Pascolando sul confine

Sono andata a far visita al Pastore, pensavo di trovarlo in un vallone, invece si era appena spostato nell’altro, ma va bene lo stesso, visto che pure lì non c’ero mai stata. L’occasione era anche quella di andare a fare una gita, oltre vedere il gregge.

La giornata era bella, serena, ma il meteo annunciava un peggioramento serale. I colori ormai erano quelli dell’estate inoltrata, anche l’aria era decisamente ben più fresca della settimana precedente. Il Pastore racconta che, nei giorni più torridi, lui era su nel vallone a 2700-2800m e si stava bene là, questo gli faceva immaginare quanto caldo dovesse esserci in pianura.

Saliamo dal gregge, c’è qualche capra da mungere, qualche agnello da allattare con il biberon, qualche animale zoppo da controllare, la solita routine mattutina. Gli animali sono tranquilli, la sera prima si sono riempiti bene le pance e non fremono per andare al pascolo.

C’è un po’ di agitazione solo dove ci sono le capre, dato che è iniziata la “stagione degli amori”. Tutta colpa di due giovani becchi dello scorso anno, che hanno cominciato ad “importunare” le capre, dando il via al calore un po’ in anticipo. Ovviamente il grosso maschio vuole l’harem tutto per sé, quindi allontana a testate i becchetti.

Viene aperto il recinto e il gregge con i suoi fedeli guardiani lentamente inizia ad uscire. Erba qui ce n’è ancora, ma meno dello scorso anno, per colpa dell’andamento stagionale. Adesso è ancora tutta “intera”, visto che il gregge ha attraversato ed ha raggiunto questi pascoli solo il giorno prima.

Le pecore si fermano a mangiare il sale, poi lentamente iniziano a salire. Il vallone è lungo, ampio, ma ci sono anche tante pietraie, zone ripide, difficili da raggiungere, pericolose da pascolare. Alcuni animali sono zoppi proprio per effetto delle pietre che, smosse dalle pecore e capre più a monte, rotolano in mezzo al gregge. Saliamo anche noi, tenendoci sulla sinistra, seguendo il sentiero che sale al colle, anche quel giorno frequentato da numerosi escursionisti.

Una volta giunti al valico, una delle prime cose che danno il benvenuto in terra di Francia è questo cartello, che spiega come si stia entrando in un alpeggio, avvisa della presenza dei cani da guardiania, a cosa servano e come bisogna comportarsi in loro presenza. Un cartello chiaro, robusto, resistente, adatto a resistere al clima che ci può essere quassù, estate ed inverno. Impossibile poi non notarlo!

Il gregge francese lo vediamo solo in lontananza, è ancora chiuso nel recinto, verrà aperto di lì a poco. Sono pecore di razza merinos, il Pastore ha già parlato con chi le sorveglia. Su questo versante la montagna è ben più “facile” rispetto all’Italia, già solo per la comoda pista sterrata che dolcemente sale fino al colle. Altro che il ripido sentiero che bisogna affrontare sul versante piemontese!

Anche i pascoli sono più belli, meno ripidi e vengono utilizzati solo quelli migliori, sotto alla strada. Il Pastore sogna una montagna del genere, ma è da quando lo conosco che mi porta sui colli, ci affacciamo oltreconfine e mi indica quelle montagne così dolci, così belle che ci sono oltralpe. Bisognerebbe affittare una montagna francese…

Appena sotto al Colle del Frejus, sempre sul versante francese, c’è un laghetto circondato da eriofori. In mancanza delle pecore, fotografo questi soffici batuffoli mossi dal vento. L’aria quassù è decisamente fredda, un netto cambiamento rispetto a quanto ho dovuto sopportare nei giorni precedenti. Il Pastore è tornato dal gregge, che aveva lasciato “incustodito” per qualche minuto, mentre facevamo una rapida esplorazione oltreconfine.

Le pecore si sono sparpagliate a pascolare, sembrano quasi pietre tra le pietre. Mentre loro brucano l’erba bassa, ma appetitosa, pranziamo anche noi. C’è tempo per una pausa, parte degli animali si ritirerà in una specie di conca meno ripida dei pendii circostanti, poi riprenderanno a spostarsi. A quel punto ci muoviamo anche noi.

Le pance sono piene, ma gli animali continuano a mangiare. Ci sono da attraversare alcuni ripidi canaloni, dove scorre un ruscelletto, ma le sponde di terra franosa, grigiastra, incise dall’acqua, fanno immaginare cosa possa scendere qui quando si scatena un violento temporale.

Il gregge fa nuovamente una pausa, intanto il tempo cambia. L’aria si fa più umida, il cielo via via si copre, le previsioni non avevano mentito. Inizia a cadere qualche goccia di pioggia, poi soffia ancora il vento. Pioggia o no, per me è già arrivato il momento di rientrare. Devo ridiscendere fino alla strada e rimettermi in viaggio in auto, saranno necessarie alcune ore per tornare a casa. Così saluto i pastori e mi avvio, scendendo lungo le tracce delle pecore.

Su certi sentieri bisogna dare la precedenza. Un gruppo di pecore, che si era separato dalle altre, si sta riunendo al gruppo, così le lascio sfilare una ad una. Adesso ha iniziato a piovere e tocca aprire l’ombrello. Scendo cercando il percorso migliore, poi finalmente ritrovo il sentiero. Alle mie spalle sento abbaiare i cani, anche il Pastore ha dato il via al rientro serale. Non sarebbe ancora ora, ma probabilmente il temporale in arrivo l’ha spinto ad accelerare i tempi.

E la pioggia mi viene incontro dal fondovalle. Io scendo, lei sale… L’ombrello ripara parzialmente, c’è vento, poi l’erba bagnata in alcuni tratti è alta, così pantaloni e scarponi si infradiciano completamente. Scendo velocemente, ma la perturbazione di quella sera è di breve durata. Quando arrivo alla macchina ha già smesso di piovere. Seguirà altra pioggia nei giorni successivi… Non salverà più la stagione, ma la speranza è che venga ancora un po’ d’erba nei pascoli bassi, quelli mangiati malamente perchè l’erba era troppo alta quando il gregge è stato lasciato salire, così da concludere degnamente la stagione.

Ho iniziato in Svizzera

La cavalla che era arrivata scendendo per i pascoli era di proprietà di un altro pastore il cui alpeggio confina con quello di cui ero ospite. Ogni vallone un gregge! Ovviamente Giacomo, il pastore, non può lasciare le pecore per venirla a cercare, così si parte…

La cavalla è brava e Valik è esperto, così la cavalca lungo il sentiero che porta al colle. Facciamo una gita fuori programma che non mi dispiace affatto: altre zone da vedere, un altro gregge, un pastore di cui ho spesso sentito parlare, ma che non conosco di persona.

Dopo il colle, iniziamo a scendere, ma poi vediamo il gregge sulla sinistra. Giacomo ci chiama, ci viene incontro e noi risaliamo con l’animale. Gli abbiamo risparmiato un viaggio e ci ringrazia, aveva cercato di contattare chiunque per recuperarla, ma di là il telefono non prende. Il pastore ha voglia di chiacchierare e volentieri ci invita a vedere il gregge.

