Dal punto di vista economico non rifarei questa scelta

Era un giorno torrido di settembre quando sono andata a trovare Marco. Si parte in direzione della pianura, per attraversare poi le colline astigiane, costeggiare la città di Asti e puntare verso altre colline ancora. La meta è in provincia di Alessandria.

Un paese di 145 residenti: “…ma metà sono di comodo!“. La casa di Marco è vicino al “centro” del paese, un pugno di case sulla sommità della collina. Dal balcone si vedono gli orti sottostanti, i piccoli frutti, più lontano altre colline e vigneti. “Nel 1992 ho comprato tre pecore a Sanremo, lavoravo là in Comune come giardiniere. Le ho prese per passione, non avevo ancora idea di fare questo. Poi nel 1995 sono tornato a casa, ho riaperto l’azienda di mio papà che aveva le api e i vigneti.

Prima di vedere gli animali e sentire la storia di Marco, ci si siede a tavola. Il rischio è quello di non riuscire poi a rialzarsi per un po’. Gli gnocchi sono freschi, li abbiamo visti preparare, e verranno conditi con due sughi, entrambi con i formaggi di produzione propria a far da base per questi condimenti.

Ho iniziato con fragole e frutti di bosco, pochi capi di pecore e facevo formaggi per uso famigliare. Nel 2000 ho preso le prime tre capre. Le pecore sono la mia passione, ma le capre mi danno da vivere. Vado al pascolo quasi tutto l’anno, ma bisogna sempre integrare con fieno. Adesso è tutto secco, quindi do solo fieno, come quando c’è la neve.

Adesso prendo anche i contributi per la capra di Roccaverano, ma di pure ce ne sono ormai ben poche, sono quasi tutte meticciate. La razza stava scomparendo totalmente. Io preferisco le pecore perchè se ne metti una nuova nel gregge, le altre la annusano e poi è finita. Le capre si picchiano, io sono pacifico e mi da fastidio che si picchino! Una volta una me l’hanno ammazzata a forza di picchiarla!

Richiesta di formaggio di capra ce n’è. Per fare la robiola più buona, che era il formaggio tipico che si faceva qui una volta, i vecchi dicevano che ci voleva una pecora e sette capre. Il caseificio autorizzato ce l’ho dal 2013. Faccio soprattutto formaggi puri, o pecora, o capra, la gente cerca di più quelli di capra.” Una scelta di vita e di lavoro, quella di Marco. “Dal punto di vista economico… non la rifarei! E lo dico con la morte nel cuore! Soddisfazioni ce n’è, ma una volta lo stipendio al 27 sapevi che c’era. Adesso hai il nulla, certi mesi non sai come fare per le spese di casa.

Marco ha anche due vitelli, i maiali che consumano il siero della caseificazione, innumerevoli conigli, galline, anatre… La passione è quella per l’allevamento in generale. “Potessi farlo… terrei un “arsenale” di pecore! Due per tipo, tutte di razze da latte. Qualche capra, ma molte meno. Adesso ho una cinquantina di capre e venti pecore.

Soddisfazioni me ne danno sempre

I gemelli Massimo e Roberto lavorano insieme, ma si sono divisi i compiti e le passioni. Li raggiungo nel loro alpeggio a mezza quota nelle valli di Lanzo, dove c’è anche il resto della famiglia ed è appena arrivata Romina, la compagna di Massimo, con la piccola Asia, di appena due mesi.

Bestie ne abbiamo un po’ da tutte le parti, le vacche che hai visto lungo la strada sono nostre. Abbiamo sempre avuto bestie, i nonni ne prendevano in guardia per l’estate, poi nel 1992 abbiamo preso la prima mucca. Adesso abbiamo 80 vacche, 30 capre e 5 pecore. Di pecore ne avevamo tante di più, ma abbiamo dovuto venderle dopo che ce le ha attaccate più volte il lupo. Mio fratello diventava matto senza, così ne abbiamo ripresa qualcuna.

