Le donne sono più adatte al rapporto con le capre perché hanno una sensibilità diversa

Un post al femminile per l’8 marzo. Parlando di capre avrete già notato come tanti allevatori siano proprio donne. Le ragioni sono molteplici: è un animale più piccolo e più facilmente gestibile, è un animale che, con una certa impostazione aziendale, riesce a dare da vivere anche senza grossi numeri e grosse strutture, tra la capra e la donna c’è una certa affinità caratteriale (cosa confermata dalla maggioranza delle intervistate). La testimonianza di Mariagrazia è significativa anche in questo senso, ma soprattutto ho trovato importante il mondo in cui descrive il suo percorso di vita ed il cambiamento dei suoi punti di vista riguardo all’allevamento. La sua storia inoltre ha diverse analogie con quella di altre donne che ho intervistato: trasferirsi in montagna come scelta di vita, la decisione di allevare capre, il rimanere da sola a mandare avanti l’attività, con grande passione e determinazione.

(foto M.Arrighini)

Allevo capre Bionde dell’Adamello e ho scelto questa razza perché rustica, autoctona e bella. Non sapevo niente di capre e la mia scelta cadde sulla Bionda dell’Adamello perché mi piaceva esteticamente. Nel 2005 Claudio (allora mio compagno) ebbe l’idea di acquistare delle capre per tenere “pulito il prato”. Io avevo lasciato da poco il mio lavoro di optometrista e mi dedicai alla ricerca di queste capre. Nella ricerca mi si aprì un mondo a me completamente sconosciuto, conoscevo le capre solo come animale da compagnia per i cavalli, mi sono appassionata e abbiamo deciso di iniziare l’allevamento con 10 caprette e un becchetto. Ti lascio immaginare le scene con i biberon con le caprette che mi assalivano il fango a cui non ero assolutamente abituata, la preoccupazione di non essere in grado di occuparmi di queste creature poi, piano piano, frequentando corsi e confrontandomi con altri allevatori sono arrivata fino ad oggi e ancora ho molto da imparare, guai se non fosse così. Quello con le capre è un legame, ma non mi pesa. Nei miei primi 40 anni ho vissuto esperienze e visto posti, ora ho scelto di fermarmi e sentire. Nella stagione di asciutta mi posso permettere di frequentare corsi e allontanarmi per qualche ora e questo mi basta.

(foto M.Arrighini)

Ho tre cavalli che sono la mia passione da sempre (e poi con il fieno che mi sprecano le capre ci mantengo un cavallo). Le capre mi sono piaciute subito. Animale molto intelligente, ti mette alla prova ogni giorno è una sfida continua è affettuosa. Quando le porto al pascolo e le guardo, mi danno un senso di libertà, ribellione. Delle capre non mi piace la violenza con cui si picchiano, la legge del più forte è applicata senza pietà. Mi è capitato di trovare una capra morta per le botte ed è il dolore più grande perché sempre penso all’errore che posso aver fatto, una distrazione, una svista. I momenti difficili per me che non nasco in questo ambiente sono stati tanti, fin dal primo giorno. L’ inverno che è il periodo in cui le capre sono asciutte e non producono latte è il più duro perché non ci sono entrate ed è per questo che ho pensato di fare una linea di creme cosmetiche con il latte delle mie capre ma non è sufficiente.

(foto M.Arrighini)

Il momento più bello è il parto, un concentrato di gioia e dolore nello stesso tempo a volte questo perché vedi la nuova vita arrivare, alcune capre ti cercano come a chiedere assistenza, ma possono capitare complicazioni, morte della madre o del capretto, sofferenza. Non riesco a spiegare con le parole le emozioni che mi danno questi fatti, ma mi hanno aiutato a crescere, a prendere coscienza di alcune cose della vita. Ho imparato a conoscere meglio la natura e quanto possa essere generosa e crudele allo stesso tempo. Essendo nata e vissuta in città, avevo una visione disneyana della natura: tutto bello, a lieto fine, il cattivo soccombe sempre, Bambi che viene allevato dagli altri animali del bosco (ma quando mai!!). Invece no, non c’è un cattivo e un buono e se la mamma muore, muori anche tu perché nessun coniglietto ti allatterà. Quindi non mi stupisco quando le persone scelgono di essere “vegane” e vorrebbero salvare tutti gli animali del mondo, perché anche io ero così, e solo vivendo in mezzo agli animali ho capito che non avevo idea di cosa significa la legge della natura.

(foto M.Arrighini)

Mungo a mano e faccio il formaggio a latte crudo. Produco lattiche, stracchini e qualche stagionato. Vorrei trovare una buona cantina per fare l’erborinato. Vendo ai clienti che vengono in alpeggio e ai mercatini locali. Ho imparato seguendo i corsi organizzati dall’APA e sperimentando. In alpeggio le mie capre “si autogestiscono”, le accompagno al pascolo soltanto quando prendono la direzione che porterebbe al paese. Sono sempre libere e vengono alla baita per farsi mungere o quando piove. Quando scendiamo dall’alpeggio sono nel recinto e sfruttano il ricovero quando c’è brutto tempo. Qui le accompagno sempre al pascolo con la mia cagnolotta Nube.
Mi piace prendermi cura di loro singolarmente come il parto e la mungitura, si instaura un rapporto speciale. Credo che le donne siano più adatte al rapporto con le capre perché hanno una sensibilità diversa. Le capre sono ribelli, non bisogna prenderle con forza o gestirle come le vacche, hanno bisogno di metodi più convincenti, bisogna attirare la loro attenzione e farsi seguire, bisogna essere pazienti e gentili. Le mie 52 capre hanno tutte un nome e lo scelgo in base al mio gusto personale ma può cambiare se il carattere della capra lo richiede. Cerco di mantenere l’iniziale della madre in modo da avere le famiglie e mi aiuta a collegarle tra loro.

