Speriamo che, passata la Pasqua…

Speriamo che, passati questi giorni “caldi”, passi l’ondata delle campagne animaliste contro il “massacro” degli agnelli… Per quest’anno è andata così e sono state ben poche le voci levatesi ufficialmente a sostegno degli allevatori. Si è parlato tanto sui blog e su Facebook, ma chi di dovere ha taciuto sui mezzi di stampa. Certo, non abbiamo un governo, quindi chi volete che parli a sostegno della categoria? Avrebbero però potuto farlo almeno gli Assessori regionali, i rappresentanti sindacali, ma, ahimè… Io non ho sentito niente, almeno niente di paragonabile a servizi TV, radio, manifestazioni, articoli on-line.  La testata “AbruzzoWeb”, anche se utilizzando ahimè una mia foto, riporta lo sfogo di Nunzio Marcelli (leggete qui).

Io penso alla Francia, dove l’agnello è servito in tavola 365 giorni all’anno senza problemi, senza scandali e con apprezzamento generale. Tra l’altro, là si macella sui 40kg di peso… Penso al mio recentissimo viaggio in Liguria, dove gli amici che mi hanno ospitato mi hanno detto di consumare carne di agnello e/o pecora tutto l’anno. Si usano molto le rostelle, come nell’Imperiese vengono chiamati gli arrosticini. E allora perchè in Piemonte i macellai pongono dubbi sul successo di un progetto di valorizzazione della carne ovicaprina????

Torniamo alle oscene campagne anti-agnelli (ma ormai anche anti-pastori, oltre che anti-carne). Si è visto di tutto, tranne che la verità, la realtà sull’allevamento ovicaprino, tra quelli sicuramente più estensivi e sani che vi possano essere, niente a che vedere con l’allevamento “lagher” di certi animali. Lo so che è difficile far capire perchè, di tanto in tanto, mi capita di avere uno scatolone di fianco alla stufa in cucina, con dentro un agnello avvolto nelle coperte di lana. Agnelli nati con qualche problema, fortunatamente spesso salvati con queste cure amorevoli aggiuntive. Credetemi, non è per “reddito” che lo si fa… Lo si fa per amore, per cuore, per sensibilità, e questo non contrasta con il macellare o far macellare l’animale. Semplicemente questo è ALLEVARE.

Buona Pasqua, a chi ci crede a chi non ci crede, a chi mangerà l’agnello, il capretto e a chi non lo farà. C’è la crisi, c’è chi fatica a mettere insieme un pasto normale quotidiano, altro che andare al ristorante per le feste, eppure tocca “spendere” per fare delle campagne per dire alla gente cosa mangiare. Un’amica mi ha consigliato un articolo sul consumo di carne e sulla “sofferenza” degli animali, ve lo suggerisco, l’ho trovato molto interessante. Mi permetto poi di riportare una nota tecnica scritta da una veterinaria in un commento sulla mia pagina facebook, tanto per completare l’informazione sulla macellazione degli animali e per continuare a “fare chiarezza”. “Per i non addetti ai lavori, vedere animali in fase di dissanguamento che si muovono, significa che l’animale è ancora cosciente. E non sanno che invece così non è, ma si tratta di contrazioni muscolari che continuano per molto tempo. Al punto che le mezzene a fine macellazione (animale, eviscerato, spellato completamente e diviso a metà), portato in cella frigo, mostra ancora fascicolazioni muscolari, e continuano finché c’è glicogeno nelle cellule (detta in parole povere)“.

Il menù di Pasqua, ma non solo

Si avvicina la festività pasquale durante la quale, fortunatamente, aumenta il consumo di carne ovicaprina. Ma c'è da fare qualche premessa e precisazione prima di trattare l'argomento che mi sta a cuore per il post di oggi. Mi rivolgo a coloro che seguono questo blog con entusiasmo, ma poi mai e poi mai mangerebbero un piatto a base di agnello, per Pasqua o in qualsiasi altro momento dell'anno. Per cosa pensate che i pastori allevino gli animali? Solo per bellezza? Come ha scritto un amico a commento di una foto: "Godo della bellezza dei capretti per qualche mese." Se vi sembra un'affermazione cinica, sappiate che anche lui è dispiaciuto nel venderli, ma chi alleva animali sa che certi sono destinati alla macellazione. Non prendiamoci in giro e non facciamo finta di non vedere o non sapere. Ognuno fa le sue scelte e non venite a commentare qui per l'ennesima volta che bisogna diventare tutti vegetariani, ecc, ecc, ecc… Io non pubblico su un sito vegetariano o vegano la ricetta di un piatto di carne e non vengo a pretendere che chi ha fatto questa scelta diventi carnivoro, quindi abbiate rispetto di chi lavora e alleva animali con cura fino al momento della loro vendita.


(Foto Michele Corti da www.ruralpini.it)

Quello di cui voglio parlare oggi è della valorizzazione della carne ovicaprina locale e dell'acquisto consapevole di tale prodotto. Così scrive Michele Corti a proposito di un evento organizzato di recente, la Cena del Castrato presso "La Madia" di Brione (BS): "Il cuoco ha usato queste parole. "Per me è importante che dietro questo piatto ci sia la vita di un animale che è stata degna di essere vissuta". Pecore o castrati possono sicuramente essere esempi di ciò. Gli animalisti non a caso puntano all'agnellino strappalacrime. Il pastore, se guadagna il giusto da agnelloni e castrati, li fa vivere. Noi puntiamo a questo, anche perché l'agnellone e il castrato mangiano l'erba e ci mantengono i pasti (e la carne è migliore di un agnello da latte)." Qui potete leggere l'intero resoconto di quella cena.

Per Pasqua non cerchiamo "l'agnellino da latte". I pastori piemontesi di cui scrivo sempre su questo blog non vi venderanno questo agnello appena nato. Al macellaio portano agnelli e capretti che pesano almeno 15, 20 kg. A parte le implicazioni emotive, la carne di un agnellino sarà sì tenera, ma le caratteristiche organolettiche migliorano con il tempo ed allora avremo un buon agnello/agnellone quando questo progressivamente inizia ad integrare la sua dieta a base di latte con erba, pascolando insieme al gregge. Inoltre, animali allevati liberi, al pascolo, si muovono costantemente, sviluppano la fibra muscolare ed accumulano meno grasso di cattiva qualità.

