Anche in Francia…

Sono stata alla fiera di Barcellonette. Questa, due anni fa, era stata la prima fiera d’oltralpe che mi capitava di visitare ed ero tornata davvero entusiasta. Per l’atmosfera, le bancarelle, ma soprattutto gli animali e tutto il contorno. Quest’anno, sarà che mancava l’effetto novità, sarà che effettivamente c’era qualcosa di diverso, ho respirato un’altra aria.

Per carità, di animali ce n’erano, ma meno della passata edizione che avevo visitato. La mia impressione è poi stata anche confermata da alcuni addetti ai lavori (Italiani) incontrati là, pastori della vallate confinanti. Meno animali, meno razze rappresentate, quasi nessuna capra. Sarà la crisi anche qui? Non posso darvi notizie in più, perchè non parlo francese e non sono quindi in grado di carpire notizie dall’interno come invece accade per una fiera nostrana. Comunque, senza nulla togliere alle (pochissime) rassegne piemontesi dedicate a razze locali (rassegne o mostre, per l’appunto), questa è una fiera dedicata interamente agli ovini ed in Piemonte una cosa così non la trovi!

C’erano quelli di Eleveurs & Montagne con le loro campagne informative riguardanti il lavoro dei pastori ed la problematica delle predazioni. In Francia attualmente si sta provvedendo anche a degli abbattimenti di lupi, a fronte di numeri che riguardano le predazioni  davvero impressionanti. Nel solo dipartimento 04 Alpes de Haute-Provence, il mese di luglio 2013 ha contato 112 attacchi con 289 vittime certificate. E questo non è che un mese ed un dipartimento!

Gli stands vicini erano quelli del progetto La Routo, c’erano anche gli amici della Comunità Montana Valle Stura di Demonte e, tra le altre cose, si proponevano assaggi di carne d’agnello. Ma in Francia già sanno cosa vuol dire mangiare agnello, è in Italia (in Piemonte) che bisogna far conoscere la carne ovina.

Ecco infatti una delle tante lavagnette in giro per Barcellonette, a proporre il menù per il giorno della fiera. Qui il piatto del giorno è il cosciotto d’agnello, ma scorrendo i menù più dettagliati, anche quelli stampati e quindi in uso quotidianamente e non solo per l’occasione, la carne ovina la trovavi praticamente ovunque.

Come tutte le fiere che si rispettino, c’erano le bancarelle con le attrezzature per gli addetti ai lavori. Qui però ne ho contate solo due più una italiana, che vediamo sempre agli appuntamenti nostrani. In questo campo da noi sicuramente c’è più scelta, le sellerie presenti alle fiere sono più numerose, ma tutte con il loro buon giro di acquirenti. Un pastore italiano inoltre mi ha sconsigliata di effettuare acquisti: “Tutto troppo caro, qui!“. Lo stesso coltello (tra l’altro prodotto in Francia) aveva un prezzo di 3 euro superiore rispetto a quanto l’ho pagato in Italia poche settimane fa.

Uno poteva comunque sbizzarrirsi negli acquisti o, per lo meno, rifarsi gli occhi di fronte alla varietà proposta sui banchi. Devo sottolineare un certo gusto estetico nella presentazione dei prodotti, a prescindere dalla loro qualità. Cesti e cestini di frutta secca, olive, patè, confetture, gelatine, ma poi frutta e verdura fresche, aglio e scalogni, in un trionfo di colori e profumi.

Qui non ci sono quei furgoncini che, da noi, propongono indigesti e calorici panini unti. Moltissimi vanno a mangiare nei tanti ristoranti del paese, con menù a prezzi più che abbordabili e cibo di buona qualità. C’è anche qualche forma di cibo da asporto, come dei “ravioli” ripieni tipici del posto o la socca nizzarda (una versione francese della farinata di ceci), ma potevi pure acquistare una vaschetta di paella o altri cibi preparati sul posto in padelle gigantesche.

Di gente alla fiera ce n’era tanta, chi interessata direttamente agli animali, chi per curiosità, chi per fare acquisti. Era un sabato, moltissimi bambini affollavano la piazza, chi attratto dai trattori e chi dagli asini, che ispirano sempre simpatia.

L’erba del vicino è sempre più verde, così gli Italiani presenti alla fiera (molti, sentivi spesso parlare in Piemontese o in Italiano, appunto) cercavano prodotti francesi ed i Francesi, viceversa, si rivolgevano alle bancarelle dei produttori italiani! C’era chi vendeva prodotti dal parmigiano al pecorino, ma anche piccoli casari come Aldo dell’azienda “En Barlet ed i suoi prodotti di latte di pecora frabosana-roaschina.

Ovviamente si potevano trovare ed assaggiare moltissimi formaggi francesi, a latte ovino, caprino, bovino, misto… Freschi e stagionati, d’alpe o di fattoria, tutto ben spiegato, ben specificato, ma a prezzi decisamente più elevati rispetto a quelli che sono abituata a vedere dalle nostre parti. Ho colto un commento passando: “Se lo mettessi a quel prezzo, da noi non venderei nulla!“, diceva un margaro italiano.

C’erano anche salumi per tutti i gusti e, poco per volta, vedevi calare il livello dei prodotti esposti, segno che comunque di acquisti se ne facevano, anche se erano numerose le bancarelle che vendevano merce dello stesso tipo.

Oltre all’inevitabile gran numero di bancarelle che esponevano abbigliamento, chincaglieria, “merce da fiera” in generale, c’erano anche diversi artigiani con prodotti più o meno a tema. Per prepararsi all’inverno, pantofole in vera lana di pecore francesi!

C’erano anche gli orologi “pastorali”, con le pecore o con il pastore ed il suo gregge. Gira gira per la fiera, di cose da guardare quindi se ne trovavano eccome ed ogni tanto succedeva pure di incontrare amici venuti fin qui per l’occasione. Una bella fiera, quindi, però sembra che ormai un po’ tutto sia velato dal quel pizzico di pessimismo o brutta aria che tira in ogni dove.

Allora meglio fare ancora un giro dalle pecore, per guardare un po’ quanto sono diverse rispetto alle nostre razze. C’erano dei montoni in particolare, razza Ile de France, con un posteriore che faceva capire quanta carne c’è in un cosciotto! Però, nonostante quello, io non sono molto favorevole all’importazione di altre razze per l’allevamento. Se un territorio ha fatto sì che se ne selezionasse una di un certo tipo, per sfruttarlo nel modo giusto ritengo sia corretto continuare ad allevare quella determinata razza. Un conto è avere una o due merinos in un gregge di biellesi, un altro decidere di allevarne un gregge dalle nostre parti con il pascolo vagante.

