Quando il rovo è ecologico

Torniamo ancora in Svizzera, c’era ancora qualcosa che vi dovevo raccontare sulla mia breve trasferta invernale. E’ quasi impossibile parlare di quelle zone senza riflettere sul paesaggio. Certo, raggiungendo la zona dove si trovava il gregge, ho anche sfiorato città, zone industriali, ma dove il territorio è agricolo, è soltanto agricolo.

Seguendo il gregge tra villaggi, colline, prati, campi, boschi, stando all’aria aperta tutto il giorno, il paesaggio è qualcosa di più di un semplice sfondo. E’ indubbio che, cambiando zone, si apprezza la differenza, mentre spesso si da per scontato quello che si ha quotidianamente sotto agli occhi.

Quello che sicuramente mi ha colpita è la grande presenza di rapaci intorno al gregge. Scusate per la qualità scarsa della foto, ma era un giorno di pioggia e la mia macchina fotografica ha uno zoom non da professionista. Comunque, sulle pecore volteggiavano continuamente dei nibbi. Dalle nostre parti ci sono spesso uccelli che accompagnano il gregge, per lo più ballerine e aironi. Qui nibbi e altri rapaci, oltre ad uccelli di piccole dimensioni, a volte in volo, a volte a terra, tra gli animali che pascolano.

Il pastore mi spiega che, qua e là, ci sono dei pezzi “ecologici”, che non possono far pascolare al gregge. Poco per volta capisco di che si tratta. Possono essere degli spazi anche ampi, magari intorno ad una piccola zona umida: restano incolti, non vengono seminati o pascolati, lì ci saranno fioriture importanti per la biodiversità vegetale e animale. C’è una bacheca, indica le specie vegetali ed animali. Magari c’è anche una panchina. Poi ci sono quelle piccole aree in mezzo al prato, magari con uno steccato intorno per proteggerle sia dai mezzi agricoli, sia dal pascolamento: cespugli di prunus, in questo caso, e un posatoio per gli uccelli.

Presumo che questi interventi ecologico-paesaggistici prevedano anche dei finanziamenti, dei “contributi”, come siamo soliti chiamarli (chi ne sapesse di più e volesse rispondere nei commenti, grazie…). Non un paesaggio fatto di sola agricoltura, ma l’albero lasciato qui, la siepe là, i cosiddetti corridoi ecologici che permettono, anche in un ambiente antropizzato ed agricolo, la vita della flora e fauna selvatica, che possono anche coadiuvare l’agricoltore/allevatore. Per non parlare poi dell’aspetto per l’appunto paesaggistico.

Su di una delle tante colline, c’era un piccolo gregge di pecore. Non ne conosco la razza, potrebbe essere un qualcosa di locale, magari a rischio di estinzione. Erano collocate in recinti fissi, tra un recinto e l’altro c’era uno stretto corridoio di forse mezzo metro, con piante e cespugli, anche rovi. Ecco… Sono stati gli unici rovi che ho visto! Qui il rovo è “ecologico”, è biodiversità, è nutrimento e rifugio per la fauna selvatica.

Tutto il resto invece è paesaggio curato, prati che si alternano a campi, fattorie, alcune antiche, altre più moderne, alberi, siepi, stradine di campagna che sono sia vie per i mezzi agricoli, sia percorsi per passeggiate a piedi, a cavallo e in bicicletta.

Secondo me non è solo questione di contributi, tutto parte dalla mentalità e dalla cultura. Mi sembra giusto aiutare anche economicamente chi coniuga agricoltura e ambiente, perchè questi sono veri investimenti che avranno un’influenza sul futuro. Effetti che magari non vediamo concretamente, ma vediamo invece molto bene il loro contrario. Gli effetti dell’agricoltura e dell’allevamento intensivi, il sovra-sfruttamento del territorio, l’impiego massiccio di pesticidi, la monotonia delle monocolture, ecc…

E quando si attraversa una strada?

La nevicata era stata di breve durata, nella notte le temperature si erano abbassate e il terreno, al mattino, era tutto gelato.

Il primo sole stava arrivando tra le colline, lassù a ridosso del bosco il gregge era già al pascolo, mentre il pastore stava finendo di raccogliere le reti e imbastare gli asini. La neve scrocchiava sotto gli scarponi e, nel fango, le impronte delle centinaia di unghie, erano cristallizzate.

Qui bisogna iniziare presto, al mattino. Gli ordini del capo sono precisi, quando arriva il sole, gli animali devono già mangiare e dev’essere tutto pronto per muoversi. La giornata sembrava promettere bene, ma le previsioni annunciavano comunque altra neve per il pomeriggio/sera.

Non è facile far spostare queste pecore. Anche chiamandole, non partono subito al seguito del pastore. Come vi ho già detto, mandando i cani si “richiudono” a mucchio. L’unica soluzione è il sacchetto del pane secco, che attira il montone castrato, con la campanella al collo, guida designata del gregge.

Così lentamente ci si avvia verso i prati a ridosso del paese. Non c’è più molto da pascolare, bisognerà attraversare la strada cantonale. Ancora una volta, le pecore brucano svogliatamente, l’erba non è di loro gradimento, quindi non si indugia troppo a lungo e si riparte.

