Un po’ di pastorizia in Francia

Per i Piemontesi la Francia è appena lì dietro. Dalle mie parti tutte le valli, in cima, confinano con la Francia e, spesso, affacciandosi ad un colle, significa vedere un gregge.

Un paio di settimane fa, risalendo la Valle Stura, incontriamo solo le tracce di una transumanza, avvenuta probabilmente nella notte o alle prime luci del giorno, ma non scorgiamo già più il gregge. Invece, scendendo oltreconfine, ci sono già delle pecore lungo la strada. Anzi, per meglio dire, nel primo grosso recinto ci sono centinaia di agnelli, di diverse dimensioni, ma già tutti tosati.

Poco oltre, in un altro vasto recinto, ci sono invece le pecore. I prati sono stati suddivisi e man mano gli animali li ripuliranno a dovere, poi le greggi verranno affidate a qualche pastore sugli alpeggi più a monte, dove arriveranno anche gli altri animali, direttamente dalle pianure della Crau.

La stagione d’alpeggio è all’inizio, l’erba è ancora bassa ovunque, ma il sole inizia a scaldare. Anche lungo la strada che sale al Colle dell’Agnello c’è un gregge pronto alla partenza. Accanto alla stalla fervono i preparativi: le campane al collo delle capre e delle pecore, i marchi ben fatti sulle schiene.

Si controllano i piedi, si tagliano le unghie e si medicano le pecore zoppe. Deve essere tutto a posto per andare… in montagna, anche se qui effettivamente si è già in quota! Probabilmente questo gregge verrà unito ad altri in arrivo dalla pianura o dal fondovalle. Non dimentichiamoci che oltralpe il numero di ovini allevati è davvero considerevole.

Qualche giorno dopo sono tornata in Francia per la festa della transumanza a Nevache. Contrariamente ad analoghe iniziative a cui avevo partecipato, questa mi ha delusa. Niente più dell’arrivo di un gregge (nemmeno così imponente) e della sua salita a piedi verso l’alpeggio. Nevache è sempre un bel posto, mi aspettavo un mercatino di prodotti, qualche animazione, invece per ingannare l’attesa (più lunga del previsto, ma con gli animali ci può sempre essere l’imprevisto) non c’era che il pranzo (nemmeno a base di carne ovina).

Una volta scaricato, il gregge si avvia verso il paese, un po’ allo sbando. Sono quasi i turisti a condurlo, mi trovo davanti e cammino seguita dalle centinaia di basse pecore merinos. Qualcuno prima o poi prenderà in mano la gestione degli animali…

Quello che sembrerebbe il proprietario del gregge ad un certo punto fa cenno di svoltare a sinistra e le pecore vengono indirizzate verso un prato sotto la strada, dove potranno mangiare un po’ prima di affrontare la salita a piedi. Non ci sono capre rove, non ci sono rudun, non c’è niente di ciò che mi aspettavo.

I turisti comunque guardano gli animali, si entusiasmano, li fotografano. Gente ce n’è parecchia, tutti hanno pazientemente aspettato varie ore che il gregge finalmente arrivasse. Il programma prevede poi la salita a piedi verso i pascoli, seguendo la strada e, la sera, una proiezione lì in paese.

Arriva poi una giovane pastorella e sarà lei a condurre il gregge, probabilmente anche a sorvegliarlo nel corso di tutta la stagione estiva. Come ho già raccontato altre volte, in Francia c’è una suddivisione tra l’allevatore, il padrone del gregge, e il pastore, colui che lo sorveglia e lo porta al pascolo. Così per l’estate si cercano professionisti che abbiano la formazione e la pratica specifica a cui affidare gli animali.

Il gregge sfila all’imbocco del paese, non si ferma e prosegue, tra due ali di folla come se fosse il passaggio del Tour de France. L’intenzione era quella di proseguire, macchina fotografica alla mano, documentando la risalita della valle. Era già abbastanza tardi, per fortuna l’aria era frizzante, altrimenti il cammino su asfalto sarebbe avvenuto proprio nelle ore più calde del pomeriggio.

Davanti il gregge e dietro, ancora più numeroso e caotico, il fiume umano. Non è permesso avvicinarsi alle pecore, bisogna star dietro a tre ragazze che fanno da barriera, così tutti si affollano e spintonano per prendere le prime posizioni e scattare qualche foto. No grazie… preferisco lasciare che la transumanza prosegua senza di me.

Un ultimo scatto da lontano e rientro a Nevache, ormai svuotata da gran parte del pubblico. Di transumanze ne ho vissute tante in passato e non fa per me camminare, ammassata ancor più delle pecore, tra le persone che seguono il gregge da lontano. Di tutt’altro tipo erano state le feste a cui avevo partecipato a Die o La Brigue. Comunque, come precisazione finale, devo dire che non è facile far convivere i turisti con i momenti di lavoro impegnativi, come può essere la transumanza. L’appunto principale è legato al fatto che mi sarei aspettata più “accoglienza” per ingannare il tempo mentre si attendeva il gregge.

Chi è salito presto

Il Pastore lo scorso anno si lamentava per l’erba vecchia che aveva trovato quando era salito in montagna. Quest’anno invece la situazione è sicuramente diversa…

Sono andata a trovarlo nel vallone della Rho, in una delle tante giornate di tempo instabile di questa fine di primavera. Da quelle parti piove meno che altrove, la testata della valle è abbastanza asciutta, ma comunque qualche temporale c’era stato, e neve fresca sulle cime, e aria fredda.

Gli animali stavano bene, proprio quel giorno dovevano partorire le ultime due pecore gravide, poi per qualche mese, mentre il gregge avrebbe pascolato in alto, non sarebbero più nati agnelli. Meno problemi e meno rischi. Dopo aver sbrigato i vari lavori di routine, il gregge viene aperto dal recinto e messo al pascolo.

Erba verde ce n’è, ma non tutta è di gradimento degli animali. Il keirel, la Festuca paniculata, ormai è troppo duro perchè le pecore la bruchino. Le pecore partono a tutta velocità e sembrano non volersi fermare. Il Pastore deve mandare il cane più volte per farle pascolare lì, senza che salgano fino in cima alla montagna.

Il gregge è grosso, il pastore ed il suo aiutante devono pascolare in modo attento per non sprecare pascoli, la stagione è lunga e non si può sbagliare, anche perchè non si sa come procederà dal punto di vista meteorologico. In alto continua a fare freddo e l’erba non cresce. Poi forse ha anche patito il caldo anomalo e la siccità dell’inverno passato.