Anche questa volta, tra la folla, era abbastanza semplice individuare i pastori. Vi ricordo che qui pastore e allevatore sono figure spesso non coincidenti. L’allevatore manda in alpe il gregge, spesso più allevatori mettono insieme i loro animali per la stagione estiva, affidandoli ad un pastore. Molti di questi sono stati allievi di una delle scuole predisposte alla formazione di questa figura professionale, come vi avevo raccontato questa primavera quando sono stata ospite in Francia alla scuola di Merle.

Non mi sono fermata oltre ad ascoltare le parole dette dal palco. Qui c’è più concretezza ed attenzione ai problemi dei pastori, qui la piazza principale viene messa a disposizione per la fiera. Anche qui ci sono difficoltà, ma si fa comunque qualcosa in più che non in Italia. Da noi invece poco alla volta spariscono le fiere dedicate alle pecore, in Piemonte, in Lombardia…

Ho invece fatto diverse tappe lungo la via del ritorno. La prima a Larche, salendo verso l’omonimo colle che mi riportava in Italia. Qui, tra decine e decine di reti tirate, qua e là pascolavano gruppi più o meno grossi di pecore. C’era poco da mangiare, ma lo spazio era ampio e poi quelle razze devono essere abituate a raccogliere l’erba bassa, visti i pascoli secchi che già li hanno ospitati fino a poco fa.

Al Colle della Maddalena sono andata a cercare altre pecore. Quelle francesi le ho viste solo alla fine, ad altissima quota su su tra i ghiaioni. Un altro gregge italiano pascolava poco più a valle, ma questo era più o meno nel solito posto dove l’ho già incontrato altre volte in passato.

Il proprietario l’avevo incontrato a Barcellonette, ma uno dei suoi operai badava al gregge. Anche qui colori d’autunno… La Valle Stura è notoriamente una vallata secca e ventosa, quindi non è una novità avere l’erba secca e gialla a questa stagione. Il pastore però non vuole ancora scendere, questa primavera è salito in ritardo per colpa della neve e della vegetazione scarsa, per di più in pianura c’è ancora meno, a causa della siccità. Pertanto si resiste in quota, finchè sarà possibile.

Credevo che i miei incontri fossero terminati, ma invece, lungo la strada che mi riportava in alpe, ho ancora incontrato una transumanza. Era già quasi sera, ma il gregge stava ancora scendendo lungo la valle. Un automobilista chiede: “Ha idea di dove andranno? Non siamo più abituati a vedere queste cose…“. Eppure queste cose accadono, in Italia come in Francia. Anzi, è più facile trovare greggi che affrontano l’intera transumanza a piedi proprio qui da noi.

Se un alpeggio così fosse da noi

Una rapidissima gita oltreconfine, di nuovo in Francia, perchè è il luogo più facile e vicino da raggiungere. Un vallone scelto più o mano a caso, nella speranza di aver successo nell’incontrare almeno un gregge. Da una ricerca on-line mi sembrava che lì fosse un vallone “da pecore” e allora si parte confidando nella buona sorte. Le prima pecore le vediamo a Briançon, a pascolare nel fossato intorno alla cittadella.

Poi, arrivati a les Fonds, abbiamo la certezza che un gregge lo incontreremo. A parte il cartello che invita i turisti a tenere il cane al guinzaglio, dato che è un territorio dove pascola un gregge… Vediamo la nuvola di pecore sui pascoli più a monte, ben allargata. Ad occhio e croce almeno un migliaio di capi!

Prima saliamo per il sentiero lungo il vallone, rimanendo a bocca aperta per l’estensione di questa montagna. Anche se ormai l’epoca della fioritura è passata, la bellezza del posto è davanti ai nostri occhi sotto forma di un ampio vallone che si dirama in conche laterali erbose. Poche, pochissime pietraie, pareti dolci, pericoli per gli animali quasi nulli (altro che le pietre che rotolano falciando gambe!), un torrente scorre nel mezzo dei pascoli e si scorgono numerose sorgenti laterali. Una meraviglia, ad occhio azzardiamo che potrebbe comodamente sostenere 2500 pecore per tutta la stagione.

La bergeria è sull’altro versante, piccola, ma essenziale. Non si vede nessuno, il pastore sarà sicuramente al pascolo con il gregge. Viene spontaneo riflettere su come fare il pastore qui sia un’altra cosa. Non che sia una passeggiata, ma anche un giovane con una minima esperienza, come potrebbe essere chi frequenta gli appositi corsi “da pastore”, accompagnato da un paio di buoni cani, non dovrebbe faticare troppo, nel corso della stagione. Dov’è che, da noi, si trova una montagna così??? E dove questa è affittata ad un pastore?????

Se da noi ci fosse una montagna simile, non sarebbe destinata alle pecore! Il prezzo sarebbe altissimo e verrebbe affittata a qualche margaro (sempre che non cada nelle mani degli speculatori a caccia di ettari per i contributi) per caricarla con diverse centinaia di vacche. Ho visto bovini in montagne ben più ripide e sassose, quindi nessuno in Italia lascerebbe un alpeggio così ad un pastore! L’erba è stata sì pascolata fino in fondo, ma senza esagerazioni, anzi, quasi si potrebbe parlare di un carico inferiore rispetto alle possibilità del pascolo.

Ma qui in Francia la pastorizia è un’altra cosa. Sulla via del ritorno, il gregge ci viene letteralmente incontro, si sta ritirando verso il recinto. Erba ce n’è per proseguire la stagione, le temperature si fanno più rigide, ma c’è ancora qualche settimana prima della transumanza. Speriamo di vedere anche il pastore e provare a scambiare quattro chiacchiere con lui per avere risposte alle tante domande che ci sono sorte durante la nostra gita.

Il gregge è composto da pecore di razza Merinos, Mourerous e altre ancora, tutte marchiate in modo ben evidente con la vernice sulla lana, a significare che gli animali appartengono a diversi proprietari. Inoltre vi sono alcuni bellissimi esemplari di capre Rove. Cercando di farsi capire (noi parliamo pochissimo Francese, lui non parla e non capisce l’Italiano), iniziamo un dialogo con il giovane pastore. Il gregge adesso conta circa 1200 capi, ma altri 1000 (femmine gravide e altri animali) sono già stati portati via la settimana precedente. E’ stata una buona stagione, tardiva, ma con tanta erba. Il lupo ha attaccato una volta sola, con la perdita di tre pecore.

