Bello, però…

Sono passate un paio di settimane da quando ho scattato queste foto, ma nel frattempo non è cambiato quasi niente, anzi… E’ sì arrivato un po’ di freddo, ma non è ancora quello giusto per la stagione e, in questi giorni, si sta verificando una sensibile inversione termica, con temperature sui monti maggiori rispetto alla pianura.

Era quasi la metà di novembre e, in montagna, sopra all’ultimo centro abitato, in una zona che potremmo definire “di alpeggio”, c’erano ancora animali al pascolo. Normale? Non proprio. A quelle quote, in questa stagione, dovrebbe già esserci la neve. Forse ha ragione il detto che recita: “se nevica sulla foglia, l’inverno non da noia” (in dialetto fa rima). Infatti la prima nevicata a bassa quota era avvenuta quando ancora gli alberi non avevano iniziato a perdere le foglie.

A quote maggiori il silenzio, il vento che soffia, un po’ di ghiaccio dove non batte il sole, ma per il resto i ruscelli scorrono ancora normalmente. Con poca acqua, ma scorrono. E’ bello poter fare ancora delle gite senza pericoli, camminando sui sentieri senza problemi, ma tutto ciò è preoccupante. Serve la neve a coprire il terreno, servono le scorte d’acqua. Tra tutti i problemi della montagna, quello climatico non può che non preoccupare. Questo alpeggio è stato abbandonato da tempo, oggi se ne utilizza uno più a monte in una posizione migliore.

Sono cambiate tante cose, nel corso degli anni, dei secoli, ma cosa succederà se il clima continuerà a cambiare così? Queste genzianelle sono di nuovo fiorite, ma non hanno rispettato i loro tempi, i loro cicli, confuse dalle temperature. Anche gli animali accusano comportamenti anomali. Per esempio quest’anno molti mi hanno raccontato di come le capre siano andate in calore in anticipo, ritornando poi ad andare successivamente e finendo per essere “in ritardo” sulle tempistiche normali.

L’alpeggio ovviamente è deserto e silenzioso. Forse quella giornata era fin più calda di altre nella stagione estiva, ma ovviamente ormai lassù non c’è nulla da mangiare, l’erba è stata interamente brucata. Quella poca neve che c’è resiste solo dove non batte il sole, ma il vento caldo la sta comunque facendo scomparire velocemente.

Più su sulle creste i camosci pascolano. Certo, faticano meno pure loro, ma per avere erba e acqua, deve nevicare. Le previsioni sono una desolante distesa di soli gialli, nemmeno offuscati da una mezza nuvoletta. I pastori in pianura lavorano bene, tanti hanno ancora bestie al pascolo anche senza fare pascolo vagante, i trattori passano a tagliare erba per portarla in stalla, ma… ma il grano cresce senza la protezione della neve. E non sa davvero più cosa ci si può aspettare. Tra pochi giorni è Santa Bibiana. Se i vecchi detti valgono ancora e se continuerà con questo clima… 40 giorni e una settimana di sole, vento, temperature anomale?

Quando l’erba finirà, quando tutto sarà troppo secco, anche questi animali verranno riportati in stalla. Non è lontana, non abbandonano la valle, ma scendono solo alla frazione poco più giù, sul versante solatio della vallata.

Vicino alla stalla anche le vacche da latte vengono ancora messe fuori a mangiare erba durante il giorno. Certo, non bisogna lamentarsi e “prendere quello che c’è”, ma il cambiamento climatico non è da sottovalutare o da ignorare, soprattutto quando l’uomo ne è almeno in parte responsabile. Non chi vive e lavora quassù… ma a pagarne le conseguenze siamo tutti!

Lungo il sentiero

Devo raccontarvi subito dove sono stata ieri, non voglio che il tempo confonda le emozioni e i pensieri provati salendo lungo quel sentiero. Sì, avete ragione, “Lungo il sentiero” è il titolo del romanzo che ho pubblicato lo scorso anno. Adesso ve lo posso svelare che, per ispirarmi all’alpeggio in cui è ambientata gran parte della narrazione, ho pensato ANCHE al luogo dove sto per accompagnarvi virtualmente.

Sono partita da una delle borgate nell’andrit di Villar Pellice, prati pascolati, foglie rastrellate, quella montagna viva, abitata, che non può non piacere, specialmente con i colori e le luci di una tiepida giornata autunnale. Se non ci fosse l’uomo e l’allevamento, questo paesaggio non esisterebbe.

Ho raggiunto, seguendo la pista agro-silvo-pastorale, la Gardetta, dove il pastore e il gregge sostano e pascolano ad inizio e fine stagione. Come dice anche il toponimo, questo è un bel posto, un balcone sulla valle e sulla pianura. Adesso però non c’è più nessuno, restano i prati brucati, qualche fiocco di lana impigliato tra le spine di un cespuglio, un lieve odore di sterco nell’aria in prossimità del recinto.

L’antica mulattiera è invasa dalle foglie dei faggi, le marche bianche-rosse del sentiero che prosegue verso monte non sono state rinfrescate da anni, ma è impossibile sbagliarsi. La meta è ancora lontana, non sono molti gli escursionisti che si avventurano da queste parti.

Sarebbero ancora meno o… forse non si vedrebbe nemmeno più il sentiero se qui non salisse più il gregge. Il passaggio degli animali, la loro traccia, il fatto che inevitabilmente se c’è un punto franato il pastore deve sistemarlo per poter passare in sicurezza fa sì che questo sentiero rimanga vivo. E’ vero che il percorso porta anche ad una cima panoramica sulla valle, ma non è questa la via di salita preferenziale, ce n’è un’altra più semplice, meno lunga.

Il panorama è aspro, quasi ostile. Viene persino da chiedersi come si può fare ad andare lassù, dove passerà il sentiero. Eppure una via c’è, è agevole, anche se inevitabilmente non manca la fatica della salita. Iniziate a pensare cosa volesse dire salire non solo con uno spuntino per il pranzo, ma con quello che serviva per vivere lassù in alpeggio.

Il bivio del sentiero per il Gard non è indicato, è sempre la traccia delle pecore in mezzo al magro pascolo a condurci al cospetto di questo “strano” posto. Questo è ciò che si vede quando ci si affaccia sul costone dove sono (erano) collocate le baite. Le vedete, voi? La materia prima era quella reperita sul posto, pertanto rocce e case in pietra hanno esattamente lo stesso colore.

Questo è il sentiero che permette di raggiungere l’alpeggio. Le rocce sono segnate, consumate, dalle migliaia di unghie di pecore e capre che sono salite quassù. Come vi dicevo, un gregge sale ancora anche oggi, per un certo periodo della stagione, ma il pastore non vive più in questo alpeggio. Chissà quando è stato abitato per l’ultima volta?

Questo è oggi l’aspetto dell’Alpe Gard. Un villaggio fantasma che contava numerose baite, almeno una ventina, provando a contare i ruderi. Qualcuna più grossa, forse usata come abitazione, altre invece erano solo ricoveri, stalle? Chissà… Mi piacerebbe saperne di più, ma ho paura che non ci sia più nessuno in vita in grado di raccontarmi i giorni in cui questo alpeggio era completamente abitato.

C’è anche poca acqua, da queste parti. L’unica misera fontana è poco sotto le case. Anche le sue vasche sono all’abbandono, però è ancora possibile dissetarsi. Quando scrivevo il mio romanzo, ero stata al Gard solo una volta, molti anni prima, in una giornata di nebbia, quindi non mi ero resa conto fino in fondo di come fosse questo posto. Certo, il panorama è splendido, ma vivere e lavorare qui non è affatto semplice.