(foto M.Arrighini)

Sul territorio delle Pertiche non ci sono difficoltà per il pascolo perché ci sono tante aree abbandonate e le capre sono ben accette a patto che si chieda ai proprietari e non ci si avvicini alle baite che sono diventate ormai case di vacanza con giardinetti e così via. Indubbiamente la mia vita è completamente cambiata considerando che prima di avere le capre ero un Optometrista e avevo un negozio di ottica, vivevo in città e la montagna era solo quel posto dove si va a sciare. Ora con le capre ho conosciuto una vita nuova, talmente diversa che non so quando sarò sazia di questo, ho molto ancora da scoprire e da imparare da loro. Se qualcuno pensa di allevare capre, io lo incoraggio e cerco di dare il mio appoggio dove posso perché è un’esperienza bellissima.

E’ una razza che appartiene al territorio dove vivo

Un’altra intervista on-line con una giovane allevatrice di capre dalla grande passione e tenacia. Avevo incontrato Jessica Bettoni ad una riunione di allevatori in alpeggio in Lombardia, poi le ho chiesto se aveva voglia di rispondere via internet alle mie domande. Se anche voi allevate capre e volete ricevere il questionario, scrivetemi!

Mi chiamo Jessica, vivo a Bienno in valle Camonica (BS). Il mio allevamento è composto da circa 130 capre di cui circa 100 sono in lattazione e le rimanenti sono la rimonta. La  razza che allevo sono le bionde dell’Adamello, una capra autoctona della nostra zona, una capra dal lungo mantello di due tonalità biondo chiaro e biondo scuro, sul muso hanno due striature bianche e la pancia bianca. Premetto che alleviamo questa capra perché mio papà la sempre allevata e poi perché appartiene al territorio dove vivo!

(foto J.Bettoni)

(foto J.Bettoni)

La passione per gli animali sicuramente me l’ha trasmessa mio papà, fin da giovanissimo aveva qualche capra e qualche vacca, però lavorava come muratore, poi quando si è sposato con mia mamma hanno creato la nostra azienda. La mia prima capra l’ho avuta quando avrò avuto tre anni, si chiamava Bibi e mi ricorderò sempre che aveva partorito e io sono andata a guardare il suo caprette e lei mi ha dato una cornata che in fronte avevo stampato la V. In azienda alleviamo anche una settantina di bovini di razza bruna italiana, 1 cavallo 7 pecore, i conigli e 6 cani, 4 li usiamo con le capre e con le vacche mentre due adesso sono in pensione. Le mie capre stanno all’aperto circa sei mesi, invece gli altri mesi li trascorrono in stalla, tutte a stabulazione libera, l’estate ci trasferiamo sulla malga Arcina sul comune di Bienno, d’estate non abbiamo solo i nostri animali, prendiamo in affitto anche vacche e capre, quest’anno mi sono occupata nel periodo estivo di 230 capre di cui 150 da mungere. 

(foto J.Bettoni)

(foto J.Bettoni)

Ho scelto le capre perché a casa ci siamo divisi i ruoli e siccome che le capre mi hanno sempre ispirato e incuriosito, ho preferito occuparmi di loro. Anche quando ero più piccola che tornavo da scuola correvo subito in stalla dimenticandomi di fare i compiti e studiare! La capra secondo me è un animale molto affettuoso, sono furbe, dispettose, indipendenti e quando mi guardano con quel muso buffo mi fanno ridere. Non riesco a dare i nomi a tutte anche perché sono tantissime, l’unica che ho battezzato si chiama Regina perché in mezzo a tutte si distingue.

Il momento più difficile che abbiamo incontrato è stato nel 2009 quando abbiamo dovuto abbattere tutto l’allevamento perché l’autunno in malga, mischiandosi con altre capre hanno contratto l’agalassia contagiosa e non si poteva far niente, l’unica soluzione è stata eliminare tutte le 150 capre. Pensando che era da poco che avevo preso parte dell’azienda mi son sentita morire, poi fortunatamente abbiamo ricominciato ad allevare e adesso a distanza di 7 anni ho di nuovo il mio stupendo allevamento. Sento che ho un legame forte con loro anche perché tante volte se mi muore qualche capra piango anche, e poi se le cose non vanno ti cadono le braccia a terra, ma poi mi guardo la mia azienda e mi rimbocco le maniche e parto a mille. 

La cosa che mi fa essere fiera del mio allevamento è quando partecipo alle fiere, anche quest anno alla fiera delle capre a Borno mi sono aggiudicata il titolo di regina della mostra, e anche alla fiera provinciale di Edolo della capra bionda mi sono aggiudicata la regina e miglior allevamento, questi sono momenti che mi fanno essere fiera di essere un’allevatrice.

(foto J.Bettoni)

(foto J.Bettoni)

Cerco di dividere i parti così posso avere latte tutto l’anno. Il nostro formaggio di punta è il Fatulì (presidio slowfood), che è un formaggio affumicato con ginepro, produciamo la formagella e la mista capra e mucca. La vendita avviene tramite mercati settimanali e fiere, di questo si occupa mia mamma, a lavorare il latte me la cavo, però ho ancora tanto da imparare da mio papà. La nostra è un’azienda famigliare c’è mia mamma Barbara che si occupa della vendita e quando è libera ci aiuta come può, mio papà Stefano che con la sua esperienza è sempre pronto a dare una mano in qualsiasi occasione e consigli, lui lavora sopratutto con il trattore e quando sono in piena lattazione con le capre mi aiuta a mungere, la mungitura avviene meccanicamente, poi c’è mia sorella Ylenia, lei si occupa delle vacche.

(foto J.Bettoni)

(foto J.Bettoni)

Mi sono diplomata in ragioneria ho lavorato per un po in uno studio da commercialista ma non era la mia vita, appena potevo dovevo evadere da quella stanza, allora parlando con i miei mi sono inserita nell’azienda e adesso lavoro a tempo pieno. L’aspetto più piacevole è quando le chiamo e arrivano tutte vicino, mi guardano, belano e tante vengono a farsi grattare come per dirmi” eccoci siamo qui!”. E’ indescrivibile l’emozione che provo…

Se qualcuno mi dicesse che vuol tenere le le capre gli direi subito che è pazzo! Ma non perché son gelosa che qualcuno apre un altro allevamento, anzi meglio, ma perché è un impegno, bisogna capire che non c’è né sabato né domenica, tanto meno Natale e Pasqua, non puoi chiudere la stalla il venerdì e dire loro: “ciao ci vediamo lunedì!!”. Riesco a staccare ogni tanto, ma non tanti giorni perché senza tutti i miei animali sento persa.