Il pastore è solo il sorvegliante delle bestie. E’ originario dei dintorni di Gap e d’inverno non segue il gregge nella Crau. Ci spiega che nel vallone a fianco vi è un altro gregge e un altro ancora nelle montagne di fronte al fondo della valle. Non conosce l’Italia, anche se il confine è solo lì oltre la cresta e non conosce le razze ovine del Piemonte. Gli mostro qualche foto sulla macchina fotografica: “Ah, lunghe orecchie…“.

La pastorizia è pastorizia, ci si capisce a dispetto dei problemi linguistici, però come sono diversi questi pastori francesi, con il loro abbigliamento tecnico da alpinisti e i loro alpeggi dove la stagione estiva pare quasi una vacanza! Ci allontaniamo meditando sull’erba del vicino, che è proprio “più verde” della nostra, sul significato di “fare il pastore” e sulle soddisfazioni che il mestiere ti può dare, anche ricordando i prezzi visti a Briançcon per il formaggio di pecora, o i menù dei ristoranti lungo la via principali, tutti comprendenti almeno una portata a base di agnello.

Ormai in auto sulla via del ritorno, incontriamo un gregge di capre diretto alla stalla per la mungitura. Casetta tradizionale, container equipaggiato per la trasformazione del latte e vendita diretta in loco. In tutta questa valle di vacche ne avremo viste sì e no una trentina. Pensate invece alle mandrie che si incontrano negli alpeggi appena oltre la cresta, in Italia!

E le pecore?

Un po’ come se fosse un sogno. Perchè nei sogni c’è quello, una “montagna” enorme, bella, comoda, con pascoli immensi, buon clima, erba ottima, e la baita in mezzo. Nessun confine, nessun pascolo da sorvegliare perchè appartiene ad altri, solo tu ed il tuo gregge nel vallone.

Certo, l’avvicinamento non è rapido. Il sentiero sale impervio, il sole batte a picco sulle rocce chiare, nell’aria il profumo intenso della resina dei pini silvestri e quello delle tante fioriture multicolori, in basso lo scrosciare del torrente nel vallone scavato e ripido. Poi a poco a poco si inizia ad intuire che lassù ci saranno delle belle sorprese, poichè il vallone lascia presagire spazi di ampio respiro. Però ci si pongono anche delle domande, visto che alle quote più basse non si intuiscono segni di pascolamento. Ma… e le pecore?

E infatti il sogno sembra sempre più reale. I pascoli si estendono, fiancheggiati da erte pareti che nemmeno le capre scalerebbero. Tra i pascoli ricchi e profumati scorrono torrenti e ruscelli, qua e là sgorgano sorgenti e, più in alto, dovrebbero persino esserci dei laghi. Non c’è bisogno di chiudere gli occhi, la realtà è più bella del sogno.

L’alpeggio c’è, a metà tra i pascoli inferiori e l’alto vallone. La baita è essenziale, ma funzionale, sistemata ed allargata recentemente con una soprelevazione in legno. Intorno l’erba è stata decespugliata di recente, la fontana gorgoglia, il tavolo con panche sembra attendere i commensali. Il recinto fisso però è sommerso dall’erba alta e segni recenti di pecore, ahimè, non ve ne sono. Passare qui una stagione… Certo, bisogna salire e scendere poi solo dopo mesi, il sentiero di avvicinamento è lungo, meglio pensare ad un carico con tutto il necessario trasportato in quota con l’elicottero. La luce è assicurata dal pannello fotovoltaico, c’è il bagno, magari con un mulo o un asino ogni tanto si può pensare di scendere a valle per fare la spesa…

Oltre al sentiero ufficiale, ben marcato, tracce qua e là, chiari segni del passaggio ripetuto di un gregge, stagione dopo stagione, conducono a conche erbose e laghi più o meno estesi, da cui si dipartono ruscelli che appaiono e scompaiono tra le rocce calcaree. Unica pecca, i moltissimi detriti ferrosi di origine militare: resti di bombe, schegge ferrose e altre parti di non immediata identificazione.

Salire su fino al colle, affacciarsi di là ed individuare mandrie al pascolo in territori immensi, ma soprattutto guardarsi indietro e continuare a sognare di avere un alpeggio così… Certo, se anche le aree dove prevalgono rocce e terra fossero erba da pascolare, allora… Ma già così è davvero un vallone fantastico. Quindi si continua ad interrogarsi sul perchè non vi sia un gregge a pascolarlo. Ormai è tardi per la vegetazione delle parti a quota inferiore, dove l’erba si fa troppo alta, dura e secca, mentre sarebbe l’ideale essere lì…

Lì dove quelle chiazze rosate dal profumo intenso sono pascoli splendidi composti da trifoglio alpino quasi in purezza, il sogno di ogni pastore e margaro. Viene da pensare che da noi, in Italia, in un posto del genere come minimo avrebbero portato su qualche centinaio di vacche, bestie in asciutta o manze. Qui invece questo è indicato come alpeggio per le pecore persino sui depliant turistici presi al bureau di fondovalle. Eppure quest’anno, ad inizio agosto, le pecore non ci sono.

Non credete che sia veramente trifoglio? Bene, eccovi la prova definitiva. Si scende con un misto di sentimenti: estasi per aver visto un posto così, rimpianto per non averlo a disposizione, per non essere lì con il gregge, un pizzico di amarezza per non aver incontrato un gregge locale, quelle pecore che passano l’inverno giù nelle pianure della Crau. Ebbene sì, siamo in Francia, paese dove sulla copertina dei depliant turistici, tra le attrazioni locali, c’è appunto il gregge di pecore e la transumanza. Solo che noi quelle pecore purtroppo non le abbiamo incontrate, chissà perchè…

(Nevache, Chalets du Vallon e Col du Vallon).

Differenze

Avrei da pubblicare vostre foto, avrei da raccontarvi dei giorni scorsi in alpe, invece oggi alla fine vi mostro due piccole grandi storie, una a rilevanza per lo meno europea, l’altra invece piccola piccola, successa ad un amico. A voi poi la riflessione che il confronto potrà generare.

Iniziamo dalla Francia. Quest’anno la città di Marsiglia è capitale europea della cultura. L’immagine, ripresa da questo articolo del Daily Mail, vi mostra come sia stato inaugurato questo evento. Una sfilata di 3000 pecore… Il titolo della parata era TransHumance e viene definito un “esperimento artistico” dal giornalista. In realtà si mostra quello che in questa parte della Francia (e non solo) accade da secoli in questa stagione, cioè la transumanza di uomini ed animali verso i pascoli estivi. Un tributo a questo mestiere che tanto significa per l’economia, il territorio, la storia e la società della Provenza e di altre aree della Francia. Una vetrina internazionale per i pastori. Che onore, che gioia, che orgoglio! Andate a vedere sul sito ufficiale di mp2013 video (emozionante!) e altro, la spiegazione della filosofia del progetto, il programma di tutti gli eventi (ormai conclusi) ecc ecc…

Già, la Francia, dove in questi giorni si tengono le feste della transumanza, come quella di Die a cui avevo partecipato anni fa. Anche quest’anno sarà un evento che richiamerà un grandissimo pubblico. Qui trovate info e programma della manifestazione, che si terrà il 22-23 giugno prossimi.

