Buone feste… con una curiosità

Auguri a tutti quelli che vengono ancora su queste pagine, anche se non sono più aggiornate come un tempo. Anche se non si parla quasi più di pascolo vagante. Auguri a tutti quelli che passeranno le feste lavorando, sui pascoli o in stalla.

(immagine dal web)

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Per tenervi compagnia in queste giornate, volevo rendervi partecipi di una curiosità che ho scoperto facendo ricerche per il mio prossimo libro. Altro che renne! Gli elfi che portavano i doni erano accompagnati da… capre o caproni!

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Vediamo di capire meglio la faccenda. Il Babbo Natale che conosciamo noi, come sappiamo, è un’invenzione commerciale legata alla Coca Cola. Tutta la sua storia la possiamo leggere qui, per capire come da San Nicola si è arrivati a Babbo Natale nelle sue illustrazioni più classiche. Ma nelle tradizioni del Nord Europa, a distribuire i doni ai bambini era il Julbocken, la capra di Natale. Su questo sito potete trovare delle belle illustrazioni in merito.

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La slitta trainata da capre o caproni nasce probabilmente dal mito dio del tuono Thor,  che si spostava su carro trainato da due capre (Tanngnjóstr e Tanngrisnir) dotate di poteri magici. Thor infatti se ne cibava durante i suoi viaggi, ma conserva le pelli e le ossa dalle quali, il mattino successivo, le capre rinascevano.

A questo punto non mi resta che rinnovare i miei auguri a tutti voi per giornate felici in compagnia dei vostri cari… e dei vostri animali, se siete allevatori. Che il futuro riservi giorni migliori, soddisfazioni e gratificazioni, dalla vita e dal lavoro.

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Le “regole” per gestire i pascoli

Sono stata in Trentino a presentare i miei libri in occasione della festa annuale delle Regole di Spinale e Manez. Già sapevo che esistevano forme di gestione del territorio (pascoli, foreste…) diverse dalla proprietà pubblica/privata o consortile che abbiamo noi qui in Piemonte, ma in questa occasione ho avuto modo di capire davvero cosa significhi.

Sono arrivata il giorno prima della festa, in una giornata, ahimè, di pioggia, che non mi ha consentito di apprezzare lo splendido panorama che mi circondava. Ho comunque sfidato la sorte e il meteo (e ho avuto ragione!). Sono salita a Malga Vallesinella, fiancheggiando le famose cascate che si possono ammirare da queste parti. Il cielo non si è mai aperto completamente, così non sono riuscita ad ammirare le Dolomiti di Brenta.

Boschi e pascoli, abeti, radure e corsi d’acqua spumeggianti. Una rete di sentieri ben segnalata. Tra i cartelli, all’imbocco dei veri percorsi, la segnalazione della presenza dell’orso e le regole da osservare in caso di incontro. Più tardi, mentre camminavo in totale solitudine nel bosco, riflettevo sulle possibili reazioni nell’eventualità che il plantigrado si materializzasse davanti al mio cammino…

La mandria intorno a Vallesinella era composta da bovini di una razza che non avevo mai visto. Dal momento che ero in Val Rendena, mi è venuto in mente che questa potesse essere l’omonima razza. Ho poi chiesto conferma alle guardiane degli animali, che mi hanno confermato che si trattava proprio di vacche Rendena. Non immaginavo di ritrovare la stessa mandria il giorno successivo nella malga dove si sarebbe tenuta la festa…

La festa quest’anno si teneva a Malga Fevri. Ho chiesto di poter salire a piedi, per guardarmi intorno e vedere un po’ di panorama. Fortunatamente quel giorno in tempo era migliore. Le montagne giocavano a nascondino con le nuvole, ma i pascoli erano al meglio del loro splendore. Non era solo merito del sole, ma la qualità dell’erba da queste parti è davvero eccellente. Mentre salivamo, mi sono fatta spiegare in cosa consistono le “regole”. Sul sito della comunità di Spinale e Manez queste parole ben riassumono il concetto: “Un rapporto inscindibile tra una popolazione e il suo territorio, una partecipazione condivisa alla gestione del patrimonio comune, un uso necessariamente equilibrato e regolato delle risorse naturali, essenziali per la vita della comunità.

Le malghe vanno all’asta come accade altrove per gli alpeggi di proprietà pubblica, ma si sono introdotte clausole (come quello degli animali di razza Rendena) che fa sì che siano allevatori locali ad aggiudicarsele. A Malga Fevri ci sono manze, sulle altre malghe incontro anche vacche da latte. Le strutture sono belle, ben tenute, con tutto ciò che serve per far sì che la vita in alpeggio sia decorosa.

La gestione di tutto ciò che c’è sui territori delle Regole fa sì che vi siano fondi disponibili per tutte questi interventi. Non sono tanto le malghe a dare grossi frutti, quanto piuttosto le attività turistiche presenti, come i locali collocati all’arrivo delle funivie. E qui il turismo non manca. Mi spiegano che tutto viene reinvestito sul territorio: anche la struttura dove ho pernottato io (Pra de la casa) è un patrimonio delle Regole. Si trattava del vecchio vivaio forestale, che è stato riconvertito in attività recettiva, data in gestione ad una famiglia.

Questo sistema fa sì che tutte le attività di montagna siano ben gestite e non vadano a perdere: ne beneficia il territorio, l’economia, il paesaggio, il turismo… Insomma, ecco uno dei motivi per cui “da quelle parti” sembra un altro mondo rispetto a situazioni con problemi di gestione che si incontrano invece in altre regioni delle Alpi. Le Regole risalgono al XIII secolo… una storia secolare di corretta amministrazione del patrimonio montano, dove le tradizioni (attività agro-silvo-pastorali) si sono mantenute accanto all’evoluzione di nuove necessità/risorse come il turismo.

In quella giornata di sole un gruppo di giovani malgari sorveglia la mandria di vacche da latte, conversando con i tanti turisti di passaggio. Moltissimi regolieri erano saliti con la funivia al monte Spinale, poi scendevano a piedi o con le navette a Malga Fevri per la festa. Ogni anno questa si teneva in una delle diverse sedi delle proprietà delle Regole.

E così lo spazio intorno alla malga si affollava sempre più, la polenta cuoceva, la banda suonava… e le manze ruminavano pacifiche accanto alla stalla. Erano salite in quei verdi pascoli fioriti solo quella mattina, per trascorrere là le successive settimane d’alpeggio.

Dopo il pranzo, chi è interessato entra nell’enorme “stallone”, dove si potevano legare 150 bestie. Quel giorno invece entra la tecnologia, con microfono, computer e videoproiettore. Si raccontano storie di alpeggi e allevatori, di ieri e di oggi, poi viene per tutti il momento del rientro. Inizio ad essere “pratica” del territorio, così rifiuto i vari passaggi in auto, dato che i sentieri che scendono dalla malga mi ricondurranno esattamente a Pra della Casa. Mi auguro che questo sistema così antico di gestione del territorio possa sopravvivere ad ogni mutamento e che questi paesaggi unici continuino a vedere malghe vive, abitate, con pascoli utilizzati, produzioni casearie di pregio e razze locali a consumare l’erba.

