cosa volesse dire salire non solo con uno spuntino per il pranzo, ma con quello che serviva per vivere lassù in alpeggio.

Il bivio del sentiero per il Gard non è indicato, è sempre la traccia delle pecore in mezzo al magro pascolo a condurci al cospetto di questo “strano” posto. Questo è ciò che si vede quando ci si affaccia sul costone dove sono (erano) collocate le baite. Le vedete, voi? La materia prima era quella reperita sul posto, pertanto rocce e case in pietra hanno esattamente lo stesso colore.

Questo è il sentiero che permette di raggiungere l’alpeggio. Le rocce sono segnate, consumate, dalle migliaia di unghie di pecore e capre che sono salite quassù. Come vi dicevo, un gregge sale ancora anche oggi, per un certo periodo della stagione, ma il pastore non vive più in questo alpeggio. Chissà quando è stato abitato per l’ultima volta?

Questo è oggi l’aspetto dell’Alpe Gard. Un villaggio fantasma che contava numerose baite, almeno una ventina, provando a contare i ruderi. Qualcuna più grossa, forse usata come abitazione, altre invece erano solo ricoveri, stalle? Chissà… Mi piacerebbe saperne di più, ma ho paura che non ci sia più nessuno in vita in grado di raccontarmi i giorni in cui questo alpeggio era completamente abitato.

C’è anche poca acqua, da queste parti. L’unica misera fontana è poco sotto le case. Anche le sue vasche sono all’abbandono, però è ancora possibile dissetarsi. Quando scrivevo il mio romanzo, ero stata al Gard solo una volta, molti anni prima, in una giornata di nebbia, quindi non mi ero resa conto fino in fondo di come fosse questo posto. Certo, il panorama è splendido, ma vivere e lavorare qui non è affatto semplice.

A parte le pietre messe le une sopra alle altre a formare muri e tetti, che oggi stanno crollando, l’uomo ha lasciato pochi altri segni. L’era della plastica sembra non essere arrivata quassù, c’è giusto una bottiglia di vetro, chissà come mai è lì in equilibrio sulle lose di un tetto.

In una delle baite crollate noto questa pietra che sporge dal muro di cui fa ancora parte. Praticamente era stata inserita una losa molto spessa, al momento della costruzione, scanalata per far sgrondare il siero. Qui si posava la toma a scolare. Immagino che le produzioni fossero limitate, non potevano esserci moltissimi animali, qui. Non penso nemmeno portassero su dei bovini, fatico a vedermeli su questi pascoli, però… Una volta c’erano bestie più piccole e leggere di oggi.

Nel punto più pianeggiante, o forse dovrei dire meno ripido, c’è un muro che non poteva essere quello di una casa. Presumo fosse un recinto per le pecore, dove venivano chiuse la sera, dove venivano munte. Guardate poi i pascoli tutto intorno… E vi assicuro che nelle foto sembrano molto più “belli” che in realtà. In questa stagione il freddo e le prime nevicate hanno bruciato tutte le ortiche, altrimenti l’intera area dell’alpeggio sarebbe quasi sommersa da queste piante e dai romici.

Altra particolarità di questo alpeggio, che già mi aveva colpita la volta precedente che c’ero stata, sono le pietre scavate. Ce ne sono parecchie, qua e là tra i muri crollati. A cosa servivano? Per raccogliere acqua? Come “ciotole” per i cani? Ogni congettura può essere valida, fin quando qualcuno non mi saprà dire il vero scopo.

A proposito di cani, penso che questa fosse una cuccia per loro. Adesso quassù non c’è nessun suono, l’aria del fondovalle non porta nemmeno le campane che si sentivano salendo, quelle delle vacche al pascolo nei prati a bassa quota. C’è solo il vento, questo sole tiepido, dei codirossi che volano tra le pietre, una coppia di poiane che volteggia in cielo.

Sulla via del ritorno guardo ancora i pascoli che declinano ripidi verso i burroni. La Gardetta è laggiù, una chiazza più verde nei colori autunnali del bosco e dei prati. Il progresso porta ad abbandonare luoghi simili, tutta la poesia e il romanticismo non bastano per voler affrontare una stagione fatta di duro lavoro, nebbia, pioggia, freddo, tormenta o anche siccità, con condizioni di vita del genere.

C’erano anche travi in legno, nelle case, ma da dove arrivavano? Scendendo verso la Gardetta, gli unici larici che si incontrano sono questi e non godono di buona salute, oltre a non essere in un punto molto agevole per essere raggiunti.

Quanti passi nei secoli hanno calpestato queste pietre, disposte a creare degli scalini, che oggi vengono quasi soffocati dall’erba e dal brugo? Fino a quando esisterà questo sentiero? E chi me ne racconterà la storia? Ieri, pubblicando foto di questa mia gita su facebook, ho ricevuto alcune indicazioni per rintracciare l’ultimo pastore che ha vissuto al Gard. Ha 80 anni ed è in una casa di riposo. Chissà se riuscirò ad incontrarlo e chiacchierare con lui?