Le capre sono una passione e una malattia, abbiamo sempre cercato di allevare la nostra razza. Le mungiamo anche e facciamo formaggio per noi, come vacche invece abbiamo piemontesi e lasciamo sotto i vitelli. Poi abbiamo anche qualche mucca nera per le battaglie, una decina. La battaglia, sia delle capre, sia delle mucche, è una malattia nella malattia!

Le capre soddisfazioni me ne danno sempre, già solo quando mi seguono, o quando sono ben piene la sera.” Commenta anche la mamma: “Quando vedono Massimo, cominciano a gridare tutte insieme, mentre gli altri non li considerano. Il giorno che è nata la bambina, è andato Roberto con un amico al pascolo, le capre li hanno fatti correre fino in punta alla montagna! Adesso Romina la mette nel marsupio e va con Massimo, la bimba sente le campane e si addormenta.

Per le fiurinà adesso danno i premi, ma non non abbiamo mai fatto le domande. Però c’è più gente che cerca i capretti. Altrimenti, o si piazzano per Pasqua, o non valgono niente. Certo, le capre non rendono e danno lavoro… Con 10 mucche in più tiri il filo e finita lì. Alle capre devi star dietro tutto il giorno se vuoi che siano piene. Le tieni per passione e basta.

La storia delle battaglie è nata a Balangero. Mario (Tassetti) ci ha cissati ad andare, ne abbiamo portate due e sono uscite regine. Però la battaglia è una volta all’anno, le capre le teniamo perchè ci piacciono! Sono soprattutto hobbisti a portarle alle battaglie, perchè i marghè hanno troppo lavoro, per andare devi riuscire ad organizzarti.

La soddisfazione più grossa per noi è aver trovato due morose che, nonostante il nostro lavoro e i nostri orari, ci seguono e ci vogliono bene!“, afferma Roberto. Romina gli risponde che non doveva dirlo con lei presente: “Così lo leggevo poi e c’era la sorpresa! Io lavoro in uno studio dentistico, adesso sono a casa in maternità. A casa non avevo animali, ho incontrato lui a “Capre e coi” a Balangero! Adesso, per piacere personale, sono anche nel comitato della battaglia delle capre.

L’amore per gli animali non ha mai contrastato con la mia attività

Per intervistare Mario sono passata a trovarlo in negozio. Lo conosco da tempo, foto alle sue capre ne avevo già fatte sia d’inverno, in stalla, sia alle battaglie negli anni scorsi, quindi mi bastava anche solo una chiacchierata per conoscere la sua storia e i dettagli della sua passione.

Mario fa il macellaio, ma come tanti che fanno il suo mestiere, è anche allevatore. Di capre, nel suo caso. “Ho la passione in generale per gli animali da quando ero bambino. Mi hanno preso la prima capretta nana quando avevo 16 anni, per far compagnia al cavallo. I miei non avevano bestie, facevano già questo mestiere. La mia passione non ha mai contrastato con il lavoro di macellaio, perchè si sa che non tutti gli animali possono vivere, non puoi allevare tutti i maschi. Quelli che si macellano, servono per mantenere gli altri. E’ sempre stato così.

D’estate le capre di Mario sono in montagna. “Ne ho 35, le mando in alpeggio, ne tengo giù qualcuna solo per tenermi puliti i pezzi che ho. Nel 1990 avevo 5 pecore e le capre nane. Nel 2009 sono arrivato a 60 pecore e 30 capre mezze nane, le mettevo su in montagna da sole da aprile a novembre, quando qui da queste parti

non c’era ancora il lupo.

Nel 2008 ho preso le prime valdostane, le ho prese perchè mi piacevano, poi ne ho portata una a battere. All’epoca c’era solo l’incontro di Balangero, era un circuito unico con il Canavese. Invece adesso dal 2011 abbiamo fatto l’Associazione qui nelle valli di Lanzo, siamo circa 40 soci.

Le battaglie sono il culmine della passione, perchè sai che hai un animale bello e forte. Poi non hai più problemi a vendere i capretti, perchè gli altri appassionati cercano i capretti figli di capre che sono state reine. La maggiore soddisfazione è quando hai una regina, oppure quando ne vendi una e sai che vince magari in Val d’Aosta.

