Meglio di così non si poteva dire

Una lettrice di questo blog (grazie!!!!!!) mi aveva consigliato un libro. Non poteva farmi regalo più grande… perchè questo libro l’ho divorato, mi sono emozionata, ho vissuto le scene, le situazioni, i vari momenti che vengono raccontati. Così, per tutti gli appassionati di pastorizia, suggerisco un bel regalo di Natale. “La vita del pastore. Storia di un uomo e del suo cane, di un territorio e di un gregge” di James Rebanks, edizioni Mondadori. Anzi, fate una bella accoppiata, insieme alle mie “Storie di pascolo vagante”.

Vedete, anche le capre sono interessate a questo libro! Scherzi a parte, quando l’ho iniziato, non mi aspettavo proprio un libro così. Rebanks racconta la sua vita di ragazzo, di uomo, ma soprattutto di pastore. Un pastore molto particolare, un pastore speciale, che nasce nella realtà rurale del Lake District, ma poi va molto oltre il suo mondo, fino a Oxford all’università. Grazie alla lettura di molti, moltissimi libri (e dire che, da bambino, ha abbandonato la scuola appena possibile per lavorare in fattoria!), capisce meglio quanto è prezioso quello che ha intorno a sé, ma soprattutto impara ad esprimere nel migliore dei modi i suoi sentimenti per ciò che lo circonda. E così ecco un meraviglioso libro sulla pastorizia, con tanti spunti di riflessione, cruda realtà, splendidi panorami, passione per gli animali e per un mestiere che è una scelta di vita.

(foto J.Rebanks)

I panorami dobbiamo immaginarli, nel testo c’è solo un paio di foto in bianco e nero, ma poi io ho cercato su Facebook ed ho trovato il profilo di James, così ho preso in prestito un po’ di immagini. Mi è venuta anche voglia di andare da quelle parti, con un pizzico di paura nell’incontrare James e fotografarlo… potrei essere scambiata per una turista, come quella che aveva immortalato suo nonno mentre sistemava i muretti. “(…) il nonno si voltò dall’altra parte e si allontanò. “Andate al diavolo” mormorò sottovoce. Considerava i turisti che arrivavano a frotte nelle belle giornate di sole come delle scocciature, come delle formiche: venivano a rompere le scatole e avevano delle idee strane, ma bastava un po’ di cattivo tempo che sparivano di nuovo, lasciandoci continuare ciò che contava davvero. Il “tempo libero” per lui era un concetto strano, moderno e preoccupante; l’idea che una persona potesse salire su di una montagna solo per il gusto di farlo era poco più che una follia. (…) Non credo capisse che queste persone avevano un altro modo di intendere il “possesso” del Lake District. L’avrebbe trovato strano come entrare in un giardino della periferia di Londra e dire che era “un po’ anche suo” perchè gli piacevano i fiori.

(foto J.Rebanks)

(foto J.Rebanks)

Sono molte le considerazioni di James sul territorio, sul diverso modo di intenderlo, tra chi ci è nato e ci lavora da generazioni… e chi invece arriva da fuori e dice di volerlo tutelare. Ma chi lo tutela più di tutti è chi ci lavora: “E’ la voce che c’è nelle nostre teste a tenere in vita il Lake District, a riparare i muretti, a bonificare i campi e mantenere le pecore ben curate e nutrite. Molte di queste cose sfidano le leggi dell’economia. Alcuni nostri amici trascorrono anche cinquanta e più giorni all’anno a ricostruire i muretti delle loro fattorie, quando la soluzione moderna sarebbe di lasciarli cadere e rivendere le pietre. Lo fanno perchè va fatto.

(foto J.Rebanks)

(foto J.Rebanks)

Ma soprattutto ci sono le pecore: agnelli, agnelloni, montoni… Tutto il rito delle fiere, l’orgoglio di avere animali belli e invidiati. “L’autunno rappresenta il culmine di tutto ciò che fa di noi quelli che siamo. (…) In questo periodo la campagna dell’Inghilterra del Nord pullula letteralmente di centinaia di aste e fiere diverse.” “Saper riconoscere tra centinaia di esemplari disponibili quello più adatto al tuo gregge richiede un certo talento. E’ una cosa della massimo importanza. Il valore e la reputazione delle tue pecore possono aumentare o diminuire rapidamente in base a queste decisioni. Un buon gregge possiede uno stile e una natura particolari che riflettono centinaia di scelte fatte a monte, a volte nell’arco di diversi decenni o addirittura secoli.

(foto J.Rebanks)

(foto J.Rebanks)

Non sono mai stata da quelle parti e non so come sia l’inverno… Ma Rebanks ce lo fa vivere con le sue parole, quando lo accompagniamo a cercare le pecore nei vari recinti. Non è pascolo vagante, ma sono razze nate e selezionate per vivere in questi ambienti, con questi climi. “Neve. I pastori temono e detestano la neve abbondante e le raffiche di vento. La neve uccide. Seppellisce le pecore. Ricopre l’erba e le rende ancora più dipendenti da noi per la loro sopravvivenza. Così non sopportiamo l’euforia degli altri. Palle di neve. Pupazzi di neve. Slitte. Ci fa paura. Un po’ di neve è innocua, possiamo dare il fieno alle pecore e quelle riusciranno a sopportare il freddo. Ma la combinazione di neve e vento è letale. (…) Una volta che avete visto delle pecore morte dietro ai muretti dopo che la neve si è sciolta, o degli agnelli morti là dove sono nati, non potete più amare la neve con tanta innocenza. Eppure, pur temendo e detestando i suoi effetti peggiori, ammetto che rende la valle bellissima.

(foto J.Rebanks)

(foto J.Rebanks)

C’è il pastore, ci sono le pecore e ci sono i suoi cani. “Un cane esperto sa portare fuori con attenzione le pecore da un dirupo, spostandosi a destra o sinistra o fermandosi di scatto al fischio del padrone. Un cane giovane o male addestrato non ce la farebbe, o peggio, rischierebbe di spaventarle e farle scappare sul ghiaione o sulle pareti rocciose.

(foto J.Rebanks)

(foto J.Rebanks)

C’è una pastorizia diversa da quella a cui siamo abituati e diverse sono le razze, ma leggendo è tutto chiaro, anche per noi che stiamo a migliaia di chilometri di distanza. “E poi ripetiamo questo ciclo daccapo, proprio come facevano i nostri antenati prima di noi. E’un sistema di allevamento rimasto invariato nei secoli. E’ cambiato per dimensioni (dato che le fattorie si sono annesse l’un l’altra per poter sopravvivere, quindi ora ce ne sono di meno), ma non nella sostanza. Se portaste un vichingo sulle nostre montagne, capirebbe benissimo cosa stiamo facendo e com’è organizzato il nostro anno agricolo. La tempistica di ciascuna mansione varia a seconda delle valli e delle fattorie. Le cose sono scandite dalle stagioni e dalla necessità, non dalla nostra volontà.