Invece, ahimè, in Italia di pastori si parla quasi sempre solo in negativo. Certo, c’è la festa di Amatrice dove ero stata lo scorso anno e che quest’anno si terrà il 7 luglio, ma quando ero stata là mi ricordo di aver sentito parlare soprattutto di problemi, di un mestiere avviato verso il declino, pascoli abbandonati, sempre meno pastori… Qualcuno a volte dice che “capitano tutte e me” e non è vero che la gente sia così “maldisposta” verso i pastori. Ecco cosa scrive sulla sua pagina facebook l’amico Franco, parlando di un episodio che recentemente lo ha visto protagonista. Pensate ad una strada qualunque di quelle che percorrete quotidianamente… “Salvataggio di una pecora e spaccato del mondo d’oggi. Lungo la strada che congiunge Trana ad Avigliana. Una pecora decide di lasciare le compagne al pascolo nel campo e scavalcato in qualche modo il recinto percorre tranquillamente l’asfalto alla ricerca dei ciuffi che crescono ai bordi. Le vetture che la vedono anzichè rallentare strombazzano, la pecora si spaventa e attraversa in continuazione le corsie. Mi fermo metto i lampeggianti e faccio segno di rallentare alle vetture in arrivo, risultato pessimo. Passa un gruppo di ciclisti, il primo della fila grida a squarciagola “capraaaa” per avvisare quelli che lo seguono. E’ una pecora!! Raggiungo la casa più vicina, è una casa di contadini; sospiro di sollievo. Nessun campanello ma cinque cani, esce una signora molto anziana, avanza lentamente con l’aiuto di un bastone, le spiego il problema, mi fa un sorriso ed estrae dal grembiule d’altri tempi un nuovissimo cellulare con il quale avvisa il pastore che conosce bene. Torno a presidiare la pecora/capra e dopo due minuti netti arriva col suo fuoristrada il pastore che ringrazia e mette fine alle prodezze spericolate dell’animale. Due mondi a confronto……..

Già, proprio due mondi a confronto. Quello del pastore, che per diversi mesi all’anno si trova a condividere con altri gli spazi, solo che è normale veder sfrecciare un’auto ai 100 all’ora, mentre è strano (quando non fastidioso) che sulla stessa via transiti un gregge. Animali, questi sconosciuti… Mondo agricolo, sempre più lontano da noi. Facile andare a fare la spesa al supermercato, più complicato trovarci davanti quel mondo che è all’origine di ciò che acquistiamo in modo asettico, già preparato, solo più da cuocere e/o consumare. Al massimo va ancora bene vedere immagini bucoliche e pittoresche in TV, ma non sappiamo cosa fare / cosa farcene quando ce le troviamo davanti.

Avevo un sogno…

Ognuno ha dei sogni collegati alle proprie passioni. Tra i miei c’era quello di vedere la Crau, il “mitico” paradiso delle pecore in terra d’Oltralpe. Ci sono stata per una brevissima visita di lavoro (adesso vi spiegherò) e non ho potuto vedere/fotografare tutto quello che avrei voluto, ma sono rientrata con sentimenti contrastanti. Il primo è che l’erba del vicino è davvero più verde e non solo per questioni climatiche…

Insieme ad un “gruppo di lavoro” composto da persone diverse (rappresentanti della Valle Stura per il progetto “La Routo”, docenti di istituti agrari, rappresentanti di Slow Food Biella+Istituto di Pollenzo, rappresentanti del progetto Propast, dell’Istituto Lattiero Caseario di Moretta e qualcun altro ancora), abbiamo avuto un’intensa due giorni in Francia per occuparci di formazione in ambito pastorale. La prima tappa è stata a Carmejane. In questo centro senza recinzioni, immerso nel verde, dove studiano e fanno pratica giovani ed adulti, si fa formazione in ambito agricolo.

Oltre all’edificio scolastico vero e proprio c’è la fattoria, che è sia un’azienda, sia un luogo per fare pratica, sia un centro sperimentale. Tra le tante informazioni apprese durante la visita, vi sono alcuni punti che mi hanno particolarmente colpito e che desidero condividere con voi. Innanzitutto, la scuola agricola dipende non dal Ministero dell’Istruzione, ma da quello dell’Agricoltura. I programmi dei corsi provengono dal Ministero stesso e non sono creati dai docenti interni. Oltre alla formazione scolastica secondo vari livelli, presso il centro di Carmejane si può fare “apprendistato” e “formazione per adulti” (specializzazione o riconversione professionale). Non scendo nei dettagli della didattica, ma penso che vi interessi sapere che, in Francia, per insediarsi come azienda agricola e poter aver accesso ai contributi, sia necessario un diploma che attesti il grado di formazione specifica raggiunto. Altrimenti si può comunque aprire un’azienda, ma senza poter richiedere contributi.

L’azienda è ovina, con un gregge di 600 pecore, un numero non così imponente, da queste parti. Si produce l’agnello di Sisteron, una delle produzioni a marchio di qualità della Provenza. La fattoria didattica collabora con tutte le organizzazioni professionali agricole esistenti e serve da base per le sperimentazioni dell’allevamento ovino. Tra le materie insegnate a chi segue i corsi specifici sulle produzioni zootecniche, c’è la gestione e conduzione delle superfici pastorali e l’adattamento del sistema di allevamento, con l’orientamento della filiera di produzione (ridurre i costi, aumentare i ricavi, migliorare le condizioni di lavoro…).

Era periodo di tosatura, nell’azienda, attività che si svolge una sola volta all’anno. In questi due giorni ho scoperto che la lana in Francia non è così problematica come in Italia o meglio, c’è lana e lana. I costi di tosatura sono leggermente inferiori (forse per le dimensioni più ridotte e “maneggevoli” degli animali), ma per la razza Merinos d’Arles i ricavi coprono interamente le spese e consentono anche dei margini di guadagno per l’allevatore.

Il gregge di Carmejane è composto principalmente da animali di razza Prealpi. Un piccolo nucleo era al pascolo, gli altri animali erano tutti suddivisi nelle stalle, alimentati con fieno. Montoni, pecore gravide, pecore con gli agnelli e così via, in un’organizzazione che pareva molto buona e funzionale, per non parlare poi delle stalle, spaziose, luminose, ben arieggiate.