Mario ha un sogno che mi confida: “Riuscire ad organizzare un’amichevole tra Piemonte e Val d’Aosta, un anno qui, un anno da loro. E’ da un po’ che lavoro a questa cosa. I Valdostani vengono già alla finale per fare da giudici, così che nessuno abbia niente da dire e da protestare. Ci sono vari problemi, servono sponsor, e poi i costi di trasporto…

La passione l’ho presa dal nonno

Gabriel mi aveva contattata su Facebook chiedendomi se andavo anche da lui per l’intervista ai caprai. Non lo conoscevo e non sapevo quanti anni avesse. Poi mi ha spiegato chi è suo nonno, che avevo già visto alla battaglia delle capre di Locana. Non mi aspettavo però di trovare un ragazzino di 12 anni.

Gabriel e suo nonno Giovanni sono in alpeggio in un vallone laterale della Valle Orco, dove non ero mai stata prima. La stretta strada sale fin su alla diga e al lago di Teleccio, ma loro li incontro prima, una piccola baita ristrutturata proprio accanto alla strada. Le capre chiuse nelle reti, al riparo di un grosso masso. Gabriel è già sulla porta che mi aspetta, impaziente, anche se io sono in anticipo rispetto all’ora prevista. Mi dice che solitamente c’è anche la nonna, ma in questi giorni è andata via, poi mi porta subito dalle capre. L’intervista la faccio ad entrambi prima che inizino i lavori di giornata.

Ho sempre avuto capre, ho iniziato con una… quando lavoravo, le teneva mio papà, buonanima. Adesso è 17 anni che sono in pensione, lavoravo all’Azienda“, così racconta nonno Giovanni. E l’Azienda è l’AEM, azienda energetica municipale, che ha costruito le dighe e le centrali idroelettriche da queste parti. La passione del nonno è poi passata al nipote. “Sto su tutta l’estate, so mungere, qualche volta faccio io il formaggio.

Qui c’è una novantina di capre, ma ci sono altri due allevatori che le mandano in montagna con Giovanni e suo nipote. “Abbiamo la malattia per le battaglie, vediamo quelle che vincono tra le altre mentre sono qui, o al pascolo, e si sceglie quali portare. Quest’anno sono 30 anni che le facciamo, qui in valle. C’è gente che ha le bestie come mestiere, che hanno anche le mucche, e altri che hanno solo le capre per passione.

Mi piace portarle alle battaglie, se vincono mi piace ancora di più. Ho fatto la prima media, devo fare la seconda. Purtroppo quando ci sono poi le fiere e le battaglie io sono già in quella prigione… Preferirei andare tutti i giorni a piedi fino a Ceresole piuttosto che stare lì. Aiuto mio nonno anche quando siamo giù, non solo qui in montagna. Le capre che mi piacciono di più sono quelle cannellate.

Il latte munto serve ad allevare due agnelli che Gabriele ha avuto dal pastore che sale negli alpeggi più a monte. Quando invece c’è più latte, si fa anche qualche formaggio per autoconsumo.

Le mungiamo, poi le apriamo, le lasciamo da sole, in giornata andiamo su 2-3 volte con la macchina lungo la strada per vedere dove sono. Poi la sera andiamo a chiamarle per riportarle giù. Solo l’altra sera che pioveva sono arrivate da sole. Per adesso problemi con il lupo qui non ce ne sono stati.

Il gregge sfila lungo la strada asfaltata. C’è poco traffico, qualche turista straniero scende a piedi con grossi zaini, seguendo gli itinerari a tappe. “Saliamo all’inizio di maggio e solitamente stiamo su fino ad ottobre.

Al fondo del rettilineo, le capre vengono fatte deviare verso il torrente. “Vorrei avere 60 capre. Dopo la scuola voglio allevare capre, il nonno però dice che devo farle rendere. Penso che farò l’agrario… I miei sono d’accordo che faccio questo. Le capre mi piacciono perchè… le porto alla battaglia. La notte prima sono agitato, non dormo!