Questa è solo una parte degli animali, anche lui ha un altro gregge in pianura, gli agnelloni e alcune pecore. La sua zona è quella di Mantova. Ma mi spiega che non solo gli animali sono lontani, pure la famiglia. La moglie e i bambini sono amche loro in alpeggio, ma con le vacche, e lui quando può scende la sera e li raggiunge, per poi rientrare in alpeggio l’indomani. Una vita dura, una vita di sacrifici.

I pastori si fanno scattare una foto di gruppo, Giacomo mi racconta che spesso guarda queste pagine. “Avevo visto quando sei stata in Svizzera, avevo riconosciuto i basti arancioni degli asini! Ho lavorato anch’io per Sandro…“. Fin da bambino aveva la passione per gli animali, va a scuola e si diploma perito agrario, ma d’estate ha sempre fatto le stagioni in alpeggio, a guardare le vacche. Per una serie di combinazioni, viene chiamato a fare una stagione in Svizzera d’inverno, la sua prima esperienza con un gregge. Continua con quel lavoro, poi una decina di anni fa acquista le sue prime pecore e diventa pastore.

Numerose sono le conoscenze comuni, anche in Piemonte. Un po’ il mondo della pastorizia è piccolo, un po’ è inevitabile che ci siano scambi e contatti tra le regioni confinanti. Ci si confronta, si acquistano i montoni per “cambiare il sangue”. Oltre ad avere parte del gregge in pianura, anche Giacomo scenderà presto dalla montagna per portare il gregge a pascolare in pianura, nelle stoppie.

Ci mostra il suo alpeggio, la baita, le zone dove si sposterà a pascolare nei prossimi giorni. Anche qui manca la strada, per cui deve raggiungere la malga a piedi. E’ più facile trovare strade dove l’alpeggio è utilizzato dai bovini, per i pastori spesso ci sono tante difficoltà in più.

Si preoccupa per le foto che sto facendo, vuole vedere quali animali ho immortalato. Quelle capre con le corna non sono sue, le altre sì… E devo fare ben attenzione alle foto delle pecore, devono essere animali che fan bella figura! Nonostante le sue preoccupazioni, il gregge è in ottime condizioni, gli animali ben tenuti. C’è qualche pecora che sta iniziando a partorire, non sarebbe dovuto capitare qui in montagna, ma a volte succede…

Sarebbe stato bello continuare a chiacchierare con Giacomo, ma purtroppo bisogna rientrare. Lui scherza: “Se qualcuno si vuole fermare, mi aiuta a portare giù alla malga gli agnelli…“. Le nebbie vanno e vengono, ma è solo l’effetto del contrasto con il caldo della pianura. Salutiamo il pastore e torniamo verso il colle, per ridiscendere dall’altro gregge.

Per chi volesse incontrare Giacomo, parlare con lui e saperne di più sulla vita dei pastori, l’Ersaf organizza proprio presso la sua malga, per il 18 agosto, una giornata con il pastore. “Sono alpeggi della Regione e dobbiamo fare anche queste cose, ma mi fa piacere. Bisogna far vedere alla gente che non siamo dei delinquenti… La gente ormai pensa chissà cosa dei pastori…

Chi parte e chi arriva

Ancora in alpeggio con il gregge, ma come vi avevo detto, qui la gestione è particolare. Quel giorno era tempo di “cambio della guardia”, qualcuno scende, qualcun altro sale.

Il cielo era limpidissimo, terso, le temperature elevate per essere al mattino e a quella quota. Non essendoci la strada, per i trasporti qui si usano ancora i vecchi metodi, quindi bisognava mettere il basto all’asino e caricare la roba da portar via. Soprattutto però l’animale era utile per ritornare indietro con tutto il carico di viveri, pane duro per i cani e altre cose che chi saliva dalla pianura aveva portato per i giorni successivi.

Luca scende, arriva suo zio Giuseppe ed altri “aiutanti”. Dalla curva della strada alla malga il cammino non è lunghissimo, ma proprio per questo fa ancora più rabbia che non si sia provveduto a tracciare una pista fin lì. Parte del carico resta là, sacchi di pane per i cani, tutto il resto viene trasportato, un po’ a spalle, un po’ sul basto. Si posa tutto nella baita, ci sarà tempo per sistemare ogni cosa al suo posto, è ora di andare ad aprire il recinto e mettere le pecore al pascolo. Non si va lontano, quel giorno.

Il gregge viene portato nel pianoro sotto alla malga e ciascuno si posiziona per contenere gli animali. Praticamente viene “dato il pezzo” come se si fosse in pianura. Gente ce n’è ben oltre il necessario, infatti (oltre alla sottoscritta), ci sono due aiutanti extra, vecchie conoscenze… Chiacchiero con Beppe, mi spiega anche lui l’organizzazione della loro azienda. E’ lui quello che trascorre più tempo in montagna. Mi parla del figlio che ha finito le superiori e vorrebbe fare veterinaria: “…ma in questi mesi intanto è andato a lavorare. Gli fa bene lavorare sotto padrone, imparare cosa vuol dire, poi si vedrà.” Ci fosse la strada, magari verrebbero su anche la moglie, la figlia piccola. Il figlio è molto legato a quella montagna, praticamente ci è cresciuto: “Se adesso non ce la danno più, non so se da un’altra parte verrebbe ancora…“.

A mezzogiorno le pecore vengono, come sempre, fatte rientrare al recinto. Arriva qualche nuvola, il sole picchia forte, non è però prevista alcuna pioggia. Con Beppe, sono saliti Daniele e Michael. Daniele è il mio amico panettiere, conosce da tempo questi pastori, girano dalle sue parti. Quest’anno starà su in alpeggio con loro qualche settimana, se il suo lavoro gli concede un po’ di tregua. Anche lui confronta i ritmi e le modalità di gestione del gregge, così diverse da quelle incontrate in Piemonte: “Però là avevo imparato tanto…

Oltre a Daniele, con il gregge c’è Michael. Questo ragazzino è un altro “malato” per le pecore. Pur non essendo nato in una famiglia di allevatori, fin da bambino si è sempre fatto portare dai genitori a vedere il gregge e, anno dopo anno, passa tutto il tempo possibile con questa famiglia di pastori che pratica il pascolo vagante dalle sue parti. Se non va a scuola, di sicuro non è a perdere tempo o a commettere qualche imprudenza. La sua passione sono le pecore ed è lì che si fa portare dal papà, non avendo ancora la patente. “E le bestie le conosce, il lavoro lo sa fare bene!“, raccontano i pastori.

Quella è una giornata di arrivi. Mentre si era al pascolo, al galoppo dai pendii scende una cavalla, che si dirige verso i pastori e le pecore. Il proprietario è un altro pastore, il cui gregge si trova in un altro vallone. “Questo posto piace ai cavalli, una volta ne avevamo su diversi. Quando scappano da altre parti, vengono qui…“. La cavalla è brava, si lascia prendere, bisognerà riportarla al proprietario, se non verrà lui a recuperarsela.

