Le “regole” per gestire i pascoli

Sono stata in Trentino a presentare i miei libri in occasione della festa annuale delle Regole di Spinale e Manez. Già sapevo che esistevano forme di gestione del territorio (pascoli, foreste…) diverse dalla proprietà pubblica/privata o consortile che abbiamo noi qui in Piemonte, ma in questa occasione ho avuto modo di capire davvero cosa significhi.

Sono arrivata il giorno prima della festa, in una giornata, ahimè, di pioggia, che non mi ha consentito di apprezzare lo splendido panorama che mi circondava. Ho comunque sfidato la sorte e il meteo (e ho avuto ragione!). Sono salita a Malga Vallesinella, fiancheggiando le famose cascate che si possono ammirare da queste parti. Il cielo non si è mai aperto completamente, così non sono riuscita ad ammirare le Dolomiti di Brenta.

Boschi e pascoli, abeti, radure e corsi d’acqua spumeggianti. Una rete di sentieri ben segnalata. Tra i cartelli, all’imbocco dei veri percorsi, la segnalazione della presenza dell’orso e le regole da osservare in caso di incontro. Più tardi, mentre camminavo in totale solitudine nel bosco, riflettevo sulle possibili reazioni nell’eventualità che il plantigrado si materializzasse davanti al mio cammino…

La mandria intorno a Vallesinella era composta da bovini di una razza che non avevo mai visto. Dal momento che ero in Val Rendena, mi è venuto in mente che questa potesse essere l’omonima razza. Ho poi chiesto conferma alle guardiane degli animali, che mi hanno confermato che si trattava proprio di vacche Rendena. Non immaginavo di ritrovare la stessa mandria il giorno successivo nella malga dove si sarebbe tenuta la festa…

La festa quest’anno si teneva a Malga Fevri. Ho chiesto di poter salire a piedi, per guardarmi intorno e vedere un po’ di panorama. Fortunatamente quel giorno in tempo era migliore. Le montagne giocavano a nascondino con le nuvole, ma i pascoli erano al meglio del loro splendore. Non era solo merito del sole, ma la qualità dell’erba da queste parti è davvero eccellente. Mentre salivamo, mi sono fatta spiegare in cosa consistono le “regole”. Sul sito della comunità di Spinale e Manez queste parole ben riassumono il concetto: “Un rapporto inscindibile tra una popolazione e il suo territorio, una partecipazione condivisa alla gestione del patrimonio comune, un uso necessariamente equilibrato e regolato delle risorse naturali, essenziali per la vita della comunità.

Le malghe vanno all’asta come accade altrove per gli alpeggi di proprietà pubblica, ma si sono introdotte clausole (come quello degli animali di razza Rendena) che fa sì che siano allevatori locali ad aggiudicarsele. A Malga Fevri ci sono manze, sulle altre malghe incontro anche vacche da latte. Le strutture sono belle, ben tenute, con tutto ciò che serve per far sì che la vita in alpeggio sia decorosa.

La gestione di tutto ciò che c’è sui territori delle Regole fa sì che vi siano fondi disponibili per tutte questi interventi. Non sono tanto le malghe a dare grossi frutti, quanto piuttosto le attività turistiche presenti, come i locali collocati all’arrivo delle funivie. E qui il turismo non manca. Mi spiegano che tutto viene reinvestito sul territorio: anche la struttura dove ho pernottato io (Pra de la casa) è un patrimonio delle Regole. Si trattava del vecchio vivaio forestale, che è stato riconvertito in attività recettiva, data in gestione ad una famiglia.

Questo sistema fa sì che tutte le attività di montagna siano ben gestite e non vadano a perdere: ne beneficia il territorio, l’economia, il paesaggio, il turismo… Insomma, ecco uno dei motivi per cui “da quelle parti” sembra un altro mondo rispetto a situazioni con problemi di gestione che si incontrano invece in altre regioni delle Alpi. Le Regole risalgono al XIII secolo… una storia secolare di corretta amministrazione del patrimonio montano, dove le tradizioni (attività agro-silvo-pastorali) si sono mantenute accanto all’evoluzione di nuove necessità/risorse come il turismo.

In quella giornata di sole un gruppo di giovani malgari sorveglia la mandria di vacche da latte, conversando con i tanti turisti di passaggio. Moltissimi regolieri erano saliti con la funivia al monte Spinale, poi scendevano a piedi o con le navette a Malga Fevri per la festa. Ogni anno questa si teneva in una delle diverse sedi delle proprietà delle Regole.

E così lo spazio intorno alla malga si affollava sempre più, la polenta cuoceva, la banda suonava… e le manze ruminavano pacifiche accanto alla stalla. Erano salite in quei verdi pascoli fioriti solo quella mattina, per trascorrere là le successive settimane d’alpeggio.

Dopo il pranzo, chi è interessato entra nell’enorme “stallone”, dove si potevano legare 150 bestie. Quel giorno invece entra la tecnologia, con microfono, computer e videoproiettore. Si raccontano storie di alpeggi e allevatori, di ieri e di oggi, poi viene per tutti il momento del rientro. Inizio ad essere “pratica” del territorio, così rifiuto i vari passaggi in auto, dato che i sentieri che scendono dalla malga mi ricondurranno esattamente a Pra della Casa. Mi auguro che questo sistema così antico di gestione del territorio possa sopravvivere ad ogni mutamento e che questi paesaggi unici continuino a vedere malghe vive, abitate, con pascoli utilizzati, produzioni casearie di pregio e razze locali a consumare l’erba.

La pianura e la montagna

E’ da qualche settimana che voglio scrivere un post su questi argomenti, alla fine mi sono decisa a farlo dopo una chiacchierata casuale con un escursionista settantenne incontrato ieri per caso salendo con le ciastre sulla neve della Valle Po. La montagna fa di queste cose: le persone sconosciute si incontrano e cominciano a chiacchierare unite dal luogo in cui si trovano. Ma non tutti quelli che frequentano la montagna lo fanno ugualmente, non tutti la vivono e la sentono nello stesso modo.

Ieri di gente su quella montagna ce n’era davvero tanta, ma molti puntavano ad una meta decisamente turistica. Qualcuno addirittura saliva con il servizio “navetta” operato dal gatto delle nevi e dalla motoslitta. Moltissimi salivano a piedi, con le ciastre appunto, o con gli sci e le pelli. Per alcuni la meta era la vetta, per altri la stazione di arrivo degli impianti, in disuso, trasformata in luogo di accoglienza e incontro per questi turisti. Dalla cima, lassù, si sentiva in basso la musica a tutto volume e si vedeva il brulicare della folla. Ma quella non è la mia montagna. Tutti quelli che c’erano su per la montagna ieri, erano lì per divertirsi, anche se in modo diverso. Alcuni cercavano il silenzio, il panorama, la soddisfazione di raggiungere una cresta e affacciarsi dall’altra parte, la sensazione della neve, dell’aria, il lasciar vagare i pensieri. Altri la compagnia, il divertimento, l’ebbrezza della velocità, la mangiata di gruppo, il frastuono della musica.

