Per salvarsi, bisogna differenziare

Avrei numerose riflessioni da fare. Leggo sull’Eco del Chisone che il prezzo del latte alla stalla è precipitato del 20% in un anno (vi rendete conto che gli allevatori percepiscono intorno a 30-32 centesimi al litro?!?). Allevatori di montagna mi parlano dell’esperienza a Cheese, dove la differenza tra gli incassi e il costo della piazza per 4 giorni è stata di… 200 euro. Gente che va in alpeggio mi spiega che dovrà affrontare un investimento di diverse decine di migliaia di euro per adeguare il caseificio (utilizzato poco più di 2 mesi all’anno), perchè quello che c’era non basta più, adesso si richiedono altri locali, come quello per lavare i bidoni, non lo si può più fare all’aperto alla fontana come prima. Spendi in alpe, spendi in fondovalle, come e quando riuscirai a ripagarti tutto, quando i prodotti poi non rendono come dovrebbero, anche se sono di qualità? Altri ancora si lamentano di quanto hanno incassato vendendo animali al macello: pecore, vacche, capre, poche decine di euro, quando di carne comunque quegli animali sulle ossa ne avevano…

Tutto ciò mi porta ad anticipare ad oggi in post che, in ordine cronologico, avrebbe dovuto seguire altri che devo ancora pubblicare. Sono stata a trovare Mauro Olivero, allevatore, presidente de La Granda, il consorzio che si occupa del rilancio della razza Piemontese e della valorizzazione della carne di qualità. Non sono andata da lui per chiacchierare di queste cose, ma per tutt’altri motivi (pensate un po’… gli ho portato un gatto!). Una volta raggiunta la sua cascina, ovviamente era inevitabile fare un giro dell’azienda ed ascoltare la sua storia.

Non siamo di fronte ad una realtà immensa, ma proprio questa è la filosofia sua e dei soci de La Granda. L’allevamento non è un’industria, la carne di qualità viene da animali allevati in un certo modo, alimentati in maniera corretta, senza integrazioni, ma curando la produzione dei foraggi. Per saperne di più, intanto vi segnalo il sito de La Granda e questo articolo, dove viene riportata un’intervista a Mauro realizzata nello scorso mese di marzo. Mauro mi racconta la sua storia, nato in questa cascina nella pianura cuneese, splendida vista sull’arco alpino e sul Monviso, da giovane si allontana dall’agricoltura per dedicarsi allo sport raggiungendo anche buoni livelli. Un incidente interrompe la sua carriera e torna al settore agricolo, prima lavorando in Coldiretti, poi presso un grosso vivaio. “Giravo per le aziende a consegnare le piante, vedevo tante realtà, mi piaceva, ma ad un certo punto mi sono chiesto perchè, avendo un’azienda a casa, io lavoravo sotto padrone. Erano gli anni della BSE, la carne era in crisi, bisognava fare qualcosa.

Mauro adesso è Presidente dell’associazione, un rinnovamento dedicato ai giovani, per andare avanti, un ruolo che gli piace, ma che ovviamente comporta impegno e responsabilità. Inoltre non è facile tenere uniti gli allevatori, categoria (come molte altre nel settore agricolo e non solo) dov’è facile vedere le cose positive a casa d’altri e quelle negative nella propria. “Adesso c’è la fila di gente che vorrebbe associarsi, ma facciamo un’accurata selezione, perchè sono tutti attirati dal prezzo che riusciamo a spuntare vendendo gli animali, superiore rispetto alla media del mercato, ma c’è dietro tutto un lavoro ed un disciplinare. Come Associazione poi ci autofinanziamo, una piccola somma ogni animale macellato, sia da parte dei soci, sia da parte delle macellerie, una cifra che serve giusto per pagare le spese, la segretaria che segue tutta la burocrazia.

Mi spiega dei progetti con l’università, sui foraggi, mi racconta l’alimentazione che viene fornita agli animali: “Allevo femmine e castrati, al momento produciamo solo carne. Come associazione macelliamo un 210 capi al mese. In Piemonte purtroppo solo due macellerie prendono la nostra carne (vedi elenco punti vendita), le altre non hanno accettato per il prezzo. Buona parte della produzione è assorbita dai vari punti vendita di Eataly.” Mi racconta anche una vicenda assurda riguardante le etichette: oltre a quanto previsto dalla legge, sulle loro etichette erano state inserite informazioni aggiuntive e sono stati bloccati (e multati) per questo.

Continuiamo il giro dell’azienda, la “sala parto”, il toro, gli animali di varie età. Tutto è mandato avanti da Mauro e suo papà. “Da quando ho fatto la scelta della stalla nuova organizzata così, anche per mia mamma è stato un altro carico di lavoro.” Nella Granda aderiscono aziende di contadini anche piccole e piccolissime, con una decina di capi in stalla. Nessun margaro, ma ci sono animali che vengono mandati in alpeggio d’estate, affidati in guardia.

Nonostante tutto, non è facile. Mauro, come tanti sui colleghi di storie che vi ho già raccontato, ci mette una grande, immensa passione. Ovviamente crede in quello che fa, ma non vi sto parlando di una realtà priva di problemi. Si cerca di sopravvivere attraverso questa strada, si fa fatica, si spendono ore a far quadrare i conti, a studiare come migliorare l’azienda. Si dedica anche tempo ed energie per gli altri: nel pomeriggio infatti, tramite Slow Food e Terra Madre, arriveranno in azienda degli allevatori del Burundi, a visitare questa realtà. In serata parleranno ai soci de La Granda della razza allevata al loro paese, uno scambio di conoscenze, punti di vista, esperienze.

Un premio, un libro e altro

Non so quale sarà il risultato finale, ma è con grande gioia che vi comunico che il mio romanzo, “Lungo il sentiero“, sabato verrà premiato a Ronco Scrivia (GE).

Ho infatti partecipato al festival “Parole di Terra“, concorso letterario nazionale per la narrativa e saggistica dedicate al mondo rurale. La premiazione di terrà alle 15:30 sabato 17 gennaio 2015 e mi è stata inviata la comunicazione di essere, per l’appunto, tra i finalisti. Vi farò sapere. Intanto grazie a tutti quelli che l’hanno già letto e mi hanno mandato le loro impressioni.

Dalla Romania invece l’amico Dragos Lumpan, che qualche anno fa era stato anche in Piemonte per girare delle scene e scattare foto per un progetto sulla pastorizia, mi comunica che il libro fotografico è in vendita qui e qui. Il prezzo che vedete è in lei (equivalente a circa 19 euro) e non comprende le spese di spedizione.

