Asini, capre e cani dal Centro-Sud

In questo weekend di immobilità forzata (ahimè, senz'auto!), inizio a pescare nei miei archivi per presentarvi qualche storia che mi avete inviato. Qualcuno magari avrà perso la speranza di vedere pubblicato il materiale che mi aveva spedito… Invece no, poco per volta troverà il suo giusto spazio qui. Oggi andiamo nel Centro-Sud Italia. A dire la verità, mi piacerebbe ricevere più spesso notizie da altre regioni dove si pratica la pastorizia, così da imparare, conoscere e favorire anche "scambi" tra diverse realtà italiane.

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Per prima cosa, riprendo l'appello pubblicato qui sul sito QualeFormaggio. Si tratta di 30 capre di razza napoletana, razza in via d'estinzione, che rischiano di finire al macello. Nel sito trovate tutte le informazioni ed i contatti, se siete interessati al loro acquisto.

Fernando, da l'Aquila, ci manda i saluti ed una foto di Alissa, cane Pastore Abruzzese verace, sette anni di età.

Veniamo poi agli asini di Nicolò. Questo amico ci scrive per raccontarci dell'Asino ragusano. Lascio a lui la parola per parlarci di questa razza. "La zona d’origine sono i territori limitrofi al comune di Ragusa. È una razza di recente costituzione (1953), quando l’Istituto di incremento ippico di Catania ha istituito i caratteri tipo e detiene anche il registro anagrafico."

"Il “ragusano” è stato ottenuto in seguito ad alcuni lavori di incrocio e successivi “rinsanguinamenti” tra l’asino di “Pantelleria”, di “Martina Franca” e quello “catalano”. Fu costituito questo genotipo per la richiesta continua da parte dei contadini di animali molto rustici per soma e tiro e soprattutto per la produzione di muli; da ricordare che i muli derivati dagli asini ragusani hanno combattuto a fianco dei nostri soldati durante l’ultimo conflitto. Ha un temperamento nevrile ed energetico, si adatta anche a climi diversi da quello siciliano."

"Molto particolare è la mungitura; le asine non riescono a dare più di 2 litri di latte (le migliori) a mungitura. Quest’operazione nella maggior parte dei casi viene effettuata a mano o con piccole modifiche ai sistemi mungitori degli ovi-caprini. L’asina, per cedere il latte nella mungitura a mano, deve sentire vicino il suo piccolo, il quale attraverso la suzione e lo stimolo al capezzolo porta alla liberazione dell’ossitocina e quindi all’eiezione del latte. Questo tipo di mungitura ancora si riscontra negli allevamenti siciliani tradizionali, i quali allevano incroci o mucche “modicane”, le quali per cedere il latte hanno bisogno del vitello. Con il frequente affermarsi delle varie intolleranze al latte vaccino, recenti studi (ma conoscenze antiche), hanno portato alla sostituzione di quest’ultimo con il latte d’asina. È quello che maggiormente si avvicina per le proprie caratteristiche organolettiche a quello umano. È fonte di vita per molti bambini e sta sostituendo con successo  il latte alternativo di soia. Il prezzo nel mercato siciliano varia da 10 a 15€/ litro."

"Con un disegno di legge, d’iniziativa del senatore Minardo del novembre 2004, si incomincia a parlare di finanziamenti per il recupero e la valorizzazione dell’asino Ragusano. L’assessorato Agricoltura e Foreste concede agli allevatori sonvenzioni di carattere economico a tutti coloro che intendono allevare questa razza asinina. Per l’ottenimento del premio l’asino deve avere determinati requisiti che caratterizzano lo standard di razza, per la valutazione di questi la Regione si avvale dei valutatori dall’Associazione Regionale Allevatori."

Grazie a questi amici per i loro racconti/testimonianze. Se avete anche voi storie da raccontare, foto, segnalazioni… scrivetemi!

Prima della neve

Lo so, ho "trascurato" il blog, ultimamente. Ma, ormai lo sapete, queste storie sono vaganti non solo per i loro protagonisti, ma soprattutto per la loro autrice… E allora, se volete leggere e vedere foto, devo andare in giro a procurarmi il materiale! Così oggi facciamo un salto indietro, prima del fine settimana appena trascorso (tanto ricco di fiere e transumanze), prima della neve che è caduta a bassa quota. Però, per cominciare, vi invito a leggere (e rispondere) il commento che un personaggio anonimo ha lasciato qui (è il #5) a riguardo degli allevatori che cantano dopo la fiera.

La scorsa settimana ho fatto una gita in montagna in Val Soana, praticamente sicura di attraversare paesaggi ormai silenziosi. Ed invece no, il nostro primo incontro è avvenuto dopo qualche decina di minuti di cammino, mentre salivamo lungo il ripido sentiero che porta a San Besso. Si trattava di un gruppo di manze e manzette di razza piemontese, riunite in una radura del bosco di larici. Anni fa questi animali non c’erano, non so a che alpeggio appartengano, qui solitamente si incontravano solo vacche valdostane.

In mezzo a loro c’era questa Castana con un paio di corna molto evidenti… ma assolutamente inoffensiva, che si è lasciata avvicinare ed accarezzare, a differenza delle sue compagne abbastanza sospettose. E così abbiamo proseguito, convinti che di lì in poi al massimo avremmo visto al massimo dei camosci (ed infatti così è stato, ma…).

Il paesaggio era tipicamente autunnale ed un po’ di neve sulle punte c’era già, appena una spolverata. I larici stavano lentamente cambiando colore, in alcuni punti si vedevano già delle chiazze totalmente arancioni. L’aria era fresca, ma non così fredda come si temeva inizialmente.

Una foto a San Besso, anche se non era la prima volta che venivo da queste parti. L’itinerario che volevamo seguire l’avevo percorso anni fa, nell’estate 2005, quando stavo scrivendo "Vita d’Alpeggio" (vero Elena?!?). Non c’è nessuno, nessun turista o escursionista, ma c’era da aspettarselo, in una grigia giornata autunnale come questa. A dire la verità, a differenza della nebbia del fondovalle, qui c’è anche uno sprazzo di sole.

Poco sopra però sembra che vi siano delle macchie bianche… pecore?!? Avvicinandoci, le chiazze aumentano di numero fino a diventare un gregge di diverse decine di animali, più o meno sparpagliati intorno all’alpe Balma. A mano a mano che noi saliamo, le pecore cominciano a belare ed a correre le une verso le altre.

Quando si sono compattate in un unico gregge, ci guardano con interesse e sembrano volerci seguire… così mi tocca girarle verso il basso. L’intera scena ha un qualcosa di buffo, poichè la meta l’ha scelta il mio amico, io non sapevo che qui vi fossero delle pecore ed il fatto che ci seguano di loro spontanea volontà è in qualche modo strano. Il gregge però si gira verso il basso e si dirige verso la chiazza verde più intenso intorno alla baita, mentre noi proseguiamo mettendo in fuga alcuni branchi di camosci.

In vista dell’alpe Arietta, si scorgono altre pecore. Mario è sceso con le vacche (ed infatti era alla fiera di Vico il sabato precedente), ma evidentemente il gregge viene lasciato su ancora qualche tempo. Ovviamente questo è possibile in assenza di predatori… Fino a quando sarà così? Se dovesse arrivare il lupo, queste piccole greggi sono destinate a scomparire.

Il comportamento di queste pecore è ancora più strano: invece di scappare, ci corrono letteralmente incontro con fare che potremmo definire quasi… minaccioso, non si trattasse di pecore!!! Mentre ci apprestiamo a mangiare qualcosa, alcune di loro vengono avanti in missione, belando sonoramente. Non abbiamo niente da dare loro, tantomeno del sale. La scena va avanti per qualche minuto, poi si rimettono a pascolare, attendendo la nostra discesa. Ci precederanno, per unirsi al resto del gregge poco più a valle. Queste mi toccherà girarle in su, per evitare che ci seguano fin nel pianoro sottostante. Lo so che sembra tutto costruito apposta, ma GP potrà confermare!

L’ultimo incontro della giornata è con alcuni asini al pascolo nel piano attraversato dalla pista sterrata. Nel loro caso, il comportamento è normale, si avvicinano e, questo in particolare, si lasciano accarezzare. Sarà comunque l’ultima gita in montagna in cui incontrerò così tanti animali domestici… Poi bisognerà aspettare la primavera. Sembra incredibile che questa stagione sia passata così velocemente, nonostante tutto.

Ci lasciamo alle spalle gli asini e scendiamo in un clima sempre più autunnale, con un’aria umida, fredda, odorosa. C’è qualcuno al lavoro all’alpe Azaria, forse stanno facendo degli interventi di ristrutturazione prima che la neve impedisca di salire quassù. Mentre scendiamo in auto incontriamo anche una mandria "parcheggiata" accanto alla strada, in attesa di prendere la via della pianura. L’asfalto è già segnato dalle tracce di numerose transumanze dei giorni precedenti…

Autunno

E’ arrivato, è iniziato ufficialmente l’autunno. Ma per loro, per la gente degli alpeggi, era già autunno quando l’erba ha cominciato a cambiare colore, quando al mattino c’era quell’aria tagliente, fredda, quando l’acqua alla fontana aveva inziato a formare il primo sottile strato di ghiaccio.

Arrivo giusto in tempo, vedo gli uomini che si stanno avviando lungo il sentiero, faccio un cenno e mi affretto, passando sopra al gregge delle pecore degli agnelli. "Ancora un po’ e non ci trovavi… Andiamo su a triè ‘n poc ‘d vache, ma tanto a te piace camminare, no?" Camminare non è un problema ed almeno questa volta vedrò il panorama, perchè due anni fa di quest’alpeggio avevo visto solo la parte bassa, poi… solo nebbia.

Le vacche le incontriamo poco dopo, ma sono sparse per i pascoli, così gli uomini si dividono per compattarle tutte insieme e condurle in un posto dove sia più facile fare il lavoro che hanno intenzione di svolgere. Ci sono anche diversi vitelli, il toro, e tutti gli animali stanno placidamente riposando, qualcuno bruca una boccata d’erba.

Non mancano anche gli asini, anche se questi sono solo alcuni di quelli posseduti dal pastore. I primi li avevo incontrati giù per la strada asfaltata, ma… tanto ormai non c’è più traffico, da queste parti. Mai verrei qui di domenica, il pensiero della folla intorno al lago e soprattutto del rientro su quella strada stretta in una giornata con grande afflusso di turisti mi rovinerebbe la gita!