Sulla via del ritorno ho attraversato questo che… non è un villaggio. Sono delle meire, piccole baite, sede di alpeggio per numerose famiglie, un tempo. Oggi credo che qui salga un unico margaro con la sua mandria, si vede in basso la stalla nuova. I turisti passano, ma quanti riflettono?

Io ho vagato tra le baite silenziose, gli unici suoni erano gli scricchiolii della neve sotto le mie ciastre, le gocce d’acqua della neve che scioglieva da qualche tetto. Però tendevo l’orecchio ad altre voci, altri suoni. I suoni estivi, i cani, le campane, i muggiti, i richiami dell’uomo. Ma anche suoni più antichi, quando qui era tutto un brulicare di gente. “Le Meire di Pian Croesio (1846m) sono raggruppate al centro di una vasta conca di pascoli sul versante notte del territorio comunale. Quando erano tutte abitate il carico di bestiame risultava addirittura eccessivo e, nelle annate siccitose, veniva a mancare l’erba. Allora si mandavano i bambini a rubarla oltre la cresta spartiacque in territorio di Sampeyre, suscitando le proteste dei locali pastori.” (testo integrale qui)

Vi ho parlato tante volte del mio vagabondare in quella terra di mezzo che è la montagna dell’uomo. O che ERA la montagna dell’uomo, mentre oggi il più delle volte è vittima di crolli e di abbandoni. C’è qualcosa che mi chiama in questi posti, e sono le voci di quelle pietre che parlano, che raccontano storie di un passato non così remoto. Un passato duro, difficile, ma che a volte incontro concretamente, come nel caso del manoscritto che mi è stato affidato dal suo Autore, per farne un libro. Proprio l’altro giorno ho trascritto questa frase: “…Adesso non esistono le mucche in queste stalle e stanno crollando soffitti e mura. E chi le viene l’ambizione a non lasciarle crollare fanno le tavernette come sale di aspetto…“. Ma chi va in montagna per “divertimento”, si pone certe domande? Fa certe riflessioni? O attraversano questi luoghi solo come uno sfondo, troppo presi a pensare al dislivello, alla meta, al materiale di cui è fatto il loro abbigliamento tecnico, o ancora parlando di teorie su come valorizzare la montagna?

Veniamo ad un argomento di cui tanto si sta parlando in queste settimane, intorno al Re di Pietra, il Monviso che svetta all’orizzonte sovrastando le cime delle vallate tra la provincia di Torino e Cuneo. Qualcuno si è studiato di fare un bel parco naturale. Ma, tanto per cambiare, hanno pensato il tutto giù in pianura, lontano dalla montagna. Hanno tracciato confini e fatto progetti e hanno deliberato. Poi sono arrivati nelle valli e hanno pensato di portare le perline colorate agli indigeni, ma hanno trovato un’accoglienza non molto calorosa. Anche se per tanti versi ci sono divisioni, rivalità, screzi, questa volta interi comuni si sono uniti, com’è successo a Bobbio Pellice. O ancora: “Mercoledì 18  febbraio a Piasco i sindaci di Casteldelfino, Sampeyre e Piasco hanno ribadito il loro no secco, lo stesso ha fatto la Coldiretti, applauditi in un salone pieno di montanari della val Varaita. L’ass.re alla montagna Valmaggia ha sentito tutti e poi ha confermato che la proposta andrà avanti e entro fine marzo il Parco sarà cosa fatta. Questi sono i rapporti tra il Monte e il Piè. Evviva! Andiamo proprio bene“, scrive Mariano Allocco per l’associazione AlteTerre.

Questa è la Conca del Prà, uno dei luoghi più conosciuti, apprezzati, frequentati dai turisti di queste parti che amano la montagna, senza esigenze di raggiungere le alte vette. E’ stata anche la meta di una delle mie prime escursioni in montagna, da bambina. Serve un parco, per tutelarla? E’ in pericolo? Perchè bisogna fare questo parco???

Qui ci sono già strutture turistiche, un rifugio, un agriturismo d’estate, poi la Ciabota, che potremmo definire una locanda di alta montagna, non rifugio, non agriturismo anche se la famiglia che la gestisce ha anche gli animali. Ci sono gruppi di baite, tutte ben aggiustate ed utilizzate in vari modi. Cosa aggiungerebbe il parco a tutto questo? Ho sentito parlare di “opportunità”, ma mi dicono che, alle riunioni, queste grossi vantaggi per chi vive e lavora in quei territori, anche magari solo per pochi mesi all’anno, non sono stati spiegati in modo esaustivo. E, soprattutto, non si sono capiti i vincoli a cui si dovrebbe sottostare, nell’area sottoposta a tutela. Se restasse tutto com’è… che senso ha creare un parco, che bene o male delle spese le comporta?

Nei regolamenti dei parchi c’è sempre scritto che si deve tener conto delle attività agricole preesistenti, ma ovunque chi sul territorio già c’era, dopo l’istituzione di un parco naturale si trova ad avere vincoli ulteriori, spese, problemi. Se vogliamo controllare i carichi di bestiame, esistono già dei regolamenti comunali, così come esistono organi di controllo per il rispetto delle normative vigenti a tutela del territorio nel suo complesso (CFS, ASL, ecc.). Se mi dite che il parco porta benefici nel senso che arriveranno fondi per migliorare la vita e il lavoro delle persone che qui operano, allora ben venga. Ma perchè la sensazione invece (visto il modo con cui è stato imposto dall’alto, senza sentire la gente) è che il parco sia creato da chi teorizza una montagna naturale, senza l’uomo? E’ come per il discorso del lupo… Mi pulisco la coscienza difendendo ad oltranza la wilderness, anche (e soprattutto) se abito in città, mi sposto in auto, ho tutto quello che la modernità passa al giorno d’oggi. Ma devo fare qualcosa per l’ambiente, allora decido che la montagna deve essere incontaminata, deve contare più il lupo del pastore, l’escursionista che sale la domenica, piuttosto di chi abita e lavora lassù 4-5 mesi all’anno.

Solo per fare un esempio, le baite. Immagino che, nel parco, si debbano rispettare certe tipologie costruttive, impiegare certi materiali. E ciò, oggigiorno più che mai, comporta delle spese non indifferenti. Chi le coprirà? Se ho la “fortuna” di essere nel parco, mi costa tre volte tanto ristrutturare e adeguare l’alpeggio, mentre chi è 100 metri più in là, fuori dal confine, invece può continuare ad usare la lamiera per il tetto? Ci sarebbe da scriverne per ore. Ma la mia conclusione è che non possiamo da una parte rovinare la montagna con località di turismo di massa (penso a chi si trova a dover pascolare tra rottami nella pista da sci, moto, mtb, quad e altro ancora che sfrecciano sulle piste sterrate, campi da golf ecc), poi dall’altra creare dei bei parchi a immagine di chi la montagna non la vive in prima persona.