(foto J.Rebanks)

(foto J.Rebanks)

James va all’università, ma non abbandona mai la fattoria. “Quando le montagne del Lake District comparvero davanti a noi mi sentii di nuovo a casa. Mi sembrava che mi stessero abbracciando come degli amici e strinsi i pugni gridando: SONO A CASA! (…) Ero andato a Oxford per dimostrare qualcosa a me stesso e forse anche agli altri. Ma non ero molto soddisfatto. Non avevo più voglia di dimostrare nulla.” “Questa fattoria oggi è tutto il mio mondo. La mia famiglia. Le mie pecore. La mia casa. Non mi pento mai di essere qui, nemmeno nelle lunghe giornate grigie e piovose – e per fortuna, perchè ne abbiamo parecchie.

(foto J.Rebanks)

(foto J.Rebanks)

Potrei citarvi non so quanti altri passi del libro, la poesia, ma anche il crudo realismo con cui ci viene presentato questo mondo così ricco di difficoltà, fatica. La fienagione, la pioggia sul fieno che lo fa marcire, la nebbia, i ruscelli che si ingrossano, le epidemie che colpiscono le pecore. La soddisfazione per i risultati, la bellezza dei capi migliori. “A volte penso che il nostro senso di appartenenza abbia a che fare con tutto il maltempo che abbiamo sopportato, che consideriamo questa terra casa nostra perchè vento, pioggia, grandine, neve, fango e tempeste non sono riusciti a sloggiarci.

(foto J.Rebanks)

(foto J.Rebanks)

Non sono le Alpi, ma anche qui ci sono montagne. “I giorni in cui riportiamo le pecore in montagna sono tra i miei momenti preferiti dell’anno. Niente può eguagliare la sensazione di libertà e spazio aperto che provi quando lavori con il gregge e i cani sui terreni comuni. Sfuggo al senso di assurdità che cerca di divorarmi in pianura. La mia vita ha uno scopo, un significato tangibile e sensato.” “Non c’è niente di meglio che lavorare su queste montagne, sempre che non si congeli dal freddo o ci si ritrovi inzuppati di pioggia (sebbene anche questo ti faccia sentire vivo come non capita nella vita moderna, dietro un vetro). Il senso di atemporalità che c’è quassù è emozionante.

James Rebanks dice tutto quello che c’era da dire, difficile poterlo fare meglio. Leggetelo… poi fatemi sapere se è piaciuto anche a voi!

Paesaggi elvetici

Qualche giorno di vacanza in Svizzera e come sempre ci si riempie gli occhi di panorami. Non è solo che il territorio sia più bello: certo, sicuramente alcune zone hanno ambienti particolari, ma c’è una questione di cura e di corretto utilizzo da parte dell’uomo. Quello che magari ci sembra “paesaggio naturale”, in realtà presuppone qualche forma di gestione antropica.

Cercherò di farvi fare un “giro” con me, ovviamente concentrandoci su luoghi e panorami che hanno a che fare con il contenuto di questo blog. Anche in Svizzera ci sono stazioni sciistiche ad alto impatto paesaggistico o realtà visivamente poco gradevoli. Concentriamoci però su quello che cerca una buona fetta dei turisti che si recano da quelle parti. Si cerca proprio il paesaggio, la quiete, il relax, le passeggiate.

Va bene il castello, ma… non sarebbe la stessa cosa se tutt’intorno non venissero sfalciati i prati per fare fieno, con una cura che comprende anche i punti più ripidi, i margini del bosco, le piante isolate.

Poi magari gli allevamenti non sono più tutti tradizionali come un tempo, ma saranno anche altri animali a consumare quel fieno, non solo vacche, capre e pecore.

Nei giorni in cui siamo stati in Svizzera, il meteo ha giocato qualche scherzo: una nevicata abbastanza abbondante anche a quote relativamente basse. Questo è ciò che, al pomeriggio, restava nei prati di Livigno, dove non era ancora stato tagliato il fieno.

Il sole in giornata aveva sciolto un po’ di neve, ma alle quote maggiori ce n’era ancora abbastanza. Qui siamo di nuovo sul lato svizzero, dietro la Forcola di Livigno, con le pecore scese sull’asfalto per leccare il sale che era stato sparso per evitare la formazione di ghiaccio.

In Svizzera la montagna prima di tutto è di chi ci vive e ci lavora. Benvenuti tutti i turisti, ma devono aver rispetto del lavoro e degli animali. Si incontrano spesso questi cartelli, che segnalano agli escursionisti la presenza di vacche nutrici, di modo che tutti siano avvisati del potenziale “pericolo”. Dovrebbe essere scontato che un animale, di qualunque specie, difende il proprio piccolo, ma ormai queste cose non si sanno più…

Non ricordo di aver visto così tanti cavalli in Engadina in passato, anche se era ormai da qualche anno che non ci venivo. Allevamenti di tutte le dimensioni, pensioni per cavalli, cavalli al pascolo nei prati e sui pendii di montagna. Chissà, forse allevamenti bovini sono stati riconvertiti in questo modo? Altre rese economiche, meno lavoro, poi il cavallo pascola alla perfezione anche quello che altri erbivori scartano.

La quota è abbastanza elevata, ma gli animali sono comunque più a monte. Lì nella “pianura” si fa fieno, ma i prodotti dalla montagna scendono, così nel distributore automatico di latte si può acquistare latte d’alpeggio, formaggi, yoghurt. Latte a 1 € al litro (1,20 CHF), formaggio (della scorsa stagione) a 23 CHF al chilo.

Una volta passato St. Moritz, i suoi alberghi, i suoi negozi di lusso, si scende tra paesini abbastanza ben conservati, dove l’attività agricola e turistica viaggiano di pari passo: stanze in affitto ovunque, stalle e un gran via vai di persone che tagliano fieno, dato che le previsioni annunciano una breve tregua nel maltempo.

In alto la neve fatica a sciogliere, le temperature sono basse, l’aria gelida. Qua e là si sentono campanacci e si scorgono animali che cercano di pascolare quel poco di erba che esce tra la neve. Sono state sicuramente giornate dure.

Va molto meglio più in basso, dove gli animali sono tornati ad essere circondati dall’erba. Accanto alle razze tradizionali, sono in aumento gli Angus: meno bestie da latte e più animali da carne anche qui, a quanto sembra.

Il meteo spesso non consente di far asciugare completamente l’erba, che o viene portata nei seccatoi presso le cascine, o il fieno parzialmente secco viene fasciato con gli appositi teli. Oltre a quelli bianchi, se ne vedono qua e là di azzurri, rosa, verdi. Direi che nemmeno loro stonano nel paesaggio!

Nei paesi di montagna non è raro vedere anche qualche piccolo allevamento di capre. Non grossi numeri, cosa che peraltro vale un po’ per tutto. Non abbiamo mai visto greggi o mandrie immensi, segni di sovrapascolamento, ma tutto pare essere a misura d’uomo e di territorio.

E così, in questo bel panorama, dove ci sono sì gli scorci alpini, ma anche i paesini ben curati, boschi che si alternano a prati e pascoli, la gente viene, gira in auto, a piedi, in bici, in treno, trovando esattamente quel che si aspetta.

Altro passo, altre mandrie al pascolo di fianco alla strada. Qualcuno mi sa dire qualcosa sulla vacca nell’immagine? Ne ho viste alcune, a tre colori così, ma non so se si tratti di incroci casuali o di qualche particolarità.