Giovanni ed Andrea fanno avanzare le vacche lungo il torrente, Guido è salito seguendo il sentiero ed abbasserà quelle che si trovano a pascolare più in alto. "Andiamo su, portiamole nel piano là dietro, dovremmo tribolare meno a dividerle, là."

La mandria attraversa una prima volta il torrente, i vitelli esitano ad entrare in acqua, ma poco per volta gli animali passano ed è poi difficile per le persone riuscire a stare in equilibrio sui sassi arrotondati, bagnati dagli schizzi d’acqua e dal fango.

Finalmente a destinazione, e ci sono anche le vacche che ha fatto scendere Guido. Tutta la mandria è riunita. "Vai a vedere com’è bello su in alto, così vedi tutta la montagna. Troverai le pecore, là sopra. Tanto noi qui ne abbiamo per un po’… Sali di lì, fai il giro, poi per scendere c’è una draia che passa lì tra le rocce." E così mi avvio, adesso fa finalmente caldo e posso togliere i pantaloni lunghi. Al mattino però c’era un’aria…

Le pecore inizio a scorgerle dopo aver raggiunto un dosso. Ce n’è sparse un po’ dappertutto, stanno pascolando placidamente, godendosi il sole. Come mi diceva prima il pastore: "Sembra che sia tutto secco, ma sotto, in mezzo, di erba verde ce n’è ancora!". Ed è proprio così, il pascolo qui è completamente differente da quello che ho visto pochi giorni prima all’Assietta.

L’erba c’è, anche questa è davvero una bella montagna. Il pastore fa conto di stare su ancora un paio di settimane, nella speranza che la neve non arrivi a dar fastidio. "Prevedono brutto per domani? Solo un giorno? Bhè, allora… Non ci fa ancora scappare!"

Starei qui, a guardare il gregge che pascola. Può sembrare folle che ad una persona piaccia star lì, da solo, a guardare gli animali che brucano a testa bassa. Forse non lo capivo nemmeno io, un tempo, prima che prendessi "la maladia"… Ma adesso so cosa vuol dire e preferirei rimanere seduta su una roccia a mangiare qualcosa sotto il sole tiepido, piuttosto che scendere alla baita per il pranzo.

I raggi obliqui del sole autunnale fanno splendere i dorsi delle pecore, come se fossero argentati. Gli animali mi guardano, curiosi, ma non scappano. Sarà meglio che io mi incammini per il ritorno, i pastori non mi aspetteranno, una volta terminato il loro lavoro. Scendo tagliando giù sui pascoli, fino ad incontrare una traccia di sentiero. Sarà quella giusta? La direzione sembra andar bene, l’importante è passare la gola tra i torrenti.

Alzo gli occhi e lassù, su di un salto di rocce, ci sono tre pecore che si stagliano contro il cielo blu. Con lo zoom al massimo, pare quasi di poterle toccare. Arriverà davvero la perturbazione, la pioggia? Pare incredibile, con un cielo di questo colore. Ma le nuvole fanno in fretta a varcare il confine…

Nel pianoro gli uomini stanno finendo il lavoro. In un angolo è già stato isolato il gruppo degli animali da far scendere, mentre gli altri resteranno lì, liberi di spostarsi in tutta la porzione di pascolo delimitata solo da un filo nella parte più bassa.

Cerco di fare qualche scatto, ma le Piemontesi non sono mai molto propense ai primi piani. Questa mi osserva perplessa, sono pronta a scappare se dovesse decidere che io sono un cattivo soggetto da mandare a gambe all’aria con una testata!

Raggiungo gli uomini che stanno già risalendo il versante invaso da mirtilli e rododendri, al seguito delle vacche. Gli animali muggiscono, gli altri rimasti nel piano rispondono. "Ce n’è ancora un paio da lasciare indietro, più sopra cerchiamo di dividerle e farle scendere!". Si portano in basso le vacche prossime al parto, di modo da averle vicine alle baite in caso ci siano dei problemi.

Il sentiero è stretto, ripido in alcuni punti, bisogna anche fare una certa attenzione. "Pensavo di tribolare di più, invece è andato tutto bene. Meglio così. Le hai viste le pecore? E’ un bel posto anche qui, eh?". E’ un bel posto davvero, ma ormai è quasi ora di partire, di chiudere le porte fino all’anno prossimo.

Si scende tra i colori caldi dell’autunno, gli animali camminano veloci, tra poco saremo arrivati a destinazione. Si sentono risuonare degli spari, i cacciatori sono all’opera, in cerca di camosci. Le vacche avanzano senza bisogno di essere spronate dai cani, anche se il giovane cucciolo vorrebbe partecipare di più al lavoro.

Passiamo di nuovo accanto alle pecore degli agnelli, ed è tutto un belato di preoccupazione delle madri, che vedono transitare quei grossi animali bianchi a poca distanza dai loro piccoli. Una volta chiuse le vacche in un pezzo d’erba delimitato dal filo, si sale alla baita per pranzo e si resta lì un po’ a chiacchierare del più e del meno. Anche se non ce ne sarebbe la voglia, nel pomeriggio i pastori devono risalire dalle pecore. "Dobbiamo abbassarle e segnarne un po’, meglio farlo oggi, se poi domani viene a piovere…"

Così ci salutiamo e resto ancora a chiacchierare un po’ con Bruna, poi mi avvio per tornare alla mia macchina. Nel frattempo il cielo si è coperte di nuvole, l’aria è nuovamente fredda, la perturbazione è davvero in arrivo. Incontro una mandria che scende, i proprietari la stanno abbassando nei prati secchi vicino al lago. Gli animali camminano in fila, ordinati.

Le vacche passano sotto il filo, si cercano di evitare incidenti tra vicini di alpeggio, anche se poi dappertutto ci sono tante piccole dispute per questioni più o meno gravi. Aspetto che tutta la mandria sia passata, poi mi avvio pensando al fatto che la prossima volta ce seguirò degli animali in cammino, al loro collo ci saranno i rudun che annunciano la transumanza…

Questa volta ho fallito

Le previsioni davano ancora bel tempo, con peggioramenti in serata, così la sera prima avevo deciso di dirigermi ancora una volta verso le montagne, visto che presto sarà ora di transumanze e che nel weekend altri impegni mi impediscono di essere sui monti. Non ho voglia di fare tanti chilometri in auto, così punto alla Val d’Angrogna, vallone laterale della Val Pellice.

Appena parcheggiata l’auto, il primo incontro è con questi due asini che mi vengono incontro fino a fermarsi a pochi centimetri dal filo che delimita il pascolo della mandria. Sembra quasi che aspettino qualcosa… Finisco di preparare lo zaino, metto gli scarponi e mi avvio sulla strada sterrata. Non ho una meta ben precisa, ma vorrei raggiungere un pastore che so aver avuto problemi con il lupo, quest’anno.

La mandria è al pascolo, risuonano i campanacci nel silenzio del mattino, mentre il fondovalle lentamente si copre di nebbie. Non fa freddo, piuttosto l’aria è tiepida, autunnale. In lontananza si sentono altre campane, cani che abbaiano, muggiti. Ripenso all’ultima volta che sono stata qui, era l’inizio della stagione e la montagna era ferita dai segni dell’alluvione, anche questa strada era interrotta.

Adesso, a distanza di oltre due anni, la strada è stata perfettamente ripristinata e sulle montagne non si vedono più quei graffi chiari dei canaloni dove si erano staccate le frane. L’autunno è ovunque, non solo nell’aria, ma soprattutto nei colori, tra cui spiccano le vaste macchie rosate del brugo fiorito. Non sono buoni pascoli…

E’ forse la stagione in cui questi posti sono visivamente più belli, più affascinanti. Certo, non c’è più il verde dell’erba, non ci sono le fioriture multicolori di inizio estate, ma i contrasti dei caldi colori autunnali tra le rocce disegnano dei quadri che altrimenti non avrebbero la stessa poesia. Ancora qualche giorno ed il faggio tingerà anche le sue foglie…

A Crevdlira il camino fuma appena, i cani abbaiano rabbiosamente, ma non si vede nessuno. Proseguo per il sentiero, fino a trovare il gregge, ancora nel recinto, poco dopo il bivio del sentiero che mi porterebbe al Gran Truc. Ma oggi ho scelto di percorrere un’altra strada, sperando che ci sia qualche traccia che mi conduca verso il gregge che sto cercando. Le pecore nel recinto sono comodamente straiate, ancora nel pieno del riposo.

Usandosi l’un l’altra come cuscino, attendono senza fretta l’arrivo del pastore che apra le reti e le conduca al pascolo. A mano a mano che mi allontanerò lungo il sentiero, continuerò a guardare la macchia bianca, fino a sentire poi l’abbaiare dei cani, il tintinnio delle campanelle ed a vederla che si allarga nei pascoli ingialliti. Sarà "tardi", quando questo avverrà, ma probabilmente il pastore aveva altri impegni altrove e non può permettersi di lasciare liberi gli animali, dopo quello che è già successo quest’anno.

Arrivo a Souiran, un gruppo di baite quasi crollate al suolo. Le pietre e le lose sapientemente disposte a costruire delle rustiche abitazioni tornano a far parte del panorama in mucchi disordinati. Ma quanta gente passava qui l’estate, un tempo?

La traccia del sentiero è chiaramente evidente, in alcuni punti le pietre sono ancora ben disposte a formare gradini e pavimentazione stabile. Ci sono dei tratti sulla roccia levigata e punti in cui le frane più recenti hanno interessato anche il sentiero, ma il passaggio del gregge ed anche la mano del pastore fanno sì che si cammini agevolmente e non ci siano problemi nell’individuare il percorso. Certo che però, se qui non ci fossero le pecore, questo tracciato sarebbe probabilmente già scomparso. Qua e là vecchissimi segni rossi sulle pietre, ma non credo che molti escursionisti frequentino la zona. In tutta la giornata io non incontrerò nessuno.

Quasi un monito per quei pochi, pochissimi che si trovano a passare di qui, questo teschio sbiancato dal tempo, dal sole e dall’acqua. Per adesso c’è il sole, sto camminando sul sentiero, non è un teschio a farmi desistere dalla mia escursione. In qualche modo lo troverò, il pastore. Ma queste tracce, sono del suo gregge, o di quello che ho visto nel recinto? Dove sarà il confine tra le due montagne?

