Passaggi pericolosi

Con l’arrivo dell’estate, non sempre posso aggiornare il blog… ed il materiale si accumula. Il tempo manca, quindi oggi vi regalo solo un piccolo assaggio di "avventure in alpeggio". Non ho immagini del mio primo passaggio tre i muri di neve della valanga, perchè era quasi notte e c’era le nebbia. Confesso di aver avuto anche un po’ di paura, a trovarmi lì in mezzo…

Questa è l’apertura nella slavina quando già sono passati alcuni giorni dalla fine dei lavori. La strada per l’alpeggio è finalmente percorribile, ma… Non è il più sicuro dei posti: fondo fangoso e viscido, muraglie di neve compatta che incombono minacciose, il torrente che buca la neve che deve comunque essere guadato.

E poi ci può sempre essere l’imprevisto. Come quel sabato mattina in cui qualcuno segnala che la strada è di nuovo bloccata. E’ franata parte della sponda laterale ed è precipitato giù un grosso masso, impossibile da spostare a mano. Per fortuna si può sfruttare il verricello montato sul fuoristrada. Un investimento costato caro, ma che questa volta torna veramente utile!

Nonostante quello, si fatica non poco, perchè il peso del masso è veramente grande. Poco per volta, si riesce a tirarlo da una parte, compiendo numerose manovre. C’è un bel fresco, lì nella strettoia, e dal suolo si alza una leggera nebbiolina. Tutti stanno per tirare un sospiro di sollievo, anche quest’emergenza è quasi risolta.

Una volta staccato il cavo, si può finalmente tornare alla baita. Chissà quanto tempo sarà necessario affinchè tutta questa neve si sciolga? E riuscirà a sciogliersi completamente, prima dei freddi di fine estate/inizio autunno? Non è raro veder già le prime nevicate a settembre, da queste parti.

E poi questa non è l’unica valanga che ha interessato il territorio dell’alpeggio. Di molte restano le tracce, sotto forma di alberi abbattuti a bassa quota. Altre invece invadono ancora i canaloni e vengono attraversate, per fortuna agevolmente, dagli animali. Ma di questo vi parlerò poi con più calma nei prossimi giorni.

Difficoltà sul cammino

Non si poteva più aspettare in pianura, ormai la data della transumanza, posticipata già diverse volte, era stata stabilita. Problemi o no, si sarebbe saliti lo stesso.

La strada però non era certamente praticabile dai mezzi, e nemmeno dagli animali. Per quest’ultimi, si sarebbe trovata una soluzione alternativa, per le auto invece bisognerà ancora attendere che la draga finisca il suo lavoro. Le muraglie di neve dentro la quale si sta facendo lentamente strada hanno un’altezza impressionante, 8-9 metri di neve compatta.

Così le auto con il loro bagaglio "da transumanza" diventano quasi un impiccio e non un aiuto. Una, con tutto il suo carico di vettovaglie, vestiti, attrezzi, viene già lasciata lì, in attesa del giorno successivo, ma soprattutto del momento in cui finalmente si potrà arrivare all’alpeggio.

Per quella sera però c’è ancora un lungo lavoro da fare. Il gregge dev’essere spostato più a monte e parte di questo cammino avverrà anche in notturna. In definitiva, quando si scenderà a valle per caricare le vacche per l’ultima transumanza, ci saranno poche, pochissime ore di sonno alle spalle e già tanta stanchezza e nervosismo nell’aria.

Nella tarda mattinata finalmente il camion può far scendere il suo carico in alta quota. La perizia dell’autista ed un pizzico di fortuna hanno permesso di arrivare fin quassù, al contrario dello scorso anno, quando il cammino era stato lungo, lunghissimo, faticoso. La fortuna però ha aperto solo mezzo occhio, perchè si è fermata qui e non ha proseguito fino all’alpeggio…

Il cammino ha inizio e, per gli animali, è quello "solito", affrontato di anno in anno. La sorpresa è circa a metà strada, ma per loro questo non significherà una fatica in più. Per lo meno la giornata è bella, il sole è caldo senza essere fastidioso, soffia una leggera brezza e vedere gli animali quassù riempie il cuore di commozione. Non c’è però il tempo per questi pensieri. La maggior parte delle persone che sono impegnate in questa transumanza sono in piedi da più di 12 ore e ce ne vorranno ancora almeno altre nove o dieci prima di potersi coricare nel letto…

Raggiunta la slavina, è più pericoloso far scendere gli animali verso la neve che non convincerli ad attraversarla. Il pendio è ripido, scosceso, sassoso, e le vacche esitano di fronte ai richiami. Perchè questa deviazione? Davanti a loro però, continuando sulla strada, ci sarebbe la muraglia di neve gelata. Sono attimi di tensione, di grida, con gli animali che faticano, sollevano polvere, smuovono sassi, rischiano di farsi male. "Piano, piano, non spingeteli da dietro! E mandate via quel cane!!!!"