(foto A.Malacarne)

In questi giorni ho poco tempo per il blog. Condivido però con voi queste foto dell’amico Adolfo Malacarne da Lamon. “Qui a Lamon stiamo cercando di far qualcosa per incrementare la nostra razza “Lamon”, razza in serio pericolo di estinzione dato l’esiguo numero di capi esistenti. Quest’anno, per la prima volta, i piccoli allevatori locali, hanno organizzato la festa della “desmontega de le fee“. A fine settembre, dai pascoli del monte Coppolo dove erano salite 3 mesi prima, le pecore sono state ricondotte nella piazza del paese dove si è tenuta una piccola festa, con la significativa presenza del dell’amministrazione comunale, in testa il sindaco Vania Malacarne, che da sempre incentiva ed appoggia il programma di ripopolamento della razza autoctona che a tutt’oggi conta circa 200 capi. Nella foto pecore e pastori, insieme al Sindaco, in posa davanti al monumento al pastore, scultura in bronzo di Augusto Murer.

(foto A.Malacarne)

Ecco ancora un’immagine della manifestazione, con le pecore in piazza. Ancora una volta grazie a chi ha piacere di condividere su queste pagine notizie, manifestazioni, eventi, storie relative al mondo della pastorizia.

Libro & salumi

Come vi avevo detto, in occasione della presentazione ufficiale di “Pascolo vagante 2004-2014” c’è stata anche una degustazione dei salumi di capra e di pecora realizzati nell’ambito di un progetto finanziato dalla Regione Piemonte (PSR) a partire da carni ovicaprine locali.

Ringrazio ancora qui pubblicamente tutti coloro che sono intervenuti alla serata del 20 novembre a Bibiana, presso la Scuola Malva Arnaldi. Vedervi così numerosi è stata una grandissima soddisfazione e gratificazione personale. Un riconoscimento per quanto ho fatto in questi anni. Grazie davvero di cuore.

Alla fine della presentazione abbiamo scattato una foto di gruppo con (quasi) tutti i pastori che c’erano in sala. Qualche giovane pastorello si è defilato… Purtroppo alcuni all’ultimo minuto hanno avuto degli imprevisti e non sono potuti venire, ma non mancheranno le occasioni. Vi invito, come sempre, a tener d’occhio il calendario delle serate qui, così che possiate partecipare ad una delle prossime. Se invece siete interessati ad organizzarne una dalle vostre parti, contattatemi!

Terminata la proiezione di foto, è stato illustrato il progetto portato avanti dalla Scuola Malva, in collaborazione con Agenform – sede di Moretta, alcune aziende agricole e macellerie della zona, per la produzione di prodotti della tradizione e prodotti innovativi a base di carne ovicaprina. Dalle mocette ai violini, dalle terrine miste a verdure con cui utilizzare anche le parti meno nobili, ai prosciutti cotti ed ai salami.

Il pubblico è stato invitato ad una degustazione di tutti i prodotti. In alcuni casi, lo stesso prodotto era stato realizzato da laboratori diversi. La degustazione era finalizzata, oltre a far conoscere queste carni e questi prodotti, ad un test di gradimento.

Infatti ciascun piatto portava l’indicazione del prodotto, del tipo di carne e del produttore. Nonostante fosse un pubblico interessato ed informato, mi è comunque capitato di sentire alcuni commenti che sottolineavano la predominanza del gusto “ovino” o “caprino”.

Io sarò di parte… A me piacciono queste carni… A parte i salami cotti, un po’ troppo asciutti, ed una mocetta di capra dal gusto più forte, per il resto la cosa che mi ha disturbata in un paio di prodotti è stato l’eccesso di spezie (soprattutto pepe). Altrimenti nella scheda di gradimento, che tutti abbiamo compilato, i miei giudizi sono stati in gran parte molto positivi. Speriamo che, alla fase iniziale del progetto, si possa dare un seguito a questi prodotti. Come? Saranno le aziende agricole con punto vendita (come l’Az. Agr. Menzio, che ha partecipato al progetto) o con agriturismo a poterlo fare. Oppure le macellerie ed eventualmente le gastronomie. Dovrebbero cercare questi prodotti anche i ristoranti. Passo dopo passo, si potrebbe portare la carne ovicaprina locale ad un pubblico sempre più ampio.

In un vallone a caso, in Engadina

Di nuovo in Svizzera. Non so se queste puntate oltreconfine mi facciano bene o male. Da una parte uno ricarica le batterie e, soprattutto, vede che è possibile vivere e lavorare in montagna in modo civile e dignitoso. Poi però rientra in Italia e tutto sembra ancora peggio di quello che è. Vediamo di fare insieme una gita in un vallone scelto a caso sulla cartina. Siamo nella Bassa Engadina, cantone dei Grigioni.

Si parte da un villaggio di nome Guarda, e c’è da star lì a guardare queste case che spesso portano la data del 1500 o 1600. Non sono case ricche, sono case di un paese di montagna. Qui si vive di turismo e agricoltura, sul retro di queste case ci sono stalle, balle di fieno, mezzi agricoli. C’è ordine e pulizia ovunque, oltre al gusto di decorare con fiori e semplici composizioni davanzali e portoni.

Aspettate a dire che qui sono fermi al secolo scorso! Questa è una bella foto bucolica che serve a dimostrare quanto sia grande la cura del territorio. Dove le macchine non arrivano, si procede anche a mano. Ma le macchine arrivano quasi ovunque, e che macchine!!

Lungo la strada che risaliva l’ampio vallone, liscia come se fosse stata asfaltata, senza una pietra, una buca, con tutte le canalette per lo scolo dell’acqua ben pulite ed efficienti, di macchinari ne abbiamo visti eccome. Non trattori giganteschi, ma mezzi adatti alla montagna. Presumo che il loro costo non sia così ridotto, eppure chi lavora qui è ben attrezzato.

Io non ho mai visto nelle nostre valli mezzi del genere. E iniziano a venirmi in mente tante domande… Ma perchè non viene incentivato l’acquisto di questi trattori? Perchè i contributi non vengono dati solo se si scelgono attrezzature adatte alla montagna? Non so come funzionino gli aiuti in Svizzera, quasi sicuramente ci sono degli incentivi sia per l’agricoltura, sia per la cura del paesaggio, però sono soldi ben spesi!