Il sentiero sale di colpo dopo l’attraversamento dell’ultimo torrentello e, su di uno sperone roccioso, si intravedono le baite dell’Infernet. Il nome ha un suo perchè… Questo non è sicuramente un posto facile, un alpeggio "felice". Anche qui un gran numero di baite, almeno una decina, forse qualcuna in più. Faccio davvero fatica ad immaginare la montagna di un tempo, quando così tante persone riuscivano a vivere quassù, ciascuna con il suo piccolo gruppo di animali. Oggi c’è solo il silenzio ed il sibilo di qualche rondone alpino che sfreccia rapido a bassa quota, quasi rasoterra.

Il tempo si è quasi fermato, qui. Solo una baita ha del nylon a coprire parte del tetto. Molte altre invece stanno crollando, qualcuna è già solo più un ammasso di pietre. Pochissimi i segni del recente passaggio dell’uomo: dell’erba secca dietro una losa accanto al muro, dove c’era la cuccia del cane, un cordino attaccato ad un anello di ferro e poco altro. Però le pecore ci sono state e non devono esser partite da molto, magari una settimana, forse due.

Adesso il sentiero sale ripido e seguo più la traccia delle pecore che gli evanescenti segni rossi vecchi di anni. Arrivo al colletto e mi affaccio sul vallone dove ci sono gli alpeggi dell’Alpe della Sella e della Sella Vecchia. Di fronte a me la Piatta d’lh’Abiazî che, adesso più che mai, anche da lontano, mostra evidente il perchè del suo nome (l’abiazî è il Vaccinium uliginosum, che ora si è tinto di rosso scuro). Proseguo, spero di vedere il gregge, qui il sentiero corre in piano tagliando i ripidi versanti.

Arrivo nei pascoli di Sparvira, così gialli, così secchi. Non ci sono tracce del gregge, la montagna sembra esser stata lasciata. Non da molto, ma pare non ci sia più nessuno. Guardo con il binoccolo, vedo delle pecore lontane, sull’altro versante del vallone. E’ quasi mezzogiorno, decido di mangiare lì, su di un roccione panoramico, mentre dal fondovalle mi arrivano suoni di campanacci e muggiti.

Le nebbie salgono lentamente, fitte, ma qui il sole è caldo. All’improvviso sento dei suoni così vicini, paiono quasi dei rudun. Poi un gran concerto di muggiti e l’abbaiare dei cani. La nebbia confonde le distanze, il tutto sta avvevendo nel fondovalle. Che ci sia una transumanza in corso all’Alpe Sella? Impossibile vedere qualcosa. Sembra anche di sentire delle campanelle, quasi che ci siano delle capre, delle pecore, lì sotto. Ma sarà un’illusione, un effetto combinato dell’eco e della nebbia.

Decido di ripartire, non voglio tornare a casa troppo tardi. Appena aggirato il costone, vedo però più in basso la fila delle pecore che lentamente si snoda su di un ripido sentiero. C’è anche una persona, i cani. Non ci penso troppo a lungo, di lì è impensabile scendere, tornerò sui miei passi, raggiungerò Sparvira e sicuramente troverò una traccia che mi condurrà dalle pecore.

La discesa non è facile, l’erba secca è scivolosa come ghiaccio, provare a camminare fuori dal sentiero sarebbe quasi pericoloso. Per ben due volte scorgo dei grossi escrementi di canide, uno più scuro, contenente però frammenti di ossa, l’altro un po’ più in basso, lanoso e con altre ossa. Sono lontani dalle baite sembrano abbastanza "freschi", non così vecchi da risalire alla transumanza ed ai cani del pastore. Che siano di lupo?

A Sparvira non c’è anima viva. Solo più una baita ha una vaga apparenza di solidità, le altre sono miseramente crollate. Ecco un’altra montagna difficile, dai pascoli ripidi, lontana dalle strade (anche se da qualche anno è almeno stata realizzata una pista che sale fino alla Sella Vecchia), spesso avvolta dalla nebbia. Vedo la traccia che dovrebbe portarmi dalle pecore e la seguo. Più volte mi trovo a dover passare su salti di roccia, come abbiano fatto a transitare le pecore non lo so. Sono vicina, sento l’odore intenso degli animali, ma purtroppo sono scesa alla quota della nebbia, che mi avvolge e mi impedisce di vedere lontano. Mi arresto quando trovo il recinto, piazzato in un punto che fa pensare che il pastore sia un alpinista scalatore, per aver posizionato in quel modo le reti. C’è l’ennesimo salto di roccia, ancora più ripido, ed il passaggio che mi condurrebbe al gregge è bloccato da una grossa fascina di rami di ontano, messa lì dal pastore. Probabilmente serve per impedire che le pecore imbocchino la strada sbagliata, quando rientrano al recinto alla sera. E’ pesante e ben incastrata tra le rocce. Toglierla da sopra è troppo rischioso, se mi sbilanciassi farei una brutta fine. E’ una delle poche, pochissime volte in cui fallisco la mia "missione"… Mi tocca risalire senza aver parlato con il pastore.

Quando raggiungo di nuovo il sentiero in quota, affaticata e delusa per l’insuccesso, mi rimetto in marcia velocamente. Vedrò poi là in basso, al limite della nebbia che va e viene, la fila di pecore, come grani di una collana, che si disperde tra i cespugli di quei ripidissimi versanti. Viene spontaneo riflettere su quanto sia dura lavorare quassù e che ulteriori problemi possa aver creato il ritorno del lupo. Parlerò con Claudio un’altra volta. Questa volta ho fallito, ma… La prossima andrà meglio!

Dall’Infernet in poi sono avvolta dalla nebbia umida, i capelli si coprono di goccioline, che ogni tanto mi colano sul viso e sul collo. Cammino veloce, ho perso tempo quasi inutilmente, vorrei almeno scambiare quattro chiacchiere con l’altro pastore. Dopo Souiran sento le campane ed i belati nella nebbia, il gregge è quasi invisibile, sul sentiero però c’è qualcuno, forse sta dormendo, chissà…

Il pastore si riscuote all’improvviso, stava leggendo un giornaletto, cercando di far passare il tempo di quell’interminabile pomeriggio nebbioso. Sergio l’avevo conosciuto anni fa, nella primavera del 2005, mentre tosava le pecore del Pastore. Ogni tanto ci siamo intravisti a qualche fiera qui in Val Pellice, ma oggi lo incontro nel suo ruolo di pastore. Mi racconta di aver già portato via una cinquantina di pecore con gli agnelli, perchè abbiano erba migliore più in basso, ma anche per non doverle esporre al rischio del lupo. Quest’anno ha avuto diversi attacchi: "Mi hanno dato quattro reti ed un vachè, ma io comunque le chiudevo già prima… Il problema è che te le prende di giorno, quando ci sei anche tu! Pensa, con questa nebbia… come fai ad accorgertene? Il maremmano ce l’ho, è da qualche parte lì sopra, ma...". Mi spiega di aver lasciato indietro parte della montagna oltre la cresta: "Troppo pericoloso, sembra che invece di qua le tocchi meno. L’ho detto all’altro pastore, se vuole mangiare lui… Avrò avuto erba per due settimane, ma fa lo stesso." Parliamo di altri pastori, amici e conoscenti comuni. A star fermi fa freddo, la nebbia è umida. "Altri libri ne hai scritti?". L’ultimo Sergio dice di averlo letto in due giorni: "In primavera, quando si stava più tranquilli. Adesso devi farne un altro…". Mi dice che ho fatto bene a tornare indietro: "Non è mica tanto bello, lì dove passa Claudio! Se non sai la strada, e poi con la nebbia…". Sergio starà su ancora qualche settimana, sperando che il tempo non sia troppo brutto, che non ci sia troppa nebbia: "Vedi, come adesso, si stanno dividendo!". Manda i cani per cercare di ricompattare il gregge. "Come fai a sapere se sopra non c’è un lupo che te le prende? Fai poi un giro quando torna il sole e vedi se trovi qualche resto, allora sai…"

Sopra a Crevdlira incontro ancora il gregge delle capre, che non si spostano dal sentiero e mi osservano curiose. Lungo la strada sta arrivando un’auto, è Ercole con la moglie: "Ah, ecco chi è… Mi sembrava una faccia nota, da lontano… E’ quasi ora di scendere, stiamo già portando giù un po’ di roba, anche quelle degli agnelli sono già giù…".

La fiera dei fichi

Il 14 settembre è la data fissa per la fiera di Pragelato, l’antica Fiera dell’Escarton di Pragelato, anche detta "Fiera dei Fichi", perchè in quest’occasione si potevano acquistare i dolci frutti di fine estate, che altrimenti non si vedevano a queste quote… Ma l’evento principale è sempre stato la fiera zootecnica.

Faceva freddo, al mattino, per terra la brina si stava appena sciogliendo con i primi raggi di sole. Gli animali erano già nei loro spazi ed i visitatori più mattinieri si stavano aggirando tra i recinti, valutando le bestie, ma soprattutto cercando amici e conoscenti con cui scambiare quattro chiacchiere. Come sempre, si fanno incontri anche con chi viene da lontano, dalla provincia di Cuneo al Biellese, dalla Francia al Canavese.

Ci sono soprattutto vacche, alcune addobbate con vistosi rudun. "Quest’anno ce n’è, di bestie!". Una volta tanto nessuno si lamenta? Sento vari commenti positivi, si fanno i confronti con le fiere precedenti, mentre il flusso di gente aumenta, sia tra le bancarelle di generi vari, sia nel prato in pendenza dove sono collocati gli animali.

Anche questa volta il gruppo di asini portati qui dal commerciante è numeroso e variopinto. Oltre agli "addetti ai lavori", qui si fermano anche molti semplici curiosi, famiglie con bambini, persone che non possiedono animali. L’asino sta "diventando di moda" e questi sembrano adatti a diventare animali da compagnia: la maggior parte di loro si lascia accarezzare e grattare dietro le orecchie, dando mostra di essere socievoli e domestici.

Ci sono poi le capre, nei loro box, ed anche lì si assiepano gli appassionati e gli intenditori. Adesso splende il sole, sembra che possa essere una bella giornata, e così tutti commentano le passate fiere, quando faceva freddo, pioveva o addirittura erano caduti dei fiocchi di neve. D’altra parte questo evento chiude la stagione d’alpeggio, in un modo o nell’altro.