Il Pastore sorveglia il gregge, ogni tanto fischia ai cani affinchè vadano a “fermare” le pecore, intanto racconta le vicende di quelle prime settimane di alpeggio. In cielo intanto sole e nuvole non hanno ancora deciso chi avrà la meglio, per quel giorno.

In Piemonte ormai la maggior parte delle greggi è ormai salito, ma appena oltreconfine la transumanza avverrà solo tra qualche settimana. A Nevache infatti le pecore saliranno il 14 giugno e, per l’occasione, sarà festa anche con i turisti. Qui sul sito dell’ufficio turistico il programma della manifestazione, per chi fosse interessato a partecipare.

Delusa dalla fiera

Avevo detto a tanti che la fiera di Guillestre, in Francia, meritava la visita. C’ero stata nel 2011 e mi era piaciuta per quell’atmosfera di fiera paesana… Tutti i piccoli allevatori che arrivavano con gli animali caricati su ogni tipo di mezzo, i box in mezzo al frutteto, sull’erba, le bancarelle in tutto il paese.

Quattro anni dopo, una grande delusione. Quei pochi animali che ci sono, qualche box di pecore, un paio di cavalli, due o tre bovini, sono nella piazza asfaltata. Di gente ce n’è, è stato difficile trovare parcheggio ed è ancora più difficile camminare nelle vie e tra le bancarelle, ma quel che manca è l’aspetto rurale.

Qualcuno fa acquisti, compila i documenti, ma sembra davvero che la maggior parte delle persone siano qui soprattutto per la fiera intesa come mercato. Certo, di bancarelle ce ne sono moltissime, ma l’impressione è che manchi la qualità e l’organizzazione.

La parte più agricola è nel solito spazio verde, tra i meli. Qualche bancarella con attrezzature, le solite campane, un paio di artigiani, ma mancano molti stand che avevo visto anni fa. Anche tra il pubblico, non individuo più tutti quei volti che identificavano allevatori e contadini.

Mescolati in mezzo a tutto il resto, ci sono i produttori. In altre fiere c’è una divisione almeno parziale tra prodotti agro-alimentari ed altri generi, qui invece magari trovavi un’azienda agricola in mezzo all’abbigliamento dozzinale. Insomma, la mia delusione è stata molta.

C’era anche qualcosa di interessante, qua e là, come questa azienda che proponeva la lana delle sue pecore. Mancava però tutto il resto dell’atmosfera che avevo respirato all’epoca. Ho incontrato qualche faccia nota, dall’Italia, anche loro lamentavano soprattutto la scarsità di animali.

La maggior compravendita, in questo settore, sembrava essere quella avicola: polli, galline, tacchini, anatre, c’erano diversi espositori con questi generi e moltissima gente effettuava acquisti. Si sceglievano gli animali, che venivano collocati in scatole di cartone, si scriveva sopra il nome e le si lasciava lì. Ciascuno sarebbe poi passato a ritirarle più tardi, in quel momento c’era troppa ressa nella fiera per poter girare con uno scatolone per mano.

Il mercato era vasto, soprattutto abbigliamento di ogni genere. A parte qualche banco dove si vendevano cappelli e camicie a quadretti, tutta la restante parte della fiera era indirizzato ad un pubblico generico e non agli “addetti ai lavori”.

Ecco un’altra bancarella tematica, non così attrattiva in quella calda giornata di metà ottobre in cui si teneva la fiera.

Spezie, verdure, formaggi, frutta e polli arrosto, pian piano si avvicina l’ora di pranzo e il pubblico inizia a diminuire. Ora di ripartire dalla fiera…

Ancora un giro per Guillestre, sotto un cielo limpido, aria tersa e sole abbacinante. Tutto intorno i colori dell’autunno così, delusa dalla fiera, decido di godermi il resto della giornata, scegliendo una diversa via per il rientro.

Invece di tornare attraverso il Monginevro, mi avvio lungo la valle del Guil, passando accanto a Chateaux Queyras. Villaggi, boschi, prati e pascoli, non immaginavo che avrei ancora incontrato animali salendo in quota.

Invece ecco un gregge al pascolo accanto alle piste da sci. Si tratta di pecore gravide o che hanno già partorito. L’erba è bassa, ma le merinos brucano avidamente. Non c’è alcun pastore, solo delle reti a formare un vasto recinto.

Gli agnelli, sazi di latte, si godono il sole. Probabilmente questi saranno gli ultimi giorni in montagna, poi anche questo gregge sarà portato nelle pianure accanto al delta del Rodano? Chissà…

Io proseguo ancora il mio viaggio, con una veloce deviazione al bellissimo borgo di Saint Veran, il comune più alto d’Europa. Non c’ero mai stata a questa stagione e, anche quasi deserto, senza tutte le attrattive per i turisti che ingombrano le vie pedonali d’estate… è ancora più affascinante. Non ricordo bene quante siano le giornate di sole vantate da questo borgo, ma sicuramente questa è una delle migliori!

Alcune caprette nate saltellano sui muretti tra le case, ma io ho sentito delle campanelle e dei belati: appena sopra alle ultime case infatti vi è un altro gregge. Guardandomi attorno, vedo anche altri animali, più in lontananza, su per il vallone. Non ho però tempo di andarli a vedere tutti, perchè la mia strada è ancora lunga.

Sul mio percorso mi fermerò, a quota ancora maggiore, per fotografare anche queste vacche al pascolo. Non sono animali che lasceranno la montagna, ma quando l’erba sarà finita, quando arriverà il freddo, la neve, trascorreranno l’inverno nella loro stalla nel paesino poco sopra.

Continuando a salire, il verde scompare anche dai pascoli, sono solo più i colori dell’autunno a predominare. Un autunno luminoso, caldo nonostante la neve poco lontano. Proprio per la fiera di Guillestre, è ancora aperto il passo che, in cima a questa valle, permette di sconfinare e rientrare in Piemonte.

Il Colle dell’Agnello, come tutti i passi tra Piemonte e Francia, è dolce sul versante francese, molto più ripido su quello italiano. 2.744m di quota, ormai qui è inverno. Troverò poi anche animali in Valle Varaita, a quote molto inferiori, ma ormai è tardi, pomeriggio inoltrato, quindi non mi fermerò a scattare altre foto…

A Barcelonnette per la fiera

Andare o non andare a Barcelonnette? Ci avevo pensato su parecchio, già immaginavo che non avrei trovato molti animali, quest’anno, però… Alla fine è sempre un bel posto, i mercati francesi mettono allegria ed è un’occasione per vedere qualcosa di diverso dal solito.