Ancora sulle battaglie delle Reines

L’altro giorno già vi avevo parlato di Battaglie delle Reines mettendo insieme alcune opinioni diverse (e contrastanti) che alcune persone hanno sull’argomento. Adesso provo a mostrarvi, con le immagini e raccontandovi qualcosa, quello che si può “sentire” partecipando ad uno di questi incontri. Non pretendo di convincere nessuno, ma volevo almeno far ragionare chi è disponibile a farlo, chi ha interesse a documentarsi.

Era la prima volta che assistevo ad uno di questi incontri in montagna. Non che abbia partecipato a moltissime di queste manifestazioni, la prima in assoluto era stata la finale ad Aosta molti anni fa. Nonostante le condizioni meteo non ottimali (pioggia nella notte e il giorno precedente, con neve in montagna a quote medio-alte), combino all’ultimo minuto e si va al Piccolo san Bernardo, al confine con la Francia. Caldo non fa, pioviggina, ma poi il tempo va a migliorare. E il pubblico non manca!

Penso ci siano almeno due modi per “partecipare” ad una Battaglia. A parte chi è direttamente coinvolto, gli allevatori e le loro famiglie, che portano gli animali e sperano magari in un qualche risultato, c’è un pubblico di curiosi e ci sono gli appassionati. Ci sono anche semplici turisti che passano, guardano per qualche minuto, poi proseguono, preferendo le bancarelle del mercatino. Forse scattano una foto, per avere il ricordo, la documentazione di quest’usanza locale. Ma gli altri, quelli che stanno lì dall’inizio alla fine, nonostante il freddo, che ci sarebbero stati anche con la pioggia, quelli hanno comunque la passione a motivarli.

Un elemento di fondo è quello su cui si basa anche questo blog, cioè… l’amore e la passione per gli animali. Il discorso è sempre il medesimo… Sempre di più sentirete un’accezione negativa nel termine “animalista”, se a pronunciarlo è un allevatore o comunque qualcuno che ha a che fare con l’allevamento di animali cosiddetti “da reddito”. Quanta confusione si fa, con le parole! Io non allevo nulla, ma ho contratto “la malattia” e, pian piano, nel modo più umile possibile, ho cercato di entrare pian piano in questo mondo, ho cercato di comprenderlo, l’ho vissuto in prima persona per alcuni anni, continuo a viverlo marginalmente grazie agli amici. Soprattutto però cerco di raccontarlo. Le parole sono importanti, ma le immagini spesso dicono ancora di più. Quindi, per me, assistere ad una Battaglia è l’ennesima sfida fotografica, riuscire a cogliere degli scatti che documentino, che parlino, che riescano a comunicare.

Ancora non sapevo che qualcuno avrebbe commentato il post sulle battaglie, quando ho scattato questa foto. Il commento in questione, a firma di “Cris” è questo: “Tutto quello che fa violenza deve essere intollerabile. In certi paesi del mondo la legge della violenza é regina, deve essere lo stesso per noi qua? in tutti i campi ? i bambini devono vedere le mucche nei campi verdi o combattendo? é solo una questione di educazione. che modello gli diamo?” Questa immagine parla appunto da sola, risponde da sola a Cris e a chi la pensa come lei. Il modello che viene dato a questi bambini è che il mondo dell’allevamento di montagna è sano, che gli animali sono amati. Che le battaglie non sono violenza, ma momenti gioiosi da condividere con tutta la famiglia, bambini compresi.

Se non è sufficiente quella foto, aggiungo questa, sempre relativa ad una premiazione. Non si impara la violenza, ma si assiste ad un fenomeno naturale, bello da vedere, appassionante, coinvolgente, che insegna ad amare gli animali, ad allevarli come si deve e ad esserne ripagati. Giusto per sfatare un altro luogo comune, non si guadagna niente in queste battaglie, se non una campana o una decorazione floreale. Certo, la stalla con delle reine vincitrici magari vende più facilmente e a prezzo maggiore i suoi animali ad altri appassionati, ma… la storia finisce lì.

Ripeto ancora una volta che le battaglie non sono cruente, non più di quanto non lo sia di per sé la natura. Anzi, alla fine di questa eliminatoria, qualcuno lamentava che le bestie avevano battuto poco, la sera prima, ad Aosta, durante la notturna all’arena, gli scontri erano stati più animali. Qui i primi incontri sono stati interlocutori, in alcuni casi si sono conclusi velocemente, in altri gli animali si sono studiati a lungo, limitando il corpo a corpo a pochi istanti sufficienti a stabilire chi passava il turno.

Gli allevatori assistono insieme ai giudici di gara. Contemporaneamente avvengono più incontri. C’è ansia, attesa, partecipazione emotiva, anche preoccupazione. Altro che incontri cruenti… Quando una vacca resta impigliata con il corno nella cinghia della campana della sua compagna, non si esita a tirar fuori il coltello e tagliare la cinghia, pur di evitare pericoli e sofferenze all’animale!

Secondo me, se si ha un minimo di passione per gli animali, è inevitabile rimanere coinvolto dallo spettacolo, anche quando gli animali non stanno ancora scontrandosi. C’è tutto un rito precedente, ed è forse soprattutto questo a far capire quanto sia naturale questo evento. Qua e là nel campo vengono predisposti dei mucchi di terra e gli animali li usano per scavare con le zampe, buttando indietro la terra, e strusciarvisi con il muso.

Ed è naturale anche lasciarsi affascinare dai momenti più vivi, quelli in cui gli animali si affrontano con il contatto diretto. Non c’è nulla di riprovevole, nulla di cui vergognarsi nell’essere “presi” quando ciò accade. Non ci emozioniamo, in fondo, per qualsiasi impresa sportiva di cui l’uomo è protagonista? Qui ammiriamo gli animali, la loro forza, la loro indole, la loro bellezza.

A volte un animale sembra cedere, la folla si prepara ad applaudire la vincitrice, ma poi la battaglia riprende. Alcuni incontri durano più a lungo, cresce l’entusiasmo, ma alla fine ci saranno battiti di mano per tutti. Solo in un caso, quando un allevatore contesta e chiede di riprendere lo scontro, si levano dei fischi. Alla fine l’esito sarà comunque quello che era già emerso pochi minuti prima.

La costanza di tutto coloro che sono saliti fin quassù viene premiata dal sole, che fa capolino tra le nuvole, e dal panorama che inizia a mostrarsi in tutta la sua bellezza. Via via si decide la classifica, gli animali vincitori andranno alla finalissima di Aosta, che si terrà il 18 ottobre.

Ogni vincitrice di categoria, ogni classificata ha l’onore della foto, insieme a tutti i membri della famiglia dell’allevatore. Sono momenti di gioia e di festa per tutti. Certo, chi vince è più contento, ma in generale l’atmosfera mi sembra quella del “l’importante è partecipare”, come è giusto che sia.

