Abbandono delle montagne, ma c’è chi tornerebbe?

Recentemente ho trovato un dischetto dove avevo salvato le immagini scansite di  foto e diapositive scattate a quelle che avevo definito “pietre che parlano”. Baite, case, borgate abbandonate nelle valli del Piemonte, talvolta soffocate dai boschi, altre schiacciate dalla neve.

Sapatlè (Val Germanasca)

Possono essere antiche strutture di alpeggio non più utilizzate, perchè oggi si usano i pascoli, ma non tutte le baite che erano abitate un tempo da decine di famiglie. Ora vi è un unico allevatore con mandria e/o gregge di grandi dimensioni a pascolare le superfici che un tempo permettevano il sostentamento degli animali posseduti da un intero villaggio…

Grange Serre (dorsale Val Maira/Valle Grana)

Alcune baite sono ancora in piedi, di altre restano i muri, qualche trave, le lose di copertura del tetto sono ormai crollate all’interno. Troppo scomode da utilizzare, ci sono strutture più accoglienti a quote inferiori, dove magari grazie ad una strada è stato possibile intervenire con delle ristrutturazioni ad un costo minore. E poi lassù in alto vengono messi solo gli animali in asciutta, quelli per i quali non è necessario il controllo e la presenza costante dell’uomo. Oppure sono gli alpeggi dei pastori di pecore, quelli ai quali ahimè vengono lasciate le montagne meno ricche, più difficili.

 

Bourcet (Val Chisone)

Ma più in basso? Ci sono veri e propri paesi, borgate, che sono stati completamente abbandonati. D’inverno, nel tardo autunno dopo la caduta delle foglie riesci a vedere meglio quello che c’era, i muretti, i terrazzamenti, le case. Forse alcune di queste costruzioni, immortalate dalla mia macchina fotografica più di dieci anni fa, nel frattempo sono crollate, sotto il peso della neve, le infiltrazioni della pioggia, la forza delle radici e dei rami degli alberi.

Campofei (Valle Grana)

Nelle mie escursioni a caccia di questi luoghi, tra i più suggestivi ed emozionanti ricordo le frazioni abbandonate di Castelmagno: Campofei, Narbona, Cauri, Valliera, dove sembrava che la gente se ne fosse andata temporaneamente per tornare, lasciando nelle case mobili, attrezzi, quaderni scolastici, piatti, fotografie, la legna per accendere la stufa… E invece chi è arrivato poi sono stati i ladri, i vandali, che hanno violato queste abitazioni prima ancora che fosse il tempo a causare crolli e danni. So che in alcune di queste frazioni negli ultimi anni sono iniziati dei progetti di recupero, ma non ho più avuto modo di salire da quelle parti.

Ferriere (Valle Stura)

Il mio villaggio preferito però era Ferriere, uno dei tanti luoghi dove si diceva che vi fossero nove mesi d’inverno… e tre d’inferno. Paese di pastori, di qui si emigrava nella vicina Francia a fare il pastore… I bambini invece catturavano le marmotte e le addestravano a ballare, usavano questo espediente per elemosinare qualche soldo nei paesi oltreconfine. C’è la strada che arriva a Ferriere (quando scioglie la neve e l’accumulo delle valanghe), ma la gran parte delle case stava crollando, quando ci sono stata l’ultima volta.

Rif (Pragelato)

Ci sono case imponenti, le case di quella parte di Occitania tra l’alta Val Chisone e l’alta Val di Susa, con la parte bassa in muratura e quella alta, dove c’era il fienile, in legno. Stanno crollando anche loro, costa metterle a posto, poi ci sono vincoli, burocrazia, e così poco per volta spariscono anche questi gioielli. A volte i proprietari sono emigrati, a volte non sono nemmeno state fatte le divisioni tra gli eredi, altre volte invece si scopre per caso che una persona a cui fare riferimento c’è e sarebbe anche felice di vendere per veder rivivere queste strutture.

Rif (Pragelato)

Anche le stalle erano imponenti. Un lusso, questa volta e questa colonna! Mi ricordo che anni fa mi aveva contattata qualcuno (forse straniero, non ricordo), dicendomi che cercava una casa in posizione panoramica, non raggiungibile dalle strade, ma io non avevo saputo aiutarlo. Adesso forse una possibilità ci sarebbe, chissà che qualcuno non legga questo post e lasci un messaggio? Intanto qualcosa è stato fatto, come il bando dell’Uncem per il recupero delle borgate alpine.

Perchè un film sui pastori

Lunedì abbiamo iniziato a lavorare ad un film sui pastori. Perchè? Ci sono già numerose opere che hanno presentato vari aspetti della pastorizia: in una certa area del Piemonte, oppure su di un pastore in particolare o ancora sulla transumanza. Secondo me però è fondamentale raggiungere un pubblico il più vasto possibile per far capire chi è oggi, nel XXI secolo, in Piemonte, il pastore. Ma è IL pastore o piuttosto tante singole realtà anche molto diverse tra loro? Proprio per questo è importante raccontare le loro storie che, inevitabilmente, vanno a fondersi in un tema comune, quello di un mestiere che è anche un’immensa passione, una scelta di vita e molto altro ancora. Questo film prende il via nell’ambito delle iniziative di divulgazione e valorizzazione del progetto PROPAST, a cui collaboro per conto dell’Università di Torino, Facoltà di Agraria, progetto voluto dall’Assessorato regionale all’Agricoltura.

E così eccoci dal primo pastore scelto. È una “vecchia” conoscenza, Ivan lo abbiamo già incontrato, è uno dei giovani protagonisti del mio futuro libro. Perchè questa scelta? È un giovane, pratica la pastorizia per vocazione e per tradizione famigliare, il suo allevamento è da carne e latte, abita in una valle alpina (la Val Pellice), sale in alpeggio, d’inverno affitta una cascina nella pianura adiacente. Ha un gregge di dimensioni medie che conduce senza aiutanti esterni, il resto della famiglia provvede ai bovini, alla fienagione, alla caseificazione. Insomma, è una delle tante possibili varianti di pastorizia che possiamo incontrare in Piemonte.

Le riprese iniziano immediatamente, Ivan risponde alle domande mentre procede con la mungitura quotidiana. A malincuore sta per cessare quest’attività, adesso arrivano le pecore “in guardia” e queste non sono abituate a passare nel cancello e farsi mungere, così in alpeggio si lavorerà solo più il latte di capra e di vacca. “Smetto sempre il giorno della fiera di Bobbio… Le mungo solo più una volta al giorno e non due, poi salto un giorno, faccio così fin quando asciugano.

Mungere è importante, il latte è quello “stipendio” quotidiano che solo la carne non ti darebbe mai. Della caseificazione si occupa la sorella e, ai formaggi della tradizione, affiancano prodotti “nuovi” per venire incontro ai gusti ed alle esigenze della clientela. Il formaggio di pecora è ricercato, Ivan è soddisfatto di come vanno le cose su questo fronte, e poi c’è il Sarass del fen che sta per ottenere la DOP, ma già oggi non si fatica a venderlo tutto.

La mungitura però è solo la prima delle attività di giornata. Il latte viene filtrato e travasato nella buia, poi verrà la sorella a prenderlo, portandogli intanto lo zaino con il pranzo. Si colgono parole, gesti, suoni, le campanelle, i cani che abbaiano, i richiami lanciati dal pastore, il latte che gorgoglia nell’imbuto. Il sole splende, l’aria è frizzante, ma Ivan parla di quando tocca mungere all’aperto lassù in alpeggio a 2100 metri senza nemmeno una stalla. “Fa così freddo che non senti più le mani. A volte piove e senti l’acqua gelata giù per la schiena…“. Sarà fondamentale far vedere e far capire queste cose: ci sono sì gli aspetti romantici e pittoreschi della pastorizia, ma anche duro lavoro, difficoltà, momenti belli e momenti brutti, impossibile scegliere ed occuparsi solo di ciò che piace. Inoltre gli animali comportano un impegno costante, quotidiano.

Arriva anche Katia ed aiuta Ivan a portar su le capre, che verranno al pascolo con il gregge. Il fondovalle nello sfondo, ma oggi si salirà più in alto per andare in un luogo dove non ci sia da controllare costantemente il gregge ed avere più tempo per rispondere alle domande, dedicarsi all’intervista. Ormai l’erba inizia ad esserci anche in quota, ma il loro alpeggio è così in alto che non verrà raggiunto fino agli inizi di luglio. Prima ci sono i fourest da pascolare.

La pista sterrata viene abbandonata quasi subito, per salire lungo vecchie mulattiere e sentieri lastricati. Il gregge ci precede. Ogni tanto Ivan raccoglie una pietra caduta sul sentiero, sposta un ramo: “Bisogna tenerli puliti, o qui non passi più!“. Forse solo la pastorizia salva e mantiene vivi questi antichi tracciati. Se dovesse venire a mancare questa forma di utilizzazo del territorio, il bosco si riprenderebbe il suo spazio, cancellando ciò che l’uomo aveva faticosamente costruito nel corso di secoli.

Dopo un “lungo” cammino per chi doveva portarsi sulle spalle telecamera, cavalletto ed altri strumenti, eccoci sbucare nei pascoli del fourest. In Val Pellice il fourest è un luogo dove si saliva prima dell’alpeggio a pascolare mentre nel fondovalle già si faceva il fieno. Sono terreni privati, non comunali come gli alpeggi. Qui c’erano case, campi e pascoli. Ma quelli che oggi sono verdi di erba un tempo erano campi terrazzati dove piantare segale, patate ed altro. Quelli che un tempo erano pascoli oggi sono boschi. Ivan ce li mostra, lui non li ha mai visti, ma gli anziani raccontano di un paesaggio molto diverso, con insediamenti abitati tutto l’anno anche a quote abbastanza elevate.