Per passare la strada, occorre fare un lungo giro, sia per attraversare il canale, sia per non pestare un campo seminato. Il sole scalda, il terreno inizia a sgelare, tutto un altro clima rispetto al giorno precedente. Su alcuni prati in pendenza la neve è addirittura già sciolta.

Qui non occorre agitarsi, quando c’è da spostare il gregge anche attraversando una via trafficata! Per prima cosa, gli automobilisti rispettano scrupolosamente i limiti di velocità, per cui in prossimità dei centri abitati viaggiano ai 50 km/h. Inoltre rallentano quasi sempre già solo nel vedere il gregge al pascolo di fianco alla strada. Se poi questo sta salendo sull’asfalto, si fermano a decine di metri di distanza, spegnendo il motore. Ecco perchè basta un unico pastore per muoversi con un gregge di quasi mille pecore!

Dopo esser passati in mezzo ad alcuni capannoni, il gregge torna in aperta campagna. C’è la pista ciclabile che passa di lì, poi tutta una fitta rete di stradine tra campi e prati, curate alla perfezione, con tanto di segnaletica e, periodicamente, panchine, cestini con i sacchetti per gli escrementi dei cani…

Sembra ci sia un’infinita distesa di prati, da quella parte, ma il pastore confessa di non saper bene se basteranno per la giornata. Erba vecchia, erba sporca di liquami, erba di cattiva qualità. Ha già fatto un giro il giorno precedente, adesso lascia che il gregge si allarghi e pascoli quel che può, poi lo sposterà ancora, sempre avanti fino a trovare dei pascoli come si deve.

Dal mattino fino a notte, questa è la giornata di chi fa questo mestiere. Nel cuore del giorno, spesso il pastore chiude il gregge in due reti e va avanti a piedi a vedere dove trova pascoli, poi ritorna e riprende a far mangiare gli animali. La sera, chiuso il recinto, sfamato i cani, tolto il basto, torna a piedi a recuperare il proprio furgone, con cui poi raggiungerà le prossimità del gregge, trascorrendo anch’egli lì la notte. La mia breve permanenza presso questa realtà è terminata, ma vi racconterò ancora qualcosa su alcuni aspetti del territorio svizzero nei prossimi giorni.

Un assaggio di inverno vero

Il film “Hiver nomade” aveva aggiunto dettagli a quello che già avevo sentito dire sull’inverno per i pastori vaganti in Svizzera. Quest’anno anche da quelle parti le temperature non sono ancora state esageratamente fredde, c’era un po’ di neve, ma senza esagerare.

Dopo la giornata di pioggia, nella notte aveva nevicato ed al mattino il problema principale era il ghiaccio. Quando raggiungo il gregge, il pastore stava rifacendo il basto all’asino. L’animale era scivolato sulla strada ghiacciata, cadendo a terra per fortuna senza conseguenze, ma nel rialzarsi, il carico si era spostato e bisognava rimettere tutto a posto. C’era vento freddo e la neve passava quasi in orizzontale.

Il gregge pascolava incurante delle condizioni meteo. Le pecore erano tutte ben allargate e mangiavano come se niente fosse. Neve al suolo non ce n’era molta e le temperature non erano così basse, ma il vento faceva percepire un freddo più intenso di quello segnato dal termometro.

Finito di pascolare il primo prato, il gregge viene fatto spostare in un altro grosso appezzamento appena sopra la stradina. Qui finalmente si trova quello che il pastore desidererebbe avere sempre, cioè un ottimo pascolo. Le pecore si fermano, letteralmente incollate al terreno. Mangiano senza camminare, mentre il vento fa turbinare i fiocchi di neve ed esce persino un po’ di sole.

Quel prato dura davvero a lungo. Il gregge pascola in modo completamente diverso rispetto al giorno prima, quando invece spiluccava solo le punte dell’erba, o le pecore si sedevano a ruminare, attendendo che il pastore le conducesse in un nuovo pezzo. Comunque sia, bisognerà poi trovare ancora altri prati per concludere la giornata e, via di lì, la situazione sembra di nuovo esser critica.

Qui vedete meglio come sia possibile, anche con la neve, che gli animali pascolino. Spostano la neve con le zampe e con il muso, raggiungendo l’erba. Ovviamente, se il prato fosse pulito, mangerebbero meglio e di più, ma non muoiono certo di fame, contrariamente a quello che potrebbe pensare chi non è abituato a vedere gli animali all’aperto d’inverno.

Quando però tutto il prato è stato bene o male mangiato, è ora di ripartire. Il gregge come sempre si incammina compatto, non ci sono agnelli piccoli (per legge, non possono nascere agnelli all’aperto durante la transumanza invernale) e nemmeno animali zoppi. Il pastore mi ha spiegato che, periodicamente, può esserci una visita da parte del veterinario cantonale, che controlla lo stato di salute del gregge e verifica appunto che non vi siano bestie zoppe. Se ne vede una, questa deve già esser stata medicata e, sul registro, dev’essere stato segnato l’orecchino, la data e l’eventuale prodotto usato per il medicamento.

I prati attraversati successivamente non incontrano il gusto del gregge. Ci sono anche alcune stoppie di mais, da noi considerate uno dei pascoli principali per le greggi vaganti, ma qui, tra che il gelo ha “bruciato” le infestanti, tra che le pecore devono ingrassare, non si prende nemmeno in considerazione questi appezzamenti.