A parte le pietre messe le une sopra alle altre a formare muri e tetti, che oggi stanno crollando, l’uomo ha lasciato pochi altri segni. L’era della plastica sembra non essere arrivata quassù, c’è giusto una bottiglia di vetro, chissà come mai è lì in equilibrio sulle lose di un tetto.

In una delle baite crollate noto questa pietra che sporge dal muro di cui fa ancora parte. Praticamente era stata inserita una losa molto spessa, al momento della costruzione, scanalata per far sgrondare il siero. Qui si posava la toma a scolare. Immagino che le produzioni fossero limitate, non potevano esserci moltissimi animali, qui. Non penso nemmeno portassero su dei bovini, fatico a vedermeli su questi pascoli, però… Una volta c’erano bestie più piccole e leggere di oggi.

Nel punto più pianeggiante, o forse dovrei dire meno ripido, c’è un muro che non poteva essere quello di una casa. Presumo fosse un recinto per le pecore, dove venivano chiuse la sera, dove venivano munte. Guardate poi i pascoli tutto intorno… E vi assicuro che nelle foto sembrano molto più “belli” che in realtà. In questa stagione il freddo e le prime nevicate hanno bruciato tutte le ortiche, altrimenti l’intera area dell’alpeggio sarebbe quasi sommersa da queste piante e dai romici.

Altra particolarità di questo alpeggio, che già mi aveva colpita la volta precedente che c’ero stata, sono le pietre scavate. Ce ne sono parecchie, qua e là tra i muri crollati. A cosa servivano? Per raccogliere acqua? Come “ciotole” per i cani? Ogni congettura può essere valida, fin quando qualcuno non mi saprà dire il vero scopo.

A proposito di cani, penso che questa fosse una cuccia per loro. Adesso quassù non c’è nessun suono, l’aria del fondovalle non porta nemmeno le campane che si sentivano salendo, quelle delle vacche al pascolo nei prati a bassa quota. C’è solo il vento, questo sole tiepido, dei codirossi che volano tra le pietre, una coppia di poiane che volteggia in cielo.

Sulla via del ritorno guardo ancora i pascoli che declinano ripidi verso i burroni. La Gardetta è laggiù, una chiazza più verde nei colori autunnali del bosco e dei prati. Il progresso porta ad abbandonare luoghi simili, tutta la poesia e il romanticismo non bastano per voler affrontare una stagione fatta di duro lavoro, nebbia, pioggia, freddo, tormenta o anche siccità, con condizioni di vita del genere.

C’erano anche travi in legno, nelle case, ma da dove arrivavano? Scendendo verso la Gardetta, gli unici larici che si incontrano sono questi e non godono di buona salute, oltre a non essere in un punto molto agevole per essere raggiunti.

Quanti passi nei secoli hanno calpestato queste pietre, disposte a creare degli scalini, che oggi vengono quasi soffocati dall’erba e dal brugo? Fino a quando esisterà questo sentiero? E chi me ne racconterà la storia? Ieri, pubblicando foto di questa mia gita su facebook, ho ricevuto alcune indicazioni per rintracciare l’ultimo pastore che ha vissuto al Gard. Ha 80 anni ed è in una casa di riposo. Chissà se riuscirò ad incontrarlo e chiacchierare con lui?

Non c’è più nessuno nemmeno nelle varie borgate e case isolate che si incontrano scendendo lungo la pista. Qua e là si nota qualche ristrutturazione, magari d’estate qualcuno ci trascorre qualche giorno, ma la montagna non è sicuramente più viva come un tempo.

Sembra particolarmente viva in questi giorni, con i colori dell’autunno nel pieno del loro splendore, ma non tarderà ad arrivare il vento freddo a far cadere le foglie, a spogliare i rami, e poi la neve a ricoprire tutto. Ancora una volta vi invito a riflettere se sia ancora possibile oggi, con le esigenze che ci impone il XXI secolo, vivere in queste realtà.

Le campane suonano…

Come già vi avevo mostrato, non ho avuto fortuna con le condizioni meteo, mentre ero in Svizzera. Anche il giorno successivo il tempo non era buono. Anzi, era peggio dei precedenti! Nella notte la neve era arrivata fino alle baite ed anche più a valle, al mattino pioveva, le nuvole erano basse.

Andare a cercare le pecore era un’impresa praticamente inutile. Altro discorso sarebbe stato dover andare al pascolo, ma il gregge era già libero di pascolare, quindi… Avrebbe continuato a farlo! Il pastore mi propone di cambiare versante, andare a controllare che le pecore non siano scese in basso, superando le reti tirate nei punti di passaggio, e risalire verso l’alpe delle vacche. Certo, con il bel tempo sarebbe stato maggiormente spettacolare, ma comunque… ci mettiamo in cammino, tra nebbia e pioviggine.

L’alpeggio è completamente avvolto nella nebbia fittissima, non si vede nemmeno il rifugio poco sotto. Veniamo accolti con gioia e invitati a pranzo. Anche gli allevatori qui sono intralciati nei loro lavori dalla nebbia. Due di loro sono comunque ancora fuori, sono andati a vedere le manze. L’indomani invece le vacche da latte scenderanno a valle, nell’altro tramuto accanto al lago. Chiacchieriamo, io soprattutto ascolto. Il giro delle strutture lo faremo dopo, a partire dalla cantina piena di formaggi. Parte della produzione è già stata portata giù con la teleferica (per fortuna che c’è!), parte resterà qui a stagionare fino al prossimo anno, appesa in dei sacchi di rete, in modo da non avere la necessità di venire girata.

Le strutture sono belle, moderne. Mungere qui all’aperto, con un clima così, mette al riparo dalla pioggia, ma non dal freddo e dall’aria. Sull’alpeggio, oltre al conduttore, c’è un giovane originario della Lombardia, che lavora stagionalmente coma aiutante, già da diversi anni su questa montagna. Poi c’è una giovanissima ragazza originaria della Svizzera tedesca. Ha studiato da maestra, ha fatto lettere all’università, poi è andata a dare una mano in un’azienda di una signora anziana d’inverno ed ha cercato un posto per l’estate in un alpeggio. “All’inizio l’ho vista così dolce, mi sembrava fragile… Adesso do a lei da portare il sale a spalle, così riesco a tenerle dietro quando saliamo dalle manze!“, scherza (ma solo fino ad un certo punto) il malgaro.

Gli animali non sono ancora stati messi al pascolo, si spera che la neve se ne vada via. Per fortuna il giorno dopo si scende. Si sta bene nella baita con la stufa accesa, il pranzo che cuoce. Fuori fa freddo, l’umidità non accenna a diminuire. Una delle sale del caseificio è dedicata all’affioramento della panna e al burro, burro quindi da latte e non da siero! Questo viene portato a valle ogni pochi giorni. “Quando non c’era la teleferica, a tutti quelli che passavano di qui, chiedevamo se potevano portare giù un po’ di burro!

Il formaggio prodotto qui viene interamente venduto direttamente, senza intermediari. Questo garantisce una buona rendita e la sopravvivenza di una piccola azienda di montagna. Qui in alpeggio, oltre agli animali del conduttore dell’alpeggio, ci sono quelli di altri allevatori della valle, affidati per la stagione estiva. Anche questo alpeggio è di proprietà del patriziato, come per l’alpe delle pecore. Il punto vendita giù in basso, accanto al lago, garantisce un buon afflusso di turisti. Vengono prodotti anche yoghurt e formaggelle.