Ed ecco la classica “mucca svizzera”, la bruna. Dopo un periodo in cui venivano totalmente decornate, oggi viene dato un contributo agli allevatori che scelgono di non bruciare le corna agli animali. Visivamente, a mio parere, sono molto più belli. Questa pratica viene effettuata per ridurre i rischi di incidenti tra animali e anche per l’allevatore quando gli animali sono lasciati liberi in stalla.

La neve pian piano scioglie e anche le pecore, alle quote più alte, trovano erba da brucare. Si tratta di greggi incustoditi, lasciati a pascolare in vaste porzioni di montagna completamente recintate.

Con il bel tempo procede a pieno ritmo la fienagione e ciò vale proprio per tutti… In un tardo pomeriggio di sole, tra le vie di un villaggio ben esposto a mezza quota, un carro carico attende di essere portato in cascina. Si impara giocando a far gli agricoltori di montagna, poi appena possibile di inizierà a dare concretamente una mano.

Ancora altri animali al pascolo: vitelli e manzette a quote maggiori, poi due becchi più in basso vicino ai villaggi: tra non molto verrà il momento di portarli dove ci sono le capre quando inizierà la stagione dei calori.

Ancora paesaggi agricoli: villaggi, prati, alberi da frutta, piccole aziende mescolate alle case.

Per non parlare poi dei pendii sfalciati punteggiati dalle casette scure, un tempo usate come fienili. Oggi penso che non abbiano più quello scopo, ma fortunatamente vengono ancora mantenute in perfetto stato, dando al panorama quel “tocco in più”.

Per finire, lasciatemi spendere ancora qualche parola sulla fienagione: guardate la pendenza di dove viene tagliato il fieno… Ovviamente vengono utilizzati macchinari appositi, come le falciatrici con le ruote munite di appositi denti e altri mezzi in grado di affrontare quelle pendenze. Poi… anche tanto olio di gomito… E così si costruisce e si mantiene questo paesaggio, questo territorio.

Un po’ di pastorizia in Francia

Per i Piemontesi la Francia è appena lì dietro. Dalle mie parti tutte le valli, in cima, confinano con la Francia e, spesso, affacciandosi ad un colle, significa vedere un gregge.

Un paio di settimane fa, risalendo la Valle Stura, incontriamo solo le tracce di una transumanza, avvenuta probabilmente nella notte o alle prime luci del giorno, ma non scorgiamo già più il gregge. Invece, scendendo oltreconfine, ci sono già delle pecore lungo la strada. Anzi, per meglio dire, nel primo grosso recinto ci sono centinaia di agnelli, di diverse dimensioni, ma già tutti tosati.

Poco oltre, in un altro vasto recinto, ci sono invece le pecore. I prati sono stati suddivisi e man mano gli animali li ripuliranno a dovere, poi le greggi verranno affidate a qualche pastore sugli alpeggi più a monte, dove arriveranno anche gli altri animali, direttamente dalle pianure della Crau.

La stagione d’alpeggio è all’inizio, l’erba è ancora bassa ovunque, ma il sole inizia a scaldare. Anche lungo la strada che sale al Colle dell’Agnello c’è un gregge pronto alla partenza. Accanto alla stalla fervono i preparativi: le campane al collo delle capre e delle pecore, i marchi ben fatti sulle schiene.

Si controllano i piedi, si tagliano le unghie e si medicano le pecore zoppe. Deve essere tutto a posto per andare… in montagna, anche se qui effettivamente si è già in quota! Probabilmente questo gregge verrà unito ad altri in arrivo dalla pianura o dal fondovalle. Non dimentichiamoci che oltralpe il numero di ovini allevati è davvero considerevole.

Qualche giorno dopo sono tornata in Francia per la festa della transumanza a Nevache. Contrariamente ad analoghe iniziative a cui avevo partecipato, questa mi ha delusa. Niente più dell’arrivo di un gregge (nemmeno così imponente) e della sua salita a piedi verso l’alpeggio. Nevache è sempre un bel posto, mi aspettavo un mercatino di prodotti, qualche animazione, invece per ingannare l’attesa (più lunga del previsto, ma con gli animali ci può sempre essere l’imprevisto) non c’era che il pranzo (nemmeno a base di carne ovina).

Una volta scaricato, il gregge si avvia verso il paese, un po’ allo sbando. Sono quasi i turisti a condurlo, mi trovo davanti e cammino seguita dalle centinaia di basse pecore merinos. Qualcuno prima o poi prenderà in mano la gestione degli animali…

Quello che sembrerebbe il proprietario del gregge ad un certo punto fa cenno di svoltare a sinistra e le pecore vengono indirizzate verso un prato sotto la strada, dove potranno mangiare un po’ prima di affrontare la salita a piedi. Non ci sono capre rove, non ci sono rudun, non c’è niente di ciò che mi aspettavo.

I turisti comunque guardano gli animali, si entusiasmano, li fotografano. Gente ce n’è parecchia, tutti hanno pazientemente aspettato varie ore che il gregge finalmente arrivasse. Il programma prevede poi la salita a piedi verso i pascoli, seguendo la strada e, la sera, una proiezione lì in paese.

Arriva poi una giovane pastorella e sarà lei a condurre il gregge, probabilmente anche a sorvegliarlo nel corso di tutta la stagione estiva. Come ho già raccontato altre volte, in Francia c’è una suddivisione tra l’allevatore, il padrone del gregge, e il pastore, colui che lo sorveglia e lo porta al pascolo. Così per l’estate si cercano professionisti che abbiano la formazione e la pratica specifica a cui affidare gli animali.

Il gregge sfila all’imbocco del paese, non si ferma e prosegue, tra due ali di folla come se fosse il passaggio del Tour de France. L’intenzione era quella di proseguire, macchina fotografica alla mano, documentando la risalita della valle. Era già abbastanza tardi, per fortuna l’aria era frizzante, altrimenti il cammino su asfalto sarebbe avvenuto proprio nelle ore più calde del pomeriggio.

Davanti il gregge e dietro, ancora più numeroso e caotico, il fiume umano. Non è permesso avvicinarsi alle pecore, bisogna star dietro a tre ragazze che fanno da barriera, così tutti si affollano e spintonano per prendere le prime posizioni e scattare qualche foto. No grazie… preferisco lasciare che la transumanza prosegua senza di me.

Un ultimo scatto da lontano e rientro a Nevache, ormai svuotata da gran parte del pubblico. Di transumanze ne ho vissute tante in passato e non fa per me camminare, ammassata ancor più delle pecore, tra le persone che seguono il gregge da lontano. Di tutt’altro tipo erano state le feste a cui avevo partecipato a Die o La Brigue. Comunque, come precisazione finale, devo dire che non è facile far convivere i turisti con i momenti di lavoro impegnativi, come può essere la transumanza. L’appunto principale è legato al fatto che mi sarei aspettata più “accoglienza” per ingannare il tempo mentre si attendeva il gregge.

Chi è salito presto

Il Pastore lo scorso anno si lamentava per l’erba vecchia che aveva trovato quando era salito in montagna. Quest’anno invece la situazione è sicuramente diversa…

Sono andata a trovarlo nel vallone della Rho, in una delle tante giornate di tempo instabile di questa fine di primavera. Da quelle parti piove meno che altrove, la testata della valle è abbastanza asciutta, ma comunque qualche temporale c’era stato, e neve fresca sulle cime, e aria fredda.