Le case invece stanno crollando, quasi più nessuna ha il tetto integro. Il fourest di Codissart rischia di scomparire per sempre, per fortuna ci sono ancora le pecore e, più in basso, delimitate dai fili, alcune bovine di un altro allevatore. Ivan racconta delle campane, elemento fondamentale nella vita del pastore, che invece danno fastidio anche a chi abita in valle… “Uno si è lamentato perchè era venuto su per scappare dal rumore del traffico di Torino e non ha dormito per colpa delle campane delle pecore. Ma io non le sento nemmeno, tanto sono abituato. Le conosco una ad una dal suono che fanno, identificano un animale, ci aiutano a capire quello che succede anche quando gli animali non li vedi, nella nebbia.

Le pecore ben allargate a pascolare, le montagne lassù, ancora brulle ed innevate. “Ma di neve ce n’è poca, io ho sempre guardato, in tutto l’inverno i draus là non sono mai stati coperti di neve. Vedremo come andrà la stagione…“. Pranziamo seduti su di alcune rocce, poi continua l’intervista, le domande, Ivan parla della sua passione, di come da bambino fosse a volte un peso non essere libero di andare a giocare al pallone come tutti i compagni di scuola, ma poi poco alla volta abbia prevalso quella “malattia” per questo mestiere.

Fondamentale il rapporto con gli animali. Tutti hanno un nome, di tutti si conosce il carattere, il comportamento. Anche doverli vendere dispiace, ma è un aspetto del mestiere. Poi si opera una selezione, spesso più frutto di qualità che non quantità. Si guarda la bellezza, il carattere dell’animale (molto importante durante la mungitura) ed a certi sei così legato che continui a tenerli anche quando sono vecchi e poco produttivi. Magari perchè quella pecora è la prima ad incamminarsi quando le chiami, conducendo così tutte le altre al seguito… Ringraziamo Ivan per la lunga chiacchierata, il materiale raccolto è molto, anche se parlare con la telecamera che filmava ha richiesto più impegno delle chiacchiere a ruota libera del giorno prima, durante la fiera. “Quando andrete via mi verranno in mente cose che avrei voluto dirvi…“. Ma tanto torneremo, quando il gregge sarà in alpeggio ad alta quota.

Accanto alle auto, nel fondovalle, incontriamo il gregge delle pecore degli agnelli. Il colore dominante è il verde, qua e là sui versanti si vedono altri gruppi di animali. Ivan ne prenderà in guardia da allevatori ed appassionati sia locali, sia dai paesi della pianura. Ci sono ancora tante cose da filmare, ad esempio la caseificazione, ma anche le condizioni di vita e lavoro in alpeggio. Ma siamo proprio solo all’inizio… Prossima tappa, Valle Stura (CN).

Allevamento e territorio

Pochi chilometri in linea d’aria, più o meno la stessa quota, eppure paesaggi molto diversi. Chissà se chi semplicemente passa o chi fa una passeggiata si chiede il perchè…

Da una parte prati sempre più abbandonati, con i rovi che avanzano, seguiti dalle gaggie, e l’erba secca che si accumula al suolo, rallentando la fuoriuscita di quella fresca, verde, nuova. In qualche posto qualcuno passa ancora la trincia giusto per “tener pulito”, altrove invece ci si stufa perchè i figli che ne avrebbero le forze fanno altro, lavorano via e nel fine settimana vogliono divertirsi, non faticare sui pendii. Per cosa poi?

Qua e là qualcuno ancora combatte quella lotta contro l’abbandono e magari libera un vecchio ciabot dall’avanzata del bosco. Subito il paesaggio cambia faccia, ma bisogna vedere per quanto durerà. Qua e là qualcuno ha pulito e recuperato per piantare ulivi, ma l’ultimo inverno ha dato un duro colpo e i più lasciano passare le pecore sotto le piante secche e piegate a terra.

Altrove case un tempo abitate forse da chi pensava di fare il ritorno alla natura adesso ritornano davvero allo stato selvaggio, con edera, caprifoglio e rovi ad avvinghiarsi alla recinzione parzialmente crollata. Gli abitanti invece devono essere andati altrove, forse nella più “comoda” città.

Il territorio porta ancora tutti i segni di quando quassù era tutto vivo. Gli anziani ce lo raccontano: là erano vigne, lì campi, e poi prati e prati… Nelle borgate “della montagna” c’erano più capre e anche qualche pecore, più a valle vacche nelle stallette che qua e là si intuiscono ancora dove non è intervenuta la ristrutturazione selvaggia. Erano gli animali a tener vivo il territorio…

Basta vedere cosa succede per l’appunto a pochi chilometri di distanza in linea d’aria, dove i prati ben curati sono già verdi, con una bella erba. Grazie al fatto che vengono pascolati in primavera ed autunno, sfalciati d’estate, concimati, curati. Lì ancora ci sono animali. E il paesaggio è tutt’altra cosa. Per non parlare poi del senso di “vita” che danno pecore, capre, vacche al pascolo, sentire i belati e le campanelle, i muggiti.

Speranza e non sogni

Per il mio futuro libro dedicato ai giovani allevatori sono tornata da una "vecchia conoscenza". Sergio lo conoscete già, l'avete già visto altre volte qui sul blog. Io avevo inserito il suo nome tra i primi, quando ho messo giù un elenco iniziale delle persone da intervistare. Non solo pastore, ma anche tosatore… Infatti la prima volta l'avevo incontrato proprio nella stalla del Pastore, intento a tosare il suo gregge insieme ad altri ragazzi. Adesso però sono tornata a trovarlo mentre era al pascolo.
 

O meglio, stava partendo dalla baita per andare poi ad aprire le pecore e condurle a pascolare. La sua è una storia come molte altre, la vita di chi è nato in una famiglia dove l’allevamento si pratica da generazioni. L’alpeggio utilizato è di proprietà, ma la gran parte dei pascoli viene comunque affittata. “Siamo sempre saliti in questa valle, mi hanno portato all’Infernet che avevo pochi mesi di vita: sono nato a marzo ed ai primi di luglio eravamo su. Fino a quando avevo quattro anni siamo stati là, poi ci siamo spostati qui. Mi dicono che non sapevo ancora camminare e già cercavo di prendere dietro a mio padre quando andava al pascolo con le pecore.
La pastorizia è una tradizione di famiglia, ma Sergio parla anche di "malattia". Una grande passione che però ogni tanto subisce dei momenti di crisi, quelli in cui ci si chiede se la strada imboccata sia effettivamente quella giusta. “I miei hanno insistito perché continuassi a studiare, così ho fatto il Murialdo. Mi piaceva pure, ho imparato a fare qualcosa, può sempre servire… Mi avevano subito chiamato a lavorare, una volta finito, ma io invece ho voluto fare questo, non ero di quell’idea.
 

Il gregge si avvia verso i pascoli, la giornata è eccezionalmente limpida, così come da alcuni giorni a questa parte. “Negli anni scorsi abbiamo preso delle decisioni importanti e, quando sei in ballo, devi andare avanti. Abbiamo fatto una stalla a Pinerolo, sono grosse spese e quando le cose non vanno tanto bene diventa davvero difficile. Arrivi a pensare che mollare tutto sarebbe meglio, ma sei vincolato, e allora continui. Pensi sempre che dopo un tempo ne verrà un altro… Quest’anno per fortuna le cose stanno andando un po' meglio.
Le giornate del pastore sono sempre lunghe, ci si sveglia alle 5:30-6:00 e si fa cena mai prima delle 21:00, ma in inverno può anche essere peggio, con giorni in cui si inizia alle 4:30. “Adesso le mungo, porto il latte a casa, facciamo un po’ di formaggi per noi, poi torno dal gregge e vado al pascolo. Da quando c’è il lupo non hai più un minimo di libertà nemmeno in montagna, sei schiavo del tuo lavoro. Non puoi mai lasciarle da sole. Il lavoro è sempre quello di una volta, ma devi esserci dal mattino a quando viene notte. Dicono che la libertà non ha prezzo, quindi ti daranno anche dei soldi per compensarti del fatto che c’è il lupo, ma tanto non te li puoi godere.” C'è molta amarezza nelle parole di questo giovane di soli ventisette anni, come se la vita lo stesse comunque deludendo per quello che gli tocca patire, per le costrizioni che gli vengono imposte.
 

Compare una nuvola, forse sarà la prima, forse il tempo inizierà a guastarsi.  L'amarezza ritorna quando si parla del futuro. “Sogni… I sogni non si avverano. Nel mio futuro vorrei riuscire ad andare avanti su questa strada, ma è una speranza, più che un sogno. Uno si fa tante illusioni, ma poi bisogna vedere la salute. Pensa a quello che è successo a Morena, ad Angela (due giovani mamme che di professione facevano le margare, entrambe venute a mancare improvvisamente nel 2011, ndA).”
Il tempo libero in alpeggio è scarso, se non inesistente, ma mentre sei al pascolo rifletti e mediti sulla vita. “Una volta le aprivi, poi facevi un po’ di lavori a casa, tornavi a vederle al pomeriggio. Adesso stai sempre al pascolo. Se non c’è la nebbia come oggi, bene o male è un altro lavorare, ma su di qui la nebbia c’è quasi sempre. Se riesco faccio qualcosa per far passare il tempo, leggo, oppure intaglio le canaule. Al sabato sera si esce, in inverno magari anche qualche volta in settimana, ma si ruba il tempo al sonno."
 

