Sono animali schietti ed istintivi, come chi li alleva

Ero già stata da Giuseppe lo scorso autunno, ma prima di avere l’idea di mettermi a raccogliere interviste per un libro su capre & caprai. Così sono tornata qualche settimana fa, momento in cui i capretti erano nel pieno della loro giocosa vivacità.

Ritrovo il posto, lui è intento a mostrare gli animali ad un altro giovane appassionato, che forse ha intenzione di acquistarne uno, poi dedichiamo un po’ di tempo a scattare qualche immagine. Per la chiacchierata/intervista andremo in un posto più comodo nella borgata poco sotto, dove gli animali sono stati nei mesi invernali. Qui sono all’aperto, con solo dei teloni come ricovero temporaneo in caso di maltempo.

Beppe è del 1988 ed è dal 1996 che ha le capre: “La prima mi è stata regalata, per qualche anno ho avuto solo quella, poi ho convinto i miei genitori e ne ho presa un’altra, dopo ho sempre allevato, solo in questi ultimi anni ho comprato delle fiurinà. E’ una passione, più che un lavoro. Già da ragazzino me le sono sempre guardate io, tutto l’anno. Fino al 2009 le seguivo estate inverno, fin quando andavo a scuola. I miei avevano le mucche, stavamo in alpeggio per conto di altri.

Poi d’estate ho iniziato a lavorare. Io non voglio dover chiedere niente a nessuno, per mantenerle lavoravo, e non è sempre facile riuscire. Ho fatto un po’ tutti i lavori, dal cameriere al parrucchiere, ultimamente vado a far la stagione estiva in Toscana, tre mesi e mezzo, così le mando in alpeggio. Ci sono su le mie e quelle di altri, ma senza sorveglianza, così ho già avuto anche degli attacchi da parte del lupo, adesso che è arrivato anche in Val d’Aosta.

(eliminatoria di Gressan, 8 maggio 2016, Brunella reina di II categoria)

Ne ho sempre portata qualcuna alle battaglie, con buoni risultati. Però da quando ho iniziato a mandarle in montagna, è cambiato tutto, perchè quando scendono sono più selvatiche. In Val d’Aosta questa passione per le cape c’è sempre stata, poi adesso le battaglie aiutano a mantenere la tradizione. All’inizio la cosa più bella di avere la mia capra, Coquette, era proprio portarla ai combattimenti!

Aveva anche ottenuto dei risultati, io ero un ragazzino, era una grande soddisfazione! La scelta della razza è partita da quella che mi avevano regalato, ma non ho mai avuto il pensiero di prendere delle capre da latte, mungere e fare il formaggio. Stai insieme al pascolo, vedi emergere il carattere di ciascuna, certe sono più affettuose, più riconoscenti. Il bello è l’autenticità di questi animali, sono schietti ed istintivi ed è anche la particolarità di chi le alleva.

Adesso vendo capre e capretti agli appassionati, c’è chi le cerca per l’estetica, chi per i combattimenti. Ben volentieri vendo i capretti maschi da vita, quest’anno me ne hanno presi 17 da fare dei becchi, ma è stata una fortuna! Hanno tutte il nome, le femmine, ai maschi invece un nome non lo do, tanto non li posso tenere.

L’abbandono della montagna

Abbandono in montagna, argomento che ho già trattato tante volte e che mi sta particolarmente a cuore. Io purtroppo non ho soluzioni, ma amo mostrarvi quel che incontro in luoghi meno noti e sicuramente meno patinati. Solo che, di solito, siete abituati a vedere le mie immagini di case diroccate in vallate un po’ più dimenticate. Invece no, oggi vi porto con me in Val d’Aosta. Già, la Val d’Aosta non è, nell’immaginario comune, un luogo che uno associa all’abbandono, piuttosto il contrario.

Passando sull’autostrada tra il casello di Chatillon e quello di Nus, ma ancora più visibile dalla statale, avevo notato un villaggio abbandonato e mi ero, per l’appunto, stupita. Perchè la Val d’Aosta è, in uno stereotipo, la regione delle belle case in pietra tutte ben sistemate, con i balconi fioriti d’estate, i prati tagliati e pascolati. Cosa ci fanno quei ruderi? Ieri, intorno a quelle rovine, spiccavano i mandorli in fiore e il richiamo era per me praticamente irresistibile.

Così sono salita a Barmaz, frazione del comune di Saint-Denis. Ho individuato “a naso” la via per salire, infilandomi in un sottopassaggio della ferrovia. Infatti c’era una traccia di sentiero che saliva tra sterpaglie e cespugli, pochi minuti per portarmi all’insediamento abbandonato. Le case sono tutte danneggiate dai crolli, segno che da anni qui non abita più nessuno. Erano belle baite, abitazioni di montagna, con quei dettagli architettonici che ritroviamo spesso nelle valli.

Ieri l’unica forma di vita erano le farfalle, grazie all’aria che sapeva già di primavera, e le api sui mandorli. L’uomo da chissà quanti anni non vive più qui. Eppure il fondovalle non è lontano, l’esposizione è ottima, vi sono villaggi abitati ben più a monte. Però qui non arriva la strada. La frazione sottostante (collocata sulla statale) è a cinque minuti di cammino. In questo sito, leggiamo queste parole riguardo a Barmaz: “L’abbandono di Barmaz risale alla metà del XX secolo quando l’abbandono delle zone rurali era preponderante e si preferivano le grandi industrie del boom economico del dopoguerra all’agricoltura…

Sempre la medesima fonte attribuisce al XVII secolo l’origine di questo villaggio, dove ora si passa seguendo l’itinerario della via Francigena. “…si coltivavano patate, frumento ed altri cereali…“, oggi invece non si coltiva più nulla, non si pascola e non si sfalcia. Nei prati accanto alla frazione sottostante vi sono alcuni asini, forse allevati proprio per tenere puliti i versanti, per evitare che le sterpaglie arrivino fin contro le case.

Che dire di questo masso letteralmente inglobato nel muro di una casa ormai crollata? Mi sono seduta lì, su una di quelle pietre, sotto il mandorlo, a guardare quelle rovine e a pensare a chi qui viveva, a chi aveva costruito quelle case, all’abbandono della montagna e alla vera essenza della montagna. Cosa succederà alla montagna, nei prossimi anni? Nelle vallate piemontesi, ma anche lì in Val d’Aosta, dove un certo tipo di economia ha retto forse solo perchè basato sui contributi e sulle agevolazioni della regione a statuto speciale.