Intorno al recinto delle pecore incontro la maggior parte delle "facce conosciute". C’è chi è lì per fare acquisti e qualche animale viene segnato con i colori. Qualcuno è lì solo per una breve visita, poi tornerà dal gregge che non può restare incustodito per timore degli attacchi del lupo… E così scambio solo un rapido saluto con Carla, che poi non incontrerò più, ed anche Fulvio dice che deve rientrare al più presto. "Hai visto sul giornale? Nove cuccioli di lupo… cosa ti avevo detto?"

In tanti guardano con curiosità queste capre "strane", mi sembra siano le capre di Rove, razza francese, che ho visto dal vivo in mezzo agli immensi greggi di pecore merinos oltralpe. Qualcuno storce anche il naso, passando lì vicino, per "colpa" dei due becchi che emanano il loro tipico odore.

In mezzo agli animali si formano gruppi di allevatori e commercianti, si vede qualche vacca con un segno colorato sulla coscia, indice del fatto che è stata venduta. Non sono però poi così tante… la crisi si fa sentire anche in questo settore! Poco per volta però la maggior parte delle persone sparisce per pranzo: chi si accontenta di un panino, ma i più vanno al ristorante, oppure alle tradizionali tavolate organizzate dai vari commercianti.

Torno ad aggirarmi tra i recinti in compagnia degli amici: troveremo l’animale giusto anche noi? Per oggi facciamo solo i curiosi ed i "turisti"… Non scatta la scintilla con i bovini, ma è soprattutto accanto ad altri animali che ci fermiamo a lungo…

Il tempo sta cambiando, il cielo si vela di grigio ed inizia ad esserci un’aria che sa di autunno. Ancora qualche ora e la fiera sarà finita… ma più che altro è la stagione che sta finendo. Si parla di date di transumanze, c’è chi scenderà questo fine settimana, chi il prossimo, chi i primi di ottobre. Gli ultimi saranno, come sempre, i pastori.

Gli asini continuano ad attirare simpatia, anche grazie ai loro atteggiamenti buffi, come questo puledro che appoggia il capo al collo della madre. In molti stanno già partendo, altri sono ancora fermi a chiacchierare, altri ancora ti chiamano per un ultimo bicchiere… E si combina per vedersi ad altre fiere, di lì a pochi giorni o qualche settimana dopo.

A proposito di appuntamenti, ricordo che domani (sabato 18 settembre), alle ore 18:00 sarò a San Secondo di Pinerolo (presso il Municipio) con "Intelligente come un asino, intraprendente come una pecora". E’ stata invece annullato l’incontro a Rima San Giuseppe (VC) per domenica 26.

Pecore ammaestrate?

Da quanto tempo non salivo a Praclaud? Ve lo posso dire con sicurezza, era il 2 settembre 2005 e stavo scrivendo "Dove vai pastore?". Quindi, dopo cinque anni e due giorni, ho attraversato il pittoresco borgo di Fenils e, tra nuvole di polvere, ho affrontato i tornanti che arrivano all’alpeggio della famiglia Fantino. A differenza di allora, l’alpeggio è dotato di una baita confortevole, dopo che, per anni, i pastori hanno abitato in un sorta di accampamento composto da roulotte. Saluto Rina, che mi fa visitare la casa, poi proseguo per incontrare Federico. Lui mi accompagnerà dove ci sono suo padre e suo fratello.

Polvere, erba gialla che pare di essere nella steppa. Queste sono montagne secche, aride, e poi adesso stiamo comunque andando verso la fine della stagione. Dopo i saluti, si parla del motivo per cui sono tornata qui. Il gregge ha appena subito un attacco da parte del lupo. Racconta Piero: "Le stavo portando giù da Pian dei Morti, ormai su non c’è più erba, è tutto secco, bruciato. Ero dietro, le pecore scendevano, ed ho visto… due lupi che attaccavano una pecora! Davanti a me, così, come se niente fosse! Di cani ne avevo solo uno, la femmina era giù con i cuccioli. Ma due lupi enormi, non ho mai visto bestie così! L’hanno uccisa sotto i miei occhi, tempo che sono arrivato, la stavano già mangiando…"

La carcassa è rimasta là nel canale, tra le rocce. Il giorno prima è venuto l’incaricato a visionarla per certificare l’attacco e dare il via alle pratiche per il rimborso. "Adesso la mangeranno le volpi, i corvi, i lupi dopo non la toccano più." In tutta l’estate non c’erano stati incidenti, ma questo gregge in passato era stato tra i primi ad avere dei problemi con i predatori. Dal 2000 in avanti, ogni anno il lupo aveva colpito. All’inizio non c’erano cani o recinti e Federico dormiva su ad alta quota con la tenda, per non lasciare il gregge da solo. "Nonostante che c’era lui, il lupo ha attaccato lo stesso, lui l’ha visto con la pila, mentre uccideva le pecore."

Le pecore adesso stanno scendendo tra i larici ed i pastori tornano alla baita per il pranzo. "Speriamo non le tocchi, quaggiù. Non puoi mai essere sicuro. Si tribola già tutto l’inverno, noi, e nemmeno in montagna si può stare un attimo tranquilli. Una volta… andavi su una volta al giorno per vederle, ma per il resto le lasciavi stare." A pranzo Piero continua a ribadire l’eccezionale dimensione di quei due lupi. "Abbiamo sentito sparare in Francia, al mattino. Secondo me si sono spaventati e sono venuti in qua. Ma non sono i soliti lupi delle nostre parti, erano più grossi di un maremmano, con il pelo più lungo. Sembravano quelli americani, quelli che si vedono nei documentari." Federico scuote la testa. "Ma sono io che li ho visti, non tu!!!", replica il fratello.

Torniamo dal gregge nel pomeriggio, Federico va dalle vacche, i genitori partono alla volta di Roaschia, paese di origine, per la festa della leva. Scendiamo lungo il pendio ripido, ma le pecore intanto risalgono nel bosco. "Andiamo comunque giù a vedere, non si sa mai… Se non sei insieme agli animali, non sei mai sicuro." Il gregge ormai è piccolo, poche centinaia di animali, ma questi pastori hanno vissuto ogni sorta di disavventure, nei tempi passati. L’abbattimento dei capi malati di scrapie, l’acquisto delle vacche, il lupo, i lunghi difficili inverni, il nomadismo senza una casa… Quando raggiungiamo il gregge, le pecore stanno già entrando nel recinto, anche se sono da poco passate le quattro del pomeriggio.

"Sono ammaestrate, vanno nel recinto da sole. Le ho aperte presto, quando sono piene vengono su. Il recinto lo lascio sempre qui, anche quando sono su in alto." Infatti è lo stesso posto di 5 anni fa, quando effettivamente eravamo saliti e scesi a piedi con tutto il gregge. "Se le lasci fuori fino alla sera tardi, prendono il vizio e di giorno dormono. Invece… se sanno che le chiudi ad una certa ora, mangiano quando possono!". Ogni pastore ha i suoi metodi. Piero chiude le reti, a me sembra di sentire ancora belati e campanelle altrove, ma probabilmente si tratta dell’eco.

"I cuccioli sono là sotto…". Alla base di un larice cavo, c’è una perfetta cuccia naturale, dove i tre cuccioli di pastore maremmano stanno giocando e ruzzolando. "Almeno uno lo tengo, gli altri li darò via ad altri pastori." Lo scorso anno il lupo ha attaccato anche un vitello, ma le ferite non sono state letali ed è sopravvissuto fino alla vendita. Si continua a dire che gli allevatori hanno "imparato" a convivere con il lupo, ma ogni volta che si parla direttamente con un pastore, il malumore emerge subito e le recriminazioni sono sempre le stesse. "E’ sempre più difficile lavorare! Il lupo ci causa problemi e disagi, anche se adesso di pecore ne abbiamo solo più poche. Se penso a quelle volte, ai primi attacchi, quando c’erano pecore morte tutte giù lungo il pendio… Le avevamo chiuse alla sera, ma c’era la nebbia, un gruppo era rimasto fuori, ed al mattino era una strage!"

Piero d’inverno non segue più le pecore, ma si occupa delle vacche. Tutta la famiglia continua questo mestiere e non hanno aiutanti esterni. Il padre a pranzo diceva che bisogna fare quel che si può in famiglia, se si inizia a rivolgersi ad operai esterni, non si riesce a rientrare delle spese, visto che si guadagna sempre meno. Piero fa anche il tosatore e mi racconta come, la scorsa primavera, abbia tosato 6.000 pecore. "Tutte io da solo! Un lavoraccio, una fatica, ma è ancora una cosa che rende, di richieste ce ne sono."

La mia sensazione era giusta, non si trattava dell’eco, c’è ancora un piccolo gregge rimasto più in basso, nel bosco. Le facciamo risalire verso il recinto, ed intanto più in alto tra i larici fa capolino un altro gruppo di animali, tra i quali vi sono numerose capre. "Mi sembrava che non ci fossero tutte…". Alla fine l’intero gregge è al sicuro nel recinto, la batteria viene accesa, il cane maschio resta tra le pecore, la femmina invece va dai cuccioli, a pochi metri dal recinto.

"Andiamo ancora fin là? C’è un bel panorama… e poi così vedi l’asino bianco." L’asino è al riparo in una delle caserme diroccate, su di qua è tutto un reticolo di vecchie strade militari e strutture abbandonate, fin su alla cima dello Chaberton. Questo maschio ha avuto degli scambi di opinione un po’ violenti con l’altro asino, quindi adesso sta per i fatti suoi e Piero dice di volerlo vendere, perchè non può gestire insieme i due animali.

Questi pendii sembrano essere quelli di un vulcano, con queste rocce così scure ed i versanti che scendono a picco, quasi senza un filo d’erba. Il panorama in effetti è molto suggestivo, il fondovalle è lontano, ma il pastore parla già di quando si dovrà partire, scendere a valle. A tavola lui ed il fratello raccontavano di quando, lo scorso anno, avevano pensato di portare la mandria a pascolare in Liguria, d’inverno, ma alla fine non se n’era fatto niente per vari intoppi bucocratici. "Ero anche andato a vedere, sarebbe stato un bel posto, lungo il fiume… altro che i nostri inverni qui!", spiegava Federico.