E poi si arriva allo scontro finale, quello da cui ci si aspetta la maggiore spettacolarità, e le contendenti non deludono. Dal pubblico vengono scattate foto, realizzati filmati con i cellulari, in campo c’è un fotografo ufficiale, ma anche appoggiati alle transenne ci si gode tutto, anche senza apparecchi da professionisti. Certamente occorre un minimo di preparazione, di conoscenza, per avvicinarsi a questo genere di incontri, ma non è così un po’ per tutto?

E Lionne vince, ricevendo tutta la gioia e la gratitudine di Gil, che si inginocchia davanti a lei e la bacia! Lei aspetta, sembrano capirsi con lo sguardo, il legame tra uomo e animale c’è e non lo si può negare. Dite quello che volete, ma questa è una Battaglia delle Reine.

Ancora un giro d’onore con la Regina di prima categoria, poi lo spettacolo è finito. L’appuntamento è all’incontro successivo, gli appassionati non se li perdono, domenica dopo domenica. D’estate poi portano ad andare ora qui, ora là, in località di montagna che meritano essere visitate, quindi possiamo parlare anche di un’occasione, di un incentivo al turismo.

Il pubblico comincia a defluire, chi rientra in valle, chi ritorna in Francia, chi in Piemonte. In queste occasioni, anche guardare la gente può essere interessante, visto che c’è sempre chi ha uno stile particolare e riesce ad attirare l’attenzione…

Sul colle, a metà tra il mercatino italiano e quello francese, proprio accanto ai resti romani, non manca una piccola, pacifica manifestazione di chi inneggia ad una Savoia libera. E’ bello e giusto difendere le tradizioni, le radici, la lingua, la terra, ma cosa c’è di più bello di questi incontri spontanei, proprio in nome della tradizione e delle passioni condivise, che attirano gente da paesi diversi?

Una realtà diversa

E’ da un po’ che penso a come scrivere questo post. Come sapete, a me piace toccare con mano le realtà prima di esprimermi e in questo caso non sono riuscita a farmi un’idea sufficientemente completa per parlarvene approfonditamente. Posso quindi solo raccontarvi le sensazioni che ho avuto, mescolandole con alcune informazioni che mi sono state date e che ho appreso on-line.

Lo scorso fine settimana ero stata invitata in Valle Grana, a Castelmagno, per la transumanza che saliva a Valliera. Era un evento “organizzato”, con tanto di accompagnatore e pranzo in rifugio. Ritengo che queste iniziative siano utili, sia per promuovere il territorio, sia per far conoscere una realtà, quella dell’allevamento di montagna, sempre meno conosciuta. Direi che è l’allevamento in generale a perdere il contatto con il resto del mondo, o meglio, è la società che si distacca dal mondo rurale. Belle parole se ne fanno parecchie, ma quanti conoscono davvero cosa vuol dire allevare, andare in alpeggio, ecc ecc?

Il camion scarica gli animali all’imbocco della strada che sale al Colletto, quindi la mandria lentamente risale verso la sua destinazione. Il gruppo di “turisti” aspetta in un punto panoramico, è stato chiesto di stare lontani dal luogo dove gli animali scendevano dal camion, dato che poteva essere rischioso. Non è facile infatti mettere delle persone “inesperte” tra gli animali, specie se di grosse dimensioni e potenzialmente pericolose come le vacche. Di transumanze io ne ho fatte tante e questa avviene molto placidamente, eppure un signore fa gesti con le mani e dice di togliersi, perchè: “…adesso vengono su veloci, poi dopo si calmano! Lo scorso anno due sono morte di infarto, per essere venute su troppo veloci.

E’ vero che la strada è molto ripida, ma qui c’è qualcosa che non mi torna. Innanzitutto mancano i rudun. Una transumanza non è tale senza i campanacci! Non si mettono solo in caso di lutto! In terra cuneese poi… a Castelmagno! Qualche vacca ha delle campanelle da pascolo e niente più. Visto poi che la transumanza era “organizzata” con turisti e c’erano anche dei ragazzi che filmavano per qualche progetto… non è sicuramente questa una tipica transumanza rappresentativa da mostrare al pubblico!

I “turisti” stavano in coda, qualcuno si muoveva tra gli animali per scattare qualche foto e filmare. Io ho cercato di scambiare quattro chiacchiere con i margari, ma ci ho capito poco. Già sapevo qualcosa sull’azienda che gestisce l’alpeggio di Valliera, ma pensavo che gli animali fossero condotti diversamente. Qui ci troviamo di fronte ad un’azienda agricola molto anomala per le nostre realtà. I margari sono solo dei dipendenti, così come chi si occupa della caseificazione e altri ancora.

A questo punto vi consiglio di andare sul sito dell’azienda agricola Des Martins per capire qualcosa di più di questa realtà. In sintesi, un gruppo di amici vignaioli del Barolo hanno fatto una scommessa… e un investimento. Hanno cioè creato questa realtà. Allevamento, alpeggio, produzione di formaggi rinomati e di qualità. Con le loro conoscenze e i loro canali sicuramente sanno come procedere con la commercializzazione, il marketing, ecc ecc

Però questa per me era una transumanza strana. Forse sono io che sbaglio, forse questa è la strada “giusta” per lasciare alle spalle gli speculatori che affittano le montagne senza metter su le bestie. Qui gli animali ci sono, anche se non sono della razza tradizionalmente allevata da queste parti, anche se non hanno i rudun al collo, anche se alcuni faticano non poco ad arrivare a destinazione. Però mi faceva riflettere anche la strada perfettamente asfaltata, mentre quella di fondovalle ha mille cantieri, frane, buche, problemi difficili da risolvere con i fondi pubblici sempre più scarsi.

Non ero mai più stata a Valliera. Frequentavo questi posti vent’anni fa, scattando immagini alle case abbandonate, vittime della totale emigrazione verso terre più facili, sogni meno faticosi. Oggi le case sono quasi tutte recuperate, c’è la strada asfaltata. Chissà chi aveva ragione? Chi è fuggito, chi è rimasto, chi sta tornando, chi viene qui e ristruttura un intero villaggio per farne una specie di buen retiro? Ricordiamo che il Castelmagno, formaggio dalle origini antichissime, nasce come “toma rimpastata” perchè la produzione era così scarsa (pochi animali, magari solo una vacca per famiglia, guardate come sono ripidi i pendii!) che bisognava impastare insieme la cagliata di più giorni per avere una forma di formaggio!

La transumanza arriva a Valliera e resto colpita dalla frase di una signora che vorrebbe che le donne davanti alle vacche si “levassero” perchè lei possa scattare una foto alle bestie. Nessuna consapevolezza (e rispetto) del fatto che si trattasse di chi lì stava lavorando, contenendo e sorvegliando gli animali. La sensazione che ci sia qualcosa di sbagliato continua a pranzo (ottimo, presso il Rifugio La Valliera), perchè nelle vere transumanze si mangia tutti insieme con i margari, si ascoltano gli aneddoti, si fa una vera festa e si “entra” un po’ in questo mondo. Qui è una realtà diversa e solo il tempo dirà se paga più questo o il rimanere attaccati con i denti alla tradizione. La mia opinione è che la via di mezzo sia sempre la migliore. Molti margari dovrebbero sapersi innovare, tenendo gli aspetti buoni della tradizione, ma evolvendosi in altri per stare al passo con il XXI secolo. Comunque, buona estate anche a questi animali e a tutti coloro che lavoreranno con questa mandria.