Presumo che anche questi cartelli vengano dati da qualche Ente agli allevatori. Sono standard e li vedi ovunque alla partenza dei sentieri. Avvisano di tenersi lontani dalle vacche nutrici, che possono avere comportamenti aggressivi contro chi si avvicina troppo al loro vitello. Il passaggio per evitare la corrente invece è frutto della mentalità. Non c’è punto di attraversamento che non tenga conto delle esigenze sia dell’allevatore, sia degli animali, sia dell’escursionista. Ovviamente, i suddetti escursionisti rispettano, aprono, chiudono.

Si sale di quota, eppure continua lo sfalcio. Siamo quasi a 2000 metri, l’alpeggio è a poca distanza, ma i contadini vengono fin quassù con i loro mezzi per recuperare tutto il foraggio possibile. L’inverno è lungo, da queste parti.

Passato l’alpeggio, si iniziano a scorgere animali al pascolo, fili e reti tirati, zone che sono state pascolate, ma nello stesso modo continuano anche le aree sfalciate, a quote via via maggiori fin verso i 2.200 metri. O l’erba viene tagliata, o pascolata, ma non c’è un angolo abbandonato, un ciuffo di ortiche.

Anche se il tempo non è dei migliori, ogni tanto pioviggina e la visibiltà non è ottimale, potete farvi un’idea dell’estensione del vallone. Se i versanti “all’inverso” sono più ripidi e boscosi, “nell’indritto” invece si aprono questi valloni dolci, con pascoli molto estesi che accolgono greggi e mandrie. Animali ce ne sono, sparsi qua e là, ma non abbiamo i numeri immensi che vedremmo sicuramente dalle nostre parti.

Prima, contenuti dai fili che delimitano vaste porzioni di pascolo, incontriamo i bovini, insieme a qualche cavallo. Ci sono vacche con vitelli, vitelloni, manze, forse qualche vacca viene anche munta nella parte più bassa del “recinto”, dove termina la pista sterrata. Il senso generale che si respira è di grande pace e ritmi naturali.

Più in alto, al limite della nebbia, ci sono le pecore, che avevamo già avvistato un precedenza. Tanti gruppi più o meno grossi, non sorvegliati, liberi di spostarsi e pascolare a piacimento. Evidentemente qui non si sono ancora registrati problemi con il lupo! Sono animali di proprietari diversi, come si può intuire dalle macchie di vernice sulla schiena, sul collo. Non sono abituate all’uomo, scappano appena tento di avvicinarmi.

Ce ne sono anche a quota più bassa nella parte sommitale del vallone, poco sopra ad un rifugio alpino. Tra queste, ecco una razza locale, la pecora dell’Engadina, una pecora “rossa”. Per chi conosce il Tedesco, altre informazioni qui.

Mentre scendiamo, è l’ora del rientro delle capre all’alpeggio per la mungitura. Al mattino le avevamo viste pascolare accompagnate da un pastore, mentre adesso è tutta la famiglia a ricondurle all’alpe.

Vediamo una giovane coppia con la loro bambina. I cartelli segnalano la vendita di formaggio di capra. Solo in seguito, su questo sito, scopriremo qualcosa in più a riguardo: “(…) merita una visita il villaggio diGuarda, che ospita numerosi artisti e ci riporta indietro nel tempo, a quando, negli anni Settanta, ancora era diffuso l’allevamento di capre. All’inizio dell’estate il capraio raccoglieva dalle famiglie le capre e le portava in alpeggio. Poi l’attività fu quasi del tutto abbandonata. Ci ha pensato Maria Morell a riscoprirla. Ogni anno da giugno a fine settembre un centinaio di animali di razza Camosciata delle Alpi vengono portati sull’Alpe Suot, ad oltre 2000 metri. La politica agraria rossocrociata ha incentivato questa attività per evitare lo spopolamento di queste località. E i formaggi di Maria vanno a ruba negli hotel dell’Engadina.

Ecco le strutture d’alpeggio: abitazione e stalla per le capre, tutto dignitoso e in buon stato, con la bella strada che arriva fin davanti. Ci sono anche numerosi maiali in un recinto, ai quali sarà sicuramente destinato il siero della lavorazione dei formaggi. I cartelli (in Tedesco) invitano anche ad acquistare (o assaggiare?) i salumi prodotti qui.

Spero riusciate a vedere in questa foto la sottile riga delle reti tirate. I pascoli delle pecore infatti sono delimitati da centinaia e centinaia di metri di reti posizionate a suddividere le zone e tenere gli animali lontani sia dai pascoli delle vacche, sia dai prati che verranno sfalciati. Sicuramente ci saranno dei contributi per l’acquisto dei materiali, senza dubbio non è facile andare a posizionare e poi raccogliere tutto il materiale, però qualcuno lo fa.

A proposito di materiale, guardate questo elettrificatore con pannello solare. E’ triste constatare che il primo pensiero che viene in mente ad un Italiano sia: “Da noi, tanto più vicino alla strada, non durerebbe due giorni! Sparirebbe prima!“. Tornando invece alla gestione dell’alpe, presumo che anche qui funzioni in modo simile ad altre realtà che mi è capitato di visitare. Tutti gli animali dei residenti salgono sull’alpe, qualcuno a gestire e sorvegliare il tutto, in questo caso anche con i propri animali. Vista la conformazione dell’Engadina, isolata dal resto della Svizzera e raggiungibile solo attraverso passi alpini (ferrovia a parte), penso che non arrivino animali “da fuori”.

Si rientra a Guarda. E’ uscito anche un po’ di sole ad illuminare un paesaggio dove la strada che disegna un cuore pare davvero il simbolo dell’amore per la montagna. Non è che da noi non ci siano dei bei posti, anzi! Forse però manca un po’ di quell’amore, di quella cura per il territorio. Manca una politica che voglia il bene della montagna, manca la capacità di saper gestire le risorse (e non solo volerle sfruttare). I contributi investiti sulla qualità e non sulla quantità… Tanto per dire, qui non c’è un parcheggio, sia nei paesi del fondovalle, sia nelle frazioni dove terminano le strade asfaltate, che non sia a pagamento. Prezzi non esorbitanti, all’incirca 5 € per mezza giornata, ma che si pagano comunque volentieri perchè accanto al parcheggio c’è il WC, la bacheca con tutte le informazioni, il cesto per l’immondizia mai stracolmo, il vaso di fiori per abbellire il tutto.