Il vento è temporaneamente calato, c’è il sole, ma non si può dire che faccia davvero caldo. Gli strati di abbigliamento sono numerosi e le estremità ben protette. Facesse il vero freddo dell’inverno svizzero, non ci sarebbero fango e pozzanghere di neve sciolta, resti della pioggia del giorno precedente. Spero questa immagine serva a tranquillizzare gli amici pastori da queste parti, anche in Svizzera si pesta fango!!

Il meteo quel giorno è estremamente variabile. Il sole svanisce e il cielo torna a farsi grigio. Le pecore hanno di nuovo un bel pezzo di prato nuovo da pascolare, mangiano quiete ed ogni tanto qualcuna si scuote, facendo suonare la campana. Un segnale di neve in arrivo…

Prima della neve arrivano però ancora diversi visitatori, a vedere il gregge, salutare il pastore e portare un caffè caldo con i biscotti. Dizionario alla mano, da una casa un gentilissimo signore chiede in Italiano se vogliamo mangiare qualcosa di caldo. Più tardi, quando è ormai buio e sta nevicando, da un’altra casa arriva un uomo con un cartoccio. Warm pizza per il pastore, ma il pastore è lassù vicino alla wald a fare il recinto per le pecore… Accidenti, bisognerebbe imparare il Tedesco!

La neve arriva proprio, inizia con il calare della sera, ma ormai le pecore hanno pascolato e, con il recinto già pronto, si aspetta che venga notte per chiamarle nel pezzo lassù vicino al bosco di abeti. Le piante serviranno come ricovero per i cani e gli asini, oltre a riparare anche il gregge dalla tormenta. Nel bosco c’è una quiete inaspettata, fa fin “caldo”, paragonato all’aria tagliente che per tutto il giorno ha imperversato.

Vedere altre realtà

E’ facile parlare per luoghi comuni, immaginare che altrove sia tutto migliore, tutto più semplice. Era da tempo che sognavo di vedere il pascolo vagante fuori dall’Italia, in Svizzera soprattutto. Il primo che me ne aveva parlato era stato Luigi Cominelli, ma purtroppo è venuto a mancare troppo presto perchè io potessi raggiungerlo e accompagnarlo nel suo lavoro invernale. Avevo visto questo video, oltre alle foto del libro di Marcel Imsand. Poi c’era stato il film Hiver Nomade…

Questa volta però sono riuscita a toccare con mano anch’io la stagione della transumanza invernale, il pascolo vagante, la vita del Wanderschäfer (pastore vagante, appunto). Il tutto grazie ad un amico, pastore originario della Val Pellice, che da alcuni anni fa le stagioni in Svizzera, sia d’estate in Canton Ticino, sia d’inverno nel Cantone di Lucerna. Il suo datore di lavoro invernale è proprio uno dei fratelli di Luigi, Sandro Cominelli. Così ho preso un po’ di abbigliamento invernale e calzature adatte, il cane e… sono partita.

Arrivare e trovare il gregge è stato semplice. Già sapevo che avrei incontrato la neve. Ero preparata a pecore “diverse”, ma viste dal vivo fan subito uno strano effetto. Il gregge è composto da pecore e agnelloni. Durante la transumanza, nessuna pecora deve partorire: se questo accadesse, la pecore deve immediatamente essere portata alla stalla. Il compito del pastore, da dicembre a marzo, è far mangiare il più possibile gli animali, ingrassarli a dovere. Gli agnelloni sono o di proprietà dell’allevatore o acquistati da esso e, raggiunto un peso adeguato (43kg precisi, siamo in Svizzera!) vengono tolti dal gregge e portati al macello.

E’ tutto un altro modo di lavorare. Certo, bisogna saper fare il pastore, ma anche così, è necessario imparare a svolgere il mestiere come richiede il padrone, il territorio, gli animali. Questi ultimi hanno un carattere diverso da quelli a cui sono abituata qui da noi. Basta il minimo evento anomalo per spaventarli e far sì che si “chiudano” a mucchio, pertanto anche mandare i cani non è semplice, sia per contenerle entro un certo appezzamento, sia per spostarle verso altri pascoli.

Un gregge, gli asini, il pastore e i cani. Come concessione alla modernità, il pastore ha un furgone, ma di questo vi parlerò successivamente. Gli asini trasportano il necessario per il gregge, cioè le reti per fare il recinto la sera. Al mattino, ben prima che venga giorno, bisogna iniziare proprio dal basto, poi si raccolgono le reti e il gregge inizia a pascolare. Non si aspetti che “sciolga”, come da noi che i pastori a volte attendono che vada via la brina per “dare il pezzo”, gli animali devono mangiare, mangiare, mangiare. Le reti vengono poi messe nel basto, così che siano sul posto quando si arriva dove si farà tappa la sera.

Il clima è quello che vedete, e ancora che in questi ultimi anni non ha ancora fatto davvero freddo. Ricordo che Luigi mi parlava di temperature anche di -20°C. Nei giorni precedenti il mio arrivo, c’era stata neve, pioggia, sole, poi mentre io ero lì hanno continuato a susseguirsi giornate di maltempo, con solo qualche intermezzo soleggiato. Gli animali comunque trovano di che sfamarsi sotto la neve e, come accade anche in Italia, quando questa è troppa o è ghiacciata, si interviene con del fieno. Il pastore avvisa l’allevatore e questo se lo procura in loco.