Perchè anche le battaglie delle capre sono importanti

Mentre si avvicina il prossimo appuntamento per gli appassionati (28 giugno a Lemie, TO), io vi devo ancora raccontare la battaglia, o meglio, il confronto delle capre e la rassegna che si sono tenuti a Pessinetto, sempre nelle Valli di Lanzo, a fine maggio.

Per chi volesse andare a Lemie, ecco il programma. Io sarò presente il venerdì sera, 26 giugno, alle ore 21:00, per presentare il mio libro fotografico “Pascolo vagante 2004-2014”, presso il Bar della Pace. Vi aspetto numerosi, così come spero siano numerosi i partecipanti alla rassegna/confronto della domenica 28.

A Pessinetto, nonostante il meteo non ottimale, c’era una buona partecipazione. Al mattino si era tenuta la rassegna, molti animali partecipavano ad entrambe le manifestazioni, sia la mostra per la “bellezza”, sia la battaglia del pomeriggio. La maggior parte dei partecipanti era locale, come spesso accade in questi eventi. Partecipare è un impegno e anche un costo, per chi deve prendere un mezzo per il trasporto degli animali.

Valli di Lanzo, non potevano mancare le capre fiurinà. Viene considerata razza, si è cercato di recuperarla e valorizzarla, anche se molti semplicemente la considerano una delle varianti di colore del mantello delle valdostane. Comunque vogliate considerarle, sono un bel vedere e una passione nella passione per molti allevatori di capre.

C’erano numerosi begli esemplari, in tutte le diverse varianti di mantello della valdostana. Abbiamo già parlato varie volte di come queste manifestazioni non vengano comprese all’esterno del mondo zootecnico. Sappiamo come non siano cruente e come l’attitudine al confrontarsi sia un qualcosa di spontaneo, assolutamente naturale.

Talmente naturale che le “battaglie” iniziano già fuori campo! Perchè portare le capre a battersi in questo contesto? Perchè da sempre l’uomo cerca dei momenti di incontro, di spettacolo, di confronto. C’è lo sport praticato in prima persona e c’è la condivisione delle passioni, come può essere quella di allevare e mettere a confronto i frutti del proprio lavoro. Valutare la bontà di un formaggio, la quantità di latte prodotto da un singolo animale, la bellezza e le caratteristiche delle tue bestie.

Le battaglie delle capre hanno sicuramente un pregio: mantengono vivo il territorio. Come? Molti di coloro che allevano questi animali non sono allevatori di professione. Queste capre sono un hobby (impegnativo e costoso, tra l’altro), un di più. Di mestiere fai altro, non vivi con 10, 15 capre. Qualcuno ha anche bovini, non tutti gli appassionati sono hobbisti, ma ciò che intendevo dire che è che chi alleva queste capre le pascola, fa fieno, quindi si prende cura di loro e, contemporaneamente, di piccole fette di territorio che altrimenti sarebbero abbandonate.

Allevamento e territorio sono sempre strettamente connessi, specialmente se l’allevamento non è intensivo (in quel caso l’effetto sul territorio spesso diventa nefasto). Allevare queste capre vuol quindi dire pascoli, prati sfalciati (il più delle volte in aree marginali) e anche prodotti (carne, latticini) destinati ad un piccolo consumo locale.

Ben vengano queste manifestazioni, che riuniscono gli appassionati e attirano sul territorio anche qualche turista, qualche curioso. Le battaglie non sono cruente, anzi… a volte non succede niente e gli animali nemmeno si battono. La gente passa, guarda, qualcuno si ferma, altri vanno oltre, intorno alle transenne restano quelli che sono coinvolti nell’evento, i più appassionati. Ascolto i commenti dei visitatori di passaggio, molti non capiscono, ma ogni sport, ogni passione ha il suo giro di adepti!!

Una ricetta antica, la Castradina

Questo blog permette di incontrare persone da varie parti d’Italia ed anche effettuare “scambi” di vario tipo. Per esempio un giorno ha commentato un articolo la signora Mattea, di origini sarde, ma residente in Veneto, dove ha sempre lavorato come cuoca. Ci siamo scritte e mi ha mandato la ricetta della Castradina, antico piatto veneto: “…ho fatto la cuoca per tanti anni anche a Venezia, provo a dirle anche che il piatto tradizionale veneziano per il giorno della Salute, 21 novembre, e’ la “castradina”, una carne di castrato affumicata che viene preparata da secoli. Si trova nelle macellerie di Rialto e in un solo ristorante storico(esiste da prima della rivoluzione francese!): Vecio Fritolin, calle della Regina, Rialto. La proprietaria, Irina Freguia, è considerata la regina della castradina. E’ un piatto che richiede una preparazione un poco lunga ma il risultato è speciale benche’ non proprio leggerissimo.” Mi sono documentata in rete sulle origini di questa preparazione. Su Wikipedia così si parla di questo piatto: “La castradina è un antico cibo a base di cosciotto di montone salato, affumicato e poi stagionato, usato per fare una gustosa zuppa con l’aggiunta di foglie di verza, cipolle e vino, che tradizionalmente viene gustata alla vigilia della festa della Madonna della Salute (21 novembre). I veneziani la conoscono già dal 1173: infatti nel calmiere del doge Sebastiano Ziani è menzionata la sicce vero carnis de Romania et de Sclavinia ad indicare la provenienza dall’Albania, dalla Bosnia e dalla Sclavonia. La castradina arrivava a Venezia fino al 1914 sui trabaccoli e sulle tartane albanesi battenti bandiera turca o austroungarica e veniva servita direttamente dalle barche ormeggiate sulla riva degli Schiavoni.

Io vi propongo la ricetta datami da Mattea, anche se in rete ne ho trovate delle versioni differenti. “Quando si ha la carne a disposizione bisognerà innanzitutto lavarla e spazzolarla molto bene e ripetutamente, lasciandola anche a mollo in acqua tiepida per riuscire a togliere la maggior parte del colore scuro dell’affumicatura. Tagliata la carne a pezzi non troppo piccoli li si fanno sbollentare, immergendoli in acqua fredda, per una mezz’oretta. Scolati e risciacquati si rimettono in altra acqua fredda con gli aromi da brodo ma sempre senza sale. Anche da questa acqua li si scolano dopo una cottura più’ prolungata fino a che sian cotti ma ancora saldetti. Durante questa fase si lavano le verze tagliate in grossi pezzi e le si sistemano in una capace placca da forno a bordi alti sopra i pezzi di carne fino a coprirli tutti. Un filo di buon olio evo, un pizzico di sale e tanta acqua, o meglio brodo, a filo della sola carne: le verze cuoceranno praticamente a vapore. Coprire con un coperchio o con alluminio sigillandolo bene  e passare in forno caldo. Quando il liquido inizia a bollire abbassare la temperatura e far stufare finche’ la carne ha raggiunto il punto giusto di cottura. Eventualmente si fosse formato troppo liquido farlo evaporare scoprendo la placca. Servire molto caldo.