Gli animali stavano bene, proprio quel giorno dovevano partorire le ultime due pecore gravide, poi per qualche mese, mentre il gregge avrebbe pascolato in alto, non sarebbero più nati agnelli. Meno problemi e meno rischi. Dopo aver sbrigato i vari lavori di routine, il gregge viene aperto dal recinto e messo al pascolo.

Erba verde ce n’è, ma non tutta è di gradimento degli animali. Il keirel, la Festuca paniculata, ormai è troppo duro perchè le pecore la bruchino. Le pecore partono a tutta velocità e sembrano non volersi fermare. Il Pastore deve mandare il cane più volte per farle pascolare lì, senza che salgano fino in cima alla montagna.

Il gregge è grosso, il pastore ed il suo aiutante devono pascolare in modo attento per non sprecare pascoli, la stagione è lunga e non si può sbagliare, anche perchè non si sa come procederà dal punto di vista meteorologico. In alto continua a fare freddo e l’erba non cresce. Poi forse ha anche patito il caldo anomalo e la siccità dell’inverno passato.

Il Pastore sorveglia il gregge, ogni tanto fischia ai cani affinchè vadano a “fermare” le pecore, intanto racconta le vicende di quelle prime settimane di alpeggio. In cielo intanto sole e nuvole non hanno ancora deciso chi avrà la meglio, per quel giorno.

In Piemonte ormai la maggior parte delle greggi è ormai salito, ma appena oltreconfine la transumanza avverrà solo tra qualche settimana. A Nevache infatti le pecore saliranno il 14 giugno e, per l’occasione, sarà festa anche con i turisti. Qui sul sito dell’ufficio turistico il programma della manifestazione, per chi fosse interessato a partecipare.

Come dare le notizie

Articoli a confronto… Il giornalismo dovrebbe essere un mestiere serio, ma ormai ci sono così tanti posti dove si cerca di fare informazione, specialmente on-line, che si incontra un po’ di tutto. Iniziamo da notizie locali.

(foto G.Agù)

12 febbraio 2016, breve articolo sulla versione on-line dell’Eco del Chisone:Una mandria di mucche a spasso tra le auto in corso Torino a Pinerolo. E’ successo questo pomeriggio in pieno centro: il traffico si è fermato per pochi minuti e gli automobilisti e i pedoni di passaggio si sono goduti lo spettacolo.” Ovviamente si trattava della mandria di manze della famiglia Agù che, terminata l’erba dei prati, rientrava nella cascina di San Pietro Val Lemina. Momento di lavoro e non “mucche a spasso”. Chi legge e non sa potrebbe pensare forse che gli allevatori, ogni tanto, portano a spasso i bovini, così come si fa con i cani.

(foto dpa – Berliner Kurier)

Cambiamo stato, andiamo in Germania. Pascolo vagante a Berlino. Non conosco il Tedesco, ma il traduttore di Google ci permette di comprendere il succo di questo articolo. “…il pastore Knut Kucznik camminava con il suo gregge gigante. Naturalmente, non per divertimento – Kucznik ha portato 600 animali da un pascolo in Ahrensfelde ad un prato a Berlino. Lungo la strada ha superato anchela zona residenziale di Marzahn – e raccolto sguardi increduli. Gli animali sono arrivati ​​sani e salvi a destinazione. Hanno dovuto attraversare anche la B158 e un terrapieno ferroviario.” Avete notato niente? Quel “naturalmente non per divertimento” (Natürlich nicht zum Spaß) che fa la differenza con l’articolo di Pinerolo.

Altra notizia che circola in rete e che viene ripetutamente condivisa. Lombardia, si rinnovano i contratti degli alpeggi in gestione all’ERSAF, ente regionale che gestisce numerose malghe. Niente di strano, in Piemonte ci sono soprattutto alpeggi comunali, per quello che concerne la proprietà pubblica, e vanno all’asta singolarmente. In Lombardia evidentemente vanno all’asta “in blocco”, si parla di 33 alpeggi, ma la notizia in certi siti viene ripresa e presentata un po’ come se si trattasse di una novità. In questo articolo già si parte con “…l’ERSAF concede 33 alpeggi collocati all’interno delle foreste della Lombardia…” (sì, è verò, l’ERSAF è l’Ente Regionale per i Servizi all’Agricoltura e alle Foreste, ma le malghe generalmente più che tra le foreste, sono tra i pascoli!). Poi si prosegue con questo tono: “Siete manager in carriera ma il vostro sogno è sempre stato quello di diventare bovari? Avete la passione per la campagna, le transumanze, la mungitura del latte? Occhi aperti allora, perché c’è un bando che fa al caso vostro.” Francamente io mi auguro che possano continuare ad essere utilizzati dai pastori e malgari che già li affittavano, per evitare che restino senza montagna per la stagione estiva. Poi ben venga ogni progetto di valorizzazione e stiano lontani i vari speculatori a caccia di ettari e contributi. Comunque, qui vi sono i bandi per le aste pubbliche delle malghe. Se siete manager in carriera e volete cambiare vita… prima andate a fare una stagione in alpe come aiutante, giusto per capire come stanno le cose, poi allora magari…

Delusa dalla fiera

Avevo detto a tanti che la fiera di Guillestre, in Francia, meritava la visita. C’ero stata nel 2011 e mi era piaciuta per quell’atmosfera di fiera paesana… Tutti i piccoli allevatori che arrivavano con gli animali caricati su ogni tipo di mezzo, i box in mezzo al frutteto, sull’erba, le bancarelle in tutto il paese.

Quattro anni dopo, una grande delusione. Quei pochi animali che ci sono, qualche box di pecore, un paio di cavalli, due o tre bovini, sono nella piazza asfaltata. Di gente ce n’è, è stato difficile trovare parcheggio ed è ancora più difficile camminare nelle vie e tra le bancarelle, ma quel che manca è l’aspetto rurale.

Qualcuno fa acquisti, compila i documenti, ma sembra davvero che la maggior parte delle persone siano qui soprattutto per la fiera intesa come mercato. Certo, di bancarelle ce ne sono moltissime, ma l’impressione è che manchi la qualità e l’organizzazione.

La parte più agricola è nel solito spazio verde, tra i meli. Qualche bancarella con attrezzature, le solite campane, un paio di artigiani, ma mancano molti stand che avevo visto anni fa. Anche tra il pubblico, non individuo più tutti quei volti che identificavano allevatori e contadini.

Mescolati in mezzo a tutto il resto, ci sono i produttori. In altre fiere c’è una divisione almeno parziale tra prodotti agro-alimentari ed altri generi, qui invece magari trovavi un’azienda agricola in mezzo all’abbigliamento dozzinale. Insomma, la mia delusione è stata molta.

C’era anche qualcosa di interessante, qua e là, come questa azienda che proponeva la lana delle sue pecore. Mancava però tutto il resto dell’atmosfera che avevo respirato all’epoca. Ho incontrato qualche faccia nota, dall’Italia, anche loro lamentavano soprattutto la scarsità di animali.