Ancora uno sguardo a queste montagne dove di pioggia n’è caduta meno che altrove, poi si ridiscende per piste e sentieri, fino a raggiungere la macchina. Altre nuvole di polvere mentre si affrontano i tornanti, lascio Piero alla baita e mi sposto verso un’altra vallata, per altri incontri, altre storie, altri momenti di vita in montagna, prima che davvero la stagione sia finita.

Come quando non c'erano i cellulari

Avevo incontrato Alberto in periferia di Biella, in una giornata di pioggia a dirotto. Mi aveva rinnovato l’invito ad andare anche da lui a fare le foto, una volta o l’altra. Nemmeno sapevo dove fosse, il suo alpeggio… Ma poi un amico si era offerto di accompagnarmi, ed alla fine ci sono andata, in una delle più spettacolari giornate del mese di agosto.

Alla mattina presto eravamo già ad Alagna, pronti a prendere la prima funivia per salire. Non sapevamo bene dove fossero gregge e pastori, la tecnologia ci aveva aiutati fino ad un certo punto per prendere la direzione giusta: tra gli amici su facebook, i messaggi via cellulare con altri pastori sul versante opposto e le descrizioni imprecise dei vari siti internet, avevamo solo un’idea di massima. Certo, Alagna sarà il paradiso del freeride, ma per il turismo escursionistico estivo non sembra esserci la stessa attenzione. E così via all’avventura, con qualche indicazione più precisa da parte dei nostri due compagni di salita in funivia. Loro erano diretti a Capanna Margherita, ma erano stati in zona nei giorni precedenti

Il primo incontro è stato con questa mandria che si aggirava nel vallone. Abbiamo puntato in direzione degli animali, visto che la traccia del sentiero tagliava il versante poco sopra. Nonostante la quota e l’ora, si capiva che sarebbe stata una giornata calda. Quello che non immaginavo è quanto sarebbe stata lunga, quella giornata… ma ne parleremo poi in seguito.

Qualche scatto tra i bovini, che non sembravano molto propensi a mettersi in posa e lasciarsi immortalare. A quanto pare non erano animali così abituati alla presenza dell’uomo, d’altra parte erano "sorvegliati" solo da un filo ed una batteria posizionati nella parte bassa del pascolo. In quella alta passerà poi un gregge di pecore, nell’ultima parte della stagione, sempre che queste manze non sconfinino troppo e bruchino più del dovuto!

Scolliniamo senza problemi e raggiungiamo l’Alpe Zube, dove i nostri informatori già ci avevano detto che le pecore non c’erano. Che posto… e che spettacolo! Qui non è la Valsesia delle pareti ripide, dei sassi, dei pascoli magri. Marco mi dice di pensare al film "Pastori" di Canevarolo, ma non riesco a visualizzare questa baita. "Però… l’hanno aggiustata nel 2003, nel film non era così". Devo riguardarlo, allora.

Le pecore non sono ancora passate, i pascoli sono integri, ancora in piena fioritura. E’ un panorama che offre infinite fonti di ispirazione fotografiche, con il gruppo del Rosa sullo sfondo. Quanta erba ancora da mangiare… Fortunato il gregge che arriverà qui. Più tardi il pastore mi dirà che questa è la montagna più bella della Valsesia, e non fatico a crederlo (anche se ho girato troppo poco da queste parti per dire la mia in proposito).

Cerco di immaginare qui le pecore e sogno foto al tramonto, con il ghiacciaio che si tinge dei colori caldi della sera. Penso ai pascoli di settembre, l’erba che ingiallisce, il sole radente. Ancora una volta mi soccorrono gli eriofori, ma è forte la tentazione di tornare quando il gregge sarà qui al pascolo. Adesso però le pecore non ci sono e bisogna andare a cercarle verso Granus. Il sentiero è inesistente, c’è una traccia tra le rocce nel passaggio più delicato, ci affacciamo sull’altro vallone e finalmente vediamo il gregge. "Non passeranno di qui… con questo salto… se si spingono e si ammucchiano, è un disastro!". Avanziamo a fatica, quasi tenendoci all’erba, scendendo e risalendo a seconda degli ostacoli (canaloni, rocce, tratti franosi).

Ci vuole più di un’ora per arrivare là dove c’è il gregge. "Non stiamo a salire, probabilmente ci stanno venendo incontro." Infatti è proprio così, di lì a poco vediamo gli animali che scendono veloci verso di noi, una massa bianca che si allarga e restringe a seconda delle asperità del terreno, appena inframmezzata da qualche chiazza più scura.

Il gregge arriva davanti a noi, gli animali si fermano appena un istante, poi ci circondano e continuano a scendere. Probabilmente, più indietro, il pastore starà inveendo contro questi due idioti che stanno lì in mezzo alle pecore… Tra belati e campanelle, gli animali ci passano di fianco senza paura, noi stiamo fermi, io fotografo l’avanzata del gregge.

Finalmente arriva anche il pastore, ma non è Alberto, bensì suo papà. Prima riconosce il mio amico, poi capisce chi sono io ed allora scherziamo sull’assenza del figlio, che tanto ci teneva ad essere fotografato insieme al gregge. Non c’è nemmeno Ferruccio, l’anziano pastore che da anni sale su questa montagna. Certo, non è facile arrivare qui… e noi l’abbiamo già sperimentato in prima persona. Il pastore ci conferma che seguiranno poi la nostra "strada" per andare a Zube. "Basta lasciarle andare piano…"

Loro, i pastori, salgono a piedi dal fondovalle, e ci vogliono più di tre ore, camminando di buon passo. Ecco perchè Ferruccio quest’anno non è salito. Diversa è la cosa quando saranno a Zube, dove comunque ti puoi avvicinare con la funivia e camminare solo per un’ora. Adesso le pecore stanno scendendo, il pastore le abbassa per andare poi a pranzare alla baita. Anche questa è una bella montagna, ma l’erba è sicuramente meno buona che non nei pascoli dove si sposteranno presto. "Vieni a fare le foto anche di là… qualche giorno e poi passiamo dall’altra parte!"

Le pecore sembrano dei chicchi di riso rovesciati sul pascolo. Il sole è caldo, brucia, il gregge si sposta verso il ruscello. Mentre gli uomini chiacchierano, io scatto foto su foto. Era da un po’ che non avevo una bella occasione di immortalare un bel gregge, in un bel panorama, con lo sfondo di cielo blu! Mi spiace per Alberto… ma almeno le foto degli animali già ci sono. Caso mai decidessi davvero di scrivere un nuovo libro sui pastori del Biellese…

Il gregge poi si incanala verso il basso, il pastore controlla che non restino indietro degli animali. Intanto racconta del freddo delle settimane precedenti, delle giornate di brutto tempo, del suo ruolo di "aiutante" del figlio. "Ci fosse da mettere qualcuno pagato a tempo pieno… non sei più a posto. Va bene finché sono io a dare una mano così, ma altrimenti…"

Una montagna di pecore! Il gregge non è immenso, ma in questo loro breve spostamento gli animali regalano geometrie che rendono bene in foto. Non ci sono molti agnelli piccoli, il cammino avviene senza problemi e, quando gli animali saranno abbastanza in basso, il pastore potrà lasciarli da soli per qualche ora, al fine di cucinare un boccone in baita.

Mentre Marco parla con il suo omonimo, i cani attendono letteralmente ai suoi piedi. Rumba è un cane nervoso e diffidente, pronto ad abbaiare e pure a ringhiare ad ogni gesto sospetto. Gli aneddoti da raccontare sono quelli dei pastori… Il cammino verso l’alpe, i colleghi che non rispettano le zone di pascolo, quelli che passano senza chiedere permesso, uno che aveva detto che si fermava per due giorni perchè non sapeva più dove andare, e poi invece dopo una settimana era ancora lì… Come convincerlo a sloggiare e rimettersi in cammino…

I cani aspettano ordini, il cucciolo è un vero razzo, quando si tratta di partire per andare a girare le pecore. La predisposizione sembra averla, bisogna poi vedere se diventerà davvero un buon cane da pastore. "Possiamo andare… di lì adesso non si muovono più. Andiamo a metter su la pasta, mangiate con me, no?"

Uno strano cartello sulla porta di una delle baite invita al rispetto e, poco dopo, vien voglia di aggiungere anche un altro cartello… che ricordi di leggere i cartelli!! Non è un gioco di parole. Infatti stiamo iniziando a mangiare quando arrivano dei turisti con un cane libero e si fermano davanti alla fontana. I cani partono di corsa, abbaiando, ed il pastore li richiama immediatamente. Poco dopo gli escursionisti ripassano di lì, nuovamente con il cane senza giunzaglio, e si ripete la scena, ma questa volta l’animale si azzuffa con i cani dell’alpeggio. "Chiami i suoi cani, che se si avvicinano di nuovo, li ammazzo!", urla l’uomo. Il pastore si affaccia sulla porta: "Tu inizia a passare da un’altra parte e lega il tuo cane, che c’era già il cartello giù ad Otro che ti diceva di tenerlo legato… E poi modera le parole, che qui è casa mia! Non ammazzi un bel niente e sarà meglio che te ne vai, anche in fretta! Maleducato!"

Restiamo a lungo a chiacchierare, gli asini intanto fanno capolino dalla stalla… Passa qualche nuvola, ma il tempo si mantiene bello. Scambiamo i numeri di telefono, ma tanto lassù il cellulare non prende e bisogna affidarsi alla fortuna, per trovare i pastori. D’altra parte una volta non c’era nessun telefonino… e "Fame d’erba" è stato realizzato rintracciando i pastori faticosamente!

Il sentiero della discesa a tratti è sommerso dalla vegetazione, con fastidiose ortiche che sfiorano braccia e gambe. Non sono molti i turisti che si avventurano fin quassù… Al massimo, i più coraggiosi arrivano fino a Pian Misura. Il caldo aumenta, la discesa sembra infinita, ogni tanto si fa una pausa a mangiare mirtilli e lamponi…

A Pian Misura ci sono numerose baite, alcuni gruppi di animali al pascolo tra i fili. Uno degli allevatori sta proprio tirando fili e picchetti per delimitare una nuova porzione di pascolo. Ci fermiamo solo alla fontana per riempire le borracce, poi riprendiamo a scendere velocemente, visto che il cammino è ancora lungo. "Mentre siamo già in valle, perchè non saliamo stasera dalla Pia?". Sembra un’ottima idea, in quel momento, ma me ne pentirò più tardi…

Uno scatto veloce alla mandria più vicina al sentiero, e poi via, giù nel bosco. Qui iniziano ad esserci più turisti ed il sentiero è ben tracciato e battuto. Sembra quasi un miracolo, dopo le avventure che abbiamo vissuto prima in quel traverso lassù, per raggiungere il gregge e l’alpeggio.