Tanti amici continuano a parlarmi di un drastico calo del numero delle aziende agricole. Un’amica mi diceva che non trova un paio di bovine da portare in alpeggio, perchè le tante piccole, piccolissime aziende a conduzione famigliare, dove magari qualcuno lavorava in un ufficio pubblico, oppure dove c’erano anziani, hanno chiuso. Qui a Barmaz le stalle sono vuote da lungo tempo. Come sempre, penso che mi piacerebbe parlare con qualcuno che lì è ancora vissuto.

C’era un canalino che portava l’acqua, se ne intravvede il tracciato tra l’erba secca, i cespugli di pruno, le rose selvatiche, il timo. Certo, in Val d’Aosta ci sono tante belle realtà agricole, efficienti e dotate di infrastrutture che altre regioni quasi si sognano, ma la maggior parte possono dire grazie agli anni passati, quando c’erano molte più disponibilità economiche e aiuti pubblici.

Appena lì sotto l’autostrada, il traffico che scorre, il suo rumore è molto forte e fastidioso, quassù. Tra poco inizieranno a scendere i turisti di ritorno dalle località sciistiche, ma non è solo quella la salvezza della montagna, specialmente quella montagna di mezza quota, quella dove l’uomo vive tutto l’anno. Che agricoltura si può ancora praticare qui? E quella piccola agricoltura basata sulla multifunzionalità (una volta i nostri nonni e bisnonni non lo sapevano che si chiamava così…), quella con “di tutto un po’”, l’agricoltura di sussistenza, oggi non basta più. Ci sono tanti nuovi costi, spese di ogni genere, tasse da pagare, vincoli per adattare le strutture ad ogni tipo di lavorazione e trasformazione delle materie prime, se le si vuole vendere al pubblico.

Sotto la roccia c’era quella che penso fosse la cantina, infatti intorno ci sono, quasi tutti frantumati, resti di bottiglioni e bottiglie, che i vandali hanno sparso ovunque. Chi ha abbandonato questo luogo è andato a fare altro e non si è preoccupato di portarli via.

Certe porte si aprono solo più sulle rovine di tetti e soffitti collassati all’interno. Ma quale futuro aspetta, in generale, le terre alte? Qui la strada non c’è e l’abbandono è stato totale. Ma le aziende lungo le strade, ormai troppo piccole per sopravvivere ai grandi numeri della pianura? La qualità di quel che si produce lassù non viene pagata con il giusto prezzo che possa ripagare gli sforzi, le fatiche, le spese. Ha senso, tutto questo? Ci sono aziende che chiudono, giovani e meno giovani che, d’estate, vanno a fare la stagione negli alpeggi in Svizzera…

E così anche in Val d’Aosta c’è l’abbandono. Il villaggio di Barmaz, i suoi campi e prati terrazzati intorno. Vi ho parlato di una realtà, ma il discorso è molto più ampio e generale. Cosa si fa, cosa si intende fare per le montagne? C’è speranza di un reale ritorno, o prima dobbiamo passare attraverso uno spopolamento ancora maggiore?

Articoli, foto, video…

Mentre cerco di organizzarmi per andare avanti con le interviste per il libro sulle capre, eccovi un po’ di materiale che ho visto passare qua e là. Rimanendo sul tema delle donne allevatrici, due articoli: uno riguarda delle conoscenze dirette (Roberta & Roberta), l’altro ci porta in provincia di Treviso.

Anche un video, il trailer di un documentario etnografico su donne e allevamento in Val d’Aosta.

Poi gustiamoci una selezione di foto dell’amico Leopoldo. Maggio 2015, risalita verso la montagna del gregge di Fabio Zwerger al Lago del Corlo (Arsiè-BL). “Luoghi magici, fuori dai grandi percorsi turistici, dove le pecore transitano, come da sempre, convivendo con gli uomini senza problemi.

(tutte le immagini sono di L.Marcolongo)

La stagione della transumanza e della montagna sembra ancora così lontana… ma sta arrivando. Tra due mesi ci sarà già chi inizia ad incamminarsi verso le valli.

Poche capre ad Aosta?

Ero stata alla Foire des Alpes alcuni anni fa, nel 2012, mi sembra. Nell’arena dove si tiene la finale della Battaglia delle Reines, in novembre viene organizzata questa rassegna ovicaprina. Capre di ogni razza non da latte (non saanen e camosciate, per intenderci), ma principalmente Valdostane e pecore, soprattutto Rosset.

Quest’anno sono riuscita a tornare, ma anche qui ho ricevuto una parziale delusione dal numero di animali presenti. Sono arrivata al mattino presto, alla Croix Noire il sole non era ancora arrivato e faceva freddo, mentre il versante della valle esposto a sud era già inondato dal sole. Gli animali arrivano alla spicciolata, con i loro padroni.

E’ bella l’atmosfera che si respira qui. Si capisce che c’è davvero la passione… Anche se c’è uno stimolo/obbligo che fa sì che le persone partecipino a questa rassegna. Mi viene spiegato che, per ricevere i contributi economici legati all’allevamento ovicaprino, bisogna portare i propri animali aquesta giornata. Da una parte questo mi sembra anche giusto: ti concedo degli aiuti economici e tu, per un giorno, mi “aiuti” a dar vita ad una bella manifestazione a livello regionale che attira visitatori ed appassionati.

Però… però quest’anno di animali ce n’era molti meno di quanti me ne ricordavo e anche la gente del luogo mi conferma l’impressione. Ci sono molti box delle capre vuoti. Ciascuno può portare due animali: o due capre, o due pecore o una capra e una pecora. L’indomani poi, nella stessa sede, ci sarà la finale della Battaglia delle Capre, ma ci sono allevatori che parteciperanno anche il giorno successivo.

Nella parte centrale dell’arena ci sono animali in vendita. Caprette giovani, becchi, vari esemplari, ma anche il pubblico è relativamente scarso. Non aumenta nemmeno nel pomeriggio.

Anche se le Valdostane sono le più rappresentate, ecco anche capre Vallesane. Razza con il pelo lungo, per far bella figura in occasione della rassegna, si da ancora un ultimo colpo di spazzola finale prima che arrivi il pubblico.