E poi finalmente le vacche attraversano la lingua di neve, ignare di quel che c’è sotto e del burrone verso cui degrada la slavina. Questa è fatta, adesso inizia il "bello". Chi non va avanti con gli animali, deve pensare a tutto il resto, cioè al trasporto verso la baita dell’indispensabile. Subito un po’ di cibo e le attrezzature essenziali, poi alla sera si sarebbe tornati indietro per recuperare altre cose.

Ci si è attrezzati con delle carriole, ma anche così questo attraversamento non è una cosa facile. Scendere sulla lingua di neve dalla scarpata composta di fango, pietre e neve semi sciolta provoca qualche scivolone e numerose imprecazioni, poi si va in là, sotto il controllo attento dei cani. E pensare che tutti gli asini sono già alla baita… e gli uomini invece sono qui che sudano, spingono, tirano…

Chi ha il posto d’onore è Birba. Non è il caso di farle affrontare tutto il viaggio a piedi… e lei si adatta facilmente al mezzo di trasporto che le viene offerto! Nel pomeriggio però correrà poi dietro a chi farà un secondo giro per caricare altro materiale, e questa volta zampetterà allegra per tutto il cammino. Intanto anche gli uomini non si fermano un attimo. Un pranzo veloce nella baita buia e fredda, con quel poco che si era riusciti a mettere negli zaini: la stufa a legna prima fuma, poi la legna di larice inizia a scoppiettare, ed è già un’altra cosa, un altro ambiente. Per la luce, bisognerà attendere la sera, quando finalmente la centralina riprenderà a funzionare. Nessuno ha tempo per riposare… ed anche la macchina foto resta inattiva. C’è da pensare a mille cose, anche se non tutto potrà ovviamente essere sistemato subito. Si parte dalle priorità, con le esigenze degli animali… e quelle delle persone. Pulire sommariamente le stanze, preparare i letti, mentre altri sono tornati alle auto, qualcuno invece bada al gregge ed altri ancora tirano i fili per le vacche.

E’ bello essere di nuovo quassù, ma si riuscirà a dare uno sguardo intorno solo il giorno successivo, quando comunque ci saranno ancora molte cose da fare. Le baite hanno tanti piccoli danni legati alla neve e, se da una parte l’acqua è "corrente" quando piove, perchè il tetto è stato danneggiato, dall’altra non scende più dal rubinetto e sarà necessario un lungo lavoro prima di riuscire rimettere tutto a posto. Alla sera comunque c’è chi si addormenta ancor prima di cenare… e, quando ci si siede a tavola, mancano poi solo tre ore a completare il giro di ventiquattro, da quando era suonata la sveglia la notte prima.  Nessuno soffrirà d’insonnia, quella notte. 

La pecora "pazza"

L’altro giorno vi avevo chiesto di cercare "l’intruso" nella transumanza e molti di voi hanno subito individuato la pecora tra le vacche. Che cosa ci faceva lì? Qualcuno ha anche pensato ad un… appropriamento indebito, uno sconfinamento o chissà cos’altro. Chissà se invece c’è stato chi, grazie alla buona memoria, si è ricordato questo post del 30 agosto? Lì si raccontava di lei per la prima volta, la pecora fuggita dal gregge per stare con le vacche.

Qui è l’immagine che avevo scattato durante una delle prime nevicate autunnali: ovino e bovino, che strano abbinamento! Pensate che non ha abbandonato la mandria nemmeno quando il gregge era nelle vicinanze! Tutti credevano che, sentite e viste le compagne, avrebbe finalmente lasciato le vacche, per tornare finalmente tra i suoi simili. Invece questo non è successo.

Il giorno della transumanza per un po’ ha anche lottato con quei "bisonti" per rimanere in prima fila, ma poi ha deciso che una posizione intermedia poteva anche andar bene. Più avanti rispetto ai vitelli ed alle vacche meno veloci, ma alle spalle delle più irruente, che la scacciavano a testate quando se la trovavano di fianco.