La solitudine è compagna della maggior parte delle ore. “Sono abituato a cavarmela da solo, anche negli spostamenti d'inverno. A volte mi aiuta mio padre, ma sai com’è, noi pastori! Non si sa mai da un giorno all’altro quello che succede. Fai conto di avere gente, poi non possono e ti arrangi come puoi, anche ad attraversare le strade.”
In famiglia non mancavano gli esempi da cui imparare, ma soprattutto la sua scuola è stata in campo. “La tradizione, ma soprattutto gli sbagli che uno fa sono il miglior maestro.”
Le montagne si stagliano all'orizzonte, oggi lo sguardo può spaziare, mentre invece i pastori devono sempre stare legati ai loro animali. “Il mio trisnonno faceva il pastore in Francia, dietro a Viso, è morto là. Io non ho mai avuto la possibilità di viaggiare, anche se sarebbe bello! Mi posso permettere al massimo gite in giornata, ma mi piacerebbe togliermi lo sfizio di andare in Nuova Zelanda!”
Sergio però viaggia più della media di altri pastori, grazie al suo mestiere collaterale di tosatore. “Ho iniziato a tosare che avevo 13, 14 anni. Ho visto mio padre, ho visto altri, ho provato anch’io. Adesso toso anche greggi da 200 animali, da solo. Ho provato ad andare in giro a tosare insieme ad altri, a volte capita che chiamino me ed altri tosatori, ma in genere preferisco lavorare per conto mio. E’ un lavoro che si fa d’inverno, quando si è più liberi e più fermi, serve a far quadrare i conti, fa la sua parte, anche se è faticoso.
 

Le pecore stanno pascolando accanto ad alcune baite ristrutturate, ma disabitate. Questo alpeggio viene "pulito" dal gregge di Sergio, anche se ad affittarlo è un'altra persona che però non conduce in montagna nessun animale… Altre storie di logiche "malate" che rovinano la montagna e chi lavora seriamente. Parliamo dei giovani della valle, sono ancora in tanti ad avere animali, la tradizione è viva, grazie forse anche a qualche piccola comodità che ha contribuito a rendere meno dura la vita in alpeggio. “Non siamo mai andati a cercare altre montagne, perché qui c’è la comodità ed anche il costo, l’affitto non è caro. Poi neanche un’ora e sei giù a casa, vai a fare il fieno, scendi per trovarti con gli amici la sera. Con la strada puoi portare su tutto quello che serve, non è più come una volta.
 

Stare a contatto con gli animali dà più soddisfazione che non con la gente, il più delle volte. Le pecore a volte fanno girare le scatole, ma almeno sono sincere, sai che sono così… La gente invece davanti fa una faccia e dopo ti frega. Anche la compagnia dei cani, quello che ti danno loro, non te lo dà nessuno.
Le belle giornate di sole riportano temporaneamente un po’ di buonumore. L’alpeggio di solito è il momento più bello per chi fa questo mestiere, ma Sergio parla con amarezza delle ultime stagioni in montagna. “Non sei più tranquillo, non sai quello che ti può succedere. Fino allo scorso anno il lupo non me le aveva mai attaccate, ma poi è successo, anche se c’ero io e se avevo un cane. Quando c’è la nebbia, come apri la rete non sei più sicuro, ti viene voglia di lasciarle lì, ma poi devi farle mangiare e allora vai lo stesso, ma non è più vita.
 

Mi rimetto in cammino, scendo tra pascoli che non vengono utilizzati a sufficienza, dove il brugo tende a prevalere. E' in piena fioritura, pare già settembre, anche l'aria non è quella tipica dell'estate. Una strana stagione, quella del 2011. Sergio spera di poter continuare il suo mestiere qui, nella sua valle, sulle sue terre. Ha un piccolo gregge, in montagna conduce anche animali presi in guardia, come si è sempre fatto da queste parti. Non è tra coloro che si piangono addosso, integra altri lavori alla pastorizia per tirare avanti. Per lui il problema del lupo si potrebbe risolvere dando la possibilità ai pastori di difendersi, come ai tempi in cui suo nonno aveva la carabina. L'ultimo lupo in zona però è stato abbattuto ben prima, proprio nei boschi verso cui si affaccia il gregge, era la fine del 1800…

Sparare al lupo

Volutamente non avevo ancora trattato qui l'argomento, però siete stati voi a richiedermelo. In più d'uno mi avete inviato e-mail con in allegato gli articoli recenti usciti sui giornali all'interno dei quali si commentava un indirizzo della Commissione Agricoltura alla Camera dove si parlava, appunto, della possibilità di contenere il numero dei lupi in Italia. O meglio, abbatterli qualora mettessero a repentaglio le attività agricole.
Di lupo se n'è parlato tanto, qui sul blog. Vi ho mostrato quel che ci si trova davanti dopo un attacco, vi ho raccontato le emozioni dei pastori, ho cercato di spiegare cosa significa subire una predazione e cosa comporta cercare di evitarla. Ma non è mai abbastanza per riuscire a far capire. Non dico convincere, ma almeno mostrare una realtà.
Solo che il lupo è un tema dai mille risvolti che va oltre la pastorizia, anche se poi i soggetti realmente colpiti sono loro, i pastori e le loro greggi. C'è il risvolto antropologico, quello sociale, quello politico, economico e pure mitologico, per la simbologia dell'animale in sè. Io non mi intendo molto di tutto il resto, posso solo leggere, documentarmi e stare male. Stare male a leggere articoli e commenti densi di odio e grondanti ignoranza. E gli ignoranti, quelli che appunto non conoscono, sono i più astiosi.

Sanno cosa vuol dire recuperare i resti dei propri animali? E' facile fare servizi in cui si mostrano animali maltrattati o mal tenuti, ma quando un allevatore fa il proprio mestiere con sconfinata passione, conosce una ad una le proprie bestie, si sacrifica per il loro benessere ed è legato a loro da un qualcosa che potremmo definire quasi amore… gli diciamo che dovrebbe ringraziare del fatto che questi animali, se muoiono in un attacco, glieli paghiamo al loro prezzo. E a dire questo sono le stesse persone che si scandalizzano guardando i servizi di cui sopra! E' coerenza, questa?
Ci sono articoli in cui si dice che non esiste affatto un "problema lupo" (qui) e scarica tutto sui cacciatori, come se la pastorizia non esistesse. E poi… ma cosa si lamenta il settore agricoltura, con tutti i contributi che sono ad esso destinati? E' facile semplificare, semplice fare di tutta l'erba un fascio e continuare a disinformare. Pubblichiamo numeri, numeri reali del numero di lupi presenti e di quanti sono i pastori, quanti sono gli ovicaprini nelle aree di presenza del predatore. Parliamo di quei pastori che hanno lasciato le loro montagne per cercarne altre addirittura in altre zone d'Italia (Mirko, l'ultimo pastore dell'Appennino modenese), parliamo di quelli che hanno smesso di tenere pecore e di quelli che stanno per arrendersi. Parliamo delle superfici che fanno sì parte dell'alpeggio, ma non vengono più pascolate perchè lì è impossibile riuscire ad evitare gli attacchi. Parliamo del numero complessivo di attacchi, ben sapendo che i dati ufficiali non sono quelli reali, perchè c'è chi non denuncia la perdita del singolo animale o chi in generale non denuncia l'attacco perchè è contrario ai rimborsi. Sono errori, perchè la sottostima del problema fa sì che possa, per l'appunto, non essere considerato un problema! Parliamo di quegli alpeggi dove è difficile trovare il luogo giusto per collocare il recinto, ed allora gli animali devono dormire per più e più notti sempre nel medesimo posto…

 

I numeri però sono asettici, dicono e non dicono. Se volete capire davvero perchè si chieda l'abbattimento del lupo, dobbiamo entrare nell'ambito emotivo. Ascoltare i pastori, le loro parole, guardare le loro facce. Ve lo dico da sempre e ve lo ripeto, un vero pastore questo mestiere prima di tutto lo fa per passione. Se abbiamo un cuore, se vogliamo andare a fondo del problema e non fermarci alla superficie, credo che una buona parte di chi si è indignato alla notizia della possibilità di sparare al lupo potrebbe arrivare a comprendere. Per lo meno a giustificare che i diretti interessati vogliano la scomparsa di un nemico che alcune generazioni di pastori erano riuscite ad evitare grazie all'abbattimento di tutti i lupi presenti sul territorio.

L'abbattimento del lupo non è la soluzione dei problemi della pastorizia? O è la soluzione più semplice? Forse è vero. Come ho detto e scritto più volte, il lupo è la goccia che ha fatto traboccare un vaso ormai troppo colmo. Bisognerebbe risolvere tutti gli altri problemi della pastorizia, della montagna, dell'alpeggio: infrastrutture adeguate al XXI secolo, strade, prezzi di affitto degli alpeggi controllati, contributi equi, contratti di affitto stabili e di lunga durata, valorizzazione dei prodotti, ecc… Servirebbero stanziamenti immensi. E dove il problema lupo è maggiore sono anche quelle aree dove più che in ogni altra bisognerebbe spendere. Certe aree, solitamente le più marginali, quelle dove sicuramente il pascolamento di un gregge giova all'ambiente, al territorio ed alla biodiversità più della presenza di un lupo, quelle sono le più a rischio.