Dopo pranzo, le vacche vengono messe al pascolo. La nebbia continua ad essere molto fitta, ma almeno sembra aver smesso di piovere e la neve se n’è andata quasi tutta. Ogni animale ha una campanella al collo, piccole campane, fondamentali per localizzarli nella nebbia o nel buio del mattino, quando si esce per andarli a prendere e condurli alla mungitura. Eppure il gestore del rifugio lì accanto si è ripetutamente lamentato per il suono delle campane, che lo infastidisce e infastidirebbe pure i suoi clienti. “Sai qual è il problema? Il problema è che non c’è soluzione…!“, gli era stato risposto. Montagna, alpeggio, vacche al pascolo e campane. Fai il turista in montagna? C’è anche questo, così come se dormi in un albergo in città c’è il traffico, il treno…

L’indomani devo ripartire, ma decido di aspettare, anzi, di andare incontro alla transumanza! Poso i bagagli in macchina e risalgo (nuovamente tra nuvole basse e pioggia) verso l’alpeggio, fin quando sento le campane e i richiami delle persone che stanno accompagnando gli animali. Il primo tratto di sentiero è bello, poi vi sono alcuni passaggi delicati. Il giorno precedente avevo sentito criticare a lungo il lavoro di chi doveva sistemare il sentiero, che teneva conto più dei turisti che non delle esigenze degli animali. Non solo in Italia, allora…

Dopo il passaggio sul torrente che fa da immissario al lago, inizia un tratto abbastanza pianeggiante, che però “taglia” dei versanti molto ripidi. Mi chiedono di non stare troppo vicina alle bestie, c’è un po’ di tensione, perchè in effetti i passaggi sono delicati e le Brune sono animali pesanti, pochi agili.

La foto scattata da lontano in effetti non riesce a rendere l’idea di come fosse questo punto: il sentiero stretto, un accumulo di terra e pietrame che l’ha invaso parzialmente, cadendo dal canalone soprastante, le vacche passano lentamente. Sotto, il canalone roccioso precipita direttamente nel lago. Per fortuna gli animali avanzano uno ad uno, attraversare qui con una mandria nervosa, vacche che si spingono, sarebbe troppo rischioso!

Dopo il cammino è più semplice, il sentiero è una vera autostrada. Per fortuna ha smesso di piovere, la transumanza si conclude nel migliore dei modi. Non abbiamo nemmeno incrociato turisti, non in quest’ultimo tratto, mentre prima ve n’erano alcuni che salivano al rifugio, altri che già scendevano. Da queste parti meno che altrove ci si fa intimorire dalle condizioni meteo avverse.

Le vacche sfilano lungo il lago. Tra una settimana scenderanno anche le pecore e la montagna resterà silenziosa, senza campanelle, senza cani da protezione, con buona pace del gestore del rifugio e dei turisti! Non avrei pensato che questi “problemi” esistessero anche altrove, pensavo che le montagne di Heidi fossero più sane, più rurali, e che la dimensione sempre più da parco giochi/parco avventura fosse una prerogativa italiana, invece ciò che ho visto ed ascoltato mi ha fatto capire che un po’ ovunque le cose si ripetono.

Ed ecco che le ultime vacche arrivano all’alpe. Resteranno qui ancora qualche settimana, poi anche questa stagione si concluderà. Per me invece si è concluso il soggiorno in Svizzera, per il giorno dopo il tempo si annuncia ancora peggiore, quindi anticipo il rientro e mi metto in viaggio. Ma non sceglierò la via più breve per tornare a casa…

Chissà che belle montagne…

L’estate è davvero agli sgoccioli, l’estate sta finendo, c’è già chi è sceso e chi si appresta a farlo. Tra i tanti posti dove avrei dovuto andare, c’era il Canton Ticino in Svizzera, anche per far visita al mio amico pastore che da alcune stagioni lavora su quelle montagne a badare ad un gregge. Il commento più comune, tra chi invece pascola qui in Piemonte, riguardava la bellezza delle montagne svizzere, intesa come la qualità dell’alpeggio, dell’erba, del territorio in cui il loro collega sicuramente lavora.

Certo, una volta superate le zone urbanizzate, salendo per la vallata alpina il paesaggio è quello che ci aspettiamo: ordine, pulizia, prati sfalciati in modo uniforme, senza un angolo abbandonato, con un’armonia che fa bene alla vista. Gli alpeggi però sono più su.

L’alpe delle vacche accanto al lago adesso è vuota, gli animali sono ancora più a monte, ma non tarderanno a scendere. Tutti gli altri pascoli invece sono destinati al gregge affidato al pastore, un gregge composto da pecore di svariati proprietari. Gli alpeggi qui sono gestiti dai patriziati, un sistema diverso da quello piemontese, con alpeggi pubblici (comunali), privati o consortili. Ecco il sito di un patriziato confinante con quello dove sono stata.

Nei pressi della baita utilizzata in questo periodo dal pastore ci sono alcune pecore, che si sono ritirate in questa zona per la sera. Il gregge è libero, deve ancora rimanere quassù per due settimane all’incirca, ma il pascolo ormai è scarso, pertanto solo lasciando gli animali liberi di spostarsi a piacimento un po’ in tutto l’alpeggio questi avranno modo di nutrirsi a sufficienza.

Il pastore raggiunge un’altra area dove le pecore scendono la sera. Il gregge è anticipato dai tre cani da guardiania, che corrono giù per avere la loro razione di crocchette quotidiane. “Dovrebbero mangiare in mezzo al gregge, per fare le cose correttamente. Fossero dei cuccioli, non farei così. Ma ormai questi sono cani adulti che svolgono perfettamente il loro lavoro. Anzi, il fatto che arrivino prima delle pecore, permette che mangino senza che ci siano incidenti, senza che le pecore cerchino di andare vicino a rubare il cibo.

Dopo aver nutrito i cani, il pastore inizia a distribuire il sale sulle rocce. Nel frattempo, a piccoli gruppi, arrivano delle pecore, ma sono solo una piccola parte dei mille e più animali presenti su questa montagna. Sarà un lavoro non semplice radunarle tutte per la discesa dall’alpe, specialmente se le condizioni meteo non saranno buone.

Non riesco ancora a rendermi ben conto di come sia l’alpeggio, ma non c’è bisogno di percorrerlo tutto per capire quanto i versanti siano ripidi, impervi, quasi irraggiungibili in alcune parti. Il pastore mi spiega quali siano i confini dei suoi pascoli e mi indica qualche puntino bianco qua e là, una pecora con i suoi due agnelli in un posto apparentemente irraggiungibile, un altro gruppetto allargato a pascolare tra due canaloni profondamente incisi. I cani avranno di che consumarsi i polpastrelli, nei prossimi giorni, ma anche gli scarponi di passi dovranno farne…

Per quel giorno il sole tramonta sull’alpeggio, tra nuvole in arrivo e nebbie che se ne vanno. L’indomani vedrò meglio il territorio di questo alpeggio, ma per quella prima sera già mi sono resa conto di come questo non sia un paradiso: la qualità dell’erba non è un granché, pietre ce ne sono in abbondanza. “Metti poi le foto, che altrimenti se lo dico soltanto io in Piemonte non ci credono!

Con passione e determinazione

Siete in tanti ad invitarmi: “Vieni a trovarci!“, ma dal momento che questo blog non “rende” niente e viaggiare costa, non posso arrivare da tutti, non subito, almeno. Alarico mi invitava da tempo, già un paio di anni fa dovevo andare a trovarlo in alpeggio, finalmente quest’anno ho trovato l’occasione giusta, mettendo insieme varie cose.

Dovevo andare in Valsesia a presentare il mio libro, così ho anticipato la partenza e sono arrivata a Campertogno al mattino presto. Le indicazioni erano precise, così ho imboccato il ripido sentiero lastricato che, di gradino in gradino, risaliva il versante, tra i boschi. Piloncini e chiesette lungo il percorso, fino ad uscire temporaneamente dai faggi.