Ha proseguito giù fino al fondo della strada sterrata e poi sull’asfalto, senza che si riuscisse a catturarla. Alla fine però, quando le vacche salivano sui camion, è venuto anche il suo momento. Il viaggio verso la pianura l’ha fatto nel camioncino con i vitelli, poi, in cascina, è stata messa con un paio di altre pecore e, quando arriverà giù il gregge, tornerà tra gli ovini. "Questo non è un comportamento normale, una cosa del genere non l’avevo mai vista!". Anomalia o no, entrerà di diritto nel mio nuovo libro della Collana Herriot e sarà la protagonista di uno dei racconti, visto che si parla di animali, interazione con l’uomo, etologia, storia…

Aspettando il responso

La fotografia è una delle mie passioni, ma per una volta avrei voluto gettar via la macchina e non doverla usare per questo compito sgradevole. Purtroppo vi devo di nuovo mostrare foto cruente e spiacevoli, ma sono solo una versione fredda e distaccata di quello che si poteva vedere veramente. Mentre sto aspettando il responso della veterinaria incaricata di accertare gli attacchi da canidi, che ha visitato il luogo dell’attacco ieri pomeriggio, vi mostro quello che ho visto io domenica mattina.

Questo è il primo agnello morto, incontrato lungo la strada, trascinato lì probabilmente nella notte.

Via via, sui pascoli si incontravano gli altri, con i corpi più o meno mangiati dai predatori. E’ stato un attacco del lupo? In questo caso penso si trattasse di un gruppo, visto il numero delle vittime.

Oppure erano cani randagi? Nessuno ha visto o sentito nulla, sia nei giorni precedenti che in quelli successivi. Qualcuno dei cadaveri era praticamente intatto, forse morto per le lesioni riportate durante una rovinosa fuga.

Il fatto è successo di notte, al mattino del sabato il pastore si è trovato davanti il triste spettacolo. Di questo agnellino, nato probabilmente da poche ore, non resta che una gamba. Magari altri sono stati divorati interamente e non vengono quindi conteggiati tra le perdite.

Tutte le bestie uccise erano di taglia medio-piccola, questo è un altro neonato, a cui è stata mangiata la testa e l’addome.

Immaginatevi il triste compito del pastore, che invece di aggirarsi nel gregge per cercare i nati della notte, ha dovuto contare le perdite e trascinare i cadaveri in un unico punto… Il senso di sgomento, incredulità, rabbia, disperazione è facilmente intuibile.

Sulle carcasse, nei giorni successivi, hanno poi infierito anche le volpi, i corvi, i cinghiali che comunemente frequentano l’area. Non so se il lupo (caso mai sia stato proprio lui) ritorni sul luogo dei suoi "delitti" e si cibi anche delle carcasse… Magari qualcuno (Chiara?) mi può rispondere.

Il cadavere consumato maggiormente dai predatori è stato quello di questa capra, che già al mattino di sabato si presentava così.

Le capre uccise sono state quattro, tre adulte e questo giovane becco che il pastore voleva tenere. Un morso mortale al collo e niente altro…

In una zona non poi così ampia, a poche decine di metri gli uni dagli altri, i cadaveri li ho fotografati tutti. Sono una ventina, contando anche una capra che aveva cercato la fuga ed è stata uccisa più a valle, in un ripido canalone a strapiombo. La scia di sangue sulle rocce ci ha permesso di trovare anche lei. Ma chissà se ci sono altri dispersi?

Questa capra in fuga, terrorizzata, cercava di nascondersi tra le rocce a picco sul dirupo. Solo dopo alcuni giorni è stato possibile ricondurla al gregge, insieme ad una pecora ugualmente spaventata.

Tutto il gregge era inquieto, nei giorni successivi all’attacco. Bastava un minimo movimento degli uomini per provocare un fuggi-fuggi generale. I cani poi erano temuti più che mai.

Tra gli animali c’erano poi numerosi feriti, che probabilmente riusciranno a scamparla. Questo agnello dev’essersela vista brutta… ma il morso sul collo non è stato letale.