Non è una vita facile, quella del pastore vagante in Svizzera. Ci sono i pro e i contro, come in tutte le cose. Nei prossimi giorni vi racconterò tutto quello che ho potuto toccare con mano stando là. Di sicuro ho goduto di un paesaggio molto diverso rispetto a quello a cui sono abituata. Un paesaggio che rilassa, ma è stato tutto l’insieme ad essere rilassante, pur nella durezza delle condizioni di lavoro.

Solo per fare un esempio, mentre il gregge pascolava l’ultimo prato della sera, dei perfetti sconosciuti hanno accolto me, altrettanto sconosciuta, a casa loro. Amici dell’allevatore, avvertiti all’ultimo momento: a causa di problemi linguistici, avevano frainteso i dettagli sul mio arrivo, ma senza alcuna preoccupazione mi hanno accolta, ospitata e mi hanno concesso piena libertà nell’uso di casa, consegnandomi le chiavi e dicendomi di fare tutto quello che volevo. Andare, venire, usare la cucina, la lavatrice, qualunque cosa. Il giorno dopo quindi ho poi iniziato le mie giornate di pascolo vagante in terra elvetica…

Lavoro in alpeggio, ma prima…

Continuo a ricevere decine e decine di e-mail di persone (uomini e donne) di tutte le età che mi chiedono informazioni per andare a lavorare in alpeggio. Io non posso far altro che chiedere di scrivere un annuncio e poi pubblicarlo nella pagina di questo blog dedicata appositamente a questo spazio. La maggior parte di loro afferma di non avere nessuna esperienza e questo è il “limite” più grande per due motivi. Innanzitutto sarà difficile che un’azienda (ammesso che venga a consultare queste pagine) chiami una persona che non ha mai avuto a che fare con gli animali. Se uno ha bisogno di una mano, è perché ha davvero una carenza di personale, quindi non può e non riesce a spendere troppo tempo per insegnare il mestiere. Il secondo punto critico è che chi non ha esperienza, spesso ha un’idea fortemente romantica e poco pratica della vita d’alpeggio. Messi alla prova, molti si scontrano con una realtà dura, che richiede non solo fatica, ma anche orari che vanno ben oltre le otto ore, scarsissime possibilità di “godersi la montagna” e di avere tempo libero, paghe sicuramente non rapportate al numero di ore dedicate, perché il settore non può permettersi stipendi elevati.

Voglio però raccontarvi una storia dove l’approccio alla vita d’alpeggio avviene per passi. Isabelle racconta: “Sono cresciuta in montagna, ho provato per qualche anno a stare in città, ma non mi piaceva, mi mancava troppo il mio mondo, dovevo ritrovare il mio ambiente. Ho provato varie scuole, ho studiato in Italia fino al primo anno di liceo, poi ho fatto un anno in Svezia, quindi in Francia ho dovuto riprendere tutto il liceo da capo perché non mi riconoscevano gli anni fatti altrove. Ho fatto una scuola pedagogica, ma alla fine non mi andava… Ho poi scoperto su internet che c’erano dei corsi da pastore in Svizzera. L’avessi saputo prima, c’era anche un corso per il pastore d’alpeggio nei Pirenei, vicino a dove stanno ora i miei genitori.”

Isabelle ha la nazionalità Svizzera, ma dice di sentirsi Europea. “Sono tre corsi a pagamento, teoria, ciascuno composto da qualche giorno di fila di lezione. Ci fosse stata una scuola più lunga e completa, l’avrei fatta! Un corso è sui cani da protezione, cani da lavoro, problema delle predazioni, come riconoscere il tipo di attacco, se è il lupo, l’orso, la lince… L’altro è sul pascolo, le erbe, i sistemi di pascolo (pascolo libero, recinti fissi, pascolo con pastore e recinto solo per la notte). In Svizzera gli allevatori ricevono contributi diversi a seconda del sistema usato, chi ha il pastore sempre, prende più soldi. L’ultimo (ma li puoi fare nell’ordine che vuoi tu) è sulle razze di pecore, le malattie, come funziona la digestione e i trattamenti sanitari da fare prima di salire in alpe. In media c’erano 15 persone per corso.

Oltre alla teoria, per ricevere il diploma da pastore e potersi offrire per condurre un gregge in alpeggio, ovviamente è necessario un periodo di pratica. “…almeno 3 settimane in stalla. Io ho fatto due mesi e mezzo in Germania con delle pecore da latte di razza Frisona, lì ho fatto pratica con la mungitura ed ho vissuto il periodo delle nascite. Poi adesso sto facendo lo stage per l’alpeggio: devi fare almeno due mesi e mezzo… Sei tu a scegliere dove, quando però ho detto che lo facevo in Italia, mi hanno detto che dopo devo fare ancora un mese in Svizzera per avere il diploma, ma spero di no, io voglio fare bene la stagione qui.