Un pianoro, delle baite, un laghetto, erba pascolata e suoni di campanacci in lontananza. Era un’altra giornata calda e soleggiata, l’estate è tutt’altro che finita. Sapevo che anche qui doveva esserci un alpeggio, ma la mia meta era ancora più lontana.

Passo accanto alla baita, ci sono le oche e una capra all’aperto, alcune vacche poco sotto, i maiali, mentre gli altri animali probabilmente sono ancora in stalla per la mungitura. Un cenno di saluto al margaro, che mi suggerisce anche il sentiero giusto per andare al Vallone: “…quello sotto che scende, che tanti si sbagliano e vanno sopra!“. Ringrazio e proseguo, ma il sentiero comunque è segnato con la vernice.

Ancora nel bosco, i cartelli già avvisano che è un territorio di pascolo e invitano i turisti a tenere i cani al guinzaglio in prossimità degli animali e dell’alpeggio. Quanti lo fanno davvero? Sarebbe una buona norma da seguire sempre, anche senza cartelli, perchè non sappiamo come i nostri animali reagiscono di fronte ad altri animali (cani, pecore, vacche o capre che siano), sia perchè potrebbero essere loro in pericolo di fronte ad animali “estranei”.

L’Alpe del Vallone è “messa lì”, sul versante, senza nemmeno un po’ di piano intorno. Alarico mi accoglie con gioia, finalmente ci conosciamo. Classe 1995, questo giovanissimo allevatore aveva iniziato a scrivermi alcuni anni fa, raccontandomi la sua passione, la sua voglia di dedicarsi agli animali, nonostante la famiglia cercasse di indirizzarlo verso la prosecuzione degli studi (perito aeronautico!!). Inizialmente era andato a dare una mano a questo o a quell’allevatore, quasi di nascosto si era accordato per salire in alpeggio nella stagione estiva, un anno in un posto, un anno nell’altro. Lo scorso autunno, libero ormai dagli impegni scolastici, aveva preso la decisione di acquistare delle capre…

E quest’anno, con le sue capre più quelle prese in affido, è salito su questo piccolo alpeggio. Vi sono anche delle pecore, pure quelle in guardia. Un paio di baite in condizioni non perfette, una crollata, ma tutte dalla storia antica, molto antica. Mi mostra una scritta sull’architrave, 1687! E vi sono alcuni altri dettagli architettonici decisamente particolari, per essere in montagna, in un posto oggi così sperduto. Alarico mi spiega che gli è stato concesso in uso l’alpeggio da amici, in cambio lui lo tiene pulito e fa anche qualche lavoro di sistemazione.

Per esempio, sta cercando di risistemare la baita il cui tetto è crollato. Ha rimesso in sesto il muretto a valle, poi adesso sta tirando fuori tutte le piode franate all’interno. “Con l’elicottero il padrone porterà poi su il materiale e la rimettiamo a posto. Anche quell’altra baita ha un muro che sta cedendo, bisogna sistemarle prima che vadano giù del tutto, com’è invece successo alle case là di fronte.

Altra stranezza, vedere delle vere e proprie stanze in alpeggio e non i soliti pagliericci. Alarico usa l’altra baita, mi spiega che sarà necessario perlinare il tetto anche della “cucina”, quando tira vento, grandina o c’è tormenta, entra aria, freddo, umidità e anche la neve. Per non parlare poi della parete addossata alla roccia: “Quando piove forte scorre proprio l’acqua, per quello c’è uno spazio, le assi del pavimento non vanno contro, l’acqua passa giù e scorre via nella cascina (la stalla, ndA)…”. Alarico è su da solo, mi spiega di avere tempo per tutte queste sistemazioni, visto che deve solo mungere le capre, poi le lascia pascolare senza accompagnarle.

Il prossimo anno voglio prendere su qualche manza, per guadagnarmi anche qualche soldo in più.” Vacche quassù? Sì… un tempo pare ne salissero non poche, una sessantina, quando la montagna era meno sporca, meno invasa da alberi e cespugli. Sulle assi della camera da letto è tutto un “diario” degli avvenimenti del passato, con scritte più o meno leggibili e date anche del 1800. Nel 1948 si era partiti con le vacche il 7 ottobre, con la neve, l’anno seguente il 1 ottobre.

Poco sopra c’è un altro alpeggio, le baite sarebbero in condizioni migliori: “Però non c’è l’acqua vicino e lì è un posto che attira i fulmini, quindi preferisco stare qui come abitazione.” Di gente non ne passa molta, c’è un sentiero, ma sono zone poco frequentate. Dalla cima lì di fronte, con una grossa croce in vetta, si gode di un bel panorama a 360° sulle vallate laterali della Valsesia e, non ci fossero le nuvole, anche sul Monte Rosa.

Rientro alla baita e Alarico sta preparando le miacce, piatto tipico valsesiano. Le farciremo con formaggio di capra e anche nella pastella ha usato, ovviamente, il latte dei suoi animali. Altre ancora le mangeremo con il prosciutto, ma qualsiasi ripieno è adatto. Una tira l’altra, ma poi è meglio fermarsi… Altrimenti chi sale ancora a cercare le capre? La sera solitamente si ritirano da sole verso la stalla, ma quel giorno saliamo noi.

Poco per volta dovrà selezionarle per avere animali sia produttivi, sia di suo gradimento. Quest’inverno andrà anche in un’altra cascina, quella che aveva preso lo scorso anno era in un posto molto freddo. “Non sono ancora andate al becco, ho provato a toglierli per un po’ e poi rimetterli, ma ancora niente…“. Alarico sta imparando, sta facendo esperienza, tante cose le ha apprese andando ad aiutare in questa e quell’azienda, vedendo anche realtà molto diverse tra loro.

La sua è una bella storia, mi auguro che possa continuare negli anni, con sempre maggiori soddisfazioni. Sta bene lassù, nel suo isolamento, ma contemporaneamente non è un giovane solitario e fuori dal mondo. Appena il telefono ha il segnale, ecco che arrivano i messaggi degli amici e si combina per uscire la sera. Per lui “uscire” significa scendere a piedi, poi prendere la moto e raggiungere il fondovalle, la casa dei genitori. “Ma a me andrebbe bene anche essere in un alpeggio dove stai sempre su e non usi il telefono, vai giù una volta alla settimana per portare i formaggi e fare la spesa!

Quella che deve scendere subito sono io e, più in basso, nella radura, osservo da lontano questa scena, con i bambini che rincorrono le mucche, forse per portarle alla mungitura. Quella che ho “incontrato” è un’altra bella storia, una di quelle che più mi piace raccontare qui, forse anche per risollevarsi il morale tra i vari problemi che affliggono la montagna, l’allevamento. L’auspicio è che Alarico, con il passare degli anni, riesca ad avviare la propria azienda ed avere il successo che merita.

Ancora (quasi) niente pecore a Nevache!

A Nevache, in Francia, uno ci va perchè è un bel posto, ci va per fare camminate in montagna, raggiungere colli, laghi, rifugi, per un trekking. Poi c’è chi ci va a cercare pecore, perchè questo è uno dei luoghi oltreconfine dove gli alpeggi sono utilizzati da greggi di pecore merinos, è risaputo.

Quando c’ero stata qualche anno fa, ero salita in un vallone dove un gregge avrebbe dovuto esserci, dove un gregge poteva pascolare più che bene, ma purtroppo di pecore nemmeno l’ombra. Chissà, forse sarebbero salite più tardi… Quest’anno invece abbiamo puntato alla testata della valle. C’erano le tracce dei recinti e del passaggio, anche abbastanza recente, degli animali. Era una mattinata fredda e limpida…

Così, a caso, saliamo verso dei laghi, con l’obiettivo di fare un giro ad anello e vedere più zone possibile. Qualche animale c’è, ma sono dei bovini! Un piccolo gruppo, qualche vacca con i suoi vitelli, un grosso toro dal mantello scuro. Niente pecore, ma il posto è davvero bello.