Nel bosco, colpisce questo immenso abete rosso, fusione di almeno tre alberi singoli. Proprio lì vicino c’è un piccolo gregge di capre recintate nel sottobosco, tra vegetazione di pessima qualità. Domandandoci chi possa averle confinate qui, proseguiamo il cammino fino a raggiungere Otro.

Le chiacchiere del pastore prima favoleggiavano sul prezzo astronomico a cui sarebbe stata venduta una di queste case walser. In effetti sono molto belle e poi quassù c’è un qualcosa di villaggio delle fiabe, così senza auto e mezzi a motore in genere. Solo che ci sono troppi turisti ovunque, specialmente per noi che veniamo da una giornata in solitaria tra i monti, dove nemmeno c’erano sentieri da seguire!

Poco prima di lasciare Otro, ecco il cartello di cui parlava il pastore. Molto evidente, impossibile non notarlo. Eppure… c’è gente nei prati e cani senza guinzaglio un po’ ovunque. Quand’è che la gente capirà che la montagna non è un parco giochi, ma un luogo dove c’è chi lavora con fatica e sacrifici? Ultimo tratto di discesa massacrante nel bosco, e poi… la giornata non è ancora finita. Ma il post di oggi sì, e tornerò domani con il seguito.

Avevo un compito…

Quando ero stata in Val di Scalve, sulla via del ritorno mi ero fermata da Mario ed Alberto di Taglio Avion. Mario mi aveva pregata di svolgere una commissione, consegnare a Fulvio due cane, due bastoni da pastore, realizzati e disegnati da lui stesso, una personalizzata per Fulvio ed una per Julie, sua moglie. Poi da settimane, con Clà, parlavamo di fare una visita in alpeggio all’amico pastore… Questa volta ce l’abbiamo fatta, combinando quasi all’ultimo momento e senza riuscire a contattare il pastore se non quando eravamo già su per la strada che sale a Pracatinat!

La giornata sembrava bella, ci siamo incamminate dopo aver lasciato l’auto al Rifugio Selleries, quasi certe di dove avremmo incontrato gregge e pastore. Però… non si sa mai, quindi meglio affrettare il passo senza "perdere" troppo tempo fotografando le vacche di Fredino al pascolo davanti all’alpeggio.

Alle bergerie c’erano solo gli asini, il recinto e le retrovie del gregge che si era già incamminato su per il versante, diretto verso il Vallone di Malanotte. Gli asini erano stati lasciati indietro di proposito, per loro è troppo pericoloso avventurarsi su per la traccia di sentiero che taglia il versante, meglio che restino a pascolare in basso, senza salire e scendere in posti esposti e delicati. Mentre cerco di immortalarli, rubo questo scatto del maschio che sta sbadigliando

Purtroppo, dopo aver incontrato i pastori poco sopra, vediamo passare una lunga fila di persone diretta al lago. Niente di strano, la giornata è bella, il posto è frequentato e siamo comunque nella settimana di ferragosto. Solo che, passata un quarto d’ora o poco più, vediamo gli asini che arrivano alle nostre spalle. Fulvio è preoccupato, il posto è pericoloso, per di più una delle femmine è in calore ed il maschio la sta inseguendo, potrebbe succedere un disastro! "Presto, presto, andiamo avanti, togliamoci di qui, a questo punto tanto vale che salgano su e scendano poi da soli, uno per volta! E’ stata la gente che li ha spaventati… Possibile che devono sempre uscire dal sentiero per andare in mezzo alle bestie? L’altro giorno avevo lasciato indietro sopra al recinto tre pecore che avevano partorito e, mentre salivo, ho visto uno che aveva preso un agnello e lo stava portando via. Mi è montato su un nervoso… Sono sceso, gli ho gridato! Pensate, aveva deciso di portare l’agnello al rifugio, perchè secondo lui si era perso. <<Ma non lo vedi che c’è lì il recinto? Non le vedi, le pecore? Ma sei scemo? E adesso guarda… la madre è scappata su!>> Che gente… Ho dovuto portare indietro l’agnello, far scendere la pecora, e poi non lo voleva più. Tutta per colpa di quelli che pensano di aiutare, ma non capiscono niente!".

Fulvio racconta, come sempre ha una scorta inesauribile di aneddoti, vicende capitate negli ultimi tempi, storie del passato. Oggi c’è anche Milena, la figlia, ed altri amici in visita. Si scherza sul naso ustionato del pastore… ma sono cose che succedono anche a chi passa la maggior parte del tempo all’aria aperta!

Oltre al solito aiutante, Beppe, c’è anche Andrea, che ha alcuni animali nel gregge. Si parla e si parla, è il pastore ad avere più notizie da narrare. C’è da commentare a proposito di un pastore che ha venduto gli animali e che adesso lavora in un rifugio, c’è un po’ di pettegolezzi di cronaca rosa, ma anche discorsi "del mestiere", capre, pecore, vacche, alpeggi, lupi, turisti, maltempo, pietre che hanno azzoppato alcuni animali… Nel frattempo arriva uno dei guardiaparco in perlustrazione e si ferma a chiacchierare con noi, commentando le ultime vicende che hanno coinvolto gregge e pastore.

Scendiamo alle bergerie per il pranzo ed anche per prendere qualche maglia in più, c’è ancora il sole, ma tira vento. Solo due asine sono rimaste vicino alle baite, una con la puledra di pochi giorni, che Milena battezza Diana proprio in quel momento. L’altra raglia tristemente, chiamando la figlia che purtroppo è deceduta inspiegabilmente a qualche giorno dal parto, pur non presentando sintomi di malattia.

Finito di mangiare, ripartiamo verso il gregge ed incontriamo sei agnelli che hanno abbandonato il gregge per tornare al recinto. "Speriamo non passi l’aquila… Ma vedrete che tra poco torneranno indietro anche le pecore". Il tempo sta cambiando, sembra quasi che voglia piovere. Ripercorriamo i nostri passi, fino a raggiungere un punto dove si possa vedere il gregge. Si parla ancora di lupi, di attacchi, di cani da guardiania. Fulvio è contento dei suoi maremmani ed anche il cucciolo sta iniziando a fare il suo lavoro come si deve. Certo, ci sono sempre dei problemi con i turisti imbecilli!

Il tempo sta cambiando, alle nebbie che già coprivano il fondovalle al mattino, adesso si aggiungono nuvole e velature. Sul discorso dei turisti c’è un nuovo aneddoto da raccontare. "Ero su, sopra alle pecore, tirato un po’ da parte per non prendermi una pietra in testa. Non si sa mai… E vedo uno che viene avanti verso il gregge, poi si china, prende un sasso e lo lancia verso il maremmano che era seduto tra gli animali. L’ha preso proprio sulla schiena, l’altro ha gridato…". Perchè l’uomo abbia fatto così non si sa, forse pensava di allontanare il cane per poi passare "senza rischi". Invece… "Sono arrivati anche altri due maremmani, quello è salito su di un sasso e urlava AIUTO! AIUTO! I cani intorno, su dritti, ad abbaiare. L’ho lasciato lì un po’ prima di fischiare ai cani, continuava a gridare e chiedere aiuto…". Servirà, come lezione? E dire che, da quelle parti, i cartelli che avvisano della presenza dei cani ci sono già. Ma bisognerebbe leggerli…

Quando io mi avvicino al gregge per scattare delle foto, uno dei maremmani si avvicina e mi studia senza nemmeno abbaiare. Mi muovo piano, ho le mani abbassate, poi mi siedo. Lui mi guarda, di gira, torna tra le pecore, mi guarda ancora una volta e poi se ne va. E’ un caso oppure basta comportarsi in un certo modo? Questi cani teoricamente possono ricordarsi di me, ma non ho mai avuto problemi, in nessun gregge.

Questa volta posso divertirmi a scattare foto che colgano contemporaneamente due aspetti della montagna e della pastorizia che mi hanno sempre attratta. Gli affezionati lettori del blog lo sanno… E così ecco le pecore e gli eriofori!

Altri scatti, mentre il gregge avanza e si distribuisce per il pianoro, chi a bere, chi a brucare l’erba bassa, ma sostanziosa. L’aria si è fatta più fredda, sarebbe bello poter stare ancora qui in compagnia degli amici, fino alla fine della giornata, quando gli animali vengono fatti tornare al recinto dove verranno chiusi per la notte…

Pecore che si riflettono nell’acqua, giochi di luci, intanto i pastori commentano la stagione degli amori nelle capre, che porterà ad avere i capretti giusto in tempo per Pasqua. Fulvio ed Andrea parlano degli animali che passano loro davanti, ovviamente il pastore conosce ogni singola bestia, le sue e quelle "prese in guardia" da altri proprietari.

Clà scatta foto, chissà me le manderà poi per il blog? Il gregge va avanti ed indietro, Fulvio manda i cani, non vuole che troppi animali vadano su quel pendio ripido proprio di fronte a noi. C’è anche un cucciolo di pochi mesi, Fiume, che si lancia come un fulmine al seguito di Tango.

Ultima foto di gruppo, questa volta ci sono anch’io, approfittando di Clà come fotografa. E poi per noi è ora di scendere verso il fondovalle, verso la pianura, dopo aver salutato i pastori. Magari ci si rivede lunedì, in occasione della fiera di Balboutet.

La nebbia ci aspetta poco sotto, ed è un’umidità densa e tiepida, soffocante, rispetto al vento freddo che ci aveva tenuto compagnia fino a pochi minuti prima. Arriveremo a casa con il viso arrossato dal sole, tra la sorpresa di chi, per tutto il giorno, ha soltanto visto il cielo grigio di un’estate che sembra già voler finire. C’era chi diceva che quest’anno nevicherà presto, chissà se è vero?

Tra gite e pastorizia

La mia seconda tappa Svizzera mi ha portata da altri amici che già avevo incontrato lo scorso anno. Vi ricordate, vero? Quella lunga chiacchierata che avevo raccontato qui

E così mi sono messa in viaggio attraversando villaggi fioriti, dove la cosa che più stupisce un Italiano è non vedere reti, cancellate, inferriate, muraglioni che difendono le abitazioni ed i giardini dall’esterno. Qua e là c’erano piccole mandrie al pascolo, contadini al lavoro con i trattori e pochissimi turisti, a causa dell’ora e delle temperature ancora decisamente basse.