Quindi smettetela di usare foto di agnellini per invocare la lotta contro la "strage pasquale". Chi è convinto di voler mangiare carne, lo farà comunque. Piuttosto battiamoci per un consumo consapevole, pretendiamo di sapere da dove viene la carne che metteremo in forno e poi nel piatto. Che sia il più possibile a chilometri zero (piemontese in Piemonte, sarda in Sardegna, abruzzese in Abruzzo, lombarda in Lombardia…o almeno italiana in Italia!!). Il sogno sarebbe, prima o poi, di riuscire ad avere un marchio che identifichi la carne da animali allevati con il pascolo vagante, ma per arrivare a questo c'è tanto, tantissimo da fare e, soprattutto, dovrebbero essere i pastori a guardare lontano, iniziando a concepire la necessità di associarsi per far sentire la propria voce, ma anche per valorizzare i propri prodotti.

bergna

Ma in Piemonte, c'è la tradizione del consumo di carne ovina? Un tempo sicuramente sì, molto più di oggi. La bergna appartiene alla tradizione dei pastori nomadi, specialmente nella zona del Biellese, Valsesia per poi spostarsi verso la Lombardia. Nella foto dell'amico Marco, uno dei passaggi per ottenere questa carne secca di pecora in un alpeggio valsesiano. Ma quali altri piatti a base di agnello/pecora ci sono in Piemonte? Voi ne conoscete? Ce li potete suggerire? Tutte le ricette sono le benvenute, scrivete qui o lasciatele nei commenti, verranno raccolte insieme al vostro nome ed alla zona di provenienza, serviranno anche nell'ambito del progetto PROPAST.

cosciotto agnello con castagne
(Foto da www.altissimoceto.it)

Cercando ricette piemontesi con la carne ovina, ho trovato in rete questa, che vi propongo per il menù pasquale. La ricetta compare in numerose varianti più o meno simili nella sostanza su diversi siti.
Cosciotto di agnello con castagne
INGREDIENTI: (quantità per 8 persone) un cosciotto di agnello nostrano da circa 2 kg, 500 gr. di castagne piemontesi, un bicchierino di rhum, un bicchierino di Marsala, olio extravergine d’oliva, uno spicchio di aglio, tre carote, una costa di sedano, una cipolla, 150g di lardo a fette non troppo sottili, un rametto di rosmarino
PREPARAZIONE: Sistemiamo il cosciotto in una teglia da forno abbastanza profonda, irroriamolo con un filo d’olio extravergine d’oliva, sale e pepe, il lardo tritato, rosmarino ed aglio tagliato a fettine molto sottili. A fianco della carne disporremo verdure tagliate a pezzi grossolani. Cuociamo il tutto in forno già caldo a 200° per circa un’ora, rivoltandolo di tanto in tanto. Nel frattempo mettiamo a lessare le castagne sbucciate, con un pizzico di sale nell’acqua. Quando saranno morbide, scoliamole e spelliamole con cura. Una parte le uniremo al cosciotto d’agnello, irrorando il tutto con il rhum e infornando per ulteriori 15-20 minuti. Con l’altra parte di castagne prepariamo la salsa: schiacciamole con una forchetta e mettiamole sul fuoco in una padellina in cui avremo sciolto una noce di burro. Uniamo al composto un mestolo di sugo di cottura dell’agnello, un pizzico di sale e il bicchierino di marsala, mescoliamo a fuoco basso, fino ad ottenere una salsa omogenea e compatta. Quando l’agnello sarà cotto, togliamolo dal forno, affettiamo, impiattiamo ben caldo separandolo dalle verdure, e infine versiamo sopra la salsa di castagne.
Serviamo accompagnando con Nebbiolo d’Alba.


(Foto Michele Corti da www.ruralpini.it)

Aspetto altre vostre ricette tradizionali a base di agnello, agnellone, pecora, castrato, capra e capretto. Saranno benvenuti piatti tipici anche da altre parti d'Italia. Perchè non far apprezzare questa carne anche attraverso i gusti di altre regioni dove la tradizione si è mantenuta maggiormente? E perchè non da altre parti del mondo, dove viene cucinata quotidianamente?
Chi andrà ad acquistare agnello per Pasqua ci faccia anche sapere se è riuscito ad avere le informazioni di provenienza dal macellaio di fiducia. Sempre sperando che la fiducia sia ben riposta e che non ci rifili una carne che arriva da chissà dove, spacciandocela per locale.
Un'ultima cosa… Chi ha pregiudizi nel confronti del sapore della carne ovina, sappia che un animale allevato come si deve presenta in modo molto meno evidente quell'odore/gusto a tratti fastidioso. Un salame di pecora ben fatto quasi… "non sa di pecora", come affermò una persona che lo mangiò senza sapere quale fosse la carne. Provare per credere!

E noi cosa mangiamo?

Il gregge continua il suo solito cammino nella pianura, mentre le pecore degli agnelli sono al "sicuro" nei prati di collina. Di mais nelle stoppie ce n’è, il pastore deve fare attenzione che non ne mangino troppo, perchè l’indigestione potrebbe essere fatale. Però ultimamente c’è stato qualcosa di diverso.

Capita di vedere animali del gregge che stanno male di colpo. Anche altri pastori affermano di avere dei problemi e si dice addirittura che un "piccolo" gregge di 400 pecore abbia avuto 60 capi morti, una vera strage. Non può essere solo il mais… Anche perchè i sintomi sono diversi. Sembra un avvelenamento, ma adesso non è primavera, quando magari gli animali bevono in un fosso o mangiano erba sul bordo di un campo coltivato, dove può essere stato messo del diserbante.

Questi animali non stanno male, il loro sguardo è normale, mentre una bestia malata ha lo sguardo fisso a terra, la testa bassa. I contadini dicono che in molti campi sono stati fatti diversi trattamenti al mais contro la piralide (un insetto dannoso)… Che la colpa sia dei prodotti utilizzati? Che resti un residuo anche a lungo termine? Ma quel mais… per cosa è poi stato impiegato? Alimentazione animale, presumibilmente. E poi allora noi cosa mangiamo??

Al mattino tutto il gregge attende di mettersi in cammino. Anche gli asini. E’ un’altra giornata uggiosa, la speranza è quella che non piova, ma comunque le temperature restano abbastanza miti, e di quello non si lamenta nessuno. Qua e là c’è qualche pecora che ha partorito, bisogna cercarle per caricarle sul trailer e spostarle in collina.

A volte i pastori ricorrono a qualche stratagemma. Questa pecora ad esempio ha partorito due "scriccioli", due agnellini piccoli e gracilini. Perchè non provare a farle adottare un gemello di un’altra pecora, più grosso e più ardito? Il pastore lo sfrega addosso ai due, di modo che prenda l’odore che la pecora potrà riconoscere, poi prova a farglielo annusare. Sembra che la cosa funzioni… I due piccoli finiranno in cascina, allevati con il biberon.