La maggior compravendita, in questo settore, sembrava essere quella avicola: polli, galline, tacchini, anatre, c’erano diversi espositori con questi generi e moltissima gente effettuava acquisti. Si sceglievano gli animali, che venivano collocati in scatole di cartone, si scriveva sopra il nome e le si lasciava lì. Ciascuno sarebbe poi passato a ritirarle più tardi, in quel momento c’era troppa ressa nella fiera per poter girare con uno scatolone per mano.

Il mercato era vasto, soprattutto abbigliamento di ogni genere. A parte qualche banco dove si vendevano cappelli e camicie a quadretti, tutta la restante parte della fiera era indirizzato ad un pubblico generico e non agli “addetti ai lavori”.

Ecco un’altra bancarella tematica, non così attrattiva in quella calda giornata di metà ottobre in cui si teneva la fiera.

Spezie, verdure, formaggi, frutta e polli arrosto, pian piano si avvicina l’ora di pranzo e il pubblico inizia a diminuire. Ora di ripartire dalla fiera…

Ancora un giro per Guillestre, sotto un cielo limpido, aria tersa e sole abbacinante. Tutto intorno i colori dell’autunno così, delusa dalla fiera, decido di godermi il resto della giornata, scegliendo una diversa via per il rientro.

Invece di tornare attraverso il Monginevro, mi avvio lungo la valle del Guil, passando accanto a Chateaux Queyras. Villaggi, boschi, prati e pascoli, non immaginavo che avrei ancora incontrato animali salendo in quota.

Invece ecco un gregge al pascolo accanto alle piste da sci. Si tratta di pecore gravide o che hanno già partorito. L’erba è bassa, ma le merinos brucano avidamente. Non c’è alcun pastore, solo delle reti a formare un vasto recinto.

Gli agnelli, sazi di latte, si godono il sole. Probabilmente questi saranno gli ultimi giorni in montagna, poi anche questo gregge sarà portato nelle pianure accanto al delta del Rodano? Chissà…

Io proseguo ancora il mio viaggio, con una veloce deviazione al bellissimo borgo di Saint Veran, il comune più alto d’Europa. Non c’ero mai stata a questa stagione e, anche quasi deserto, senza tutte le attrattive per i turisti che ingombrano le vie pedonali d’estate… è ancora più affascinante. Non ricordo bene quante siano le giornate di sole vantate da questo borgo, ma sicuramente questa è una delle migliori!

Alcune caprette nate saltellano sui muretti tra le case, ma io ho sentito delle campanelle e dei belati: appena sopra alle ultime case infatti vi è un altro gregge. Guardandomi attorno, vedo anche altri animali, più in lontananza, su per il vallone. Non ho però tempo di andarli a vedere tutti, perchè la mia strada è ancora lunga.

Sul mio percorso mi fermerò, a quota ancora maggiore, per fotografare anche queste vacche al pascolo. Non sono animali che lasceranno la montagna, ma quando l’erba sarà finita, quando arriverà il freddo, la neve, trascorreranno l’inverno nella loro stalla nel paesino poco sopra.

Continuando a salire, il verde scompare anche dai pascoli, sono solo più i colori dell’autunno a predominare. Un autunno luminoso, caldo nonostante la neve poco lontano. Proprio per la fiera di Guillestre, è ancora aperto il passo che, in cima a questa valle, permette di sconfinare e rientrare in Piemonte.

Il Colle dell’Agnello, come tutti i passi tra Piemonte e Francia, è dolce sul versante francese, molto più ripido su quello italiano. 2.744m di quota, ormai qui è inverno. Troverò poi anche animali in Valle Varaita, a quote molto inferiori, ma ormai è tardi, pomeriggio inoltrato, quindi non mi fermerò a scattare altre foto…

A Barcelonnette per la fiera

Andare o non andare a Barcelonnette? Ci avevo pensato su parecchio, già immaginavo che non avrei trovato molti animali, quest’anno, però… Alla fine è sempre un bel posto, i mercati francesi mettono allegria ed è un’occasione per vedere qualcosa di diverso dal solito.

E così sono partita, in un bel sabato di fine settembre, luci e colori autunnali. Il viaggio è comunque lungo, c’è da raggiungere Cuneo, risalire la Valle Stura e poi scendere fino alla cittadina di Barcelonnette, dove c’è già un bel po’ di traffico. Tutte le vie sono invase dalle bancarelle del mercato, poi si arriva alla piazza centrale, dove ci sono gli animali. Da una parte bovini, qualche cavallo, strane pecore dalle lunghe corna che qualcuno mi dice essere di origine ungherese.

Pecore, agnelloni, montoni, ecc. sono nella parte centrale della fiera. Effettivamente non ci sono tanti animali, sempre di meno rispetto agli anni precedenti, ma c’è un motivo molto semplice. La festa del Sacrificio è appena avvenuta, tutti gli agnelloni sono stati venduti in quell’occasione. Evidentemente anche qui in Francia le fiere zootecniche stanno perdendo di importanza e non è più tanto questo il posto dove si contratta, si vende, si acquista.

Ci sono pastori, ci sono contadini, allevatori. La fiera è comunque il luogo dove ci si incontra, si chiacchiera, si commenta. Forse all’estero più che “in casa”, ci si può aggirare per le fiere annusando quest’atmosfera particolare, come semplici osservatori, cogliendo attimi di vita.

Non mancano le campane e chi le acquista, ovviamente prevalgono quelle per pecore e capre, con tanto di canaule in legno. I prezzi non sono economici, ci sono anche pastori italiani che sollevano, fanno suonare, ascoltano, valutano. Ce n’è per tutte le tasche, ovviamente dipende dall’uso che si vuole fare della campana, se se ne cerca una da utilizzare al pascolo o una più importante.

Si può comprare una campana per qualcun altro? E’ una cosa molto difficile, la scelta di una campana è così personale! Non è solo il suono di quella singola campanella, ma è anche il pensarla inserita nella sinfonia, nell’armonia delle altre campane che già si hanno nel gregge. L’orecchio si forma man mano, crescendo, di pari passo con la passione.

In giro per la fiera si possono fare acquisti di ogni tipo, oppure anche solo girare tra le bancarelle ammirando, lasciandosi riempire gli occhi dai colori, il naso dai profumi. Ci sono anche qui, come in Italia, bancarelle di abbigliamento dozzinale e prodotti alimentari industriali, ma anche molto, moltissimo artigianato e aziende agricole. Ci sono pure tocchi etnici e multiculturali.

Qui il cibo da strada è anche questo stand dove in enormi padelle si cucina la paella, la pasta ai frutti di mare o si friggono seppie e calamari. Alla fine della giornata non ci saranno che pochi avanzi, nel fondo delle padelle. Molti comprano per portare a casa, altri mangeranno da qualche parte sulle panchine, in giro per Barcelonnette.

Sono anche moltissimi quelli che vanno a pranzare nei numerosi locali sparsi per l’intero paese, nelle vie e sulle piazze. Fuori tutti hanno lavagnette con il menù del giorno, si può mangiare anche all’aperto, l’aria fresca del mattino ha lasciato il posto ad un bel sole caldo di inizio autunno.