Alla fine faremo una spedizione per ricondurla a Giacomo, il pastore, e ci fermeremo un po’ a chiacchierare con lui, rientrando dal gregge solo nel tardo pomeriggio. Tanto siamo in sovrannumero, come pastori! Le pecore sono abituate ad essere pascolate in quel modo “strano”, che per me appartiene più alla pianura che alla montagna, così restano abbastanza ferme, anche le capre pascolano in mezzo a loro, bisogna solo mandare il cane ogni tanto a rispettare il “confine” che l’uomo ha stabilito per quel giorno.

Pian piano arriva la sera, quel giorno si finirà ancor prima del precedente, essendo le pecore così vicine al recinto. Mi fa uno strano effetto pensare che qui la stagione d’alpeggio volga al termine, quando ero abituata a vedere nel mese di settembre il periodo più bello per stare in montagna. Non credo che, a fine agosto, l’erba sia totalmente pascolata, ma la disponibilità di stoppie in pianura rende più vantaggioso scendere presto.

Dopo cena arriva anche il vicino di alpeggio, il malgaro che, con i genitori, occupa la malga confinante. Loro allevano bovini. Ogni tanto ci si trova per fare quattro chiacchiere, ovviamente per me il problema è che si parla principalmente in dialetto e… risulta problematico seguire il discorso, specialmente se non si parla uno per volta!! La baita è bella, accogliente, è stata anch’essa ristrutturata recentemente. Ci sono le stanze, un bagno e la luce è garantita dal pannello fotovoltaico.

L’indomani riprende il solito ciclo. Sveglia, colazione, il tutto con la massima calma, poi si va al recinto e si fanno succhiare gli agnelli sotto alle capre. Un’altra giornata di sole, con temperature ancora più calde del precedente. Qui il telefono non prende, bisogna spostarsi per trovare dei punti dove c’è un minimo di segnale per poter chiamare parenti e amici in pianura, sapere le notizie, essere informati sul caldo africano che stava sopraggiungendo.

Il gregge viene nuovamente portato a pascolare nel prato sotto alle baite. C’è poco da camminare, sia per gli uomini, sia per gli animali. Il recinto per qualche giorno non viene spostato, tanto il terreno è asciutto e non ci sono problemi. Quando si cambia posto, bisogna raccogliere e poi ripiantare non solo le reti, ma anche i picchetti e i fili della seconda recinzione anti-orso. Un lavoro che richiede un tempo non indifferente e bisogna ringraziare il fatto che lì, bene o male, il terreno sia abbastanza pianeggiante.

Il gregge continua a pascolare ciò che aveva iniziato il giorno precedente, quindi c’è solo più da sorvegliarlo sui lati in cui c’è ancora l’erba “intera”, dato che gli animali non tornano indietro verso l’erba già mangiata e pestata. Il sole è veramente intenso e brucia la pelle, i cani cercano l’ombra tra l’erba alta.

Beppe il giorno prima mi aveva detto che, di solito, questa parte del pascolo veniva lasciata per la fine della stagione, ma quest’anno è cresciuta troppo. Meglio mangiarla adesso prima che secchi ancora di più. Inoltre, fosse venuto a piovere, di sicuro le pecore l’avrebbero pascolata malamente, alta così. Il primo impatto è quello delle spighe ormai mature, ma sotto c’è comunque erba verde in abbondanza, che gli animali pascolano meticolosamente.

Prima di riportarle nel recinto, viene dato loro il sale proprio davanti alle baite. Tempo che il gregge ritorna al recinto, il pranzo è pronto e ci si può mettere a tavola. Nei primi giorni dopo la salita dalla pianura, si riesce a mangiare un po’ di carne, che scongela man mano, però manca un frigorifero, il piccolo pannello consente solo di illuminare le stanze, far funzionare la radio, ricaricare i cellulari. Successivamente il menù diventa meno vario: pasta, riso… Per me viene il tempo di preparare lo zaino e rimettermi in cammino, raggiungere di nuovo il colle, valicarlo e tornare alla mia auto. Mi attende un lungo rientro con temperature che paiono ancora più calde, dopo le notti in alpeggio in cui, bene o male, si dormiva nel sacco a pelo.

E’ colpa mia se abbiamo continuato

Il mondo a volte è proprio piccolo. Non immaginavo di ritrovare un amico proprio “dietro la cresta”, in Val Trompia. Casualmente infatti vengo a sapere che una mia vecchia conoscenza è in un alpeggio confinante a quello che mi ha ospitata la domenica, così…

…zaino in spalla, sacco a pelo, qualche indumento di ricambio, l’ombrello anche se le previsioni sono buone, una maglia pesante anche se si annuncia una nuova ondata di caldo, raggiungo il colle e mi avvio sul sentiero che mi porterà alla malga dove mi stanno aspettando.

Il gregge è ancora nel recinto. E’ un gregge che “conosco”, l’avevo incontrato in autunno nelle stoppie del mais della pianura bresciana. Quest’estate, con questi pastori, c’è anche un mio amico che, in passato, aveva trascorso qualche settimana in alpeggio in Piemonte. La passione per la pastorizia facilita questi strani incontri, che avvengono anche così, casualmente, tra le montagne.

Anche malga Stabile Fiorito è di proprietà dell’Ersaf. I pastori che la utilizzano salgono qui da una ventina di anni, ma pare che, alla scadenza del contratto, laRegione voglia darla ad altri, magari ad un allevatore di bovini. Non c’è la strada, quando è stata fatta una pista negli anni scorsi, questa è arrivata solo alla malga confinante. Bastava poco per raggiungere anche questa struttura, ma evidentemente nessuno si rende conto dei disagi e delle difficoltà che ci sono a stare in una malga non servita dalla strada. La speranza è che nessun malgaro la voglia prendere in affitto, mancando proprio la possibilità di raggiungerla con i mezzi.

Qui i pastori si danno il cambio, fanno i turni dividendosi tra la montagna e la pianura. Quel giorno in alpeggio incontro Luca e il suo operaio. Mi stavano aspettando per andare dal gregge, la mandra comunque è lì vicino. Il recinto qui è particolare, ce n’è uno esterno (picchetti alti in plastica e fasce elettrificate) ed uno interno con le normali reti “da pecora”. Ogni recinto ha la sua batteria.

Il perchè di tutto questo lavoro aggiuntivo? “E’ per l’orso. Sembra abbiano visto delle tracce in un vallone più in là. Poi sono sparite delle capre di un gregge incustodito che gira da quella parte sulle punte, ma lì magari è un orso con due gambe… Comunque qui l’orso c’è già stato. Ha ucciso delle pecore e l’ho visto di persona.” Luca mi racconta dei cani che abbaiano di notte, lui che li libera, loro che vanno contro al predatore, poi alcuni tornano impauriti e si rifugiano alla baita, terrorizzati. Altri invece lo “chiudono” contro le rocce e l’animale si difende dando zampate. “A volte ci troviamo con il vicino, il ragazzo che è in alpeggio con le mucche di là… Poi si rientra ovviamente a piedi, di notte. Non è piacevole! Si scherza, ma quando lo vedi ti passa la voglia di scherzare!