E che dire di quest’altro, a cui è stato strappato un grosso lembo di pelle nella coscia? Alcuni invece non sono stati altrettanto "fortunati", perchè sono morti nella giornata di sabato. "Come li ho presi in braccio per vedere cos’avevano, mi sono morti tra le mani. Probabilmente avevano le costole fracassate…", racconta con disperazione il pastore. E adesso? A parte il responso che verrà (e di cui vi darò notizia), quale sarà il risarcimento per il pastore? A giorni il gregge lascerà la montagna, ma anche lassù non ci sarà più quella pace e libertà che ha regnato fino a ieri.

Il responso è arrivato (ore 9:30): la veterinaria dice che, con buone probabilità, può essere lupo. Per i rimborsi… non resta che sperare.

Addio monti… arrivederci!

La sveglia, contrariamente a quel che ci si aspetterebbe, non è stata così antelucana. Tanto quest’anno c’era da camminare a lungo prima di raggiungere il punto di partenza, quindi prima bisognava anche mungere, caricare tutte le attrezzature… E andare a prendere le vacche più in alto. Inutile fare i lavori male e di notte! Così, verso le 8:30, c’era un bel concerto di muggiti intorno all’alpeggio: ormai gli animali avevano capito che quello era giorno di transumanza!

La giornata si preannunciava bella, abbastanza soleggiata, nemmeno troppo fredda. Almeno il tempo non avrebbe intralciato la transumanza! Qualche problema invece lo davano le vacche, visto che ce n’era un paio che non ne voleva sapere di mettersi in marcia e continuava a scappare verso la stalla, presumibilmente per andare a cercare il vitello. Tutti i "piccoli" invece erano già stati caricati e trasportati al camion, perchè non si poteva costringerli ad un cammino così lungo, specialmente il vitello nato il giorno prima.

Quando finalmente ci si mise in marcia, gli animali sembravano essere abbastanza tranquilli, ma poco dopo già marciavano di gran carriera e si spintonavano per prendere le prime posizioni in testa alla fila. Questo poteva essere anche abbastanza pericoloso, lungo una strada così a strapiombo sul fondovalle. Ogni tanto cercavano anche di montarsi a vicenda, rischiando di travolgere le compagne e chi guidava la transumanza.

Nelle retrovie invece i vitelli avanzavano più lentamente, anche se qualcuno invece saltava e correva, spendendo il doppio delle energie necessarie. Poco per volta il cammino continuava senza gravi incidenti… Il sole caldo contrastava con il gelo dei giorni precedenti, ma l’erba ormai completamente ingiallita diceva che non c’era più ragione di restare. Giù lungo la valle si vedevano le chiazze gialle ed arancione degli alberi che iniziano a cambiare colore.

Gli animali hanno un ottimo senso dell’orientamento, quindi si fermarono nello spiazzo davanti alla caserma dove si era soliti caricare in passato, con gran concerto di muggiti. La strada ancora bloccata (quando mai riprenderanno i lavori? nessuno ha fatto nulla durante tutta l’estate!!) però quest’anno non permette la salita dei camion, e allora bisogna ancora proseguire per molti chilometri.

Poi viene il momento di salire sull’asfalto, ricongiungere la mandria con gli animali che hanno passato l’estate nell’alpeggio francese, quindi proseguire verso il basso. Non più pascoli, ma boschi di larice fiancheggiano la via. Per fortuna in settimana, nel primo pomeriggio di un giorno di ottobre, il traffico non è molto. Qualche turista che può anche godersi lo spettacolo… E lo scampanio, i muggiti, il frastuono della transumanza riecheggia per la valle.

Non manca più tanto al punto previsto per l’incontro con i camion. Il cielo azzurro ha lasciato il posto ad una leggera bruma autunnale. I chilometri nelle gambe iniziano ad essere tanti, ma gli animali continuano a camminare veloci. Gli uomini devono avere cento occhi, perchè c’è sempre un vitello che cerca di scappare, una vacca che passa dietro ad guard rail…

I colori dell’autunno fanno da sfondo alla transumanza. Manca poco all’arrivo, ma poi serviranno alcune ore per riuscire a caricare tutti gli animali sui camion. Questi sono giorni lunghi, faticosi per tutti, il nervosismo si sente nell’aria, ma quando non ci sono imprevisti ci si può anche rilassare un po’ mentre si segue il passo cadenzato degli animali.

Visto che mancano due dei tre camion che devono caricare le bestie, gli uomini si concedono una pausa ed un boccone di pranzo. Pane, formaggio, salame e poco più, perchè ormai sono le due del pomeriggio e la colazione è un lontano ricordo. La cena invece chissà…

Le vacche intanto pascolano e si riposano nei prati tagliati. Poca erba, ma verde, a differenza di quella dura e secca che c’era in alpeggio. E’ un’immagine di pace, ma presto verrà sconvolta dalle operazioni complicate e concitate che permetteranno di stipare tutta la mandria sui camion.