Non è la prima volta che vi parlo di formazione, sapete che stiamo cercando di avviare qualcosa anche in Italia e la storia di Isabelle è molto utile non solo per prendere spunti, ma anche per capire come potranno essere gli allievi. Serve una fortissima motivazione. “Il diploma ti qualifica come pastore di pecore, anche se di esperienza ne devi fare tanta. In Svizzera c’è richiesta, con il lupo e l’orso devi avere il pastore. Gli allevatori sono piccoli, magari fanno anche altre attività, per mandare le pecore in alpe le mettono insieme e pagano un pastore. Ho una sorella che va in alpe in Italia, con le capre. Avevo preso da lei il libro “Dove vai pastore?” e lo leggevo in tram mentre andavo a lavorare con i bambini di un doposcuola. Leggevo il libro e, con il pensiero, andavo al mondo della montagna, dei pastori, che mi mancava… Io sono un tipo da stare fuori, fin da bambina mi piaceva stare fuori nella pioggia, nella neve. L’altro giorno che qui nevicava e grandinava, per me non è stato un problema, anzi, mi piaceva! Mi piacciono gli animali, la natura. Quando ero piccola abbiamo sempre avuto animali, anche se non in grande numero. Questi sono lavori che alla sera sei soddisfatto, non devi stare lì a chiederti a cosa serve la vita…”.

Anche perché alla sera molte volte sei troppo stanco per farlo, quando mangi cena alle 22:00 o anche oltre e subito dopo crolli sul letto. “In stalla il lavoro era più duro fisicamente, in tutto ho portato più di 3.000 litri di secchi di latte! Però sto imparando di più qui, all’aperto, al pascolo. Sono abituata alla vita semplice, dove abitavo da bambina non c’era la strada e scendevamo a scuola a piedi. Non c’era la Tv, non c’era il telefono e nemmeno l’acqua calda in casa. Io mi arrampicavo dappertutto, sulle rocce sugli alberi! Ho fatto anche tanto sport, ho giocato per vari anni a calcio. Per lavorare con gli animali deve piacerti, ma devi anche saperlo fare. Io sono una persona che osserva molto e questo è fondamentale, fare attenzione al singolo per sapere come stanno.

La storia di Isabelle è sicuramente fuori dal comune. Racconta di viaggi in bicicletta dai Pirenei all’Italia, di avventure vissute quando lei e le sorelle erano bambine. Parla sette lingue, compreso lo Svizzero-tedesco e, nei Pirenei, aveva fatto un corso facoltativo di Occitano, quindi scommetto che, per la fine della stagione d’alpe, i pastori non potranno più parlare in patois “alle sue spalle”! “Sono cresciuta in Italia, queste sono le montagne dove mi sento più a casa. In Italia mi sento più libera, in Svizzera mi sarei sentita meno sicura di me stessa, L’Italia ha una natura più selvatica, la Svizzera è troppo “giardino”. Avevo chiesto ad un’azienda svizzera che era nell’elenco di quelle che accettavano persone in stage, ma non mi hanno voluto perché hanno detto che avevo il cane giovane e loro ne avevano anche già uno da addestrare, quindi non andava bene. Forse era una scusa…”.

Lei infatti è arrivata in Piemonte con il suo cane, Coco, una border collie di un anno d’età. “Ho investito tanto tempo ad addestrarla. La scorsa estate infatti ho lasciato il mio lavoro per fare quello che volevo davvero. Avevo tanto tempo libero e l’ho dedicato ad addestrare lei. Prima le ho insegnato a sedersi e fermarsi, poi ad andare via e tornare piano, ho insegnato tanto attraverso il gioco. La prima volta con gli animali è stato con sette pecore che mia sorella aveva in guardia, per abituarla. Poi in stalla, ma era diverso rispetto a qui. Ho preso un border collie perché volevo fare questo lavoro, è stato il punto di partenza. Ci deve essere un po’ di coraggio per realizzare le proprie idee, no?”.

A lei il coraggio non sembra mancare! Il pastore le insegna i gesti quotidiani, cosa fare nel recinto prima di andare al pascolo, poi come condurre il gregge, come utilizzare il pascolo. Le fa anche delle domande per metterla alla prova: “Se fossi da sola e succedesse un incidente, se delle pecore passassero in un buco della valanga o se arrivasse il lupo e te ne sterminasse una parte cosa faresti?”. In futuro dovrà poi essere lei ad affrontare in autonomia tutte le situazioni. “Per il futuro vorrei fare anche un’inverno fuori. Magari un giorno vorrei prendere degli animali miei, delle pecore da latte. Il mio ragazzo è Svizzero, lui lavora il legno, è più per la stabilità, ma è d’accordo se io parto tutte le estati per fare le stagioni in alpeggio. Camminare in montagna gli piace, ma non conosce la realtà di questo mestiere. Poco per volta però sta facendo cose che prima non faceva: è venuto a stare in Italia, abbiamo iniziato insieme a fare l’orto…”.

E così Isabelle sta facendo la sua stagione di prova/apprendimento in alpeggio. Rimpiange la brevità dei corsi fatti, che però (anche se solo teorici) sono stati un buon inizio. Speriamo che presto, anche in Italia, si possa realizzare qualcosa del genere, per dare la possibilità a tutti coloro che vorrebbero provare questa vita di apprendere e fare un periodo di pratica, per poi decidere/capire se questa potrebbe essere la strada per il futuro.