Trovo giusto allevare questa razza perchè sento che appartiene a noi, a questi luoghi

Sono tante le persone che hanno chiesto di partecipare alle mie “interviste caprine” anche senza che io raggiungessi di persona la loro azienda. Potete chiedermi il questionario qui... Intanto oggi andiamo in Lombardia a conoscere Sonia e la sua grande passione per le capre.

Mi chiamo Sonia Marioli, vivo a Talamona, in provincia di Sondrio (Valtellina), un paese sul versante orobico. Ho un piccolo allevamento di una ventina di capre orobiche, delle quali una decina sono in lattazione e le altre sono rimonta, ma volevo arrivare a 20 da latte, stando attenta a selezionare i capretti in base alla produzione di latte della mamma per avere delle capre un po’ più produttive.

(foto S.Marioli)

(foto S.Marioli)

Allevo la capra orobica o della Valgerola perchè è una capra autoctona della nostra valle e trovo giusto allevare questa razza perchè la sento che appartiene a noi, a questi luoghi, alle nostre montagne, e poi è bellissima! La mia prima capra è stata una capretta orobica quando avevo 11 anni. Premetto che mio papà aveva già un’azienda solo di mucche brun alpine e caricava l’alpeggio, andavo sempre a trovare un conoscente che aveva alcune capre (mi attiravano), finché un giorno gli ho chiesto se mi dava una capretta, gli ho detto che passava poi mio papà a pagare! La passione l’ho presa dal mio papà sicuramente, mi ha trasmesso tutto quello che so.

(foto S.Marioli)

(foto S.Marioli)

Abbiamo un’azienda di 50 capi di mucche brune alpine originali, tra grosse e piccole, al pascolo per circa 6 mesi all’anno. Abbiamo due cavalli, usati a basto per trasporto legna, formaggio e viveri, in alpeggio), un cane, un gatto e le galline. Le capre sono una risorsa per il territorio, soprattutto per i nostri alpeggi, per le zone non accessibili alle mucche o nel bosco e sottobosco, lo tengono un po’ “regolato”.

(foto S.Marioli)

(foto S.Marioli)

Perchè ho scelto le capre? Questa è una domanda a cui non so rispondere, so solo che sono sempre stata attirata da questi animali! Da quanto ero bambina… e da quando ho iniziato ad allevarle, non me ne sono mai pentita. La capra è un animale che o lo ami o che lo odi! Un vecchio pastore che lavorava con mio papà mi diceva sempre: “non comprare le capre… la capra è una bestia maledetta!”, ma secondo me è un animale fiero, indipendente, che può fare benissimo a meno dell’uomo. Però quando in alpeggio arriva l’ora della mungitura che le chiamo e loro arrivano di corsa e belano quasi a salutarmi e si grattano sulla mia gamba… è una gioia che non si riesce a spiegare e che non tutti capiscono. Il momento più difficile è stato quando ero incinta dei miei due bambini nel 2009 e nel 2012. Ero quasi rassegnata a doverle vendere, poi con l’aiuto di una mia cara amica, capraia pure lei, e tra una poppata e l’altra ho superato i momenti più duri. Adesso la prima ha sette anni e mi aiuta, e anche il piccolo di quattro, ha passione e a modo suo mi da una mano pure lui.

(foto S.Marioli)

(foto S.Marioli)

Quando dopo Pasqua ho tirato via i capretti, faccio qualche caprino e qualche formaggella, oppure lo metto in caldaia con quello di mucca. In estate lo lavoriamo assieme a quello vaccino e facciamo “Bitto storico”, che adesso non possiamo più chiamare Bitto, ma solo “storico”. In alpeggio teniamo su altre capre (orobiche) di alcuni amici per un totale di un centinaio, una settantina da latte. Il latte ho imparato a caseificarlo da mio papà, casaro storico. Adesso l’allevamento intensivo sta passando un brutto periodo. Noi con la nostra idea stiamo cercando di diversificare i prodotti e fare un formaggio, anzi… dei formaggi legati alle nostre razze e puntare alla qualità per ottenere prodotti sempre migliori. Comunque tutto il nostro settore è un po’ in crisi e con gli animalisti che prendono sempre più “potere”, dobbiamo stare attenti.

(foto S.Marioli)

(foto S.Marioli)

In azienda mi occupo delle mie capre, mio marito Alfio Sassella delle mucche, poi quando ho regolato le capre lo aiuto con le mucche. Facciamo in stalla da soli, d’estate teniamo due operai stagionali. Il fieno ce lo facciamo noi, ci basta, diciamo per i primi quattro mesi che sono in stalla. La nostra vita è semplice, legata ancora al ritmo che ti “impone” la natura… sia per le capre che per le mucche. Prima vengono loro (a parte i miei bimbi), ma se c’è un parto in vista o una che non sta bene, faccio i salti mortali per accudirla ed essere presente, anche di notte!

(foto S.Marioli)

(foto S.Marioli)

Secondo me le donne sono più sensibili e per un certo verso capiscono di più gli animali. Io parlo per me, anche quando sono prossime a partorire o stanno male, io mi immedesimo nella situazione. Non mi ricordo come fosse la mia vita prima di avere le capre… sono cresciuta con loro! Se qualcuno mi dice che vuole iniziare a tenere le capre gli dico di pensarci bene, che poi ci sono tutti i giorni, domenica e festivi e non ci si può tirare indietro o rimandare a domani. Penso che le capre “da compagnia” siano una cavolata. Si rischia che la gente tiene una capra, la tratta come un cane, naturalmente a discapito dell’animale. Dalle mie parti ci sono altri allevatori e più o meno ci conosciamo tutti. Andiamo anche d’accordo, ci si scambia magari i becchetti per cambiare il sangue, ma c’è anche un pizzico di rivalità, soprattutto quando si partecipa alle mostre caprine.