In collina, le pecore sono in attesa nel recinto. Questo è grosso, formato da nove reti, c’era di che pascolare ancora, ma loro sono impazienti, protestano per il ritardo del pastore, belano nervose. Prima di lasciarle andare al pascolo, bisogna però controllare gli agnelli, fare una puntura a quelli con la dissenteria.

Da queste parti il gregge era passato in tutt’altra stagione, lo scorso anno. Ve lo ricordate, il prato con gli animali finti usati come tiro al bersaglio? In un giorno si era passati di lì e si era arrivati fin dove eravamo la scorsa settimana. Altra erba, ma soprattutto altri numeri nel gregge!

Quando finalmente si possono aprire le reti, gli animali si lanciano di corsa verso il nuovo pascolo. Non si fermano subito appena trovano l’erba, ma vanno avanti attraversando tutto il prato, poi tornano indietro. Ci vuole qualche tempo prima che si tranquillizzino ed inizino a pascolare a testa bassa, diminuendo il volume dei belati.

E’ strano vedere questo prato fiorito di margheritine bianche, quando tutto intorno gli alberi hanno i colori dell’autunno. Il pastore cattura gli agnelli per ripassare le marche colorate. Tra qualche giorno magari sposterà i più grandi e li riporterà nel gregge grosso: in quell’occasione bisognerà fare attenzione a trovare le pecore con i loro agnelli, senza fare confusione e lasciare qualche piccolo senza la madre. I colori però sbiadiscono, quindi è necessario rinverdirli. Certi agnelli però sono talmente vispi che è quasi impossibile prenderli.

Non tutte le pecore sono miti: questa "cuccia" (così in alcune parti del Piemonte vengono chiamate le pecore con le orecchie corte, la cosiddetta "razza taccola") mi viene incontro con lo sguardo feroce. Non ce l’ha con me, ma con il cane che mi sta al fianco. Certe pecore arrivano anche ad aggredire il cane, correndo a testa bassa contro di lui.

E’ da un po’ che non vengono riportati indietro gli agnelli, ce n’è una nuvola saltellante che ogni tanto fa ammattire il pastore con le sue corse ed i giochi. "Adesso sono così belli, spiacerebbe portarli in là e poi magari le madri mangiano qualche veleno…".

Intanto le pecore decidono di cambiare dieta: alcune vanno nel bosco a pascolare edera, altre si spostano sul bordo del prato ed attaccano con gusto le foglie dure e taglienti delle canne. Vai a sapere perchè queste sì e certi ciuffi d’erba più duretti nel prato invece no… Anche gli animali hanno i loro gusti e non tutta l’erba è uguale!

La sera ormai arriva presto, il pastore ha preparato un grosso recinto in cui gli animali potranno ancora pascolare prima di sedersi per riposare… ed anche il mattino successivo, caso mai lui fosse in ritardo. Le giornate sono sempre più corte e, anche se le temperature fortunatamente restano gradevoli, l’inverno si sta avvicinando.

Tra nebbia e sole

Il pascolo vagante autunnale prosegue, giorno dopo giorno, con i suoi ritmi. Il cammino del gregge non è mai troppo rapido, ma l’attività degli uomini comunque non si ferma mai.

All’alba, tra le brume nebbiose, gli animali si alzano in piedi, stiracchiandosi. Bisogna cercare i neonati in mezzo al gregge, sempre nella speranza che le madri li abbiano vicino a loro e che non ci sia qualche gemello disperso qua e là.

Il sole arriva lentamente, facendosi largo tra le nebbie. I pastori osservano preoccupati gli animali, sembra che ce ne siano di "rigidi", bestie che camminano a fatica o che se ne stanno immobili, a testa bassa e con lo sguardo fisso. "Non sanno regolarsi, mangiano mais fino a scoppiare, e non è solo un modo di dire!". Come sempre, vale la legge che corre meno rischi il pastore che tiene a stecchetto il suo gregge, rispetto a quello che resta al pascolo fino a notte pur di avere le pecore "piene".

Nemmeno gli asini sono indenni da questo rischio, lo scorso anno era morto lo stallone, proprio la sera di Capodanno, a causa di un’indigestione da mais. Adesso fortunatamente invece stanno tutti bene e queste due femmine si grattano l’una con l’altra, liberando il pelo dai semi spinosi che vi sono rimasti impigliati.

Il gregge degli agnelli, in collina, è avvolto dalle nebbie ancora più dense. Nonostante ci sia ancora erba nel recinto, accolgono il pastore con un coro di belati: vogliono uscire al pascolo, avere erba fresca per iniziare la giornata.

Una volta aperte le reti, si lanciano su per la collina, inseguite dagli agnelli che corrono come matti. Qualcuno resta indietro e le madri tornano a chiamarli: "E’ sempre più difficile spostarli, i piccoli corrono da tutte le parti e non riesci a dominarli nemmeno con il cane."

Anche se il sole inizia a filtrare tra le nebbie, l’umidità avvolge ancora ogni cosa e le ragnatele paiono collane di perle luccicanti. E bello, l’autunno, se non fosse che presto si inizierà ogni giorno a guardare con timore le previsioni del tempo, con la paura che indichino neve. C’è già chi dice (perchè poi non si sa) che anche quest’anno cadrà la prima neve in pianura a fine novembre, come accadde nel 2008.

Adesso invece, per fortuna, il sole ha la meglio sulla nebbia ed un clima tiepido avvolge il gregge. Mentre le madri continuano a pascolare, gli agnelli si godono il tepore. "Adesso sono tranquilli, vedrai dopo che dobbiamo spostarli!". Tanto per cominciare, si porta avanti la macchina e le reti, poi ci sarà da ridere.

Con molta fatica, si riesce ad avviare il gregge giù per la collina, poi c’è da attraversare un terreno arato per raggiungere nuovi pascoli. Gli agnelli vanno da tutte le parti, girano in tondo attorno alle madri, tornano indietro, saltano… ma alla fine si riesce ad arrivare a destinazione.

Se un agnello resta indietro da solo, è praticamente impossibile pensare di farlo camminare fino a raggiungere il gregge. Terrorizzato e confuso, scapperebbe e… di sicuro la direzione scelta non sarebbe quella giusta! Bisogna allora imitare il verso della pecora, per chiamarlo, e poi cercare di catturarlo e portarlo in braccio fino a dove ci sono gli altri suoi compagni.

Anche in questo gregge c’è un guardiano… Non per il lupo, questa volta, ma per i lupi a 2 gambe. Non si sa mai, ci potrebbe anche essere chi si fa venire certe idee… Un agnello per la cena di Natale… Ma non bisogna farsi ingannare dall’apparente aspetto bonario del cane! Ogni intruso, lupo o ladro, volpe o semplice curioso, se la vedrebbe brutta.