Aspettando il gregge… e un video da gustare con calma

Ci sono amici che aspettano l’arrivo dei pastori dalle loro parti e, quando arrivano, vanno a far loro visita, “armati” di macchina fotografica. Carlo è uno di loro, lascio a lui la parola, ma seguite il post fino in fondo perchè ci sarà anche una sorpresa dalla Svizzera.

(foto C.Borrini)

La piana tra i Comuni di Bellinzago Novarese, Caltignaga, Momo, Oleggio, Cameri, Galliate e Trecate è, come tante, una piana di transito per i pastori, attraversata da alcune vie storiche di pascolo vagante che vengono tutt’oggi percorse. La via più importante e significativa della pastorizia transumante Verbano-Novarese collegava la Val Formazza alla Lomellina e al Pavese.

(foto C.Borrini)

I pastori scendevano a Sud, verso la fine di settembre con una prima tappa nella piana di Domodossola.

(foto C.Borrini)

Proseguivano poi su Borgomanero per spostarsi verso Agrate Conturbia e Varallo Pombia e scendevano lungo il Fiume Ticino (in gennaio-febbraio). Giunti a Cameri e Galliate i pastori abbandonavano il Ticino per portarsi verso il Torrente Terdoppio e superare Novara.

(foto C.Borrini)

Quindi raggiungevano Mortara; il luogo di arrivo era la Lomellina e il Pavese (fine marzo). La risalita avveniva lungo il Fiume Sesia, quindi, abbandonato il fiume si portavano sul tavolato del Piano Rosa, sulle alture di Maggiora e scendevano Gozzano; da qui il percorso era uguale a quello dell’andata, per arrivare nuovamente alla cascata del Toce. Attualmente è cambiato ben poco se non il numero di greggi transumanti.

(foto C.Borrini)

Nella zona di pianura le pecore possono pascolare in due ambienti diversi: in prati vecchi o abbandonati e nelle stoppie di mais.

(foto C.Borrini)

Quest’anno a Cameri, specialmente nella parte nord-ovest, le stoppie sono piuttosto scarse a causa di una violenta tromba d’aria del 6 agosto che ha allettato tutte le coltivazioni di mais che sono state trinciate per fare biogas. Come l’anno scorso alla fine di gennaio un gregge è giunto a Cameri, mentre un altro molto grosso si trova ancora nella zona di Oleggio. Il gregge quest’anno ho voluto seguirlo per quasi una giornata intera, una giornata molto bella e tiepida dal punto di vista meteorologica e molto interessante dal punto di vista conoscitivo. Sono arrivato al mattino quando le pecore erano ancora tutte nel recinto ed ho assistito al lavoro del pastore nel controllare le nascite degli agnellini, nel farli poppare, ecc.

(foto C.Borrini)

Una pecora un po’ restia ad allattare è stata legata corta alla roulotte con il piccolo vicino; dopo circa una mezz’oretta tutto è ritornato normale e l’agnello ha iniziato a poppare.

(foto C.Borrini)

All’arrivo del pastore sono state tolte le reti del recinto, si sono caricati gli agnelli sul carro, quindi il cane ha radunato il gregge per la partenza in cerca di altre stoppie di mais (già  individuate dal pastore il giorno prima).

(foto C.Borrini)

Siamo quindi partiti ma mi sono accorto che il tragitto è stato di molto allungato.

(foto C.Borrini)

Se uno vede si rende conto dei problemi che si possono verificare durante gli spostamenti: il pastore mi ha spiegato che il tragitto più breve comportava il passaggio sulla provinciale anche se solo per poche decine di metri e in secondo luogo si sarebbero costeggiati dei campi di grano quindi con il rischio di procurare dei danni alla coltura.

(foto C.Borrini)

Giunti alla stoppia le pecore si sono subito sparpagliate ed hanno iniziato a pascolare tranquillamente. Ho accompagnato il pastore al luogo di partenza per recuperare la roulotte, quindi sono andato per le mie faccende. Il pomeriggio sono ritornato dal gregge intento al pascolo.

(foto C.Borrini)

Bello vedere le pecore che frugano il terreno con il muso alla ricerca di qualche pannocchia di mais da sgranocchiare, vedere il cane che riporta all’ordine le pecore un po’ indisciplinate e le capre che continuano ad aggredire arbusti e rovi dove trovano ancora qualche foglia secca.

Un lungo, minuzioso e prezioso reportage, quello di Carlo… Ma non finisce qui, perchè altre greggi arriveranno presto dalle sue parti.

Un arrivederci al pastore che ora si sposta verso Novara, quindi mi sposto più a nord dove staziona un grosso gregge di un amico che tra qualche giorno transiterà da Cameri e che vedrò di seguire.

Ed io quel gregge l’ho incontrato ieri in modo virtuale, grazie agli amici dalla Svizzera Eva e Karl, titolari di un’azienda. Mi hanno segnalato questo servizio andato in onda sulla TV svizzera. Dura quasi un’ora, quindi godetevelo con calma e seguite la vita e la storia di Ernestino, Renza, i loro aiutanti, il gregge dall’inverno alla transumanza autunnale. Un bel servizio senza eccessi di poesia, molto realismo. Perchè sulla TV italiana non fanno vedere qualcosa di simile?

Tornando indietro e… aspettando i film!