Non c’è più nessuno nemmeno nelle varie borgate e case isolate che si incontrano scendendo lungo la pista. Qua e là si nota qualche ristrutturazione, magari d’estate qualcuno ci trascorre qualche giorno, ma la montagna non è sicuramente più viva come un tempo.

Sembra particolarmente viva in questi giorni, con i colori dell’autunno nel pieno del loro splendore, ma non tarderà ad arrivare il vento freddo a far cadere le foglie, a spogliare i rami, e poi la neve a ricoprire tutto. Ancora una volta vi invito a riflettere se sia ancora possibile oggi, con le esigenze che ci impone il XXI secolo, vivere in queste realtà.

La fiera di Campertogno

E’ vero, dopo un po’ le fiere possono anche essere “banali”… Ma non per chi è del posto, per chi ci va per incontrare gente, avere un luogo, un’occasione in cui ci si ritrova tutti anche senza darsi appuntamento. Ci sono fiere più o meno grandi, più o meno conosciute. Quella di Campertogno non l’avevo mai vista e così…

Ma prima, ancora un evento per domenica, da aggiungere a quelli che vi ho segnalato l’altro giorno. Siamo a Trasquera (VB), dove il 25 ottobre si tiene “Al sun di Sunei“, XIV esposizione caprina. Grazie ad Emanuele che ci ha segnalato questa manifestazione.

Torniamo in Valsesia. Partita da casa con il bel tempo, via via che mi avvicino a destinazione, incontro nuvole e anche un po’ di pioggia. Poi per fortuna le brume si dissolvono pian piano, regalando alla fiera una bella giornata di sole autunnale. Al di là del Sesia c’è già folla di bancarelle e di gente.

Gli animali arrivano pian piano, una mandria per volta. Sono numerosi gli allevatori locali che partecipano a questa manifestazione, quindi è bello anche godersi la sfilata, il passaggio sul ponte. Poi le bestie verranno legate, ciascuna al suo posto.

Non solo bovini, arrivano anche greggi di capre e, più tardi, di pecore. Aumentano gli animali e aumentano le persone, il pubblico affluisce nel corso di tutta la giornata, forse anche attratto dal tempo che continua a migliorare.

La fiera presenta anche un buon numero di bancarelle di tutti i tipi: salumi, formaggi, dolciumi, artigianato di vario genere. Anche se sono lontana da casa, sono in molti da queste parti a conoscermi, sia tra gli allevatori, sia anche tra gli espositori, così si finisce per essere spesso fermi a chiacchierare.

Arriva anche una mamma in costume, l’unica che, nella giornata di festa, abbia conservato l’uso dell’abito tradizionale per queste occasioni. Oggi sembra solo più folklore, ma un tempo era la norma, il celebrare la giornata con il vestito “elegante”, il costume della tradizione, che ovviamente variava di valle in valle o anche di paese in paese.

Continuano ad arrivare mandrie, annunciate dal suono delle campane, c’è chi scende e chi risale la valle. Si respira davvero aria di festa, un’atmosfera viva. Tutti gli animali arrivano a piedi dalle aziende di Campertogno e da quelle dei comuni vicini.

Sono spesso i giovani o i giovanissimi ad assumersi il compito di guidare gli animali in questa giornata. Ogni volta, vedendo queste scene, mi viene inevitabilmente da pensare ad altri ragazzini, magari più smaliziati nell’ambiente cittadino, ma incapaci di fare qualcosa, qualunque cosa che sia manuale e che possa essere assimilato ad un’attività lavorativa. Qui un po’ ci si diverte, un po’ si impara un mestiere, si impara ad essere responsabili.

Mi colpisce anche questo ragazzino che gira per la fiera pubblicizzando e cercando di vendere i suoi oggetti in legno, “idee regalo fatte a mano”.

Di animali ce ne sono già tanti, ma continuano ad arrivarne, chi prima, chi dopo, in base alla distanza, ai lavori da fare al mattino prima di partire per la fiera. In prevalenza si tratta di vacche di razza Bruna, ma non solo. Ci sono anche incroci e… le Highland, anche qui non mancano animali di questa razza che, come vi dicevo, si sta diffondendo un po’ ovunque.

Tra una mandria e l’altra, un giro per la fiera per visitare tutte le bancarelle, che offrono davvero una gran scelta di tutti i prodotti del territorio e non solo. Dietro ai formaggi e altri latticini, incontro anche una “collega” con la mia stessa laurea, adesso allevatrice di capre con il marito, una scelta che permette di vivere in montagna tutto l’anno.

Ancora animali, ancora giovani. Ecco in questa mandria le vacche di razza Highland di cui vi parlavo in precedenza, mescolate alle razze più tradizionali del posto.

In attesa dell’ora di pranzo, la porchetta finisce di cuocere a fuoco lentissimo. Ce ne sarà per tutti, quando verrà il momento di sedersi a tavola. Prima però devono ancora esserci le premiazioni.

Tra le bancarelle, ritrovo anche una vecchia conoscenza, Giuseppe, con i suoi basti, campane, finimenti e lavori artistici di intaglio del legno. Insomma, venire da queste parti è stato un buon modo per ritrovare tanti amici dell’area Biellese-Valsesiana che non vedevo da tempo.