Per concludere, ecco una locandina fotografata in una bacheca. Ahimè non sono andata anche ad Ardez per visitare quella bottega. Si tratta comunque di un negozio dove vengono venduti i prodotti ricavati dalla lana delle pecore locali. Ovviamente c’è anche un sito dove (usando il traduttore di google se non conoscete il Tedesco) potrete scoprire la storia di questo progetto ed ammirare i prodotti, le donne che li realizzano, ecc. Mi sembra molto significativo che, in Romancio, le pecore si dicano “bescha”. Come se le bestie per antonomasia siano appunto le pecore!

Dal mare al Vanoi

A Canal San Bovo (TN) quest’anno si è tenuta la prima edizione di una particolare “festa della transumanza”. Organizzata in semplicità, ma ottimamente, è una festa vera e non una ricostruzione o un evento finto ad uso turistico. Ovviamente però lo scopo era far arrivare turisti a conoscere il posto e incontrare greggi & pastori. Il sabato sera, proiezione del film “La strada di Denis” e presentazione del mio “Lungo il sentiero”.

I pastori erano già sul posto almeno dalla sera prima. Infatti al mattino presto avevano aperto i recinti per far pascolare gli animali. La giornata sarebbe stata lunga. Anche se la transumanza passava comunque di qui per raggiungere i pascoli alpini, per la “festa” il gregge sarebbe transitato in paese e bisognava rispettare più o meno le tempistiche indicate sui depliant informativi.

I pastori coinvolti erano tre e si davano una mano a vicenda per far sì che tutte le attività previste avvenissero per il meglio, cercando nello stesso tempo però di svolgere i loro lavori quotidiani. Come prima cosa c’era la passeggiata con l’asino, con un’accompagnatrice che avrebbe portato un gruppo di turisti (i più volenterosi e mattinieri).

E così, tra storia del paese, antichi mestieri, racconti di terribili alluvioni, dietro all’asina e al suo puledro, che sembravano più che altro interessati a far ritorno dal gregge, ci si ferma nella casa di un appassionato, trasformata in piccolo museo della civiltà contadina di ieri. Il proprietario rapidamente spiega l’utilizzo dei principali attrezzi, poi la carovana riparte.

La tappa successiva è la tosatura. Il secondo gregge infatti è “parcheggiato” più a valle lungo il fiume e, con o senza la presenza del pubblico, sono iniziate le operazioni per spogliare le pecore dal loro vello. Anche in questo caso, niente di “artificiale”. Il pastore tosa sempre in questa stagione quando arriva qui, al suo paese. Per tosare le pecore, c’è una squadra di professionisti appositamente reclutati.

Mentre pastori ed aiutanti lavorano, per i turisti è stata organizzata una “colazione” con prodotti tipici. Pastorizia, ma non solo, da queste parti! Ecco allora i formaggi a latte vaccino, tra cui un formaggio di malga stagionato dello scorso anno.

Intanto il gregge si prepara alla partenza. Le pecore hanno pascolato lungo il torrente, il sole inizia a scaldare, arriva anche la RAI a girare alcune immagini che verranno poi trasmesse al telegiornale regionale della sera. Intorno alle pecore si aggirano fotografi, amici e curiosi, ma la gran parte del pubblico aspetta in paese.

Finalmente si parte. “Biagi”, il padrone del gregge, è andato a vedere dove condurre le pecore, quando torna ci si mette in marcia. Bisogna fare un giro per risalire a livello del paese, ma chi guarda dall’alto può vedere la lunga fila bianca che si snoda sulla strada. Gli altri due pastori, Candido ed Angelin, sono rispettivamente i padroni del gregge che viene tosato e di un altro gregge attualmente poco lontano. Per l’occasione, si danno una mano tutti insieme.

Ecco il gregge nel centro di Canal San Bovo, con lo striscione della manifestazione sullo sfondo. L’ottima riuscita dell’evento è stata aiutata dalle condizioni meteo. Faceva persin troppo caldo, specialmente per gli animali che dovevano camminare sull’asfalto a quell’ora.

Il cammino del gregge prosegue tra bancarelle, gente del paese, turisti e gruppo musicale chiamato ad allietare l’evento. E’ stata però con una certa sorpresa che ho captato alcuni commenti di persone residenti a Canal. Affermavano di non aver mai visto passare le pecore, in passato! I pastori in precedenza mi raccontavano di esser sempre transitati di lì per raggiungere l’alpeggio, ma ovviamente il tutto avveniva lungo il torrente, senza entrare in paese. Anzi, molti tratti della strada che conduce qui, addirittura vengono percorsi di notte.

Il pubblico guarda il gregge passare e non lo segue, restano tutti in piazza, magari vanno già a fare la coda per il pranzo. I pastori invece proseguono. Finito lo spettacolo, i saluti, gli applausi, torna il mestiere di sempre. Quello fatto di chilometri percorsi a piedi, di sole, di caldo, di polvere, di pioggia, di fango di freddo. Di orari che non finiscono mai. Ma quel giorno è comunque speciale e i pastori sono attesi come ospiti d’onore sotto al tendone.

Si passa il ponte e finalmente si può lasciare l’asfalto. Il caldo, arrivato all’improvviso, è davvero intenso. Gli animali camminano con la bocca aperta, bisogna condurli in un luogo fresco affinchè possano riposare e pascolare.

La strada porta ad un passo molto frequentato dai motociclisti. Sono numerosi quelli che hanno incrociato la transumanza, ma parecchi altri aspettano in coda al gregge, per poi ripartire facendo rombare i motori non appena questo libererà la carreggiata.

Il gregge viene fatto scendere in una cava/deposito di materiali. Tra nuvole di polvere, gli animali scendono verso il torrente. Il cielo è davvero limpido, l’estate sembra essere arrivata all’improvviso e le pecore, con questo caldo, dovrebbero già essere a quote maggiori. Mi dicono però che è normale transitare da queste parti in questo periodo della stagione.

Si torna in paese e c’è finalmente il tempo per fare un giro tra le bancarelle. Gli espositori sono stati scelti “a tema”, così per la gran parte espongono prodotti che, in qualche modo, hanno a che fare con la pastorizia e la valorizzazione dei suoi prodotti. Ecco ad esempio dei saponi al latte di pecora.