Personalmente, ho apportato delle piccolissime modifiche. Innanzitutto, la carne di castrato che avevo a disposizione non era affumicata (già è difficile trovare del castrato, potete anche usare dell’agnello, non troppo giovane, o del montone), quindi non c’era il problema di togliergli questo gusto. Avevo dello spezzatino misto (con l’osso) tagliato abbastanza grossolano, quindi adatto allo scopo. L’ho sbollentato come da ricetta e, nella seconda acqua, ho aggiunto cipolla, carota, sedano, alloro, rosmarino e timo. Invece di cuocerla in forno, ho utilizzato una particolare pentola di coccio refrattaria, di origine spagnola, dono di un caro amico. Qui ho messo i pezzi di carne, li ho coperti con brodo vegetale, quindi con la verza tagliata a fette, olio evo, sale ed ho lasciato cuocere a lungo, scoprendo a fine cottura per far evaporare parte del liquido.

In rete potrete trovare diverse ricette di castradina, molte prevedono una versione brodosa, come zuppa, anche con il vino, altre invece, più asciutte, sono decisamente un secondo. Qui un documento che parla della festa a cui è collegata. Non avendo io esperienze dirette, mi affido ai lettori per suggerimenti e commenti. Comunque vi posso assicurare che il mio risultato è stato ottimo, anche a detta di chi ieri sera ha partecipato alla cena.

Il pastore, il territorio, la storia

I pastori sono sempre gli ultimi a lasciare le montagne. Campanacci in alto non ne senti quasi più, in certe valli si sono spostati a mezza quota o già nei prati vicino alle cascine. Le grandi mandrie sono in pianura. Le bestie in guardia per la maggior parte sono rientrate dai loro padroni, a pascolare nelle reti, piccoli appezzamenti qua e là.

Però qualche gregge è ancora su. Greggi più o meno grossi. Greggi che scendono a piedi. Pascolare quello che c’è a quote intermedie, prima di scendere nella pianura a spendere soldi nei prati. Si pascola in terreni di proprietà, terreni affittati. Luoghi dove un tempo magari si tagliava il fieno ed oggi è già tanto se li pascola ancora qualcuno.

E’ autunno, è una magnifica giornata di sole e vento in quota. Vento quasi caldo. Le nuvole si rincorrono, cadono le foglie e gli aghi dei larici. Sono le giornate più belle, quasi che la montagna voglia salutare così greggi e pastori. Una scusa tardiva dopo settimane, mesi di nebbia e pioggia. Giornate al pascolo durante le quali nemmeno vedevi i tuoi animali.

Erba ce n’è ancora, oggi le pecore dovrebbero “fermarsi” di più a pascolare, ma forse vorrebbero qualcosa di nuovo, di diverso. Così salgono, e si spostano, e si dividono. La speranza era quella di mangiare in cresta, godendo del sole caldo, del panorama, della gioia di essere quassù e non là, in pianura, sotto la cappa di foschia. Ma le campanelle si allontanano quando non abbiamo nemmeno ancora finito di perlustrare le montagne con il binocolo, quindi tocca scendere velocemente.

Il pastore conosce bene la montagna e conosce le sue bestie, quindi sa già dove andare a cercarle, dove fermarle, da che parte mandare i cani. Non è ancora ora di scendere verso il recinto, tanto meno verso il fondovalle! Il sole filtra tra i rami dei larici che si stanno tingendo di giallo. Le schiene delle pecore quasi brillano. Per un po’ potranno ancora pascolare lì, consentendoci di mangiare un pranzo… pomeridiano.

Sulle montagne dell’alta valle le greggi rimaste si contano sulle dita della mano. I pastori sono fatti così, uno con l’altro devono “tenersi sotto controllo”, guardare a che ora viene aperto il recinto, immaginare perchè oggi tizio si è spostato più in qua, pensare a quanta erba avranno ancora lassù. C’è anche quell’alpeggio là sull’altro versante, quello dove sono stata quest’estate, “…di nuovo verde a questa stagione dopo anni che non lo si vedeva così!” Ed è una gioia per tutti sapere che un collega ha riportato in vita una montagna, come se si trattasse di un segnale positivo per il futuro di tutti. Pur tra i mille problemi, pur con il ricordo di diatribe per i confini, per i pascoli, per  gli alpeggi, in questo o in quel vallone, con questo o quel margaro, pastore.

Il gregge prende di nuovo la direzione sbagliata, ma è sufficiente mandare il cane, quello più vecchio, più esperto, per fermarlo ancora una volta. Il pastore mi espone i suoi “piani”, dove pascolerà ancora, per quanto tempo (meteo permettendo). Finire l’erba su, mentre magari poi quella in basso “marcisce”. Mentre i contadini in pianura iniziano ad agitarsi perchè non arriva il gregge a mangiare la loro erba.

E poi viene l’ora che le si lascia scendere. Dai larici e abeti si passa ai faggi, sotto cui non c’è erba. “Se metti poi questa foto, la gente si chiederà cosa mangiano, le pecore!“. Ma le pecore la faggeta la attraversano solo, puntando dritte alle vecchie baite, dove c’è ancora erba, e acqua e magari il pastore darà loro un po’ di sale.

Si raggiunge la pista sterrata, gli animali vanno dritti alla meta senza nemmeno bisogno di essere guidati. Il pastore si ferma a contarli, un controllo non è mai male, in questi boschi. Anche perchè ci sono pecore prossime al parto, una avrebbe potuto rimanere indietro per quel motivo. Quella sera però tutte sfilano ordinatamente, ci si può avviare al loro seguito senza preoccupazioni.

E’ quasi sera, il sole sta tramontando dietro alla cresta. le pecore si sparpagliano, l’aria si fa più fresca, anche se comunque è un caldo fuori dal normale, per la quota e per la stagione. Il pastore inizia a raccontare fatti che hanno il sapore quasi di leggende e riguardano quei posti, quei valloni.

Nessuno tiene conto anche di questi aspetti. Avere qui un gregge, un pastore, è garantire la vita del territorio sotto molti diversi punti di vista. C’è il pascolamento, c’è la pulizia, c’è la manutenzione delle strutture, ma anche il perpetrarsi di storie, toponimi, aneddoti, leggende che altrimenti andrebbero definitivamente perdute. E in questo caso non è la voce di un anziano a raccontare, ma un giovane che sicuramente le avrà apprese da altre che lì hanno vissuto e pascolato prima di lui. Anche tutto ciò è pastorizia.

Ancora disinformazione sul mondo zootecnico: Striscia la Notizia, vergogna!!!!

Non è la prima volta che mi trovo ad indignarmi per servizi di Striscia la Notizia, in particolare quelli del sedicente amico degli animali Edoardo Stoppa. Trovo già indisponente l’atteggiamento tipico di una certa categoria di “animalisti”, quelli che confondono gli animali con i bambini o comunque con gli esseri umani in generale. Queste persone si riferiscono a qualsiasi essere vivente del regno animale con vezzeggiativi e diminutivi: “cagnolini, cavallini, gattini, mucchine” eccetera. Parlando di loro allora dovremmo forse dire: “bambini”? No, sono adulti, ma vivono in una dimensione che ha ben pochi legami con la realtà del mondo reale, in particolare quello animale, dal quale anche noi proveniamo. Avrei da parlare per ore di questo argomento, ma oggi concentriamoci sul servizio andato in onda venerdì sera (27 dicembre 2013) durante il noto “TG satirico”. Qui il video, per chi se lo fosse perso.