Il flusso di turisti sul sentiero è continuo, sono le settimane centrali del mese di agosto, purtroppo i compatrioti sono i più rumorosi e le loro osservazioni non passano inosservate. Così come non si possono non notare i grifoni che volteggiano in cielo. Arriviamo a contarne più di trenta, contemporaneamente. Questi avvoltoi sono degli spazzini e si cibano di carcasse, le loro dimensioni sono imponenti. Qualcuno li scambia per aquile (!!), altri addirittura li definiscono falchi…

Solo alcuni dei turisti si avvicinano agli animali al pascolo, che in quel momento stanno riposando, qualcuno li guarda da lontano, altri li fotografano. Giustamente, uno di loro (Francese) ci mette in guardia sull’eventuale pericolosità, dal momento che ci sono dei vitelli piccoli. La mia amica, allevatrice e moglie di un pastore, gli spiega la situazione. E si finisce con il turista che chiede a noi se può accarezzare la vacca!

Dopo l’ultimo lago, sulla via del ritorno, insieme alle tracce evidenti di un recente passaggio del gregge, ecco una pecora solitaria, in non buone condizioni di salute. E’ zoppa sia ad una zampa anteriore, sia ad una delle posteriori. Le guardiamo l’orecchino per ricordare il numero, caso mai trovassimo più a valle i pastori. Per il momento pascola indisturbata, ma da queste parti il lupo c’è…

Finalmente vediamo il gregge, ma sul versante opposto, ad una quota troppo elevata per pensare di raggiungerlo. “Leggendo” le tracce al suolo, l’erba pestata, il sentiero infangato, intuiamo che i pastori devono aver spostato le pecore nei giorni precedenti, quando ha piovuto. In questi giorni, anche in Italia, si sta provvedendo a separare gli agnelloni, i montoni che verranno venduti per la festa mussulmana del sacrificio, così può darsi che il gregge sia stato abbassato per provvedere a quel lavoro e alla successiva discesa a valle degli animali venduti.

Più in basso, accanto alla strada sterrata, c’è il “campo” dei pastori. Purtroppo non c’è nessuno, impossibile quindi segnalare la pecora dispersa. Questo non è un camper da turisti, c’è una campana legata sul cofano e numerose ciotole per i cani…

Di fronte, sull’altro lato della strada, altre abitazioni, sempre utilizzate da pastori. Chissà, forse ci sono addirittura due greggi… Che peccato non aver incontrato nessuno, non poter chiedere, fare domande, capire… Vediamo anche altri animali “lasciati lì”. Una pecora morta sembra esser stata già oggetto di banchetto da parte dei grifoni, o saranno state volpi, o cinghiali? Strana questa poca attenzione, specialmente in un posto tanto frequentato dai turisti!

Per vedere qualche animale da vicino, dobbiamo tornare a Nevache. Qua e là, tra i giardini, ci sono delle reti tirate e, al pascolo, piccoli gruppi di animali. Un paio di pecore, tre o quattro capre. Lungo la valle ci sono prati sfalciati, prati di erba medica, ma non c’è la cura che troviamo altrove. Probabilmente sono pochi gli animali che restano in valle: i grossi greggi salgono ad inizio estate dalla pianura, ridiscendono in autunno, tutto sui camion, e il territorio non ha quell’aspetto di quando ogni angolo è utilizzato per il fieno o per il pascolo.

Nevache comunque merita una visita, anche se non cercate le pecore! Lungo la valle, potete scegliere dove parcheggiare l’auto (gratuitamente) e risalire la valle a piedi seguendo i sentieri, oppure (per pochi euro) prendere la navetta che vi porta fino a Laval, dove l’asfalto finisce. Un servizio efficiente ed economico, che evita l’intasamento del traffico lungo la stretta strada che risale la valle.

Ho iniziato in Svizzera

La cavalla che era arrivata scendendo per i pascoli era di proprietà di un altro pastore il cui alpeggio confina con quello di cui ero ospite. Ogni vallone un gregge! Ovviamente Giacomo, il pastore, non può lasciare le pecore per venirla a cercare, così si parte…

La cavalla è brava e Valik è esperto, così la cavalca lungo il sentiero che porta al colle. Facciamo una gita fuori programma che non mi dispiace affatto: altre zone da vedere, un altro gregge, un pastore di cui ho spesso sentito parlare, ma che non conosco di persona.

Dopo il colle, iniziamo a scendere, ma poi vediamo il gregge sulla sinistra. Giacomo ci chiama, ci viene incontro e noi risaliamo con l’animale. Gli abbiamo risparmiato un viaggio e ci ringrazia, aveva cercato di contattare chiunque per recuperarla, ma di là il telefono non prende. Il pastore ha voglia di chiacchierare e volentieri ci invita a vedere il gregge.

Questa è solo una parte degli animali, anche lui ha un altro gregge in pianura, gli agnelloni e alcune pecore. La sua zona è quella di Mantova. Ma mi spiega che non solo gli animali sono lontani, pure la famiglia. La moglie e i bambini sono amche loro in alpeggio, ma con le vacche, e lui quando può scende la sera e li raggiunge, per poi rientrare in alpeggio l’indomani. Una vita dura, una vita di sacrifici.

I pastori si fanno scattare una foto di gruppo, Giacomo mi racconta che spesso guarda queste pagine. “Avevo visto quando sei stata in Svizzera, avevo riconosciuto i basti arancioni degli asini! Ho lavorato anch’io per Sandro…“. Fin da bambino aveva la passione per gli animali, va a scuola e si diploma perito agrario, ma d’estate ha sempre fatto le stagioni in alpeggio, a guardare le vacche. Per una serie di combinazioni, viene chiamato a fare una stagione in Svizzera d’inverno, la sua prima esperienza con un gregge. Continua con quel lavoro, poi una decina di anni fa acquista le sue prime pecore e diventa pastore.

Numerose sono le conoscenze comuni, anche in Piemonte. Un po’ il mondo della pastorizia è piccolo, un po’ è inevitabile che ci siano scambi e contatti tra le regioni confinanti. Ci si confronta, si acquistano i montoni per “cambiare il sangue”. Oltre ad avere parte del gregge in pianura, anche Giacomo scenderà presto dalla montagna per portare il gregge a pascolare in pianura, nelle stoppie.

Ci mostra il suo alpeggio, la baita, le zone dove si sposterà a pascolare nei prossimi giorni. Anche qui manca la strada, per cui deve raggiungere la malga a piedi. E’ più facile trovare strade dove l’alpeggio è utilizzato dai bovini, per i pastori spesso ci sono tante difficoltà in più.

Si preoccupa per le foto che sto facendo, vuole vedere quali animali ho immortalato. Quelle capre con le corna non sono sue, le altre sì… E devo fare ben attenzione alle foto delle pecore, devono essere animali che fan bella figura! Nonostante le sue preoccupazioni, il gregge è in ottime condizioni, gli animali ben tenuti. C’è qualche pecora che sta iniziando a partorire, non sarebbe dovuto capitare qui in montagna, ma a volte succede…

Sarebbe stato bello continuare a chiacchierare con Giacomo, ma purtroppo bisogna rientrare. Lui scherza: “Se qualcuno si vuole fermare, mi aiuta a portare giù alla malga gli agnelli…“. Le nebbie vanno e vengono, ma è solo l’effetto del contrasto con il caldo della pianura. Salutiamo il pastore e torniamo verso il colle, per ridiscendere dall’altro gregge.