Finalmente in pianura (cioè, io preferisco la montagna, ma fin quando non potrò essere “stabile” in alpeggio, a lungo andare gli avanti ed indietro stancano non poco!), posso dedicarmi con calma a tante cose, compresa la distribuzione del nuovo libro nelle librerie (tenete d’occhio questa pagina!). Ma anche pubblicare tutte le foto che mi avete mandato nel corso dell’estate…

Foto C. Borrini

Iniziamo con uno dei reporters più attivi e fedeli, Carlo, che adesso si è anche “lanciato” su Facebook, quindi trovate le sue immagini pure lì. Qui eravamo a fine giugno. Ecco cosa ci racconta Carlo: “Da metà fine aprile le greggi dalla pianura si sono pian piano spostate verso le montagne, quindi fino a questo inverno dovremo rimanere senza pecore.Giovedì scorso, con la famiglia, ho fatto una gita al Colle del Nivolet nel Parco Nazionale del Gran Paradiso ed ho incrociato alle porte di Ceresole Reale un bel gregge; tra i pastori c’era Ettore che ho visto nominato nel tuo libro “Dove vai pastore?”. Lui mi ha detto di conoscerti.”

Foto C.Borrini

“Il primo incontro con il gregge è avvenuto verso le 10 del mattino, le pecore erano ancora nel recinto lungo la riva del Lago di Ceresole e i pastori le stavano dividendo spostandone alcune in un secondo recinto per affidarle ad un altro pastore.

Foto C.Borrini

Dopo un breve saluto e poche chiacchiere (i pastori in quel momento avevano da fare) ci siamo avviati verso il colle a 2600 metri di altitudine. Qui ho notato, rispetto allo scorso anno (sempre di questi tempi), una scarsità di erba e i laghetti del Nivolet ancora parzialmente ghiacciati. Inoltre, a questa quota la quasi totale assenza di marmotte che invece erano numerose a 400 metri più in basso presso il lago Serrù.

Foto C.Borrini

Dopo un fugace incontro con una volpe (forse un po’ domestica).

Foto C. Borrini

Siamo scesi verso Ceresole ed abbiamo reincontrato il gregge questa volta al pascolo sotto i lariciAnche Ettore, confermando la mia impressione, mi diceva che deve rimanere ancora intorno a Ceresole prima di spostarsi al Nivolet per scarsità di foraggio.

Foto C.Borrini

Sempre nei dintorni di Ceresole Reale c’erano anche due mandrie di vacche anch’esse in attesa di salire più in alto.

A tutti coloro che mi inviano foto per il blog, ricordatevi di scrivere sempre qualcosa, di modo che io possa condividerle con tutti non solo visivamente, ma anche “parlando” dei posti, delle persone, dei soggetti ritratti.

Per concludere, alcune notizie “cinematografiche”. Chissà se arriverà anche in Italia questo bel film (non l’ho visto, ma SO che è bello solo a vedere queste immagini!!) realizzato in Svizzera. Si intitola “Hiver Nomade” e racconta il pascolo vagante di Pascal e Carole. A dire il vero, tra le tantissime date del calendario, ho visto che in Italia ci sarà preso, al Festival dei Popoli, verso la metà di novembre (Firenze), ma a me interesserebbe sapere come e quando sarà in vendita il DVD.

Sempre in questi giorni è stato presentato in anteprima mondiale a Tokyo (sic!)  il film italiano “L’ultimo pastore“. A quando l’uscita qui da noi? Non so, ma mi sembra abbastanza emblematico che un film sulla pastorizia in Italia, un film italiano, debba andare a Tokyo per avere successo ed applausi. Poi arriverà da noi con quel biglietto da visita… Non importa, tutti gli amici del pascolo vagante non vedono l’ora di poter acquistare il DVD. Marco Bonfanti (regista), attendiamo buone notizie!

Provare la vita d’alpeggio, racconto di un’esperienza

Un secondo post, oggi, perchè domani si parte ben prima dell’alba…

Quanti sognano di fare una stagione in alpe, vuoi per lavoro, vuoi per “fare un’esperienza”. Qualcuno ci riesce, ma solo raramente ricevo il racconto di com’è andata.

Quest’anno inoltre sto vivendo in prima persona la cosa, avendo avuto modo di “testare sul campo” un appassionato (di pecore e pastorizia) che voleva per l’appunto passare qualche mese in alpeggio con un pastore. L’esperienza è molto positiva (per entrambi), soprattutto grazie alla reale passione del diretto interessato, che già da tempo si muove nel settore della pastorizia avendo rapporti di amicizia con numerosi addetti ai lavori, dalla Sardegna alla Lombardia.

Per qualcun altro invece le cose non sono andate bene, e così Paolo ci racconta cos’è successo a lui. Riporto di seguito il suo scritto (integralmente), con la sua nota relativa alla pubblicazione: “Penso bisognerebbe proprio metterla “in piazza” questa storiella, quindi hai carta bianca e poi sarei proprio curioso seguire il feed-back degli altri colleghi svizzeri“.

Le avevo scritto in recente passato offrendomi come stagionale in alpeggio. Gentilmente pubblicò la mia richiesta nello spazio dedicato nel suo blog trovando, tra l’altro, immediato riscontro ed impiego nel Canton Ticino. E’ molto consultato il suo blog! Prezioso strumento del quale la ringrazio.