Dietro segnalazione di alcune persone ignoranti, che nel video parlano di “battaglia indotta”, “si addestrano le mucche”, “spettacolo per il divertimento umano come il palio, il circo…”, la troupe è andata alla finale di Aosta della Battaglia per dare una sua versione della cosa. Chi conosce questa realtà, si è indignato, arrabbiato, infuriato! Chi non la conosce e ha preso per oro colato quanto veniva detto (tra “bastonate” agli animali, vacche “stressate” solo perchè si grattano per terra, un etologo che non ha mai visto come si comportano gli animali liberi al pascolo – si picchiano le vacche, le capre, a volte anche le pecore!), ora pensa che in Val d’Aosta ci sia una versione della corrida da vietare assolutamente, indignandosi per quanto siamo ancora barbari in Italia.

Ci sono già risposte ufficiali per esempio qui. Volevo dirvi come la pensavo io, ma poi stamattina ho letto vari commenti su Facebook, di amici Valdostani e Piemontesi appassionati dell’argomento, così ho pensato che forse sarebbe stato meglio lasciare a loro la parola. Non ho censurato o cambiato nulla, come potrete vedere. Intanto, per chi volesse entrare in questo mondo, ecco un blog con tante magnifiche foto.

Scrive, praticamente in diretta mentre guarda il servizio, Fabio: “siamo proprio dei mostri di crudeltà in val d’aosta dato ke facciamo battere le mucche nere…. mamma mia quante balle x far audience!! le addestriamo, le picchiamo, le costringiamo a combattere con la forza…. pensate ke le leghiamo con le catene…. xkè una volta usavano lo spago ma andava sempre rotto. e tutti con in mano un bastone in mano…. già, pensate un po’ ke cattivoni ke siamo!! “e la fila x le scommesse clandestine”…. ahahahah ‘a coglione di uno stoppa, quella è la fila x andare a bere al bar, scemoooooo!! 🙂 andaste a vedere ki maltratta davvero gli animali, non ki dedica la propria vita a loro…. facendo sacrifici su sacrifici x portare avanti un lavoro ormai “scomodo” x tanti!! caro stoppa, dedicassi tu la passione ke mettono certi allevatori x i loro animali, sicuramente non ci sarebbero servizi tanto squallidi come quello appena visto da tutta italia… servizi ke x fare “scoop” infangano il lavoro e la vita degli altri!! vergognosooooo!!


Forse più di tutti parla questo video, un’intervista a Simona Porliod, pubblicato su youtube con queste informazioni: “Video intervista sulle Bataille de Reines in Valle d’Aosta. Questo filmato è stato svolto per dimostrare l’attaccamento dei giovani valdostani alla propria regione e alle proprie tradizioni. E’ infatti la conclusione di un’analisi effettuata nel corso di Lingue e Comunicazione dell’Università della Valle d’Aosta.  La colonna sonora non poteva non essere la canzone di Lady Barbara, Ma Reina. Buona Visione Alice, Katya e Joara“.

Sulla pagina Facebook “Blog reinesvaleedaoste” si è scatenato un vero putiferio. Mathieu: “hanno totalmente omesso ogni notizia in questo servizio! quel giorno hanno intervistato Clos per un bel momento, che gli aveva spiegato tutto come si deve e non l’hanno messo! Si sono inventati che noi facciamo scommesse, hanno fatto solo vedere qualche mucca un po più ‘breva’, hanno interpellato una specie di ‘Etologo’ che vorrei proprio sapere chi cazzo è, perché all’università di Etologi che insegnano ce ne sono molti e TUTTI trattano le batailles in quello che è il normale comportamento bovino! un vero schifo!

Fabrizia: “DEVONO intervenire i veterinari, SOLO loro hanno l’autorità per stabilire se e quando si va ad influire sul benessere animale, ci fanno una testa tanta in facoltà su ciò che è benessere e ciò che non lo è….è ovvio che ognuno tira l’acqua al suo mulino…gli animalisti poi…lasuma perde..però bisogna parlare con coscienza e conoscenza..sicuramente ci sono allevatori che se ne sbattono…perchè è cosi purtroppo, ma sono come in tutte le circostanze, le mele marce.. non va fatta MAI di tutta l’erba un fascio, chi lo fa per passione nei confronti di questi animali mai si sognerebbe di farli star male… hanno sbagliato a Striscia xk hanno fatto vedere solo ciò che volevano…

Jerome: “Che baggianate che hanno detto… Vengano a vedere quando le mucche escono la prima volta, dopo un lungo inverno dalle stalle, che si battono da sole…“. In tanti poi si domandano perchè il servizio sia stato montato ad arte, infatti di interviste ne erano state raccolte molte, mai andate in onda. Cristina: “secondo me dovrebbero fare sentire le altre interviste che hanno fatto, quelle che VOLUTAMENTE non hanno fatto sentire. Come mai durante gli altri servizi fatto parlare sempre i responsabili e in questo servizio no? perché non avrebbe fatto notizia

Anche i Piemontesi partecipano al dibattito in modo molto sentito, visto che questa tradizione è molto diffusa anche in una vasta area del Piemonte. Mario: “il fatto è che c’è gente che non capisce nulla ,e facendo cattiva informazione faranno passare gli allevatori come esseri senza cuore,attaccati solo al denaro ,insensibili e purtroppo io sono senza peli sulla lingua e non sopporto chi vuole fare il maestro senza capire nulla .Se non ci fossero Le Combats e venissero vietati il 90 % delle reine finirebbero in salami e tanti giovani ,sopratutto in montagna lascerebbero l’agricoltura“. Luca: “ma quei pagliacci di striscia la notizia si sono mai fatti un giro sui nostri pascoli in primavera, dove le reines in natura si affrontano per stabilire chi è il capobranco? si saranno accorti che nel loro combattimento si affrontano ma non c’è violenza perchè quella più debole lo riconosce e si ritira voltandosi e il “combattimento” finisce all’istante? si sono fatti un giro nelle stalle dei valdostani, che in quanto a gestione delle vacche e benessere animale sono il fiore all’occhiello dell’allevamento italiano??? Basta tv spazzatura!!!!!!