Mentre le madri pascolano nei nuovi prati dove sono state condotte, gli agnelli si lanciano a correre, come avete già visto qui nei video. La foto ha colto le orecchie al vento dei piccoli ballerini… ma vederli dal vivo è tutta un’altra cosa. "Ridi, ridi, ma prima che ti sono scappate da tutte le parti non scattavi foto e nemmeno ridevi!". Gentile a ricordarmelo, il pastore…

Riflessioni sulla pastorizia nomade

L’altro giorno, leggendo questo post, un lettore rifletteva sulla pastorizia nomade destinata a scomparire. Il lettore così diceva: "è triste dirlo ma il lavoro dei pastori vaganti è un mestiere, un modo di vivere, destinato a sparire, come per chi faceva l’ombrellaio o l’arrotino. Non dico sia giusto intendiamoci, ma questo è l’andazzo… Ci si può opporre, per quanto possibile, al consumo sfrenato di territorio, ma il fenomeno della pastorizia è incompatibile con il modello di sviluppo attuale ed avrà sempre meno spazio, fino a scomparire." Voi cosa ne dite? So che, tra i lettori di questo blog, ci sono tanti che, per mestiere e/o passione ed hobby, allevano animali (non solo pecore). Come vedete la vostra attività oggi, in questi giorni di crisi globale?

Ormai da quasi due anni vi parlo di pastorizia nomade dalle pagine di questo blog. Quelle greggi in continuo movimento… fino a quando? Non a caso, per il mio libro, che ha dato il via al mio cammino a fianco del gregge, avevo scelto il titolo: "Dove vai pastore?". Il significato era duplice: la prima è la domanda che la gente fa vedendo passare il pastore con le sue pecore. Ma il senso "nascosto" era proprio l’argomento di questo post: dove potrai ancora andare, pastore? C’è un futuro per te, per il tuo mestiere? Quante volte ho scritto di problemi, leggi più o meno assurde, burocrazia… Certo, anche soddisfazioni e grande passione, ma non si vive solo di quello.

Per poter tornare qui in estate, bisogna però poter "vivere" tutto il resto dell’anno. E sembra essere sempre più complicato. Lo sanno, quelli che si riempiono la bocca di "ruolo fondamentale della pastorizia nella manutenzione del territorio alpino"? Cosa fanno per far sì che le pecore possano ritornare? In Piemonte la legge sul pascolo vagante è cambiata: non più il libretto di pascolo vagante che il pastore doveva portare 15 giorni prima nei Comuni per farlo timbrare, ma un documento da compilare ad inizio stagione (cioè alla discesa dall’alpeggio in autunno), con l’elenco dei comuni attraversati. Bisogna indicare i giorni esatti, se si pascola su terreno privato, demaniale o se si transita solamente. Facile quindi essere SEMPRE fuorilegge e quindi perseguibile.

Sono solo i lettori di questo blog a capire cosa vuol dire "pascolo vagante"? Chi ha fatto la legge? C’era qualche rappresentante delle organizzazioni di categoria? E, se c’era, sapeva cosa stava facendo? Cosa credevano, che il problema fosse solo "fisico", cioè lo spostamento del pastore dal gregge all’ufficio comunale? Il problema erano i 15 giorni prima, visto che non puoi sapere con esattezza ciò che fai (essendo dipendente dal tempo, dal clima, dagli animali, dal foraggio a disposizione…). Adesso invece devi prevedere quel che farai a distanza di mesi. Assurdo, impossibile, ridicolo… se non fosse poi che, a ridere, sono quelli che "scrivono", quelli "con la divisa". E poi, cosa deve pensare il pastore, quando sente il capo dei servizi veterinari dell’Asl da cui dipende il suo gregge che gli dice: "E’ ora di cambiare mestiere, voi pastori dovete sparire."

Perchè ci sono così tanti Comuni che hanno delle ordinanze di "divieto di pascolo vagante"? Perchè questo è scritto già sotto i cartelli di entrata nel Comune? Perchè, come si ragionava anche con Stefano ultimamente qui, ci sono anche "pastori" che proprio santi non sono. E’ difficile essere al 100% in regola, facendo questa attività, ma poi ci sono greggi che sembrano non conoscere nessuna legge: quelle dello Stato, quelle della parola data. Qui un articolo dove si parla di uno di questi personaggi, salito all’onore delle cronache qualche tempo fa. Come pensate che siano finite le cose? La logica direbbe che adesso non abbia più animali, invece le vacche gli sono state restituite ed ha ancora anche un gregge che gira qua e là, estate ed inverno, causando danni alle coltivazioni, con animali in pessimo stato. Perchè quelli che "non hanno niente da perdere" e danneggiano i veri pastori alla fine se la cavano e continuano imperterriti? Invece gli altri meditano persino di appendere la canna (il bastone) al chiodo? E’ anche per "difendersi" da questi personaggi che i Comuni mettono i divieti, e le conseguenze le pagano tutti, anche quei pastori che avrebbero regolari accordi con i contadini per pascolare i prati.

Ci sono poi gli intolleranti per principio, quelli che si fanno un vanto di abitare in campagna, ma poi telefonano in Comune o ai Carabinieri perchè il gregge ha sporcato la strada, ha brucato due rametti della siepe che sporge sulla strada, due foglie delle rose o dei gerani piantati al di fuori della cancellata. Piuttosto che sentire tutti gli anni queste lamentele, risolviamo tutto con una bella ordinanza, e così abbiamo salvato la faccia con gli elettori. Giusto, no?

C’è poi quello che ha fatto un po’ più di strada del pastore: è un margaro, in passato ha fatto la vita di quelli che affittavano tutti gli anni una cascina diversa, senza altre proprietà che non le vacche. A quei tempi si viveva nella stalla o in una stanza buia, fredda, fumosa… Oggi quell’uomo ha fatto "carriera", ha la sua cascina ed anche della terra. Quando il pastore arriva a pascolare le due foglioline d’erba di questo durissimo inverno (la foto sopra è del 2007, quando c’era già poco, ma almeno era un po’ più verde), interviene con rabbia e, oltre a minacciare fisicamente il pastore, chiama Vigili, Carabinieri e sporge denuncia. Danno? Nessuno, piuttosto c’è il vantaggio della concimazione. Ma oggi, si sa, siamo tutti avidi, egoisti, gelosi… "E dire che potevamo andare d’accordo, gli davo due soldi ed un agnello da mangiare…"

E il territorio si consuma, sparisce inghiottito dalle draghe: nascono fabbriche, centri commerciali, parcheggi, strade, svincoli… Ma anche coltivazioni intensive, dove il terreno non viene più lasciato riposare, e quindi per te e per le tue pecore non c’è più spazio. Dove andrai, pastore? Qual è il tuo futuro? Quei lembi di territorio che restano "incontaminati" se li contendono gli ambientalisti, ed allora vietano l’ingresso alle pecore, che per loro sono la stessa cosa delle draghe e della cementificazione.