Le vacche sono ormai tutte al loro posto, manca solamente più il gregge. Appassionati e curiosi si aggirano per la fiera, dove animali e bancarelle si alternano lungo il percorso.

Finalmente arrivano anche le pecore, precedute come sempre dalle capre. Per il gregge questa non è solo la partecipazione ad una fiera, ma una vera e propria tappa durante la transumanza, dato che la partenza dall’alpeggio è avvenuta solo nei giorni precedenti.

Un po’ di indecisione nell’attraversare il ruscello, ma poi le pecore prendono il via e sfilando una dietro l’altra dietro ai giovanissimi pastorelli, per entrare poi nel campo sportivo, dove verranno lasciate riposare e pascolare.

Una foto di gruppo per celebrare l’arrivo, poi anche questi giovani potranno mescolarsi alla folla nella fiera, per chiacchierare con gli amici già presenti fin dal mattino. Il tempo intanto volge sempre più al bello e il sole scalda, contribuendo alla piena riuscita della fiera.

Come anche in altre vallate del Piemonte, allevamento vuol dire giovani, giovani che non si vergognano più (come invece accadeva in passato) di mostrarsi in mezzo agli animali, di aver scelto o ereditato questo lavoro. Casualmente ascolto il discorso di alcune persone che, riferendosi a non so chi tra i loro conoscenti, commentano negativamente: “Ma hai sentito che ha smesso di andare a scuola per andare a pascolare? Poteva andare avanti con gli studi, invece ha preso un diploma e poi fa il pastore!“. Meglio un pastore felice che un laureato frustrato disoccupato…

E’ tempo di premiazioni, sia per i casari e i formaggi, giudicati da esperti, sia per gli allevatori che hanno partecipato con i loro animali. Concluse le cerimonie ufficiali viene per tutti il momento di mettersi a tavola.

Dal momento che il viaggio di rientro è lungo più ancora del solito, appena concluso il pranzo in compagnia, per me è meglio fare un rapido (si fa per dire!) giro di saluti prima di ripartire. Fotografo ancora uno dei pastorelli del futuro insieme alla sua capretta preferita, poi riparto da Campertogno. Meritava venire almeno una volta a questa fiera!

Tutto a piedi

Sabato scorso ho preso parte ad una tappa di una transumanza. E non parlo di un gregge, di un pastore vagante che si avvicina alla pianura pian piano pascolando mentre ridiscende la valle. Sono stata invitata da dei margari a vedere il passaggio della loro mandria nel centro del paese, ultima tappa per raggiungere la loro cascina. Però perchè andare in pianura? Se la transumanza era tutta a piedi, era la montagna che avrei preferito vedere!

Così sabato scorso raggiungo il Colle di Sampeyre, tra la Val Varaita e la Val Maira, senza badare troppo alle previsioni meteo non ottimali. La transumanza era iniziata il giorno prima quando, dai pascoli dell’alpeggio di Elva, si era appunto raggiunto un luogo dove fare sosta lungo l’antica strada militare che percorre tutto lo spartiacque tra le sue vallate. C’era ancora un minimo di visibilità, il maltempo e il freddo già avevano caratterizzato il primo tratto di cammino e la nottata.

Si inizia attaccando un po’ di campanacci. Si sostituiscono quelli “da pascolo” con quelli per la transumanza. Fa freddo e le nuvole si stanno abbassando. La stagione è già decisamente avanzata, per queste quote. Terminato il lavoro, c’è giusto il tempo per un sorso di qualcosa di caldo, un pezzo di cioccolato, poi inizia a piovere.

La pioggia però gira subito in neve. Fa freddo, è ottobre, si è oltre i 2000 metri. La speranza è che non sia una nevicata di lunga durata, sia per la transumanza, sia per venire la sera a recuperare le auto che rimangono lì. Ci si incammina, inizialmente le vacche non sembrano molto convinte di riprendere la strada.

Questo percorso avrebbe potuto essere molto panoramico, è un luogo molto bello. Con il sole, i colori dell’autunno, le montagne innevate sullo sfondo, qui ci sarebbero state da scattare infinite foto. Invece un po’ il freddo, un po’ la pioggia, la neve, la mancanza di panorama, tutto contribuisce ad avanzare quasi meccanicamente, pensando innanzitutto a scaldarsi un po’.

Qua e là ci sono ancora accumuli di neve dei giorni scorsi, di quella prima nevicata che ha fatto scendere la maggior parte di quelli che erano ancora in alpeggio. Adesso sta cadendo nuova neve, che si ferma sulla terra dura, gelata, e sull’erba ingiallita. Qui non c’è più nessuno da tempo, nè bovini, nè il gregge di pecore che pascola questi versanti.