Ancora Mathieu: “sono veramente schifato sai! mamma mia che nervoso… noi non facciamo scomesse (quello che hanno inquadrato è dove si ritirano i sorteggi), hanno interpellato un etologo che non sò dove abbia comprato la laurea (sai meglio di me il perché), avevano intervistato il presidente che gli aveva risposto in modo tranquillo ed esaustivo e loro non l’hanno messo, ci accusano di tenere in mano tra un pò delle armi quando è un fuscellino di legno e si ha a che fare con animali che arrivano a 800 kg, parlano di vittorie di tantissimi soldi quando questa è solo una passione e i nostri agricoltori praticamente sono al lastrico e alla regionale il primo premio è di mille euro (ma portare una mucca lì costa molto di più fidati)… un servizio falso! che vergogna…

In passato ho intervistato, ho sentito tanti appassionati di Reines che raccontano del loro rapporto con questi animali. Volevo quindi “regalarvi” un pezzo tratto dal mio libro: “Intelligente come un asino, intraprendente come una pecora”, dove uno dei racconti riguardava appunto la Battaglia delle Reine. Da “Il giorno della battaglia”: <<Chi ha la “malattia” per le Reines parla di questo mondo speciale con un luccichio negli occhi e quasi si commuove, nel raccontarti cosa vuol dire portare la propria vacca alla battaglia. “Deve essere una bestia tua, che ti nasce e ti muore nella stalla, te la devi allevare fin da piccola. Quella che mi è morta in montagna l’avevo portata a casa per Natale, aveva quindici giorni, era così piccola che l’ho messa in una cassetta della frutta.

Tra il padrone e la vacca si instaura un rapporto speciale, un fortissimo legame affettivo. Molti pensano che le Castane siano vacche aggressive, forse perché associano (giustamente) il loro nome alle battaglie, ma la realtà è completamente diversa.  Attualmente, lo scopo essenziale dell’allevamento di queste vacche è proprio l’utilizzo nelle tradizionali “Battailles de Reines”. Nell’Ottocento-Novecento si parlava della razza di Hérens quale popolazione a mantello nero o castano uniforme presente in Valle d’Aosta, mentre  più recentemente compare la cosiddetta “Castana”. La Castana rappresenterebbe il residuo dell’antica popolazione originaria della zona aostana, selezionata in Svizzera per il mantello uniforme (razza di Hérens) ed in Valle d’Aosta per il mantello pezzato nero (Valdostana Pezzata Nera). Oppure la castana potrebbe essere una popolazione meticcia derivata dall’incrocio fra la Hérens e la stessa Valdostana Pezzata nera. Originariamente era allevata specialmente nella valle del Gran San Bernardo, da cui si è diffusa in tutta la Val d’Aosta ed oggi la sua consistenza numerica è in aumento, proprio in ragione della passione per i combattimenti.

“Certo, è anche una vacca da latte. D’altra parte una volta veniva allevata anche per quello. Dicono addirittura che le migliori Fontine venissero fatte con il suo latte, particolarmente ricco di grasso e proteine. Esistono allevamenti di sole Castane, ma nella mandria solo qualcuna diventa una Reina, le altre sono tenute per la mungitura,”.

Da alcuni anni ormai questa passione si è diffusa anche nelle zone limitrofe del Piemonte, specialmente nell’Alto Canavese e nelle Valli di Lanzo dove vengono organizzati combattimenti. “Noi Piemontesi non possiamo partecipare in Val d’Aosta… Abbiamo i nostri incontri regionali, fino alla finale regionale, ma sono cose separate.”

E’ una passione che inizia da bambini, quando il nonno ti accompagna a vedere una battaglia, e ti innamori di quelle bestie dal mantello lucido e scuro, la testa grossa, la taglia media, bestie vigorose, muscolose, dall’indole fiera. “Ma non sono cattive, guarda…”

Lei, la Reina, è la prima che ti viene incontro, quando ti approssimi alla mandria. Ma non lo fa per caricarti, non vuole scacciarti dal suo territorio.

“E’ curiosa, ma soprattutto… vuole le coccole!”

Allunga la testa, si fa accarezzare, grattare, ed intanto cerca di leccare con la spessa lingua ruvida il volto del suo giovane padrone. Anche avvicinandosi ad animali sconosciuti, se ci sono delle Castane sono sempre loro le prime ad alzare la testa. Non fuggono intimorite dall’estraneo, ma si accostano e cercano il contatto con l’uomo.

“Perché la Reina è quella che vizi di più. I motivi sono tanti. Non c’è solo l’amore, quello che provi per lei, perché è la tua campionessa. La coccoli per forza, perché è lei ad essere sempre la prima. Chiami gli animali per metterti in marcia e lei passa davanti a tutti, ti cammina dietro alle spalle, così tu ti giri e l’accarezzi. Poi le metti la campana più bella, il campano grosso ed il boschet perla transumanza. Per lei c’è anche qualcosa in più quando distribuisci la razione nella stalla.”

La battaglia è un qualcosa di spontaneo, non una forzatura dell’uomo. C’è chi dice che ci sono delle “bestie matte”, vacche particolarmente sanguigne. Altri raccontano di erbe che renderebbero più combattivi gli animali, si narra anche di una montagna dove le manze si battevano tutto il giorno, quando pascolavano certa erba, e “di lì venivano giù con gli occhi rossi”.

“Quella che diventerà la Reina, la individui al pascolo, tutte le vere regine dovrebbero aver trascorso la stagione in alpeggio! La sua indole viene fuori lì, in mezzo alle altre, perché la Reina deve primeggiare, avere l’erba migliore, abbeverarsi per prima. Ma non c’è bisogno che picchi, che si scontri. A lei basta sbuffare e si fa spazio.”

Non tutte le Castane hanno questa attitudine, ci sono bestie più docili prive del temperamento del comando e queste non verranno mai tenute per le battaglie. Specialmente in Val d’Aosta, ci sono animali allevati appositamente in vista degli appuntamenti annuali e questi vengono fatti scendere dall’alpeggio nel mese di agosto, per affinare la preparazione e raggiungere la giusta classe di peso, dato che si partecipa alle competizioni iscritti in tre categorie determinate dalla stazza.

“La vacca è la tua, alla battaglia la devi portare tu, perché lei sa chi c’è che la controlla, e quello che fa, lo fa anche per te.”>>

Vi invito infine a rileggere alcuni post dove si parla di allevatori di Reines qui e qui, mentre qui trovate il mio racconto dell’unica occasione in cui ho assistito dal vivo ad una Battaglia (la finale di Aosta nel 2010).

Non si fa niente, però…

Ricordate il convegno sulla filiera ovicaprina di qualche settimana fa? Bene, ieri sera ci siamo riuniti per iniziare a pensare alla parte operativa. Molti più allevatori in sala e molte meno “personalità”. Presidente e Direttrice del GAL hanno spiegato concretamente ciò che si vuole fare, cioè creare una vera e propria filiera dei prodotti ovicaprini nell’area GAL. Gli allevatori ci sono ed hanno problemi a vendere ad un prezzo sostenibile quanto producono (specialmente la carne e la lana, per i formaggi va un po’ meglio), ma si tratterebbe di mettere insieme macellai e soprattutto ristoratori, gastronomie, punti vendita, per creare un circuito. Sulla lana, insieme a Biella The Wool Company, si vorrebbe creare un punto di raccolta della lana succida.