Non posso negare un mio coinvolgimento personale, mi sono occupata prima di pascoli, poi di pastori e pastorizia dal punto di vista professionale e culturale, quindi sempre di più sono passata dall'altra parte, all'interno del mondo pastorale. Ho sempre cercato di dare una visione obiettiva delle cose, ma ciò nonostante sono stata ripetutamente fraintesa ed attaccata.
Vorrei poter dire: "Risolviamo tutti gli altri problemi della pastorizia, poi vediamo se il lupo è ancora il pericolo numero uno." Però sono realista e so che questa è utopia, nonostante i tentativi già fatti. Mancano i fondi e manca la volontà di certi soggetti, sono troppo pochi gli interessi economici che ruotano intorno al mondo pastorale (e parlo di greggi di ovicaprini). Siamo quasi al punto di scegliere o il lupo o i pastori? No, non ancora, non dappertutto, ma in qualche caso sì. A Bellino (Val Varaita) esistevano oltre 15 pastori, nel giro di pochissimi anni ne è rimasto uno, Alfredo, che in un recente attacco ha perso una pecora azzannata dal lupo e 59 morte in un burrone lì vicino, spaventate dall'attacco.
Nelle voci degli allevatori, più che rabbia, disperazione. Senso di abbandono, impotenza. Allevare con sacrifici i propri animali per vederli sbranati o agonizzanti. …e sapere che c'è gente che ride loro dietro, dicendo di cambiar mestiere se lavorare in queste condizioni non va loro a genio, non aiuta affatto a migliorare le cose.

 

Voi cosa proponete? Si dice che il costo dell'abbattimento di un lupo sarà ingente per le procedure che comporterà. Allora venga pagato effettivamente anche il costo della difesa dal lupo e non solo "elemosine"! Qui la rendicontazione 2010 di quello che è stato fatto in Piemonte. Qui i criteri per l'assegnazione del Premio di Pascolo Gestito ed i prezzi pagati per i capi predati. Non si dica che il risarcimento danni chiude la questione, perchè quello non è che uno dei punti, senza contare il fatto che il danno emotivo non sarà mai pagato a sufficienza.
Cani da guardiania: servono e sono efficaci. Devono essere correttamente imprintati ed addestrati, poi possono essere mandati al pascolo ad esempio con un gregge di capre senza che sia necessario un sorvegliante. Venga però totalmente pagata l'assicurazione, i vaccini, le eventuali cure sanitarie e la loro alimentazione. Si provveda ad informare adeguatamente gli altri fruitori della montagna e rispondano altri dei problemi connessi, non che i pastori debbano andare alle riunioni in Comune perchè i villeggianti hanno paura dei cani!
Reti: funzionano per il riposo notturno (di sicuro non per il pascolamento diurno, in montagna!), vengano fornite a tutti i pastori, tutti gli anni, insieme alla batteria per la loro elettrificazione.
Personale: a seconda della consistenza numerica del gregge, delle attività praticate e delle scelte aziendali, possono essere necessari aiutanti opportunamente formati in aggiunta al personale già presente nel periodo invernale. Venga pagato il loro stipendio e la loro regolarizzazione a norma di legge.
Materiale: laddove non vi sono strade o piste, venga pagato il trasporto con l'elicottero di tutto il necessario, dalle reti agli alimenti per i cani.
Infrastrutture: si realizzino o ristrutturino le abitazioni d'alpeggio in quota, dove necessario. Dovendo chiudere nei recinti il gregge ogni sera e sapendo che si sta al pascolo suppergiù fino alle 21:00, non si può pretendere che il pastore cammini ancora per un'ora o più per raggiungere la baita e si alzi poi all'alba il mattino successivo.
Mancati redditi: c'è chi non fa più partorire in alpe, chi ha smesso di caseificare e tutti lamentano un minore benessere degli animali legato alla nuova forma di conduzione. Quantifichiamo e rimborsiamo pure questo?
Questi sono i punti principali, tralasciando le piccolezze.

Tralasciando il fatto che un pastore non può più permettersi il "lusso" di trascorrere una giornata in famiglia, nemmeno d'estate quando teoricamente si potrebbe tirare il fiato dopo mesi e mesi di costante ed ininterrotto lavoro. Tralasciando il fatto che un pastore durante la stagione d'alpeggio non può permettersi di andare ad una visita medica o dal dentista se non quando proprio sta così male da non poterne fare a meno. Tralasciando che non puoi scendere nemmeno a rifornirti di viveri e devi aspettare che qualcuno te li porti, se sei da solo. Perchè la "convivenza" è possibile a questo prezzo. Voi riuscite a quantificarlo? "Mandate un carcerato al posto mio, e vedrete che chiederà di tornare in carcere!", diceva un pastore…

Nel post di ieri ci siamo lasciati con la nebbia che tornava a salire e con il temporale che incombeva. Le pecore si erano allargate qua e là per quella montagna difficile. Il gregge è composto da animali provenienti da diversi proprietari, questi pagano una guardia al pastore. Un piccolo reddito aggiuntivo per chi non ha un gregge immenso, aiuta a pagare la montagna, aiuta a tenere in piedi il magro bilancio di una piccola azienda. Ma un gregge così composito, in una montagna difficile, dove regna la nebbia, dove valloni e sbalzi di roccia si susseguono, è inevitabilmente preda del lupo. Lo scorso anno era stato un disastro. Quest'anno i cani da guardiania sono due, anche i pastori sono due, ma pure gli attacchi sono già stati due: uno in pieno giorno, con la nebbia, e l'altro a carico di animali che la sera erano rimasti fuori dalla rete, chissà dove, tra le brume. Lo stesso è successo ad altri pastori in alpeggi confinanti. "Non è più vita."
Non lo è, non lassù, non in quelle condizioni, senza nemmeno un posto dove accendere una stufa ed asciugare i vestiti. Per andare a recuperare quelle rimaste indietro, la sera, sull'erba scivolosa e bagnata, tra le rocce, c'è da rischiare la vita.
Soluzioni? Non prendere più altri animali in guardia, ma chi rimborsa il mancato reddito? Abbandonare quella montagna? Ma sì, c'è chi lo dice, con leggerezza. Non sa quel che vuol dire trovare una montagna, non conosce i vincoli che ti legano, quegli impegni presi per quei famigerati contributi che finiscono per essere un capestro, più che un reale aiuto. Non sa le spese che sono state affrontate magari per ristrutturare una baita a mezza quota, perchè quelle sono le terre dove sei nato, dove hai qualche proprietà alle quote più basse. Si fa in fretta a parlare, quando non si sa come stanno le cose. Facile teorizzare da lontano, seduti ad una scrivania.

 

E' inevitabile che i pastori vogliano che si spari al lupo. Quando sei all'esasperazione, vuoi risultati concreti, subito. Il lupo era scomparso, ora è tornato. Quelli che hanno gridato evviva sono stati in tanti, e sono sempre loro che adesso scrivono pagine piene di astio ed ignoranza di fronte alla proposta di sparare al lupo. Piuttosto documentatevi e fate proposte concrete, per favore. Studiate metodi efficaci di difesa, visto che il lupo è intelligente e potrebbe arrivare ad associare alla pecora una preda non grata, se riceve certi impulsi o si generano meccanismi di repulsione. Ma dovevate farlo prima, ormai è quasi tardi e non se ne può più. Pochi pastori contro i milioni di persone che guardano i documentari in TV. Ma allora fate passare in TV anche i documentari sulla vera vita dei pastori. Su "La Stampa" c'era un articolo dove si pubblicizzavano i campi in alpeggio per vedere e studiare il lupo. Almeno abbiate la decenza di scrivere "in montagna" e non in alpeggio, perchè in alpeggio il lupo non si studia, si teme.

Alpeggio e paesaggio

Era da qualche tempo che volevo scrivere un post su questi temi ed oggi, a maggior ragione, ho diversi spunti aggiuntivi per farlo. Innanzitutto c'è la storia di quel famoso container che già avevo iniziato qui… e poi c'è un lavoretto che mi è stato affidato proprio a riguardo del paesaggio. E allora vediamo un po' di scrivere qualcosa su alpeggi e paesaggio! C'è stato chi mi ha chiesto come mai ci siano tanti alpeggi abbandonati e tanti altri fatiscenti, seppur abitati. Il tema è complesso.

L'abbandono è dovuto a ragioni economiche: un tempo ciascuno saliva in montagna con un piccolo carico di animali. Salivano le famiglie, con qualche capra, qualche pecora, un paio di vacche. Si utilizzava ogni lembo di territorio strappandolo alla "natura selvaggia": si tagliava fieno in luoghi oggi impensabili, si pascolava tutto il resto. Così si poteva sopravvivere in montagna e, per tutta questa gente, c'era bisogno di baite. Abitazioni e stalle a mezza quota, poi ancora alpi vere e proprie a quote maggiori. Ma, dove oggi sale un margaro o un pastore, un tempo salivano magari 5, 6 o anche 10 famiglie! Oggi abbiamo più animali per mandria/gregge e molte meno persone. La mezza quota o è abbandonata, o viene pascolata più o meno rapidamente mentre si sale. Ecco spiegata una prima parte del perchè certe baite sono abbandonate: non servono più a nessuno.

Recuperarle? Chi e perchè potrebbe affrontare questa spesa, specialmente dove mancano le strade per raggiungere queste località? Inoltre qui la stagione è corta, a giugno magari non riesci ancora ad arrivare per colpa delle valanghe che bloccano i sentieri e nel mese di ottobre già è caduta la prima neve. Ristrutturare vuol dire trasportare con l'elicottero il materiale. E poi il costo della manodopera? Un tempo si arrivava qui e si tiravano su le baite con quel che c'era, le persone e le braccia non mancavano. Quelle baite poi hanno ancora un padrone? In qualche modo sì… Chi allora dovrebbe/potrebbe ristrutturarle? E per chi, poi? Anche sopra i 2000 metri la legge è quella che governa il mondo in cui viviamo tutti i giorni: voi andreste a ristrutturare a spese vostre un edificio abbandonato in città, senza sapere di chi sia?