Ancora un giro per la fiera, sono finiti i discorsi ufficiali dal palco, la gente sta pranzando, così si riescono a fotografare meglio le bancarelle. Formaggi, salumi, miele, dolci, frutta, verdura. Qui sono molto comuni dei grossi blocchi di gelatina di frutta, che vengono tagliati sul posto, e forme di torrone morbido ricoperte da frutta secca. Come sempre, noto che in Francia le normative sul confezionamento e vendita degli alimenti sono meno restrittive rispetto a quanto accade da noi.

La dimostrazione di tosatura è già avvenuta, qualcuno dei passanti allunga la mano a toccare un ciuffo di lana. Nel primo pomeriggio si inizierà a caricare gli animali per riportarli al pascolo, nelle varie aziende più o meno lontane.

In quel momento sono tutti in paziente attesa. Chissà se ci sono stati vendite e acquisti? Alcuni credo che siano commercianti, altri allevatori. Gli Italiani che incontro commentano sulla qualità non elevata degli animali presenti quest’anno, sia come pecore, sia come montoni, a parte qualche eccezione.

Permettetemi un appunto sulla “pecora italiana” in questo box. Il confine non è lontano… Non si tratta di un animale esotico, avrebbero potuto scrivere la razza e poi, sotto, aggiungere Italia.

Lascio la fiera e riprendo la via del ritorno. Ogni paesino meriterebbe una sosta e tante foto ai panorami, ai dettagli, ai colori dell’autunno, ma il viaggio è lungo e le giornate si fanno via via più corte. Non riesco a resistere almeno a fotografare qualche piccolo gregge al pascolo accanto ai villaggi. Le grosse greggi sono ormai quasi tutte scese dagli alpeggi, restano qui le pecore “residenti”, che affronteranno l’inverno alpino in stalla.

Quando ero passata al colle (della Maddalena per gli Italiani, di Larche per i Francesi) avevo visto delle reti tirate lungo la strada, al mattino. Adesso però, in queste reti, c’è ancora un gregge al pascolo. Cani da guardiania non ce ne sono, il “recinto” è ampio, così non riesco a resistere ed entro nelle reti. Mi muovo piano, con circospezione, affinchè gli animali non si spaventino per la mia presenza, e infatti continuano a pascolare indisturbati.

Il colore di queste pecore si confonde con il panorama, con l’erba secca. Ormai c’è più poco da mangiare, ma il gregge bruca avidamente e gli animali sono in buon stato, più belli di molti di quelli appena visti alla fiera. Sole, vento, cielo in cui si rincorrono le nuvole, il gregge tutto intorno, potevo rimanere lì ore a guardare gli animali e scattare foto.

C’è anche un grosso montone con un rudun dal suono grave. Sulla schiena ha la floucà, probabilmente è un castrato, il suo ruolo è quello di guida e di capo-gregge, infatti anche lì nelle reti le pecore si spostano ora avanti, ora indietro, sempre pascolando, seguendo i suoi movimenti.

Non manca un buon numero di capre, soprattutto di razza Rove, belle grasse e con il pelo lucido. Questi animali, visti in Francia, sembrano sempre particolarmente possenti, mentre in Italia danno l’impressione di avere una taglia inferiore. Forse la ragione è da vedere nel fatto che oltralpe svettano sopra al gregge di merinos, di taglia inferiore rispetto alle Biellesi o alle Bergamasche.

Ancora qualche minuto con il gregge, poi bisogna ripartire. Ci sono pecore anche in Italia, numerosi greggi, uno accanto alla strada composto da moltissimi agnelli e le loro mamme. Passato il confine però cambia il tempo, appena oltre il colle il sole svanisce, le nuvole prendono il sopravvento e, appena inizio la discesa tra i tornanti, inizia pure a piovere, così non mi fermo più a scattare altre foto. Tornerò in Francia magari per la Fiera di Guillestre, in ottobre, il 19…

Una segnalazione e ancora un po’ di Svizzera

Dalla Lombardia mi inviano la locandina di una manifestazione che si terrà questo fine settimana, che pubblico immediatamente. Degli altri eventi vi avevo già parlato l’altro giorno.

Domani e domenica quindi chi è in zona può andare a Bossico (BG). Qui sul sito della Proloco tutte le informazioni dettagliate. Per chi mi ha chiesto, “Tempo di Migrar” a Premia (VB) si tiene nel primo fine settimana di ottobre, sabato 3, ma pubblicherò la locandina prossimamente.

Devo ancora finire di raccontarvi il mio breve viaggio in Svizzera. Avevo assistito alla transumanza, ma non avevo voglia di tornare con un noioso viaggio in autostrada in pianura. Confidando in un meteo non troppo brutto ho quindi allungato di molto la strada del rientro e sono sconfinata nel Canton Uri e nel Vallese. Zone che già conoscevo, ma fa sempre piacere vedere dei bei posti. Qui siamo lungo la strada che porta al Passo della Furka.

La stagione si avvia anche lì verso la fine, nell’alpeggio lungo la strada sembra non esserci già più nessuno, le vacche da latte devono essere scese, restano solo animali giovani. Turisti in giro ce ne sono ancora tanti, in auto, in moto, in bici, ma sono tutti alle prese con la strada, più che con il panorama. Questi sono percorsi “classici” per gli amanti dei passi di montagna. Scendere dal proprio mezzo per venire maggiormente a contatto con animali e territorio sembra non attirare molta gente, anche perchè soffia un vento gelido.

Più in alto, lungo la strada, ci sono decine e decine di reti tirate, le pecore sono sparse qua e là a pascolare. Chissà se gli animali sono incustoditi o se c’è un pastore? Chi avrà sostituito quassù il pastore Luigi? Forse le reti sono solo per riparare la strada, adesso che anche il gregge non pascola più ad alta quota.

Non ci sono reti ovunque, infatti in corrispondenza di uno slargo dove posso parcheggiare comodamente la macchina, ci sono queste pecore vallesane che hanno appena attraversato l’asfalto. Altre pascolano poco sopra. Razza locale, sono un po’ un simbolo di queste zone e le loro immagini riscuotono sempre grande successo, per l’aspetto quasi da peluche. Mi ricordo però che Luigi mi aveva raccontato di come fossero testarde, lente nel seguire il gregge, con la tendenza ad isolarsi e stare per conto proprio.

Una lunga discesa, attraverso villaggi pittoreschi, vallate dove il territorio è interamente rurale. Le vacche da latte sono effettivamente scese dagli alpeggi e si vedono dappertutto, a pascolare i prati dove lo scorso anno invece avevo visto tagliare il fieno, in piena estate. Ce ne sono ovunque, anche tra le case, con i fili tirati sul confine del giardino, dell’orto. Da queste parti infatti è raro vedere una recinzione intorno ad una casa, gli spazi sono aperti ed è uno degli elementi che ispira sensazioni di pace e tranquillità.