Per chi volesse incontrare Giacomo, parlare con lui e saperne di più sulla vita dei pastori, l’Ersaf organizza proprio presso la sua malga, per il 18 agosto, una giornata con il pastore. “Sono alpeggi della Regione e dobbiamo fare anche queste cose, ma mi fa piacere. Bisogna far vedere alla gente che non siamo dei delinquenti… La gente ormai pensa chissà cosa dei pastori…

Chi parte e chi arriva

Ancora in alpeggio con il gregge, ma come vi avevo detto, qui la gestione è particolare. Quel giorno era tempo di “cambio della guardia”, qualcuno scende, qualcun altro sale.

Il cielo era limpidissimo, terso, le temperature elevate per essere al mattino e a quella quota. Non essendoci la strada, per i trasporti qui si usano ancora i vecchi metodi, quindi bisognava mettere il basto all’asino e caricare la roba da portar via. Soprattutto però l’animale era utile per ritornare indietro con tutto il carico di viveri, pane duro per i cani e altre cose che chi saliva dalla pianura aveva portato per i giorni successivi.

Luca scende, arriva suo zio Giuseppe ed altri “aiutanti”. Dalla curva della strada alla malga il cammino non è lunghissimo, ma proprio per questo fa ancora più rabbia che non si sia provveduto a tracciare una pista fin lì. Parte del carico resta là, sacchi di pane per i cani, tutto il resto viene trasportato, un po’ a spalle, un po’ sul basto. Si posa tutto nella baita, ci sarà tempo per sistemare ogni cosa al suo posto, è ora di andare ad aprire il recinto e mettere le pecore al pascolo. Non si va lontano, quel giorno.

Il gregge viene portato nel pianoro sotto alla malga e ciascuno si posiziona per contenere gli animali. Praticamente viene “dato il pezzo” come se si fosse in pianura. Gente ce n’è ben oltre il necessario, infatti (oltre alla sottoscritta), ci sono due aiutanti extra, vecchie conoscenze… Chiacchiero con Beppe, mi spiega anche lui l’organizzazione della loro azienda. E’ lui quello che trascorre più tempo in montagna. Mi parla del figlio che ha finito le superiori e vorrebbe fare veterinaria: “…ma in questi mesi intanto è andato a lavorare. Gli fa bene lavorare sotto padrone, imparare cosa vuol dire, poi si vedrà.” Ci fosse la strada, magari verrebbero su anche la moglie, la figlia piccola. Il figlio è molto legato a quella montagna, praticamente ci è cresciuto: “Se adesso non ce la danno più, non so se da un’altra parte verrebbe ancora…“.

A mezzogiorno le pecore vengono, come sempre, fatte rientrare al recinto. Arriva qualche nuvola, il sole picchia forte, non è però prevista alcuna pioggia. Con Beppe, sono saliti Daniele e Michael. Daniele è il mio amico panettiere, conosce da tempo questi pastori, girano dalle sue parti. Quest’anno starà su in alpeggio con loro qualche settimana, se il suo lavoro gli concede un po’ di tregua. Anche lui confronta i ritmi e le modalità di gestione del gregge, così diverse da quelle incontrate in Piemonte: “Però là avevo imparato tanto…

Oltre a Daniele, con il gregge c’è Michael. Questo ragazzino è un altro “malato” per le pecore. Pur non essendo nato in una famiglia di allevatori, fin da bambino si è sempre fatto portare dai genitori a vedere il gregge e, anno dopo anno, passa tutto il tempo possibile con questa famiglia di pastori che pratica il pascolo vagante dalle sue parti. Se non va a scuola, di sicuro non è a perdere tempo o a commettere qualche imprudenza. La sua passione sono le pecore ed è lì che si fa portare dal papà, non avendo ancora la patente. “E le bestie le conosce, il lavoro lo sa fare bene!“, raccontano i pastori.

Quella è una giornata di arrivi. Mentre si era al pascolo, al galoppo dai pendii scende una cavalla, che si dirige verso i pastori e le pecore. Il proprietario è un altro pastore, il cui gregge si trova in un altro vallone. “Questo posto piace ai cavalli, una volta ne avevamo su diversi. Quando scappano da altre parti, vengono qui…“. La cavalla è brava, si lascia prendere, bisognerà riportarla al proprietario, se non verrà lui a recuperarsela.

Alla fine faremo una spedizione per ricondurla a Giacomo, il pastore, e ci fermeremo un po’ a chiacchierare con lui, rientrando dal gregge solo nel tardo pomeriggio. Tanto siamo in sovrannumero, come pastori! Le pecore sono abituate ad essere pascolate in quel modo “strano”, che per me appartiene più alla pianura che alla montagna, così restano abbastanza ferme, anche le capre pascolano in mezzo a loro, bisogna solo mandare il cane ogni tanto a rispettare il “confine” che l’uomo ha stabilito per quel giorno.

Pian piano arriva la sera, quel giorno si finirà ancor prima del precedente, essendo le pecore così vicine al recinto. Mi fa uno strano effetto pensare che qui la stagione d’alpeggio volga al termine, quando ero abituata a vedere nel mese di settembre il periodo più bello per stare in montagna. Non credo che, a fine agosto, l’erba sia totalmente pascolata, ma la disponibilità di stoppie in pianura rende più vantaggioso scendere presto.

Dopo cena arriva anche il vicino di alpeggio, il malgaro che, con i genitori, occupa la malga confinante. Loro allevano bovini. Ogni tanto ci si trova per fare quattro chiacchiere, ovviamente per me il problema è che si parla principalmente in dialetto e… risulta problematico seguire il discorso, specialmente se non si parla uno per volta!! La baita è bella, accogliente, è stata anch’essa ristrutturata recentemente. Ci sono le stanze, un bagno e la luce è garantita dal pannello fotovoltaico.

L’indomani riprende il solito ciclo. Sveglia, colazione, il tutto con la massima calma, poi si va al recinto e si fanno succhiare gli agnelli sotto alle capre. Un’altra giornata di sole, con temperature ancora più calde del precedente. Qui il telefono non prende, bisogna spostarsi per trovare dei punti dove c’è un minimo di segnale per poter chiamare parenti e amici in pianura, sapere le notizie, essere informati sul caldo africano che stava sopraggiungendo.

Il gregge viene nuovamente portato a pascolare nel prato sotto alle baite. C’è poco da camminare, sia per gli uomini, sia per gli animali. Il recinto per qualche giorno non viene spostato, tanto il terreno è asciutto e non ci sono problemi. Quando si cambia posto, bisogna raccogliere e poi ripiantare non solo le reti, ma anche i picchetti e i fili della seconda recinzione anti-orso. Un lavoro che richiede un tempo non indifferente e bisogna ringraziare il fatto che lì, bene o male, il terreno sia abbastanza pianeggiante.

Il gregge continua a pascolare ciò che aveva iniziato il giorno precedente, quindi c’è solo più da sorvegliarlo sui lati in cui c’è ancora l’erba “intera”, dato che gli animali non tornano indietro verso l’erba già mangiata e pestata. Il sole è veramente intenso e brucia la pelle, i cani cercano l’ombra tra l’erba alta.

Beppe il giorno prima mi aveva detto che, di solito, questa parte del pascolo veniva lasciata per la fine della stagione, ma quest’anno è cresciuta troppo. Meglio mangiarla adesso prima che secchi ancora di più. Inoltre, fosse venuto a piovere, di sicuro le pecore l’avrebbero pascolata malamente, alta così. Il primo impatto è quello delle spighe ormai mature, ma sotto c’è comunque erba verde in abbondanza, che gli animali pascolano meticolosamente.