Le pecore bisogna alimentarle senza più andare al pascolo? Questa è una soluzione temporanea (e molto dispendiosa) per questo lungo inverno, l’alternativa sono le stalle, il fieno ed altri alimenti conservati. Con il valore che ha oggi la carne di agnello, meglio cambiare mestiere, davvero. In fondo, chi è che rimpiangerà i pastori vaganti? Solo quei sognatori romantici che pensano che sia meglio una forma di allevamento "naturale", quelli che godono della vista del gregge in transumanza, quelli che credono che sia importante che esista ancora un’antica professione, una delle più vecchie del mondo. Bisogna essere moderni, oggi! Ma certo… avete infatti visto a cosa ci ha portato tutta la corsa alla modernità, no?

Tempo di ripartire?

C’è chi sta ripartendo in questi giorni, chi è riuscito quasi a non fermarsi, se si esclude quei giorni in cui ha fatto portare delle rotoballe di fieno, e chi invece resta ancora lì ad aspettare che il territorio sia pronto ad accogliere il gregge.

Si va a vedere com’è la situazione in collina, ma la gran parte dei pascoli è ancora impraticabile: nelle zone meno esposte, sul fondo delle vallette, nei versanti più freddi di neve ce n’è ancora tanta… Per non parlare poi di alcune zone di pianura, dove prati, campi e stoppie alternano uno spesso strato di neve fradicia e laghi incredibili di acqua, che talvolta interrompono persino alcune strade secondarie.

Anche laddove la neve si è già sciolta, l’apparenza inganna: i pascoli sono magrissimi ("Non ci sarebbe stata erba anche se non avesse nevicato…") e sarebbe impossibile anche solo attraversarli, a causa del tipo di terreno. Quello che sembra un solido pendio, in realtà è un rischio per chiunque voglia provare ad entrarci. Nemmeno i contadini si arrischiano a fare i lavori con i trattori, per la paura di rimanere invischiati nel fango.

Qua e là ci sono stati dei cedimenti e le frane hanno divelto i vigneti, hanno interrotto le strade, messo in pericolo le case, fatto crollare antichi muri di contenimento. "Se adesso smette di piovere, tempo che asciuga tutta quell’acqua che c’è, è ora di lasciare i prati e scendere verso i fiumi in pianura, quest’anno."

Altrove la collina è impraticabile pure per altri motivi: anche se non ci fosse più neve, le pecore sono sgradite intorno al Santuario di Castelnuovo Don Bosco. Infatti, accanto ai cartelli di proprietà privata e divieto di accesso, c’è un piccolo "Divieto di Pascolo". Qui si preferisce fare la manutenzione del vasto prato con decespugliatori e trattorini, non con un bel gregge…

E il gregge allora attende paziente laddove il pastore ha deciso di fermarlo: si abbevera direttamente al fiume, riposa nel boschetto di gaggie ed aspetta di essere chiamato in "mensa". Le pecore sanno che il pastore provvederà a loro, anche quando la natura decide di fare un inverno come quelli di una volta.

Continua così l’alimentazione a base di unifeed, mentre si rincorrono le voci su questo che è ripartito da tre giorni, l’altro che pascola nei prati verdi di zone in cui il terreno è meno infido di quello di collina e l’altro ancora che invece è piantato nella neve che sta sciogliendo. Prima erano tutti allo stesso piano, oggi invece ciascuno paga le conseguenze del suo tradizionale territorio di pascolo.

Un lungo difficile inverno

L’inverno è sempre stato la stagione più difficile per i pastori. Questo in particolare, ormai lo sappiamo, è particolarmente duro: c’era lo strascico di una prima parte di autunno freddo e secco, poi la pioggia è arrivata abbondante (fin troppo abbondante!!), quando ormai non serviva più per far crescere l’erba, ma solo per impedirti di andare a pascolare quella poca che c’era… I prati infatti erano diventati dei laghi fangosi. E poi è arrivato altro freddo, la galaverna, il terreno duro come marmo, su cui si è posata, abbondante, la neve.

Adesso, in alcuni punti la campagna è già quasi sgombra da neve, specialmente in certe aree a ridosso delle montagne, dove la nebbia arriva di meno ed il sole scalda di più. Altrove, soprattutto verso le colline del Monferrato, la coltre nevosa è ancora spessa. In certe giornate di sole però c’è già qualche accenno di disgelo e… questo può essere anche peggio!

Dove le pecore hanno sostato, dormito e mangiato nei giorni precedenti, in quella giornata di sole abbastanza caldo inizia a formarsi un pantano, che poi si trasforma in un lago melmoso. Il terreno alterna chiazze ancora gelate, scivolose, a pozze viscide in cui lo scarpone viene interamente risucchiato, per riemergere striato di fango rosso e melma scura. "E’ fin meglio il ghiaccio e la neve dura… Quando nevica, i problemi vanno avanti a lungo: prima perchè copre tutto e non puoi pascolare. Poi, quando scioglie, perchè non sai più dove andare e non riesci nemmeno a dare giù il fieno! E gli agnelli? Guarda che roba…".

Quella è una terra infame: rossa, argillosa, va bene a fare mattoni. Le pecore sprofondano e riemergono con i piedi striati di rosso scuro. "Devo andarmene, devo andarmene di qui!", continua a ripetere Fulvio, mentre qua e là una pecora, una capra, si appartano per partorire. "Ma come faccio a muovermi, con tutti questi agnelli e capretti? Ne sto portando un po’ in stalla da un amico qui vicino, ma… Lì in mezzo, adesso non si vedono, ma di agnelli ce ne sono tantissimi."

Molti dei parti sono gemellari e le pecore talvolta non sono molto intenzionate a prendersi cura dei loro piccoli. "In questi momenti difficili, se una bestia che partorisce magari è già un po’ più debole, li abbandona. Sa che allattarli sarebbe troppo duro per lei, quindi non potrebbero sopravvivere. Per salvarsi lei, li abbandona." E allora intervengono gli uomini, a far succhiare gli agnellini. Questa pecora poi verrà portata in stalla, dall’amico del pastore.