Dietro ai luoghi comuni

C’è la gente che, in generale, invidia il mondo dell’alpe con in testa un’idea a metà tra Heidi e le immagini dei servizi fotografici/televisivi e c’è chi fa questo lavoro, ma pensa che l’erba del vicino sia sempre più verde. E’ vero che, nel mondo agricolo, c’è una tendenza di fondo alla lamentela, ma quest’anno che sto girando parecchio e parlo con numerose persone, sto scoprendo un quadro non così piacevole. Sono sempre stata contraria alla filosofia del “lassù gli ultimi” e, con ottimismo, ho anche scritto un libro sui giovani che vogliono continuare/iniziare a fare gli allevatori. Però adesso nella mia mente si fanno sempre più strada riflessioni di altro tipo.

Prendiamo per esempio la Valle d’Aosta. Regione confinante con il Piemonte, nell’immaginario collettivo del mondo dell’allevamento, è un po’ vista come un piccolo paradiso. Poi andandoci e chiacchierando con la gente, vieni a sapere alcune cose. Per esempio, che gli alpeggi stanno spopolandosi. Dove manca la strada, solo pochi “eroi” salgono ancora a piedi seguendo gli antichi sentieri e mulattiere. Non a caso qui vediamo un gregge e, per di più, di provenienza biellese. Le mandrie monticano solo più dove ci sono strade, strutture e… e comunque di animali a pascolare in quota ce ne sono sempre meno.

Lo verificherò con mano il giorno successivo, senza fare una scelta mirata, ma andando dove mi porta il caso. Un lungo vallone, pascoli estesi, ma quasi interi. Pochi fili tirati, pochi suoni di campanacci, poche zone brucate. Come mai? Non è colpa del maltempo, sta succedendo qualcos’altro! Anche dalle mie parti comunque ho sentito gente che si lamenta perchè non trova “animali in guardia” da portare in alpe: “Non ci sono più quelli che avevano la piccola azienda, lavoravano in fabbrica e intestavano quelle 5-6, 10 bestie alla moglie. O c’è il grande allevatore, o…

E così in tutto quel lungo vallone alla fine trovo solo questa mandria. Intendiamoci, sono io la prima a “lamentarmi” per le esagerazioni, per quei numeri sproporzionati, per quelle situazioni in cui il territorio viene devastato dai troppi animali in alpeggio. Però ricordiamoci che abbandono e sovra-pascolamento sono ugualmente dannosi per la montagna e la biodiversità. Serve, come sempre, un giusto equilibrio. Questi animali non riusciranno di sicuro a pascolare tutta la montagna che ho visto (e la nebbia non mi ha nemmeno permesso di rendermi pienamente conto delle reali dimensioni dell’alpe).

Ho però visto un nucleo d’alpeggio disabitato ed abbandonato da tempo: situazioni che ben conosciamo nelle vallate piemontesi, che che stridono con il luogo comune della Val d’Aosta dove tutto invece è perfetto. Però comunque questa non è che una delle strutture… Chi sale in alpe qui ha abitazioni e stalle sistemate alla perfezione.

Nella parte intermedia del vallone avevo visto questo alpeggio. Non conosco la zona e la situazione di utilizzo attuale, ma apparentemente non sembrava abitato da allevatori e non vi era alcun segno di pascolamento lì intorno. Forse servirà come tramuto, quando la mandria tornerà verso il fondovalle. Resta il fatto che diverse persone mi hanno confermato come, in Val d’Aosta, sempre meno animali salgano in alpeggio.

La colpa? In Piemonte c’è gente che piange perchè non trova un alpeggio dove portare i suoi animali e qui attraversi valloni del genere senza quasi sentire un muggito o una campana? Alla fine il discorso va a finire sempre sugli stessi temi, cioè il sistema dei contributi che ha falsato tutto. Non conosco nel dettaglio la situazione di questa regione a statuto speciale, ma non è che siano finiti i tempi delle “vacche grasse” (perdonatemi il gioco di parole) e questi siano i primi risultati?

Cosa succederebbe in Piemonte (e nelle altre regioni, ovviamente) se tagliassero/eliminassero i contributi? Ci sono già stati dei controlli, molta gente si è già trovata in difficoltà perchè questi soldi attesi sono stati bloccati per alcuni anni o, addirittura, perchè si è dovuto restituire quanto percepito nei periodi precedenti. “Per sopravvivere, bisogna ancora far rendere le bestie…“, mi diceva un margaro che è passato attraverso diverse vicissitudini legate alle aste degli alpeggi, alle speculazioni, ecc ecc. Le cose ovvie e scontate ormai sembrano quasi strane. Non è sostenibile un sistema che si regge quasi solo più sui contributi!

L’altro giorno camminavo sullo spartiacque tra due valli e, nella nebbia, sentivo risuonare le campane di una mandria “rimasta sola”. Mi hanno raccontato che il margaro è morto da poco, probabilmente un infarto, mentre mungeva. Gli animali sono stati chiusi per oltre dodici ore, fin quando qualcuno si è accorto del tragico fatto. Adesso non c’è nessuno su quella montagna. L’uomo era solo da quando la moglie era mancata, uno dei figli ha una sua mandria in alpe, l’altro lavora in cascina in pianura. La gente dice: “Non ci sono più le famiglie!“, ed in effetti è vero. Questo lavoro richiede impegno, sacrifici, servirebbe tanta gente, gli operai esterni sono un costo e non sempre si ha la certezza dell’affidabilità… Ma rimanere a lavorare in casa, per figli, fratelli, nipoti spesso è impossibile. Idee differenti, voglia di cambiare, desiderio di costruire qualcosa di proprio, difficoltà nell’andare d’accordo e così alla fine può anche capitare di morire soli, a 63 anni, in mezzo alla propria mandria a 2300m di quota. Dicono che gli animali sono rimasti lì fermi e non l’hanno pestato. Era una strana sensazione, quella che provavo camminando su quel sentiero…

Montagne vuote, montagne dal futuro incerto, poi ci sono giovani che da una parte vorrebbero andare avanti, ma dall’altra si scoraggiano, perchè abbandonati da tutto e da tutti. Anni ed anni che si sale sullo stesso alpeggio, che si paga l’affitto, ma nessuno è ancora intervenuto per fare qualche minimo intervento per avere una struttura decente nella parte alta della montagna! Così tocca dormire in tenda e potete immaginare cosa significhi, specialmente in quest’estate di pioggia e di freddo.

Questo non è un alpeggio dove si soffre la solitudine, di gente ne passa… anche troppa! Solo che nessuno si impietosisce per le condizioni di vita del pastore, ma sono subito pronti a parlare se vedono una pecora zoppa attardata rispetto al gregge, o se osservano l’uomo fare un’iniezione ad un animale. Altro che vita idilliaca in alpe, il pastore mi racconta di sentirsi continuamente sorvegliato e giudicato. La gente non capisce più cosa significhi questo mestiere, ma… invece di informarsi, preferisce gridare puntando un dito accusatorio.