E così sono partita, in un bel sabato di fine settembre, luci e colori autunnali. Il viaggio è comunque lungo, c’è da raggiungere Cuneo, risalire la Valle Stura e poi scendere fino alla cittadina di Barcelonnette, dove c’è già un bel po’ di traffico. Tutte le vie sono invase dalle bancarelle del mercato, poi si arriva alla piazza centrale, dove ci sono gli animali. Da una parte bovini, qualche cavallo, strane pecore dalle lunghe corna che qualcuno mi dice essere di origine ungherese.

Pecore, agnelloni, montoni, ecc. sono nella parte centrale della fiera. Effettivamente non ci sono tanti animali, sempre di meno rispetto agli anni precedenti, ma c’è un motivo molto semplice. La festa del Sacrificio è appena avvenuta, tutti gli agnelloni sono stati venduti in quell’occasione. Evidentemente anche qui in Francia le fiere zootecniche stanno perdendo di importanza e non è più tanto questo il posto dove si contratta, si vende, si acquista.

Ci sono pastori, ci sono contadini, allevatori. La fiera è comunque il luogo dove ci si incontra, si chiacchiera, si commenta. Forse all’estero più che “in casa”, ci si può aggirare per le fiere annusando quest’atmosfera particolare, come semplici osservatori, cogliendo attimi di vita.

Non mancano le campane e chi le acquista, ovviamente prevalgono quelle per pecore e capre, con tanto di canaule in legno. I prezzi non sono economici, ci sono anche pastori italiani che sollevano, fanno suonare, ascoltano, valutano. Ce n’è per tutte le tasche, ovviamente dipende dall’uso che si vuole fare della campana, se se ne cerca una da utilizzare al pascolo o una più importante.

Si può comprare una campana per qualcun altro? E’ una cosa molto difficile, la scelta di una campana è così personale! Non è solo il suono di quella singola campanella, ma è anche il pensarla inserita nella sinfonia, nell’armonia delle altre campane che già si hanno nel gregge. L’orecchio si forma man mano, crescendo, di pari passo con la passione.

In giro per la fiera si possono fare acquisti di ogni tipo, oppure anche solo girare tra le bancarelle ammirando, lasciandosi riempire gli occhi dai colori, il naso dai profumi. Ci sono anche qui, come in Italia, bancarelle di abbigliamento dozzinale e prodotti alimentari industriali, ma anche molto, moltissimo artigianato e aziende agricole. Ci sono pure tocchi etnici e multiculturali.

Qui il cibo da strada è anche questo stand dove in enormi padelle si cucina la paella, la pasta ai frutti di mare o si friggono seppie e calamari. Alla fine della giornata non ci saranno che pochi avanzi, nel fondo delle padelle. Molti comprano per portare a casa, altri mangeranno da qualche parte sulle panchine, in giro per Barcelonnette.

Sono anche moltissimi quelli che vanno a pranzare nei numerosi locali sparsi per l’intero paese, nelle vie e sulle piazze. Fuori tutti hanno lavagnette con il menù del giorno, si può mangiare anche all’aperto, l’aria fresca del mattino ha lasciato il posto ad un bel sole caldo di inizio autunno.

Ancora un giro per la fiera, sono finiti i discorsi ufficiali dal palco, la gente sta pranzando, così si riescono a fotografare meglio le bancarelle. Formaggi, salumi, miele, dolci, frutta, verdura. Qui sono molto comuni dei grossi blocchi di gelatina di frutta, che vengono tagliati sul posto, e forme di torrone morbido ricoperte da frutta secca. Come sempre, noto che in Francia le normative sul confezionamento e vendita degli alimenti sono meno restrittive rispetto a quanto accade da noi.

La dimostrazione di tosatura è già avvenuta, qualcuno dei passanti allunga la mano a toccare un ciuffo di lana. Nel primo pomeriggio si inizierà a caricare gli animali per riportarli al pascolo, nelle varie aziende più o meno lontane.

In quel momento sono tutti in paziente attesa. Chissà se ci sono stati vendite e acquisti? Alcuni credo che siano commercianti, altri allevatori. Gli Italiani che incontro commentano sulla qualità non elevata degli animali presenti quest’anno, sia come pecore, sia come montoni, a parte qualche eccezione.

Permettetemi un appunto sulla “pecora italiana” in questo box. Il confine non è lontano… Non si tratta di un animale esotico, avrebbero potuto scrivere la razza e poi, sotto, aggiungere Italia.

Lascio la fiera e riprendo la via del ritorno. Ogni paesino meriterebbe una sosta e tante foto ai panorami, ai dettagli, ai colori dell’autunno, ma il viaggio è lungo e le giornate si fanno via via più corte. Non riesco a resistere almeno a fotografare qualche piccolo gregge al pascolo accanto ai villaggi. Le grosse greggi sono ormai quasi tutte scese dagli alpeggi, restano qui le pecore “residenti”, che affronteranno l’inverno alpino in stalla.

Quando ero passata al colle (della Maddalena per gli Italiani, di Larche per i Francesi) avevo visto delle reti tirate lungo la strada, al mattino. Adesso però, in queste reti, c’è ancora un gregge al pascolo. Cani da guardiania non ce ne sono, il “recinto” è ampio, così non riesco a resistere ed entro nelle reti. Mi muovo piano, con circospezione, affinchè gli animali non si spaventino per la mia presenza, e infatti continuano a pascolare indisturbati.

Il colore di queste pecore si confonde con il panorama, con l’erba secca. Ormai c’è più poco da mangiare, ma il gregge bruca avidamente e gli animali sono in buon stato, più belli di molti di quelli appena visti alla fiera. Sole, vento, cielo in cui si rincorrono le nuvole, il gregge tutto intorno, potevo rimanere lì ore a guardare gli animali e scattare foto.

C’è anche un grosso montone con un rudun dal suono grave. Sulla schiena ha la floucà, probabilmente è un castrato, il suo ruolo è quello di guida e di capo-gregge, infatti anche lì nelle reti le pecore si spostano ora avanti, ora indietro, sempre pascolando, seguendo i suoi movimenti.

Non manca un buon numero di capre, soprattutto di razza Rove, belle grasse e con il pelo lucido. Questi animali, visti in Francia, sembrano sempre particolarmente possenti, mentre in Italia danno l’impressione di avere una taglia inferiore. Forse la ragione è da vedere nel fatto che oltralpe svettano sopra al gregge di merinos, di taglia inferiore rispetto alle Biellesi o alle Bergamasche.