E’ la stagione del parto per le capre, i piccoli diavoletti belano con forza quando i pastori li prendono e li portano in un recinto dove è stata messa della paglia e del fieno perchè non siano a contatto con il terreno gelato, con la neve, il fango. Il pastore impreca: giorni difficili e le difficoltà continuano a sommarsi, ad aggiungersi. "Domani volevo spostarmi, avevo comprato del fieno e della melia, ma adesso sembra che ci sia un nuovo problema…".

Per quella sera, ci sono ancora tre rotoballe di fieno da distribuire al gregge. Che fatica, farle rotolare tra la neve fradicia e gli spuntoni del mais! "Pensavo di dargliele di là, ma è tutto un lago d’acqua… Ne sprecheranno, perchè poi lo pestano con i piedi sporchi e dopo non lo mangiano più." Le pecore osservano, in attesa che il pastore apra la rete e le lasci venire a mangiare il fieno. La loro dieta in questi giorni è mais al mattino, poi fieno in tarda mattinata e prima di sera.

Gli uomini srotolano il fieno sulla neve: ha un profumo intenso, buono, ed un bel colore verde. Sicuramente piacerà alle pecore! "Domani dovevo andare in là verso le colline… Ma adesso quelli da cui ho comprato la melia fanno storie! Sono due fratelli anziani, hanno del mais ancora in piedi, che non è stato tagliato, e delle rotoballe fuori nei campi, che non hanno ritirato. Abbiamo fatto il contratto scritto ed ho pagato anche 500 euro di acconto! C’è qualcuno dietro che li sta montando, dicono di chiedere di più perchè io, pastore, sono alle strette perchè c’è la neve, quindi spenderò tutto quello che mi chiedono perchè sono in difficoltà… Ma non credano poi che sia così! Dopo vado a parlare, però è la terza volta che mi fanno correre, adesso basta!"

Il tramonto scende sul gregge ed il pastore studia la strategia per risolvere la questione. "Se mi chiedono di più, mi faccio ridare i soldi e che si tengano il loro fieno, il loro mais!". L’amico lo consiglia, discutono, commentano i prezzi reali. "Per quello che gli hai offerto, è come se pagassi anche il lavoro della trebbiatura!" "E il fieno… Bisogna poi vedere com’è, perchè, se è tutto marcio, ammuffito, io non glielo pago, lo uso solo come lettiera. D’altra parte siamo rimasti intesi così!". E allora si parte, lasciando il gregge intento a mangiare il fieno. Si va nella notte tra le strade di campagna, poi si raggiunge un paese e ci si ferma in una cascina.

Qui abita il contadino che ha fatto da mediatore: si entra in casa ed inizia una lunga discussione, prima di partire alla volta della casa dei due fratelli. "Lascia poi parlare me, tu non dire niente!". Là, nella campagna buia, si fa un salto indietro di molti anni, in quella stalla dove i due fratelli stanno accudendo le vacche. Troppa poca luce per fare delle foto, mentre la discussione si accende e prosegue per lungo tempo. L’oggetto del contendere è il prezzo, stabilito in lire o in euro? Non ci si chiarisce… Nonostante il contratto scritto, adesso dicono che il prezzo fissato è troppo basso e non paga nemmeno il costo della semente del mais. "Tanto non l’avete venduto fino ad ora, se non lo pascolo io con le pecore, resterà lì e cadrà a terra, così non prenderete nemmeno quei soldi!". E la contrattazione va avanti a lungo, nella notte, ed il pastore non sa ancora quel che farà il giorno dopo, se si metterà in cammino per arrivare lì o se dovrà chiamare qualcuno affinchè gli porti ancora altro fieno.

Dieta del pascolo non vagante

In questi giorni difficili, con le previsioni che parlano di altra neve in arrivo fin a bassa quota, i pastori confinuano a tener ferme le loro greggi, alimentandole con foraggi conservati, in mancanza di quello fresco. Spese e fatica, fatica e spese… Ma cosa stanno mangiando, le pecore?

Giovanni al mattino prepara del fieno, distribuito per terra a mucchi sparsi qua e là. Mentre le pecore lo mangiano avidamente, scarica il trinciato di mais nei bidoni, che poi verranno trascinati fino al loro posto, di modo che gli animali non si ammucchino e rendano troppo fangosa solo l’area centrale di questo punto di sosta forzata.

Questo alimento fermentato, dall’odore intenso, non attira le pecore più di tanto. "Subito non lo mangiano molto, ma poi fanno l’abitudine… Con le vacche è lo stesso." Gli animali sembrano svogliati, mentre si aggirano tra i bidoni colmi.

Alla fine qualche agnello va persino a dormirci dentro, scegliendo quel posto più asciutto rispetto al terreno gelato che sta trasformandosi in un pantano viscido. Speriamo che si possa tornare presto al pascolo… ma le previsioni dicono che nevicherà ancora, molto presto. Speriamo si sbaglino. Speriamo che, in pianura, si tratti solo di pioggia.

Cosa vuol dire fermare le pecore

Fermare le pecore… Potrebbe non essere un concetto chiaro, per il lettore occasionale o per chi non segua queste tematiche da lungo tempo. Questo blog si chiama "Storie di pascolo vagante" e, pertanto, in questi giorni potrei decidere di sospenderlo a tempo indeterminato. In questo momento, il pascolo vagante non esiste più. Posso chiamare qualunque pastore, la risposta sarebbe sempre: "Siamo fermi", "Le abbiamo fermate". Il pascolo è vagante per la necessità di spostarsi e reperire sempre nuovo foraggio. Adesso il foraggio non c’è in nessun posto, tutta la campagna, la pianura, le colline sono in una morsa di ghiaccio e neve gelata. In certi punti lo spessore è maggiore, in altri minore, ma comunque vi è una crosta tale che gli animali non possono raggiungere l’eventuale erba o qualunque altro alimento.

Certi pastori nutrono così il loro gregge, altri ricorrono a fieno o altri alimenti di soccorso. Il problema è che… chissà fino a quando! Un conto è quella settimana, due… un altro è pensare al fatto che l’inverno è ancora lungo e, già anche prima di questa nevicata, si sapeva che l’erba era scarsa, infatti si cercava di ritardare l’arrivo in collina, sui magri prati che c’erano da quelle parti. Ma cosa vuol dire preparare quei bidoni che vedete nell’immagine? Sono pieni di unifeed, un alimento completo e macinato che viene anche dato alle vacche: mais, fieno ed altro… un misto di fibra, carboidrati e tutto ciò che serve per il pasto quotidiano delle pecore. Quei bidoni sono una spesa in termini di costo, tempo e fatica.