Non sono tutti luoghi comuni, resta la bellezza dei posti, la passione per il proprio lavoro, per gli animali, ma mi sembra di cogliere sempre più amarezza nelle persone che incontro. Questa per esempio non è una “bella montagna”, intesa come pascoli. Greggi di pecore sono sempre saliti qui, ma oggi, nel XXI secolo, si vorrebbe quel minimo di comodità in più. Almeno una baita, visto che già non c’è la strada. I pensieri vagano, mentre uno è al pascolo in solitudine. C’è chi arriva a chiedersi se non sia “giusto” stare da soli, facendo un mestiere così, perchè non si può costringere qualcuno a condividere gli stessi sacrifici. Mi hanno detto che il mio ultimo libro è pessimista, ma mi sa che ho descritto, con la fantasia, aspetti che esistono davvero.

Sono convinta che, nonostante tutto, il popolo dei margari e dei pastori continuerà ad esistere, ma in questo momento sta davvero attraversando un momento di crisi, non soltanto economica. Come si trasformerà, per sopravvivere?

Notizie e annunci vari

Ricevo varie richieste per annunci di vario tipo. Iniziamo con un gregge…

Mi chiamo Salvatore e faccio il pastore. Vorrei sottoporvi un’offerta relativa all’acquisto del mio modesto gregge di pecore. Con mio grande rammarico sto cercando un potenziale acquirente poichè ho necessita’ di cessare questa bellissima attività che tanto mi appassiona.

L’offerta riguarda un gregge di circa 400 capi incrocio biellese/comisana e circa 50 capre. La mia richiesta, sicuramente discutibile, e’ di 100 euro ciascuna. In allegato le invio anche qualche immagine che ho scattato proprio oggi. Sono della provincia di Asti, comune di Viarigi.  3293027040

 

Se acquistate il gregge e vi mancano i cani… Ecco un altro annuncio! “Vivo in provincia di Venezia, e da quando, finalmente, ho avuto la fortuna di trasferirmi in campagna, mi sono presa una coppia di cani da pastore bergamasco: una razza che non conoscevo direttamente ma che ho scelto fidandomi del consiglio di conoscenti esperti, e che adesso posso confermare in pieno, perchè è veramente un cane eccezionale, equilibrato e socievole, e lo è in virtù del fatto che da secoli è utilizzato come cane da lavoro in montagna con le greggi e con le mandrie. Ora, io non ho animali e i miei cani sono essenzialmente da compagnia e da guardia, ma discendono direttamente da cani da lavoro delle valli bergamasche e lo si vede bene perché hanno proprio l’aspetto e il temperamento rustico “di una volta” (e, per dirla tutta, hanno poco dell’aspetto del bergamasco da esposizione canina, con lo strascico di taccole fino a terra, che va per la maggiore adesso ma che non ha niente a che fare con i cani da lavoro!).

Ora, a gennaio mi hanno fatto una bellissima cucciolata di 10 cuccioli, che chiaramente sto cercando di dare via…ma sto facendo una fatica tremenda, perché dalle nostre parti questa razza è praticamente sconosciuta, e chi ne ha sentito parlare è convinto che sia un cane ingestibile, enorme e pieno di pelo lungo fino a terra…Così ho pensato che nel mondo della pastorizia ci sia più possibilità che siano apprezzati e conosciuti per le loro qualità e quindi ti volevo chiedere se puoi darmi dei suggerimneti, o magari addirittura dei contatti diretti, anche tramite il tuo blog, per mettermi in contatto con pastori / allevatori di queste parti (diciamo, in generale, del nord-est) che potrebbero essere interessati a prendere un cucciolo di pastore bergamasco. Per correttezza dico da subito che non posso permettermi di regalarli, cerco perlomeno di rifarmi delle spese che sto sostenendo per tirarli su (compresa registrazione, vaccini oltre che ahimè pedigree…perché ce l’hanno), però diciamo che “faccio bene” e che sono disposta a trattare…soprattutto se vanno a finire in montagna e in mezzo alla natura! Per contatti, 335 7030637.

Quando avete gregge e cani… dovete allora preoccuparvi per l’alpeggio. E qui ci sono i veri grandi problemi! Per parlare di questi temi e soprattutto per capire un po’ dove andremo a finire, tra nuova PAC, speculazioni e molto altro ancora, ecco un convegno a Saluzzo (CN). Qui qualche dettaglio in più sui temi del convegno.”

Allevatori tradizionali uniti contro gli speculatori

Volevo riprendere un commento apparso su questo blog qualche giorno fa a proposito dei “lupi a due gambe”, gli speculatori degli alpeggi, ma prima vi invito a leggere questo articolo sul blog di Roberto Colombero a proposito della nuova PAC e del “greening” (non capite cosa significa? Leggete l’articolo…). Altro che sperare nei cambiamenti, sembra che la cura sia peggiore dell’attuale malattia! Non solo i famigerati contributi continueranno a finire sempre più nelle “tasche sbagliate”, ma per margari e pastori tradizionali, per i piccoli, per chi pratica agricoltura ed allevamento in modo estensivo vi saranno sempre meno spazi.

Veniamo ora al commento che vi dicevo. “Ti scrivo riguardo al problema dei “lupi a due gambe”… anche qui ce ne sono e hanno fatto razzia dei nostri pascoli, molti nostri colleghi sono rimasti senza un fazzoletto di terra su cui pascolare e altri sono stati costretti a sub-affittare da questi tizi! Noi pastori qui ci stiamo mobilitando perchè la situazione ci sta soffocando e perchè in vista della nuova riforma PAC vorremmo far sentire la nostra voce! Abbiamo fatto già diverse riunioni tra noi pastori e nella prossima vorremmo raccogliere delle firme e istituire un comitato promotore per far capire a tutti che non rimarremo a guardare e a subire in silenzio (tutto ciò tenendo fuori organizazioni sindacali e politica, perchè se c’è una cosa che abbiamo capito è che sono loro i primi a venderci al miglior offerente!!)
Abbiamo già contattato pastori provenienti da Abruzzo, Marche e Umbria ma vorremmo che chi come noi si sente vittima di quest’ ingiustizia ci segua!
Cercando su internet mi è saltato fuori il tuo blog e da qui ho capito che non siamo stati i soli ad essere attaccati dai “Lupi”. Ci piacerebbe che altri come noi si muovano o si uniscano a Noi.
Lascio il nostro indirizzo mail in modo che chi fosse interessato possa contattarci: info@caseificioiltratturo.it
Grazie per avermi dato la possibilità, tramite il tuo blog, di lanciare/raccogliere questo SOS. Siamo in tanti, tutti con gli stessi problemi, se ci uniamo proveremo a fare qualcosa di buono per non far scomparire questo lavoro millenario che è stato per secoli il pilastro dell’economia del nostro Paese!

Carla mi scrive poi ancora: “La nostra riunione è sfociata nella costituzione del comitato come ti avevo accennato e quasi tutti i pastori presenti hanno
firmato (ce ne sono stati alcuni che però hanno preferito non firmare
per “paura” o perchè forse hanno bisogno di altro tempo per capire che
insieme saremo una voce ascoltata). Ti invio il nostro “patto tra pastori” fallo girare tra i tuoi amici pastori,se ci fosse qualcuno interessato ad unirsi ti mando anche un modulo di raccolta firme per far aderire chi fosse interessato.