La strada si abbassa un po’ di quota o forse si alzano le temperature, comunque smette di nevicare e piove soltanto più. Gli animali rallentano dove il fondo è più sassoso, il cammino prosegue a passo regolare. Chiedo a Federica se tutti gli anni scendono a piedi in questo modo. “Siamo a Elva da quattro anni, i primi due abbiamo caricato, poi lo scorso anno… Abbiamo pensato di andare giù a piedi. La strada del Vallone adesso è chiusa, fare il giro dall’altra parte a piedi è comunque lungo, prima di arrivare ad un posto dove puoi caricare sui camion. Qui c’è questa strada dove passi senza dar fastidio a nessuno. Abbiamo trovato dei posti dove fare tappa e così…

E così si cammina. Partenza al venerdì, arrivo al martedì, ovviamente ogni giorno bisogna sia spostarsi, sia riuscire a far pascolare gli animali. Si scambia versante, smette di piovere, ma la nebbia resta fitta. I passi percorsi iniziano ad essere tanti, gli animali hanno anche fame, le foglie dei lamponi lungo la strada li attraggono irresistibilmente.

Nel rivedere le foto a distanza di una settimana sembra un po’ di osservare dei quadri, con i colori dell’autunno nel momento migliore della loro bellezza. Quando però uno era lì a camminare nell’umidità, nel freddo, con la stanchezza e la fame che aumentavano, tutto era meno romantico e bucolico.

Anche nel resto della valle il tempo non è migliore, ma almeno abbassandosi di quota si può godere di un po’ di panorama. A modo suo è pittoresco anche questo e, come ho detto molte volte, spiace lasciare la montagna quando sembra che ci possano ancora essere belle giornate per rimanere su. Però Federica e Luana mi raccontano dell’anno scorso, quando faceva così bello, quando si stava in maglietta tanto faceva caldo…

Si vede la meta, finalmente. Sembra vicina, ma tornante dopo tornante, la strada è ancora lunga. Per quel giorno si percorrerà una quindicina di chilometri, dicono i margari. Io questa strada la conoscevo bene dai tempi in cui la frequentavo in mountain bike e l’avevo pedalata sia in salita, sia in discesa. E’ la prima volta invece che la vedo come scenario di una transumanza.

Quasi al colle invece finalmente ecco parte dello spettacolo che si sarebbe potuto ammirare nel corso di tutta la giornata, con le creste, le montagne, i pendii. Ci sono dei motociclisti tedeschi (la Val Maira e le sue strade sono molto amate dagli stranieri) che si affrettano a riprendere la scena e scattare numerose foto.

E’ inevitabile pensare alle transumanze di un tempo, alle transumanze in cui per forza si andava a piedi. Ma non si passava in alta quota, si percorreva qualsiasi strada, perchè erano i percorsi in cui naturalmente transitavano gli animali. I mezzi a motore sono arrivati dopo, ma le strade sono (quasi) solo più loro. Non tutti sono contenti del fatto che una transumanza passi nel centro del paese, emergono mille problematiche nuove, responsabilità, paura che qualcuno di lamenti perchè gli animali “sporcano”.

L’ultimo tratto di cammino per quel giorno. La strada corre in piano, le vacche camminano in fila, cercando di evitare sassi e ghiaia, che già ne hanno pestati a sufficienza. L’asfalto non sarebbe stato meglio. E il viaggio sui camion? Lo stress del salire e scendere sulle pedane, sui piani degli autotreni? Molto meglio questo cammino naturale, anche se lungo.

Sono le 14:00 quando la mandria lascia la strada e sale nel bosco, per uscire nella radura. Sembra tutto giallo e secco, ma dopo qualche istante le vacche abbasseranno la testa ed inizieranno a pascolare. C’è anche una vasca e dell’acqua per farle bere. Per quel giorno il cammino è finito, non si andrà oltre.

Dal pick up vengono scaricati fili e picchetti. La modernità permette di non dover rimanere lì a sorvegliare gli animali al pascolo mentre si va a mangiare un boccone. Appena l’ampio recinto sarà stato fatto, si attaccherà la batteria per la corrente e si potrà andare al coperto a mangiare un meritato boccone di pranzo. Sì, sono le tre del pomeriggio, ma le transumanze e il lavoro non hanno orari definiti.

Finalmente poi arriverà un po’ di bel tempo, quello che si attendeva fin dal mattino. La speranza per i margari è di avere condizioni migliori per i successivi giorni di transumanza, visto che le prime due tappe hanno visto pioggia, neve e nebbia.

Quando c’è il sole, l’autunno e la montagna regalano scorci di rara bellezza, dove gli animali al pascolo aggiungono quella nota di vita che niente altro può dare. Presto la montagna sarà totalmente silenziosa, muggiti e campanacci risuoneranno solo alle quote inferiori, laddove c’è ancora qualcuno che alleva qualche animale. Poi inizierà l’inverno.

Ecco, per concludere, la foto ricordo di tutte le persone che hanno accompagnato la transumanza quel giorno. Ogni tappa vedrà un susseguirsi di amici, di accompagnatori che verranno a dare una mano o anche solo a percorrere qualche chilometro con la mandria, fino alla conclusione con il passaggio attraverso il paese di Busca.

Ormai è pascolo vagante

Da quando il pascolo vagante è, per me, solo un far visita agli amici e non un’attività quotidiana, ovviamente ve ne parlo meno che un tempo. Ma tutto continua, per i pastori. Ci sono state le transumanze, chi a piedi, chi con i camion, e le greggi bene o male ormai sono quasi tutte in pianura.