Una volta riempiti (a mano), il gregge può finalmente essere portato lì per sfamarsi. Con quel tipo di alimentazione, non c’è bisogno di mangiare da mattina a sera, come accade sul pascolo. Ma il pastore è ugualmente impegnato! Preparare il carro miscelatore con tutti gli ingredienti… magari anche doverseli procurare, se non li aveva messi da parte in vista di questa evenienza! Poi trasferire tutto su di un rimorchio, arrivare lì con il trattore e…

Anche scaricare il tutto è fatica. Lentamente, bidone dopo bidone, giorno dopo giorno, in attesa della primavera. Quest’inverno probabilmente farà cambiare attività a qualche pastore vagante con una dose di passione non sufficiente a superare le difficoltà… Ma anche con pochi mezzi e attrezzature! Per terra è tutta una crosta gelata e, nonostante il sole, la neve non accenna a sciogliere. Se il pascolo vagante a volte permette di risparmiare, quando trovi un prato o una stoppia da pascolare senza dover pagare… qui tutto costa: le attrezzature, il foraggio, il gasolio.

Per fortuna a qualcuno è successo di fermare il gregge non così lontano da casa, così il momento difficile può trasformarsi anche in un piacevole diversivo, con la famiglia che, per una volta, può venire in visita per un’ora. Si divertono, i bambini… Bidone dopo bidone, il lavoro di giornata va avanti, mentre il sole si avvia a tramontare e le pecore attendono impazienti nella rete.

Quando finalmente tutti i bidoni sono colmi, un pastore rientra in cascina a preparare di nuovo il carro miscelatore per il giorno successivo, l’altro resta a controllare il pasto del gregge e le altre incombenze. "Dovremmo portar fuori anche della paglia, da spargerla in una zona del recinto, così che possano mettersi giù senza essere nella neve, sul ghiaccio.". E così ci sarà anche quel lavoro da fare, alla sera. "Dove sono, tutti quelli che avevano tanta voglia di cambiar vita e fare i pastori?". Come tutti i lavori, ci sono i momenti belli e quelli difficili, solo che bisogna viverli davvero per rendersene conto!

Informarsi e poi esprimere le proprie opinioni

Speravo, ieri, di ricevere più commenti al post. Invece siete timidi e vi siete limitati a leggere (insomma, con 410 visite giornaliere al blog, 6 commenti sono pochini, eh?). Così mi accingo quasi da sola a trattare un argomento piuttosto delicato, cioè la festa Islamica del Sacrificio, che quest’anno cadeva l’8 dicembre. Non è che, improvvisamente, io abbia deciso di dedicarmi alla religione. Ci sono siti che lo fanno con la dovuta preparazione e competenza: ne parlo perchè questo argomento è strettamente collegato al pascolo vagante. Chiedo scusa fin da ora se commetterò qualche errore ed imprecisione, che vi prego di segnalarmi.

Una buona fetta degli introiti dei pastori vaganti è legata proprio alla vendita dei montoni in occasione di questa festività. Devono essere maschi, di età superiore ai sei mesi, in buona salute, non castrati, senza segni esteriori che siano sintomo di qualche "difetto" (la coda tagliata, un bubbone gonfio dovuto alla morsicatura di un cane, qualcuno non vuole nemmeno i maschi di razza Tacola, con le orecchie corte). In questo articolo si legge: "La seconda (festa della religione islamica) ricorre durante il tempo del pellegrinaggio annuale alla Mecca, due mesi e dieci giorni dopo la fine di Ramadan. Dura una settimana e il suo punto culminante è la festa conosciuta come Eid ul-Adha, festa del Sacrificio (o del "legamento" di Ismaele). (…)Abramo è una figura molto venerata fra i Musulmani, così come fra i Giudei e i Cristiani. Egli è considerato il patriarca del monoteismo. Sviluppando i testi della Bibbia in un modo che si assomiglia al midrash ebraico, i musulmani raccontano che Agar, dopo essere stata lasciata da Abramo lontano dalla moglie Sara (cfr Genesi, cap. 21), era preoccupata di trovare cibo per il suo figlio Ismaele, e si aggirava per il desero in cerca di cibo e acqua per il suo figlio. In risposta alle sue preghiere, una sorgente zampillò proprio ai piedi di Ismaele. Continuando a cercare cibo, era salita in cima a una collina vicina per vedere se qualche carovana passava per quei luoghi. Fortunatamente, alcuni commercianti si fermarono nella valle e chiesero ad Agar di poter dissetare i propri cammelli. Essi poi decisero di stabilizzarsi nella valle, e il loro insediamento crebbe con il tempo fino a diventare la città della Mecca. Abramo tornava di tanto in tanto a visitare Agar e Ismaele, e quando il ragazzo ebbe tredici anni, costruì la Ka’ba, un costruzione a forma di cubo, come luogo dedicato al culto dell’unico Dio. Per commemorare le prove superate da Abramo e dalla sua famiglia presso questa località, i musulmani partecipano, almeno una volta in vita, al pellegrinaggio annuale alla Mecca. Queste prove di Abramo includono la disponibilità del patriarca ad offrire il suo figlio a Dio. Trattandosi di un racconto di tipo "eziologico" (che intende dare senso alla situazione presente del popolo), per i musulmani il figlio in questione è ovviamente non Isacco, come nella bibbia ebraica, ma Ismaele.(…) In seguito, nel primo giorno ufficiale dell’Hajj (8 del mese di Dhul-Hijjah), i pellegrini si spostano di alcuni kilometri per andare alla valle della città di Mina. Il giorno dopo, da Mina si spostano alla valle di Arafat dove passano la giornata in preghiera. Alla sera, i pellegrini si muovono verso Muzdalifa, un luogo tra Mina e Arafat, dove passano la notte in veglia. Il giorno dieci ritornano a Mina, e durante lo spostamento compiono il rito di lanciare sette sassi contro un pilastro che rappresenta il diavolo. Questo gesto ricorda il racconto (sempre di tipo midrashico) secondo cui Abramo lanciò delle pietre contro il diavolo che tentava di dissuaderlo dall’obbedire a Dio. Giunge quindi il momento di offrire un’animale (in genere una pecora, ma alla Mecca anche un altro animale, e secondo procedure oggi aggiornate alle tecniche moderne). Con questo sacrificio i fedeli si immedesimano nella storia del patriarca Abramo che sacrificò un montone in sostituzione di suo figlio (Ismaele). La carne del sacrificio viene distribuita in tre parti, alla famiglia, agli amici, e ai poveri della comunità. Dopo il sacrificio, i pellegrini ritornano alla Mecca per concludere i riti formali del Hajj, compiendo la processione finale del tawaf e del sa’i. (…) Chi non partecipa al pellegrinaggio, si unisce ai riti della Mecca celebrando a casa la festa di Eid ul-Adha, o Festa del Sacrificio (lett. Festa del Legamento, ricordando il figlio di Abramo legato prima del sacrifico). Tutti i musulmani sparsi per il mondo, indossano il giorno i loro abiti di festa e partecipano ad una riunione speciale di preghiera al mattino. Fa seguito un breve discorso, dopo il quale tutti si alzano per abbracciarsi e farsi gli auguri reciprocamente con il saluto tradizionale "Eid Mubarak", che significa "Festa benedetta" o "Benedizioni di festa". Poi, si svolgono le visite alle case degli amici e i pasti comuni, con doni di regali e dolci ai bambini."