Cerco testimonianze e… le testimonianze arrivano!

Ieri ho lanciato su facebook una “campagna” per ampliare il numero di testimonianze di allevatori e appassionati di capre. A chi fosse interessato a raccontarmi la sua “storia” con le capre, in giro per tutta l’Italia, invio un questionario da compilare. Potete richiedermelo via e-mail e inserirò anche qualcosa della vostra esperienza con questi animali che saranno l’oggetto del mio prossimo libro. Avevo appena pubblicato l’annuncio quando ho ricevuto questo messaggio… Un bello stimolo per andare avanti con il mio progetto!

Leggevo su fb che il suo prossimo lavoro riguarderà le capre e i caprai. …il mio bimbo sarà contentissimo. Il mio pensiero è che con le mucche o le capre o le pecore eccetera, uno nasce già con la predisposizione. Il mio bimbo e nato in mezzo alle mucche, ma all’età di sei anni circa ha voluto una capra ed ora che ha otto anni ne ha già tre! Scuola permettendo se le munge, se le pascola, fa tutto lui… Caprai si nasce… non si diventa!! Scusi la battuta… comunque… attendiamo con trepidazione il nuovo lavoro!“. Grazie Isabella e complimenti al tuo bimbo!

Queste foto invece me le manda Arianna dalla Lombardia. “Ecco qui dove sono andata domenica scorsa. Sono andata da un amico, un amico vero, che mi ha fatto conoscere un mondo da cui a fatica per errori miei mi sono dovuta per il momento allontanare… Un mondo difficile da capire, ma per me così importante che non posso farmelo rovinare. Grazie a Roberto ed Emilio per l’ospitalità. Siete forti ragazzi… con voi mi sento subito a casa…

Grazie come sempre a tutti gli amici per blog per la loro collaborazione. Prossimamente forse non sarò molto presente qui, ma quando “rientro”, troverete nuove storie, nuove immagini.

Come dare le notizie

Articoli a confronto… Il giornalismo dovrebbe essere un mestiere serio, ma ormai ci sono così tanti posti dove si cerca di fare informazione, specialmente on-line, che si incontra un po’ di tutto. Iniziamo da notizie locali.

(foto G.Agù)

12 febbraio 2016, breve articolo sulla versione on-line dell’Eco del Chisone:Una mandria di mucche a spasso tra le auto in corso Torino a Pinerolo. E’ successo questo pomeriggio in pieno centro: il traffico si è fermato per pochi minuti e gli automobilisti e i pedoni di passaggio si sono goduti lo spettacolo.” Ovviamente si trattava della mandria di manze della famiglia Agù che, terminata l’erba dei prati, rientrava nella cascina di San Pietro Val Lemina. Momento di lavoro e non “mucche a spasso”. Chi legge e non sa potrebbe pensare forse che gli allevatori, ogni tanto, portano a spasso i bovini, così come si fa con i cani.

(foto dpa – Berliner Kurier)

Cambiamo stato, andiamo in Germania. Pascolo vagante a Berlino. Non conosco il Tedesco, ma il traduttore di Google ci permette di comprendere il succo di questo articolo. “…il pastore Knut Kucznik camminava con il suo gregge gigante. Naturalmente, non per divertimento – Kucznik ha portato 600 animali da un pascolo in Ahrensfelde ad un prato a Berlino. Lungo la strada ha superato anchela zona residenziale di Marzahn – e raccolto sguardi increduli. Gli animali sono arrivati ​​sani e salvi a destinazione. Hanno dovuto attraversare anche la B158 e un terrapieno ferroviario.” Avete notato niente? Quel “naturalmente non per divertimento” (Natürlich nicht zum Spaß) che fa la differenza con l’articolo di Pinerolo.

Altra notizia che circola in rete e che viene ripetutamente condivisa. Lombardia, si rinnovano i contratti degli alpeggi in gestione all’ERSAF, ente regionale che gestisce numerose malghe. Niente di strano, in Piemonte ci sono soprattutto alpeggi comunali, per quello che concerne la proprietà pubblica, e vanno all’asta singolarmente. In Lombardia evidentemente vanno all’asta “in blocco”, si parla di 33 alpeggi, ma la notizia in certi siti viene ripresa e presentata un po’ come se si trattasse di una novità. In questo articolo già si parte con “…l’ERSAF concede 33 alpeggi collocati all’interno delle foreste della Lombardia…” (sì, è verò, l’ERSAF è l’Ente Regionale per i Servizi all’Agricoltura e alle Foreste, ma le malghe generalmente più che tra le foreste, sono tra i pascoli!). Poi si prosegue con questo tono: “Siete manager in carriera ma il vostro sogno è sempre stato quello di diventare bovari? Avete la passione per la campagna, le transumanze, la mungitura del latte? Occhi aperti allora, perché c’è un bando che fa al caso vostro.” Francamente io mi auguro che possano continuare ad essere utilizzati dai pastori e malgari che già li affittavano, per evitare che restino senza montagna per la stagione estiva. Poi ben venga ogni progetto di valorizzazione e stiano lontani i vari speculatori a caccia di ettari e contributi. Comunque, qui vi sono i bandi per le aste pubbliche delle malghe. Se siete manager in carriera e volete cambiare vita… prima andate a fare una stagione in alpe come aiutante, giusto per capire come stanno le cose, poi allora magari…

Fiere, altri eventi e un importante appuntamento per i pastori vaganti

In Lombardia si cerca di far qualcosa per tutelare la pastorizia nomade e rilanciarne i prodotti. Non è la prima volta che si tenta di mettere in piedi iniziative in tal senso, ma ora più che mai è necessario essere uniti tra pastori per affrontare problematiche e opportunità.