Ci sono alpeggi ristrutturati e funzionali, ma il merito non sempre è di chi li utilizza effettivamente. E' il proprietario ad incaricarsi di queste opere, a volte un privato, a volte un consorzio, a volte un Comune. L'ordine e la pulizia… invece quelli sì, fanno parte della sensibilità e della cultura del singolo. Lavorare con gli animali comporta sporcarsi, ma questo non vuol dire che si debba poi vivere nello sporco. Se in alpeggio vive una persona da sola ovviamente avrà meno tempo per occuparsi di tutti i lavori e poi anche di tenere pulito ed ordinato l'alpeggio. Ma si può fare anche quello, come diceva un'amica proprio ieri. Fa male agli allevatori per primi vedere certi colleghi che vanno a far la spesa in un negozio con i pantaloni sporchi di letame fino al ginocchio. Ci sono tanti pregiudizi legati a chi ha le bestie, ma certe persone non fanno niente per scrollarseli di dosso, diciamocela tutta! "Basta mettere su una tuta quando si è in stalla e togliersela subito dopo…", diceva la mia amica. Lo stesso vale per l'alpeggio. Non mi metto a ristrutturare una baita non mia, ma… "…perchè usare un frigorifero dismesso per far la cuccia del cane, proprio davanti a dove si vendono i formaggi?", commentava un altro amico (tra l'altro parente di margari).

E' questione di cultura… Ma si potrebbe anche incentivare a tenere meglio gli alpeggi e le montagne. Dove sali a piedi, usando ancora asini, cavalli e muli come mezzi di trasporto le cose non sono affatto semplici. Ma mi domando se non si potesse fare qualcosa a livello politico. Per esempio vincolare molto di più gli affitti degli alpeggi a come viene gestito l'intero territorio. Manutenzione e pulizia di pascoli e baite. Basta con gli affitti da rinnovare di anno in anno con gare d'appalto che guardano a riempire le casse dei Comuni, più che non al territorio montano! Gestisci bene l'alpeggio nel suo complesso (strutture, pascoli, strade, sentieri, accoglienza del turista, vendita prodotti)? E allora ti rinnovo il contratto, con gli eventuali adeguamenti al costo dell'affitto. Lasci la stalla con una spanna o più di letame, ti lamenti che non vendi formaggi, ma hai 10 cani rabbiosi che si avventano su chi si avvicina alle baite…? Il prossimo anno avanti un altro! E poi, avendo la garanzia di poter tornare di anno in anno nel medesimo posto, chi veramente ha a cuore il proprio lavoro, sarà stimolato a tenere bene strutture e pascoli. Qualche piccolo intervento di manutenzione lo farà di sicuro, sapendo che non ne beneficerà poi chi avrà più soldi da spendere per aggiudicarsi la montagna l'anno successivo. Basta con i bandi che premiano il più furbo, quello che ha gli appoggi giusti, quello che ha in mente i contributi e non la vera vita d'alpeggio!

Anche questa è una realtà d'alpeggio. Un insieme di capanne precarie bordo strada accanto a vecchie baite crollate. Perchè? Perchè si affittano i pascoli per le bestie e le persone si adattano in qualche modo. Anche qui è questione di cultura, in un certo senso. Lo so, è facile parlare, poi queste cose bisogna viverle. Hai le bestie da portare in montagna, devi sfamarle, sei vincolato dagli impegni presi e… se resti senza montagna, ti tocca restituire anche i contributi già percepiti. Però c'è anche chi, di anno in anno, torna nello stesso posto e continua a vivere così, a testa bassa. Sarà colpa del "meccanismo" della vita del margaro? Abituato ad avere poco, abituato a "comprare il fieno" per l'inverno, per le proprie bestie, ed a ricevere insieme "l'alloggio", che un tempo era solo una stanza buia, senza vetri alle finestre, e magari dormire poi nella stalla per essere più al caldo? Però questo poteva forse funzionare 100, 200 anni fa. Oggi bisognerebbe ribellarsi. Perchè, se fai il pastore, il margaro, ti devi adattare? Soprattutto se affitto i pascoli da un Comune, dovrei ricevere insieme almeno una baita. Anche piccola, anche di una sola stanza, dove cucinare un pasto caldo e dormire su di un materasso… Ma che sia un'abitazione civile per un essere umano! Ci sono uomini soli, ci sono famiglie che fanno questa vita. Perchè tuteliamo (giustamente) chi arriva nel nostro paese in cerca di fortuna e non pensiamo a chi fa questa vita da sempre?

Questo è un alpeggio privato: l'inverno di qualche anno fa, quello delle grandi nevicate e delle rovinose slavine, ha spazzato via la splendida vecchia casa di montagna che veniva utilizzata dai margari. Oggi resta un cumulo di rovine ed un insieme di tende e roulottes, oltre al container usato come caseificio. Che si può fare qui? I margari chiedevano aiuto, loro non hanno i mezzi per costruire qualcosa, anche se hanno acquistato un pezzo di terra poco a valle. "Dicono che non possiamo costruire perchè è vicino al fiume.". Visto quello che la natura ha già fatto da queste parti negli ultimi anni, è ovvio che sia così.
Ricordo una vicenda dello scorso anno, un caso finito sui giornali perchè degli operai stranieri addetti alla sorveglianza di un gregge erano alloggiati in una roulotte in alta montagna. Senza luce, senza servizi igienici. Mi hanno detto che quest'anno il titolare dell'alpeggio ha alloggiato i suoi operai nel rifugio adiacente, dopo una vicenda giudiziaria legata a questo caso. Sarà anche giusto che sia così, i dettagli nello specifico non li conosco, ma… allora che dire di tutti gli alpeggi, privati e comunali, dove non c'è luce, non ci sono servizi igienici e l'acqua in "casa" c'è solo quando piove ed il tetto è molto malridotto???

Questi pastori da anni salgono sulla stessa montagna, parte dei pascoli in alta quota è addirittura di proprietà. Ma l'alpeggio non comprende nessuna abitazione. Sono pastori vaganti, già per tutto il resto dell'anno si spostano tra pianure e colline vivendo in roulotte. Così in montagna creano questa sorta di caravanserraglio con roulottes e verande. Il risultato è molto più confortevole di tanti altri alpeggi che ho visitato, ve lo garantisco io. C'è anche un ambiente comune con la TV (sono collegati alla rete elettrica), dove la famiglia consuma i pasti ed i bambini (3) giocano allegramente. Pare che abbiano ricevuto rimostranze per l'impatto che tale accampamento crea nel paesaggio di montagna. Ma… la foto parla da sola. Cos'è più fuori luogo, le roulottes o quel mostro in cemento alle loro spalle?????

Anche il famoso container di cui si parlava inizialmente era stato osteggiato dal Comune nel cui territorio doveva essere collocato. Poi è rocambolescamente arrivato a destinazione e, in un modo o nell'altro, poco per volta si è riusciti a farlo scivolare nella sua "sede". Scartata per motivi tecnici la collocazione scelta dai pastori (troppo complesso e pericoloso calarlo nei vecchi muri di una baita crollata, dove sarebbe stato mimetizzato), così sicuramente un impatto nel paesaggio lo crea. Però… Però lo si potrebbe rivestire in pietra, come avevo visto in Valsesia. Invece il Comune vuole che sia rimosso a fine stagione! Pensate al costo… Di nuovo l'elicottero che venga a prenderlo: un giro per scaricare le persone, uno per il carico, uno per il container stesso. Soldi buttati!

E poi in questo articolo il Comune diceva che si sarebbe fatto qualcosa: i containers (questo e un altro nel vallone adiacente, più altri in varie vallate delle province di Torino e Cuneo) sono arrivati grazie alla Regione Piemonte. E adesso? Cosa succederà il prossimo anno, se verranno portati via? Certo, si sopravvive anche senza, come si è sempre fatto. Ma torniamo al discorso di prima: perchè lassù devono sempre esserci gli ultimi? E non ultimi nel senso che dopo di loro non ci sarà nessuno, ma ultimi nell'ordine delle persone a cui si pensa. Contano poco, pastori e margari, contano poco nella società, così come conta poco tutta la montagna, grande territorio fondamentale specie per la nostra regione, che si chiama non a caso PieMONTE. 

Adesso il container è al suo posto. I pastori ed i loro amici se lo sono attrezzati per avere quel minimo di comfort in più (niente di che, solo cose date per scontate, al giorno d'oggi). Il piccolo pannello fotovoltaico serve per la luce e per caricare i telefoni. In attesa della baita, dove si potrà collocare una stufa per scaldarsi e magari avere anche un gabinetto ed un posto per lavarsi (che non guasterebbe sempre per questioni di decenza e di vita civile nel XXI secolo), spero che non se ne debba andare a fine stagione. Per avere una baita utilizzabile nella prossima stagione d'alpeggio i lavori adesso dovrebbero essere quasi ultimati. Invece non si sa nemmeno quale delle molte baite sarebbe possibile ripristinare, infatti ciascuna in qualche modo ha un proprietario, tra gli eredi delle persone che le costruirono oltre 100 anni fa. Dal Comune dicono che una dovrebbe comunque essere ad uso di chi sfrutta i pascoli e così infatti è già, ma… Abbiamo già visto come sono le condizioni della suddetta baita, dove si convive con umidità e topolini, salamandre e spifferi.