Una curiosità? Ecco un montone “mascotte” con la floucà, la caratteristica tosatura che contraddistingue gli animali che guidano il gregge nella transumanza. Per tornare a quanto ci è stato spiegato, si è parlato di una lunga tradizione dell’allevamento sul territorio, ma anche di giovani che danno vita a nuovi insediamenti, piccole realtà interessate alla trasformazione ed alla vendita diretta dei prodotti, specie lattiero-caseari.

A Carmejane si trova anche il Centre Fromager, una struttura dedicata alla formazione in ambito caseario, dove si organizzano corsi di vario tipo, sia “puntuali” legati ad una singola problematica e/o alla richiesta di un produttore, sia generali sulle diverse tecniche di caseificazione, sull’affinamento, ecc… La visita nel complesso è stata interessante, ma il nostro obiettivo principale era ancora un altro, cioè quello della formazione in ambito più specifico, cioè la professione di pastore.

Per far questo ci siamo spostati proprio lì, ai margini della Crau, alla “famosa” scuola di Merle. Questo centro di formazione indirizzato proprio a formare “pastori” esiste dagli inizi degli anni ’30. Frutto di una donazione, strutture e terre fanno sì che qui, nel cuore delle ragione pastorale di Francia, giovani (e non solo) possano conseguire la qualifica di “pastore transumante”, a differenza delle altre 3 scuole simili (più recenti) esistenti in altre parti di Francia, dove ci si può specializzare sull’alpeggio (in Ariege), pastore di alta montagna, con pratica di gestione di animali, pascoli, ma anche mestieri complementari (tosatura, taglio legna…) sui Pirenei, per finire con la scuola di pastore/vaccaro d’alpeggio in Savoia.

Questa è la patria della razza Merinos d’Arles e, nelle stalle della scuola, abbiamo visto solo alcuni montoni. Purtroppo non ci siamo fermati a vedere uno delle tante greggi scorte dai finestrini del pullman, comunque nel giro di pochi chilometri, solo sul nostro tragitto, ne ho contati sei e tutti di dimensioni considerevoli. Ovviamente qui il pastore è una figura importante ed è un fondamentale aiutante per l’allevatore. Le due figure, almeno in quest’area della Francia, sono distinte. L’allevatore è il manager, colui che gestisce l’azienda, si occupa dei pascoli, delle praterie, della fienagione in estate, della commercializzazione degli animali, ecc… Alle sue dipendenze vi sono i pastori salariati, diminuiti come numero da quando la transumanza si affronta con gli autotreni e non più a piedi.

La direttrice della scuola ci ha spiegato nel dettaglio cosa imparano gli studenti, ragazzi e sempre più ragazze provenienti da tutta la Francia, desiderosi di imparare questo mestiere. “Facciamo un colloquio per la selezione, abbiamo solo 20 posti per anno, tanti ne finanzia il dipartimento. devono avere una vera motivazione, non basta che dicano che piace la montagna e fare delle camminate all’aria aperta. Guardiamo l’esperienza che hanno, le attitudini fisiche e morali, le qualità di adattamento e di osservazione…“. Il mestiere di pastore è una cosa seria e non il lavoro per gli ultimi: “E’ un operaio altamente qualificato, con grandi responsabilità. Si troverà spesso a lavorare da solo, specialmente in alpeggio. Deve essere polivalente, svolgere i tre ruoli principali di gestione del gregge, gestione delle risorse pastorali e gestire le strutture. Deve saper lavorare in autonomia, saper prevenire, individuare e curare i problemi sanitari.” Tutto ciò che in effetti fa il pastore, ma che deve essere spiegato ed insegnato a chi lo vuol diventare.

Nella fattoria della scuola si fa anche sperimentazione. Guardate questo strano apparecchio che qui potete vedere nella sua parte centrale. E’ un prototipo di una macchina all’interno della quale, tramite un corridoio, entrano gli animali. C’è un lettore per il microchip, un peso, un sistema di aperture di porte che permettono di separare gli animali in base al criterio impostato. Il peso poi permette di dosare ad esempio la dose di svermante che viene somministrato sempre all’interno dell’apparecchio. Un sogno, vero? Ovvio che qui ci sono altri numeri, la realtà permette di attrezzarsi anche così, perchè quello di pastore è un mestiere non solo rispettabile, ma anche sostenibile!

Qualche problema nella vendita dei capi c’è, ma i numeri fanno la differenza. Non si vende l’agnellino: “…solo a Natale, per l’Italia“, ma si macellano animali di 40 kg. La pecora a fine carriera si vende poco ed a basso prezzo, ma la lana, come si diceva, ha un suo valore. Per farvi capire la sostenibilità dell’azienda, un pastore salariato in alpeggio riceve uno stipendio base di 2.000-2.100 €/mese, anche più alto in base all’esperienza. Non di rado in alpe più allevatori mettono insieme gli animali per avere un gregge più grande. Per il resto dell’anno, il livello più basso di specializzazione prende 1.200-1.500 €/mese. Ecco perchè c’è una scuola, ecco perchè molti dei diplomati trovano subito impiego. C’è la domanda, c’è un mercato, c’è una paga equa.

Ma soprattutto ci sono i veri spazi per la pastorizia. Qui fare il pastore è un’altra cosa. Ci hanno spiegato in cosa consiste il “sistema Crau“, nel delta della Durance. A questo fiume la Crau è legato per il canale che, dalla diga di Serre-Ponçon, porta l’acqua in parallelo al fiume, per poi permettere l’irrigazione delle praterie. Queste sono vaste distese verdi, circondate da fossi che permettono di allagarle periodicamente, e da siepi di alberi ed arbusti, che proteggono dal forte vento che spesso soffia da queste parti. Qui si produce l’altra risorsa della Crau, il fieno, che è riconosciuto addirittura con una DOP. Tre tagli, il primo a maggio e gli altri a seguire, almeno dopo 42 giorni, poi il “quarto taglio” è destinato al pascolamento delle greggi di ritorno dall’alpeggio. E’ questo il periodo della nascita degli agnelli.

Dalle praterie, appena poco oltre, dove non si irriga, si passa nei “coussouls”, la parte arida, dove le greggi pascolano nel resto dell’anno, inverno e primavera, con degli spostamenti verso la collina e poi la partenza per l’alpeggio a giugno. Tutta la gestione dell’azienda è impostata su questi momenti, per ottimizzare le risorse ed il lavoro. Il fieno viene venduto, spesso agli allevamenti di cavalli, o utilizzato internamente (secondo taglio) per l’ingrasso dei montoni.