Numerose poi quelle che proponevano feltro, lana e altri oggetti derivati dalla sua lavorazione. Mi è rimasta una perplessità di fronte allo stand dove i cartelli certificavano la provenienza al 100% dalla Nuova Zelanda della lana impiegata per la realizzazione degli oggetti esposti! Una nota stonata, specie se confrontata con le locandine che spiegavano i progetti di recupero e valorizzazione delle lane locali.

Per finire, una doverosa visita alla mostra dell’amico Adolfo Malacarne, autore del libro “Transumanze“, appassionato conoscitore di questo mondo e amico di tanti pastori. Nelle sale dell’ecomuseo, erano stati esposti alcuni tra gli scatti più belli, tra cui anche immagini delle greggi e dei pastori protagonisti della festa.

Dopo il pranzo (per chi voleva, carne di agnello e capretto!), ancora un saluto a pastori e tosatori che, dopo una pausa legata ai tempi della manifestazione, avevano ripreso il loro lavoro. Tutto il gregge doveva essere tosato entro sera! La soddisfazione generale era tanta, anche chi si era adoperato per l’organizzazione iniziava a tirare un sospiro di sollievo, adesso che le attività previste erano terminate e gli ultimi visitatori si attardavano per pura curiosità. Complimenti ancora a tutti per il lavoro svolto e la buona riuscita della manifestazione.

Tutto ciò che sta intorno alla tosatura

Arriva la stagione e… inizia il solito valzer della tosatura. Come e quando tosare? Guardare la luna, guardare i costi, guardare il meteo e dipendere dagli altri. Iniziamo però a dire che BISOGNA tosare le pecore. Più si va avanti, più c’è progresso e più la gente ammattisce. Non che non lo sapessi, ma preparando questo post ho voluto vedere un po’ cosa si dice in giro della tosatura… C’è chi fa di tutto per recuperare e valorizzare la lana e chi addirittura consiglia di utilizzare le fibre sintetiche perchè tosare sarebbe maltrattamento.

Prendiamo fiato e vediamo un po’ quel che si dice in giro. Quando inizia a fare caldo, in primavera, i pastori tosano le pecore. O meglio, così fanno quelli che le pecore le tengono al pascolo tutto l’anno. Chi invece le chiude in stalla, solitamente le tosa nel cuore dell’inverno, magari a gennaio o febbraio, di modo che abbiano la loro lanetta quando usciranno a mangiar erba e che non abbiano troppa lana quando sono dentro. Le temperature, nelle stalle con un numero giusto di animali, anche in pieno inverno infatti sono gradevoli se non calde!

Se le pecore non venissero tosate, starebbero male. Il caldo, certo, ma poi parassiti, infezioni della pelle, rami e rovi che si impigliano… Sporcizia che favorisce lo svilupparsi di infezioni. Guardate il posteriore di questa pecora non tosata dopo il parto. Ogni tanto capitano delle diarree e lo sporco resta attaccato nella lana anche per lungo tempo, formando quelle che, nella pagella della qualità della lana consegnata a chi ce la ritira, sono state definite “caccole”. Queste possono anche essere pesanti e sicuramente fastidiose per l’animale, quando si sposta e sfregano contro le gambe.

Ormai non si tosa per reddito, tosare è un costo, ma lo fai proprio per il benessere dell’animale.  Così chi può magari se le tosa con l’aiuto di amici. Avendo tempo, attrezzatura e la capacità di farlo. Ma avendo anche il luogo adatto per riuscire a tosare e saziare il gregge nello stesso tempo. Una faticaccia, un impegno (ecco perchè non ho più aggiornato il blog ultimamente!) e pure un certo costo per i macchinari impiegati. Ma i pastori, tutti, comunque le pecore le tosano, una o due volte all’anno. Certi vaganti che scendono presto dall’alpe infatti tosano pure in autunno per evitare che, lungo i fiumi, negli incolti, troppi semi, rovi, spine restino aggrovigliati nel vello.

Chi il mondo della pastorizia non lo conosce, eppure lo giudica duramente, arriva a dire che tosare è maltrattamento. Leggete questo articolo e soprattutto i commenti dei lettori: c’è da rimanere ancora una volta allibiti nel sapere cosa pensa certa gente. Fermo restando che sono contraria al mulesing (qui in Italiano), una pratica in vigore in Australia e Nuova Zelanda su pecore merinos per ridurre le infezioni da parte delle larve di mosche (ma che consiste nello scuoiamento dell’area perianale), per tutto il resto… ma questa gente sa come si lavora in un allevamento in Italia o, più in generale, in Europa? Sul Sud America sono informati, ecco cosa scrivono: “La lana merino argentina è, ad esempio, condizionata dalle condizioni climatiche della Patagonia, con grandi differenze di temperatura tra estate e inverno e tra giorno e notte e con molto vento: è, quindi, una lana molto più arricciata di quella australiana, che protegge, appunto gli animali dalle intemperie. Per lo stesso motivo non ci sono mosconi e non c’è nemmeno la problematica del mulesing, anche se, anche in questo caso, quando gli ovini iniziano a produrre meno lana sono destinati al macello.

No alla lana e sì al sintetico! “Indossare lana significa, quindi, indossare violenza e morte. Ma indossare lana non è necessario. La lana può essere sostituita da tessuti, altrettanto caldi e morbidi, come il pile, il velluto, la microfibra, la ciniglia, il caldocotone, il cotone felpato, l’acrilico, la spugna di cotone; in particolare, nella trama del cotone invernale (caldocotone) si trovano microscopiche camere d’aria che isolano perfettamente dal freddo. Oltre ai materiali citati ve ne sono numerosi altri senza crudeltà, vegetali o sintetici, come, ad esempio, il lino, la viscosa, l’acrilico, la canapa, il fustagno, il goretex, il nylon, il poliestere, il thinsulate, il polarguard, il fibrefill e la cordura.” Meglio l’inquinamento, meglio le sostanze non naturali, i derivati dal petrolio… Pur di non avere a che fare con le sostanze animali, non considerano nemmeno le campagne sulla non sostenibilità del cotone. Ad ognuno la sua guerra… Io guardo le pecore al pascolo e dico che, per la loro forma di allevamento naturale, ciò che deriva da loro è più che mai sostenibile!