Si parte verso i pascoli, quel mattino Luca conduce il gregge in una zona tra le rocce, più a valle rispetto al recinto. Qui la gestione è molto diversa rispetto a quella che conosco io, in Piemonte. Parte degli animali sono in montagna, altri sono rimasti in pianura, pertanto chi non è in alpeggio deve comunque occuparsi dell’altro gregge. Con questo caldo e siccità, non c’è solo da pascolare gli animali, ma anche portare acqua. Inoltre gli orari di lavoro sono dettati più che mai dal sole: si deve pascolare al mattino presto e poi la sera.

La montagna non è ripida, ma abbastanza “sporca” di cespugli. Il gregge si allarga a pascolare, i pastori lo sorvegliano, uno a monte, uno a valle. Non lasciano che le pecore avanzino oltre un certo punto e il gregge resta abbastanza compatto. Luca intanto mi racconta la sua vita, la sua passione, parliamo di problemi della pastorizia, i soliti problemi che sono stati discussi anche il giorno prima alla riunione. Oltre agli operai, ad occuparsi del gregge c’è suo zio, suo papà (che però non viene in montagna) e lui stesso.

Verso mezzogiorno, le pecore vengono fatte rientrare nel recinto. Inutile star lì a guardarle ruminare, si preferisce chiuderle e tornare alla baita per pranzo, tranne quando si è un po’ più lontani e allora ci si porta dietro qualcosa da mangiare. “Anni fa abbiamo dovuto abbatterle, una di quelle vendute da macello è stata trovata positiva alla scrapie. Mio papà voleva smettere… Io ho insistito per ricominciare, comprarne subito altre, andare avanti. Ogni tanto me lo rinfaccia ancora… Se non era per me, adesso poteva vivere tranquillo!! Ci hanno promesso i soldi, ma noi abbiamo disinfettato le stalle, tutto quanto, e siamo subito ripartiti con i soldi che avevamo da parte. Poi però servivano quelli della Regione per andare avanti. Alla fine sono arrivati. Di quelle che hanno abbattuto e incenerito, un certo numero le hanno analizzate, ma nessuna è risultata positiva…

Attraverso i recinti, si cerca anche di migliorare i pascoli. Almeno nelle zone pianeggianti, si spostano le reti e si fanno dormire le pecore dove ci sono cespugli (ginepro, rododendro, mirtilli), così questi poco per volta regrediscono. La montagna di fronte, utilizzata dai bovini, è ancora più “sporca”, con molti ontani. Scoprirò che oggi salgono molte meno bestie di un tempo, chi ha vacche da latte spesso preferisce rimanere in pianura.

Il gregge rientra al recinto, mentre le prime nuvole salgono dall’altro versante. Mi dicono che qui è più raro che vi sia la nebbia, rispetto alla malga dov’ero il giorno prima. Sono giornate calde, anche qui l’erba è gialla, secca. E’ cresciuta molto a causa delle alte temperature ed è “invecchiata” prima del tempo. Già lo sapevo, ma mi viene confermato per l’ennesima volta come da queste parti si salga in montagna abbastanza tardi e si scenda presto, addirittura alla fine di agosto.

In Piemonte si fa quasi a gara per rimanere in montagna il più a lungo possibile! Erba direi che qui ce n’è, ma non si fa un secondo passaggio, si pascola una volta e poi via. La qualità dei pascoli non è eccezionale, ma ho visto anche di peggio. Si scende presto grazie a quelle che sono le zone utilizzate nella stagione di pascolo vagante, comode e ricche di foraggio. Il gregge viene rimesso al pascolo nel pomeriggio e si cambia zona, ci si sposta poco sotto, a fianco del ruscello che fa da confine con i pascoli delle vacche.

Luca continua a raccontare, mentre le pecore trovano l’erba per saziarsi. E’ un giovane al passo con i tempi, passione per le pecore, ma lo sguardo sul mondo. Presto si sposerà, la sua fidanzata fa un altro mestiere. Ama essere “ben vestito”, in ordine, specialmente se ha da essere a contatto con la gente. “A volte chi non sa che lavoro faccio e mi incontra quando non sono con le pecore, si stupisce quando dico che faccio il pastore!“. Utilizza il computer per gestire la burocrazia relativa al gregge, ma tutta la parte finanziaria dell’azienda è seguita dalla mamma.

Ognuno, in famiglia, sembra avere il suo ruolo. Sono organizzati anche per la macellazione dei capi, specialmente per la festa mussulmana del sacrificio. La vendita dei montoni per questa occasione è infatti una delle principali fonti di reddito per i pastori vaganti. Mi parla dei viaggi del padre verso l’Alto Adige, quando si andava nelle piccole e piccolissime aziende a comprare un animale qui, uno là, invece oggi ci sono le grosse aste. Quando sono in pianura, il gregge gira a distanze relativamente brevi rispetto alla cascina, massimo una ventina di chilometri. Si pascolano soprattutto stoppie e incolti, non ci sono i prati, non si compra l’erba come in certe parti del Piemonte.

Viene sera e gli animali vengono fatti rientrare al recinto ben prima che sia buio. Una volta chiuse le reti, c’è solo da far succhiare un paio di agnelli sotto alle capre ed i lavori sono finiti. Un ritmo di lavoro più “rilassante” rispetto ad altre realtà che ho conosciuto in questi anni. Anche in pianura, pur alternandosi tra cascina, pascolo e tutte le altre incombenze, mi sembra di capire che questa sia una realtà ben organizzata. Per quella sera, si rientra alla baita e si continuano le chiacchiere, tra aneddoti e curiosità sui diversi modi di lavorare in regioni confinanti.

Riunire i pastori

In questi giorni sono stata in provincia di Brescia, più precisamente sulle montagne della Val Trompia. L’occasione era un incontro organizzato a malga Cigoleto, per parlare di problemi della pastorizia.

Sono panorami un po’ diversi da quelli a cui sono abituata. Anche se il mio viaggio per raggiungere l’alpeggio è avvenuto sotto la pioggia battente, pure da quelle parti la siccità e il caldo di quest’estate hanno lasciato il loro segno. Domenica mattina però splendeva il sole e si poteva godere del panorama. Purtroppo nel corso della giornata è poi arrivata la nebbia, ma non ha influito sulla partecipazione all’incontro.

Gli alpeggi lì sono regionali, gestiti dall’Ersaf, e sono stati ristrutturati negli ultimi anni. Feste, incontri e manifestazioni in alpeggio vengono organizzati anche in funzione della gestione regionale. Massimo e Antonella, dell’alpe Cigoleto, hanno infatti un calendario di manifestazioni che prevede ben quattro appuntamenti (questa domenica, 9 agosto, festa dell’alpeggio con pranzo in malga e degustazioni di formaggi).

Domenica scorsa invece si parlava soprattutto di pastorizia, anche perchè Massimo è uno dei tanti pastori vaganti della Lombardia. All’incontro ha partecipato una quarantina di persone, ma purtroppo i pastori erano meno del previsto. Il lavoro, le distanze, impegni vari… Ci si aspettava anche qualche rappresentante in più da parte delle Istituzioni, ma comunque l’incontro c’è stato e i temi da trattare sono stati discussi a lungo.