Mi hanno assicurato che qui, in quest’arida steppa che si estende a perdita d’occhio, le pecore ingrassano e sono poi pronte ad affrontare l’alpeggio. Sembra incredibile, eppure questo è uno dei cuori della pastorizia europea. Qui il gregge medio conta mille capi, “…ma il numero dei pastori a sorvegliarlo è diminuito drasticamente da quando sono state introdotte le reti.” Qui si va a scuola per diventare pastori, pastori moderni del XXI secolo, infatti la stessa scuola ha dovuto rinnovarsi qualche anno fa, perchè oggi il pastore deve sia essere “trattato bene” dall’allevatore, ma deve sapersi anche rapportare con il pubblico, specie in montagna. Il pastore salariato deve avere migliori competenze, gli operatori devono essere seriamente motivati.

E noi, cosa riusciremo a fare in Italia, dove il mestiere di pastore è sempre più difficilmente sostenibile? A sentire lo stipendio di un salariato in Francia scommetto che molti diranno (ma non lo faranno mai): “Ma allora le vendo tutte e vado a fare la stagione di là!“. Qui nessun pastore può pagare tanto un aiutante, perchè non ne ha le possibilità. Però il reale bisogno di aiutanti formati ed affidabili esiste. Quindi? Quindi si cercherà di fare il possibile per creare un “corso per pastori” anche in Piemonte. Non possiamo pensare di riuscire subito a realizzare un qualcosa a pari livello con la scuola di Merle, che vanta così tanti anni (ed un territorio del genere) alle spalle, però…

Per difendere la biodiversità

Per sentir dire al di fuori dei convegni specifici che pastoralismo significa difesa della biodiversità, mantenimento della biodiversità, basta passare il confine. In Francia il pastoralismo, l’allevamento ovino è tradizione, è economia, è paesaggio e, giustamente è biodiversità, appunto.

Non c’è nemmeno da spiegarlo, fa parte della tradizione, della cultura. In Italia invece sono discorsi “di nicchia” che difficilmente escono dalle aule universitarie o dalle sale dei convegni. Ripetiamolo ancora una volta: un gregge in montagna svolge molteplici funzioni. I pastori conducono in quota le greggi per sfamarle durante la stagione in cui i prati di fondovalle sono destinati alla fienagione. E’ così che è nata la pratica dell’alpeggio e della transumanza alpina. C’è chi ne ricava carne (vendendo agnelli, agnelloni…), chi munge e produce anche latticini. Ma gli animali pascolano, “puliscono” i versanti, mantengono la vegetazione erbacea o, addirittura, la migliorano laddove si incontrano situazioni di abbandono.

Pascolamento è biodiversità vegetale. Dove diminuisce o cessa l’azione di pulizia del gregge, si diffondono i cespugli. Invece di centinaia di specie vegetali, troviamo distese quasi monospecifiche di rododendro, ginepro, mirtilli, cespugli di ontano. Servono anche queste specie, certo, ma la biodiversità è avere tante specie e tanti ambienti. In un pascolo troviamo più vegetali, fioriture più evidenti e, di conseguenza, più insetti, più predatori di questi insetti e così via. Occorrono anni per recuperare un pascolo abbandonato.

In Italia si fanno tante parole… In Italia occorre essere schierato, per ogni cosa c’è il PRO e il CONTRO. Sapete bene su che toni spesso si sposta il “dibattito” sulla questione lupo… Troppo spesso si grida invece di ragionare, ma a volte anche il più moderato perde le staffe di fronte a certi “ragionamenti” di chi non vuole nemmeno sentire le parole e le ragioni dei pastori. In Francia invece, pur essendo anche lì il dibattito molto acceso, di sicuro la questione è sentita e non solo nel ristretto ambito addetti del settore zootecnico / ambientalisti. E’ di questi giorni la notizia che il Parco Nazionale delle Cévennes abbia fatto domanda per rivedere la legge nazionale in materia di protezione del lupo, chiedendo l’autorizzazione a “tiri di difesa” contro il lupo. Qui l’articolo, significativa la frase “L’agropastoralisme produit de la biodiversité. Nos systèmes d’élevage produisent de la biodiversité. La présence du loup remettrait en cause cette biodiversité. Nous avons fait notre choix.“, pronunciata dal Presidente del Parco. In altri articoli sul web (qui) si trova poi quest’altra dichiarazione: “Les instances du Parc ont donc décidé de “porter un message. Nous demandons aussi à être relayés par les parlementaires, pour obtenir une révision rapide du Plan loup. Une manière de mettre l’État devant ses responsabilités“.” Ci si appella allo stato, affinchè vengano prese decisioni a livello nazionale.

E il lupo non preda solo ovini, anche in Piemonte sta aumentando il numero di bovini vittime di attacchi (direttamente  o indirettamente, perchè messi in fuga e poi precipitati o feriti). Qui, sul bel sito francese Eleveures et Montagnes, si trovano tante informazioni sulla situazione in Francia. Solo nell’area PACA (Provenza, Alpi, Costa Azzurra), nel 2012 si sono avuti 1138 attacchi (+22%) con 3873 capi uccisi (+26%). Sono numeri che non hanno bisogno di ulteriori commenti, eppure sappiamo che in Francia da anni hanno adottato e mettono in pratica i vari strumenti per prevenire le predazioni.

In Piemonte non siamo ben messi. L’autunno ha registrato numerosi attacchi, ma in tutta la stagione le segnalazioni si sono susseguite, anche in aree di espansione, dove prima il predatore non era ancora mai stato segnalato o dove aveva fatto solo sporadiche apparizioni. Lì il bilancio è stato ancora più grave, perchè come sempre accade, ha trovato animali ancora liberi, non sorvegliati costantemente e senza la presenza dei cani da guardiania. Mi domando quando anche da noi si potrà pensare di fare concretamente qualcosa senza essere accusati di voler sterminare i lupi! Dare al pastore la possibilità di difendere il suo gregge, indurre i predatori a temere l’uomo, così da allontanarli e far sì che tornino a rivolgersi maggiormente alle prede “selvatiche”, come fanno quando gli alpeggi sono vuoti e greggi e mandrie si trovano altrove.

Pastori (d’Italia?) unitevi

Vengo da un periodo denso di impegni durante il quale sempre più mi ritrovo a meditare sul futuro, professionale e privato. Intorno a me c’è chi si chiede come io faccia a “star dietro a tutto” e vi assicuro che in molti momenti è tutt’altro che semplice, quasi impossibile. Ecco anche perchè ultimamente questo blog è spesso in arretrato con gli aggiornamenti.

