Nel giorno dell’eclissi

Era l’equinozio di primavera, e quest’anno coincideva pure con un’eclissi (qui solo parziale) di sole. Purtroppo la giornata non era meteorologicamente delle migliori. Quando sono partita da casa, addirittura piovigginava.

Per fortuna tra le colline c’era quasi un timido sole. Il gregge era già nel recinto, i pastori stavano stringendo le reti. Perchè confinare gli animali quando sarebbe stata l’ora di metterli al pascolo? In realtà avevano già pascolato prima, quel mattino era atteso l’arrivo dei veterinari per procedere con il “risanamento”.

Agnelli e capretti più piccoli sono stati messi da parte in un recinto apposito, per impedire che vengano pestati e schiacciati nella calca. Anche qualcuno di quelli già un po’ più grossi viene preso e tolto dal recinto, visto che continua ad infilarsi nella rete, rischiando di tirare via tutto e aprire il gregge. C’è la corrente nelle reti, ma non sempre è sufficiente, specie se gli animali sono così allo stretto e innervositi dal trambusto.

Una volta all’anno le greggi vaganti sono sottoposte a questo controllo sanitario. Se passa qualche contadino mentre i veterinari sono all’opera, vengono sempre lanciati sguardi sospettosi. I pregiudizi fanno sì che si tema sempre e comunque il gregge vagante come veicolo di malattie, quando in realtà questi allevamenti sono controllati forse più degli altri! Quindi, quando si vede un assembramento di veterinari intorno ad un gregge, non è “successo qualcosa”, ma semplicemente si controlla affinchè nulla di male succeda in futuro!

I prelievi di sangue vengono effettuati “a campione” e non sull’intero gregge, dato che la brucellosi ormai non è più un reale pericolo nel territorio piemontese. Vengono controllati tutti i montoni, una certa percentuale di pecore e le capre. Caso mai ci fosse qualche problema, qualche caso dubbio, allora si effettuerebbero analisi più approfondite e si prenderebbero gli opportuni provvedimenti.

Il gregge non è immenso ed in un paio d’ore, anche meno, il lavoro è fatto. Ricordo una decina di anni fa giornate interminabili e squadre di veterinari per prelevare il sangue a TUTTI gli animali di greggi il cui numero di capi superava anche le duemila unità.

Il cielo, velato, poco per volta assume una luce strana e l’aria si fa più fredda. Non è solo autosuggestione, nell’ora del culmine dell’eclissi c’è un’atmosfera strana, come sospesa, e chi non è impegnato a prendere gli animali in mezzo al gregge, indossa una maglia o una giacca per ripararsi dal freddo.

Terminato il lavoro, i veterinari ripartono, gli animali vengono aperti verso il pascolo, ma non sono così affamati, infatti si coricano nell’erba. I piccoli vengono ridati alle mamme per la poppata, quindi o rimarranno con loro per andare al pascolo, o verranno caricati nel furgone, quando il gregge partirà alla ricerca di altri prati tra le colline.

Come va con i capretti?

Un amico mi chiede: “Come va da quelle parti con i capretti? Qui sembra ci sia di nuovo quella porcheria di due anni fa!“. Personalmente, sono appena tornata dal pascolare le capre che hanno già partorito tra la fine e l’inizio dell’anno, mentre le altre devono ancora dare alla luce i capretti. Quest’anno il calore è stato un po’ anomalo. Per fortuna qui niente da segnalare, ma ho fatto un po’ di indagini informale ed in effetti sembra che si segnalino di nuovo casi simili a quelli che avevo raccontato qui.

Consiglio a tutti di rileggere quel post, facendo particolare attenzione ai commenti che si erano via via aggiunti anche negli anni successivi. La strana “moria dei capretti” è un qualcosa da studiare e soprattutto da segnalare, in modo che questa “patologia” possa essere identificata e curata adeguatamente.