Da bambino ero sempre con chi aveva le bestie

Dopo essere stati da Paolo, siamo tornate a casa della famiglia Bosonin, una sorta di piccolo grande zoo. Certo, ci sono le capre. Ma anche pecore, asini, cani, gatti, conigli, galline, un simpatico maialino vietnamita e… non so, forse ho dimenticato qualcuno!! Dopo aver fatto onore alla tavola imbandita, è stato il momento di chiacchierare con Simone.

E’ un ciclo che ritorna, già il mio bisnonno aveva le capre. Io ho preso le prime due, due capre bianche senza corna, quando ho compiuto 18 anni. Da bambino ero sempre con chi aveva le bestie, giocavo alla fattoria con gli animali. Quando mi è morta una delle due bianche, mi hanno regalato una di quelle con le corna e… una volta che prendi quelle, è una malattia!

Le capre sono proprio solo una malattia, dato che Simone, di mestiere, non fa l’allevatore. “Sono metalmeccanico e diplomato in trombone, insegno anche musica. C’è il papà che mi da una bella mano, altrimenti le capre non potrei tenerle. Va al pascolo quando lavoro, brontola, ma c’è sempre… Io le tengo proprio solo perchè siano belle, sono contento così! Le valdostane hanno qualcosa in più…

Alle battaglie le porto solo a Carema per mantenere la tradizione, ma non sono scaldato per quello. Anche se, quando vai, alla fine ti prende. Ho già avuto delle reine pure io. Ma ci sono spese ad andare alle battaglie e preferisco lasciare il posto a qualche ragazzino giovane. La soddisfazione è andare in stalla, aprirle e vederle belle, che stanno bene. Oppure quando qualcuno per la strada si ferma e mi fa i complimenti. Senza animali adesso non potrei proprio più stare…

Sono tutte speciali, sono domestiche, mi stanno più vicine loro del cane! Guai se ti siedi, ti vengono tutte addosso. Mi piacciono di più quelle rosse, poi le nere e le cannellate. Quando ci sono i parti, sono agitato, passo anche la notte in stalla, anche se faccio i turni al lavoro. A forza di selezionare ti escono belle e poi non sai più cosa vendere, ma più di tante non posso tenerne.

Comprerò al massimo un becco, poi mi faccio la mia razza

Quando intervisto allevatori di capre, molti di loro mi raccontano come la passione sia nata quando erano ancora bambini. E così ho cercato anche uno di questi “bambini”. Marco è del 2003, un ragazzino molto appassionato di capre, che ha iniziato quando era ancora più giovane, grazie ad un regalo.

Heidi, la mia prima capra, me l’hanno regalata i cugini per la prima Comunione. I miei fanno un altro lavoro, ma i miei nonni a Rueglio hanno le mucche. A me però piacciono di più le capre, non so perchè. Quando sarò grande mi piacerebbe avere 15-20 capre e una trentina di mucche, poi andare in montagna in alpeggio d’estate. Adesso vado dalle capre al mattino prima di andare a scuola.

Il prossimo anno Marco farà la terza media e dopo si tratterà di andare alle scuole superiori. La scelta obbligata è quella dell’Istituto Agrario, il sogno è quello di superare il test d’ingresso ed essere ammesso all’Institut Agricole Régional di Aosta, ma per chi viene da fuori regione c’è appunto un esame da superare. Fino a quel momento il gregge non può aumentare, anche perchè ci sarà da stare in convitto. “Qui c’è poco spazio, la stalla me l’ha fatta mio papà e i prati da pascolare me li lascia il mio vicino. Gli do spesso una mano, lui ha le mucche, lo aiuto anche a fare fieno e vado a prenderlo da lui man mano che mi serve.

A Marco piacciono le capre Valdostane. In occasione della mia visita ha sostituito le normali campanelle con i collari di legno e le ha fatte pascolare ben bene al mattino presto. “Le capre non le mungerò, preferisco tenerle un po’ più grasse e belle. Non voglio comprarne altre, alleverò le caprette delle mie, Bijou è figlia di Heidi, comprerò solo il becco e poi mi faccio la mia razza. Quando Heidi era bima l’ho portata alla rassegna a Vico. Ho voluto farla battere e ha vinto il primo premio nella sua categoria, è stata una grande soddisfazione!