Certo, l'impatto ambientale… Ma perchè ricordarsene solo in certe occasioni? Con la nebbia che c'è da quelle parti non sarà frequente poter vedere il container nella sua collocazione "stonata". E poi da queste parti passa così poca gente! Quanti turisti si saranno visti dall'inizio della stagione. Forse 6 o 7, ma tutti prima dell'arrivo del container.
…tanti spunti di riflessione in questo post… Aspetto i vostri commenti!

PROPAST: i problemi della pastorizia… e della montagna

Il 9 marzo l’incontro per il progetto PROPAST si è tenuto in Valle Maira, presso la sede della Comunità Montana che riunisce la Valle Maira e la Val Grana. La presenza di pubblico è stata superiore ad ogni aspettativa e la sala era gremita di allevatori arrivati dalle varie parti delle vallate e dalle cascine di pianura. Il Presidente Colombero, che ha aperto la seduta, si è subito detto molto felice dell’affluenza, sostenendo di non aver mai visto tanta gente ad una riunione, segno che l’argomento interessava e c’era effettivamente qualcosa da dire.
 

 
E così è stato. Problemi dell’allevamento di montagna, ma soprattutto della montagna in quanto territorio e gente che vi abita. Colombero infatti ha subito sottolineato come il lupo sia la risultante di una serie di problemi della montagna e della ruralità, primi fra tutti l’abbandono e l’avanzata del bosco. “Cento anni fa, quando è sparito il lupo, le montagne erano pelate ed era pieno di gente, adesso il lupo è tornato, è pieno di boschi e di gente ce n’è sempre meno.
 

 
Hanno poi preso la parola Michele Corti, che ha illustrato gli obiettivi del progetto e la finalità di questi incontri, e Luigi Ferrero della Regione Piemonte, che ha parlato del fondamentale ruolo della pastorizia e del pascolamento nella gestione del territorio, ricordando che “…un pascolo ben gestito, ben pascolato, ha una capacità di assorbimento (delle precipitazioni atmosferiche) del 20% superiore.
Nonostante fossimo lì per ascoltare gli allevatori, gli interventi si sono susseguiti tra “interruzioni” di vario tipo e l’incontro ha avuto più le caratteristiche di un convegno che non di un dibattito/tavola rotonda. Le tematiche emerse sono però state molto interessanti e, specialmente in confronto con i due incontri precedenti (Valle Stura e Valle Pellice), inizia a delinearsi una situazione molto variegata, con problemi di fondo simili, ma emergenze molto differenti, con una scala di priorità che cambia di volta in volta. Si parte a parlare del lupo, presente stabilmente in valle con segnalazioni che si susseguono nei diversi comuni.

 

 
Fortunato Bonelli, allevatore stanziale a Prazzo, ha quasi totalmente abbandonato gli ovicaprini, concentrandosi sui bovini. Conosce bene la realtà francese dell’Ubaye e mette in guardia tutti dei pericoli che ci si troverà ad affrontare: “Si passerà alla caccia sistematica ai vitelli, nella Vesubie ci sono stati attacchi a puledri, il problema grosso non lo conosciamo ancora, sarà impossibile l’allevamento dei bovini con vitello al seguito sui pascoli. Quello dell’allevamento stanziale economicamente è una realtà di cifre piccole, ma è fondamentale per la presenza umana sul territorio e la conservazione dell’ambiente. I vitelli nati qui vengono mandati subito al pascolo. La Val Maira storicamente non ha tradizione di allevamento ovino, c’erano dei giovani che avevano iniziato, ma poi con l’apparizione del lupo hanno smesso quasi tutti o sono passati ai bovini. Secondo me non si potrà più fare l’alpeggio come oggi, gente come noi non si può permettere di lasciare su una persona che faccia guardia al lupo.
 
 
 
Interviene anche un rappresentante dei cacciatori, poi è la volta di Martini Bartolomeo, di Boves, che sale in alpeggio sulle montagne di Limone Piemonte. “Ero un pastore vagante, ma le pecore le ho vendute quasi tutte per colpa del lupo, ho provato a prendere le vacche, mi ha attaccato anche quelle, quest’anno. E’ venuta su una ragazza della scuola da pastori della Francia, era veramente preparata, è stata su otto giorni, ma… Quelli come noi, che sanno com’è, che hanno le loro bestie, stanno su anche in condizioni così, perché da noi non c’è la strada, non c’è la baita, non c’è niente. A me poi il Sindaco di Limone ha vietato di fare i recinti, perché disturbano i turisti, ed anche di tenere i cani, perché spaventano e mordono i turisti, fanno danno al turismo.
 

 
Da Celle Macra parla il signor Giovanni Giraudo. “A sei, sette anni, andavo al pascolo con le mucche. Adesso ho un bambino di otto anni e non mi fiderei a lasciarlo al pascolo da solo con le pecore. Io non voglio i soldi di rimborso, mi sono selezionato le mie pecore negli anni, con quei soldi non posso ricomprare la mia pecora! Non è solo una questione di soldi, è una questione affettiva, noi i nostri animali li conosciamo per nome. Anche i recinti, cosa servono? Il lupo gira intorno, le spaventa, loro buttano giù le reti. Con le 80-100 pecore che ho, le lasciavo al pascolo nelle reti tirate, perché non posso permettermi di pagare una persona per sorvegliarle. Prima ci rendeva già poco, adesso non ci rende più niente. Prima sono arrivati i lupi a due gambe a portarci via tutto, adesso quelli a quattro… E la montagna ormai è tutta boscata, anche se potessi, non riusciresti nemmeno più a sparargli, al lupo. Anche i Sindaci non si rendono conto… Nella nostra montagna, che affittiamo dal Comune, non c’è niente, non si può nemmeno portare su una roulotte. Inoltre qui servirebbe un macello di valle, visto che ormai in casa non puoi nemmeno più ucciderti una gallina.
Queste cose… bisognerebbe portarle in piazza, i nostri rappresentanti non ci rappresentano! Diventa tutto un bosco, e mi dispiace per la Valle Maira, che è la mia valle…
Interviene allora Corrado Bertello della Coldiretti, dicendo che con i meccanismi di filiera corta si sta cercando sempre più di rendere il produttore protagonista dall’inizio alla fine.

 


 
Anna Arneodo di Coumboscuro afferma invece che i Coltivatori non ascoltano i problemi della montagna, ma solo quelli dei grandi allevatori di pianura.
 

 
Il Vicesindaco di Cartignano e rappresentante della Coldiretti Giovanni Fina ribadisce l’utilità del progetto PROPAST, che mette al centro l’allevatore e la montagna. “Adesso serve un progetto NO LUPO. E’ fondamentale creare davvero un sistema con le amministrazioni locali e ridurre la burocrazia. Coldiretti si è spesa per la montagna… Tutti i settori dell’economia montana devono essere collegati: agricoltura, allevamento, turismo, perché uno da solo non riesce a far vivere la montagna. I margari hanno un ruolo fondamentale per la montagna.
 

 
Torna a parlare il pubblico dei protagonisti con Antonio Garnero di Elva: “Adesso bisognerebbe mettere un contributo per eliminare il lupo. Nel 1860 c’era stata una delibera che pagavano 20 lire, che era il valore di una mucca, all’epoca, a chi uccideva un lupo. Diamo anche adesso un premio!
Il senatore Carlotto, autore della Legge per la Montagna del 1994, afferma che i problemi della montagna, in generale, devono essere affrontati in modo drastico.

 

 
Sergio Serra di Marmora prende la parola e, in modo colorito, inizia ad elencare una serie di problemi che affliggono chi, come lui, si ostina a vivere e lavorare lassù, ad oltre 1200m di quota. “Un po’ di tempo fa ho letto che raccoglievano firme per il lupo… Ma si rendono conto??? Noi siamo soli, siamo rimasti in quattro gatti, per portare i bambini a scuola devi scendere e fare 60 km al giorno. D’estate con i turisti non puoi nemmeno passare per la strada con le vacche, portarle a bere alle fontane! Siamo quattro bunumas, siamo come gli indiani nella riserva, chi ci difende ancora? Il lupo è il colpo di grazia, non so cos’altro ci possiamo aspettare! E’ venuta su la Forestale, mi ha fatto la multa perché avevo sparso il letame sulla neve, come si è sempre fatto. Qui ormai è finita… Come fai a metterti a posto con le leggi? Tu che hai 10 mucche e porti fuori il letame con la carriola? No, dovresti fare la concimaia… Ma noi siamo a 1500 metri in montagna, non possiamo competere con la pianura!!
 

 
Lara, che lavora insieme a Giorgio e Marta a Lo Puy, si presenta dicendo di essere originaria della Valsugana: “Da noi c’è un’altra attenzione per la montagna. Qui siamo così in pochi, non abbiamo potere. La situazione ormai è al limite, forse questo progetto nasce troppo tardi.
C’è allora chi si lamenta per il divieto di pascolo in bosco: “Ma ormai qui c’è solo più bosco! Non è più come una volta che non vedevi una pianta, tutto pelato!!”. Chi invece denuncia il problema dei contributi: “Li hanno presi quelli che portavano su i tori, che hanno mandato alle stelle il prezzo delle montagne, ed a noi non solo li hanno tolti, ma ci chiedono pure indietro i soldi!!
Ferrero replica che si sta tentando di fare qualcosa, perché quelle sono leggi europee che ben si applicano ai pascoli irlandesi, ma la situazione alpina crea difficoltà immense ed è complicato riuscire a farle rientrare negli schemi computerizzati.