Scendo verso le città, il vento è ancora più forte, dai finestrini vedo altri animali, stalle, piccoli greggi accanto ai paesi, poi prati, campi, frutteti, vigneti a perdita d’occhio, il tutto circondato da montagne tra le quali si aprono vallate dai nomi “famosi”. Per rientrare in Italia devo imboccarne una di queste, altrimenti proseguire mi porterebbe in Francia! Sarebbe bello fermarsi ovunque, già solo nei villaggi lungo la strada, ma di chilometri da percorrere ce ne sono ancora molti. Purtroppo incontro di nuovo il maltempo, nebbia bassa, il passaggio sul passo avviene senza che quasi io capisca dove sono, talmente la visibilità è scarsa. In discesa, lungo la strada, un alpeggio da cui gli animali sembrano appena esser partiti proprio quel giorno. Più in alto, nella nebbia, un coro di belati confusi…

Le campane suonano…

Come già vi avevo mostrato, non ho avuto fortuna con le condizioni meteo, mentre ero in Svizzera. Anche il giorno successivo il tempo non era buono. Anzi, era peggio dei precedenti! Nella notte la neve era arrivata fino alle baite ed anche più a valle, al mattino pioveva, le nuvole erano basse.

Andare a cercare le pecore era un’impresa praticamente inutile. Altro discorso sarebbe stato dover andare al pascolo, ma il gregge era già libero di pascolare, quindi… Avrebbe continuato a farlo! Il pastore mi propone di cambiare versante, andare a controllare che le pecore non siano scese in basso, superando le reti tirate nei punti di passaggio, e risalire verso l’alpe delle vacche. Certo, con il bel tempo sarebbe stato maggiormente spettacolare, ma comunque… ci mettiamo in cammino, tra nebbia e pioviggine.

L’alpeggio è completamente avvolto nella nebbia fittissima, non si vede nemmeno il rifugio poco sotto. Veniamo accolti con gioia e invitati a pranzo. Anche gli allevatori qui sono intralciati nei loro lavori dalla nebbia. Due di loro sono comunque ancora fuori, sono andati a vedere le manze. L’indomani invece le vacche da latte scenderanno a valle, nell’altro tramuto accanto al lago. Chiacchieriamo, io soprattutto ascolto. Il giro delle strutture lo faremo dopo, a partire dalla cantina piena di formaggi. Parte della produzione è già stata portata giù con la teleferica (per fortuna che c’è!), parte resterà qui a stagionare fino al prossimo anno, appesa in dei sacchi di rete, in modo da non avere la necessità di venire girata.

Le strutture sono belle, moderne. Mungere qui all’aperto, con un clima così, mette al riparo dalla pioggia, ma non dal freddo e dall’aria. Sull’alpeggio, oltre al conduttore, c’è un giovane originario della Lombardia, che lavora stagionalmente coma aiutante, già da diversi anni su questa montagna. Poi c’è una giovanissima ragazza originaria della Svizzera tedesca. Ha studiato da maestra, ha fatto lettere all’università, poi è andata a dare una mano in un’azienda di una signora anziana d’inverno ed ha cercato un posto per l’estate in un alpeggio. “All’inizio l’ho vista così dolce, mi sembrava fragile… Adesso do a lei da portare il sale a spalle, così riesco a tenerle dietro quando saliamo dalle manze!“, scherza (ma solo fino ad un certo punto) il malgaro.

Gli animali non sono ancora stati messi al pascolo, si spera che la neve se ne vada via. Per fortuna il giorno dopo si scende. Si sta bene nella baita con la stufa accesa, il pranzo che cuoce. Fuori fa freddo, l’umidità non accenna a diminuire. Una delle sale del caseificio è dedicata all’affioramento della panna e al burro, burro quindi da latte e non da siero! Questo viene portato a valle ogni pochi giorni. “Quando non c’era la teleferica, a tutti quelli che passavano di qui, chiedevamo se potevano portare giù un po’ di burro!

Il formaggio prodotto qui viene interamente venduto direttamente, senza intermediari. Questo garantisce una buona rendita e la sopravvivenza di una piccola azienda di montagna. Qui in alpeggio, oltre agli animali del conduttore dell’alpeggio, ci sono quelli di altri allevatori della valle, affidati per la stagione estiva. Anche questo alpeggio è di proprietà del patriziato, come per l’alpe delle pecore. Il punto vendita giù in basso, accanto al lago, garantisce un buon afflusso di turisti. Vengono prodotti anche yoghurt e formaggelle.

Dopo pranzo, le vacche vengono messe al pascolo. La nebbia continua ad essere molto fitta, ma almeno sembra aver smesso di piovere e la neve se n’è andata quasi tutta. Ogni animale ha una campanella al collo, piccole campane, fondamentali per localizzarli nella nebbia o nel buio del mattino, quando si esce per andarli a prendere e condurli alla mungitura. Eppure il gestore del rifugio lì accanto si è ripetutamente lamentato per il suono delle campane, che lo infastidisce e infastidirebbe pure i suoi clienti. “Sai qual è il problema? Il problema è che non c’è soluzione…!“, gli era stato risposto. Montagna, alpeggio, vacche al pascolo e campane. Fai il turista in montagna? C’è anche questo, così come se dormi in un albergo in città c’è il traffico, il treno…

L’indomani devo ripartire, ma decido di aspettare, anzi, di andare incontro alla transumanza! Poso i bagagli in macchina e risalgo (nuovamente tra nuvole basse e pioggia) verso l’alpeggio, fin quando sento le campane e i richiami delle persone che stanno accompagnando gli animali. Il primo tratto di sentiero è bello, poi vi sono alcuni passaggi delicati. Il giorno precedente avevo sentito criticare a lungo il lavoro di chi doveva sistemare il sentiero, che teneva conto più dei turisti che non delle esigenze degli animali. Non solo in Italia, allora…

Dopo il passaggio sul torrente che fa da immissario al lago, inizia un tratto abbastanza pianeggiante, che però “taglia” dei versanti molto ripidi. Mi chiedono di non stare troppo vicina alle bestie, c’è un po’ di tensione, perchè in effetti i passaggi sono delicati e le Brune sono animali pesanti, pochi agili.

La foto scattata da lontano in effetti non riesce a rendere l’idea di come fosse questo punto: il sentiero stretto, un accumulo di terra e pietrame che l’ha invaso parzialmente, cadendo dal canalone soprastante, le vacche passano lentamente. Sotto, il canalone roccioso precipita direttamente nel lago. Per fortuna gli animali avanzano uno ad uno, attraversare qui con una mandria nervosa, vacche che si spingono, sarebbe troppo rischioso!

Dopo il cammino è più semplice, il sentiero è una vera autostrada. Per fortuna ha smesso di piovere, la transumanza si conclude nel migliore dei modi. Non abbiamo nemmeno incrociato turisti, non in quest’ultimo tratto, mentre prima ve n’erano alcuni che salivano al rifugio, altri che già scendevano. Da queste parti meno che altrove ci si fa intimorire dalle condizioni meteo avverse.

Le vacche sfilano lungo il lago. Tra una settimana scenderanno anche le pecore e la montagna resterà silenziosa, senza campanelle, senza cani da protezione, con buona pace del gestore del rifugio e dei turisti! Non avrei pensato che questi “problemi” esistessero anche altrove, pensavo che le montagne di Heidi fossero più sane, più rurali, e che la dimensione sempre più da parco giochi/parco avventura fosse una prerogativa italiana, invece ciò che ho visto ed ascoltato mi ha fatto capire che un po’ ovunque le cose si ripetono.