Ancora qualche minuto con il gregge, poi bisogna ripartire. Ci sono pecore anche in Italia, numerosi greggi, uno accanto alla strada composto da moltissimi agnelli e le loro mamme. Passato il confine però cambia il tempo, appena oltre il colle il sole svanisce, le nuvole prendono il sopravvento e, appena inizio la discesa tra i tornanti, inizia pure a piovere, così non mi fermo più a scattare altre foto. Tornerò in Francia magari per la Fiera di Guillestre, in ottobre, il 19…

Ancora (quasi) niente pecore a Nevache!

A Nevache, in Francia, uno ci va perchè è un bel posto, ci va per fare camminate in montagna, raggiungere colli, laghi, rifugi, per un trekking. Poi c’è chi ci va a cercare pecore, perchè questo è uno dei luoghi oltreconfine dove gli alpeggi sono utilizzati da greggi di pecore merinos, è risaputo.

Quando c’ero stata qualche anno fa, ero salita in un vallone dove un gregge avrebbe dovuto esserci, dove un gregge poteva pascolare più che bene, ma purtroppo di pecore nemmeno l’ombra. Chissà, forse sarebbero salite più tardi… Quest’anno invece abbiamo puntato alla testata della valle. C’erano le tracce dei recinti e del passaggio, anche abbastanza recente, degli animali. Era una mattinata fredda e limpida…

Così, a caso, saliamo verso dei laghi, con l’obiettivo di fare un giro ad anello e vedere più zone possibile. Qualche animale c’è, ma sono dei bovini! Un piccolo gruppo, qualche vacca con i suoi vitelli, un grosso toro dal mantello scuro. Niente pecore, ma il posto è davvero bello.

Il flusso di turisti sul sentiero è continuo, sono le settimane centrali del mese di agosto, purtroppo i compatrioti sono i più rumorosi e le loro osservazioni non passano inosservate. Così come non si possono non notare i grifoni che volteggiano in cielo. Arriviamo a contarne più di trenta, contemporaneamente. Questi avvoltoi sono degli spazzini e si cibano di carcasse, le loro dimensioni sono imponenti. Qualcuno li scambia per aquile (!!), altri addirittura li definiscono falchi…

Solo alcuni dei turisti si avvicinano agli animali al pascolo, che in quel momento stanno riposando, qualcuno li guarda da lontano, altri li fotografano. Giustamente, uno di loro (Francese) ci mette in guardia sull’eventuale pericolosità, dal momento che ci sono dei vitelli piccoli. La mia amica, allevatrice e moglie di un pastore, gli spiega la situazione. E si finisce con il turista che chiede a noi se può accarezzare la vacca!

Dopo l’ultimo lago, sulla via del ritorno, insieme alle tracce evidenti di un recente passaggio del gregge, ecco una pecora solitaria, in non buone condizioni di salute. E’ zoppa sia ad una zampa anteriore, sia ad una delle posteriori. Le guardiamo l’orecchino per ricordare il numero, caso mai trovassimo più a valle i pastori. Per il momento pascola indisturbata, ma da queste parti il lupo c’è…

Finalmente vediamo il gregge, ma sul versante opposto, ad una quota troppo elevata per pensare di raggiungerlo. “Leggendo” le tracce al suolo, l’erba pestata, il sentiero infangato, intuiamo che i pastori devono aver spostato le pecore nei giorni precedenti, quando ha piovuto. In questi giorni, anche in Italia, si sta provvedendo a separare gli agnelloni, i montoni che verranno venduti per la festa mussulmana del sacrificio, così può darsi che il gregge sia stato abbassato per provvedere a quel lavoro e alla successiva discesa a valle degli animali venduti.

Più in basso, accanto alla strada sterrata, c’è il “campo” dei pastori. Purtroppo non c’è nessuno, impossibile quindi segnalare la pecora dispersa. Questo non è un camper da turisti, c’è una campana legata sul cofano e numerose ciotole per i cani…

Di fronte, sull’altro lato della strada, altre abitazioni, sempre utilizzate da pastori. Chissà, forse ci sono addirittura due greggi… Che peccato non aver incontrato nessuno, non poter chiedere, fare domande, capire… Vediamo anche altri animali “lasciati lì”. Una pecora morta sembra esser stata già oggetto di banchetto da parte dei grifoni, o saranno state volpi, o cinghiali? Strana questa poca attenzione, specialmente in un posto tanto frequentato dai turisti!

Per vedere qualche animale da vicino, dobbiamo tornare a Nevache. Qua e là, tra i giardini, ci sono delle reti tirate e, al pascolo, piccoli gruppi di animali. Un paio di pecore, tre o quattro capre. Lungo la valle ci sono prati sfalciati, prati di erba medica, ma non c’è la cura che troviamo altrove. Probabilmente sono pochi gli animali che restano in valle: i grossi greggi salgono ad inizio estate dalla pianura, ridiscendono in autunno, tutto sui camion, e il territorio non ha quell’aspetto di quando ogni angolo è utilizzato per il fieno o per il pascolo.

Nevache comunque merita una visita, anche se non cercate le pecore! Lungo la valle, potete scegliere dove parcheggiare l’auto (gratuitamente) e risalire la valle a piedi seguendo i sentieri, oppure (per pochi euro) prendere la navetta che vi porta fino a Laval, dove l’asfalto finisce. Un servizio efficiente ed economico, che evita l’intasamento del traffico lungo la stretta strada che risale la valle.

Pascolando sul confine

Sono andata a far visita al Pastore, pensavo di trovarlo in un vallone, invece si era appena spostato nell’altro, ma va bene lo stesso, visto che pure lì non c’ero mai stata. L’occasione era anche quella di andare a fare una gita, oltre vedere il gregge.

La giornata era bella, serena, ma il meteo annunciava un peggioramento serale. I colori ormai erano quelli dell’estate inoltrata, anche l’aria era decisamente ben più fresca della settimana precedente. Il Pastore racconta che, nei giorni più torridi, lui era su nel vallone a 2700-2800m e si stava bene là, questo gli faceva immaginare quanto caldo dovesse esserci in pianura.

Saliamo dal gregge, c’è qualche capra da mungere, qualche agnello da allattare con il biberon, qualche animale zoppo da controllare, la solita routine mattutina. Gli animali sono tranquilli, la sera prima si sono riempiti bene le pance e non fremono per andare al pascolo.

C’è un po’ di agitazione solo dove ci sono le capre, dato che è iniziata la “stagione degli amori”. Tutta colpa di due giovani becchi dello scorso anno, che hanno cominciato ad “importunare” le capre, dando il via al calore un po’ in anticipo. Ovviamente il grosso maschio vuole l’harem tutto per sé, quindi allontana a testate i becchetti.