Nelle ultime settimane ho partecipato a diversi incontri e convegni, in Italia e non solo. Per esempio sono stata a Barcellonette (Francia) con i colleghi del progetto Propast per confrontarci con i vicini francesi su tematiche relative al pastoralismo ed al “problema lupo”. Oltralpe sono molto, molto più avanti di noi, anche perchè la pastorizia è veramente un settore importante dell’economia agricola nazionale. Lo dicono i numeri dei capi allevati, lo dicono le persone presenti ad incontri di questo tipo (non i politici che partecipano per farsi vedere, ma il sottoprefetto che parla con competenza e determinazione). Lo dicono i ricercatori di istituti come l’INRA, l’Istituto Nazionale di ricerca in ambito agricolo, che nelle sedi dipartimentali si occupa dei diversi ambiti, compreso quello zootecnico in generale e pastorale in particolare (si veda ad esempio qui). Chissà perchè in Italia se studi la zootecnia in relazione alla ricomparsa del lupo sei oggetto di pesanti attacchi anche in ambito accademico, mentre in Francia ci sono fior fiore di pubblicazioni sui più svariati aspetti della questione, compreso il costo economico per il pastore e le ore di lavoro aggiuntive…

Poi cambiamo zona, scendiamo giù per l’Italia ed arriviamo in provincia di Rieti, a Borgorose (RI) in frazione Corvaro, dove il 28 giugno 2012 si teneva l’incontro di chiusura del corso di formazione lattiero-caseario artigianale per allevatori e casari. Nei giorni scorsi infatti per la prima volta ho avuto occasione di confrontarmi direttamente con realtà pastorali del Centro, del Sud e delle Isole, grazie alla presenza di numerose persone convenute in Lazio per la Festa della Transumanza di Amatrice. Il mal comune non è mezzo gaudio, ma motivo di preoccupazioni aggiuntive…

Di fronte ad una tavola colma di formaggi da latte prevalentemente ovino, prima, dopo e durante gli assaggi c’è stato modo di riflettere su molti aspetti. Cito in ordine sparso alcune frasi  significative che mi sono appuntata durante gli interventi, in particolare del dott. Ficco del CRA: “La ricotta paga le spese, il formaggio è la resa…“. “Il latte ovino viene pagato 0,70€/l, facendo formaggio rende 2,40. Nel 1974 era 1.400 £/l.” “E’ arrivato il momento di passare ai pecorai specializzati, fare formaggi con un nome e cognome. Bisogna integrare l’economia pastorale con l’economia moderna, fondamentale un ruolo delle istituzioni!“. …ed è stato sottolineato come non siano i contributi (elemosine) ad essere utili, ma aiuti concreti. “La vita del pastore dev’essere ecosostenibile, bisogna ricomporre un equilibrio che si è rotto.” “Bisogna produrre qualità, non quantità. Siamo piccoli, il nostro pregio è la qualità.” “La transumanza: il pregio del latte dei pascoli.” “La pecora è cultura, c’è dentro la cultura dell’uomo.

Suona molto strano a chi viene dal Piemonte sentir dire che il mestiere di pastore da quelle parti è in via di estinzione, sentir parlare di pascoli abbandonati, boschi in espansione…

Il dott. Rubino, presidente di ANFOSC, l’Associazione Nazionale per la valorizzazione e tutela dei formaggi ottenuti con latte di animali al pascolo, ha parlato a lungo di qualità, innanzitutto del latte, ma anche di tecniche di lavorazione. Riporto alcuni sui pensieri: “La qualità del formaggio dipende dal pascolo. (…) La legge fatta a tavolino decide cos’è il latte di qualità… “Quello della Lola…!!!” (…) Il ricercatore deve porsi dalla parte del consumatore. (…) Il pastore che fa un buon latte deve essere pagato giustamente per il suo prodotto, non ricevere l’elemosina perchè “previene le frane”. (…) Nell’animale al pascolo il rapporto Ω3 e Ω6 è quasi nullo, c’è il massimo della qualità, cosa che non avviene con l’alimentazione in stalla. (…) A un grande latte di montagna spesso non corrisponde un grande formaggio, a livello industriale invece a un grande formaggio non corrisponde un grande latte. Manca totalmente l’assistenza tecnica casearia. Condividere con l’allevatore il problema è la base di partenza. (…) Allevatori dispersi in un grande territorio. (…) Il problema non è la tecnica, ma la carenza nei dettagli.” Ed il corso infatti si è tenuto presso le diverse aziende agricole che hanno aderito, per capire e condividere problemi, difetti e pregi (delle strutture, della tecnica, dei prodotti).

Ci siamo poi trasferiti ad Amatrice (RI), paese un tempo di pastori, nato sul percorso dei tratturi. Qui ho potuto aggiungere alla mia collezione di monumenti pastorali questa fontana. Nei viaggi e negli spostamenti c’è stato modo di discutere a lungo su pascoli non utilizzabili per problemi “burocratici”, su amministrazioni che non comprendono il valore della pastorizia, ma anche su pastori divisi, troppo occupati a contrastarsi a vicenda invece che lottare uniti per i medesimi obiettivi. certo, bisognerebbe avere una rappresentanza comune di tutti i pastori italiani, ma come si fa, se si litiga internamente tra vicini di pascoli? A ben guardare le problematiche sono molto simili, in Sardegna come in Lombardia, ma…

Amatrice è circondata da un paesaggio agricolo, anche se alla pastorizia pensi soprattutto guardando le montagne, dove il gregge protagonista della festa sarebbe giunto nei giorni successivi. Quello che mi ha colpito sono i boschi, così fitti, così diffusi, tanto che persino il rappresentante del CFS presente al convegno ha parlato di pascolamento in bosco consentito (non sulla rinnovazione, ovvio), visto che questa non è un’epoca dove i boschi sono in pericolo, ma è piuttosto il pastore ad essere a rischio di estinzione. Il buon pastore, quello che si comporta correttamente e che rispetta. Parole ben note…

Ad Amatrice l’incontro aveva un titolo altisonante: “Convegno Internazionale sul Pastoralismo per la conservazione sostenibile della cultura pastorale e transumante, protettrice della diversità biologica e dell’ambiente del nostro pianeta“. Tra il pubblico, nonostante il caldo e l’ora, una buona presenza di tecnici, qualche allevatore, politici e amministratori, appassionati. L’interesse c’era, gli interventi previsti in scaletta sono stati intervallati dalle parole degli amministratori. Tutti unanimi e concordi nel difendere il valore della pastorizia, affinchè non diventi solo più memoria e folklore, ma gli addetti ai lavori in platea mugugnavano, troppo abituati a sentir parole e non vedere poi i fatti.