Si passa in mezzo alle case di Bar Cenisio e si ritorna sulla strada principale. "Attenti nel bivio, perchè sono capaci a prendere in su e tornare all’alpeggio, specialmente quelle che hanno i vitelli piccoli!". I chilometri percorsi fin qui sono stati 16, oltre 20 per gli animali che invece erano in Francia.

Si passa nella strettoia, quella che ha impedito ai camion di raggiungere il Moncenisio. Chissà se la strada verrà aggiustata per la prossima transumanza, quella dell’anno che verrà? Ma adesso non si pensa al futuro, c’è il presente così ricco di incombenze da sbrigare… Una serie di giornate convulse, prima di tornare ad una sorta di routine quotidiana.

Ci vuole molto tempo per caricare i camion, il posto non è dei migliori. Per quanto si può, si cerca di far defluire anche il (poco) traffico, ma ogni tanto le auto sono costrette a delle soste di una decina di minuti. Meglio aspettare che trovarsi una portiera bollata da un calcio! Gli uomini dividono gli animali: prima tutti i giovani (ai piani superiori), poi le bestie più grosse e pesanti.

Alla fine restano poche vacche… Piano per piano si completa il carico e si può partire pe la pianura, verso la cascina. Anche questa è stata una giornata lunga e, dodici ore dopo il suono della sveglia (che era stato un campanaccio fatto risuonare ripetutamente), i lavori non erano ancora terminati. Adesso su restano solo più le pecore, ma non per molto… Fino alla prossima transumanza!!

I pastori di un tempo

Volevo aggiornarvi su tutti gli appuntamenti legati al mondo pastorale, ma lo farò più tardi. Adesso voglio mostrarvi una roccia che ho trovato nei pascoli non lontano dalla baita dell’Alpe Tour di Novalesa. E’ buffo, sono ormai tre estati che bazzico da quelle parti e non l’avevo mai vista. Pensavo di porvi una domanda, chiedendo il vostro aiuto per decifrare il mistero dell’iscrizione, ed invece…

Ecco il graffito, eseguito con una certa cura. Come lo interpretate? Io lo credevo un accordo tra 2 persone (ecco spiegate le mani), magari per sancire l’affitto o la proprietà del pascoli, con la croce a simboleggiare la Chiesa (d’altra parte l’Abbazia di Novalesa non è lontana) e la chiave… il Comune? L’altro giorno invece, chiacchierando con Giovanni che mi spiegava come i pascoli di Malciaussia fossero pieni di pietre con scritte e disegni, gli ho descritto questo graffito. "E’ come quei quadri che ci sono nelle chiese…". Insomma, una sorta di ex-voto. I pastori che badavano a piccole greggi avevano tempo di scrivere i loro nomi sulle pietre, disegnare volti di persone e sagome di animali. Quando capitava qualche incidente e riuscivano "miracolosamente" a scamparla, ringraziavano a modo loro. "Le mani si uniscono a pregare, la chiave è quella del paradiso, infatti sopra c’è anche la croce." E così parte del mistero è svelato. Chissà cosa era successo a quel pastore e quanto tempo fa… Quello non lo sapremo mai!

Un assaggio di autunno o…?

Forse questa è veramente la fine dell’estate? In alpeggio ci si attacca alle previsioni del tempo più positive, si guardano tutti i TG per vedere quello che fornisce più speranze. Alla fine si spera che sia vero… "Un brusco assaggio di autunno, ma poi le temperature risaliranno e tutto il mese di settembre sarà mite". Adesso però la situazione è critica.

Ieri mattina era pioggia mista a neve, eppure era arrivato il momento di spostare il gregge, tornare indietro verso le coste del Lamet. Subito il freddo non si sentiva, perchè si camminava in salita e c’erano tante cose da fare. Uno degli agnelli nati nella notte però era semi-assiderato, quindi bisognava portarlo all’alpeggio.