Viene aperto il recinto e il gregge con i suoi fedeli guardiani lentamente inizia ad uscire. Erba qui ce n’è ancora, ma meno dello scorso anno, per colpa dell’andamento stagionale. Adesso è ancora tutta “intera”, visto che il gregge ha attraversato ed ha raggiunto questi pascoli solo il giorno prima.

Le pecore si fermano a mangiare il sale, poi lentamente iniziano a salire. Il vallone è lungo, ampio, ma ci sono anche tante pietraie, zone ripide, difficili da raggiungere, pericolose da pascolare. Alcuni animali sono zoppi proprio per effetto delle pietre che, smosse dalle pecore e capre più a monte, rotolano in mezzo al gregge. Saliamo anche noi, tenendoci sulla sinistra, seguendo il sentiero che sale al colle, anche quel giorno frequentato da numerosi escursionisti.

Una volta giunti al valico, una delle prime cose che danno il benvenuto in terra di Francia è questo cartello, che spiega come si stia entrando in un alpeggio, avvisa della presenza dei cani da guardiania, a cosa servano e come bisogna comportarsi in loro presenza. Un cartello chiaro, robusto, resistente, adatto a resistere al clima che ci può essere quassù, estate ed inverno. Impossibile poi non notarlo!

Il gregge francese lo vediamo solo in lontananza, è ancora chiuso nel recinto, verrà aperto di lì a poco. Sono pecore di razza merinos, il Pastore ha già parlato con chi le sorveglia. Su questo versante la montagna è ben più “facile” rispetto all’Italia, già solo per la comoda pista sterrata che dolcemente sale fino al colle. Altro che il ripido sentiero che bisogna affrontare sul versante piemontese!

Anche i pascoli sono più belli, meno ripidi e vengono utilizzati solo quelli migliori, sotto alla strada. Il Pastore sogna una montagna del genere, ma è da quando lo conosco che mi porta sui colli, ci affacciamo oltreconfine e mi indica quelle montagne così dolci, così belle che ci sono oltralpe. Bisognerebbe affittare una montagna francese…

Appena sotto al Colle del Frejus, sempre sul versante francese, c’è un laghetto circondato da eriofori. In mancanza delle pecore, fotografo questi soffici batuffoli mossi dal vento. L’aria quassù è decisamente fredda, un netto cambiamento rispetto a quanto ho dovuto sopportare nei giorni precedenti. Il Pastore è tornato dal gregge, che aveva lasciato “incustodito” per qualche minuto, mentre facevamo una rapida esplorazione oltreconfine.

Le pecore si sono sparpagliate a pascolare, sembrano quasi pietre tra le pietre. Mentre loro brucano l’erba bassa, ma appetitosa, pranziamo anche noi. C’è tempo per una pausa, parte degli animali si ritirerà in una specie di conca meno ripida dei pendii circostanti, poi riprenderanno a spostarsi. A quel punto ci muoviamo anche noi.

Le pance sono piene, ma gli animali continuano a mangiare. Ci sono da attraversare alcuni ripidi canaloni, dove scorre un ruscelletto, ma le sponde di terra franosa, grigiastra, incise dall’acqua, fanno immaginare cosa possa scendere qui quando si scatena un violento temporale.

Il gregge fa nuovamente una pausa, intanto il tempo cambia. L’aria si fa più umida, il cielo via via si copre, le previsioni non avevano mentito. Inizia a cadere qualche goccia di pioggia, poi soffia ancora il vento. Pioggia o no, per me è già arrivato il momento di rientrare. Devo ridiscendere fino alla strada e rimettermi in viaggio in auto, saranno necessarie alcune ore per tornare a casa. Così saluto i pastori e mi avvio, scendendo lungo le tracce delle pecore.

Su certi sentieri bisogna dare la precedenza. Un gruppo di pecore, che si era separato dalle altre, si sta riunendo al gruppo, così le lascio sfilare una ad una. Adesso ha iniziato a piovere e tocca aprire l’ombrello. Scendo cercando il percorso migliore, poi finalmente ritrovo il sentiero. Alle mie spalle sento abbaiare i cani, anche il Pastore ha dato il via al rientro serale. Non sarebbe ancora ora, ma probabilmente il temporale in arrivo l’ha spinto ad accelerare i tempi.

E la pioggia mi viene incontro dal fondovalle. Io scendo, lei sale… L’ombrello ripara parzialmente, c’è vento, poi l’erba bagnata in alcuni tratti è alta, così pantaloni e scarponi si infradiciano completamente. Scendo velocemente, ma la perturbazione di quella sera è di breve durata. Quando arrivo alla macchina ha già smesso di piovere. Seguirà altra pioggia nei giorni successivi… Non salverà più la stagione, ma la speranza è che venga ancora un po’ d’erba nei pascoli bassi, quelli mangiati malamente perchè l’erba era troppo alta quando il gregge è stato lasciato salire, così da concludere degnamente la stagione.

Il passaggio del gregge a La Brigue

Ieri vi ho raccontato la festa della pecora brigasca, mostrandovi le bancarelle degli espositori, tra lana, formaggi, prodotti agricoli. L’attrazione della festa però è stata il passaggio del gregge.

Dopo aver fatto un giro per La Brigue, mi sono incamminata lungo un sentiero segnalato che risaliva la valle. Lo scopo era innanzitutto quello di vedere un po’ di panorama, ma mi domandavo anche da che parte sarebbe arrivato il gregge. Ad un certo punto l’ho sentito, oltre una curva, al di là del torrente. Per fortuna c’era un antico ponte in pietra proprio lì vicino, così ho potuto avvicinarmi.

Ho chiesto a che ora sarebbero partiti per scendere verso il paese ed ho proseguito la mia escursione, avendo tempo sufficiente prima della transumanza. Sull’asfalto, le tracce della discesa delle pecore, probabilmente quello stesso mattino. Le alture circostanti non offrono grandi pascoli, ma più in alto, sulla cresta di confine con l’Italia, si vedono estensioni erbose più ampie. Un cartello esplicativo lungo il sentiero spiega che un tempo Briga ospitava 100.000 capi di bestiame, principalmente pecore.

Il gregge ha quasi finito di brucare tutto. Non sono animali di razza brigasca, si tratta di un “classico” gregge di merinos. Un gregge che supera sicuramente il migliaio di capi.

Ci sono diversi pastori, alcuni forse venuti solo ad aiutare per la festa, altri invece devono aver badato al gregge tutta l’estate. C’è anche un gran numero di cani, tra quello da lavoro e i patou che sorvegliano le pecore.