Questa è la lettera di convocazione per l’incontro, aperto a tutti gli interessati di tutto il Nord Italia (non solo Lombardia!!), che si terrà il 25 novembre a Zanica (BG) in via Aldo Moro 9 alle ore 20:30. Lo so che, facendo il pastore, è difficile spostarsi ed avere tempo, ma sarebbe importante partecipare per riuscire a “costruire” qualcosa, altrimenti si rischia di perdere un’importante opportunità.

(foto M.Ziliani)

Quest’immagine l’ho presa dalla pagina Facebook di Antonella, la moglie di Massimo, uno degli organizzatori dell’incontro, da cui ero stata quest’estate in alpeggio. Ritrae il gregge verso Ostiglia. Pensate che uno dei problemi della pastorizia nomade è il fatto che, per legge, gli argini (come questi, del fiume Po) non sarebbero pascolabili!!! Ogni singolo pastore si lamenta, ma… se fossero tutti uniti, magari si potrebbe ottenere qualcosa! Per partecipare alla riunione o per avere maggiori informazioni sull’iniziativa: Massimo (3388199503), Tino (3335225220) e Silvestro (3472237255).

Questo fine settimana invece vi segnalo ancora alcune fiere e feste. Dopo il successo dello scorso anno, vi invito a venire alla Fiera di Pomaretto all’imbocco della Val Germanasca (TO), sabato 21 novembre. Ore 8:00 apertura e arrivo degli animali, ore 15:00 premiazione. Sono previsti circa 500 capi in mostra.

Altra fiera a Villanova Mondovì (CN), in occasione della festa di santa Caterina, si terrà BEE, pensieri, parole, formaggi. 22 novembre 16ª rassegna ovicaprina e fiera mercatale di Santa Caterina. Qui sul sito del Comune, il programma dettagliato della manifestazione.

Sempre domenica 22 a Perloz (AO), tradizionale 34° battaglia delle capre. Inizio dei combats alle ore 13:00. Sono gli ultimi appuntamenti prima della stagione invernale…

Ho iniziato in Svizzera

La cavalla che era arrivata scendendo per i pascoli era di proprietà di un altro pastore il cui alpeggio confina con quello di cui ero ospite. Ogni vallone un gregge! Ovviamente Giacomo, il pastore, non può lasciare le pecore per venirla a cercare, così si parte…

La cavalla è brava e Valik è esperto, così la cavalca lungo il sentiero che porta al colle. Facciamo una gita fuori programma che non mi dispiace affatto: altre zone da vedere, un altro gregge, un pastore di cui ho spesso sentito parlare, ma che non conosco di persona.

Dopo il colle, iniziamo a scendere, ma poi vediamo il gregge sulla sinistra. Giacomo ci chiama, ci viene incontro e noi risaliamo con l’animale. Gli abbiamo risparmiato un viaggio e ci ringrazia, aveva cercato di contattare chiunque per recuperarla, ma di là il telefono non prende. Il pastore ha voglia di chiacchierare e volentieri ci invita a vedere il gregge.

Questa è solo una parte degli animali, anche lui ha un altro gregge in pianura, gli agnelloni e alcune pecore. La sua zona è quella di Mantova. Ma mi spiega che non solo gli animali sono lontani, pure la famiglia. La moglie e i bambini sono amche loro in alpeggio, ma con le vacche, e lui quando può scende la sera e li raggiunge, per poi rientrare in alpeggio l’indomani. Una vita dura, una vita di sacrifici.

I pastori si fanno scattare una foto di gruppo, Giacomo mi racconta che spesso guarda queste pagine. “Avevo visto quando sei stata in Svizzera, avevo riconosciuto i basti arancioni degli asini! Ho lavorato anch’io per Sandro…“. Fin da bambino aveva la passione per gli animali, va a scuola e si diploma perito agrario, ma d’estate ha sempre fatto le stagioni in alpeggio, a guardare le vacche. Per una serie di combinazioni, viene chiamato a fare una stagione in Svizzera d’inverno, la sua prima esperienza con un gregge. Continua con quel lavoro, poi una decina di anni fa acquista le sue prime pecore e diventa pastore.

Numerose sono le conoscenze comuni, anche in Piemonte. Un po’ il mondo della pastorizia è piccolo, un po’ è inevitabile che ci siano scambi e contatti tra le regioni confinanti. Ci si confronta, si acquistano i montoni per “cambiare il sangue”. Oltre ad avere parte del gregge in pianura, anche Giacomo scenderà presto dalla montagna per portare il gregge a pascolare in pianura, nelle stoppie.

Ci mostra il suo alpeggio, la baita, le zone dove si sposterà a pascolare nei prossimi giorni. Anche qui manca la strada, per cui deve raggiungere la malga a piedi. E’ più facile trovare strade dove l’alpeggio è utilizzato dai bovini, per i pastori spesso ci sono tante difficoltà in più.

Si preoccupa per le foto che sto facendo, vuole vedere quali animali ho immortalato. Quelle capre con le corna non sono sue, le altre sì… E devo fare ben attenzione alle foto delle pecore, devono essere animali che fan bella figura! Nonostante le sue preoccupazioni, il gregge è in ottime condizioni, gli animali ben tenuti. C’è qualche pecora che sta iniziando a partorire, non sarebbe dovuto capitare qui in montagna, ma a volte succede…

Sarebbe stato bello continuare a chiacchierare con Giacomo, ma purtroppo bisogna rientrare. Lui scherza: “Se qualcuno si vuole fermare, mi aiuta a portare giù alla malga gli agnelli…“. Le nebbie vanno e vengono, ma è solo l’effetto del contrasto con il caldo della pianura. Salutiamo il pastore e torniamo verso il colle, per ridiscendere dall’altro gregge.

Per chi volesse incontrare Giacomo, parlare con lui e saperne di più sulla vita dei pastori, l’Ersaf organizza proprio presso la sua malga, per il 18 agosto, una giornata con il pastore. “Sono alpeggi della Regione e dobbiamo fare anche queste cose, ma mi fa piacere. Bisogna far vedere alla gente che non siamo dei delinquenti… La gente ormai pensa chissà cosa dei pastori…

Chi parte e chi arriva

Ancora in alpeggio con il gregge, ma come vi avevo detto, qui la gestione è particolare. Quel giorno era tempo di “cambio della guardia”, qualcuno scende, qualcun altro sale.