Il vento sollevava l’ombrello, gonfiava le giacche cerate e faceva volar via il cappuccio. Sull’erba le gocce di pioggia brillavano, infatti sembrava che un timido sole volesse affacciarsi sulla montagna. Non per scaldare, ma almeno a rendere meno cupa quella mattinata. …Vi chiedo scusa per la qualità delle immagini, ma non era affatto semplice estrarre la macchina fotografica da sotto i vari strati di indumenti, scattare le foto con il vento ed il nevischio/pioggia che turbinavano. Ogni tanto l’obiettivo si bagnava…

Ma, se piove e c’è il sole, allora… E infatti ecco un bell’arcobaleno sulle nuvole, nella foschia sopra al lago. Però non c’era tempo per guardare quel poco che di bello la natura offriva: porta giù le pecore che hanno partorito, disfa il recinto, lega le reti e caricati sulle spalle pure quelle. Scendi all’auto (e per fortuna che la strada non è così lontana), carica tutto e vai avanti…

Più facile a dirlo che a farlo. Le mani iniziano ad essere gelate, mentre disfi il recinto, pioggia fuori e condensa dentro le giacche cerate. Il gregge è immobile, stamattina non sembra avere una gran voglia di andare al pascolo. Qua e là qualche animale si scuote, sollevando nuvole di goccioline che ricadono al suolo insieme alla pioggia.

Porterà il sole, questo arcobaleno? Tutto sembra parlare di estrema variabilità, ma non di caldo… Il pastore inizia a chiamare le pecore, si sente la sua voce, l’abbaiare dei cani, il tintinnio delle campanelle che iniziano a mettersi in marcia. Non è lungo il cammino da compiere, ma con questo tempo anche le operazioni più semplici possono diventare complicate.

Il cielo sembra schiarire mentre ormai il gregge è partito alla volta dei pascoli. Sull’auto è stata ammassata tutta l’attrezzatura da portare avanti e gli agnelli, mentre le pecore sono nel trailer. Si vede la neve a quote basse, ma forse è solo una spruzzata e scioglierà nel pomeriggio. Anche la pioggia sembra essere meno forte… Laggiù, nel ristorante, guardano verso l’alto e pensano ai pastori. Pochi altri sanno cosa accade quassù, ormai di turisti se ne vedono pochi ed oggi quasi nessuno si arrischierà a fermarsi a queste quote.

Le nuvole si alzano e si vede il panorama, la neve sul Giusalet e verso il Malamot, il cielo che resta scuro verso la pianura e l’alta valle. "Non so, non credo che si apra… Prima di stasera vedremo ancora qualcosa." Si portano le pecore alla nursery e si dividono quelle i cui agnelli sono già abbastanza forti per seguire il gregge. Queste vengono fatte salire lungo il costone dove più tardi arriverà il gregge. Poi, nel pomeriggio, si portano su in alto le reti e la batteria, per fare il recinto alla sera. E’ ormai notte quando i pastori rientrano, nevica fitto e raccontano di visibilità nulla, scivolate sui pendii ripidi e paura, perchè con i sovrapantaloni di gomma vai giù e non ti fermi facilmente. Dormi male, tendi le orecchie fino a quando ti sembra che stia piovendo, senti l’acqua sulle lamiere ed i lastroni di neve fradicia che scivolano giù dal tetto.

Al mattino lo "spettacolo" non è bello, per chi fa questo mestiere. Basta guardare gli animali intirizziti per capirlo. C’è neve dai 2000m in su: non tantissima, ma abbastanza per preoccupare tutti. Timore per le condizioni della strada da percorrere, preoccupazione per il foraggio che gli animali dovranno cercare scavando sotto la bianca coltre.

"Speriamo… Speriamo che non nevichi più, ma anche che venga il sole e la faccia sciogliere." L’alba è livida, il Rocciamelone bianco come d’inverno, la strada un serpente viscido che mette paura al pensiero di percorrerla, solo quando sarai finalmente fuori tirerai un respiro di sollievo. Mentre si scende verso la pianura però non c’è ancora quel sole che può far dire che il peggio è passato. Adesso vado a vedere le previsioni del tempo, le guarderò tutte e cercherò quelle che dicono che si può stare in alpeggio ancora qualche settimana!

…e anche le vacche…

Ieri ho parlato di pecore e di pastorizia, perchè il mio "vero amore" è quello, la "maladia" l’ho presa per le pecore… Oggi però continuiamo il racconto con qualche immagine di vacche Piemontesi. Infatti, mentre le pecore vengono custodite costantemente, i bovini lassù vengono sorvegliati dall’alpeggio con il binoccolo e non tutti i giorni si va a dare uno sguardo (a meno che si tratti di vacche che devono partorire!).