Questa volta salgo direttamente al Passo della Furka, tralasciando la deviazione che lo scorso anno mi aveva condotta al Grimselpass. La giornata sembra bella, ma le previsioni purtroppo annunciano un peggioramento a partire dal pomeriggio. Per adesso però il panorama è garantito, lungo i tornanti che salgono e poi ridiscendono verso Andermatt. Ma io so già dove svoltare e dove trovare il gregge, esattamente dove lo avevo incontrato lo scorso anno.

Pecore, finalmente le pecore! Sono ancora dentro al recinto, i pastori stanno medicando alcuni animali zoppi. Un cenno di saluto e finiscono le loro occupazioni: ci sarà poi tempo successivamente per parlare. Ormai non mi stupisco più per questo gregge multicolore, con animali di svariate razze e taglia inferiore a quelli a cui sono abituata normalmente. Più tardi il pastore mi mostrerà anche alcune pecore vallesane, dalla testa grossa, corna ricurve, lana lunga e ricciuta: "Sono lente, mangiano più lentamente delle altre, restano indietro… una disperazione!"

Il pastore è lui, Luigi "le berger", uno dei tanti pastori bergamaschi emigrati in Svizzera per fare questo mestiere. "Non ci sono quasi veri pastori Svizzeri… siamo quasi tutti Bergamaschi, ma ormai siamo sempre meno. Anche di là c’è un Bergamasco, ed un altro in quel vallone…". E’ sempre un piacere ritrovare questo amico e discorrere con lui della vita, del futuro, di quel che è successo… la sua è una vera figura di pastore filosofo, pensatore ed anche un po’ psicologo.

E così, mentre il gregge si sposta verso i pascoli, noi ci sediamo a raccontarci le ultime vicende personali che ci hanno coinvolti e bastano poche sue frasi per farmi vedere alcune vicende con altri occhi ed ancora una volta questo personaggio riesce a sorprendermi per la sua filosofia di vita e la sua forza interiore. Nonostante questo, ammette: "Io non ce la farei a girare con quelle greggi che avete giù voi… 2000 pecore e mettersi in cammino sulle strade statali, con il traffico che c’è in Italia! Qui è un’altra cosa, un’altra vita." Ma di sicuro anche la sua vita non è affatto semplice. L’inverno svizzero è forse più duro ancora che non qui in Piemonte o in altre parti del Nord Italia.

Mentre le pecore si allargano, pascolano e riposano, parliamo anche di lupi. Proprio quella mattina, una delle prime notizie ascoltate nel notiziario di Rete 1, la radio in lingua italiana, riguardava l’attacco a due vitelli nel cantone del Vallese, dalle parti di Crans Montana. Similarmente a quanto accade in Italia, le 20 pecore uccise nei giorni precedenti hanno fatto meno notizia, ma i due vitelli sollevano un gran polverone e polemiche relativamente alla necessità di rivedere le normative riguardanti il lupo in tutta la Svizzera. Si parla di 8 animali censiti nel paese, ma lì i danni all’allevamento sono molto meno "tollerati" che non da noi. Gli allevatori ed il loro mestiere sono importanti e non "elementi di contorno", come spesso sembrano essere considerati altrove.

Nel pomeriggio, sfidando il maltempo che sta arrivando immancabilmente, mi avvio a piedi alla scoperta di qualche altro angolo di montagna, partendo dall’accampamento dei pastori. Non passa molto tempo che inizia a cadere qualche goccia di pioggia e, prima di venire definitivamente avvolta dalla nebbia, fotografo ancora i "miei" eriofori in questo pianoro umido. Come un gregge…

Completo l’itinerario tra nebbia e pioggia, per fortuna nella parte alta mi ricollego ad un sentiero che avevo percorso lo scorso anno, altrimenti avrei avuto dubbi sulla direzione. Ritorno da Alessandra, Luigi ha dovuto assentarsi per alcune faccende, così andiamo noi a vedere il gregge… ma è tutto tranquillo e gli animali pascolano indisturbati, tra uno scroscio e l’altro di pioggia. A questa quota non fa neppure caldo, ma questa è la vita dei pastori. C’è già il lusso di avere il caravan lì vicino, dove si può anche accendere la stufa, stare al coperto, cucinare e consumare un pasto caldo a lume di candela.

Il pastore rientra ed è quasi ora di chiudere le pecore nel recinto. Il cielo è in battaglia, i contrasti sono ottimi per chi voglia dilettarsi a scattare foto, ma per i pastori parlano di maltempo in arrivo e lunghe ore difficili nei giorni successivi. Alessandra mi raccontava dell’inverno, delle temperature a -15°C, con le mani che si intorpidivano, gonfiavano, si tagliavano per il freddo, perchè certi lavori con i guanti non li puoi fare. "Non tutte le sere però le chiudevamo nella rete, quando sei nei boschi puoi lasciarle libere. Con la neve non scappano…".

Ricomincia a piovere, Luigi chiama il gregge verso il recinto, i cani passano dietro per far avanzare le pecore, sarebbe sufficiente quasi una persona sola per fare tutto, a patto di avere dei buoni cani. Quest’anno però il pastore ha la fortuna di avere l’aiuto ed il supporto costante della sua compagna, che già nell’inverno ha scelto di seguirlo e condividere costantemente la sua vita, il suo mestiere. Torniamo verso il caravan sotto la pioggia, ma ci attende già la stufa scoppiettante, l’acqua che bolle per fare la polenta, e mangiamo scambiandoci aneddoti di vita pastorale, al di qua ed al di là delle Alpi.

La pioggia prosegue per tutta la notte e l’indomani la giornata inzia con nebbia ed umidità ovunque. Siamo rimaste in due pastorelle, Luigi ha dovuto di nuovo scendere e tornerà nella tarda mattinata. Ce la caveremo? Per me è un onore ed una gioia poter dare una mano, sdebitarmi così per l’ospitalità e l’amicizia, ma anche… poter finalmente tornare a lavorare con le pecore, cosa che mi manca immensamente ormai da parecchi mesi.

Per fortuna il tempo ci regala una breve tregua, durante la quale facciamo scendere le pecore sotto la strada e spostiamo il recinto, di modo che sia già pronto per la sera. Meglio approfittare di questa pausa quasi di sole, perchè non si sa quello che ha in serbo la giornata e… spostare reti sotto l’acqua non è mai un lavoro piacevole. Luigi ci ha spiegato dove piazzare il recinto, cerchiamo di fare del nostro meglio; quando stiamo per finire… sta già ricominciando a piovere.

La mattinata va avanti così, con periodiche visite al gregge, per controllare che non si sposti troppo verso il basso, dove andrebbe ad invadere i pascoli delle manze. Lungo la strada sono state tirate delle reti, pertanto gli animali non dovrebbero scappare. Con la nebbia è difficile rendersi conto se davvero sia tutto sotto controllo, ma le pecore comunque "si comportano bene". Per tutta la giornata, nonostante la pioggia ed il vento, rimarranno al loro posto, pascolando e riposando. Così tranquille… troppo tranquille!

Dopo pranzo decido di andare a fare un altro giro, anche se il maltempo continua tra scrosci di pioggia più o meno intensi. Scendo nel fondovalle e risalgo lungo un vallone dove dovrebbero esserci numerosi animali al pascolo. Piccole greggi di capre, qualche pecora, e poi numerosi bovini qua e là nei pascoli delimitati dai fili. Le prime che incontro sono queste vacche, peccato che abbiano bruciato loro le corna!

Le Brune che mi vengono incontro subito dopo invece hanno il loro aspetto "bovino", con tanto di corna al posto giusto, ed è tutto un altro vedere! Mi osservano curiose, mentre scatto foto e mi chino a cogliere manciate di mirtilli succosi. La pioggia non disturba poi più di tanto, la montagna è bella anche così, l’importante è avere un posto asciutto a cui arrivare ed un paio di calze di ricambio (ma anche di scarpe!) a fine giornata. Camminare comunque è un’altra cosa rispetto allo stare fermi, al pascolo, quando il freddo ti entra nelle ossa e fatichi a scacciarlo anche se poi hai una stufa calda che ti attende nella baita.

Altri incontri con vacche curiose, mentre le nuvole si alzano un po’ e lasciano vedere parte del panorama. Da quel che mi diceva il pastore, in uno di questi valloni ci dovrebbe essere un altro gregge, ma molto più in alto, molto più su, raggiungibile attraverso un sentiero. Non è il caso di andare all’avventura con questo tempo. Pertanto ritorno sulla strada e continuo a salire.

L’incontro successivo è con un gregge di capre incustodite, che si mettono tutte in posa per la foto… ma scappano non appena io tento di avvicinarmi di qualche passo. Ormai però la foto di gruppo c’è! Loro si disperdono tra gli ontani, in un concerto di campanelle, resta indietro solo un becco zoppo, che bruca qualche ciuffo d’erba lungo la strada, alzando appena la testa per seguire con lo sguardo le compagne.

Salgo ancora, ma ricomincia a piovere più forte e cala la nebbia. L’alpeggio che pensavo di raggiungere è ancora lontano, si fa tardi, così inverto il mio cammino e scendo velocemente fino a dove ci sono questi due asini. Ragliano quando mi vedono nelle vicinanze, e così scatto una foto anche a loro, per completare il "quadro" di questa mia gita. Sembra proprio che non manchi nulla! Solo le persone… infatti non incontro nessuno in tutto il mio tragitto

Quasi a volermi smentire, pochi minuti dopo un incontro lo faccio davvero, ed è un altro gregge di capre che sale lungo la strada, in ordine sparso. Mi fermo e loro mi affiancano, qualcuna mi evita salendo sulle rocce, altre vanno avanti sull’asfalto come se niente fosse. Dove saranno dirette? Qualcuno le chiuderà in un recinto, o passeranno la notte dove capita? Peccato non aver potuto parlare con qualche allevatore, anche se… non conoscendo io il Tedesco, se davvero avessi visto qualcuno, come ci saremmo capiti?