Poco per volta arrivano tutti. Se per le capre abbiamo allevatori di tutte le età, ma molti giovani, così ad occhio l’età media di chi ha portato pecore invece è maggiore. Sono due passioni differenti: le capre sono legati alle battaglie, mentre le pecore… sono una “malattia” e basta!

Al piano superiore, varie bancarelle: miele e candele, biscotti, frutta, verdura, formaggi, ma la scarsità di pubblico si ripercuote anche sugli affari in questa zona. Ci sono proprio solo gli addetti ai lavori, mentre quella volta nel 2012 mi ricordo un gran afflusso di pubblico di ogni genere.

Oltre a capre e pecore, possono essere portati a questa rassegna altri animali. Insomma, tutto tranne i bovini. Lama e altri camelidi ormai iniziano ad essere abbastanza diffusi, poi ci sono degli asini, mancano le renne che avevo visto anni fa.

I becchi in mostra cercano di battersi l’uno contro l’altro. Qualcuno osserva, chiede, contratta il prezzo. In molti mi chiedono spesso dove e come trovare capre di questa razza e io a tutti avevo risposto che questa rassegna era l’occasione migliore. In realtà quest’anno, pur con un buon numero di animali, non ho ritrovato la qualità e quantità che ricordavo.

Ci sarà una valutazione ed una premiazione dei capi migliori. I box non riportano il nome dell’allevatore, ma ogni animale ha un numero al collo e si può consultare le schede dove sono tutti registrati. Gli animali attendono, mangiano fieno, passano gli allevatori a portare acqua. La struttura è perfettamente organizzata, ma fa male vedere tutta una parte vuota.

Dopo pranzo, categoria per categoria, vengono chiamati in campo gli allevatori con i loro capi. C’è una rosa di finalisti tra i quali i tecnici sceglieranno le prime tre, valutando le migliori caratteristiche di razza. Il consulto dura qualche minuto, poi arriva il responso.

Viene letta la motivazione che ha determinato la scelta: ovviamente, gli animali premiati devono il più possibile presentare le caratteristiche che contraddistinguono questa razza ed essere ben tenuti. Solo un cordone di pubblico intorno al ring assiste alla premiazione, sono allevatori, amici e parenti. Nessuno sugli spalti.

Come vengono proclamati i vincitori della categoria delle capre, molti allevatori si avviano già ai box a prendere i propri animali ed avviarsi verso camioncini e furgoni. Vengono ancora chiamati i premiati per la pecora Rosset. E’ difficile trovare capi che rispondono esattamente alle caratteristiche originali della razza, dato che molteplici incroci l’hanno snaturata. Solo poche hanno le corna, caratteristica che un tempo era maggiormente presente. La premiazione conclude la rassegna e rapidamente tutti tornano ai loro lavori in azienda, molti pensando anche alla battaglia del giorno successivo.

Un commento a caldo sulla battaglia

Prima di proseguire in ordine cronologico con gli aggiornamenti del blog, “a caldo” volevo parlarvi della battaglia delle capre di Perloz, dove sono stata ieri. Oltre dieci anni fa, quando stavo iniziando a muovermi in questo mondo, avevo comprato un libro, “Alla ricerca dei pascoli migliori” di Guido Mauro Maritano. Tra i vari aspetti del mondo pastorale si parlava anche della battaglia delle capre… in particolare di quella di Perloz.  Sul sito della Pro Loco questo paese viene definito “luogo simbolo” per questa manifestazione.

Perloz è un comune collocato all’imbocco della valle del Lys, borgate sparse, aggrappate alla montagna. A questa stagione, in località Tour d’Hereraz il sole non è ancora arrivato quando sono quasi le undici.

Sono stata diverse volte a queste manifestazioni, ammetto di non avere una particolare passione per le battaglie in quanto tali, preferisco osservarle quando avvengono dal vivo in natura. Spesso, messe l’una di fronte all’altra, le due capre non combattono affatto, mentre lo fanno quando sono ancora in attesa di essere portate in campo. Certo, alcuni incontri invece sono più partecipati e coinvolgenti, ma anche qui si parla comunque di passione, come per tutte le cose.

È bello essere lì per il posto, per vedere gli animali, per incontrare amici e per vivere l’atmosfera della giornata. Direi che Perloz è una cornice particolarmente indicata per questo evento. Mi dicono che le battaglie delle capre, come manifestazione pubblica, sono nate proprio qui.

Le capre sono tutte al loro posto sul prato. Quelle che parteciperanno ai combats sono state pesate e portano il numero scritto sul fianco. Ci sono animali davvero belli, sia come morfologia, sia come condizioni. Molti di questi potrebbero esser definiti “viziati”, tanta è la cura che viene loro dedicata.

C’è anche la RAI regionale a riprendere la manifestazione e fare qualche intervista. Agli animali viene dato fieno, acqua, fioccato. Sono tutte tranquille e attendono pazientemente, sono curiose e per nulla spaventate dalla gente che passa tra una fila e l’altra. La sera rientreranno poi nelle loro stalle, con le greppie piene di fieno.

Dovete sapere che, intorno a questa pacifica “battaglia”, ne infuria una ben più “cruenta”. Ne avevo già accennato qui, quando ero stata nella valle del Lys per far visita a vari allevatori che ho ritrovato anche ieri. Anche quest’anno infatti la finale della battaglia delle capre si è tenuta ad Aosta e non a Perloz. Ma i “ribelli” hanno dato ad un comitato indipendente, con una serie di incontri e la finale, che si tiene come sempre in questo Comune.

Ieri di pubblico ce n’era, tanto da far dire che la manifestazione è stata un successo. Allevatori e appassionati locali, moltissimi piemontesi di varie parti della regione, in un’atmosfera di festa in cui, ovviamente, c’era anche quel minimo di “tensione” per i combats.

Ma più che altro si era lì per le capre. 151 animali partecipanti agli incontri, più tutti gli altri. Ciascuno ha la sua teoria sulla razza Valdostana, ma che sia Piemontese o della Vallèe, sta di fatto che ormai c’è un mercato tra le regioni confinanti, esemplari che vengono acquistati e venduti, sia per le battaglie, sia per la bellezza dei capi in quanto tale.