 


 
Salvatore Ghio, di Celle Macra, allevava cavalli ed ovini. “Sono un ex allevatore di ovini, li ho venduti appena ho saputo che stava arrivando il lupo. Stavo a Cuneo, sono tornato al paese, ho aderito a tutto quello che c’era: PSR, bio, razze in via d’estinzione… Le pecore ho scelto di venderle alla comparsa del lupo, per vedere intanto se cambiava qualcosa. Il primo anno ho avuto un puledro morto, ma non si è potuto dimostrare nulla, dicevano che erano cani, canidi. Ho smesso di produrre, non ho più fatto partorire le cavalle, quest’anno riprenderò a produrre, allevo Merens, una razza di montagna, adatta al territorio difficile in cui sto. Sono i terreni “peggiori”, ma adatti per gli ovini. Il problema è complesso, è di natura storica, sociologica, politica, economica… Ci va una commissione speciale che segua azienda per azienda, caso per caso, in base a tutte le caratteristiche. Ogni azienda ha le sue problematiche, i contributi vanno dati in base a come si lavora, non dalle foto aeree. Per il lupo, ci vorrebbero delle aree entro le quali farlo stare, magari anche alimentandolo.
 

 
Riprende la parola il Presidente Colombero: “Qui è una questione MONTANA, il problema lupo è solo l’ultimo arrivato! Serve una politica della montagna, ma a Roma non gliene importa niente… Questo progetto, se ha già solo le possibilità per mettere in rete tutto quello che c’è attualmente, è già buono. Ci sono esempi positivi, lavoriamo si quelli! Siamo in trincea, ha ragione Sergio, saremo quattro gatti, ma facciamoci sentire! Io vado in Provincia, in Regione, ma è la GENTE che deve farsi sentire, scrivere lettere, così si accorgono che ci siamo, che ci siete ancora. E’ positivo oggi vedere una riunione tanto partecipata.

 


Parla ancora Giovanni Cesano, allevatore di bovini a Prazzo. “Ho circa cinquanta capi bovini. Siamo all’esasperazione: cinghiali, cervi… adesso cosa dobbiamo aspettare, l’orso? Noi siamo montanari, siamo tenaci, ci arrangiamo, ma adesso c’è anche la crisi e non ne possiamo più. Io ho tre figli… Verrà un giorno che sarà tutto fai da te, se vorrai restare in montagna. Non fossimo tenaci, non vivremmo qui. Però adesso mi sa che a stalla vuota, chiudiamo le porte. Non so se ce la faremo ancora, bisogna essere ottimisti, certo, ma…
 

 
Il pastore Antonio Lenardi di Stroppo interviene per aggiungere alle problematiche già commentate dai colleghi, quella della frammentazione fondiaria. “Non sai nemmeno più chi sono i proprietari, alla fine non metti i numeri dei mappali e così mi hanno bocciato le richieste di risarcimento per i danni dei cinghiali!
Alberto Pasero, margaro che sale in alpe sui pascoli di Canosio, difende la sua categoria: “Il margaro è l’unico che salvaguarda ancora la montagna, una volta la passione era quello che sosteneva ancora il margaro, ma poi adesso vedi certe cose… Se viene a mancare la passione è finita.
In conclusione, questo incontro ha messo in luce un gran numero di gravi problematiche non soltanto della pastorizia, ma della montagna in generale, nel corso di tutto l’anno (e non solo nella stagione d'alpeggio), specialmente di quelle montagne meno abitate come in Valle Maira, vallata priva di collegamenti con la Francia, quindi poco frequentata salvo nei periodi più “turistici”. C’è veramente tanto da lavorare (soprattutto a livello politico ed amministrativo) per far sì che la montagna non muoia, non ci si può sempre e solo affidare sulla tenacia, sulla cocciutaggine e sulla passione dei montanari, siano questi allevatori, pastori, margari, boscaioli, artigiani…

I momenti difficili

Chi fa l'allevatore, per professione o per "hobby", passa spesso attraverso momenti difficili. Può essere una cosa passeggera, può essere un qualcosa di più profondo, che ti spinge addirittura a vendere i tuoi animali. Non centra solo la ragione economica, ma ci può essere un insieme di fattori: essere rimasti senza alpeggio, aver dovuto ripiegare su di una montagna sgradita (non adatta per gli animali… le persone in qualche modo si adattano!), aver subito ripetutamente gli attacchi del lupo. Poi la pioggia, la neve, il fango, le alluvioni… C'è chi lo dice solo, e chi invece lo fa. Ma poi senza pecore non puoi stare…

Queste foto le ho qui da parecchio, in attesa di pubblicarle. Me le ha mandate l'amico Loris dal Veneto. Lui è un pastore per passione, le pecore sono un di più oltre alla routine quotidiana, oltre al lavoro. Una passione che porta via tanto tempo, ma che dà anche grandi soddisfazioni. Qualche tempo fa ho ricevuto un sms disperato da parte di Loris: erano i giorni delle grandi piogge, per fortuna dove abita lui non ci sono state alluvioni distrastrose come quelle che hanno colpito altre aree della regione, ma lui comunque vedeva le sue pecore nel fango, impossibilitate nell'andare al pascolo, non aveva tempo per sistemare l'ovile e così… è stato preso da uno di quei momenti di sconforto. Gliel'ho detto, pensa ai "grandi pastori vaganti", a quello che si trovano ad affrontare quotidianamente. Eppure tirano avanti, anche se talvolta vengono presi dallo scoramento, dalla sfiducia.

Anche per lui quel momento è passato. La passione è quella, privarsi delle pecore sarebbe stato un errore. E così adesso l'ovile è sistemato, con lo spazio per le pecore che hanno figliato e tutto il resto. Resterà il ricordo di quei giorni e soprattutto la soddisfazione per avercela fatta. D'altra parte cosa senti raccontare, chiacchierando con i pastori? La narrazione di tutti quei giorni duri e di come si è riusciti a scamparla.

"Una volta qui dalle mie parti era una rarità chi piantava le piante di Prosecco… ora non se ne può più!! Ma non importa… le rarità ogni tanto si vivono ancora, anche sulle piccole greggi come il mio. Di solito ho sempre visto nascere agnellini macchiati di nero o neri addirittura, e invece domenica mattina scorsa qua da me sono nati due gemellini, uno tutto bianco e uno tutto… marrone!!! Ho dovuto aiutare la mamma nel parto perché aveva qualche difficoltà ma ti dico anche che oltre all’adrenalina è stata un’emozione vedere che la seconda coppia di gambette che estraevo era marrone!!!".

"E infatti ecco che ti mando alcune foto!!  E’ stata una fortuna essere là , perché conoscendo la pecora e il vizio che ha, oltre all’aiuto nel parto ho dovuto asciugare ai piccolini le code altrimenti lei le considera un pezzo di placenta e le mangia. Credo avrai già visto più volte anche tu qualche rara pecora fare così. Già, tutta una rarità quella mattina. Ti scrivo queste cose perché so che magari rarità per te non lo sono più, ma almeno mi tolgo la soddisfazione di dire… anche nel mio piccolo gregge sono capitate queste rarità-realtà!! Peccato solo che il piccolo marrone sia maschio!!".

Un immagine anche di Toby, il fedele cane di Loris. Sarà anche lui contento del fatto che il suo padrone ha superato le difficoltà, altrimenti avrebbero sofferto entrambi per la mancanza del gregge, delle pecore.

"Insieme alle foto dei piccoli ti invio una foto della festa della tosatura fatta qua a casa mia a maggio, con l’assistenza di Nico, il mio giovane amico allevatore di pecore alpagote (ha un bel branchetto!!!)."
Ho voluto raccontarvi questa storia (con lieto fine, anzi, con felice continuazione!) a fine anno, nella speranza che tutti i pastori, grandi e piccoli, siano riusciti a superare i loro momenti difficili, ma soprattutto che possano esserci giorni felici nel prossimo anno. Ovviamente, in questo mestiere, le difficoltà ci saranno sempre. Ma quelle legate alle condizioni atmosferiche, alla natura, al territorio sono già più che sufficienti. La speranza è che si riescano a risolvere tutte le altre, quelle dove è l'uomo, la politica, gli amministratori a poter fare qualcosa… e penso anche ai pastori della Sardegna, respinti a Civitavecchia senza che sia stata data loro la possibilità di manifestare. Penso a tutti quelli che parlano di smettere per i disagi dovuti al lupo. A chi si sente perseguitato da una burocrazia a volte assurda. A chi vede sempre più cartelli di divieto di pascolo vagante. A quelli ai quali viene vietata la transumanza. A chi si chiede se meriti ancora fare una vita così, per arrivare a fine anno con dei bilanci che non possono essere solo basati sulla passione per gli animali. Nonostante tutto quello che vediamo intorno a noi, lasciamo aperto uno spiraglio di ottimismo per il 2011.

Pastorizia "estrema"

Siamo quasi a Natale, per gli auguri aspetto ancora un giorno… Oggi non nevica, ma piove. In montagna adesso invece starà sicuramente nevicando. Però solo tre giorni fa ricevevo queste foto.

Me le ha mandate Gloria dalla Valle Stura (CN) e le foto le ha fatte Bruno, che aveva portato al pascolo una parte del gregge anche in data 20 dicembre! "Le nostre pecore sono state in stalla 15 giorni perché c’erano 40 cm di neve. Poi due giorni di marin hanno tolto la neve nel versante solatio e allora abbiamo rimesso fuori mezzo gregge (quelle senza agnelli)".

La fila di pecore sale lungo lo stretto sentiero, così come probabilmente hanno fatto molte altre pecore prima di loro, quando quassù la montagna era molto più viva ed abitata di oggi. Non voglio nemmeno pensare che possa esserci un domani in cui nessuna pecora brucherà più questi ripidi versanti!