Torno alla mia auto e risalgo a Tiefenbach, giusto in tempo per aiutare i pastori a chiudere le pecore. Piove ancora, anzi, sembra proprio che stia nevischiando. Il termometro segna 4°C, l’estate è un lontano ricordo, il gregge avanza lento nelle brume alle spalle del pastore e ci si domanda quali sorprese potrà riservare il giorno successivo. Mangiamo in fretta, il maltempo ed il freddo fanno desiderare a tutti di stendersi al più presto sotto le coperte… e magari svegliarsi in una bella giornata di sole e cielo limpido!

Storie di pastorizia elvetica

Finalmente inizio a narrarvi qualche aneddoto della mia trasferta in Svizzera (ahimè, il brusco rientro alla realtà lavorativa sta già sfumando i contorni di quelle belle giornate trascorse oltreconfine in compagnia di amici). Le prime tappe mi hanno portata da Marina, che avevo conosciuto lo scorso inverno, quando aveva accompagnato alcuni amici appassionati di pecore nel Biellese, alla ricerca di animali da acquistare e aggiungere alle loro piccole greggi. Ci siamo tenute in contatto via internet ed adesso l’ho raggiunta nel Vallese.

C’era subito del lavoro da fare! Così andiamo a trovare il 50% del suo gregge, che attende vicino ad un corso d’acqua appena fuori il paese. Marina mi spiega che qui le sue pecore sono ben viste, perchè pascola queste aree che sono state create appositamente per rinaturalizzare la piana intorno al Rodano, che scorre più in là. Non ci sono più anse e/o zone dove gli uccelli possono fermarsi e nidificare, così sono stati creati questi canali… ed infatti c’è un nido di anatre proprio lì vicino alle pecore, tra le canne. Qui, in nome della natura, è meglio pascolare che non decespugliare meccanicamente!

"Nessuno sposta a piedi le pecore, qui…". Marina, aiutata da Balko, cane pastore dei Pirenei, cerca di instradare il piccolo gregge e mi rendo subito conto di come sia molto più difficile condurre 10 pecore… che non 2000!! Qui l’erba è finita, così si risale a Lidu, il villaggio semi-abbandonato dove Marina ha alcune baite. Per alcuni periodi dell’anno ha anche abitato lassù… Oppure ci è salita quotidianamente per badare ai suoi animali. Una vita un po’ fuori dal comune, la sua, ma le sorprese non sono ancora finite.

Mentre saliamo sul ripido versante ventoso, assolato e secco, circondate da una vegetazione molto particolare, che assolutamente non mi aspettavo di trovare qui (ulivello spinoso, ginepri di varietà piuttosto rare e tutta la flora tipica dei terreni calcarei), chiacchieriamo raccontandoci le nostre vite. Chi lo direbbe che si può essere pastore part-time, grande appassionata di pecore e cavalli, ma nello stesso tempo amare il tango, l’Argentina, disegnare, tagliare e cucire abiti da sera adatti soprattutto per ballare il tango, appunto… La vita di Marina sarebbe un perfetto soggetto per un libro. Che dire dei dodici anni in cui ha fatto la modella e calcato le passerelle dell’alta moda? Come immaginare qualcosa di più lontano da questo sentiero assolato e sassoso che sale tra l’erba dura e secca verso un villaggio dove non arrivano le auto, dove l’acqua si va a prendere fuori, nella fontana centrale rispetto alle case, e dove manca l’energia elettrica?

Continuiamo a chiacchierare durante il pranzo consumato all’esterno della casa di Marina, con la compagnia di Balko e Minou, la gatta che attende quassù la sua padrona. Si riesce, adesso, ad immaginare l’inverno quassù? Questi ripidi pendii che scivolano verso la valle coperti di neve? Camminiamo lungo un sentiero in piano e raggiungiamo anche Malena, la cavalla argentina.

Non c’è solo lei, ci sono anche i due asini, Lolek e Bolek, così adesso ho visto quasi tutti gli animali della mia amica. Continuiamo la nostra giornata seguendo un panoramico sentiero che si sposta lungo la montagna e sento anche inaspettate storie di abbandono del territorio, che uno non si aspetterebbe, in Svizzera. Ci sono frane e smottamenti che, qua e là, hanno messo in pericolo il tracciato di questo camminamento. Ci lasciamo alle spalle le pecore, camminiamo tra pini silvestri, ginepri, chiazze di vegetazione secca ed altri punti in cui invece vi sono macchie di un bel verde.

Un tempo questi versanti erano tutti curati, utilizzati, sfalciati, magari anche coltivati… E c’era una fittissima rete di canali, che portavano l’acqua dappertutto. Ne restano pochi ancora curati ed utilizzati, degli altri si indovina a malapena il tracciato, interrotto da frane che hanno messo a nudo la roccia e portato via il suolo. La montagna abbandonata si trasforma e diventa sempre meno ospitale per l’uomo… Anche per quello che vive sul fondovalle!

Il giorno successivo ci aspettano nuove avventure: insieme ad un amico di Marina, andiamo dall’altra metà del gregge, che sta pascolando in dei prati recintati vicino a Sion, tra orti e frutteti. Qui c’è anche il montone e la mia amica mi diceva di essere preoccupata, perchè da qualche giorno non lo vede molto in forma. In effetti l’animale è visibilmente sofferente, smagrito, con la lana stopposa. Dopo aver spostato gli animali, decidiamo di far intervenire il veterinario, che arriverà dopo poco più di un’ora (e così noi abbiamo tempo per fare i turisti nelle rovine del castello e dell’antica chiesa collocata su di uno sperone di rocce che si affaccia sulla città).

Alla fine il veterinario arriva, visita Ernesto (il montone) e saranno necessarie spiegazioni su chi io sia e perchè mi "sappia muovere" tra le pecore, afferrandole per la gamba posteriore per catturarle… Anche se la conversazione avviene in Francese, capisco all’incirca il problema dell’animale: disidratato, febbricitante, con problemi di stomaco che è quasi impossibile diagnosticare con certezza. Occorre curarlo e ricoverarlo in stalla, all’ombra. E così si torna indietro, si attacca il carrello, si ritorna dalle pecore, si carica Ernesto e lo si conduce alla stalla. Qui finalmente l’animale fa cenno di voler bere e mangiucchiare un po’ di cereali. Alla sera riceverà le sue medicine e, nei giorni successivi, Marina mi aggiornerà sui piccoli miglioramenti che, auspicabilmente, gli permetteranno di sopravvivere. "I veterinari qui ci aiutano… Ciascuno può avere un solo veterinario, fai il contratto con quello e ti rivolgi sempre a lui. Ma sono economici, sono sempre disponibili, ci vengono proprio incontro. A volte fanno pagare solo le medicine e non il viaggio… Dicono che tanto i soldi li recuperano da quelli che hanno i cagnetti da salotto, che li chiamano due o tre volte la settimana!". Meditando su questi veterinari Robin Hood, che aiutano i piccoli allevatori appassionati, rientriamo a casa.

Avevamo però programmato un’escursione in montagna ed il bel tempo ci spinge ad intraprenderla comunque, anche se ormai è pomeriggio. Così saliamo a piedi nel vallone del Loetschental, dirette verso il ghiacciaio che si sta ritirando laggiù in fondo. C’è una bella aria limpida, fresca, da respirare a pieni polmoni, per farne scorta quando sarà ora di rientrare…

Il panorama è da cartolina e, come ogni immagine della Svizzera che si rispetti, non poteva mancare uno dei personaggi fondamentali della montagna. Mentre saliamo, si sente chiaramente uno scampanio e, poco per volta, ci vengono incontro numerose vacche. Certamente è quello che "mancava" al paesaggio, non sembra anche a voi? I turisti osservano l’avanzare dei bovini, un bambino si avvicina, incerto sulla possibilità di accarezzare o meno qualche animale.

Non sono sicuramente pericolosi, piuttosto… curiosi! Questa si presta ad essere immortalata in uno scatto inusuale e piuttosto comico. Anche se, lo sapete bene, la mia predilezione va alle pecore, in questo panorama tanto affascinante, con quest’aria così pura, mi sento come se non volessi essere in nessun altro luogo. Ma bisogna continuare il cammino, la bocca del ghiacciaio è ancora lontana ed il pomeriggio avanza verso la sera.

Lo sanno bene gli animali, che rientrano spontaneamente verso la stalla per la mungitura serale, senza che nessuno debba ricordare loro questo "obbligo". Lo scampanio si allontana verso il basso e noi invece continuiamo il nostro cammino nella valle, lungo un sentiero battutissimo da frotte di escursionisti di tutte le età, ancora numerosi anche a quest’ora.

Finalmente ecco il ghiacciaio e… c’è pure una sorpresa a noi particolarmente gradita: un piccolo gregge di pecore che si gode l’aria fresca che esce dalle due bocche spalancate nel ghiaccio. Già in precedenza avevamo visto le loro tracce ed avevo come la sensazione che le avremmo trovate qui. Scattiamo numerose foto, vorrei non dover andare via, vorrei riempirmi gli occhi di tutto quello che c’è qui. Nessun pastore all’orizzonte, questi animali vengono lasciati liberi di spostarsi a piacimento, nella speranza che nessun predatore venga a turbare la loro vita.

Ancora altre foto alle pecore nella luce del tardo pomeriggio. Sarebbe ora di andare, laggiù la mia macchina attende nel parcheggio a pagamento e forse non abbiamo calcolato bene l’ora del rientro, rischiamo di prendere pure una multa! Così provo ad avvicinarmi con prudenza alle pecore per scattare dei primi piani, ma queste si spaventano e si disperdono verso il basso.

Fotografo allora il ghiacciaio, chiedendomi per quanti anni ancora resisterà agli sbalzi climatici. Adesso fa fresco, abbastanza freddo perchè, forse, quest’anno non debba ritirarsi ulteriormente. Poi inizia il nostro rapido cammino verso il fondovalle, la corsa contro il tempo nella speranza che nessuno veda il tempo che passa mentre il nostro biglietto segna un’ora di fine parcheggio ormai scaduta. Arriviamo a casa stanche, ma felici. Ceniamo ridendo e scherzando sulle nostre strane vite, perchè a volte anche cose molto lontane possono incontrarsi e fondersi in uno strano miscuglio di culture, interessi, passioni, amicizie… A volte mi domando ancora dove mi porterà il cammino iniziato sulle tracce del primo pastore vagante. Anche qui, da un’ex modella che esce con la pila frontale ed una grossa siringa senza ago per andare in stalla e cacciare a forza in gola di un montone malato uno strano beverone a base di rabarbaro e non so più quali altre erbe.