Pastori, allevatori di capre per passione, allevatori di montagna, c’è chi ha un altro lavoro e poi ha questa “malattia” per le capre… Ci si ritrova tutti qui, molti erano la scorsa settimana alla battaglia di Locana in Valle Orco. Insomma, è un piccolo mondo con questi appuntamenti stagionali.

Si pranza in compagnia, ci sono persone di tutte le età, famiglie. Direi che l’atmosfera è quella della vera festa, mi fanno sorridere le “battaglie collaterali”, le ripicche, certe frasi che ho letto qua e là on-line su quale sia la “vera” finale ecc ecc. Possibile che non ci si possa divertire e basta?

Sicuramente Perloz ha l’atmosfera di montagna e di genuinità. Sarà al fondo della valle, sarà scomodo da raggiungere, ma (da ignorante che non conosce tutti gli aspetti che stanno dietro allo spostamento della finale all’arena di Aosta) trovo che gli appassionati di manifestazioni del genere possano sicuramente apprezzarne anche il contorno “autentico”.

Ma poi alla fine… perchè sempre polemizzare? Sarebbe bello essere tutti uniti, specialmente quando si parla di settori sicuramente un po’ marginali. Più ci si frammenta, più c’è rischio di scomparire. Le tradizioni dovrebbero rimanere autentiche, è inutile cercare di trasformarle in attrazioni turistiche. Lo si può fare, ma… alla fine un certo pubblico gradirà maggiormente il prato, il panorama della montagna, il rustico “palco” degli speaker.

I combats iniziano al pomeriggio e proseguiranno fin quando sarà buio, con la proclamazione delle regine. Arriva l’aria della neve in questa valle, sono proprio ripidi pendii da capre. Spero che rimanda viva la passione, la determinazione dei giovani (e meno giovani) nel tramandare queste tradizioni.

Un bel gregge di capre

Era da un po’ di tempo che dovevo andare a far visita a Beppe. In primavera non ce l’avevo fatta, d’estate le capre erano in montagna, così alla fine ci sono andata d’autunno, in una bella e calda giornata di sole.

Ci incontriamo lungo la Statale, poi lo seguo lungo strette strade che risalgono tra le frazioni, nel versante esposto al sole della Val d’Aosta, sopra a Chatillon. Due passi a piedi ed eccoci accanto ad un recinto nel bosco. Le capre, chiamate dal loro padrone, escono lentamente. Erano già state al pascolo al mattino, poi lui aveva dovuto assentarsi, e adesso si prosegue con il pascolo pomeridiano.

Il gregge sfila seguendo la stradina in piano, c’è un passaggio stretto accanto ad un canale nel bosco, poi si esce nuovamente al sole. Le capre sono di razza valdostana, siamo in Val d’Aosta, e questa è una storia che parla di un giovane allevatore di oggi, del XXI secolo.

Beppe è un appassionato di capre, classe 1988. La sua non è stata una scelta che si discosta dalla tradizione, animali in famiglia ce ne sono sempre stati, anche se oggigiorno la sua modalità di allevamento si discosta da ciò che era il passato. Queste capre sono preziose più per la loro bellezza e il loro prestigio, piuttosto che per la loro resa (latte, carne). “Quando non sono in montagna, il mio lavoro principale è badare a loro. D’estate invece faccio anche altri lavoretti“, racconta il giovane pastore.

Alcune sono state acquistate, altre sono frutto dell’allevamento e selezione. Beppe mi parla delle battaglie, delle selezioni in cui i suoi animali si sono qualificati, ci sarà presto la Finale ad Aosta. Il valore di queste capre infatti è legato principalmente a queste particolari manifestazioni e a tutti gli appassionati che le seguono attivamente.

Quasi avessero ascoltato i nostri discorsi, due animali iniziano a dar vita ad una di queste battaglie. Si tratta di un’attitudine totalmente naturale e appartenente alla loro indole. Sono le femmine, le capre, a battersi, ciò non ha niente a che fare con le battaglie dei maschi per l’accoppiamento nel periodo dei calori.

E’ un pomeriggio tiepido, caldo per la stagione. In questi versanti assolati ci sono addirittura dei fiori, nonostante si sia in autunno. Beppe riesce a vivere con le sue capre: gli appassionati ricercano ed acquistano maschi e femmine per l’allevamento e la riproduzione, pagando prezzi sicuramente superiori rispetto alla vendita al macello.

Non tutti gli animali sono di razza pura, quindi non iscritti al libro genealogico, ma ogni allevatore sceglie animali che appaghino il proprio gusto e la propria passione. Questo gregge ha delle belle capre, ben tenute, sono presenti le diverse varianti cromatiche del mantello della razza valdostana e… Un paio di settimane dopo, ad Aosta, riceverà dei premi sia nell’ambito della mostra di razza, sia nella battaglia.

Ecco il gregge al pascolo, con Chatillon e Saint Vincent sullo sfondo. Beppe deve controllare che non sconfinino verso orti e vigneti, ma c’è ampio spazio altrove per pascolare. Qualcuno potrebbe dire che è assurdo che questi animali siano fondamentalmente “improduttivi”, eppure nel giro degli appassionati hanno prezzi ben maggiori di una capra da latte.

Preferisco però pensare a come sia assurdo che gli animalisti si oppongano alla battaglia delle capre (ignorandone le dinamiche e i meccanismi), dato che questi animali sono tenuti e curati in modo molto meticoloso e, per l’appunto, la vendita al macello avviene solo a fine carriera. Guardate infatti le loro condizioni fisiche! E ricordo ancora una volta che, qualsiasi tipo di allevamento non intensivo, che sia per passione, che sia per produrre latte e latticini, garantisce la cura del territorio.

Un territorio che, anche qui, ha il suo fascino e la sua vivacità: gruppi di case, vigneti, pascoli, suoni di campanelle, muggiti. Un territorio in cui un giovane può vivere e lavorare mescolando tradizione, passione per gli animali e modernità.

Un passo indietro

Finalmente il sito delle immagini sembra aver ripreso a funzionare a dovere, quindi anche i vecchi post dovrebbero avere di nuovo tutte le foto al loro posto! Oggi facciamo un passo indietro, vi ho mostrato le discese dall’alpeggio con pioggia e neve, ma ho ancora in arretrato immagini delle settimane precedenti. Nei prossimi giorni invece vi mostrerò gli scatti presi alle varie fiere e vi segnalerò gli appuntamenti (moltissimi!) per il fine settimana.