Tosare un piccolo gregge senza aiuti esterni può essere fattibile, ma quando superi i 2-300 animali le cose si complicano. Così, se arriva in zona una squadra di tosatori, alla fine ti affidi a loro. E inizia in balletto… Domani, no dopo-domani. Non hai mai certezze. C’è di mezzo il meteo, le attrezzature che a volte si inceppano, così si inizia a rimandare e tu non sai bene come fare sia per cercare gente che venga a dare una mano (c’è da tirare pecore, da insaccare lana), sia per essere nel “posto giusto”. Sei lì che aspetti di sapere e scopri che si rimanda ancora…

Allora ti rimetti in cammino per trovare un altro posto adeguato per l’indomani, sperando che sia davvero la volta buona. Sposta il gregge, sposta il recinto già allestito… All’imprevidibilità del pascolo vagante, con la tosatura si aggiunge sempre quell’incertezza in più e non è facile gestire tutto. Magari hai già preparato da mangiare o ti domandi se alla fine sarà un pranzo “sul campo” o una cena, da offrire alla squadra e a chi ti aiuterà. Ammesso di trovare qualcuno, così all’improvviso, in settimana.

Un’altra variabile è quella del tempo. I tosatori dicono che la pioggia non li spaventa, ma lo scorso anno la lana praticamente non ci è stata pagata, avendo tosato ed imballato con la pioggia. Già normalmente non c’è da guadagnarci, ma almeno prendere quel qualcosina… Nuvole in cielo, aria umida, previsioni molto incerte.

Si pascola più che si può, l’indomani le pecore dovranno attendere, per riprendere a brucare a piacimento. Ma comunque il disagio della tosatura finisce qui, qualche ora di “digiuno”, a cui il pastore farà seguire un pascolamento prolungato fino a notte inoltrata per recuperare il tempo perso. La fatica della giornata richiederebbe un riposo anticipato per l’uomo, e invece, tanto le pecore i pastori le maltrattano, anche in questa occasione si sacrificano loro stessi per il benessere del gregge.

Alla fine ecco la squadra al lavoro. Solo questa foto, perchè poi non ho più avuto modo di prendere in mano la macchina, con tutto il lavoro di raccolta ed insaccamento della lana. Si è lavorato a ritmo serrato tutto il mattino, con le nuvole incombenti. Qualche goccia è poi caduta, ma solo a lavoro ultimato, per fortuna! Questa volta, dopo Francesi, Spagnoli, Neozelandesi, Polacchi e non so cos’altro, i tosatori erano Italiani, dalla provincia di Rieti. “Nostro padre e nostro nonno prima di lui venivano anche qui in Piemonte a tosare, fino al 1993… Noi adesso nel Nord Italia tosiamo soprattutto in Veneto.

E così ecco il gregge pronto per la primavera. Quando sarà ora di salire in montagna, sulle schiene ci sarà già quel dito di lana a proteggere gli animali dall’aria più fine e dal sole estivo. Tosatura è benessere anche perchè, appena liberate dal vello, ecco le pecore muoversi veloce, alimentarsi più avidamente (che fatica per i pastori star loro dietro, i primi giorni) e… sì, anche riprodursi! Non è uno scherzo, venite a vedere come aumenta l’attività dei montoni appena dopo la tosatura!

Per chi volesse leggere altri articoli con notizie tendenziose e errate (almeno per la nostra realtà) legate alla tosatura, eccone alcuni: La lana è vegan? Come vivere un inverno caldo e cruelty free: no alla lana. Cosa non va nella lana? (in quest’ultimo articolo almeno si raggiunge il meglio con queste affermazioni: “Le povere pecore di routine sono prese a calci, pugni e tagliate durante il processo di tosatura.“)

PS: La nostra lana va a finire qui e di conseguenza qui, Biella The Wool Company.

E ci risiamo!

Quest’anno Pasqua cade nella seconda metà di aprile, ma le campagne contro la macellazione di agnelli e capretti sono già iniziate. La fantasia di questi cosiddetti animalisti si amplia e si toccano punte di disinformazione aberranti. Il problema è che sempre più gente si fa influenzare e cade nella trappola, contribuendo non solo a danneggiare economicamente gli allevatori, ma soprattutto assorbendo un’idea sempre più errata del mondo della pastorizia.

(immagine presente nel web)

Dell’argomento abbiamo già ampiamente parlato lo scorso anno, ma adesso c’è da segnalare ad esempio il coinvolgimento (non voluto) addirittura di Papa Francesco. Leggete qui e poi invece come sono andate veramente le cose qui. Su facebook spopola la disinformazione e i commenti di credenti e non, con la finalità di boicottare questa tradizione. A prescindere dal fatto che il Papa non ha assolutamente detto di non mangiare agnello/capretto, la situazione si fa sempre più grave a livello generale. Ribadisco che io rispetto le scelte di tutti (fino al momento in cui ledono la libertà altrui), ma ciò che mi infastidisce è la disinformazione e l’offesa dell’onesto lavoro di allevatori, veterinari, ecc.

Attualmente la situazione dell’allevamento ovicaprino è abbastanza critica. Non per colpa di animalisti, vegani & C., ma piuttosto della massiccia importazione di carni dall’estero a prezzi decisamente troppo bassi. Cosa che fa anche dubitare sulla “bontà” di queste carni e sulla loro sanità. Gli allevamenti locali sono in crisi anche a causa della crescente mole di obblighi, burocrazia, vincoli e controlli, che comportano costi e tempo da dedicarvici. Se il nostro prodotto non è competitivo con ciò che arriva dall’estero, il rischio è che, per sopravvivere, sia quasi un obbligo non osservare la legge! Scrive un’allevatrice dall’Abruzzo: “Abbiamo la stalla piena di agnelli. A Natale non si è venduto molto, i prezzi erano bassi… Ora comincio a vedere le solite campagne contro il consumo di carne d’agnello a Pasqua, ma questa mi ha colpito particolarmente. Secondo te è possibile una cosa del genere? Il Papa non può aver mai detto una cosa simile…

Come fare una giusta comunicazione? Come combattere tutta la disinformazione? Facendo parlare i protagonisti, i pastori, e mostrando il loro lavoro! Un’altra allevatrice, dalla Toscana, invece così scrive sul suo profilo facebook: “La “mucca pazza”, le “mucche a terra” e tutti i loro simili, sono il frutto, meritato, dello sfruttamento senza cuore dell’uomo nei confronti degli animali, l’affronto alla natura… La cosa che mi rattrista è che, se da una parte ci sono mercenari che sfruttano e fanno soffrire gli animali, trattandoli non come esseri viventi, ma come cose, dall’altra sedicenti animalisti invece che lottare affinché allevamenti intensivi cambino atteggiamento (non si possono vedere le mucche a terre,o mamme che partoriscono e non possono vedere il proprio cucciolo) diventano semplicemente vegetariani o vegani… e così pensano che il problema sia risolto, e si sentono con la coscienza a posto… Io ho deciso di dedicare la mia vita agli animali… La mia piccola produzione di latte, formaggio, carne, non viene da sfruttamento, ma segue le leggi della natura… I miei animali nascono liberi, vivono con la mamma fino al naturale svezzamento… possono correre nei prati e stendersi a prendere il sole… Questo per me è rispetto e amore per gli animali… La mia mucca Roma ha 13 anni… è una giovanotta… Nelle grandi stalle a 4 anni vanno a terra… e poi, ovviamente in qualche modo devono portarle via dalle stalle… Chi ama gli animali, invece che non mangiare carne, perchè non comincia a dedicargli un po’ del suo tempo????“. A scrivere così è Valentina Merletti da Zeri.