Anche il Pastore è sceso, pecore e capre sono arrivate nei prati e nelle stoppie della pianura. Sappiamo come l’estate non sia stata proprio delle migliori per quanto riguarda la qualità dell’erba. E in pianura, cosa c’è quest’autunno? Sappiamo come i pastori siano facilmente inclini alla lamentela… E infatti sembrano non essere soddisfatti di quello che incontrano, per lo meno in alcune zone.

Il caldo, la siccità, hanno fatto sì che inizialmente la terra fosse dura, così dura che si faticasse persino a piantare i picchetti delle reti. E l’erba? Tanto baraval, (setaria in Italiano), un’erba con una spiga dura e sgradita agli animali. Un pascolo quindi non di buona qualità. Le pecore mangiano solo ciò che piace loro e poi, per saziarle, occorre dare un altro pezzo. Quindi i prati “durano poco”, se ci fosse erba buona, in ciascuno il gregge pascolerebbe più a lungo.

Nonostante le lamentele estive, alla fine il gregge è sceso bello, come sempre. Ci saranno pecore più in forma ed altre meno, ma la media degli animali fa bella figura. Qualcuna poi è particolarmente in carne, ma con questo gregge si va sul sicuro!

Ci sono anche le pecore con gli agnelli, in un gregge separato, magari in prati con erba un po’ migliore, perchè queste pecore devono avere il latte per crescere i piccoli. Come sempre, il lavoro si fa con un occhio in basso, al pascolo, ed un in alto, rivolto verso il cielo, per sapere se pioverà e le cose si complicheranno ancora di più, oppure farà bello.

A volte fa fin troppo bello, con un caldo che non sembra appartenere all’autunno. Non solo cielo limpido, ma pure temperature elevate. Hai persino paura a svestirti, non sembra il caso di essere in maglietta al mese di ottobre, in fondo al mattino c’era la nebbia… Ma a tener la maglia o la camicia si suda e c’è il rischio di ammalarsi.

Come sarà l’autunno? E l’inverno? Il Pastore, ma non solo lui, continua a dire che arriverà tanta neve, farà molto freddo. Chissà se sarà vero… Si vedrà. Ma intanto bisogna far mangiare bene le pecore. Se poi occorrerà fermarle, quello si vedrà al momento. Adesso c’è il sole, fa caldo, e allora via in un altro pezzo.

Questa è la quotidianità del pascolo vagante, come sempre, anno dopo anno. Ognuno più o meno la sua zona, ritrovare i contadini che aspettano l’arrivo del pastore, oppure quelli che, già li si conosce, non vogliono le pecore nei loro prati. Il Pastore però generalmente è ben visto e c’è tutto un giro di casinè che lo accoglie, ce n’è sempre qualcuno che viene a chiacchierare con lui mentre è al pascolo.

Le montagne sono già innevate, c’è stata una prima nevicata che, come sappiamo, ha fatto scendere molti di quelli che erano ancora su. Poi ne seguiranno altre. L’autunno generalmente non è un problema per i pastori, a parte quando piove troppo e si è in terreni di pianura dove l’acqua ristagna. Poi seguirà l’inverno…

Un passo indietro

Finalmente il sito delle immagini sembra aver ripreso a funzionare a dovere, quindi anche i vecchi post dovrebbero avere di nuovo tutte le foto al loro posto! Oggi facciamo un passo indietro, vi ho mostrato le discese dall’alpeggio con pioggia e neve, ma ho ancora in arretrato immagini delle settimane precedenti. Nei prossimi giorni invece vi mostrerò gli scatti presi alle varie fiere e vi segnalerò gli appuntamenti (moltissimi!) per il fine settimana.

Queste foto le avevo scattate a fine settembre in Val d’Aosta. Stavo facendo due passi quando, più in basso della strada che stavo percorrendo, ho visto l’inconfondibile chiazza chiara di un gregge. Così sono scesa e l’ho raggiunto. Gli animali erano nel recinto, era poco prima di mezzogiorno, probabilmente erano stati messi al pascolo prima, dato che erano tutti fermi, tranquilli, a ruminare.

Di questo gregge avevo sentito parlare il mese prima quando ero stata a trovare Andrea, il pastore Biellese, a Gressoney. Credo infatti che sia il gregge di un pastore valdostano che, anni fa, era stato nel Bellunese e la cui foto compare nel libro “Transumanze” dell’amico Adolfo Malacarne. Non c’era nessuno in zona, quindi non ho potuto chiedere conferme. Era comunque un gregge con pecore di razze diverse, anche qualche Rosset/incroci ed un buon numero di capre.

Altrove, sempre in Vallée, lungo la strada ho fatto numerosi altri incontri. Più che normale, da queste parti, dove comunque l’allevamento è ancora molto praticato. Siamo a mezza quota, non è alta montagna. Guai non ci fossero gli animali, mancherebbe qualcosa alla vista, all’udito e il paesaggio sarebbe molto molto diverso.