Da quello che scrivono gli amici veterinari che hanno commentato, colpisce indistintamente allevamenti in stalla e all’aperto. “Vi assicuroche la malattia di cui parlate è a noi nota da tanti anni ed è più diffusa di quanto possiate immaginare. L’esperienza mi ha insegnato che più che una malattia, bisognerebbe considerarla un Sindrome le cui caratteristiche eziologiche (cause) e patogenetiche (meccanismi d’azione delle possibili cause) sono del tutto sconosciute“, scriveva Gio. “La malattia è una sindrome multi fattoriale dove alcuni fattori condizionanti predispongono gli animali a determinate infezioni, che agiscono quindi come complicazioni secondarie di uno stato patologico fino al determinismo dei sintomi di quegli stadi di infezione e/o tossinfezione che ne determinano la morte. Questo è dimostrato dal fatto che quasi mai negli animali venuti a morte da cui si è isolato un agente infettivo sono stati riscontrati sintomi associabili all’infezione specifica.
Da una analisi grossolana, io posso ritenere che i principali fattori condizionanti che predispongono per questa malattia sono: l’ambiente inteso come superficie degli spazi a disposizione degli animali durante la stabulazione e soprattutto durante il periodo dei parti, le condizioni igieniche degli stabulari, le condizioni di areazione/ventilazione; il sistema di gestione dei parti e di stabulazione dei capretti nel periparto, compreso il sistema di svezzamento; l’alimentazione delle fattrici, soprattutto durante il periodo di asciutta, laddove sia gli eccessi, sia la carenza di energia oltre che di proteine, possono creare un dismetabolismo che si ripercuote anche sui nati proprio nei primi giorni di vita; lo stato immunitario delle fattrici, inteso come adeguatezza del livello di difese immunitarie, sia dirette che indirete, degli animali.

Spero che tutto questo possa esservi d’aiuto se vi trovate coinvolti nel problema. Comunque, usiamo anche questo mezzo (il blog), Facebook o qualsiasi altra via di comunicazione immediata e condivisibile per aiutarci l’un l’altro se, ahimè, siamo tra gli allevamenti vittima di questa “malattia”. Nasconderla non serve a niente se non a far sì che non si trovi mai la soluzione.

Una bella rogna

Oggi volevo parlarvi di un problema non da poco, quello di una patologia presente qua e là nelle greggi e per il quale, ahimè, non si fa quasi nulla. Sono anni che mi domando perchè altrove sia obbligatorio provvedere ad una profilassi idonea prima di mandare gli ovini in alpeggio, mentre qui da noi ci si preoccupa sì della genetica dei montoni al fine di debellare la scrapie, ma niente si fa contro la rogna. C’è la rogna sarcoptica, portata da un acaro, che colpisce soprattutto le parti prive di lana, testa e orecchie, e la rogna psoroptica, che invece si sviluppa nelle zone coperte da lana o peli.

Queste patologie, oltre ad essere fastidiose e debilitanti per gli animali, sono anche contagiose, infatti l’acaro responsabile, disperso nell’ambiente, ha una sopravvivenza di 2-3 settimane, durante le quale può infettare altri animali. Una volta presente nel gregge, può infettare il 50-60% dei capi. Qui trovate numerose interessanti informazioni su tutti i parassiti degli animali domestici.

Identificare la rogna non è difficile: gli animali si grattano, la lana cambia aspetto, fino a mostrare nello stadio più avanzato queste chiazze prive di vello e ciuffi che si staccano progressivamente a mano a mano che l’animale si sfrega contro alberi e altro. Le cure ci sono, eppure alcuni allevatori di anno in anno continuano ad avere questo problema.

Oltre ad una questione di benessere degli stessi animali, il rischio è anche per tutti gli altri pastori, sia quando il gregge transita/pascola in una zona dov’è passato o dove ha sostato un gregge infetto, sia quando animali di provenienza diversa vengono mischiati per la stagione d’alpe.