Nonostante il timore che ormai circonda a priori questi animali, quelli presenti con questo gregge sono estremamente docili e affettuosi. Per la sfilata sono stati agghindati con bandane colorate al collo. Alcuni aspettano pazienti in mezzo alle pecore, altri si aggirano tra i pastori ed i turisti in attesa della partenza, reclamando carezze.

Finalmente ci si mette in cammino. I pastori chiamano le pecore esattamente come in Piemonte, un verso che è una “RRRRRRR” un po’ gutturale e prolungata. Come incentivo però si utilizza anche una borsa piena di mais, ricompensa per i capo gregge, due animali, uno bianco e uno nero, tosati con la floucà.

Dopo qualche istante di incertezza, richiami, cani che corrono, si imbocca la via che scende verso La Brigue. Ci sono quasi tre chilometri da percorrere prima di arrivare al paese dove la festa è in pieno svolgimento. Rispetto all’ora prevista, la partenza avviene piuttosto in ritardo.

Il gregge invade la strada, le pecore cercano di brucare qua e là sui bordi, i pastori fanno segno agli accompagnatori (turisti, fotografi…) di non mettersi in mezzo alla via o spaventare gli animali, che potrebbero fermarsi o dividersi.

Via via si incontrano persone che o sono venute incontro alla transumanza, o attendevano il suo arrivo. La maggior parte di loro lascia sfilare il gregge e si accoda, andando ad ingrossare il gruppo che cammina al seguito del gregge. C’è davvero un aria di festa, anche grazie al sole e all’aria tersa.

Precedo il gregge insieme ai pastori fino al ponte che porta all’ingresso del paese, poi lascio sfilare gli animali davanti a me. Il pubblico è sempre più numeroso, sui due lati della strada, fin giù dove ci sono le bancarelle.

L’atmosfera è un po’ quella del passaggio di una gara ciclistica. Saluti, perfino applausi, innumerevoli scatti fotografici e filmati, molti allungano le mani per toccare le schiene degli animali, provocando ondeggiamenti. Per fortuna, pur allungandosi in una fila sempre più sottile, il gregge non si divide, ma continua la sua marcia, un po’ intimorito da tutto l’entusiasmo suscitato. Mi fermo ancora per un secondo giro alla festa, poi riparto.

Già al mattino avevo visto, nel piazzale della stazione, i camion bianchi e verdi parcheggiati. Le operazioni di carico sono in pieno svolgimento. I primi piani sono già stati riempiti, ma ancora un buon numero di animali attendono a terra.

I camion sono disposti in modo da creare un passaggio obbligato, inoltre sono state collocate delle transenne metalliche per dividere il gregge in gruppi, che vengono sospinti via via verso le rampe di carico. Solo una ristretta parte del pubblico che ha assistito al passaggio della transumanza è arrivato fin qui anche per vedere queste fasi finali del viaggio.

Poco per volta il piazzale si svuota e i camion si riempiono. Non attendo fino alla fine. Anche se i camion scenderanno verso la costa, preferisco anticipare la partenza del grosso del pubblico. La strada è stretta, il viaggio di ritorno è lungo… Mi rimetto in viaggio, rientro in Italia, vedo lungo la strada tracce di transumanze bovine, greggi lungo il greto dei torrenti…

La festa della pecora brigasca (1° parte)

Domenica scorsa sono stata a La Brigue, in Francia. Terra di frontiera, terra di passaggio, terra prima italiana, poi francese, dove si parla il Brigasco. C’è anche una razza di pecore, quasi a rischio di estinzione, la Brigasca per l’appunto, sviluppatasi in queste terre, tra Briga Alta (Italia) e La Brigue (Francia).

E’ proprio oltreconfine che si tiene la festa dedicata a questa pecora. Quest’anno era la sesta edizione. La buona organizzazione dell’evento era evidente già dal primo mattino: le auto venivano bloccate a valle del paese, dove vi era un ampio parcheggio (ma la sera si incontravano auto parcheggiate tutto giù lungo la stretta strada scendendo verso San Dalmazzo di Tenda). Una navetta gratuita portava in paese chi non voleva salire a piedi, altrimenti con una veloce passeggiata in una decina di minuti si arrivava a La Brigue.

Era ancora presto, gli espositori stavano appena iniziando a montare le bancarelle, ma già due ragazze suonavano musica occitana e qualche coppia accennava a passi di danza. Una bella giornata di sole faceva da cornice alla manifestazione e preannunciava una buona riuscita dell’evento.

Vi presento la razza brigasca, simile per alcune caratteristiche alla frabosana-roaschina. In piazza gli allevatori avevano già iniziato a portare qualche esemplare, collocato negli appositi box di legno. Ma lo “spettacolo ovino” sarebbe poi stato un altro e l’avrei scoperto più tardi.

Se in Italia la toma di pecora brigasca è un presidio Slow Food, in Francia se ne valorizza anche la lana. Questi artigiani realizzano tappeti con la lana della brigasca ed i disegni riproducono i famosi graffiti preistorici della Valle delle Meraviglie, non lontana di lì, sotto al Monte Bego.

La lana è protagonista della festa. Sono numerosi gli stand dove troviamo gomitoli, matasse, manufatti di vario tipo.

Dalla prima piazzetta, ci si spostava tra vicoli, piazze, stradine, portici bassi dove si incontrava qualche gatto frettoloso. Qua e là qualche altro stand, ma poi ad un certo punto era la musica occitana a richiamare oltre, di là del ponte. I musicisti stavano già scaldando la voce e gli strumenti.

Cercherò, attraverso questa rapida carrellata di immagini, di mostrarvi un buon numero tra le bancarelle più a tema. Qui vedete i manufatti di lana mohair. Ovviamente non tutti vendevano prodotti derivanti da pecore e/o capre, c’era anche tutto il mercato dei prodotti agricoli e un po’ di artigianato di altro tipo (ceramiche, gioielli etnici, ecc.), ma il bello era non trovare tutta quella paccottiglia da fiera, da mercato, che spesso da noi fa “scadere” il livello di queste manifestazioni.

Tra i produttori agricoli, c’era una buona alternanza tra Francesi, Liguri e Piemontesi, in un bel mix di colori, sapori e profumi.

I produttori di formaggi erano quasi tutti Francesi e si poteva scegliere tra latte ovino, caprino, vaccino e tome miste. Nessun commerciante, nessun caseificio, tutti piccole aziende agricole tradizionali.

Ancora lane multicolori, per mostrarvi quanto fosse ampia la scelta e la varietà degli espositori. Raramente mi è capitato, anche in manifestazioni teoricamente “a tema”, di trovare così tante diverse realtà artigianali di lavorazione della lana.