Ogni animale rispecchia il carattere di chi lo alleva

Da quanti anni non salivo alla Vagliotta? Più di dieci… mi sa proprio che l’ultima volta era stata per nel 2015, quando giravo a far interviste per “Vita d’Alpeggio”. Non è per me così vicina la Valle Gesso. E’ quasi più lungo il viaggio in auto che la salita a piedi all’alpeggio.

Il sentiero è uno di quelli che ti portano in quota quasi senza accorgertene. Un motivo c’è e vale per la maggior parte dei sentieri da queste parti: qui venivano a caccia i reali e bisognava portarli su con tutto il loro seguito, quindi bisognava tracciare dei percorsi agevoli. Per chi volesse conoscere meglio questo aspetto storico, vi rimando alla pagina del Parco. In quel giorno io salivo, ancora all’ombra e al fresco, inebriata dal profumo dei maggiociondoli in fiore.

Non c’era silenzio, l’aria, oltre al profumo dolce, portava il fragore del torrente gonfio di acqua. Tutto molto bello, romantico e pittoresco per un’escursione, ma immaginate doverlo fare molte molte volte, a piedi, nel corso di tutta l’estate? Anno dopo anno… mentre gli anni passano, appunto. Viveri e materiali arrivano su ad inizio stagione con l’elicottero. “Sono venticinque anni che saliamo qui, anche se è da un po’ che vorremmo cambiare… Il figlio Nicolò sta giù, lui è più trattorista. Fossimo da un’altra parte dove si può andare e venire magari verrebbe anche lui, ma non so se starebbe qui fisso cinque mesi.

Prima di arrivare all’alpeggio, incontro il gregge che scende verso il pascolo, dopo la mungitura del mattino. Pecore roaschine e capre. “Doveva esserci Marilena… lei ti ha detto di venire su, ma io… io sono più per le pecore, è lei quella delle capre, anche all’inizio eravamo partiti uno con le pecore e uno con le capre. E’ anche questione di carattere, ogni animale rispetta il carattere di chi li alleva!

Con Aldo inizia una lunga chiacchierata sui temi più vari. Ci si conosce da anni ed è capitato più e più volte di incontrarsi un situazioni e contesti differenti. Prima di parlare di capre, ci raccontiamo mille cose, spaziando dal tema delle speculazioni sugli alpeggi, al lupo, alla figlia veterinaria in Francia e molto altro ancora. “Volevamo andar via di qui, ma non è facile trovare altri alpeggi, sai bene come funzionano le cose in questi anni… preferisco essere qui che altrove per conto di altri. Il gias sopra non l’hanno fatto aggiustare perchè noi parlavamo di andarcene. Ma, se anche fosse stato così, poteva venire qualcun altro e sarebbe servito comunque, no?

Aldo si dice contento del progetto del mio nuovo libro: “Vita d’alpeggio, quello sì che era stato bello. Gli altri sui pastori… sai, questi grandi pastori, a me non piacciono. Te l’avevo già raccontato, quando era arrivato uno di loro con il suo gregge e ci aveva pascolato i prati che a noi servivano per lungo tempo, lui è passato senza rispettare niente…“. Mentre il sole inonda i magri pascoli della Vagliotta, ci mettiamo a parlare di capre: “Prima del lupo stavano meglio, le mungevi, le aprivi, loro facevano il loro giro e tornavano alla sera.

Adesso sono costrette a pascolare con le pecore, ma mettono meno latte, il pascolo della capra e della pecora sono differenti. Rispetto ai pastori che allevano solo per la carne, chi munge ha un altro rapporto con gli animali. Poi ne ha anche di meno. Adesso abbiamo tante capre bionde. Per caso abbiamo preso una Toggenburg, abbiamo visto che anche stando fuori pativa meno e aveva tanto latte.