Possibile che non si possa fare niente? Eppure basterebbe obbligare gli allevatori ad effettuare dei trattamenti per la cura/prevenzione dell’infestazione. Tra l’altro, alcuni prodotti per combattere altri parassiti (nematodi e altri), sono attivi anche contro la rogna. Sono maggiormente predisposti a soffrire di questa parassitosi gli animali stressati o comunque non in ottime condizioni di salute. Nelle stalle, una buona pulizia delle strutture aiuta a prevenire la presenza degli acari. Non è giusto che tutti siano a rischio per colpa del comportamento di alcuni irresponsabili che continuano a circolare con bestie infette.

Una prova

Fare una prova… cosa non facile da proporre alla maggior parte degli allevatori più tradizionali! In generale, spesso nella realtà contadina o montanara il “abbiamo-sempre-fatto-così” è un pensiero ancora abbastanza radicato. Però a volte si può provare a cambiare.

I pastori sanno curare i propri animali. Chiamare il veterinario per ogni singolo animale che ha qualche problema potrebbe essere difficile, oltre che costoso. Molte volte poi il problema è che si fatica a trovare un veterinario che “ne sappia” sugli ovini, mentre il pastore ha una conoscenza che deriva dal sapere empirico di generazioni. Anche le cure spesso sono “tradizionali” ed il massimo dell’innovazione è aver sostituito al decotto di genziana la Coca Cola quando le pecore sono “stumià“. Qualcuno comunque continua per l’appunto ad impiegare le erbe per varie cure e quindi… perchè non tentare cure e medicinali fitoterapici un po’ più moderni?

Su consiglio di un’amica allevatrice di capre e casara, ho contattato questa ditta lombarda, Biorama, che offre una vasta gamma di prodotti destinati all’uso veterinario. Dopo aver consultato la pagina dedicata agli ovicaprini, ho telefonato ed ho lungamente parlato con un veterinario che ha saputo consigliarmi sulla base delle mie esigenze. Uno dei prodotti che stiamo testando è il sale che vedete “utilizzato” dalla pecora nella foto.

Non solo un integratore salino completo (qualcosa di più del semplice cloruro di sodio che usa la maggior parte dei pastori), ma anche coadiuvante nell’eliminazione dei nematodi gastrointestinali e polmonari. Inoltre questo prodotto, sempre grazie alla composizione a base di estratti vegetali naturali, agisce anche da immunostimolante aspecifico, come spiegano bene gli studi scientifici che mi sono stati inviati da Biorama. Ovviamente l’effetto non sarà quello immediato di un prodotto di sintesi, ma… quanti vantaggi! Completamente naturale, assolutamente atossico per gli animali ed esente da residui nel latte (per cui utilizzabile anche durante la mungitura); non provoca inquinamento ambientale (a differenza dei trattamenti con prodotti chimici), . Può essere usato anche nell’animale gravido ed ovviamente è indicato da chi pratica zootecnia biologica. Se però l’infestazione da nematodi fosse grave, prima di iniziare l’utilizzo di questo sale si può eseguire un trattamento per bocca con altri prodotti, sempre fitoterapici. A differenza di altri svermanti chimici, in questo caso non abbiamo da rispettare tempi di sospensione, sia per il latte, sia per la carne!

Facciamo questa prova, vedremo come va. Il sale alle pecore piace, anche con il pascolo vagante è possibile usare i blocchi distribuendoli qua e là nel recinto dove dormiranno la notte. Poi, questa primavera, proverò anche l’olio di Neem, che tante persone mi hanno già detto essere una delle poche vere soluzioni per disinfettare e far cicatrizzare piaghe e ferite senza che le mosche le infestino, nella stagione calda. Ovviamente con i fitoterapici bisogna avere pazienza, ma io sono una che già usa le erbe per curare anche le persone, quindi ho fiducia nei risultati! Chissà se anche altri pastori si faranno convincere? E’ semplice, ho telefonato, ho consultato il catalogo, mi sono fatta consigliare, ho effettuato l’ordine ed ho ricevuto il tutto via corriere, senza muovermi di qui.