Purtroppo la stagione è un po’ difficile, perchè i pastori sono tutti in alpeggio e non sarà facile far arrivare loro questa voce, ma forse il Comitato dovrebbe muoversi per partecipare a qualche fiera zootecnica da queste parti con un banchetto, spiegare le sue ragioni e raccogliere firme. Io intanto pubblico il patto e invito gli interessati a contattare Carla. Tra l’altro… se Carla e suo marito venissero con il loro camioncino e affiancassero all’azione informativa i loro ottimi arrosticini, sarebbe una meravigliosa occasione per far conoscere questo prodotto a base di carne di pecora!

Patto di cooperazione tra pastori e addetti al settore armentario

 in data … presso … noi sottoscritti allevatori ci impegniamo a sostenere le sorti di tutto il comparto, in considerazione che l’ingresso dell’Italia nella Comunità Europea ha portato tanti vantaggi tra i quali un sostegno alle attività produttive ma purtroppo si sono verificate delle situazioni in cui una scarsa attenzione ai meccanismi procedurali e ai limiti imposti ha determinato la distorsione dei fondi destinati alla pastorizia creando di fatto delle iniquità  che per gli esperti dei regolamenti si sono rivelate soprattutto una fonte di rendita parassitaria  senza una ricaduta positiva sul territorio;

 tenuto conto che la pastorizia da millenni rappresenta l’attività non solo per la produzione di cibo e di lana, ma è un elemento fondamentale per il mantenimento della biodiversità, sia attraverso le pratiche connesse alla conduzione dell’attività quali pulizia pascoli, disseminazione delle essenze pascolive attraverso lo spostamento delle greggi, fabbisogno alimentare per tante specie in via di estinzione, dall’avifauna ai grandi carnivori, oltre che un presidio ambientale mediante la presenza costante e sostenibile  nelle aree meno antropizzate;

considerata l’importanza della continuità culturale di una storia millenaria, che ha lasciato segni consistenti sul territorio come i tratturi e le emergenze lungo la rete tratturale, i riposi, le chiese e così via, ed essendo questo patrimonio fortemente legato alla fruizione turistica sempre più in espansione anche nei prossimi anni, garantire la contiguità delle attività pastorali rappresenta elemento di autenticità ed inoltre le produzioni e la gastronomia derivante ne fanno una risorsa turistica fondamentale per lo sviluppo sostenibile del territorio;

 vista l’importanza di queste attività come unica garanzia per favorire la permanenza attiva della popolazione nelle aree rurali più marginali, già soggette a drammatico svuotamento;

 tutto quanto sopra considerato, i sottoscritti si impegnano a contrastare ogni forma di uso distorto delle risorse del territorio, anche attraverso canali formalmente legittimi quali i fondi europei, che di fatto vengano utilizzati in maniera anche legittima ma che di fatto tradisce lo spirito della loro destinazione.

 I sottoscritti pertanto si costituiscono in un Comitato Promotore che difenda il ruolo e l’identità pastorale, tutelandone l’immagine da chi scorrettamente utilizza l’immaginario ed evoca un mondo pastorale senza garantire la qualità dei prodotti e della produzione né la salvaguardia del territorio che appartengono alla nostra cultura e tradizioni.

 I sottoscritti si impegnano a tutelare le future generazioni garantendo loro di avere in eredità un territorio integro e suscettibile di un uso rinnovabile e sostenibile, così come ci è stato trasmesso da coloro che ci hanno preceduto. Non può una norma di applicazione di regolamenti comunitari usata in malafede contribuire all’abbandono e alla desertificazione del nostro territorio, anziché essere utilizzata in modo coerente con il fine di salvaguardare i territori, svuotandoli di fatto delle loro risorse e così distorcendo quanto i contribuenti europei destinano alla conservazione dell’ambiente rurale.

 I sottoscritti pertanto si impegnano ad operare una sensibilizzazione degli enti territoriali affinchè evitino di concedere in godimento porzioni di territorio a chi non rispetta i principi di tutela e salvaguardia della biodiversità e della tradizione pastorale, garanzia di una gestione etica e rinnovabile e utile alla attività turistica. Al fine di garantire la massima trasparenza ed informare in modo completo i contribuenti, elettori e cittadini, i sottoscritti si impegnano inoltre a pubblicare e dare diffusione alla stampa dei dati di tutti gli enti che hanno dato disponibilità dei loro pascoli solo in funzione di un tornaconto economico, analizzando la destinazione di quanto incamerato in modo da dare trasparenza alle scelte sul territorio che hanno ricadute fondamentali per lo sviluppo e il futuro delle nostre valli e montagne. 

Spero davvero che si possa fare qualcosa, perchè sempre più alpeggi stanno cadendo nelle mani degli speculatori e potrebbe essere ancora peggio in futuro. Ovviamente sono invitati ad aderire non solo i pastori di pecore, ma anche tutti i margari!

Com’è andata a Saluzzo

Venerdì scorso si è tenuto a Saluzzo un convegno dal titolo “Difendiamo i margari”, organizzato dall’Adialpi, Associazione difesa alpeggi Piemonte. Qui, sul sito dell’Associazione, un resoconto della serata.

Non avendo incarichi ufficiali, ho potuto partecipare tra il pubblico ed ero nell’ultima fila di sedie, ma alle mie spalle c’era quasi altrettanta gente in piedi. Gli organizzatori parlano infatti di 300 persone, c’era infatti molto pubblico. La posizione che occupavo mi ha permesso sia di seguire gli interventi che si sono succeduti, sia i commenti diretti del pubblico. A mio personale giudizio, quest’ultimo era composto da una frazione di aderenti all’Associazione, da una bella fetta di margari e pastori “disperati”, venuti fin lì per vedere se c’è finalmente qualcuno che può fare qualcosa per le loro problematiche (c’erano allevatori da un po’ tutte le vallate del Cuneese, ma anche dalla Val Pellice, Val Chisone, fino alle Valli di Lanzo), c’erano tecnici, politici, amministratori, c’erano giornalisti e c’erano curiosi. Poi c’era anche chi già in partenza valutava negativamente questa riunione ed era venuto lì per criticare e gettare fango (a torto o a ragione) su ciò che veniva detto. Alcuni di loro magari temevano di vedersi sfuggire un pubblico che, deluso da quanto finora (non) è stato fatto, magari d’ora in poi cercherà sostegno e aiuto altrove. Solo il futuro dirà chi aveva ragione…

Non ho potuto fermarmi fino alla fine, non ho sentito la parte di dibattito, ma mi è stata riferita. Posso però farvi una breve sintesi sugli interventi e raccontarvi che aria si respirava tra gli allevatori. I pastori sono stati un po’ delusi perchè non si è detto niente di nuovo sul problema del lupo e non è stato spiegato come siano stati pagati fino ad ora i risarcimenti delle predazioni della stagione 2012. Anche se la tematica è stata toccata da Bovetti dell’APA nel suo intervento, sono mancati anche dei riferimenti precisi per il 2013.