Il gregge è da poco in alpeggio, ma di formaggi ce ne sono già: quelli freschi degli ultimi giorni, le ricotte del mattino e formaggi stagionati prodotti nelle settimane precedenti: “Si vende qualcosa anche qui, ma soprattutto agli stranieri. Noi facciamo bio da sempre, è stata una scelta, una filosofia, un modo di differenziarci. Andiamo a fare mercatini, anche lontano, soprattutto in Francia, là la gente capisce di più.

Il gregge è poco lontano dalle baite, così i cuccioli di Pastore di Pirenei sono partiti con gli animali, ma poi sono rientrati a casa. Qui non ci sono problemi con i cani dei turisti, dato che si è nel parco ed è vietato introdurre cani, anche al guinzaglio. I pastori dei Pirenei con questo gregge (gli adulti) hanno correttamente segnalato la mia presenza sul sentiero, poi mi sono venuti incontro scodinzolando e cercando qualche carezza.

Quando ridiscendo il gregge è sopra al sentiero: le pecore stanno andando a cercare ombra. Non è facile fare i pastori quassù, sicuramente è servita tanta passione, tenacia, spirito di sacrificio per tornare, anno dopo anno, per 25 stagioni. Sono pascoli difficili, pascoli da pecore, chissà cosa succederà quando Aldo e Marilena troveranno un’altra montagna o, semplicemente, smetteranno di affrontare questa salita?

Il sole adesso scalda i fiori del maggiociondolo, ancora più profumati. Qualche anno fa Aldo aveva avuto problemi alle ginocchia, è quasi un miracolo che possa ancora camminare in montagna, soprattutto su di qui. Lui però non è tanto da pascolo: “Preferisco fare tutte le altre cose, se sono al pascolo mi viene da pensare, mentre sono lì fermi, a tutto quello che c’è da fare…

Storie di passione

Allevare è una passione. Sono ripetitiva, lo so… Più mi guardo intorno e più vedo contrasti. Allevatori delusi, sfiduciati, allevatori che soccombono ad un mercato che li strangola, li soffoca, bestie che vengono prese, portate qua è là attraverso province, regioni, più che altro per far “quadrare i numeri” sulla carta. Lo scorso anno sembrava che qualcosa potesse cambiare e invece… tutto è come prima, se non peggio. Le speculazioni sugli alpeggi continuano, i contributi dalle cifre seguite da tanti zeri arrivano soprattutto nelle tasche di chi sa come accaparrarseli… e non sono di sicuro allevatori che fanno questo mestiere con passione e che vivono un certo rapporto con i loro animali.

Ha senso mostrare allora immagini così, raccontare storie di passione come questa? Cosa sono? Relitti di un tempo passato? Quadretti pittoreschi e un po’ naif? Certo questa non è economia o politica. Queste sono storie e persone che vanno avanti nonostante tutto e tutti. Anzi, forse potrebbero essercene ancora di più se il mondo si dimenticasse completamente di loro, se li lasciasse stare lassù, con i loro animali, a fare quello che nei secoli è sempre stato fatto. Vivere occupandosi degli animali e ricavando da loro quel poco che serve per sopravvivere.

Aurelio è in pensione. Sale su questo alpeggio con le sue capre più 7-8 del nipote. Potrebbe godersi la pensione riposandosi, andando al bar o a giocare a carte con gli amici. Invece no, va su in montagna con il suo gregge. Bada alle capre, le munge, le pascola…

Le chiude in stalla nelle ore centrali della giornata, poi dopo la mungitura del pomeriggio, le rimette al pascolo. Lassù sembra un piccolo paradiso, anche in quella serata un po’ umida, un po’ nebbiosa, un po’ afosa. C’è una strada chiusa al traffico che sale fin lassù, non si è completamente fuori dal mondo, ma abbastanza da non dover pensare a crisi, mercato globale, terrorismo, borse che crollano o qualunque altro problema della nostra epoca.