Non mi stancherò mai di ripetere che gli animali selvatici sicuramente possono regalarci grandi emozioni, quando riusciamo ad avvistarli. Ma che dire di quelli domestici che, per di più, sono alla portata di tutti? Questo quadretto era lì, bordo strada, salendo verso il Col di Joux. Mi è bastato accostare, scendere dall’auto e scattare le foto!

A volte mi sembra di essere ripetitiva, ma poi continuo a leggere certi commenti, ascoltare certi discorsi, e allora capisco che bisogna proseguire nello spiegare che questa montagna, la montagna “bella da vedere”, non nasce così. Il paesaggio lo modella l’uomo, lo può fare per esigenze turistiche, di svago, certo, ma il paesaggio che piace, quello che “sembra” naturale, è un bosco che però viene tagliato perodicamente per il legname o, ancora di più, un prato che viene sfalciato, un pascolo che viene utilizzato dagli animali.

Prima della neve ero anche andata a fare una gita in Valle Maira. C’era già stata una prima spruzzata alle quote più alte e quasi me lo sentivo che sarebbe stata l’ultima camminata lassù. L’autunno stava iniziando a dare i suoi primi segnali e molti margari erano già scesi, altri avevano gli animali in basso, per finire l’erba prima di partire.

A questa stagione un giorno c’è un sole splendido, cielo blu e aria ancora tiepida, ma basta poco affinchè tutto cambi rapidamente. I bovini di razza Piemontese mi osservano passare accanto a loro, proprio all’inizio del sentiero. Poco oltre scavalco di nuovo il filo elettrificato del recinto, più a monte non incontrerò nessuno, la stagione d’alpeggio è finita.

Solo il silenzio, lassù. C’è la prima neve, l’erba è ormai bruciata dal secco e dal freddo, dove non batte il sole il terreno è già gelato. Solo ogni tanto i fischi delle marmotte, che si godono l’ultimo sole prima del lungo letargo. Vedo anche un branco di camosci e, per qualche minuto, osservo un ermellino curioso che gioca a nascondino a pochi metri da me.

Anche sul versante francese non c’è più nessuno. Del gregge restano solo le tracce, l’erba brucata, gli escrementi secchi, i sentieramenti sui pendii. Vento e silenzio, la montagna è vuota. La montagna atteneva la neve a coprire i pascoli, a rifornire le falde che alimenteranno i laghi, i torrenti, per la prossima stagione.

Proseguo il cammino, di nuovo in Italia, scendendo in un altro vallone. Mi sembra di sentire una campanella da qualche parte, poi l’abbaiare di un cane. Dovrebbe esserci un gregge, un pastore, in questo alpeggio, ma pensavo fossero già scesi. Trovo tracce inequivocabili della loro presenza, ma risalgono a pochi giorni prima. Alla baita c’è in effetti ancora il recinto, un cane da guardiania, una pecora con gli agnelli…

Ecco, sulla vecchia strada militare che risale dal fondovalle, un’ennesima versione di cartello che segnala la presenza di cani da guardiania, questo è bilingue, in Italiano e Inglese. Ora di togliere anche questo e metterlo da parte per la prossima stagione.

Il gregge doveva essere sceso forse anche solo quel mattino, o il giorno precedente, infatti si trovava sul versante opposto, nei pascoli che utilizza ad inizio e fine stagione. Pascoli aridi, magri, ma adatti per le pecore, un po’ come quelli che si incontrano in Francia.

Ecco ancora uno scorcio panoramico che immediatamente identifica la testata della Val Maira, con il profilo caratteristico della Rocca Provenzale a monte dell’abitato di Chiappera. Guardando questa foto mi viene da chiedermi come poteva essere  il paesaggio qui in tempo, quando sicuramente c’era gente che rimaneva in montagna con gli animali tutto l’anno, non come ora che mandrie e greggi salgono dalla pianura. Quei tempi in cui tutti avevano qualche bestiola, una vacca forse, due pecore, due capre…

Questi giorni sul web

I tempi cambiano, nessuno una volta, dalla pianura, immaginava neanche lontanamente cosa accadesse lassù in montagna. Nei testi dove sono raccolte testimonianze del passato, sono innumerevoli i racconti delle transumanze in mezzo alla neve. Erano davvero altri tempi, quando non si conoscevano in anticipo le previsioni meteo. Oggi si sa sia che arrivano le perturbazioni, sia… Tutto ciò che accade, in tempo reale, viene messo in rete. La gente continua a non immaginare quale sia la vita di pastori e margari, ma grazie ad internet ha maggiori possibilità di vedere qualche immagine!

(foto S.Basso)

E così ieri, comodamente seduti davanti ai nostri computer, spaziavamo da transumanze innevate a transumanze sotto la pioggia, un po’ in giro per tutto il Piemonte e non solo. La perturbazione di questi giorni ha costretto la maggior parte di quelli che erano ancora in alpeggio a scendere. In pochi resistono ancora, soprattutto con le pecore. Qui la prima neve ad Elva (CN) il 29 settembre, gregge di Simone Basso.

(foto G.Cairus)

Altro gregge, altra valle. Sempre il 29 settembre, alla Conca del Prà, Val Pellice (TO). Di lì ieri sono scese le vacche. Gianpaolo invece diceva: “E’ tornata la neve…“.