Un giorno c’è stato da far salire alcune vacche con i vitelli più grandicelli, quelli che non avevano più bisogno di essere controllati e che ormai mangiavano da soli. Gli altri animali subito non hanno accolto bene questi nuovi arrivati e c’è stato un po’ di subbuglio. Ma dopo qualche spintone, muggiti e testate, una volta ristabilite le gerarchie, è tornata la pace.

I piccoli riposavano accanto alle madri, stanchi per la camminata in salita. Era facile distinguerli da quelli più grandicelli che erano stati fatti salire già il mese prima: il colore del mantello è ancora più rossiccio (fromentino) nei vitellini, ma diventa color crema e poi bianco a mano a mano che aumenta l’età dell’animale.

Giù vicino alla baita invece sono rimaste le neomamme, le vacche prossime al parto ed uno dei due tori. Contrariamente a quanto si pensa, questi grossi maschi possono essere estremamente mansueti… Molto più di certe loro compagne! In questo caso, anche la vacca alle spalle di Lino (questo il nome del grosso toro) è brava e si lascia accarezzare, abbracciare. Speriamo che sia così poi anche dopo il parto, che avverrà a breve!

Ogni tanto bisogna salire su anche per portare il sale… E quella sera purtroppo pioveva e c’era la nebbia. Per fortuna però, quasi alla quota a cui si trovavano le vacche, le nuvole si sono squarciate ed è stato possibile chiudere gli ombrelli e sedersi su di un masso a guardare gli animali. Prima di ridiscendere si è fatta la conta. Non si sa mai, potrebbe esserci qualche animale che non sta bene e che si è nascosto da qualche parte. Tutte presenti? Allora si può andare giù e sedersi finalmente a tavola, dopo un’altra lunga giornata di lavoro.

Prima di chiudere il post odierno, per tutti gli amici della pastorizia… ecco il video dell’attraversamento della diga del Moncenisio, di cui vi ho parlato ieri! Buona visione.

Un po' di pecore lassù…

Dopo qualche giorno di assenza, avrei così tante cose da raccontare, foto da mostrarvi, notizie che mi avete comunicato voi, aneddoti, eventi, incontri… E invece mi limiterò ad una piccola storia di pastorizia che risale al 14 agosto, e poi nei prossimi giorni vi racconterò qualcos’altro, prima di ripartire.

Quel giorno bisognava accompagnare su un piccolissimo gruppo di pecore e agnelli, affinchè si ricongiungessero con il grosso del gregge. La strada che conduce al Malamot è ormai troppo danneggiata da erosione e frane affinchè si riesca a salire con il trailer al seguito del fuoristrada, e così tocca camminare. All’inizio le pecore corrono e vorrebbero deviare ad ogni curva, poi la loro andatura si fa sempre più lenta e l’ultimo tratto è eterno. Tocca sgolarsi e far abbaiare il cane di continuo.

Alla fine però si arriva in vista del Lago Bianco. Lassù ci sono solo altre pecore con i loro agnelli neonati, il gregge pascola più in basso, tra le nebbie che salgono a brandelli fin quassù. Questo è sempre un luogo splendido, con qualsiasi tempo… però anche questa volta non sono arrivata nel momento giusto per vedere tutto il gregge lungo le sponde del lago.

Ancora una volta quindi fotografo eriofori invece di pecore! Continuo anche a credere che siano proprio questi fiori ad aver dato il nome di Lago Bianco a questo specchio d’acqua ai piedi del Monte Malamot, visto che ce ne sono così tanti…

I pastori chiacchierano e dicono che il gregge è là sotto, al sicuro. Più in basso non può scendere, se salisse… arriverebbe qui. E allora si può andare tranquillamente a mangiare pranzo. Poi ci sarà da spostare il recinto delle pecore degli agnelli, far camminare le madri fino alla "nuova sede", far risalire il gregge e…

Ma cosa ce ne facciamo invece di questo piccolo? "E’ tonto… Lo faccio ciucciare sotto alla madre, lei lo chiama, e lui invece segue me!". Pecora ed agnello verranno poi condotti all’alpeggio, ma anche là il piccolo continuerà a non voler seguire la madre, così bisognerà tenerli chiusi in uno spazio ristretto e, mattina e sera, far sì che l’agnello succhi il latte.