Questa non è una storia “importante”. Non ci sono prodotti tipici, non c’è una riscoperta di qualcosa, un rilancio di un’area abbandonata. C’è però il mantenimento di un territorio che, senza Aurelio e tanti altri personaggi come lui, verrebbe abbandonato e nessuno ne potrebbe più godere anche solo dal punto di vista paesaggistico. Questi “invisibili” creano e mantengono un qualcosa che non ha prezzo. Chi può dare un valore a quest’immagine pubblicata qui sopra? Certo, l’imprenditore con centinaia di capi da latte in stalla, munti a macchina, che vende il latte al caseificio è un’azienda, contribuisce all’economia…

Qui non c’è quasi “un’economia”. C’è una persona che, grazie anche alla pensione, può vivere in una vallata di montagna, salendo in alpeggio d’estate con i suoi animali. Faticando, rinunciando a tante comodità, ma sicuramente questa è la sua passione e ne ricava “benefici” e soddisfazioni che non hanno prezzo. Chi conosce questo mondo, capisce perfettamente ciò che intendo. Tutti gli altri però non si facciano illudere… se lo si vuol fare come attività lavorativa, bisogna comunque riuscire a vivere, produrre un reddito sufficiente per mantenere se stessi, gli animali, pagare le tasse, le spese necessarie per mandare avanti l’attività, ecc ecc ecc…

Mia nonna sarebbe orgogliosa di me

Ogni incontro con un capraio è la conferma di come questo sia un mondo molto particolare, popolato da personaggi speciali. Il filo conduttore è l’amore per questi animali, ma c’è una distinzione tra chi alleva per mestiere e chi ha delle capre per passione. In questo secondo gruppo troviamo poi il gruppo di chi ha le capre valdostane. Alla fine ci si conosce un po’ tutti, in qualsiasi luogo si abiti…

Sergio non lo conoscevo, ma ne avevo sentito parlare. Le sue capre erano state tra le “protagoniste” di un video girato in Val Pellice e trasmesso a Geo&Geo. Veniva mostrata la transumanza di salita all’alpeggio Caugis, dove queste capre passano l’estate. “Sono trent’anni giusti che le mando a Natalino, quest’anno dobbiamo festeggiare!

Il gregge adesso è ancora nei pascoli vicino a casa,  dove mi accolgono Sergio e Rosanna. Un po’ di riposo all’ombra, un po’ di pascolo al sole. Sotto frutteti e poi la pianura. Siamo a ridosso del Monte Bracco, in provincia di Cuneo. “Ho avuto capre fin da bambino, mia nonna aveva un po’ di capre senza corna. Le mungeva, faceva i formaggi e prendeva più lei con le tome delle sue sette capre che non mio papà che lavorava.

I tempi però sono molto cambiati. “Se non ci fosse mia moglie Rosanna che va al pascolo quando non ci sono, potrei tenerne al massimo tre o quattro. Ho sempre lavorato la terra, facevo il muratore, anche adesso continuo a lavorare la terra, per conto di altri. Per mantenere le capre! Mi faccio io tutto il fieno, dovessi comprarlo… guai! E’ una cosa che si fa per passione, i figli fanno tutt’altro, il figlio adesso è a Malta.

Le capre sono molto belle, anche se Sergio si lamenta, come già altri allevatori di questa razza, di aver già perso un po’ della qualità di un tempo: “Le capre più belle erano quelle di Sandro il Savuiot. Le più belle io le ho viste da Guido Ayassot 30 anni fa. Non grosse, ma bellissime. Compro i becchi, non le capre. Sono arrivato ad avere 80 capre, adesso una sessantina. Mi piace che siano belle, che abbiano belle corna, ma anche latte per il capretto.

Quello è un posto da capre e lo è sempre stato. Sergio mi parla della passione ereditata dalla nonna: “Lei diceva che nessuno in famiglia le avrebbe più tenute, invece… Tornasse adesso, credo che sarebbe orgogliosa di me, delle mie capre. I miei fratelli e sorelle invece no, nessuno ha bestie. I giovani di adesso fanno gli allevatori se c’è alle spalle qualcuno che li aiuta, altrimenti come fanno a tirare avanti? Questa capre qui, guadagni qualcosa solo vendendo agli appassionati, ci si conosce tutti.