Il cielo era limpidissimo, terso, le temperature elevate per essere al mattino e a quella quota. Non essendoci la strada, per i trasporti qui si usano ancora i vecchi metodi, quindi bisognava mettere il basto all’asino e caricare la roba da portar via. Soprattutto però l’animale era utile per ritornare indietro con tutto il carico di viveri, pane duro per i cani e altre cose che chi saliva dalla pianura aveva portato per i giorni successivi.

Luca scende, arriva suo zio Giuseppe ed altri “aiutanti”. Dalla curva della strada alla malga il cammino non è lunghissimo, ma proprio per questo fa ancora più rabbia che non si sia provveduto a tracciare una pista fin lì. Parte del carico resta là, sacchi di pane per i cani, tutto il resto viene trasportato, un po’ a spalle, un po’ sul basto. Si posa tutto nella baita, ci sarà tempo per sistemare ogni cosa al suo posto, è ora di andare ad aprire il recinto e mettere le pecore al pascolo. Non si va lontano, quel giorno.

Il gregge viene portato nel pianoro sotto alla malga e ciascuno si posiziona per contenere gli animali. Praticamente viene “dato il pezzo” come se si fosse in pianura. Gente ce n’è ben oltre il necessario, infatti (oltre alla sottoscritta), ci sono due aiutanti extra, vecchie conoscenze… Chiacchiero con Beppe, mi spiega anche lui l’organizzazione della loro azienda. E’ lui quello che trascorre più tempo in montagna. Mi parla del figlio che ha finito le superiori e vorrebbe fare veterinaria: “…ma in questi mesi intanto è andato a lavorare. Gli fa bene lavorare sotto padrone, imparare cosa vuol dire, poi si vedrà.” Ci fosse la strada, magari verrebbero su anche la moglie, la figlia piccola. Il figlio è molto legato a quella montagna, praticamente ci è cresciuto: “Se adesso non ce la danno più, non so se da un’altra parte verrebbe ancora…“.

A mezzogiorno le pecore vengono, come sempre, fatte rientrare al recinto. Arriva qualche nuvola, il sole picchia forte, non è però prevista alcuna pioggia. Con Beppe, sono saliti Daniele e Michael. Daniele è il mio amico panettiere, conosce da tempo questi pastori, girano dalle sue parti. Quest’anno starà su in alpeggio con loro qualche settimana, se il suo lavoro gli concede un po’ di tregua. Anche lui confronta i ritmi e le modalità di gestione del gregge, così diverse da quelle incontrate in Piemonte: “Però là avevo imparato tanto…

Oltre a Daniele, con il gregge c’è Michael. Questo ragazzino è un altro “malato” per le pecore. Pur non essendo nato in una famiglia di allevatori, fin da bambino si è sempre fatto portare dai genitori a vedere il gregge e, anno dopo anno, passa tutto il tempo possibile con questa famiglia di pastori che pratica il pascolo vagante dalle sue parti. Se non va a scuola, di sicuro non è a perdere tempo o a commettere qualche imprudenza. La sua passione sono le pecore ed è lì che si fa portare dal papà, non avendo ancora la patente. “E le bestie le conosce, il lavoro lo sa fare bene!“, raccontano i pastori.

Quella è una giornata di arrivi. Mentre si era al pascolo, al galoppo dai pendii scende una cavalla, che si dirige verso i pastori e le pecore. Il proprietario è un altro pastore, il cui gregge si trova in un altro vallone. “Questo posto piace ai cavalli, una volta ne avevamo su diversi. Quando scappano da altre parti, vengono qui…“. La cavalla è brava, si lascia prendere, bisognerà riportarla al proprietario, se non verrà lui a recuperarsela.

Alla fine faremo una spedizione per ricondurla a Giacomo, il pastore, e ci fermeremo un po’ a chiacchierare con lui, rientrando dal gregge solo nel tardo pomeriggio. Tanto siamo in sovrannumero, come pastori! Le pecore sono abituate ad essere pascolate in quel modo “strano”, che per me appartiene più alla pianura che alla montagna, così restano abbastanza ferme, anche le capre pascolano in mezzo a loro, bisogna solo mandare il cane ogni tanto a rispettare il “confine” che l’uomo ha stabilito per quel giorno.

Pian piano arriva la sera, quel giorno si finirà ancor prima del precedente, essendo le pecore così vicine al recinto. Mi fa uno strano effetto pensare che qui la stagione d’alpeggio volga al termine, quando ero abituata a vedere nel mese di settembre il periodo più bello per stare in montagna. Non credo che, a fine agosto, l’erba sia totalmente pascolata, ma la disponibilità di stoppie in pianura rende più vantaggioso scendere presto.

Dopo cena arriva anche il vicino di alpeggio, il malgaro che, con i genitori, occupa la malga confinante. Loro allevano bovini. Ogni tanto ci si trova per fare quattro chiacchiere, ovviamente per me il problema è che si parla principalmente in dialetto e… risulta problematico seguire il discorso, specialmente se non si parla uno per volta!! La baita è bella, accogliente, è stata anch’essa ristrutturata recentemente. Ci sono le stanze, un bagno e la luce è garantita dal pannello fotovoltaico.

L’indomani riprende il solito ciclo. Sveglia, colazione, il tutto con la massima calma, poi si va al recinto e si fanno succhiare gli agnelli sotto alle capre. Un’altra giornata di sole, con temperature ancora più calde del precedente. Qui il telefono non prende, bisogna spostarsi per trovare dei punti dove c’è un minimo di segnale per poter chiamare parenti e amici in pianura, sapere le notizie, essere informati sul caldo africano che stava sopraggiungendo.

Il gregge viene nuovamente portato a pascolare nel prato sotto alle baite. C’è poco da camminare, sia per gli uomini, sia per gli animali. Il recinto per qualche giorno non viene spostato, tanto il terreno è asciutto e non ci sono problemi. Quando si cambia posto, bisogna raccogliere e poi ripiantare non solo le reti, ma anche i picchetti e i fili della seconda recinzione anti-orso. Un lavoro che richiede un tempo non indifferente e bisogna ringraziare il fatto che lì, bene o male, il terreno sia abbastanza pianeggiante.