Massimo già la sera prima mi aveva parlato a lungo delle problematiche che, lui e altri pastori, incontrano nel corso di tutto l’anno, specialmente in pianura: parchi fluviali, divieti di pascolo, argini dei fiumi dove cresce di tutto o dove passano mezzi cingolati per tagliare erba e arbusti, ma dove le pecore (e i pastori!) vengono multati se vi mettono piede. Niente di nuovo, sono i soliti problemi che ho ascoltato e vissuto quando ho iniziato a frequentare questo mondo e che si ripropongono di anno in anno, ovunque, sempre allo stesso modo. “Per poter lavorare con le Istituzioni, trovare degli accordi, mettere in piedi dei progetti, dobbiamo avere un’associazione. Prima dobbiamo risolvere i problemi che non ci permettono di lavorare, poi potremo pensare alla valorizzazione dei prodotti, ecc…“, spiega Massimo, mentre mi mostra lettere, documenti, estratti di leggi e regolamenti. “Noi pastori non siamo uniti, così non contiamo niente. Ma devono esserci le persone giuste a parlare, altrimenti meglio stare zitti.” La rappresentante della Regione parla di un “piano di pascolo” lungo i fiumi, trovare delle zone alternative per i pastori che, a causa dei divieti nelle aree fluviali, incorrono in multe e denunce nel periodo primaverile.

Tino Ziliani, rappresentante dell’Associazione dei pastori già esistente, e Annibale Gusardi, pastore, intervengono esponendo le loro ragioni. E’ difficile per chi fa questo mestiere partecipare a incontri e riunioni. “…poi noi qui abbiamo la batida, un territorio, un’area in cui gira ogni pastore. Non posso andare da un’altra parte, se è la batida di un altro! E non abbiamo bisogno che sia la Regione a parlare con i contadini, quello lo facciamo noi come abbiamo sempre fatto. In primavera sui prati non si può andare, da sempre si va lungo i fiumi, e se adesso il Parco mi da una cartina con tutto rosso, tutto vietato, io non so dove andare! Bisogna far sparire quel rosso, non serve altro!“. Si parla e si parla, ma alla fine non può essere da quell’incontro che si porta a casa un risultato. Solo il futuro (e la determinazione di qualcuno ad andare avanti) potrà dire se si riuscirà a creare una nuova associazione, anche estesa ad altre regioni, come il Piemonte, oppure no.

Massimo in alpeggio ha capre, pecore e qualche vacca. Produce anche formaggi (vaccini e caprini), che vende ad un commerciante. Antonella infatti mi racconta che di lì non passa nessuno, è impossibile pensare di vendere in alpeggio. Scendere a far mercati è ugualmente problematico, la strada è lunga, uno sterrato non facile, non vale la pena affrontare il viaggio, meglio la vendita sicura in blocco di tutto il prodotto.

Il mondo degli alpeggi cambia… Se certi gesti, certe esigenze, restano quasi immutate, anche a queste quote i dibattiti riguardano gli affitti delle montagne, la burocrazia, le difficoltà, le mille complicazioni che la nostra era estende anche ai mestieri più antichi. Massimo ha tante idee e buona volontà, ma il dubbio fondamentale è principalmente uno: avranno voglia i pastori di impegnarsi in questa associazione? In passato più volte si è tentato di fare qualcosa, ma per diversi motivi gli esiti non sono mai stati positivi.

Nella stagione invernale ha cercato di ritagliarsi una zona spostandosi a Ferrara, dove c’era qualche spazio libero, cosa che invece mancava in Lombardia. Adesso il gregge è interamente in alpeggio, a monte rispetto alla baita. Dopo aver provato con pecore di razze da carne, ha acquistato pecore bergamasche. Conosce bene molti pastori, anche in Piemonte, e la sua intenzione sarebbe appunto quella di coinvolgere anche loro nel progetto associativo. “Come Associazione poi possiamo incaricare dei professionisti che presentino dei progetti. Dobbiamo ottenere risultati che servano a tutti.

Oltre alle pecore, c’è il gregge degli agnelloni, quelli che verranno venduti per la festa dei mussulmani. I pastori, da queste parti, li separano dal resto del gregge, in alcuni casi non li portano nemmeno in montagna, ma li tengono in pianura tutto l’anno. La gestione della pastorizia è un po’ diversa rispetto al Piemonte, ma ve ne parlerò nei prossimi giorni, continuando presentandovi anche gli altri pastori che ho avuto modo di incontrare in questa breve trasferta.

Turisti in alpeggio

Tutte le volte che vengo qui, alla fine c’è da parlare del rapporto tra i turisti e la montagna, specialmente se quella montagna è anche territorio di alpeggio. Ci può essere l’alpeggio che ha bisogno del turista (perchè acquista i prodotti, perchè viene a mangiare all’agriturismo), ma in generale tutti gli alpeggi hanno bisogno del rispetto da parte di chi la montagna la frequenta per svago, per sport. Come sappiamo però non è sempre un concetto di facile comprensione. La montagna è vista da molti solo come un posto dove si va per “staccare” dalla quotidianità e non ci si pone nemmeno il problema che lì possa esserci qualcuno che invece, in quel medesimo territorio, stia lavorando.

L’ennesima bella giornata di sole, gli animali cercano l’ombra, ma bisogna andare al pascolo. Vengono aperte le reti, occorre usare i cani per far sì che il gregge si metta in movimento.

I temporali dei giorni precedenti sono serviti almeno a bagnare la polvere, altrimenti il cammino del gregge sarebbe avvenuto tra nuvole di terra grigia sollevata dai piedi delle pecore. L’aspetto comunque è quello di una stagione di caldo e siccità come quella che sta caratterizzando questo mese di luglio.

Oltre alla siccità, il paesaggio ha colori particolari anche per colpa di una malattia che ha duramente colpito i larici nelle scorse settimane. Il peggio sembra essere passato e lentamente riprendono a ricrescere gli aghi, ma le chiome hanno ancora un colorito tra il marroncino e l’arancione, più tipico dell’autunno. Il gregge intanto avanza dove l’erba è giù stata pascolata.

C’è da attraversare la strada statale che porta al Colle del Sestriere per raggiungere i pascoli più a monte. Lì d’estate c’è sempre traffico, figuriamoci la domenica mattina con un sole del genere! Dovendolo fare tutti i giorni, ormai non è quasi più un problema per chi conduce il gregge. C’è buona visibilità, le auto e le moto rallentano, sia quelle che scendono verso la Val Chisone, sia quelle che salgono. Qualcuno scatta foto, sembra che almeno per questa volta nessuno si sia innervosito.

Per un primo tratto si sale nel bosco, piacevolmente fresco. Le pecore hanno già un loro percorso preferito, la pastora lo sa, e infatti si muovono esattamente come aveva previsto lei. Arriviamo alla strada sterrata, passa gente a piedi e in bici, poi saliamo ancora e incontriamo un sentiero. Qui ci sono strade e sentieri ovunque, tutti frequentati: un gregge così grosso inevitabilmente va ad ostruirli nel momento in cui si sta spostando. “Porto solo la femmina, gli altri maremmani li ho giù con le pecore degli agnelli. Lei è più brava, se la chiamo si ferma, ma con tutta questa gente non mi fido a portare il maschio.” Non tutti i turisti infatti si fermano rispettosamente come questo ciclista straniero.