Non si poteva nemmeno morire di fame! Dolci, dolcetti, torte salate, cibo “di strada”, caldarroste, già al mattino presto si mescolavano i profumi. Aleggiava un aroma di spezie e di cumino, sfrigolavano spiedini e salsiccette, tutto in modo molto più “rustico” e diretto che non in Italia. Non che mancasse la pulizia, ma ancora una volta ho avuto la sensazione che oltralpe vi siano meno vincoli, meno norme assurde a complicare le cose.

La festa è anche l’occasione per far sentire la voce della protesta. Qui vedere una pecora brigasca che metaforicamente si oppone al passaggio dei camion, per protestare contro l’ipotesi del secondo tunnel al Colle di Tenda. C’è però da dire che, dal punto di vista dei trasporti, la valle non è ben messa. Tra i tagli alla linea ferroviaria e il semaforo che regola il passaggio alternato nel suddetto tunnel, causando lunghissime code…

Non mancava ovviamente il feltro. Borse, cappelli, piccoli oggetti, animaletti, soprammobili…

Si poteva anche provare a cardare la lana. Al mattino la bisaccia era piena e davanti all’apposito attrezzo c’erano solo pochi boccoli, ma al pomeriggio la situazione si era invertita, con grandi e piccini che scoprivano la magia della soffice lana.

Si poteva anche vedere/provare a tessere, ma c’erano pure gli antichi strumenti usati per filare. Il pubblico al pomeriggio era aumentato, centinaia, migliaia di persone a vedere la festa ed assistere al momento clou del passaggio del gregge (che vi racconterò nel prossimo post).

Oltre alle piazze più affollate, dove ormai i generi alimentari erano quasi totalmente esauriti, in giro per il paese poteva anche capitare di incontrare questo gruppo di musicisti di strada, le cui melodie e canti si perdevano tra i vicoli. Tutto in un’atmosfera che sapeva di transumanza, di viaggi, di passaggi che non (ri)conoscono frontiere.

Altro genere di suono, quello che curiosi e appassionati testavano sollevando ora questa, ora quella campana. In questo caso però il pubblico della festa era composto più da turisti che non da allevatori, quindi vi era un’unica bancarella di questo tipo.

Erano arrivate altre pecore a riempire tutti i box. Il gregge che è transitato giù per la valle però era composto da merinos. Non ho idea di quale sia l’attuale consistenza della brigasca, comunque ripartendo dalla festa la sensazione è stata quella di una manifestazione molto ben riuscita, che ha davvero avvicinato la gente al mondo della pastorizia nelle sue diverse sfaccettature: prodotti, lavoro del pastore, territorio.

Per qualcuno tante, per altri poche

Anche quest’anno ho fatto un giro alla Fiera di Barcellonette. Già on-line circolavano articoli in cui si parlava di un numero di capi esposti di gran lunga inferiore a quello che avevo visto gli anni precedenti, ma quando sono stata là sabato 27 ho potuto verificare in prima persona.

Quello che non mi ha delusa sono le bancarelle. Oltre ad una buona quantità di banchi di abbigliamento d’importazione (che trovi anche sulle nostre fiere e mercati), in Francia c’è sempre un buon numero di espositori “a tema”, che possono essere ricondotti alla filiera della pecora. In questo caso ecco gilè e calde calzature in vera lana di pecora.

Poi, tra generi alimentari di vario tipo, di cui è anche bello persino limitarsi ad ammirare i colori ed annusare i profumi, ecco l’artigianato, dove non manca mai uno spazio per gli animali. Quelli veri però sono più avanti, nella solita piazza.

Non so se è solo una mia impressione, ma quest’anno mi è sembrato di vedere più formaggio di pecora del solito, accanto a quelli a latte vaccino e caprino. Quello che era da annotarsi era il prezzo: mentre sui formaggi vaccini, un prodotto “medio” non particolarmente ricercato aveva un prezzo abbastanza simile a quelli italiani, i formaggi di pecora erano decisamente non alla portata di tutti.

Vedere sulle bancarelle del mercato formaggi a media stagionatura con prezzi anche superiori ai 30 €/kg fa un certo effetto. Poi ovviamente ce n’era per tutti i gusti e tutte le tasche… Comunque, oltre alle pecore da carne che solitamente si incontrano a queste fiere e nella gran parte degli alpeggi confinanti con le vallate italiane, c’è anche una realtà di caseificazione che da dei buoni prodotti.

Qualche bovino, qualche cavallo, qualche asino, e poi ecco anche le pecore. Gli articoli parlavano di circa 600 capi, forse ce n’era qualcuno in più, ma sicuramente non le migliaia del passato. Scambio due parole con un pastore italiano in pensione, mi racconta della fiera di Arles, dove un tempo si vedevano anche 10.000 pecore. Ma oggi non fanno nemmeno più la fiera!!

I pochi animali dell’edizione 2014 sono comunque da attribuire soprattutto ad una causa. A breve si terrà la festa mussulmana detta del Sacrificio, pertanto i commercianti sono impegnati, i montoni sono già stati portati via ecc ecc. Inoltre solo più pochi vengono alla fiera per fare affari, per vendere o acquistare. E così le fiere restano quasi solo più dei momenti di incontro, ma si rischia di vederle scomparire.

Alla fiera si viene anche per acquistare attrezzature, che siano reti o che siano campane. E qui, in quanto a campane da pecore, la scelta non manca mai! Nonostante il frastuono, lo speaker dal palco, la gente che parla, intorno a questi banchi c’è sempre qualcuno che fa suonare ora questa, ora quella campana, per scegliere il suono che più piace, che più si armonizza con quello delle campane già presenti nel gregge.

Per il pubblico, ormai in queste manifestazioni non manca mai una dimostrazione di tosatura. Affascina chi non l’ha mai vista, è un momento per spiegare qualcosa in più sul lavoro di chi alleva pecore e… non se la perdono nemmeno quelli “del mestiere”, forse perchè per una volta devono solo guardare e non preoccuparsi di tutti gli aspetti di quelle giornate impegnative quando sono i loro animali ad essere sottoposti a quel trattamento.

Fuori dall’Italia è anche bello guardarsi intorno e vedere che gente c’è. Certi dettagli ti fanno capire molte cose anche senza parlare… Per esempio questi due ragazzi, freschi dell’acquisto di un rudun, sono Italiani. Poi ci sono i molti pittoreschi berger francesi, ragazze e ragazzi che lavorano come salariati a badare alle pecore in alpe e non solo. Li riconosci per l’abbronzatura, per l’abbigliamento, per gli scarponi, per i cani (border collies) che li accompagnano, per le capigliature…

E poi, nel primo pomeriggio, le pecore vengono portate via. E’ ora anche per loro di andare a mangiare… A piccoli gruppi vengono fatte salire sui camion che le riporteranno a destinazione. Certo, non erano così tante come in passato, ma per chi, dall’Italia, per la prima volta assiste a questa fiera, sicuramente ce n’era un numero superiore a quello che può essere visto nelle (poche) fiere ovine che ancora si tengono da noi.