Le due tematiche più sentite sono state quelle del famigerato “refresh”, cioè le nuove foto aeree dei pascoli che vanno a restringere sempre di più le superfici che hanno diritto a ricevere contributi per il pascolamento, e la questione delle speculazioni sui pascoli. Tali argomenti sono stati anche oggetto del dibattito finale. La sensazione generale però è stata quella di immensa impotenza dei diretti interessati (pastori, margari) contro leggi che non riescono a tutelarli a sufficienza e contro la “burocrazia” in generale. Se con il nuovo refresh si restringono le particelle valide ed il margaro pascola sempre e comunque lo stesso alpeggio, perchè oltre a perdere parte dei contributi deve pure restituire quelli già percepiti? Non si può partire con le “nuove” superfici con le domande future? L’errore iniziale non è stato dell’allevatore, ma chi paga alla fine…?!?

Per le speculazioni sui pascoli qualche buona notizia c’è, perchè la Regione si sta impegnando fortemente per fare in modo che, almeno per quanto concerne gli alpeggi pubblici, questi vengano affittati effettivamente a margari e pastori e non a speculatori. Ci sarà probabilmente bisogno di qualche sforzo in più per certificare che realmente uno svolge il proprio lavoro in maniera corretta, ma se si riuscirà a compiere questo passo, si limiteranno tutti quei fenomeni che a tutt’oggi hanno creato così tanti problemi: aumento sconsiderato dell’affitto del territorio d’alpe, impossibilità per piccoli allevatori di affittare in prima persona l’alpe (non potendo così nemmeno presentare domande per aver accesso ai contributi), abbandono e/o sovrasfruttamento di alcuni territori. La speranza di tutti è che si arrivi veramente a dei risultati, perchè queste speculazioni sono note a tutti, dall’ultimo degli allevatori al Direttore dell’Ente pagatore dei contributi. Il guaio è che, allo stato attuale, sono “legali” poichè chi ha fatto la legge forse non aveva pensato alle possibili interpretazioni. Già, perchè, com’è stato detto, un titolo che dà diritto a contributi per la coltivazione di tabacco acquistato in Sicilia può poi essere applicato ad una superficie d’alpe a 2000 metri in Piemonte. Sarà così anche per future “agevolazioni” pensate in teoria per agevolare i veri fruitori degli alpeggi? la nuova PAC non diventerà operativa nel 2014, ma bisognerà attendere il 2015. Come spiegava Ferrero della Regione, il famigerato “greening” che dovrebbe aiutare chi pascola… potrebbe dare adito a nuove speculazioni da parte di chi ha disponibilità di denaro per affittare pascoli.

Torniamo quindi al punto di partenza, cioè a livello regionale si può intervenire solo normando l’affitto degli alpeggi di proprietà pubblica. Non ci sarebbe nemmeno bisogno di leggi, se gli amministratori comunali ragionassero per il bene della montagna e non con il pensiero alle casse comunali. Da ricordare ancora l’intervento di Michele Corti sul biogas, che non è stato ben compreso da tutta la platea, dato che non ci si rende ancora ben conto delle conseguenze dirette ed indirette di questa “attività”.

La presentazione degli argomenti è durata a lungo, a mezzanotte stava ancora intervenendo l’Assessore Sacchetto, ma in sala, come vi dicevo, serpeggiava anche del malumore. Sono persone concrete, gli allevatori, sono abituati a rimboccarsi le maniche e lavorare, non amano molto le parole. Il fatto di aver partecipato così numerosi è sicuramente un buon segno, ma molti prima dlela fine serata erano già nell’atrio o per le scale a scuotere la testa: “Parole…“, “Tutta politica…“. C’era una dose di disfattismo che forse accomuna un po’ parte del mondo agricolo, per altri invece era disilluso realismo. “Vedremo se questi sapranno fare qualcosa, ma non so, perchè cosa siamo noi per l’Europa? Quelli dell’università dicono sempre che siamo importanti per il territorio e quelle belle storie lì, ma…“. Forse adesso non bisognerebbe più fare convegni fin quando non ce ne sarà uno in cui si potrà dire, con parole semplici e chiare, tutto ciò che è stato fatto davvero! Sarebbe però anche importante che, di fronte a problemi comuni, ci si unisse a prescindere da casacche, tessere ed “ideologie”, per combattere una battaglia unica, chiara, trasparente. Ma forse questa è utopia, perchè è molto più facile criticare quello che altri stanno cercando di fare…

Abbandono delle montagne, ma c’è chi tornerebbe?

Recentemente ho trovato un dischetto dove avevo salvato le immagini scansite di  foto e diapositive scattate a quelle che avevo definito “pietre che parlano”. Baite, case, borgate abbandonate nelle valli del Piemonte, talvolta soffocate dai boschi, altre schiacciate dalla neve.

Sapatlè (Val Germanasca)

Possono essere antiche strutture di alpeggio non più utilizzate, perchè oggi si usano i pascoli, ma non tutte le baite che erano abitate un tempo da decine di famiglie. Ora vi è un unico allevatore con mandria e/o gregge di grandi dimensioni a pascolare le superfici che un tempo permettevano il sostentamento degli animali posseduti da un intero villaggio…

Grange Serre (dorsale Val Maira/Valle Grana)

Alcune baite sono ancora in piedi, di altre restano i muri, qualche trave, le lose di copertura del tetto sono ormai crollate all’interno. Troppo scomode da utilizzare, ci sono strutture più accoglienti a quote inferiori, dove magari grazie ad una strada è stato possibile intervenire con delle ristrutturazioni ad un costo minore. E poi lassù in alto vengono messi solo gli animali in asciutta, quelli per i quali non è necessario il controllo e la presenza costante dell’uomo. Oppure sono gli alpeggi dei pastori di pecore, quelli ai quali ahimè vengono lasciate le montagne meno ricche, più difficili.

 

Bourcet (Val Chisone)

Ma più in basso? Ci sono veri e propri paesi, borgate, che sono stati completamente abbandonati. D’inverno, nel tardo autunno dopo la caduta delle foglie riesci a vedere meglio quello che c’era, i muretti, i terrazzamenti, le case. Forse alcune di queste costruzioni, immortalate dalla mia macchina fotografica più di dieci anni fa, nel frattempo sono crollate, sotto il peso della neve, le infiltrazioni della pioggia, la forza delle radici e dei rami degli alberi.

Campofei (Valle Grana)

Nelle mie escursioni a caccia di questi luoghi, tra i più suggestivi ed emozionanti ricordo le frazioni abbandonate di Castelmagno: Campofei, Narbona, Cauri, Valliera, dove sembrava che la gente se ne fosse andata temporaneamente per tornare, lasciando nelle case mobili, attrezzi, quaderni scolastici, piatti, fotografie, la legna per accendere la stufa… E invece chi è arrivato poi sono stati i ladri, i vandali, che hanno violato queste abitazioni prima ancora che fosse il tempo a causare crolli e danni. So che in alcune di queste frazioni negli ultimi anni sono iniziati dei progetti di recupero, ma non ho più avuto modo di salire da quelle parti.