Abbiamo un nuovo Governo, che di problemi da affrontare ne ha fin che si vuole… Però dicono di voler ascoltare la voce del popolo. Bene, senza nulla togliere a tutte le altre difficoltà, secondo me sarebbe bello far arrivare lassù anche le nostre voci. Noi piccole realtà non rappresentate da nessuno. Noi che “si alleva per passione”, ma solo con la passione non ce la fai più a tirare avanti. Prima di tutto bisogna chiedere una giusta tutela, tracciabilità e visibilità per la carne ovicaprina nostrana. Poi una comunicazione efficace e veritiera su cosa vuol dire mangiare agnello, capretto, agnellone, pecora ecc in Italia.

Basta con le dicerie sui pochi giorni di vita e su barbare pratiche di uccisione. E’ tutto normato e controllato. Macellazioni clandestine? Vengano combattute da chi di dovere. Ma sicuramente si ridurrebbero quasi a zero se si potesse vendere il prodotto di un lavoro onesto a prezzi dignitosi.

Di problemi la pastorizia ne ha tanti, ma non sarebbe ancora un mestiere definitivamente al tramonto. Però (almeno da queste parti) la vendita di agnelli a Natale è stata quasi nulla. Da allora i macellai non ritirano praticamente niente e… se fosse lo stesso per Pasqua? Cosa ne facciamo di tutti questi animali? Senza incassi, senza reddito, come faranno i pastori a nutrirli? Ancora una volta quindi, in attesa che si muovano le istituzioni, invito tutti coloro che non hanno preconcetti e pregiudizi e che mangiano carne ovicaprina: cercate carne italiana! Per chi non può usufruire del Km 0 o non sa dove reperire carne certificata, almeno pretendere dal macellaio di fiducia una garanzia sull’origine. Comune… se il prezzo è troppo basso, sicuramente non si tratta di carne italiana. Al di sotto dei 9-10 euro al kg (agnello) e 12-15 euro/kg (capretto) non mi fiderei. E sono già prezzi bassi che significano un ricavo per l’allevatore veramente risicato.

L’altro giorno un pastore dalla Lombardia mi raccontava di aver seguito un breve corso di formazione e di poter, in un locale adeguato, macellare e vendere i propri agnelli. Perchè questo non è fattibile ovunque? Quante persone vorrebbero poter acquistare direttamente dal pastore “di fiducia”, magari dopo aver visto il gregge pascolare libero in natura. Basta pregiudizi, basta disinformazione, basta integralismo animalista (spesso ipocrita). Chiediamo alle Istituzioni un impegno concreto di sostegno alla produzione nazionale, ma come prima cosa ora occorre contrastare le campagne sulla “strage degli agnelli”. Leggete cosa propone un personaggio non nuovo a queste iniziative: “Lancio una proposta: regaleremo, grazie all’aiuto di tanti bravi italiani,uno o più agnellini ad Amministrazioni Comunali che vogliano adottarli per tenere puliti i prati e le aree verdi…come del resto si fa nei paesi avanzati…la garanzia dovrà essere il mantenimento a vita di queste creature che garantiranno un paesaggio più bello e notevoli risparmi!!! Se c’è qualche amministratore comunale interessato mi contatti (…)“.

Scrive un mio amico: “Io che sto ristrutturando un cascinale e per rimettere dopo tanti anni un po’ di bestie devo fare i salti mortali e loro???” Pensate all’ignoranza di fondo di queste “proposte”. Cosa pensano, che metti in un giardino pubblico due agnelli (come? dove??) e questi brucano? Ma… se basta l’erba per mantenerli, allora non hanno un mese di vita o pochi giorni, come sostengono loro. In quel caso avrebbero bisogno della madre e del latte! Per finire… nei paesi evoluti ed avanzati si chiama un pastore con il suo gregge a pascolare nel verde pubblico. A Torino ci avevano provato, ma mi hanno detto che dovranno desistere per le troppe lamentele dei cittadini che non amavano gli escrementi di pecora (e preferivano evidentemente il gas di scarico dei decespugliatori).

Iniziative e altro

Non riuscendo ad aggiornare il blog con la solita costanza, mi si accumula anche parecchio materiale che ricevo da voi o che mi piacerebbe comunque condividere. Segnalo un’iniziativa che proprio oggi ho trovato nella posta, Salita all’alpeggio 2013, Escursione con mucche e pastori.

Altra iniziativa, che ricevo con piacere dall’amica Gaia, riguarda altre “vecchie conoscenze” di questo blog. Insieme ad Alex e Pamela, stanno infatti cercando di dare il via ad un’iniziativa turistica per quest’estate. Riporto qui integralmente il programma, la descrizione dell’evento ed i recapiti per informazioni e prenotazioni.

Ovviamente, se qualcuno di voi parteciperà, spero che mi mandi le foto e ci racconti com’è andata!

Un altro amico ci invia questo biglietto da visita di una bottega artigiana che realizza campanacci.

Vi ricordo infine la “Cena della capra” con annessa presentazione del mio ultimo libro che si terrà il prossimo sabato, 8 giugno, a Balme (TO).