Sono stati ripresi i temi della valorizzazione e qualità dei prodotti. Per quanto mi riguarda, ho mostrato la realtà della transumanza in Piemonte (ovina e bovina), quindi ho parlato del pascolo vagante. Anche se l’Italia è una, raramente fuori dai confini locali si conoscono le tante realtà, così genera sorpresa vedere tante pecore in Piemonte e stupore il sapere che la maggior parte di questi pastori vivono solo sulla vendita della carne, senza caseificare. Che ciò venga detto da chi spunta prezzi più alti sulla vendita della carne ovina (consumata ed apprezzata tutto l’anno, non solo a Pasqua e Natale) fa riflettere non poco.

Formaggi e ricotte da latte ovino sono presenti nella cena, a fianco dell’immancabile pasta all’amatriciana… E poi un ottimo agnello, del quale sono state servite tutte le parti, dalla testa alla coda! Il clima, pur tra i discorsi tecnici dei partecipanti al convegno, si è fatto via via più conviviale, per prepararsi alla festa dei giorni successivi. Musica, improvvisazioni musicali in rima, dediche a signore e signorine da parte dei “poeti pastori”…

L’indomani iniziava la transumanza, ma io sono riuscita a farmi accompagnare nell’azienda De Marco per assistere alle fasi precedenti, tra cui la mungitura del gregge. Si tratta di incroci tra la razza lattifera francese Lacone e la pecora appenninica. L’azienda è grande, ben organizzata, affianca agli ovini i bovini di razza chianina (oltre a qualche maremmana) ed integra con un’attività di taglio legna. La mungitrice mobile seguirà la transumanza e verrà portata in alpeggio.

Gli animali sono in stalla, ma dove andare al pascolo altrimenti, con i prati secchi che si vedono intorno? Il caldo è già atroce, le mosche tormentano gli animali, eppure mi dicono che questa è la stagione normale per salire in quota, anche perchè mi sembra di capire che altrimenti i pascoli non sarebbero sufficienti per arrivare alla fine della stagione. Quest’anno l’inverno ha visto abbondanti precipitazioni nevose concentrate in un periodo breve, poi una prolungata siccità che perdura da troppo tempo.

Ultima operazione precedente la partenza, la marchiatura dei capi con delle iniziali impresse sulla lana. Intanto arrivano sempre più numerosi i turisti che parteciperanno alla transumanza, per lo più turisti locali, oltre al gruppo CAI.

Il racconto della transumanza però ve lo presenterò prossimamente, per adesso vi lascio riflettere sul futuro della pastorizia. Partecipare a questi incontri è stata un’utile occasione di scambio (anche “culturale”), ma soprattutto una fonte di riflessioni. E’ vero che già le passate generazioni di pastori dicevano che sarebbero state le ultime e invece i pastori ci sono ancora, ma sono davvero diminuiti e rischiano di soccombere. Per qualcuno questa crisi farà capire il valore degli antichi mestieri e contribuirà alla loro rinascita, per altri invece potrebbe rappresentare il colpo di grazia…

Dal Piemonte e dalla Francia

Si moltiplicano gli “inviati” di questo blog. Il primo reporter è Carlo, che già qualche giorno fa ci aveva mandato immagini di greggi nella neve nella pianura della provincia di Novara.

Un altro gregge è passato nel suo paese e questa volta Carlo ha documentato pascolo, spostamenti, il lavoro dei cani. Qui vediamo i pastori, e mi sembra proprio di riconoscere Ernestino.

Ti mando altre foto di un altro gregge di passaggio da Cameri (NO). Questo gregge proveniente dalle nostre valli del VCO comprende anche asini, cavalli e capre (oltre ovviamente alle pecore).

L’ho seguito un po’ ieri e oggi nei suoi spostamenti ed ho apprezzato in modo particolare il lavoro del cane che di nome fa Orso.


Prontissimo agli ordini del pastore, in un batter d’occhio radunava le pecore e le allineava per potre fare uno spostamento in modo veloce e ordinato.


C’erano al seguito altri due cani di cui uno mi sembrava un po’ irruento verso le pecore tanto da provocare ire e improperi da parte non solo del pastore ma anche di un asino, vedi foto (mia moglie Vittoria nello scattare la foto ha avuto fortuna, ma lei non lo ammetterà mai!!).

Molto belle le foto di Carlo e Vittoria, a testimoniare le giornate di pascolo vagante nella neve per quei pastori che o non hanno fermato le pecore, o sono riusciti a ripartire prima di altri. Anche se questa vita la vivo, un’immagine così riesce sempre ad emozionarmi.

E’ ancora inverno. Presto però tutti ricominceremo a scattare immagini senza la neve ed all’improvviso sarà tutto verde. I pastori smetteranno di lamentarsi per la carenza di pascoli ed inizieranno a dire che non riusciranno a finire tutta l’erba prima di salire in montagna. Categoria difficile da accontentare…

Cambiamo panorama, stagione e tipo di pecore. Ci tengo particolarmente a mostrarvi queste foto, perchè forse per la prima volta è un pastore ad inviarmele. Non un appassionato, un hobbista, ma un pastore il cui gregge conta all’incirca 500 capi.

Lui è Benoit Gaffet, dalla Francia, che qualche tempo fa aveva lasciato un messaggio qui sul blog. “bonjour je suis français je regarde votre blog depuis plusieurs année (uniquement les images,au début j’imaginé le texte). je suis berger dans le sud de la france avec 500 brebis mérinos d’arles et quelques chévre du roves en nomade une partie de l’année. j’espére vous envoyé des photos prochainement (je ne suis pas fort pour l’informatique).

Nonostante io (ahimè) non parli Francese e lui non parli Italiano, ci si capisce sulla lunghezza d’onda della pastorizia. E così ecco alcune delle immagini del suo gregge nelle varie stagioni dell’anno, con le pecore Merinos d’Arles e le capre Rove.

Il gregge al pascolo. Mi piacerebbe sapere sa Benoit se sale in alpeggio e su quale montagna. Magari d’estate è appena dietro al confine, chissà? E adesso dove sarà Benoit? Nella pianura della Crau? Quando riuscirò io ad andare da quelle parti, dove i miei bisnonni emigrarono in cerca di fortuna all’incirca 100 anni fa? Non per fare i pastori, ma fu comunque il Sud della Francia ad accoglierli.

Ecco ancora un’immagine da parte del nostro amico francese. Spero ci siano anche altri pastori da altre parti dell’Europa e non solo a seguire il blog. Qualcuno l’ho già incontrato su Facebook. Non avrei mai pensato, nel 2007, che queste pagine sarebbero diventate un punto d’incontro per la pastorizia da varie parti non solo d’Italia, ma anche più in là… Senza confini, proprio come il cammino dei pastori.