Scesi a valle, davanti all’Albergo Malamot, impossibile non notare questa scena: le due piccole caprette nane hanno deciso di guardare il mondo dall’alto di quest’auto parcheggiata, senza che la madre rimasta a terra le rimproveri. Intorno la gente ride, evidentemente il proprietario (dell’auto) non è presente!!

L’indomani, dopo la pioggia notturna, questo sarà il panorama mattutino sopra all’alpeggio. Il tempo poi si guasterà rapidamente e, per tutto il pomeriggio e la notte del 15 agosto, sul gregge lassù ad alta quota cadranno pioggia e neve. L’estate se ne sta veramente andando? Riusciranno i pastori a recuperare in autunno quei giorni "persi" ad inizio estate, quando aspettavano in pianura di poter salire finalmente in alpeggio?

L'esperienza te la fai sul campo

Una giornata come tante, su in alpeggio. Pensi di organizzare il tuo tempo in un certo modo, e poi l’imprevisto è sempre in agguato e chissà come andrà a finire. Così al mattino si sale su in alto, a controllare le vacche. Ormai la gran parte della mandria è lassù…

Stanno bene, gli animali, in quell’erba ancora da pascolare, dove la fioritura colora ancora i versanti, anche se già un po’ sciupata dai temporali che ogni pomeriggio/sera si riversano sulle montagne. Poco per volta la stagione avanza, gli animali brucano, l’erba ricresce grazie all’umidità della pioggia, ma altrove di erba ce n’è proprio poca, ad esempio di là verso il Malamot, dove sta arrivando il gregge. "La neve è appena sciolta, in qualche punto ci sono ancora i nevai, e l’erba è così bassa…"

Al pomeriggio, dopo i vari lavori (tra cui dare il sale alle vacche che pascolano lì intorno alle baite), si pensava di andare a vedere in che condizioni è la strada che sale al Malamot. Pare che sia stata gravemente danneggiata dall’alluvione e ciò rappresenta un bel problema per i pastori… Prima di partire però si controllano le vacche e si vede che ce n’è una che vuol partorire, si vedono già i piedi del vitello. "L’anno scorso è stata tagliata, quindi è come se partorisse per la prima volta. I piedi sembrano piccoli, speriamo in bene." La vacca viene fatta scendere nella stalla, dove la si lega e si preparano corde e "tagliole" per tirare il vitello. Mancano le immagini di queste fasi, capirete anche voi che ogni mano è utile, altro che star lì a guardare con la macchina fotografica. Tre persone, di cui una poco esperta, sono un po’ poche in un momento delicato come questo.

Il vitello fatica a passare, si tira la corda che scorre cigolando nella carrucola, finalmente esce la testa, il resto del corpo ed il vitello è nato. Gli si versa un po’ di acqua fredda nelle orecchie, lui scuote le testa, è vivo, ma fatica a respirare, così viene appeso a testa in giù per qualche momento. Il problema però è la vacca, che sanguina copiosamente di un sangue rosso vivo. Che bisogna fare? Dolores teme che si tratti della rottura di una vena, cerca di fermare l’emoragia con la mano: "Chiama il veterinario, chiedigli cosa dobbiamo fare!" Nella stalla il telefono non prende, Flavio esce ed ascolta cosa suggerisce il medico. Il sangue continua a scorrere… Una puntura di antiemorragico, poi uno straccio tenuto a bagno nell’acqua ghiacciata. Non è sufficiente. "Non è la vena, sento uno squarcio nell’utero." Il vitello intanto si è ripreso, ma la madre rischia di morire. Sangue coagulato cade a terra… Viene messo dei ghiaccio all’interno. "Sento che si sta chiudendo…". Nuova telefonata, il veterinario dice di tenere la ferita per 15-20′, anche lui non potrebbe intervenire altrimenti. A parte che è in un altro alpeggio ed impiegherebbe più di un’ora ad arrivare, ma non è facile suturare in un punto così delicato. La ferita smette di sanguinare e Dolores racconta come, da bambina, ad 11 anni "mi hanno fatto star lì mezz’ora con la mano nel sedere della vacca, perchè si era rotta la vena". Studiare veterinaria serve, ma certe esperienze fatte sul campo valgono più di qualunque altra cosa. Si è fatto tardi, sono passate oltre 2 ore, i problemi ricominciano quando la vacca cerca di espellere la placenta, bisogna ricominciare con il ghiaccio e tutto il resto. Per fortuna, la mattina dopo, la vacca era ancora viva…