Queste foto le avevo scattate a fine settembre in Val d’Aosta. Stavo facendo due passi quando, più in basso della strada che stavo percorrendo, ho visto l’inconfondibile chiazza chiara di un gregge. Così sono scesa e l’ho raggiunto. Gli animali erano nel recinto, era poco prima di mezzogiorno, probabilmente erano stati messi al pascolo prima, dato che erano tutti fermi, tranquilli, a ruminare.

Di questo gregge avevo sentito parlare il mese prima quando ero stata a trovare Andrea, il pastore Biellese, a Gressoney. Credo infatti che sia il gregge di un pastore valdostano che, anni fa, era stato nel Bellunese e la cui foto compare nel libro “Transumanze” dell’amico Adolfo Malacarne. Non c’era nessuno in zona, quindi non ho potuto chiedere conferme. Era comunque un gregge con pecore di razze diverse, anche qualche Rosset/incroci ed un buon numero di capre.

Altrove, sempre in Vallée, lungo la strada ho fatto numerosi altri incontri. Più che normale, da queste parti, dove comunque l’allevamento è ancora molto praticato. Siamo a mezza quota, non è alta montagna. Guai non ci fossero gli animali, mancherebbe qualcosa alla vista, all’udito e il paesaggio sarebbe molto molto diverso.

Non mi stancherò mai di ripetere che gli animali selvatici sicuramente possono regalarci grandi emozioni, quando riusciamo ad avvistarli. Ma che dire di quelli domestici che, per di più, sono alla portata di tutti? Questo quadretto era lì, bordo strada, salendo verso il Col di Joux. Mi è bastato accostare, scendere dall’auto e scattare le foto!

A volte mi sembra di essere ripetitiva, ma poi continuo a leggere certi commenti, ascoltare certi discorsi, e allora capisco che bisogna proseguire nello spiegare che questa montagna, la montagna “bella da vedere”, non nasce così. Il paesaggio lo modella l’uomo, lo può fare per esigenze turistiche, di svago, certo, ma il paesaggio che piace, quello che “sembra” naturale, è un bosco che però viene tagliato perodicamente per il legname o, ancora di più, un prato che viene sfalciato, un pascolo che viene utilizzato dagli animali.

Prima della neve ero anche andata a fare una gita in Valle Maira. C’era già stata una prima spruzzata alle quote più alte e quasi me lo sentivo che sarebbe stata l’ultima camminata lassù. L’autunno stava iniziando a dare i suoi primi segnali e molti margari erano già scesi, altri avevano gli animali in basso, per finire l’erba prima di partire.

A questa stagione un giorno c’è un sole splendido, cielo blu e aria ancora tiepida, ma basta poco affinchè tutto cambi rapidamente. I bovini di razza Piemontese mi osservano passare accanto a loro, proprio all’inizio del sentiero. Poco oltre scavalco di nuovo il filo elettrificato del recinto, più a monte non incontrerò nessuno, la stagione d’alpeggio è finita.

Solo il silenzio, lassù. C’è la prima neve, l’erba è ormai bruciata dal secco e dal freddo, dove non batte il sole il terreno è già gelato. Solo ogni tanto i fischi delle marmotte, che si godono l’ultimo sole prima del lungo letargo. Vedo anche un branco di camosci e, per qualche minuto, osservo un ermellino curioso che gioca a nascondino a pochi metri da me.

Anche sul versante francese non c’è più nessuno. Del gregge restano solo le tracce, l’erba brucata, gli escrementi secchi, i sentieramenti sui pendii. Vento e silenzio, la montagna è vuota. La montagna atteneva la neve a coprire i pascoli, a rifornire le falde che alimenteranno i laghi, i torrenti, per la prossima stagione.

Proseguo il cammino, di nuovo in Italia, scendendo in un altro vallone. Mi sembra di sentire una campanella da qualche parte, poi l’abbaiare di un cane. Dovrebbe esserci un gregge, un pastore, in questo alpeggio, ma pensavo fossero già scesi. Trovo tracce inequivocabili della loro presenza, ma risalgono a pochi giorni prima. Alla baita c’è in effetti ancora il recinto, un cane da guardiania, una pecora con gli agnelli…

Ecco, sulla vecchia strada militare che risale dal fondovalle, un’ennesima versione di cartello che segnala la presenza di cani da guardiania, questo è bilingue, in Italiano e Inglese. Ora di togliere anche questo e metterlo da parte per la prossima stagione.

Il gregge doveva essere sceso forse anche solo quel mattino, o il giorno precedente, infatti si trovava sul versante opposto, nei pascoli che utilizza ad inizio e fine stagione. Pascoli aridi, magri, ma adatti per le pecore, un po’ come quelli che si incontrano in Francia.

Ecco ancora uno scorcio panoramico che immediatamente identifica la testata della Val Maira, con il profilo caratteristico della Rocca Provenzale a monte dell’abitato di Chiappera. Guardando questa foto mi viene da chiedermi come poteva essere  il paesaggio qui in tempo, quando sicuramente c’era gente che rimaneva in montagna con gli animali tutto l’anno, non come ora che mandrie e greggi salgono dalla pianura. Quei tempi in cui tutti avevano qualche bestiola, una vacca forse, due pecore, due capre…

La solita storia

Ve lo ricordate Andrea? Quel ragazzo di Biella che aveva “sentito l’aria”, aveva scelto di fare il pastore ed avevano anche realizzato un film sulla sua storia. Per vari motivi non ci eravamo più incontrati, anche se indirettamente ogni tanto venivo a sapere qualcosa su di lui. Finalmente avevo combinato per andarlo a trovare, ma quel mattino, molto presto, una sua telefonata mi aveva avvisato sul tipo di giornata che dovevo aspettarmi. Il suo gregge aveva subito un attacco.

Salgo a Gressoney, per me è la prima volta, non sono mai stata da quelle parti in estate. Non si può non ammirare il panorama. Andrea si scusa per non potermi venire incontro, ma le sue preoccupazioni di giornata sono altre, mi dice che la sua confinante di alpeggio potrà darmi le indicazioni necessarie per raggiungere lui e il gregge. Loretta sta pascolando le sue vacche più in basso, mentre il gregge è a quote maggiori.