Molti ormai sono consapevoli del “pericolo cani bianchi”. Ci sono i cartelli che ne segnalano la presenza, ma bene o male, chi gira a piedi o in bici, ha già avuto qualche esperienza diretta. Qualcuno si ferma e chiede se può passare, altri avanzano comunque. Il gregge è sparso nel bosco, in quel tratto ci sono ben due sentieri quasi paralleli, impossibile essere ovunque a sorvegliare animali, cani, persone.

Finalmente si esce dal bosco, raggiungendo i pascoli. Qui per lo meno si vedranno sia le pecore, sia le persone. proprio da queste parti lo scorso anno il gregge era stato vittima di attacchi da parte del lupo, in pieno giorno, pastore e cani presenti. Già, ma i cani più efficaci restano a valle nel recinto perchè non abbaino di continuo, spaventando le pecore, a causa del continuo passaggio di gente. …e perchè non spaventino la gente, appunto… Perchè altrimenti sarebbe una lamentela continua, e spesso ci sarebbe anche da litigare.

Si fa in fretta a teorizzare, ma bisogna provare a restare una giornata al pascolo in un posto del genere. Ovviamente, almeno in giornata, ci si tiene lontani dalla strada e dai sentieri principali, quassù. Ma c’è comunque qualche gruppo di escursionisti che passa accanto alle pecore. Sulla strada e sui sentieri di fronte, è un continuo passaggio di bici, quad, moto, fuoristrada, gente a piedi. Il gregge si sposterà poi di là verso sera, rientrando al recinto. Non è una situazione facile, già è complesso pascolare in un territorio così frequentato, anche senza il problema dei cani… aggiungendo la loro presenza e l’atteggiamento di alcuni turisti, alla fine si viene a creare un clima spiacevole.

Per quel giorno comunque per fortuna non succede niente di grave: il lupo non si fa vedere, il gregge bene o male resta a pascolare lontano dal via vai continuo della strada, l’aria è abbastanza fresca e si può godere ancora delle ultime fioriture, anche se un po’ appassite per la siccità.

Il gregge va avanti e indietro pascolando, il sole forte sembra infastidire anche gli animali. Bisogna fermarli quando tendono ad avanzare troppo, dirigendosi verso la strada, verso il colle. Inizieranno a pascolare meglio solo nel tardo pomeriggio, quando qualche nuvola mitigherà i raggi del sole. Il gregge si abbasserà pian piano, poi sarà compito della pastora, ad una certa ora, di farlo ridiscendere. Certo, le pecore starebbero meglio quassù, con la strada vicina sarebbe anche comodo portare su le reti e tutto il necessario, ma chi si fida a lasciare il gregge così lontano dall’alpeggio?

Quel ritardo che paghi per tutta la stagione

La scorsa settimana sono andata a trovare il Pastore. Da quando è salito, ogni tanto mi aggiorna sulla situazione, ma la “musica” è sempre la stessa. Erba troppo alta, dura, vecchia, e le pecore mangiano male. Si sa che pastori, agricoltori, sono tutte “razze” che si lamentano spesso e volentieri, ma in questo caso non posso dargli torto.

Quando arrivo, i pastori stanno faticosamente cercando di far scendere il gregge. Per qualche giorno aveva pascolato in alto, per mangiare erba buona almeno lì, per non farla invecchiare anche lassù, ma adesso bisognava tornare indietro. Gli animali non sono stupidi, così non hanno voglia di lasciare l’erba bassa e tenera che si pascolava in quota.

In questa stagione non si dovrebbe scendere, si dovrebbe salire!! Così questo spostamento è estremamente faticoso: chiama, fischia, fai abbaiare i cani, è necessario un paio d’ore per avviare il gregge e portarlo fin giù alla strada asfaltata. Oltretutto il sole splende implacabile, ma c’è una bell’arietta fresca.

Finalmente il gregge passa il primo impluvio e la fila si allunga. Sembra davvero un controsenso dover scendere. Non ho ancora visto il Pastore, è lui a chiudere la fila, con i cani che abbaiano a tutta forza cercando di radunare il gregge che continua ad allargarsi per pascolare lassù, sopra alle rocce, tra i larici.

Non è facile, questo spostamento. Non si possono lasciar andare le pecore ovunque, il pendio qui è ripido, potrebbero rotolare delle pietre. Non si può passare troppo in fretta il secondo impluvio, perchè i pascoli intorno alla strada verranno pascolati più avanti da un altro pastore. Sembra semplice, la vita d’alpeggio!

Finalmente giù per la strada! Bisogna far avanzare velocemente il gregge, dietro ci sono alcuni agnelli piccoli, il Pastore ha l’ultimo nato nello zaino. Lo spostamento non è lungo, il peggio ormai è passato, ma si è trattata di una discesa davvero faticosa. E per cosa poi? Per andare a tribolare giù in basso, dove le pecore pascoleranno malamente. Ma tutta la stagione è partita nel modo sbagliato e continuerà così…

Il gregge viene fatto salire nel bosco, dovrebbe esserci erba più fresca, ma il Pastore scuote la testa. Andiamo a prendere le macchine, con una viene fatto il giro per portare le reti a destinazione, per fortuna c’è una pista sterrata che arriva fin dove verrà fatto il recinto per la sera. Le pecore si spostano avanti e indietro, evidentemente non sono soddisfatte del pascolo.

Escono dal bosco e si gettano nel pascolo, sparendo letteralmente nell’erba altissima. Tutto questo non va bene, ma al gregge è stato impedito di monticare prima, quando sarebbe stato il momento giusto. Non si possono stabilire date per queste cose, o meglio, bisognerebbe farlo lasciando poi un margine di discrezione. Non tutte le annate sono uguali, quest’anno il clima sempre più anomalo ha fatto sì che l’erba sia cresciuta presto, poi è tornato il freddo, si è bloccata ed è invecchiata rapidamente.

Insomma, salendo una quindicina di giorni prima, il gregge avrebbe trovato erba più corta, avrebbe iniziato a pascolare andando di seguito, il Pastore avrebbe faticato meno, l’erba sarebbe stata pascolata meglio, con beneficia sia per gli animali, sia per il pascolo stesso. Adesso il gregge resterà in questa zona per qualche giorno, poi si prevede di tornare nel vallone che era stato pascolato all’inizio, nel mese di maggio: “…ma l’hanno mangiata male già allora, quindi sarà uno schifo e io continuo a tribolare! Mi avessero lasciato salire prima, la mangiavano bene, pulivano tutto, e io la pascolavo tre volte come si deve.

Le pecore continuano ad andare avanti e indietro, bisogna fermarle continuamente con i cani, non si fermano nemmeno per ruminare nelle ore centrali. “Domani le chiudo nel recinto, che stiano lì, altrimenti non ci lasciano nemmeno fare pranzo!! Così pascolano meglio al mattino e poi al pomeriggio/sera.” Adesso è tutto verde e non si nota, ma quanta erba non pascolata resterà indietro, schiacciata a terra?

Ecco l’ultimo nato, un po’ in ritardo rispetto alle “previsioni”. Non deve più partorire nessuna pecora per tutta la parte centrale della stagione, soprattutto quando il gregge sarà nei pascoli più alti, o ci sarà troppo da faticare per i pastori.