Ed ecco che le ultime vacche arrivano all’alpe. Resteranno qui ancora qualche settimana, poi anche questa stagione si concluderà. Per me invece si è concluso il soggiorno in Svizzera, per il giorno dopo il tempo si annuncia ancora peggiore, quindi anticipo il rientro e mi metto in viaggio. Ma non sceglierò la via più breve per tornare a casa…

Se le pecore mangiassero i mirtilli e i rododendri…

Quel giorno il pastore voleva farmi fare un giro della montagna, all’incirca il giro che lui percorre tutti i giorni, in questa stagione, per capire più o meno dov’è sparpagliato il gregge. Però quel mattino c’era già la nebbia e le speranze di vedere pecore/panorama erano ben poche.

Comunque si parte ovviamente lo stesso. Ogni tanto qualcosa si vede. Il pastore mi “spiega” la montagna, dove pascola man mano nel corso della stagione. Mi confida anche che, se il prossimo anno tornerà ancora qui, gli piacerebbe (se i proprietari degli animali sono d’accordo) cambiare “giro”, per utilizzare meglio i pascoli. Ci sono zone che, secondo lui, andrebbero pascolate prima per sfruttarle meglio. Altre le pecore le dovrebbero mangiare salendo e non scendendo, come questo canalone dove l’erba sarebbe buona, ma gli animali la calpestano solo, sprecandola.

Nei pressi di una delle baite che il pastore utilizza ad inizio stagione, ci sono alcune pecore, poi una capra con i suoi capretti sull’altro versante. Già il giorno prima il pastore mi aveva detto che era stato obbligato a pascolare così in questa parte dell’anno, con gli animali liberi di andare in tutta la montagna, a loro piacimento, altrimenti non c’era erba a sufficienza per concludere la stagione.

Si sale per un sentiero molto ripido tra le rocce, sempre avvolti nella nebbia, ed ogni tanto piove. Il pastore mi mostra i tratti che ha sistemato lui per passare più agevolmente con gli animali. Ci sono sassi ovunque, grossi blocchi di granito, e lui mi spiega che non è raro che si stacchino dalle pareti, rotolando a valle. Finalmente la salita finisce e si raggiunge la capanna. E’ una sorta di bivacco, il pastore invece ha in uso un container poco lontano.

All’interno della capanna c’è il solito foglio illustrativo sui cani da protezione, i cartelli li avevo già incontrati altrove lungo i sentieri. Mi aspettavo, qui in Svizzera, di non ascoltare le solite lamentele riguardanti i turisti, invece… Nonostante il bellissimo video che spiega come comportarsi, nonostante tutte le informazioni, succedono gli stessi incidenti. Persone che gridano, che agitano bastoni e racchette da trekking, persone che vengono morsicate, pantaloni strappati, scenate isteriche, denunce, lamentele da parte del patriziato, dei gestori dei rifugi. E dire che i cani sono tutt’altro che aggressivi! Solo che loro fanno il loro lavoro e il turista esagitato per loro è un elemento pericoloso, quindi…

Tra uno scroscio di pioggia e un denso banco di nebbia, ogni tanto si vede qualcosa. La parte alta di questo vallone è impervia, tante rocce, qualche pianoro, poi pietraie e montagne ripide. Pecore quassù adesso non ce ne sono più, ma nel corso della stagione hanno pascolato quel che c’era. Impossibile tenere il gregge unito anche per il forte rischio che gli animali smuovano qualche roccia instabile, che può ferire o uccidere le sottostanti.

Si sale ancora, nel momento in cui la nebbia è più fitta si sente un cupo rombo che dura per un paio di minuti. Sono pietre che si sono staccate dalle pareti più ripide e sono rotolate a valle, nello stretto vallone. Il pastore dice che è normale, che succede spesso, ma la cosa non è rassicurante. Poi smette di piovere e per qualche istante si vede persino il lago, laggiù a valle.

Ancora salita, poi delle conche, sassi ovunque e qualche pecora sui versanti ripidi. “Dalle nostre parti la gente pensa che in Svizzera sia tutto facile, magari adesso che lo vedi tu e lo racconti ci crederanno! Questa montagna è così… E più in basso, erba cattiva, rododendri e mirtilli. Ecco, se le pecore imparassero a mangiare rododendri e mirtilli, allora questa sarebbe una bella montagna!“, scherza il pastore.

Lascia che le pecore presenti in questa zona pascolino tranquille, tanto si ritireranno da sole più in basso verso sera. Avrebbe abbassato altre pecore eventualmente più a monte, ma la visibilità torna ad essere pessima, non riusciamo a capire se ve ne siano. L’aria è fredda, già in precedenza erano cadute delle palline di pioggia gelata, non grandine, non neve.

Ad un certo punto però inizia davvero a nevicare. Sembra non debba tenere, poi però la precipitazione si fa più intensa e in pochi minuti diventa tutto bianco. La stagione è proprio finita, quella poca erba ingiallita è appena sufficiente per le pecore, ma se arriva la neve… Chissà poi se le pecore si abbasseranno da sole, o bisognerà andarle a recuperare nei posti più impervi?

Fortunatamente, abbassandosi di quota, la neve torna ad essere pioggia. Poi l’aria fredda diventa più forte e le nuvole si squarciano. Forse questa precipitazione porterà un po’ di bel tempo a seguire? I canaloni sugli altri versanti, innevati, paiono ancora più ripidi. Il pastore mi indica alcuni gruppi di pecore qua e là, che dovranno essere recuperati al più presto nei giorni successivi, sperando nelle condizioni meteo.

Il cane viene mandato a recuperare un gruppetto di pecore che si intravvedeva più a monte. Scompare, riappare, il pastore grida i comandi, ma chissà se l’animale riesce a sentirli, con il rumore del torrente? Ad un certo punto però le pecore, in fila indiana, iniziano a scendere lungo il crinale. I giorni successivi saranno tutti così, i cani avranno di che consumarsi le zampe!

Ed ecco il gruppetto di pecore. Pensando al fatto che ve ne sono più di mille e, fino ad ora, ne ho visti solo dei piccoli greggi isolati qua e là, il lavoro che attende il pastore mi sembra davvero complesso. Dovrebbero venire anche alcuni dei proprietari delle pecore negli ultimi giorni, ma lui preferisce far da solo, perchè sa come muoversi e come usare i cani. Poi, l’ultimo giorno, il gregge verrà portato giù e tutti verranno a dividere e riprendere i propri animali.

Il cielo torna a coprirsi, mentre scendo alla baita. Non c’è nebbia, ma fino a quando? L’indomani mi augurerei di riuscire a vedere un po’ più di panorama, magari salire ad un colle, andare in cresta. C’è qualche pecora anche nel recinto vicino alla casa… Non si può nemmeno dire di avere la compagnia del gregge, nei giorni di nebbia, dato che gli animali sono così sparpagliati.

Il tramonto è all’insegna del maltempo, infatti con il buio arriverà di nuovo la pioggia, intensa, e persino la neve. Appena una spruzzata intorno alle baite, qualcosa in più alle quote maggiori, il mattino dopo. Certo, non ho avuto fortuna con il tempo, ma anche queste sono testimonianze di cosa significa fare questo mestiere. Va già bene che qui almeno c’è una baita dotata di ogni comfort, dalla stufa al bagno con la doccia, ambienti accoglienti, dove cucinare, asciugarsi, pernottare dopo un’intera giornata all’aperto.