Niente in quel luogo, con quella magnifica giornata di sole, può far immaginare il dramma della nottata appena trascorsa. Le vacche, tutte di razza valdostana, stanno pascolando placidamente, contenute sia dai fili, sia dalla donna che le sorveglia. I ghiacciai del Monte Rosa fanno da sfondo. Sui pendii di fronte però si vede già una pecora isolata, ferma in uno dei punti più ripidi.

Il gregge è più su, lungo il sentiero è appena scesa una guardia forestale, chiamata dal pastore per accertare l’attacco subito nella notte. All’apparenza non si nota niente di strano, ma poi guardando attentamente si vedono qua e là alcune pecore in posizioni innaturali, morte. Andrea si avvicina e inizia a raccontare.

Un po’ di tempo prima aveva già subito un attacco, presumibilmente da parte del lupo, poi solo il giorno prima si era spostato in questa parte dell’alpeggio e, nella notte, una nuova “strage”. Alla fine gli animali morti sono sette e due quelli feriti, oltre a quella che avevo visto salendo, ferma tra le rocce, che non si sa ancora se sia ferita o solo spaventata. Non tutti sono morti direttamente per l’attacco del predatore, alcune sono cadute dal dirupo, come accade spesso in questi casi. La rabbia, il dolore, lo sconforto del pastore sono immensi. Come sempre la componente emotiva, la storia di ciascun animale (che ovviamente lui conosce, uno ad uno) prevale sul “valore economico”.

Il cane da guardiania appare stremato, nella notte Andrea l’aveva sentito abbaiare a lungo ed era persino uscito a richiamarlo. Si fa in fretta, dal di fuori, a giudicare, a dire che un cane è insufficiente con quel numero di pecore… Purtroppo, nonostante tutto, nonostante le parole di chi “ci è già passato” negli anni precedenti, noto il ripetersi del medesimo atteggiamento. Quasi nessun pastore prende delle misure preventive contro gli attacchi dei predatori fin quando questi non hanno colpito più volte il suo gregge. Perchè? Forse perchè non ci si vuol credere, non si vuole cambiare radicalmente il metodo di gestione degli animali. D’altra parte, quanti di noi avrebbero voglia di mettere inferriate alle finestre, sistemi di allarme e altri strumenti di prevenzione e sicurezza alla propria casa anche quando non si siano subiti furti o intrusioni indesiderate?

Questo alpeggio pare un vero paradiso per le pecore, qualunque pastore sa che qui stanno bene a pascolare libere, scegliendo loro come e quando spostarsi, quando mangiare, quando riposare. Non possiamo nemmeno accusare Andrea di inesperienza dovuta alla sua giovane età, dato che, di fronte, il gregge di un anziano pastore è tutto sparpagliato per la montagna, totalmente libero e forse anche incustodito. Le stesse cose le ho sentite e viste in altre vallate, dove il lupo è comparso prima: si verifica un attacco, per qualche giorno, per qualche settimana si intensifica la sorveglianza, si usano le reti di notte, poi c’è quella sera che stanno così bene lì dove sono, hanno la pancia piena, è davvero un peccato mandare il cane, farle ripartire e portarle giù al recinto, così si sfida la sorte, ed inevitabilmente qualcosa succede, perchè il predatore c’è, è lì che aspetta senza che necessariamente qualcuno debba vederlo.

Questo agnellone è stato ucciso e mangiato proprio sull’orlo del precipizio, le altre pecore sono giù sotto, nel pianoro, hanno trovato la morte nello scappare, spaventate. E’ stato veramente il lupo? Nella confinante Valsesia c’è anche stato un attacco. In passato in Val d’Aosta ci sono state delle predazioni, così come ci sono in Svizzera, in Piemonte. Sappiamo come i lupi si spostino, vadano a colonizzare nuovi territori, camminino per chilometri e chilometri, sfiorando gli insediamenti umani. Ciascuno dice la sua, lì a vedere non c’era nessuno. La Forestale ha piazzato delle fototrappole dopo la predazione, ma fino all’altro giorno senza esito.

Andrea mi racconta di aver ancora sentito il cane abbaiare, nelle notti seguenti, e di aver trovato le pecore tutte ammucchiate in una parte del recinto, spaventate da qualcosa. Quest’altra pecora non è stata presa nel collo, la cinghia della campana l’ha protetta, ma è stata comunque uccisa. “Qui è un posto dove di gente ne passa tantissima, oggi è il primo giorno in cui se ne vede meno perchè è finito il periodo delle ferie, ci fossero dei cani randagi, possibile che nessuno li veda? I cani non hanno paura dell’uomo… C’è la funivia che porta su gente tutti i giorni. Anche per quello ho paura a tenere altri cani da difesa. Dovrò farlo, ma poi? Non avrò problemi con la gente?

Andrea si è già fatto fare un cartello da un amico, ma ormai moltissimi turisti hanno dei cani e li portano con sé durante le escursioni. I soliti discorsi, è semplice dire che il pastore deve avere i “cani giusti” e i turisti devono imparare a rispettare il lavoro degli allevatori. Un conto è la teoria, un altro è dover essere lì quotidianamente ad affrontare le discussioni che scaturiscono dalla “convivenza” tra turisti e cani da guardiania.

Quel giorno le pecore sono terrorizzate, basta il minimo movimento per far sì che inizino a correre, a scappare da una parte e dall’altra. Andrea continua a pensare alla sofferenza che devono aver patito i suoi animali, quelli uccisi, quelli precipitati. D’ora in avanti ovviamente li chiuderà nelle reti di notte, dovrà anche lui accettare a forza questo tipo di gestione, che non lo soddisferà, per il benessere dei suoi animali. Però l’alternativa è vederle uccidere notte dopo notte…

Sposta il gregge, in modo da farlo pascolare nel pianoro più in basso, dove si trovano gli animali morti precipitando. Questa pecora non ha altre ferite a parte quelle procuratasi cadendo sulle rocce e rotolando fin qui. Non sarebbe però accaduto non fosse stata spaventata, non avesse cercato scampo nella fuga. Il lupo caccia per sfamarsi, ma esistono e sono documentati i cosiddetti episodi di surplus killing, dovuti a diversi fattori. Questa è anche la stagione in cui i giovani lupi delle cucciolate iniziano a far pratica nella caccia e, come tutti gli inesperti, “fanno le prove”, imparano a cacciare, agiscono in modo differente da un lupo esperto che uccide e consuma ciò che gli serve.