Il gregge continua a pascolare ciò che aveva iniziato il giorno precedente, quindi c’è solo più da sorvegliarlo sui lati in cui c’è ancora l’erba “intera”, dato che gli animali non tornano indietro verso l’erba già mangiata e pestata. Il sole è veramente intenso e brucia la pelle, i cani cercano l’ombra tra l’erba alta.

Beppe il giorno prima mi aveva detto che, di solito, questa parte del pascolo veniva lasciata per la fine della stagione, ma quest’anno è cresciuta troppo. Meglio mangiarla adesso prima che secchi ancora di più. Inoltre, fosse venuto a piovere, di sicuro le pecore l’avrebbero pascolata malamente, alta così. Il primo impatto è quello delle spighe ormai mature, ma sotto c’è comunque erba verde in abbondanza, che gli animali pascolano meticolosamente.

Prima di riportarle nel recinto, viene dato loro il sale proprio davanti alle baite. Tempo che il gregge ritorna al recinto, il pranzo è pronto e ci si può mettere a tavola. Nei primi giorni dopo la salita dalla pianura, si riesce a mangiare un po’ di carne, che scongela man mano, però manca un frigorifero, il piccolo pannello consente solo di illuminare le stanze, far funzionare la radio, ricaricare i cellulari. Successivamente il menù diventa meno vario: pasta, riso… Per me viene il tempo di preparare lo zaino e rimettermi in cammino, raggiungere di nuovo il colle, valicarlo e tornare alla mia auto. Mi attende un lungo rientro con temperature che paiono ancora più calde, dopo le notti in alpeggio in cui, bene o male, si dormiva nel sacco a pelo.

E’ colpa mia se abbiamo continuato

Il mondo a volte è proprio piccolo. Non immaginavo di ritrovare un amico proprio “dietro la cresta”, in Val Trompia. Casualmente infatti vengo a sapere che una mia vecchia conoscenza è in un alpeggio confinante a quello che mi ha ospitata la domenica, così…

…zaino in spalla, sacco a pelo, qualche indumento di ricambio, l’ombrello anche se le previsioni sono buone, una maglia pesante anche se si annuncia una nuova ondata di caldo, raggiungo il colle e mi avvio sul sentiero che mi porterà alla malga dove mi stanno aspettando.

Il gregge è ancora nel recinto. E’ un gregge che “conosco”, l’avevo incontrato in autunno nelle stoppie del mais della pianura bresciana. Quest’estate, con questi pastori, c’è anche un mio amico che, in passato, aveva trascorso qualche settimana in alpeggio in Piemonte. La passione per la pastorizia facilita questi strani incontri, che avvengono anche così, casualmente, tra le montagne.

Anche malga Stabile Fiorito è di proprietà dell’Ersaf. I pastori che la utilizzano salgono qui da una ventina di anni, ma pare che, alla scadenza del contratto, laRegione voglia darla ad altri, magari ad un allevatore di bovini. Non c’è la strada, quando è stata fatta una pista negli anni scorsi, questa è arrivata solo alla malga confinante. Bastava poco per raggiungere anche questa struttura, ma evidentemente nessuno si rende conto dei disagi e delle difficoltà che ci sono a stare in una malga non servita dalla strada. La speranza è che nessun malgaro la voglia prendere in affitto, mancando proprio la possibilità di raggiungerla con i mezzi.

Qui i pastori si danno il cambio, fanno i turni dividendosi tra la montagna e la pianura. Quel giorno in alpeggio incontro Luca e il suo operaio. Mi stavano aspettando per andare dal gregge, la mandra comunque è lì vicino. Il recinto qui è particolare, ce n’è uno esterno (picchetti alti in plastica e fasce elettrificate) ed uno interno con le normali reti “da pecora”. Ogni recinto ha la sua batteria.

Il perchè di tutto questo lavoro aggiuntivo? “E’ per l’orso. Sembra abbiano visto delle tracce in un vallone più in là. Poi sono sparite delle capre di un gregge incustodito che gira da quella parte sulle punte, ma lì magari è un orso con due gambe… Comunque qui l’orso c’è già stato. Ha ucciso delle pecore e l’ho visto di persona.” Luca mi racconta dei cani che abbaiano di notte, lui che li libera, loro che vanno contro al predatore, poi alcuni tornano impauriti e si rifugiano alla baita, terrorizzati. Altri invece lo “chiudono” contro le rocce e l’animale si difende dando zampate. “A volte ci troviamo con il vicino, il ragazzo che è in alpeggio con le mucche di là… Poi si rientra ovviamente a piedi, di notte. Non è piacevole! Si scherza, ma quando lo vedi ti passa la voglia di scherzare!

Si parte verso i pascoli, quel mattino Luca conduce il gregge in una zona tra le rocce, più a valle rispetto al recinto. Qui la gestione è molto diversa rispetto a quella che conosco io, in Piemonte. Parte degli animali sono in montagna, altri sono rimasti in pianura, pertanto chi non è in alpeggio deve comunque occuparsi dell’altro gregge. Con questo caldo e siccità, non c’è solo da pascolare gli animali, ma anche portare acqua. Inoltre gli orari di lavoro sono dettati più che mai dal sole: si deve pascolare al mattino presto e poi la sera.

La montagna non è ripida, ma abbastanza “sporca” di cespugli. Il gregge si allarga a pascolare, i pastori lo sorvegliano, uno a monte, uno a valle. Non lasciano che le pecore avanzino oltre un certo punto e il gregge resta abbastanza compatto. Luca intanto mi racconta la sua vita, la sua passione, parliamo di problemi della pastorizia, i soliti problemi che sono stati discussi anche il giorno prima alla riunione. Oltre agli operai, ad occuparsi del gregge c’è suo zio, suo papà (che però non viene in montagna) e lui stesso.