Prima di riportarle nel recinto, viene dato loro il sale proprio davanti alle baite. Tempo che il gregge ritorna al recinto, il pranzo è pronto e ci si può mettere a tavola. Nei primi giorni dopo la salita dalla pianura, si riesce a mangiare un po’ di carne, che scongela man mano, però manca un frigorifero, il piccolo pannello consente solo di illuminare le stanze, far funzionare la radio, ricaricare i cellulari. Successivamente il menù diventa meno vario: pasta, riso… Per me viene il tempo di preparare lo zaino e rimettermi in cammino, raggiungere di nuovo il colle, valicarlo e tornare alla mia auto. Mi attende un lungo rientro con temperature che paiono ancora più calde, dopo le notti in alpeggio in cui, bene o male, si dormiva nel sacco a pelo.

E’ colpa mia se abbiamo continuato

Il mondo a volte è proprio piccolo. Non immaginavo di ritrovare un amico proprio “dietro la cresta”, in Val Trompia. Casualmente infatti vengo a sapere che una mia vecchia conoscenza è in un alpeggio confinante a quello che mi ha ospitata la domenica, così…

…zaino in spalla, sacco a pelo, qualche indumento di ricambio, l’ombrello anche se le previsioni sono buone, una maglia pesante anche se si annuncia una nuova ondata di caldo, raggiungo il colle e mi avvio sul sentiero che mi porterà alla malga dove mi stanno aspettando.

Il gregge è ancora nel recinto. E’ un gregge che “conosco”, l’avevo incontrato in autunno nelle stoppie del mais della pianura bresciana. Quest’estate, con questi pastori, c’è anche un mio amico che, in passato, aveva trascorso qualche settimana in alpeggio in Piemonte. La passione per la pastorizia facilita questi strani incontri, che avvengono anche così, casualmente, tra le montagne.

Anche malga Stabile Fiorito è di proprietà dell’Ersaf. I pastori che la utilizzano salgono qui da una ventina di anni, ma pare che, alla scadenza del contratto, laRegione voglia darla ad altri, magari ad un allevatore di bovini. Non c’è la strada, quando è stata fatta una pista negli anni scorsi, questa è arrivata solo alla malga confinante. Bastava poco per raggiungere anche questa struttura, ma evidentemente nessuno si rende conto dei disagi e delle difficoltà che ci sono a stare in una malga non servita dalla strada. La speranza è che nessun malgaro la voglia prendere in affitto, mancando proprio la possibilità di raggiungerla con i mezzi.

Qui i pastori si danno il cambio, fanno i turni dividendosi tra la montagna e la pianura. Quel giorno in alpeggio incontro Luca e il suo operaio. Mi stavano aspettando per andare dal gregge, la mandra comunque è lì vicino. Il recinto qui è particolare, ce n’è uno esterno (picchetti alti in plastica e fasce elettrificate) ed uno interno con le normali reti “da pecora”. Ogni recinto ha la sua batteria.

Il perchè di tutto questo lavoro aggiuntivo? “E’ per l’orso. Sembra abbiano visto delle tracce in un vallone più in là. Poi sono sparite delle capre di un gregge incustodito che gira da quella parte sulle punte, ma lì magari è un orso con due gambe… Comunque qui l’orso c’è già stato. Ha ucciso delle pecore e l’ho visto di persona.” Luca mi racconta dei cani che abbaiano di notte, lui che li libera, loro che vanno contro al predatore, poi alcuni tornano impauriti e si rifugiano alla baita, terrorizzati. Altri invece lo “chiudono” contro le rocce e l’animale si difende dando zampate. “A volte ci troviamo con il vicino, il ragazzo che è in alpeggio con le mucche di là… Poi si rientra ovviamente a piedi, di notte. Non è piacevole! Si scherza, ma quando lo vedi ti passa la voglia di scherzare!

Si parte verso i pascoli, quel mattino Luca conduce il gregge in una zona tra le rocce, più a valle rispetto al recinto. Qui la gestione è molto diversa rispetto a quella che conosco io, in Piemonte. Parte degli animali sono in montagna, altri sono rimasti in pianura, pertanto chi non è in alpeggio deve comunque occuparsi dell’altro gregge. Con questo caldo e siccità, non c’è solo da pascolare gli animali, ma anche portare acqua. Inoltre gli orari di lavoro sono dettati più che mai dal sole: si deve pascolare al mattino presto e poi la sera.

La montagna non è ripida, ma abbastanza “sporca” di cespugli. Il gregge si allarga a pascolare, i pastori lo sorvegliano, uno a monte, uno a valle. Non lasciano che le pecore avanzino oltre un certo punto e il gregge resta abbastanza compatto. Luca intanto mi racconta la sua vita, la sua passione, parliamo di problemi della pastorizia, i soliti problemi che sono stati discussi anche il giorno prima alla riunione. Oltre agli operai, ad occuparsi del gregge c’è suo zio, suo papà (che però non viene in montagna) e lui stesso.

Verso mezzogiorno, le pecore vengono fatte rientrare nel recinto. Inutile star lì a guardarle ruminare, si preferisce chiuderle e tornare alla baita per pranzo, tranne quando si è un po’ più lontani e allora ci si porta dietro qualcosa da mangiare. “Anni fa abbiamo dovuto abbatterle, una di quelle vendute da macello è stata trovata positiva alla scrapie. Mio papà voleva smettere… Io ho insistito per ricominciare, comprarne subito altre, andare avanti. Ogni tanto me lo rinfaccia ancora… Se non era per me, adesso poteva vivere tranquillo!! Ci hanno promesso i soldi, ma noi abbiamo disinfettato le stalle, tutto quanto, e siamo subito ripartiti con i soldi che avevamo da parte. Poi però servivano quelli della Regione per andare avanti. Alla fine sono arrivati. Di quelle che hanno abbattuto e incenerito, un certo numero le hanno analizzate, ma nessuna è risultata positiva…

Attraverso i recinti, si cerca anche di migliorare i pascoli. Almeno nelle zone pianeggianti, si spostano le reti e si fanno dormire le pecore dove ci sono cespugli (ginepro, rododendro, mirtilli), così questi poco per volta regrediscono. La montagna di fronte, utilizzata dai bovini, è ancora più “sporca”, con molti ontani. Scoprirò che oggi salgono molte meno bestie di un tempo, chi ha vacche da latte spesso preferisce rimanere in pianura.

Il gregge rientra al recinto, mentre le prime nuvole salgono dall’altro versante. Mi dicono che qui è più raro che vi sia la nebbia, rispetto alla malga dov’ero il giorno prima. Sono giornate calde, anche qui l’erba è gialla, secca. E’ cresciuta molto a causa delle alte temperature ed è “invecchiata” prima del tempo. Già lo sapevo, ma mi viene confermato per l’ennesima volta come da queste parti si salga in montagna abbastanza tardi e si scenda presto, addirittura alla fine di agosto.

In Piemonte si fa quasi a gara per rimanere in montagna il più a lungo possibile! Erba direi che qui ce n’è, ma non si fa un secondo passaggio, si pascola una volta e poi via. La qualità dei pascoli non è eccezionale, ma ho visto anche di peggio. Si scende presto grazie a quelle che sono le zone utilizzate nella stagione di pascolo vagante, comode e ricche di foraggio. Il gregge viene rimesso al pascolo nel pomeriggio e si cambia zona, ci si sposta poco sotto, a fianco del ruscello che fa da confine con i pascoli delle vacche.