Le pecore si allargano a pascolare e sembrano “incollarsi” a quell’erba buona, incuranti delle compagne morte lì vicino. La vita continua… Restano i dubbi, gli interrogativi. Se fossero cani e non lupi, non si possono prendere provvedimenti concreti? Ad Andrea non interessa il rimborso, non sono quei pochi soldi che forse gli verranno dati a restituirgli la serenità. Soffre per i suoi animali, per come sono morti, per la paura che in qualsiasi momento del giorno e della notte possa accadere qualcosa: “Avanti così non si può andare…!!!“. Soffre per il senso di abbandono, perchè (come tutti i pastori in questi casi) sente di non contare niente, il suo lavoro, la sua passione, la sua dedizione agli animali, gli sforzi fatti nei lunghi faticosi mesi invernali in pianura paiono non avere peso, nei confronti dell’animale selvatico tutelato e protetto.

In cielo si aggirano gracchiando i corvi. Questa è l’inevitabile lugubre colonna sonora che fa seguito ad ogni attacco. Le carcasse diventano ambite da questi uccelli spazzini, che si posano su di esse, iniziando il loro banchetto. Non si possono non sentire i loro versi, nel silenzio dell’alpe. Certo, è la natura, ma anche la pastorizia, quassù, è un qualcosa di naturale. Quanta distanza da chi teorizza l’ambientalismo, da chi a tavolino “sa tutto”, giudica e indica al pastore cosa deve fare, come farlo.

Il cane sorveglia il gregge, dorme solo apparentemente. Anche i pastori vorrebbero poterlo sorvegliare, intervenendo così come interviene il cane, cercando di metterlo in fuga. Sono in tanti a dire “Una volta i pastori andavano al pascolo, non lasciavano da soli i loro animali! I pastori devono tornare a fare il loro lavoro!“, come se la categoria fosse composta solo da pigri fannulloni. Io non parlo di sterminare i lupi e non lo fanno nemmeno i pastori, se non nell’immediatezza di un attacco, di fronte ai corpi straziati dei loro animali. Ripeto ancora una volta che ritengo sia necessario dare agli allevatori la possibilità di difendere il proprio gregge, insegnando al lupo (animale molto intelligente) come avvicinarsi al bestiame sia pericoloso. Se si arriverà ad accettare un contenimento (legale) del numero dei predatori, è utile una battuta organizzata con impiego di tempo, uomini e mezzi (quindi oltretutto dispendiosa)? Non è meglio che il lupo associ il pericolo direttamente al gregge? Dubito che i pastori saranno in grado di sterminare i lupi, però se questi sentissero più volte “bruciare la coda” vicino alle pecore, magari imparerebbero. Continuare solo a far parole non risolve il problema e, soprattutto, è nocivo per tutti, lupi compresi.

Sempre più appuntamenti

L’estate scivola verso l’autunno e ogni fine settimana è sempre più ricco di fiere, appuntamenti di vario tipo. Oggi sono di fretta e vi aggiorno velocemente con alcuni eventi che potrebbero interessarvi.

Domani, sabato 5 settembre, Fiera di San Chiaffredo a Crissolo (CN), Valle Po. Sempre in provincia di Cuneo, la Fiera di Vicoforte dal 6 al 10 settembre.

Adesso qualche immagine scattata domenica scorsa ad Estoul in Valle d’Aosta, durante un’eliminatoria delle Battailes des reines. L’intero album delle foto lo trovate su facebook.

Prossimamente dovrò parlarvi ancora di un argomento che non amo affrontare, ma che purtroppo, inevitabilmente, di tanto in tanto ritorna sulle pagine di questo blog. Dal momento che richiede una certa attenzione, lo rimando ad una giornata in cui sarò meno di fretta!

Ancora sulle battaglie delle Reines

L’altro giorno già vi avevo parlato di Battaglie delle Reines mettendo insieme alcune opinioni diverse (e contrastanti) che alcune persone hanno sull’argomento. Adesso provo a mostrarvi, con le immagini e raccontandovi qualcosa, quello che si può “sentire” partecipando ad uno di questi incontri. Non pretendo di convincere nessuno, ma volevo almeno far ragionare chi è disponibile a farlo, chi ha interesse a documentarsi.

Era la prima volta che assistevo ad uno di questi incontri in montagna. Non che abbia partecipato a moltissime di queste manifestazioni, la prima in assoluto era stata la finale ad Aosta molti anni fa. Nonostante le condizioni meteo non ottimali (pioggia nella notte e il giorno precedente, con neve in montagna a quote medio-alte), combino all’ultimo minuto e si va al Piccolo san Bernardo, al confine con la Francia. Caldo non fa, pioviggina, ma poi il tempo va a migliorare. E il pubblico non manca!

Penso ci siano almeno due modi per “partecipare” ad una Battaglia. A parte chi è direttamente coinvolto, gli allevatori e le loro famiglie, che portano gli animali e sperano magari in un qualche risultato, c’è un pubblico di curiosi e ci sono gli appassionati. Ci sono anche semplici turisti che passano, guardano per qualche minuto, poi proseguono, preferendo le bancarelle del mercatino. Forse scattano una foto, per avere il ricordo, la documentazione di quest’usanza locale. Ma gli altri, quelli che stanno lì dall’inizio alla fine, nonostante il freddo, che ci sarebbero stati anche con la pioggia, quelli hanno comunque la passione a motivarli.

Un elemento di fondo è quello su cui si basa anche questo blog, cioè… l’amore e la passione per gli animali. Il discorso è sempre il medesimo… Sempre di più sentirete un’accezione negativa nel termine “animalista”, se a pronunciarlo è un allevatore o comunque qualcuno che ha a che fare con l’allevamento di animali cosiddetti “da reddito”. Quanta confusione si fa, con le parole! Io non allevo nulla, ma ho contratto “la malattia” e, pian piano, nel modo più umile possibile, ho cercato di entrare pian piano in questo mondo, ho cercato di comprenderlo, l’ho vissuto in prima persona per alcuni anni, continuo a viverlo marginalmente grazie agli amici. Soprattutto però cerco di raccontarlo. Le parole sono importanti, ma le immagini spesso dicono ancora di più. Quindi, per me, assistere ad una Battaglia è l’ennesima sfida fotografica, riuscire a cogliere degli scatti che documentino, che parlino, che riescano a comunicare.