Se non vi fosse una così grande richiesta di carne ovina da parte degli immigrati di fede mussulmana, credete che ci sarebbero greggi così imponenti, nel Nord Italia dove la tradizione della carne ovina è legata principalmente alla sola Pasqua e Natale? Un tempo se ne mangiava di più, ma oggi i nostri gusti si sono spostati su altri generi animali. Meriterebbe una rivalutazione… ma questo è un altro discorso. Veniamo alla macellazione. L’articolo che ho citato ieri (su La Zampa) punta il dito su come questa viene effettuata durante tale festa (e, in generale, nella tradizione islamica, perchè comunque la macellazione halal segue sempre questa procedura). Mi sono documentata più che potevo anche su questo aspetto, così vi riporto quanto scritto in merito su Wikipedia: "Alcune culture, come l’Islam e l’Ebraismo, prescrivono che gli animali siano macellati senza preventivo stordimento. In Italia questo tipo di macellazione è stato per la prima volta autorizzato con il decreto ministeriale congiunto (Sanità e Interni) dell’ 11/06/1980 e tale deroga è stata confermata da tutti gli atti legislativi successivi in materia. La legge islamica, cioè l’insieme dei precetti del Corano e dei Hadith, prescrivono una serie di regole per la macellazione del bestiame affinché la carne sia considerata commestibile. Per i musulmani tali regole appaiono mutuate dalla tradizione ebraica del cibo Kosher e di fatto coincidono nelle due culture: quanto segue elenca i precetti del Corano, ma vale anche per la religione ebraica.

Condizioni del bestiame prima della macellazione

  1. Tutti gli animali e il bestiame devono essere in salute, senza segni di malattia, non devono essere feriti né sfigurati in alcun modo;
  2. È espressamente proibito picchiare gli animali da macellare o impaurirli: gli animali in attesa della macellazione devono essere trattati dolcemente.
  3. È proibito ferirli o comunque danneggiarli fisicamente in qualunque modo.

Condizioni di uccisione

  1. L’uccisione halal (cioè lecita ) di animali deve essere effettuata in locali, con utensili e personale separati e diversi da quelli impiegati per l’uccisione non Halal;
  2. L’uccisore deve essere un musulmano adulto, sano di mente e a conoscenza di tutti i precetti della religione islamica e sulla macellazione halal;
  3. Gli animali da uccidere devono essere animali halal e devono poter essere mangiati da un musulmano senza commettere peccato;
  4. Gli animali devono essere coscienti al momento dell’uccisione.
  5. L’uccisione deve avvenire recidendo la trachea e l’esofago: i principali vasi sanguigni verranno recisi di conseguenza. La colonna vertebrale non deve invece essere recisa: la testa dell’animale non deve essere staccata durante l’uccisione.
  6. L’uccisione deve essere fatta in una sola volta: il movimento di taglio deve essere continuo e cessa quando il coltello viene sollevato dall’animale. Non è permesso un altro taglio: un secondo atto di uccisione sull’animale ferito rende la carcassa non halal.
  7. Il dissanguamento deve essere spontaneo e completo.
  8. La macellazione deve iniziare solo dopo aver accertato la morte dell’animale.
  9. Gli utensili per l’uccisione e la macellazione halal devono essere usati solo ed esclusivamente per animali leciti.

Stordimento

Lo stordimento degli animali prima della macellazione non è contemplato dai precetti dell’Islam: tuttavia in alcuni Stati islamici (per esempio in Malesia) è permesso, come misura di gentilezza verso gli animali, a condizioni ben precise:

  1. Lo stordimento deve essere temporaneo e non deve provocare danni permanenti.
  2. Lo storditore deve essere musulmano, o deve essere sorvegliato da un musulmano o da una autorità di certificazione Halal.
  3. I dispositivi usati per stordire animali non halal non devono essere usati per stordire animali halal."

A questo punto, alcune mie considerazioni derivate dalle chiacchierate con Mussulmani che si apprestavano a celebrare la Festa. Mi è stato fatto notare che noi Italiani siamo "senza cuore", perchè mangiamo agnellini piccoli, agnelli da latte. "La nostra religione non permette la macellazione di animali che prendono ancora il latte o che stanno allattando." Oltretutto, abbiamo convenuto insieme come la carne degli agnelloni adulti sia qualitativamente migliore, ma quella è una questione di gusti. Mi hanno poi anche spiegato come la tradizione preveda di donare ai meno fortunati una parte della carne (cosa che, peraltro, veniva spiegata anche nell’articolo citato). Per quello che riguarda la modalità di uccisione… cosa c’è di diverso da quanto si faceva nelle nostre campagne? O da quello che fanno gli stessi pastori quando si trovano costretti ad uccidere un animale che, per esempio, ha subito un incidente in montagna? Ora ci si indigna e si utilizza questa "scusa" per fomentare il razzismo contro gli "altri", dimenticandoci che i nostri nonni o magari anche i nostri padri, di qualsiasi religione, facevano la stessa cosa.

Per favore, non ricominciamo qui con le solite polemiche su vegetariani e non, la sede non è questa. Chi riprenderà questi discorsi dimostrerà di non aver capito quello che sto dicendo e, soprattutto, non avrà colto il mio invito a riflettere sulle diversità culturali e sulla mancanza di contatti tra le persone che abitano le stesse terre, pur avendo origini diverse. Io sono contraria a tutti gli integralismi, religiosi come alimentari. Prima di sentenziare, bisogna sempre documentarsi e cercare le fonti dirette, poi uno sceglie come comportarsi… ma non per questo ha il diritto di condannare, soprattutto se non riesce a capire le scelte dell’altro. E con questo, ogni volta che vediamo un grande gregge, pensiamo che è anche frutto della nostra nuova società multietnica, dove "noi" affermiamo che "loro" sono crudeli per come uccidono un montone e "loro" rabbrividiscono al pensiero che "noi" cerchiamo la fettina di vitello.