Soldi ce ne sono, un finanziamento abbastanza importante, che permetterebbe di coprire un 30-45% a seconda dei casi gli investimenti che i partecipanti al progetto vorrebbero fare: strutture (punto vendita, sala lavorazione latte, stalle…), ma anche mezzi di trasporto per la carne o cose del genere e altre attrezzature (macchine per tosare…). Ovviamente ci vanno più soggetti che partecipano e non una singola azienda. Il GAL si occuperà di coordinare il tutto, quindi gli allevatori (e gli altri soggetti) dovranno solo dare la loro adesione e dire di cosa hanno bisogno. Pensate che a questo punto si siano levate voci entusiaste dalla sala? Ahimè no…

Ovviamente sono stati sollevati dubbi e perplessità, perchè siamo tra gente concreta e si vuole capire bene di che si tratta. Questo va bene, solo discutendo le criticità si può costruire e migliorare, anche perchè sono gli addetti ai lavori che devono dire/spiegare al GAL di cosa hanno bisogno e come funzionano certi meccanismi del sistema. Però quella che ha prevalso è stata la sfiducia e la critica. “Chi volete che mangi la carne di pecora!“. “Il ristorante XYZ l’agnello nel menù ce l’ha sempre, ma su 10 che vengono a mangiare, se lo ordinano in due è tanto.” “La gente non mangia l’agnello, figuriamoci la pecora!”. Oppure: “Ma se aderiamo poi… e se la cosa non funziona?

Anche se macellai e ristoratori saranno invitati successivamente ad altre riunioni, alcuni di loro erano già presenti in sala. Un macellaio continuava a spegnere i già scarsi entusiasmi: “Se metto la pecora sul bancone, me la posso poi mangiare io! Le donne ormai non vogliono più cucinare, per loro va bene la bistecca da far saltare in padella due minuti, figuriamoci se mi comprano la pecora! L’agnello invece… poverino, piccolino e cose così…“. Gli ho parlato di bistecche e salsicce di pecora, ma mi ha quasi riso dietro. Ecco, persone del genere evitino di venire alla riunioni ed evitino eventualmente di aderire al progetto per poi ritirarsi in corso d’opera, perchè il ritiro di qualche anello della filiera vanificherà del tutto il progetto. Servono poche, ma buone, persone che ci credano e sappiano agire loro per prime al fine di valorizzare il prodotto. Presentarlo in un certo modo, proporlo… Saranno fondamentali i ristoratori e la comunicazione, poi qualcosa si muoverà di certo.

Ovvio che, dall’oggi al domani, il progetto non risolleverà l’intera filiera, ma da qualche parte bisogna pur partire. L’interesse e l’appoggio del Museo del Gusto di Frossasco servirà per coinvolgere il mondo della ristorazione. Se 5, 10, 50, 100 persone mangeranno spezzatino di pecora, arrosto di pecora, salsiccia di pecora e l’apprezzeranno, ne parleranno con gli amici, a loro volta qualcuno di loro si farà attirare e proverà. Il solito macellaio: “Se va bene la comprerà qualche Meridionale…“. Ma certo! Quante persone del Centro-Sud rimpiangono le pecore che mangiavano nella loro terra di origine? Quante volte, mentre sono al pascolo, mi sono sentita dire: “Da noi al paese si mangia tanto, qui la carne di pecora non la trovi…“. Ovvio che uno non può prendere una pecora intera, ma se comparissero nelle macellerie tagli ben fatti per bolliti, arrosti e altre preparazioni? E se si insegnasse a preparare sia piatti della tradizione, sia piatti innovativi?

Proprio ieri, in questo variegato mondo virtuale, ho incontrato una persona che mi ha parlato dei piatti della sua terra, preparazioni tradizionali che hanno alle spalle anche delle storie che sono belle da leggere, da comprendere, da capire, perchè parlano di ritmi di vita sani, legati alla terra. Leggete ad esempio la “Pignata di pecora di agosto” o anche un piatto particolare dal nome curioso, “Cazzomarro alla brace“. Ricette che richiedono tempo per la loro preparazione e che sicuramente non funzionano per la casalinga dei quattro salti in padella, ma la pecora non è solo questo. Le milanesi di pecora sono ottime e cuocciono in un paio di minuti in più delle fettine di vitello. Inutile continuare a lamentarsi perchè il settore è in crisi e poi sputare sulle opzioni che ci vengono offerte. Sicuramente con questa mentalità è impossibile pensare di creare un consorzio, un marchio, ma esperienze anche non tanto lontano da noi dimostrano che, chi lo ha fatto, dei risultati li raccoglie. Chi però pensava che questo bando fornisse la strada per arricchirsi facendo il pastore, farà meglio a lasciar perdere e lasci il posto alle riunioni per chi invece crede nell’idea di una pastorizia sostenibile, vicina al territorio, che punta sulla qualità e non sulla quantità.

Perché mangiare pecora bollita (ricetta, ma non solo)

Uno di questi giorni, con calma, vorrei ragionare insieme a voi sul possibile (?) futuro della pastorizia. In questi giorni di crisi, sono in tanti a pensare: “Cambio vita, vado a fare…“. Vado a fare il pastore? Aria pura, vita sana, contatto con gli animali… Come se fosse tutto così facile!

Innanzitutto, al giorno d’oggi è tutto difficile. Con un piccolo gregge, non ci campi, a meno che ci sia qualcun altro in famiglia ad avere delle entrate. E non parlo di 20-30 pecore, ma per vivere di pastorizia (da carne) ne servono almeno qualche centinaia, di animali. Almeno 4-500 e non è detto che riesci a mettere qualcosa da parte, con tutte le spese che ci sono. Se poi devi partire da zero, attrezzarti… auguri!

Un gregge di quelle dimensioni non è facile da gestire e comporta costi che non vengono adeguatamente ripagati dalla vendita degli animali, che siano agnelli, agnelloni o pecore da macello. Se non cambierà qualcosa nel mercato della carne, se non si tornerà ad apprezzare ed utilizzare anche la carne di pecora (che veniva comunemente consumata fino almeno alla metà del secolo scorso,a  sentire le testimonianze degli anziani), non so che futuro potrà avere la pastorizia. Oggi molti pastori campano soprattutto grazie agli immigrati, che per tradizione, religione e gusto, ricercano in particolar modo la carne ovina allevata al pascolo (Nordafricani ed immigrati dall’Est Europa).

Ma la cucina italiana di ricette a base di pecora ne ha eccome, specie se andiamo a cercare nelle regioni del Centro-Sud. Oggi allora ecco la pecora bollita, secondo la tradizione sarda. Se qualche Sardo ha qualche appunto da fare… scriva qui nei commenti. Io l’ho controllata su internet (dove però si trovano versioni leggermente differenti), dopo averla però sentita anche raccontare da dei Sardi. E’ semplicissima, gustosa e… da provare!

Pecora Bollita alla Sarda

2 kg di pecora;

1 kg di patate;

4 pomodori secchi;

4 gambi di sedano;

3 carote;

3 cipolle;

prezzemolo;

sale

(qualcuno aggiunge anche del peperoncino)

In una grossa pentola, fate cuocere, in abbondante acqua, la pecora tagliata a pezzi, insieme ai pomodori, al sedano, alle cipolle e qualche foglia di prezzemolo. A metà cottura aggiungete le patate pelate, salate e lasciate continuare la cottura. Servite la carne con le patate ben calde.