Ecco il momento in cui un altro gruppo sale sul camion. L’organizzazione è perfetta: un corridoio con le transenne, gli animali sono obbligati a salire e non possono scappare in nessun posto. Intanto continua a splendere il sole, una bellissima giornata autunnale, che garantisce la buona riuscita della fiera. Ancora un giro veloce tra le bancarelle per qualche acquisto, poi si rientra verso casa.

Una tappa al Col de Larche (o colle della Maddalena, sul lato italiano) è d’obbligo, visto che quest’anno almeno uno delle tante greggi francesi è ancora al pascolo quassù, proprio a fianco della strada. E qui allora qualche migliaio di pecore c’è…

Per concludere, vi segnalo un appuntamento in Francia al quale, per sovrapposizione di eventi, nemmeno quest’anno riesco a partecipare. Si tratta della festa della pecora brigasca a la Brigue il 19 ottobre.

Riflessioni sulla figura del pastore

Riflessioni su “chi è il pastore” ne avrei da fare per ore, senza però arrivare ad una definizione univoca che vada oltre il “chi conduce al pascolo un gregge di pecore e/o capre”. Però posso raccontarvi un po’ i miei pensieri dopo una gita oltralpe di qualche settimana fa.

Sulla pastorizia francese abbiamo già parlato più volte. Incontrare un ragazzo italiano, che ha frequentato la scuola di Merle e attualmente lavora in alpeggio per un allevatore della Crau può essere molto interessante per capire qualcosa in più. In più occasioni ho già avuto l’impressione che (generalizzando, ovviamente esistono casi molto diversi tra loro) ci sia una grande differenza tra la maggior parte di quelli che “vanno a fare i pastori” in Italia e altrove. Anche da noi ci sono giovani (e meno giovani) che desiderano cambiar vita e avvicinarsi al mondo dell’allevamento come scelta di vita, ma in Francia molti lo fanno con un’ottica differente.

Dal momento che l’allevamento ovino in Francia è strutturato diversamente, con le grosse aziende e gli allevatori, che a loro volta impiegano pastori salariati, chi sceglie di fare il pastore lo fa con un’altra filosofia. Sceglie soprattutto un mestiere che implica un determinato stile di vita. Nomade, lontano dalla società, con rapporti stretti più con gli animali che non con le persone. Ovviamente in qualunque caso fare il pastore ti porta ad un’esistenza particolare, ma una parte dei “pastori salariati” esistenti oltralpe in più occasioni mi ha dato l’impressione di una sorta di “scelta di vita alternativa”, che però garantisce anche un buon stipendio.

E qui sta la grossa differenza con l’Italia. Non l’unica, ma è comunque un punto rilevante. Poter pagare stipendi dignitosi ai pastori (grazie ad un mercato dell’allevamento ovino più redditizio, grazie a contributi destinati agli allevatori evidentemente pensati diversamente, ecc ecc) fa sì che chi vuole fare questo mestiere possa dedicare del tempo alla formazione e in seguito vivere del proprio lavoro. Con un allevamento di pecore da carne, chi può permettersi di pagare stipendi mensili per un aiutante che superano anche i 1500-2000 euro? Non a caso si parla già di alcuni pastori italiani che hanno ripreso ad emigrare come un tempo, per andare a lavorare in Svizzera! E non parlo di giovani che hanno fatto “la scelta di vita”, ma vero e propri pastori che hanno trovato soluzioni alternative per i propri animali qui e… via a badare ad un gregge su altre montagne, percependo uno stipendio che qui nemmeno ti puoi sognare.

Certo, se fai il pastore devi amare gli animali, avere la passione per le pecore. Ricordo però cosa mi diceva un grande pastore, mio amico, che nella sua vita ha sempre solo lavorato come salariato. “Il mio rimpianto è non aver avuto pecore mie.” Fai del tuo meglio per tener bene gli animali che ti affidano, ma non sei tu a scegliere le agnelle da allevare, il maschio da utilizzare come riproduttore. Anche se lavori estate ed inverno con lo stesso gregge, non hai comunque le soddisfazioni che ti darebbero animali tuoi. Sono sottigliezze che solo chi è del mestiere può arrivare a percepire. Anche il pastore salariato ha l’orgoglio di voler scendere dalla montagna con un gregge che faccia bella figura, perchè quello è il frutto del suo lavoro estivo, ma credo che vi sia una mentalità diversa tra il generico “pastore” che incontro normalmente sulle nostre montagne e molti di questi berger salariati. Il 27 avrei intenzione di tornare alla fiera di Barcellonette, ma nel frattempo vi invito a riguardare queste immagini di una edizione degli anni scorsi.

Quest’anno la stagione è stata difficile. Qui abbiamo una bella giornata di sole, ma sappiamo bene come molto spesso non sia stato così. Pioggia, nebbia, pecore zoppe, immaginatevi cosa possa significare per un pastore “neofita”, salito in alpe per la prima volta con un gregge, anche se con alle spalle un anno di scuola in cui ha svolto parecchia pratica. Non so se sia un caso, ma spesso, nel corso dell’estate, sull’apposita pagina facebook leggevo spesso annunci del genere: “Recherche urgent un(e) berger(e) pour fini estive dés que possible jusqu’au 10 octobre environ 1750 brebis a garder au col du… s’adresser à… “, a testimonianza del fatto che, nel corso dell’estate, qualcuno non ce la faceva più a portare avanti il lavoro. A volte i sogni sono diversi dalla realtà!

Qui infine vedete il ricovero d’alpeggio. Il pastore mi spiega che questo rappresenta il minimo sindacale previsto dai contratti, dal momento che non c’è la luce e nemmeno l’acqua interna. E’ sicuramente spartano, come alloggio, ma già meglio di certe situazioni che ho incontrato nelle vallate piemontesi. Il giovane pastore dice che, chi vuol fare questo mestiere, deve andarsene dall’Italia! Sembra di capire che lui, dopo aver guadagnato un po’ di soldi come salariato, voglia mettersi in proprio. E’ un’utopia pensare che qualcosa possa cambiare anche da noi? Ovviamente è inutile pensare a fare una formazione specifica se poi nessun pastore può garantire uno stipendio decente ai suoi aiutanti.