Ancora non sapevo che qualcuno avrebbe commentato il post sulle battaglie, quando ho scattato questa foto. Il commento in questione, a firma di “Cris” è questo: “Tutto quello che fa violenza deve essere intollerabile. In certi paesi del mondo la legge della violenza é regina, deve essere lo stesso per noi qua? in tutti i campi ? i bambini devono vedere le mucche nei campi verdi o combattendo? é solo una questione di educazione. che modello gli diamo?” Questa immagine parla appunto da sola, risponde da sola a Cris e a chi la pensa come lei. Il modello che viene dato a questi bambini è che il mondo dell’allevamento di montagna è sano, che gli animali sono amati. Che le battaglie non sono violenza, ma momenti gioiosi da condividere con tutta la famiglia, bambini compresi.

Se non è sufficiente quella foto, aggiungo questa, sempre relativa ad una premiazione. Non si impara la violenza, ma si assiste ad un fenomeno naturale, bello da vedere, appassionante, coinvolgente, che insegna ad amare gli animali, ad allevarli come si deve e ad esserne ripagati. Giusto per sfatare un altro luogo comune, non si guadagna niente in queste battaglie, se non una campana o una decorazione floreale. Certo, la stalla con delle reine vincitrici magari vende più facilmente e a prezzo maggiore i suoi animali ad altri appassionati, ma… la storia finisce lì.

Ripeto ancora una volta che le battaglie non sono cruente, non più di quanto non lo sia di per sé la natura. Anzi, alla fine di questa eliminatoria, qualcuno lamentava che le bestie avevano battuto poco, la sera prima, ad Aosta, durante la notturna all’arena, gli scontri erano stati più animali. Qui i primi incontri sono stati interlocutori, in alcuni casi si sono conclusi velocemente, in altri gli animali si sono studiati a lungo, limitando il corpo a corpo a pochi istanti sufficienti a stabilire chi passava il turno.

Gli allevatori assistono insieme ai giudici di gara. Contemporaneamente avvengono più incontri. C’è ansia, attesa, partecipazione emotiva, anche preoccupazione. Altro che incontri cruenti… Quando una vacca resta impigliata con il corno nella cinghia della campana della sua compagna, non si esita a tirar fuori il coltello e tagliare la cinghia, pur di evitare pericoli e sofferenze all’animale!

Secondo me, se si ha un minimo di passione per gli animali, è inevitabile rimanere coinvolto dallo spettacolo, anche quando gli animali non stanno ancora scontrandosi. C’è tutto un rito precedente, ed è forse soprattutto questo a far capire quanto sia naturale questo evento. Qua e là nel campo vengono predisposti dei mucchi di terra e gli animali li usano per scavare con le zampe, buttando indietro la terra, e strusciarvisi con il muso.

Ed è naturale anche lasciarsi affascinare dai momenti più vivi, quelli in cui gli animali si affrontano con il contatto diretto. Non c’è nulla di riprovevole, nulla di cui vergognarsi nell’essere “presi” quando ciò accade. Non ci emozioniamo, in fondo, per qualsiasi impresa sportiva di cui l’uomo è protagonista? Qui ammiriamo gli animali, la loro forza, la loro indole, la loro bellezza.

A volte un animale sembra cedere, la folla si prepara ad applaudire la vincitrice, ma poi la battaglia riprende. Alcuni incontri durano più a lungo, cresce l’entusiasmo, ma alla fine ci saranno battiti di mano per tutti. Solo in un caso, quando un allevatore contesta e chiede di riprendere lo scontro, si levano dei fischi. Alla fine l’esito sarà comunque quello che era già emerso pochi minuti prima.

La costanza di tutto coloro che sono saliti fin quassù viene premiata dal sole, che fa capolino tra le nuvole, e dal panorama che inizia a mostrarsi in tutta la sua bellezza. Via via si decide la classifica, gli animali vincitori andranno alla finalissima di Aosta, che si terrà il 18 ottobre.

Ogni vincitrice di categoria, ogni classificata ha l’onore della foto, insieme a tutti i membri della famiglia dell’allevatore. Sono momenti di gioia e di festa per tutti. Certo, chi vince è più contento, ma in generale l’atmosfera mi sembra quella del “l’importante è partecipare”, come è giusto che sia.

E poi si arriva allo scontro finale, quello da cui ci si aspetta la maggiore spettacolarità, e le contendenti non deludono. Dal pubblico vengono scattate foto, realizzati filmati con i cellulari, in campo c’è un fotografo ufficiale, ma anche appoggiati alle transenne ci si gode tutto, anche senza apparecchi da professionisti. Certamente occorre un minimo di preparazione, di conoscenza, per avvicinarsi a questo genere di incontri, ma non è così un po’ per tutto?

E Lionne vince, ricevendo tutta la gioia e la gratitudine di Gil, che si inginocchia davanti a lei e la bacia! Lei aspetta, sembrano capirsi con lo sguardo, il legame tra uomo e animale c’è e non lo si può negare. Dite quello che volete, ma questa è una Battaglia delle Reine.

Ancora un giro d’onore con la Regina di prima categoria, poi lo spettacolo è finito. L’appuntamento è all’incontro successivo, gli appassionati non se li perdono, domenica dopo domenica. D’estate poi portano ad andare ora qui, ora là, in località di montagna che meritano essere visitate, quindi possiamo parlare anche di un’occasione, di un incentivo al turismo.

Il pubblico comincia a defluire, chi rientra in valle, chi ritorna in Francia, chi in Piemonte. In queste occasioni, anche guardare la gente può essere interessante, visto che c’è sempre chi ha uno stile particolare e riesce ad attirare l’attenzione…

Sul colle, a metà tra il mercatino italiano e quello francese, proprio accanto ai resti romani, non manca una piccola, pacifica manifestazione di chi inneggia ad una Savoia libera. E’ bello e giusto difendere le tradizioni, le radici, la lingua, la terra, ma cosa c’è di più bello di questi incontri spontanei, proprio in nome della tradizione e delle passioni condivise, che attirano gente da paesi diversi?