Verso sera le pecore non hanno ancora trovato un pascolo che le soddisfi. Mangiare hanno mangiato, ma hanno anche pestato tanta erba e nei prossimi giorni sarà sempre più difficile tenerle a pascolare da queste parti. Non è solo il Pastore a lamentarsi per l’erba alta schiacciata al suolo, anche altri amici mi raccontano situazioni simili, in altre vallate.

Mentre scendo, attraverso uno dei pascoli che il gregge aveva utilizzato nelle settimane precedenti. Non è questo l’aspetto, il colore che dovrebbe avere. Tutta quell’erba secca complicherà il pascolamento successivo. Ha proprio ragione il pastore, continuerà a faticare per tutto il corso della stagione. E pensare che sarebbe stato sufficiente dargli il permesso di salire una quindicina di giorni prima!

Quando le pecore spaventano i cani (?)

A volte uno pensa di averle sentire già un po’ tutte… Ma c’è sempre qualcosa o qualcuno che riesce a stupirti. E purtroppo non sempre in positivo.

Pascolando ci si sposta sempre avanti, a mano a mano che l’erba è finita. Tutto dove vai, specie se sei in collina e non in aperta campagna, si incontra gente. Chi si ferma a guardare, chi scambia quattro chiacchiere, chi viene a chiedere se interessa pascolare un pezzo, chi vuole saperne di più sulle pecore, sul mestiere del pastore.

Certe borgate sembrano abbandonate, passi in pieno giorno e non vedi nessuno, solo qualche cane abbaia rabbioso dietro ai cancelli o da sui balconi. La gente lavora via, qui si torna solo la sera per dormire. Alcune case sono state ben ristrutturate, altre sono protette da reti arancioni che dovrebbe tenere lontano i passanti, per evitare incidenti in caso di crolli e cadute di materiali dall’alto.

Un nuovo prato, i padroni non abitano nemmeno qui, ma in un altro paese. Anno dopo anno però acconsentono sempre al passaggio del gregge. Mentre le pecore mangiano quella buona erba non troppo alta, c’è tempo per tornare indietro a prendere l’auto, raccogliere le reti rimaste tirate qua e là a proteggere dei fiori lungo la strada, un orto… Sembrava una tranquilla giornata senza problemi in cui, una volta spostate le pecore, non ci fosse più da preoccuparsi.

E invece, da una casa vicina, ad un certo punto un uomo inizia a sbraitare a gran forza contro le pecore e il pastore. Dice che non è possibile una cosa così e, a suon di parolacce, continua ad inveire. E’ infastidito dalla presenza del gregge oltre la cancellata della sua proprietà, tutti gli anni devono esserci le pecore (un giorno all’anno, pensate un po’!!), non sa nemmeno che gli animali arrivano lì dopo il consenso dei proprietari, evidentemente. Qual è il maggior disturbo che gli arrecano? …spaventano i suoi cani!!! Grossi esemplari di una nota razza di cani molossoidi che difficilmente si intimoriscono… L’uomo continua la sua invettiva minacciando anche l’intervento delle forze dell’ordine.

Alle parole non fa seguito alcun fatto e il gregge, il pomeriggio successivo, lascia anche quegli appezzamenti per raggiungerne altri. In questi anni ne ho sentite tante contro le pecore (puzzano, portano le mosche, le zecche, sporcano la strada, ecc ecc ecc), ma lo “spaventare i cani” è veramente una novità.

Fa molto caldo e una sosta al torrente è quello che ci vuole, sia per pascolare un po’ all’ombra, sia per l’abbeverata. Per fortuna in ogni valloncello c’è un corso d’acqua, torrenti più grossi o semplici rigagnoli. Con queste temperature, l’erba dei prati già dura, gli animali hanno bisogno di bere quotidianamente.

Si risale verso un’altra borgata, sperando di trovare gente più amichevole e ben disposta verso animali e pastori. Il giorno prima, andando a fare un giro esplorativo, avevamo incontrato un anziano che si era mostrato molto contento alla notizia che il gregge stava per arrivare. Un altro aveva interrotto il suo lavoro: meglio rimettere il decespugliatore in garage e lasciare che fossero le pecore a ripulire tutto intorno alle case.

E così il gregge per quella sera si sarebbe fermato proprio lì. Prima gli animali pascolano liberi, un po’ nell’erba, un po’ vicino al bosco, tra i rovi. Di notte il recinto sarebbe stato fatto proprio in quell’erba alta e dura, ma al mattino non restava poi più niente, con grande soddisfazione della gente che, senza dover faticare e spendere, si è trovato il prato ripulito alla perfezione.

Tutta l’erba a disposizione, ma…

In molti mi stanno chiedendo dettagli su quello che ho visto in Svizzera, anche i pastori delle mie parti sono molto curiosi, sia per quello che riguarda gli animali, sia il lavoro del loro amico/collega, sia… per i pascoli! L’erba del vicino è davvero più verde?

Quel mattino pioveva. Nella notte era caduta un po’ di neve, ma le temperature si erano rialzate. Bisognava andarsene al più presto da quel prato. Le reti erano già state raccolte e caricate sugli asini. Come funziona il pascolo vagante lì in Svizzera? Ogni pastore ha una sua zona, quindi in quel territorio non c’è concorrenza di altre greggi.

Praticamente tutti i prati possono essere pascolati, solo alcuni contadini vengono a dire al pastore di non entrare in un certo pezzo, ma si tratta quasi di eccezioni. Non c’è la necessità di andare “a chiedere l’erba”, ma ci si sposta via via durante la giornata.

Apparentemente, a parte qualche campo coltivato a cereali o a colza, entrambi da evitare, il resto sembrerebbe tutto da pascolare. Il pastore però ovviamente sa distinguere le differenze. Ci sono i prati vecchi, molti dei quali poco appetiti da queste pecore, vuoi per la qualità dell’erba, vuoi perchè molti sono già stati concimati con liquami. Poi ci sono i prati “di copertura”, ma anche lì il foraggio non è un granché. Ciò che si cerca, sono i prati nuovi.

Quindi spesso sembra di avere intorno distese quasi infinite da pascolare, ma quando sposti il gregge da un pezzo all’altro, gli animali non abbassano nemmeno la testa per mangiare, così sai che devi proseguire oltre. A volte il pastore cerca di insistere, quando nel pezzo c’è tanta erba, ma se le pecore sentono l’odore del liquame, anche se sparso mesi prima, pascolano di malavoglia.

Invece il gregge deve mangiare sempre, gli animali devono ingrassare!! Mentre si cercano buoni pascoli intorno al paese, è un continuo via vai di visitatori. Mamme con bambini, bambini da soli, signore di mezza età che portano pacchetti di pane duro, biscotti secchi da dare agli animali. Via via durante i giorni in cui sono rimasta là, ho visto un susseguirsi di episodi simili, persone che vengono a salutare il pastore, chiedono quante sono le pecore e portano chi il caffè ed i biscotti, chi addirittura il pranzo caldo.