Animali belli, ben tenuti e anche viziati, come succede quando si allevano capre con grande amore. Mentre prendo appunti e chiacchiero, una capretta si siede accanto a me e collabora all’intervista, un’altra da dietro mi tira i capelli. Il legame di questa coppia è fortissimo, lo si avverte guardandoli insieme ai loro animali. Due persone unite dalla vita e dalla passione. “La stalla ce la siamo fatta tutta noi, a mano, Rosanna ed io.” Lei dopo mi dirà: “Quelli che allevano capre hanno un microchip speciale nel cervello… Come si fa, andare a lavorare sotto altri, per mantenere le capre?!!“. Ma sono critiche bonarie, la passione per quegli animali coinvolge entrambi e si riflette nella bellezza di questo gregge.

E’ una malattia per queste capre

Non potevo, avendo deciso di fare un libro su capre&caprai in Piemonte e Val d’Aosta, non andare da Giancarlo Lussiana a Coazze. Tanti appassionati mi avevano descritto la sua stalla con occhi sognanti… Non è dappertutto che si trova una stalla con oltre cento capre di razza valdostana.

E così, mentre fuori si avvicinava un furioso temporale primaverile, arrivo alla sede della sua azienda. Le capre le avevo già viste qualche mese fa, in occasione della festa del Cevrin, ma quel giorno era l’occasione per chiacchierare un po’ da tranquilli. Animali ce ne sono, circa 130 capi, la maggior parte dei quali è prossima al parto. In montagna poi si aggiungono quelli di un altro allevatore.

Parti molto in ritardo quest’anno. Alcune capre hanno partorito in autunno, appena scese dall’alpeggio, poi più niente fino ad ora. I capretti vengono alimentati con il latte delle mucche, le capre vengono munte per la caseificazione. “Facciamo tome di vacca e, adesso, tomette di capra. Il cevrin solo in montagna, ci vanno le cantine giuste per stagionarli, fredde, umide. Ci sarebbe tanta richiesta, più che produzione… Ma tengo queste capre qui perchè mi piacciono. La produzione è bassa, una media di un litro al giorno! Però è così… è una malattia per queste capre!

Anche se la razza ha il nome di valdostana, Giancarlo mi spiega che, in Val Sangone, di belle capre ce ne sono sempre state: “Anche più belle di adesso, erano più grosse! Avevamo capre, pecore e vacche, ma capre molte meno capre di ora. La razza da cui discendono queste, è quella di Sandro “Savuiot”, che era su verso il Colle del Lys. Adesso i becchi li prendo in Canavese, in Val d’Aosta. Ma non escono più le capre di una volta.

Sono in tanti appassionati di questa razza, vengono qui per comprare delle caprette da allevare, per passione soprattutto. Quel che mi piace di più sono la testa, le corna, vedere delle belle bestie.” Adesso le capre sono ancora in stalla, ma poi verranno messe al pascolo, dopo i parti. “Le abbiamo tenute fuori fino a Natale, ci sono rovi, castagne. Ci va malizia a pascolare le capre, non puoi tenerle tutte insieme nel prato.

Nell’altra ala della stalla ci sono i bovini. Solo le pecore non ci sono più: “Non le ho più tenute dopo che il lupo me ne ha uccise 30 in due notti. Per le capre ho preso i cani maremmani. In montagna non possiamo star dietro alle capre, dopo la mungitura le lasciamo andare al pascolo da sole con i cani, rientrano la sera. Anche così però ci sono problemi, lo scorso anno ne ha uccise 12, quello prima 22.

Ci raggiungono i figli di Giancarlo insieme alla moglie. Il più appassionato per ora è il bambino, che racconta di aver fatto nascere lui un capretto la sera prima, e si fa fotografare con il piccolo in braccio. Fuori ormai è arrivato il temporale, quindi concludiamo la nostra chiacchierate. Sulle montagne della Val Sangone sta cadendo pioggia e grandine, ma ormai mancano più o meno due mesi al giorno in cui questa famiglia con tutti i loro animali saliranno lassù.