"Le foto sono state scattate a Baile, Borgata di Vinadio, dove abbiamo dei terreni di nostra proprietà, che anni fa erano coltivati dai miei nonni. Ormai è tutto abbandonato perché sono terreni non accessibili con nessun mezzo meccanico, solamente un pastore con la P maiuscola s’impegna a portare il suo gregge per risparmiare un pasto di fieno."

Per necessità, per passione e per mille altri motivi si affronta questa salita e si conducono quassù gli animali. Forse il pastore non si rende conto fino in fondo del bene che il suo gregge fa al territorio. Lui pensa innanzitutto al benessere delle pecore, com'è giusto che sia. D'altra parte, si vede anche solo dalle immagini come le pecore stiano bene!

Questa pastorizia un po' estrema ha un che di eroico e dovrebbero essere in tanti a dire grazie ai pastori. Non lo sanno, non se ne rendono conto… Dovrebbero dire grazie per le frane che non si verificano, per le valanghe che non cadono, per i sentieri che possono ancora percorrere, per le baite che possono essere un ricovero di fortuna anche per l'escursionista colto da un temporale, per le fioriture ricche dei pascoli estivi…
E' con grande piacere che vi comunico che l'anno che sta per arrivare mi vedrà al lavoro su di un progetto che si chiama PROPAST (pro pastorizia, pro pastori!). Speriamo in bene… Avremo modo di riparlarne.

Sempre Gloria ci invita a Pontebernardo per la Festo dou Tarluc, dal 24 dicembre al 6 gennaio. Qui tutti i dettagli e qui la locandina.

Teoria e pratica: come "convivere" con il lupo?

Venerdì scorso sono stata ad Usseaux (Val Chisone, TO), per un interessante incontro riguardante il problema del lupo. La riunione era stata indetta dal Comune, visti i ripetuti attacchi (su ovicaprini e bovini) che hanno caratterizzato l'estate 2010. Ci tengo a sottolineare come, sul territorio di alpeggio di Usseaux, salgano non solo animali transumanti che provengono dalla pianura, ma esistano anche aziende agricole che hanno pure la sede invernale nel paese e nelle sue varie borgate. Quella che è in pericolo pertanto è l'economia montana a 360°, poichè capre e pecore brucano (brucavano!) anche a quote inferiori, facendo manutenzione ad impatto zero, inoltre è necessario sfalciare i prati per il loro mantenimento, ecc, ecc, ecc… Su questo incontro leggerete poi un articolo che ho scritto per Ruralpini. Al momento non è ancora stato pubblicato, ma avverrà a breve. (QUI

Vi voglio però parlare in modo specifico di una chiacchierata/intervista che ho fatto qualche giorno fa. Durante l'incontro di Usseaux, i tecnici del Progetto Lupo hanno più volte detto come la situazione più problematica dell'estate 2010 è stata quella della Val d'Angrogna (vallone laterale della Val Pellice – TO). E così sono andata a cercare il pastore direttamente interessato per chiedergli alcune cose che non mi erano ben chiare. L'ho trovato con il suo gregge ancora alle pendici delle montagne, restio a scendere verso la pianura. Aveva appena dato il pezzo alle pecore e gli animali mangiavano l'erba che emergeva tra la neve.

Avevo cercato di raggiungerlo in alpeggio, quest'estate. Ma, se vi ricordate, ero stata sconfitta dalla nebbia, dalle tracce di sentieri quasi inesistenti, dai versanti ripidi, dai suoi accorgimenti per bloccare le pecore al fine di evitare che, al rientro nel recinto, si disperdessero senza imboccare l'entrata tra le reti. Ne avevo parlato qui. Montagne tutt'altro che facili, quelle! "Se avessi avuto solo le mie pecore, senza quelle in guardia, a luglio sarei sceso! C'è la passione, ma… a fare una vita così, dopo un po' non ce la fai più!". Claudio mi racconta che, quando si era spostato verso la parte più alta dell'alpeggio, erano iniziati gli attacchi.

C'è spesso la nebbia lì, quindi il lavoro è ancora più difficile. Per due volte in cui sono stata su quella montagna… due volte ho trovato nebbia! Era stato così già nel 2005, quando cercavo Claudio per intervistarlo per "Vita d'alpeggio". "Non posso far pascolare le pecore tutte insieme, su una montagna così. Devo lasciare che vadano loro dove vogliono, quindi si dividono, e allora come fai? Tenerle tutte insieme è pericoloso per le pietre, poi non riescono a mangiare. Ma se si dividono, nella nebbia, poi avere quanti cani vuoi… Su una montagna come quella, una montagna dritta, sporca… L'ho visto, il lupo. L'ho visto che aspettava, sembrava proprio che aspettasse la nebbia per muoversi, per attaccare!"

Claudio ha avuto una ventina di animali uccisi, in parte suoi, in parte di altri proprietari che glieli affidano per l'estate. Poi ci sono stati degli attacchi al gregge di Sergio a Crevlira, alle greggi sul versante oltre la cresta, in Val Germanasca (Laz Arà e Lausun), ed ancora quelli all'alpe Caugis. Ma mi rivela che l'altro pastore in Val d'Angrogna ha avuto ripetuti attacchi, però non li ha denunciati. "E' sbagliato… Non bisogna denunciare tanto per il rimborso, ma per il fatto che altrimenti il problema sembra essere minore di quello che è in realtà! E lui ha perso 40 pecore! Ha denunciato solo una volta, proprio perchè sono andati loro a chiedergli… Lui è stato l'ultimo a venire via, quando sono scesi tutti, hanno colpito solo più le sue pecore."

Chiedo a Claudio se ha ricevuto qualche forma di assistenza, durante l'estate. Lui su è da solo. "Sono venuti per gli accertamenti alle bestie morte. Mi hanno dato delle reti, una batteria. Mi hanno parlato dell'aiuto pastore, ma… sarei poi a posto a tenere una persona su dove sto? Perchè all'Infernet sai come sono le baite… Non c'è niente! E' già tanto se stanno in piedi! Poi io non potrei permettermi di pagare una persona. Su una montagna così, chi vuoi che stia? Tocca poi ancora andare a cercarlo, l'aiuto pastore! Già così a volte arrivavo alle baite dopo mezzanotte, per cercare di tirare insieme tutte le pecore. Sembrava quasi che lo facessi apposta a lasciarne fuori dalla rete, secondo loro! Ma non è semplice trovarle tutte, quando si dividono, quando c'è la nebbia!". Non puoi nemmeno chiuderle al pomeriggio, quando non hanno pascolato abbastanza. E' facile far teoria sulla "convivenza" con il lupo, ma poi pastori come Claudio e come molti altri sono da soli, su quelle montagne. Lui non si lamenterebbe più di tanto, se dovesse solo svolgere il suo normale lavoro quotidiano, anche se quassù si arriva solo a piedi per sentieri non così agevoli, se non c'è luce, acqua, servizi igienici e se le baite sono poco più che ricoveri precari. Ma il lupo non aiuta, il lupo esaspera, il lupo è un pericolo sempre in agguato contro cui ti senti impotente. E poi la tensione costante logora, anche se hai un'immensa passione per questo mestiere.

Questo cucciolo il prossimo anno farà il suo lavoro, lassù, affiancando l'altro cane bianco già presente. Ma i cani mangiano ed è già complicato approvigionarsi per quanto riguarda l'alimentazione umana. Lassù si arriva solo a piedi, nemmeno gli asini riescono a percorrere quei sentieri. Anni fa Claudio aveva provato con dei lama, ma poi sono morti entrambi in pianura… Qualcuno ha detto che il problema è da considerare nel suo insieme e non solo facendo risaltare i "casi pietosi". La montagna, gli alpeggi, sono costituiti da tante realtà diverse, che necessitano tutte della medesima attenzione. Anzi, non sono proprio queste realtà difficili ad avere bisogno di più sostegno? Queste montagne, venissero abbandonate dai pastori, non potrebbero essere riconvertite ad un pascolamento bovino, sono adatte solo a capre e pecore. Quindi la sconfitta di un pastore significherebbe l'abbandono totale. Si parla di piani personalizzati studiati caso per caso. Ben vengano! Ma servono soldi, servono investimenti. Ci sono? Cosa si può fare qui? Una baita nuova all'Infernet, tanto per cominciare. Un aiuto pastore valido e competente, stipendiato non dal pastore. Suggerimenti ne avrei tanti, ma… tra il dire ed il fare…

Adesso il gregge per qualche mese è tranquillo. Ci saranno giornate di neve, di sole, di vento, di gelo. Si faticherà a trovare foraggio, poi tornerà la primavera e si penserà a risalire in montagna. Per i pastori, sia per quelli vaganti, sia per quelli stanziali, l'alpeggio è sempre stato il momento più bello, più sereno, nonostante le difficoltà logistiche e territoriali. Riuscite a capire come il lupo sia per loro un problema costante, quotidiano? Non è solo il momento dell'attacco, l'animale ucciso, la perdita economica ed affettiva… E' tutto il resto. La paura, il timore continuo. Essere lì nella nebbia e non sapere cosa stia succedendo ai tuoi animali. Sono anni che lo dico e lo ripeto: cercate di mettervi nei panni dei pastori! Non è una questione che si risolve con un rimborso. Quello aiuta economicamente, ma non è tutto. E' una minima parte. Se vi portano via qualcosa a cui tenete tantissimo… a voi bastano dei soldi in cambio? "Vengano loro con me anche solo una settimana, vengano loro a provare cosa vuol dire, a vedere com'è su di là…"