Non si fa niente, però…

Ricordate il convegno sulla filiera ovicaprina di qualche settimana fa? Bene, ieri sera ci siamo riuniti per iniziare a pensare alla parte operativa. Molti più allevatori in sala e molte meno “personalità”. Presidente e Direttrice del GAL hanno spiegato concretamente ciò che si vuole fare, cioè creare una vera e propria filiera dei prodotti ovicaprini nell’area GAL. Gli allevatori ci sono ed hanno problemi a vendere ad un prezzo sostenibile quanto producono (specialmente la carne e la lana, per i formaggi va un po’ meglio), ma si tratterebbe di mettere insieme macellai e soprattutto ristoratori, gastronomie, punti vendita, per creare un circuito. Sulla lana, insieme a Biella The Wool Company, si vorrebbe creare un punto di raccolta della lana succida.

Soldi ce ne sono, un finanziamento abbastanza importante, che permetterebbe di coprire un 30-45% a seconda dei casi gli investimenti che i partecipanti al progetto vorrebbero fare: strutture (punto vendita, sala lavorazione latte, stalle…), ma anche mezzi di trasporto per la carne o cose del genere e altre attrezzature (macchine per tosare…). Ovviamente ci vanno più soggetti che partecipano e non una singola azienda. Il GAL si occuperà di coordinare il tutto, quindi gli allevatori (e gli altri soggetti) dovranno solo dare la loro adesione e dire di cosa hanno bisogno. Pensate che a questo punto si siano levate voci entusiaste dalla sala? Ahimè no…

Ovviamente sono stati sollevati dubbi e perplessità, perchè siamo tra gente concreta e si vuole capire bene di che si tratta. Questo va bene, solo discutendo le criticità si può costruire e migliorare, anche perchè sono gli addetti ai lavori che devono dire/spiegare al GAL di cosa hanno bisogno e come funzionano certi meccanismi del sistema. Però quella che ha prevalso è stata la sfiducia e la critica. “Chi volete che mangi la carne di pecora!“. “Il ristorante XYZ l’agnello nel menù ce l’ha sempre, ma su 10 che vengono a mangiare, se lo ordinano in due è tanto.” “La gente non mangia l’agnello, figuriamoci la pecora!”. Oppure: “Ma se aderiamo poi… e se la cosa non funziona?

Anche se macellai e ristoratori saranno invitati successivamente ad altre riunioni, alcuni di loro erano già presenti in sala. Un macellaio continuava a spegnere i già scarsi entusiasmi: “Se metto la pecora sul bancone, me la posso poi mangiare io! Le donne ormai non vogliono più cucinare, per loro va bene la bistecca da far saltare in padella due minuti, figuriamoci se mi comprano la pecora! L’agnello invece… poverino, piccolino e cose così…“. Gli ho parlato di bistecche e salsicce di pecora, ma mi ha quasi riso dietro. Ecco, persone del genere evitino di venire alla riunioni ed evitino eventualmente di aderire al progetto per poi ritirarsi in corso d’opera, perchè il ritiro di qualche anello della filiera vanificherà del tutto il progetto. Servono poche, ma buone, persone che ci credano e sappiano agire loro per prime al fine di valorizzare il prodotto. Presentarlo in un certo modo, proporlo… Saranno fondamentali i ristoratori e la comunicazione, poi qualcosa si muoverà di certo.

Ovvio che, dall’oggi al domani, il progetto non risolleverà l’intera filiera, ma da qualche parte bisogna pur partire. L’interesse e l’appoggio del Museo del Gusto di Frossasco servirà per coinvolgere il mondo della ristorazione. Se 5, 10, 50, 100 persone mangeranno spezzatino di pecora, arrosto di pecora, salsiccia di pecora e l’apprezzeranno, ne parleranno con gli amici, a loro volta qualcuno di loro si farà attirare e proverà. Il solito macellaio: “Se va bene la comprerà qualche Meridionale…“. Ma certo! Quante persone del Centro-Sud rimpiangono le pecore che mangiavano nella loro terra di origine? Quante volte, mentre sono al pascolo, mi sono sentita dire: “Da noi al paese si mangia tanto, qui la carne di pecora non la trovi…“. Ovvio che uno non può prendere una pecora intera, ma se comparissero nelle macellerie tagli ben fatti per bolliti, arrosti e altre preparazioni? E se si insegnasse a preparare sia piatti della tradizione, sia piatti innovativi?

Proprio ieri, in questo variegato mondo virtuale, ho incontrato una persona che mi ha parlato dei piatti della sua terra, preparazioni tradizionali che hanno alle spalle anche delle storie che sono belle da leggere, da comprendere, da capire, perchè parlano di ritmi di vita sani, legati alla terra. Leggete ad esempio la “Pignata di pecora di agosto” o anche un piatto particolare dal nome curioso, “Cazzomarro alla brace“. Ricette che richiedono tempo per la loro preparazione e che sicuramente non funzionano per la casalinga dei quattro salti in padella, ma la pecora non è solo questo. Le milanesi di pecora sono ottime e cuocciono in un paio di minuti in più delle fettine di vitello. Inutile continuare a lamentarsi perchè il settore è in crisi e poi sputare sulle opzioni che ci vengono offerte. Sicuramente con questa mentalità è impossibile pensare di creare un consorzio, un marchio, ma esperienze anche non tanto lontano da noi dimostrano che, chi lo ha fatto, dei risultati li raccoglie. Chi però pensava che questo bando fornisse la strada per arricchirsi facendo il pastore, farà meglio a lasciar perdere e lasci il posto alle riunioni per chi invece crede nell’idea di una pastorizia sostenibile, vicina al territorio, che punta sulla qualità e non sulla quantità.

Filiera ovicaprina: incontro per gli allevatori

Dopo il convegno… adesso bisogna fare sul serio e “costruire” qualcosa di concreto, pertanto allevatori datevi da fare e partecipate. Altrimenti non vale più la scusa “non si fa niente, solo parole, ma concretezza…“.

Il Presidente del Gal evv, a seguito del successo del convegno del 2 marzo, ha fissato un incontro per tutti coloro interessati a partecipare al bando 312.1 “Sostegno alle imprese della filiera della pecora” per  mettere in contatto le realtà del territorio che operano nel settore e iniziare a lavorare insieme.
Questo primo incontro è rivolto a tutti gli allevatori ovicaprini, che lavorano sul territorio del Gal e avrà luogo:
MERCOLEDI’ 20 MARZO -ORE 17.00
presso la sede del Gal Evv in via Fuhrmann 23, Villa Olanda (Luserna San Giovanni)
Per informazioni:
tel. 0121/933708; e-mail animatrice@evv.it; www.evv.it
Allevatori (pastori) in area GAL, partecipate numerosi e fate girare la voce tra colleghi, ci vediamo il 20 marzo!