Ferriere (Valle Stura)

Il mio villaggio preferito però era Ferriere, uno dei tanti luoghi dove si diceva che vi fossero nove mesi d’inverno… e tre d’inferno. Paese di pastori, di qui si emigrava nella vicina Francia a fare il pastore… I bambini invece catturavano le marmotte e le addestravano a ballare, usavano questo espediente per elemosinare qualche soldo nei paesi oltreconfine. C’è la strada che arriva a Ferriere (quando scioglie la neve e l’accumulo delle valanghe), ma la gran parte delle case stava crollando, quando ci sono stata l’ultima volta.

Rif (Pragelato)

Ci sono case imponenti, le case di quella parte di Occitania tra l’alta Val Chisone e l’alta Val di Susa, con la parte bassa in muratura e quella alta, dove c’era il fienile, in legno. Stanno crollando anche loro, costa metterle a posto, poi ci sono vincoli, burocrazia, e così poco per volta spariscono anche questi gioielli. A volte i proprietari sono emigrati, a volte non sono nemmeno state fatte le divisioni tra gli eredi, altre volte invece si scopre per caso che una persona a cui fare riferimento c’è e sarebbe anche felice di vendere per veder rivivere queste strutture.

Rif (Pragelato)

Anche le stalle erano imponenti. Un lusso, questa volta e questa colonna! Mi ricordo che anni fa mi aveva contattata qualcuno (forse straniero, non ricordo), dicendomi che cercava una casa in posizione panoramica, non raggiungibile dalle strade, ma io non avevo saputo aiutarlo. Adesso forse una possibilità ci sarebbe, chissà che qualcuno non legga questo post e lasci un messaggio? Intanto qualcosa è stato fatto, come il bando dell’Uncem per il recupero delle borgate alpine.

Problemi degli alpeggi

Poco tempo a disposizione per il blog, oggi, ma volevo segnalarvi un convegno che può interessare, oltre agli addetti ai lavori, anche chi vuole capirne di più sul mondo degli alpeggi e sulle sue problematiche.

Si terrà a Saluzzo (CN) il prossimo venerdì 25 gennaio, presso l’antico Palazzo Comunale ed il titolo recita “Difendiamo i margari”.

Tante le tematiche in programma e le personalità che prenderanno la parola. sarà presente anche l’assessore regionale all’Agricoltura Claudio Sacchetto, quindi per chi ha qualcosa da dire… questa è l’occasione giusta per partecipare ed esporre le proprie idee, le proprie problematiche, nella speranza di non sentire solo promesse, ma fatti concreti!

Formaggi d’altura

Ho ricevuto dal suo Autore il nuovo libro “Formaggi d’altura”, Vivalda Editori. L’opera vuole essere una guida, anche se parziale, alla scoperta di 175 alpeggi dell’arco alpino, dal Piemonte al Friuli, dove si producono formaggi. Come dice l’Autore, Beppe Caldera, il libro è frutto di due sue passioni, l’andare in montagna ed i formaggi (socio CAI e Consigliere della delegazione di Torino dell’ONAF). “Non ha quindi la pretesa di un censimento in tutte le valli ma soltanto quelle che mi è capitato di visitare durante il breve periodo dei classici cento giorni di alpeggio (…) sfruttando le ferie estive e le domeniche libere.” E’ lo stesso Caldera a parlare di 10 anni di ricerca per giungere a questo risultato.

Il libro è accattivante nella veste grafica, 256 pagine con molte foto degli alpeggi, dei prodotti caseari e dei locali di caseificazione (prezzo di copertina, 22,00€). Sono presenti le indicazioni su come raggiungere la località, i riferimenti delle cartine e persino le coordinate GPS. Interessanti anche le note che, di volta in volta, per ciascuno dei 175 alpeggi ci forniscono informazioni aggiuntive sulla località e sui dintorni. Il tutto è preceduto da un saggio introduttivo di Michele Corti “Il significato di una guida degli alpeggi”, dalle prefazioni ONAF e CAI e da alcune pagine dove l’Autore spiega la giornata in alpeggio e, in sintesi, le fasi di produzione del formaggio d’alpeggio.

C’è però un grosso rischio nel realizzare opere di questo tipo… Quando, nel 2005, lavoravo a “Vita d’alpeggio“, in parallelo mi era stata chiesta una cartoguida per illustrare gli alpeggi censiti dove si produceva formaggio e/o si praticava attività agrituristica. Uno dei motivi per cui quest’opera non è mai stata realizzata è stata l’impossibilità di uscire con un prodotto aggiornato.

Purtroppo ben sappiamo di come gli alpeggi (specie se pubblici) mutino spesso di conduzione, per una gestione non sempre così lungimirante delle amministrazioni. Invece di premiare chi lavora bene (a maggior ragione in alpeggi dotati di locali di caseificazione a norma), si preferisce mandare all’asta l’alpe al miglior offerente, che spesso non è il margaro tradizionale che ancora munge i suoi animali e caseifica realizzando i prodotti così apprezzati da chi leggerà “Formaggi d’altura”.

Anche se viene detto che  è stato effettuato un controllo a distanza di anni, già solo per il Piemonte (unica realtà sulla quale posso avere riscontri) vi sono alcune variazioni, specie nella gestione. Come chiede il signor Caldera, mi preoccuperò di segnalarle all’Editore. Per il consumatore/lettore comunque poco cambia sapere se nell’alpe XYZ troverà Tizio o Caio, ma l’importante è che trovi formaggi di qualità!

Qua e là qualche altra imprecisione di cui suggerirò la correzione perchè non sfuggiranno all’occhio attento e critico specialmente degli addetti ai lavori, assolutamente involontarie da parte dell’Autore, che si è avvicinato a questo mondo umilmente, con volontà di imparare e con grande passione, com’è evidente.

Un punto di domanda sulla voce “animali presenti”: non è chiaro a cosa corrispondano, probabilmente si tratta degli animali in mungitura, visti i numeri presenti.

Un’unica mia critica assolutamente personale: tra i numerosi alpeggi (piemontesi) elencati, molti dei quali conosco bene e sui quali posso garantire per la bontà dei prodotti, mi ha lasciata perplessa il veder inserite alcune aziende un po’ discusse, più di fondovalle che non d’altura, che poco hanno da spartire con tutte le altre belle realtà d’alpeggio, dove gli animali pascolano all’aperto. Sulle altre regioni non posso pronunciarmi, spero che lo faranno direttamente i lettori, contribuendo così a migliorare le edizioni future di questa guida.

Lupi… a due gambe

Voglio un po’ vedere se oggi quei personaggi che si agitano ogni qualvolta in questo blog compare la parola “lupo” si indigneranno con ugual forza delle altre occasioni. Parlerò di lupi? Ebbene sì, mi tocca. Sono saliti i primi pastori e subito sono stati accolti dai predatori. I primi attacchi si sono registrati già nel mese di maggio, ma non è colpa di allevatori distratti, quanto piuttosto dell’ambiente dove si opera a questa stagione: quote medio-basse, territori cespugliati di scarsa visibilità.