(foto G.Martini)

(foto G.Martini)

Qualcuno è sceso appena in tempo. Giusi mi ha mandato un paio di immagini della discesa dall’alpeggio, avvenuta giovedì 1 ottobre ad Acceglio (CN).

(foto A.Cucciola)

Ieri qualcuno diceva che era ora di scendere, ma fortunatamente non aveva ancora la neve fuori dalla porta della baita. Questa bella immagine arriva dalla Valsesia e l’ha pubblicata, sempre su Facebook, Alessia. Il gregge in questi giorni tornerà a valle e domenica parteciperà alla Fiera di Campertogno (VC).

(foto D.Anderlini)

Scendeva invece in Val Formazza (VB) il gregge di Ernestino e Renza, accolto da un benvenuto alla frutta molto gradito dagli animali. Dorina come sempre testimonia il passaggio degli animali e dei loro pastori. Pioveva e continua a piovere anche stamattina, la speranza è che il tempo sia più clemente oggi pomeriggio per la festa a Cadarese (Tempo di Migrar).

(foto R.Cilenti)

Pioveva anche in Val d’Ayas (AO), sulla transumanza di Andrea. Roberto, grande appassionato di fotografia, ha pubblicato dei magnifici scatti del cammino del gregge.

(foto M.Allione)

Altrove invece nevicava, eccome se nevicava! La famiglia Allione doveva scendere il giorno prima dalle Grange Tibert (Valle Maira – CN), ma nebbia e maltempo avevano impedito di trovare tutti gli animali. Così… ieri queste erano le condizioni in cui si affrontava la transumanza.

(foto P.Richard)

Pierina, da Bellino (Val Varaita – CN), ci dice: “Noi per quest’anno salutiamo l’alpeggio…

(foto M.Tribolo)

(foto A.Tribolo)

A Pragelato, Alpe Chezal (Val Chisone – TO) i fratelli Tribolo postano foto della mandria nella neve. “Risveglio nella neve“, scrive Massimo. “Oggi va così“, completa Aurelio.

(foto I.Zomer)

Si scende dal Piccolo Moncenisio (Francia) verso la Val di Susa con la famiglia Listello. Gli amici vanno a dare una mano, Ilaria scatta le foto e le pubblica on-line: “Luciano, Lucia e Luca tornano a casa… E la famiglia Gulli non può mancare…“.

(foto G.Agù)

(foto G.Agù)

Si scende anche dalle alte quote di Valfredda (Bardonecchia – TO), in un paesaggio decisamente invernale. Nonostante le cattive condizioni meteo, Giovanni e famiglia non hanno rinunciato ai rudun! Altrimenti non è una vera transumanza! “Ciao Valfredda, arrivederci al prossimo anno…“.

Queste immagini sono uno dei motivi per cui ritengo che i social network, se utilizzati correttamente, sono utili e davvero favoriscono i contatti tra le persone, tra “mondi” diversi. Stamattina leggevo commenti alle foto e c’era chi si stupiva che avesse nevicato, chiedeva ragguagli sul posto, come se fosse un fenomeno impossibile, a questa stagione. Adesso probabilmente le temperature risaliranno, magari ci sarà un autunno mite, ma ormai chi è sceso… la montagna la rivedrà la prossima primavera!

Transumanza di fine estate

In teoria il pastore voleva rimanere in alpeggio fino ai primi di ottobre, erba ce n’era. Però poi la transumanza è stata anticipata addirittura qualche giorno prima che finisse l’autunno! Da una parte c’era la paura di qualche nevicata improvvisa, dall’altra era già nata una vitellina e altre vacche erano prossime al parto, quindi… Meglio partire!

Vi avevo già mostrato la salita a questo alpeggio ad inizio stagione, adesso però è ora di rientrare a valle. Si parte che è ancora notte e si sale in auto mentre in cielo brilla, luminosissima, Venere. Il primo tratto di sentiero lo si affronta con le pile frontali, nel buio che man mano inizia a farsi meno fitto. L’alba sul Monviso arriva quando ormai le baite sono in vista. Il terreno è gelato, c’è brina sull’erba.

Gli animali sono ancora tutti fermi, non sanno ancora che è il giorno della partenza. La giornata si preannuncia limpida ed assolata, quindi da una parte è l’ideale per andarsene. Certo, spiace lasciare indietro erba, spiace ridiscendere a valle quando fa ancora così bello, ma questo non è un posto dove si può rischiare di attendere la prima nevicata.

Anche su alle baite si sono alzati presto. Le partenze sono sempre momenti un po’ frenetici, qui poi non è che si possa tornare con un viaggio di pochi minuti, se resta indietro qualcosa. Ci sarà comunque da tornare per sistemare le ultime cose, chiudere tutto, mettere al riparo le attrezzature, ma ciò che serve nell’immediato dev’essere caricato sugli asini o messo negli zaini. Intanto è arrivato il sole, l’aria resta fresca, prima della partenza si mangia colazione tutti insieme, davanti alle baite.