Mentre il gregge mangiucchia un pezzo meno peggio degli altri, il pastore va a fare un giro per rendersi conto di cosa c’è sotto la neve. E’ il secondo anno che passa da queste parti, quindi inizia a conoscere il territorio, ma comunque bisogna andare a vedere che erba c’è nei prati, capire dove invece sono campi, e con la neve le cose si complicano, anche se adesso ce n’è poca e piove pure. Dopo si riparte, per vedere se ci sarà qualcosa che incontrerà maggiormente i gusti del gregge.

Si passa a fianco di una grossa stalla, con annessa villa/residenza degli allevatori. Si allevano capre e vacche. Impossibile non notare l’ordine, la pulizia, la bellezza delle strutture. Nonostante i trattori parcheggiati sul retro, non c’è nemmeno fango sull’asfalto e sul cemento davanti all’azienda. Per non parlare della totale assenza di ciò che, ahimè, molto spesso circonda le cascine in Italia: pezzi di macchinari, cose che restano lì “perchè possono sempre servire”, nylon, bidoni…

Si passano numerosi prati, tutti di qualità non eccezionale, intanto non smette di piovere. Il pastore continua ad andare a vedere più avanti, da una parte e dall’altra tra le colline, per scovare uno di quei “prati nuovi” in cui le pecore finalmente possano riempirsi la pancia a dovere. Non che siano digiune, altrimenti non starebbero così ferme. Spiluccano, qualcuna rumina, gli agnelloni giocano, ballano sulla pista pedonale e ciclabile.

Il pastore torna dal giro in avanscoperta poco soddisfatto. Non ha trovato cosa cercava, ma comunque ha deciso quale direzione prendere. Si lasciano perdere alcuni pezzi in una valletta laterale tra le colline, inutile andare in là senza certezze che gli animali mangino poi come si deve.

Si passano velocemente alcuni prati, poi ci si sposta ancora. Fa quasi impressione, pensando a quanto invece starebbero ferme delle pecore nostrane in spazi così estesi. Qui la finalità non è il mantenimento, ma ingrassare gli animali.

Finalmente, verso sera, in una valletta tra le colline, sempre sotto la pioggia, si trova IL prato, quello che consentirà di concludere in modo soddisfacente la giornata. Gli animali si fermano, abbassano la testa e brucano senza guardarsi intorno. Ciò è un sollievo per il pastore… che può andare appena più avanti a preparare il recinto per la notte.

Quando ritorna, vado a fare due passi. Il gregge è sempre là che pascola, io cammino veloce (per scaldarmi) sulle stradine asfaltate e, in parte, sterrate che attraversano le colline, uniscono le cascine isolate ai paesi e sono percorse da numerose persone. Chi corre, chi porta a spasso il cane, chi fa una passeggiata mano nella mano, chi sale e scende in bici, in un clima di generale rilassatezza, anche sotto la pioggia, senza ombrello, bambini e anziani.

Volevo infine mostrarvi i tubi, ancora presenti sui prati, che tagliano diagonalmente i pendii. Laddove non si può passare con il trattore e la botte a spandere i liquami, i mezzi si fermano sulle strade e il concime viene distribuito attraverso questi tubi. La speranza è che non sia ancora stato fatto ovunque questo lavoro… Il meteo annuncia neve per la notte e per il giorno successivo.

Lo ripeto ancora una volta

Credo che non mi stancherò mai di spiegare questo concetto, di illustrarlo tramite esempi ed immagini. L’uomo può far grandi danni all’ambiente ed alla natura, a qualsiasi quota e latitudine, anche praticando agricoltura e allevamento, ma una corretta gestione del territorio fa sì che il paesaggio e la biodiversità ne traggano dei benefici.

Prendiamo un luogo qualsiasi, in una valle a poca distanza dalla pianura e dalle città. Le prime alture, una strada sterrata che congiunge diverse frazioni, in questa stagione disabitate. Il clima particolare di quest’anno fa sì che i colori siano quasi insoliti. Ci sono i gialli, gli arancione, rosso e marrone chiaro dell’autunno, ma c’è un verde nei prati che sembra quasi primavera.

Questo verde, questi prati sono belli da vedere, ma non sarebbero così se in zona non ci fosse (ancora adesso) un piccolo gregge. Gli animali sono chiusi nelle reti, non c’è nessuno a condurli al pascolo, ma il recinto viene via via spostato di modo che abbiano sempre da mangiare. Non so chi sia il proprietario, non so come vengano gestiti, ma è sicuro che la loro presenza lì faccia sì che il territorio abbia questo aspetto.

Il gregge è sorvegliato da cani da guardiania, che tengono lontani eventuali elementi di disturbo, sia predatori, sia malintenzionati a due gambe. Il suono delle campanelle, anche l’abbaiare dei cani fa sì che il territorio sia più vivo. Altrimenti qui ci sarebbe solo il silenzio. Le baite, anche quelle ristrutturate, sono tutte chiuse. Un tempo sicuramente a queste quote si abitava tutto l’anno, oggi si sale solo o per lavoro, o per momenti limitati di relax.

Qualche teorico della wilderness probabilmente non apprezza e reputa questi animali superflui. O magari addirittura dannosi. Un piccolo gregge qui però è quello che ci va. Con i tempi che corrono questo è più un hobby che un reddito (non si vive solo con una ventina di capre e pecore), ma il ruolo svolto è impagabile. Altrove (oltreconfine) questa funzione del gregge è riconosciuta, ma in Italia giorno dopo giorno sembra che ci si ingegni particolarmente per trovare nuovi ostacoli per contrastare soprattutto i piccoli allevatori di montagna.

Continuando l’escursione, attraverso paesaggi come questo. Tutta natura? No. A parte il gruppo di case ormai semi-crollate, l’uomo ha permesso questa alternanza di colori continuando a gestire, tramite il pascolamento, il territorio. Sicuramente c’è già stata una regressione dei pascoli rispetto a quando in quelle baite si abitava stabilmente.

Almeno d’estate, qui sale ancora qualcuno con gli animali. Vacche sicuramente, magari il gregge che ho incontrato prima. Oltre al paesaggio quindi, il turista può godere anche dei prodotti dell’allevamento.

In questa stagione non c’è più nessuno, o quasi. Infatti incrocio due scrofe con i loro porcellini che, indisturbate, scendono lungo la strada. Per qualche attimo, sentendo i versi in lontananza, avevo temuto si trattasse di cinghiali, guardandomi intorno per trovare una via di fuga!

Qui è il Colletto, dove termina la strada e si può proseguire seguendo diversi sentieri segnalati. La neve fresca, gli alberi in veste autunnale e i pascoli ben brucati. Quest’anno, tra pioggia e temperature miti, l’erba è addirittura ricresciuta e si potrebbe teoricamente ancora pascolarla! Ma se non fossero passati gli animali… cosa si vedrebbe?

Questa foto è stata scattata qualche settimana prima delle precedenti, in un’altra valle, ma rende bene l’idea. Davanti vedete un prato curato, sfalciato e pascolato. Dietro un prato abbandonato, con l’erba alta e secca, il bosco che avanza. Non so, a voi quale dei due piace di più? Nella frazione accanto a questo prato c’era un anziano, forse l’unico abitante, con alcune vacche. Voi ci pensate, a tutto questo, quando siete in montagna?