Ma altri lupi ben più pericolosi per la categoria avevano sferrato i loro attacchi già prima, quando le greggi erano in pianura o in stalla, ma i pastori dovevano pensare alla prossima stagione d’alpe rinnovando i contratti di affitto. Lupi a due gambe che si sono avventati non sulle greggi e sulle mandrie, ma sui territori delle montagne. Chi strenuamente difende il lupo quasi facendone una ragione di vita, un’ideologia, dovrebbe mettersi a fianco dei pastori per lottare contro questi predatori. Il canide selvatico ricomparso nelle nostre vallate sarebbe in fondo meno difficile da tollerare se si risolvessero tutti gli altri problemi economico-social-politici della pastorizia. Si indignano perchè un pastore esasperato vuol sparare al lupo per difendere i suoi animali, ma perchè non si indignano con ugual forza quando un Comune affitta ad un pastore un’alpe dove non c’è nemmeno un’abitazione decente dove accendere un fuoco la sera, dove lavarsi, dove ospitare una famiglia? E perchè non si indignano se loschi personaggi si aggirano per le vallate con l’intenzione di accaparrarsi quanti più ettari possibili di territori d’alpe, per beneficiare di contributi comunitari pensati per tutt’altra destinazione?

I pascoli… Premiamo gli allevatori che li gestiscono correttamente, preservando e favorendo la biodiversità. Sono stati istituiti dei contributi a tal scopo? Ma iniziamo a darli per la qualità, e non per la quantità. Ma la quantità è più facile da determinare, e allora… Andiamo indietro nel tempo, era il 2003, da poco laureata lavoravo al censimento delle strutture d’alpe nelle province di Torino e Cuneo. Destinatario finale era l’Assessorato alla Montagna, oggi cancellato (in Piemonte, una regione dove le montagne sono nel nome stesso, mah!!). A me ed agli altri giovani incaricati era stata consegnata una scheda da compilare che, messa alla prova con la realtà dei fatti, aveva rivelato una pecca. C’era lo spazio per il numero di vacche, di manze e vitelli, ma non i tori. “Ma sì, ci saranno 2 tori nella mandria, ma contano come una vacca, segnateli insieme!“. No, avevamo incontrato i famosi tori, i vitelloni all’ingrasso portati in alpe. Bastava una percentuale sul totale dell’allevamento e si prendevano contributi per tutti gli animali rimasti in pianura. All’inizio qualcuno che li ha portati su c’è stato, insieme a sacchi di mangime per alimentarli. Alla faccia dell’ecosostenibilità, tra l’altro! E poi prendevano il premio per l’erba pascolata…

Scandalo! C’era chi già sapeva, chi iniziava a studiare il fenomeno, si diceva che dove essere risolto affinchè non dovesse ripetersi nei successivi piani di aiuto agli allevatori. Sono passati quasi 10 anni da allora e cos’è cambiato? Siamo di fronte ad allevatori disperati, margari e pastori che hanno perso le loro montagne all’asta pubblica “…perchè le mie pecore non fanno le uova d’oro!” e quindi non puoi competere con chi offre decine di migliaia di euro per un alpeggio. Un Comune, dove l’Assessore all’agricoltura è un margaro, risponde picche ad una cooperativa o società (non so di preciso) di Rimini che voleva affittare tutte le alpi pubbliche, lasciandole poi in uso a chi già le carica ora. Ma altri sembrano ben felice di vedere quelle somme piovere nelle casse ridotte all’osso. E non ci sono solo più “quelli dei tori”, addirittura adesso le voci che rimbalzano di valle in valle parlano di società più o meno fittizie, che non possiedono nemmeno animali per caricare le montagne e si occupano di generi completamente diversi dall’allevamento. Io ho sentito parlare di tabacco. Sorpresi? Io sì, e non poco. Confusi? Bene, allora non sono la sola.

Ma quei comuni si rendono conto di aver firmato la condanna a morte per i loro pascoli, per i loro alpeggi? Ma dove stiamo andando a finire? E com’è possibile che quella gente riesca a condurre i suoi giochetti senza nemmeno portare su gli animali? Mi dicono che, per legge, quando si dispone di capi in affido, bisogna monticare almeno il 70% dei capi in proprietà per avere accesso ai contributi e, nel caso non si rispetti tale percentuale, non solo si perde il contributo per quell’anno, ma bisogna pure restituire (con interessi) quanto percepito dall’inizio della sottoscrizione dell’impegno. E invece… E invece ci sono montagne vuote, montagne subaffittate (ma non è illegale? Sì, lo è). Oppure ci sono leggi diverse a seconda dei soggetti? Vengono sfruttati altri canali, altri generi di contributi? I territori d’alpe sono diventati una fonte di reddito solo in quanto vaste superfici da impegnare per chissà cosa? Perchè la persona qualunque che vuole comprendere questi meccanismi si perde nei loro meandri, fino a non capirne nulla anche se ha una laurea?

Leggevo una pubblicazione edita da una delle Associazioni di categoria operanti sul territorio. Il suo presidente prendeva una netta posizione contro tali speculazioni. Ma ditemi un po’, chi le compila le domande per i contributi a questi personaggi? Mi hanno spiegato che è obbligatorio passare da persone autorizzate, quindi dalle suddette associazioni di categoria (immagino che ciò sia stato pensato anche per esercitare un certo controllo). Ma allora… insomma, non è che chi si pronuncia in tal senso in realtà sia il rappresentante di chi invece materialmente fa sì che queste situazioni si verifichino? Spazio aperto, anzi, si chiedono repliche a gran voce, per fare chiarezza su come stanno le cose. Io vorrei tanto sentirmi dire che le Associazioni di categoria respingono queste domande volte solo ad arricchire pochi disonesti ed invece aiutano i veri allevatori di montagna, quelli che effettivamente sono un patrimonio per il territorio.

Certo, mi rendo conto che il problema non è di facile soluzione, ma bisogna almeno provarci. Mi auguro che non finisca come nella canzone: “…e lo stato che fa? Si costerna, s’indigna, s’impegna e poi getta la spugna con gran dignità…“.

Cito poi ad esempio il caso di un alpeggio utilizzato anche se privo di strutture idonee al ricovero di uomini ed animali, confinante con il quale ce n’è un altro i cui pascoli stanno “andando a ramengo”, come si usa dire qui. E’ stato affittato “ad uno dei tori” (ma a questo punto non so cosa ci sia dietro a questa vox populi), lo pascola sporadicamente qualcun altro, chissà se in subaffitto, per contratto a voce o giusto così perchè tanto è confinante. Il Comune, con la somma insperatamente ricavata, ha persino aggiustato le baite e si vociferava di un progetto per fare una strada (almeno in questo caso i soldi sono stati reinvestiti per la montagna, anche se inutilmente!). Le baite sono vuote, ben fatte e pure arredate. Altrove, dove i pastori rischiano l’esaurimento nervoso per le condizioni in cui tocca loro tentare di convivere con il lupo (quello a quattro gambe, che in fondo non ha colpe, ma fa solo il suo mestiere di predatore), il Comune promette, ma le baite continuano a non esserci. Allora, chi è che si indigna con me, questa volta?

(NB: Le immagini di questo post non hanno riferimenti con i luoghi direttamente interessati dai fatti di cui si parla, ma il fenomeno è in estensione a tutte le vallate, presumo non solo in Piemonte)