Senza perdere troppo tempo poi si parte, che il cammino è lungo. Due rudun al collo delle pecore, perchè sia davvero transumanza, poi si apre il recinto, si fanno uscire le capre dalle vecchie stalle e ci si incammina. Ciascuno si occupa di un gruppo di animali. Chi conduce gli asini, chi segue le vacche, chi le capre, chi le pecore.

Ad un certo punto però si fanno passare avanti i bovini, più veloci delle pecore. Gli animali intanto mangiucchiano qualcosa, svogliatamente. Il panorama intorno è invidiabile, ma non c’è nemmeno troppo tempo per guardarlo. Non deve rimanere indietro nessun animale, oggi meno che mai! La bella giornata dovrebbe ridurre al limite questi rischi, con la nebbia sarebbe tutto più complicato.

Uno dei punti più delicati, soprattutto per i bovini, è il passaggio sulle rocce in corrispondenza del ruscello. Acqua ce n’è poca e le pietre sono asciutte. Nel corso dell’estate inoltre i pastori hanno sistemato al meglio il sentiero, con gradini e pietre messe in modo da creare un cammino abbastanza agevole per gli animali. Questi avanzano lentamente e superano senza problemi anche quell’ostacolo.

Tutti danno una mano, compatibilmente con le loro possibilità. Così chi segue la più piccola della transumanza, la vitellina nata da poco? Ovviamente il più piccolo, cioè Didier. E’ così che si cresce in montagna, giocando, ma anche prendendosi le prime responsabilità.

Quando però, in un tratto ripido, la vitellina fatica troppo, ci sarà chi provvederà ad aiutarla, caricandosela a spalle. La madre sorveglia, preoccupata, e lei non agevola il suo portatore, dato che cerca di divincolarsi e scappare. Altrove i vitelli vengono caricati sui mezzi, ma qui la transumanza avviene ancora “alla moda vecchia”, tutto a piedi. Ecco perchè non si poteva aspettare oltre per scendere, con il rischio che nascessero altri vitelli.

Dopo il sentiero è più agevole, tratti ripidi non ve ne sono più, il cammino spiana ed infine inizierà a scendere. Gli animali fanno bella figura, la stagione è stata buona, il pastore ha lavorato bene. Quanta erba però resta indietro… E pensare che solo da poco questo alpeggio è stato recuperato, altrimenti in passato qui, per diversi anni, passava solo un gregge, temporaneamente. Troppo scomodo questo antico alpeggio!

Le capre hanno fretta, invece le pecore restano indietro. Cercare di fermare un gruppo in attesa dell’altro, fa sì che gli animali subito tendano ad uscire dal sentiero, portandosi sui versanti a pascolare. Il cane uggiola inquieto, in lontananza però si sente il suono del rudun, quindi anche il gregge presto apparirà oltre il costone. Si è già in piedi da diverse ore, ma la transumanza è ancora lunga, quindi non bisogna pensare alla stanchezza, non ancora!.

Il sentiero si fa più ampio, continuando però a tagliare i ripidi versanti. I lavori per la sua sistemazione sono più che evidenti. Due volte all’anno qui passa la transumanza, ma per tutta l’estate possono beneficiarne i turisti che si avventurano da queste parti. Le capre continuano ad incalzare, hanno fretta di arrivare a nuovi pascoli.

E poi si raggiunge la strada. Il carico degli zaini può essere depositato sulle auto o sul trattore, anche le asine vengono liberate dal basto. Una piccola pausa, poi si riparte, le vacche davanti, capre e pecore a seguire. D’ora in avanti sarà tutta discesa.

La strada però è lunga, inizia a farsi sentire davvero anche un po’ di stanchezza. Gli allevatori dell’alpeggio confinante non sono ancora scesi, così vengono a sorvegliare i loro animali, affinchè non si mescolino con quelli della transumanza in corso. Qui si può rischiare, si può attendere qualche giorno in più prima di partire, dal momento che c’è la strada e si può arrivare con i mezzi a caricare attrezzature ed eventuale bestiame non in grado di scendere a piedi.

Fa comunque un certo effetto vedere le vette, le creste che si allontanano. Chi fa questo mestiere, in questa stagione, scende contento se tutto è andato bene, se non ci sono stati incidenti, se gli animali sono belli, se il lupo non ha colpito il gregge. Scende contento di portare gli animali a pascolare erba verde, quando ormai quassù sono altri i colori predominanti.

Man mano ci si abbassa, si arriva tra i boschi e le capre continuamente si fermano a pascolare tra gli arbusti. Ogni volta che vedono qualche cespuglio o alberello lungo la strada, vi si gettano sopra, mangiando avidamente le foglie! Bisogna quindi far intervenire il cane perchè riprendano il cammino, pascoleranno dopo, quando la meta sarà stata raggiunta!

Finalmente a destinazione! In tanti stanno aspettando la transumanza, qualcuno era venuto incontro agli animali, altri invece si stavano occupando del pranzo. Come ricompensa della levataccia e della fatica, nella vecchia baita c’è una tavolata da cui ci si alzerà più che soddisfatti. Anche per quest’anno la stagione è finita, gli animali resteranno in valle, a pascolare a quote via via inferiori, fino a che la neve e l’inverno costringerà a chiuderli in stalla.