Luca continua a raccontare, mentre le pecore trovano l’erba per saziarsi. E’ un giovane al passo con i tempi, passione per le pecore, ma lo sguardo sul mondo. Presto si sposerà, la sua fidanzata fa un altro mestiere. Ama essere “ben vestito”, in ordine, specialmente se ha da essere a contatto con la gente. “A volte chi non sa che lavoro faccio e mi incontra quando non sono con le pecore, si stupisce quando dico che faccio il pastore!“. Utilizza il computer per gestire la burocrazia relativa al gregge, ma tutta la parte finanziaria dell’azienda è seguita dalla mamma.

Ognuno, in famiglia, sembra avere il suo ruolo. Sono organizzati anche per la macellazione dei capi, specialmente per la festa mussulmana del sacrificio. La vendita dei montoni per questa occasione è infatti una delle principali fonti di reddito per i pastori vaganti. Mi parla dei viaggi del padre verso l’Alto Adige, quando si andava nelle piccole e piccolissime aziende a comprare un animale qui, uno là, invece oggi ci sono le grosse aste. Quando sono in pianura, il gregge gira a distanze relativamente brevi rispetto alla cascina, massimo una ventina di chilometri. Si pascolano soprattutto stoppie e incolti, non ci sono i prati, non si compra l’erba come in certe parti del Piemonte.

Viene sera e gli animali vengono fatti rientrare al recinto ben prima che sia buio. Una volta chiuse le reti, c’è solo da far succhiare un paio di agnelli sotto alle capre ed i lavori sono finiti. Un ritmo di lavoro più “rilassante” rispetto ad altre realtà che ho conosciuto in questi anni. Anche in pianura, pur alternandosi tra cascina, pascolo e tutte le altre incombenze, mi sembra di capire che questa sia una realtà ben organizzata. Per quella sera, si rientra alla baita e si continuano le chiacchiere, tra aneddoti e curiosità sui diversi modi di lavorare in regioni confinanti.

Riunire i pastori

In questi giorni sono stata in provincia di Brescia, più precisamente sulle montagne della Val Trompia. L’occasione era un incontro organizzato a malga Cigoleto, per parlare di problemi della pastorizia.

Sono panorami un po’ diversi da quelli a cui sono abituata. Anche se il mio viaggio per raggiungere l’alpeggio è avvenuto sotto la pioggia battente, pure da quelle parti la siccità e il caldo di quest’estate hanno lasciato il loro segno. Domenica mattina però splendeva il sole e si poteva godere del panorama. Purtroppo nel corso della giornata è poi arrivata la nebbia, ma non ha influito sulla partecipazione all’incontro.

Gli alpeggi lì sono regionali, gestiti dall’Ersaf, e sono stati ristrutturati negli ultimi anni. Feste, incontri e manifestazioni in alpeggio vengono organizzati anche in funzione della gestione regionale. Massimo e Antonella, dell’alpe Cigoleto, hanno infatti un calendario di manifestazioni che prevede ben quattro appuntamenti (questa domenica, 9 agosto, festa dell’alpeggio con pranzo in malga e degustazioni di formaggi).

Domenica scorsa invece si parlava soprattutto di pastorizia, anche perchè Massimo è uno dei tanti pastori vaganti della Lombardia. All’incontro ha partecipato una quarantina di persone, ma purtroppo i pastori erano meno del previsto. Il lavoro, le distanze, impegni vari… Ci si aspettava anche qualche rappresentante in più da parte delle Istituzioni, ma comunque l’incontro c’è stato e i temi da trattare sono stati discussi a lungo.

Massimo già la sera prima mi aveva parlato a lungo delle problematiche che, lui e altri pastori, incontrano nel corso di tutto l’anno, specialmente in pianura: parchi fluviali, divieti di pascolo, argini dei fiumi dove cresce di tutto o dove passano mezzi cingolati per tagliare erba e arbusti, ma dove le pecore (e i pastori!) vengono multati se vi mettono piede. Niente di nuovo, sono i soliti problemi che ho ascoltato e vissuto quando ho iniziato a frequentare questo mondo e che si ripropongono di anno in anno, ovunque, sempre allo stesso modo. “Per poter lavorare con le Istituzioni, trovare degli accordi, mettere in piedi dei progetti, dobbiamo avere un’associazione. Prima dobbiamo risolvere i problemi che non ci permettono di lavorare, poi potremo pensare alla valorizzazione dei prodotti, ecc…“, spiega Massimo, mentre mi mostra lettere, documenti, estratti di leggi e regolamenti. “Noi pastori non siamo uniti, così non contiamo niente. Ma devono esserci le persone giuste a parlare, altrimenti meglio stare zitti.” La rappresentante della Regione parla di un “piano di pascolo” lungo i fiumi, trovare delle zone alternative per i pastori che, a causa dei divieti nelle aree fluviali, incorrono in multe e denunce nel periodo primaverile.

Tino Ziliani, rappresentante dell’Associazione dei pastori già esistente, e Annibale Gusardi, pastore, intervengono esponendo le loro ragioni. E’ difficile per chi fa questo mestiere partecipare a incontri e riunioni. “…poi noi qui abbiamo la batida, un territorio, un’area in cui gira ogni pastore. Non posso andare da un’altra parte, se è la batida di un altro! E non abbiamo bisogno che sia la Regione a parlare con i contadini, quello lo facciamo noi come abbiamo sempre fatto. In primavera sui prati non si può andare, da sempre si va lungo i fiumi, e se adesso il Parco mi da una cartina con tutto rosso, tutto vietato, io non so dove andare! Bisogna far sparire quel rosso, non serve altro!“. Si parla e si parla, ma alla fine non può essere da quell’incontro che si porta a casa un risultato. Solo il futuro (e la determinazione di qualcuno ad andare avanti) potrà dire se si riuscirà a creare una nuova associazione, anche estesa ad altre regioni, come il Piemonte, oppure no.

Massimo in alpeggio ha capre, pecore e qualche vacca. Produce anche formaggi (vaccini e caprini), che vende ad un commerciante. Antonella infatti mi racconta che di lì non passa nessuno, è impossibile pensare di vendere in alpeggio. Scendere a far mercati è ugualmente problematico, la strada è lunga, uno sterrato non facile, non vale la pena affrontare il viaggio, meglio la vendita sicura in blocco di tutto il prodotto.

Il mondo degli alpeggi cambia… Se certi gesti, certe esigenze, restano quasi immutate, anche a queste quote i dibattiti riguardano gli affitti delle montagne, la burocrazia, le difficoltà, le mille complicazioni che la nostra era estende anche ai mestieri più antichi. Massimo ha tante idee e buona volontà, ma il dubbio fondamentale è principalmente uno: avranno voglia i pastori di impegnarsi in questa associazione? In passato più volte si è tentato di fare qualcosa, ma per diversi motivi gli esiti non sono mai stati positivi.

Nella stagione invernale ha cercato di ritagliarsi una zona spostandosi a Ferrara, dove c’era qualche spazio libero, cosa che invece mancava in Lombardia. Adesso il gregge è interamente in alpeggio, a monte rispetto alla baita. Dopo aver provato con pecore di razze da carne, ha acquistato pecore bergamasche. Conosce bene molti pastori, anche in Piemonte, e la sua intenzione sarebbe appunto quella di coinvolgere anche loro nel progetto associativo. “Come Associazione poi possiamo incaricare dei professionisti che presentino dei progetti. Dobbiamo ottenere risultati che servano a tutti.

Oltre alle pecore, c’è il gregge degli agnelloni, quelli che verranno venduti per la festa dei mussulmani. I pastori, da queste parti, li separano dal resto del gregge, in alcuni casi non li portano nemmeno in montagna, ma li tengono in pianura tutto l’anno. La gestione della pastorizia è un po’ diversa rispetto al Piemonte, ma ve ne parlerò nei prossimi giorni, continuando presentandovi anche gli altri pastori che ho avuto modo di incontrare in questa breve trasferta.