Le scrivo ancora sentendo il dovere di riportare e condividere la mia esperienza, purtroppo non singolare, iniziata a maggio e terminata a luglio. Nella cascina in valle il Lavoro con gli Animali è duro ma si sa’. Capre, vacche e vitelli, galline, maiali e conigli: gran bella famiglia. E’ risaputa la tanta bellezza nel curare le capre, in questo caso, condurle a “pasteggiare” la mungitura manuale il comportamento e tanto altro di inenarrabile che, per chi conosce ciò avendolo vissuto, trova difficoltà a spiegarlo. Assieme a me altre due persone lì per il breve apprendistato in vista del futuro trasferimento all’alpe. Nel periodo di lavoro complessivo ho visto arrivare ed andarsene ben sette persone.

Il carico. A fine maggio carichiamo gli animali. Risulteranno duecento capre, trentadue tra vacche, vitelli e tori, trentacinque pecore e quattro maiali (quest’anno senza anelli al grugno vista la sanzione dello scorso anno – ndA). Il tutto, ahimè, si è svolto nel massimo della disorganizzazione, non preparando alcunché per il tragitto sfidando non poco la sicurezza e la fortuna.

Armento. Sono vari i proprietari: chi con il mix di animali, chi si impegnava con le razze rare e chi vantava il fatto di riuscire ad economizzare, durante tutto l’anno, sull’alimentazione e sui vari trattamenti sanitari abbattendo di fatto la garanzia sulla sicurezza sanitaria preventiva. In gergo viene chiamato “costo 0”.

Le quaranta capre venivano distinte istantaneamente, da profani e professionisti, per la loro precaria condizione di salute visti i preoccupanti livelli indicatori dello stato corporeo (BCS): “Non consegnare animali affetti da malattie contagiose o da malattie che possono pregiudicare la loro salute e il loro benessere sull’alpe.” (Check-list obblighi – Ufficio del veterinario cantonale).

La fisiologica vivacità metabolica della capra ha fatto si che queste si ammalassero dopo appena due settimane acquisendo, in breve tempo, patologie dichiarate contagiose.

Premetto che nessun titolare era presente all’alpe, solo l’intestatario i primissimi giorni e poi di tanto in tanto, quindi assente un supporto consultivo di emergenza sfociando così con la morte di alcuni capi.

Parassitosi, polmoniti, mastiti, micosi. Tutte patologie le quali, noi impiegati ignoranti, abbiam tentato di curare coi pochi farmaci e col buonsenso ma sopratutto tramite un ponte telefonico di fortuna col mio veterinario di fiducia tentanto così di rimettere in sicurezza qualche altra capra.

Regolamenti. Le carcasse nei cespugli richiamano i predatori, no? E tanto tanto altro ma mi fermo quì. Interessante l’Ordinanza sulla Protezione degli Animali del consiglio federale svizzero (OPAn).

I Pascoli, di proprietà patriziale, vengono affittati con contratti, in questo specifico caso, di otto anni. Strani movimenti, strani comportamenti, strani inserimenti in questa o quell’altra federazione di allevatori cantonali… faccio la somma anche con questi “passepartout” e annuso speculaz….. parola grossa… ops.

Riporto quanto letto recentemente in un tema di discussione durante il secondo incontro ruralpino – questo fatto, unito al meccanismo della gara al rialzo, ha messo molti pascoli nelle mani di speculatori che mirano solo ad incassare i contributi…..”. Carta conosciuta.

Responsabilità di chi? Praticamente tutti coloro che lavorano all’alpe hanno bisogno di mezzi per essere responsabili e per mezzi intendo anche conoscenza acquisita. Il proprietario assente dall’alpe che responsabilità ha? Reclutare personale al telefono e mandarlo all’alpe senza vederlo in viso: carne da e al macello sfruttando la buona volonta di chi si accontenta del famoso “Kost und Logis” il nostro vitto e alloggio.

Conoscenza e consapevolezza. La conoscenza del significato di responsabilità e responsabilità nella conoscenza aiuta ad avere animali sani, a produrre un buon formaggio, ad essere consapevoli capaci di interrogarsi su tutte le azioni e non-azioni. Allevatori responsabili, panacea per la vita dei pascoli… molti di questi non conoscono il significato di tutto ciò.

L’etica è la bella vita ed invita a meravigliose azioni reali, economiche.

A malincuore ho lasciato l’alpe conscio del fatto, nel mio piccolo, di non voler alimentare questo sistema. Si parla di fantasmi a cui vengono assegnati gli alpeggi, si parla di morte dell’alpeggio, di molta confusione sul rapporto simbiotico tra tradizione e moderna conoscenza… fondamentalmente parlerei di crisi dell’uomo!

Molti e molti altri fatti accaduti ho tralasciato, non volendo essere tedioso, e mi perdoni per questo tipo di esposizione capitolare e sintetica: la denuncia critica ad ampio spettro la identifico come un parziale procrastinare del problema ma sappiamo benissimo che il nocciolo sta proprio dentro di noi.

Guerra provoca guerra, i regolamenti difficilmente stimolano il buon senso quindi credo nella lentezza nella profusione passionale da parte di ogn’uno di noi che stà.. e stà all’alpe“.

A questo punto, aspetto i commenti, da Svizzeri e non!