Verso mezzogiorno, le pecore vengono fatte rientrare nel recinto. Inutile star lì a guardarle ruminare, si preferisce chiuderle e tornare alla baita per pranzo, tranne quando si è un po’ più lontani e allora ci si porta dietro qualcosa da mangiare. “Anni fa abbiamo dovuto abbatterle, una di quelle vendute da macello è stata trovata positiva alla scrapie. Mio papà voleva smettere… Io ho insistito per ricominciare, comprarne subito altre, andare avanti. Ogni tanto me lo rinfaccia ancora… Se non era per me, adesso poteva vivere tranquillo!! Ci hanno promesso i soldi, ma noi abbiamo disinfettato le stalle, tutto quanto, e siamo subito ripartiti con i soldi che avevamo da parte. Poi però servivano quelli della Regione per andare avanti. Alla fine sono arrivati. Di quelle che hanno abbattuto e incenerito, un certo numero le hanno analizzate, ma nessuna è risultata positiva…

Attraverso i recinti, si cerca anche di migliorare i pascoli. Almeno nelle zone pianeggianti, si spostano le reti e si fanno dormire le pecore dove ci sono cespugli (ginepro, rododendro, mirtilli), così questi poco per volta regrediscono. La montagna di fronte, utilizzata dai bovini, è ancora più “sporca”, con molti ontani. Scoprirò che oggi salgono molte meno bestie di un tempo, chi ha vacche da latte spesso preferisce rimanere in pianura.

Il gregge rientra al recinto, mentre le prime nuvole salgono dall’altro versante. Mi dicono che qui è più raro che vi sia la nebbia, rispetto alla malga dov’ero il giorno prima. Sono giornate calde, anche qui l’erba è gialla, secca. E’ cresciuta molto a causa delle alte temperature ed è “invecchiata” prima del tempo. Già lo sapevo, ma mi viene confermato per l’ennesima volta come da queste parti si salga in montagna abbastanza tardi e si scenda presto, addirittura alla fine di agosto.

In Piemonte si fa quasi a gara per rimanere in montagna il più a lungo possibile! Erba direi che qui ce n’è, ma non si fa un secondo passaggio, si pascola una volta e poi via. La qualità dei pascoli non è eccezionale, ma ho visto anche di peggio. Si scende presto grazie a quelle che sono le zone utilizzate nella stagione di pascolo vagante, comode e ricche di foraggio. Il gregge viene rimesso al pascolo nel pomeriggio e si cambia zona, ci si sposta poco sotto, a fianco del ruscello che fa da confine con i pascoli delle vacche.

Luca continua a raccontare, mentre le pecore trovano l’erba per saziarsi. E’ un giovane al passo con i tempi, passione per le pecore, ma lo sguardo sul mondo. Presto si sposerà, la sua fidanzata fa un altro mestiere. Ama essere “ben vestito”, in ordine, specialmente se ha da essere a contatto con la gente. “A volte chi non sa che lavoro faccio e mi incontra quando non sono con le pecore, si stupisce quando dico che faccio il pastore!“. Utilizza il computer per gestire la burocrazia relativa al gregge, ma tutta la parte finanziaria dell’azienda è seguita dalla mamma.

Ognuno, in famiglia, sembra avere il suo ruolo. Sono organizzati anche per la macellazione dei capi, specialmente per la festa mussulmana del sacrificio. La vendita dei montoni per questa occasione è infatti una delle principali fonti di reddito per i pastori vaganti. Mi parla dei viaggi del padre verso l’Alto Adige, quando si andava nelle piccole e piccolissime aziende a comprare un animale qui, uno là, invece oggi ci sono le grosse aste. Quando sono in pianura, il gregge gira a distanze relativamente brevi rispetto alla cascina, massimo una ventina di chilometri. Si pascolano soprattutto stoppie e incolti, non ci sono i prati, non si compra l’erba come in certe parti del Piemonte.

Viene sera e gli animali vengono fatti rientrare al recinto ben prima che sia buio. Una volta chiuse le reti, c’è solo da far succhiare un paio di agnelli sotto alle capre ed i lavori sono finiti. Un ritmo di lavoro più “rilassante” rispetto ad altre realtà che ho conosciuto in questi anni. Anche in pianura, pur alternandosi tra cascina, pascolo e tutte le altre incombenze, mi sembra di capire che questa sia una realtà ben organizzata. Per quella sera, si rientra alla baita e si continuano le chiacchiere, tra aneddoti e curiosità sui diversi modi di lavorare in regioni confinanti.

Riunire i pastori

In questi giorni sono stata in provincia di Brescia, più precisamente sulle montagne della Val Trompia. L’occasione era un incontro organizzato a malga Cigoleto, per parlare di problemi della pastorizia.

Sono panorami un po’ diversi da quelli a cui sono abituata. Anche se il mio viaggio per raggiungere l’alpeggio è avvenuto sotto la pioggia battente, pure da quelle parti la siccità e il caldo di quest’estate hanno lasciato il loro segno. Domenica mattina però splendeva il sole e si poteva godere del panorama. Purtroppo nel corso della giornata è poi arrivata la nebbia, ma non ha influito sulla partecipazione all’incontro.

Gli alpeggi lì sono regionali, gestiti dall’Ersaf, e sono stati ristrutturati negli ultimi anni. Feste, incontri e manifestazioni in alpeggio vengono organizzati anche in funzione della gestione regionale. Massimo e Antonella, dell’alpe Cigoleto, hanno infatti un calendario di manifestazioni che prevede ben quattro appuntamenti (questa domenica, 9 agosto, festa dell’alpeggio con pranzo in malga e degustazioni di formaggi).

Domenica scorsa invece si parlava soprattutto di pastorizia, anche perchè Massimo è uno dei tanti pastori vaganti della Lombardia. All’incontro ha partecipato una quarantina di persone, ma purtroppo i pastori erano meno del previsto. Il lavoro, le distanze, impegni vari… Ci si aspettava anche qualche rappresentante in più da parte delle Istituzioni, ma comunque l’incontro c’è stato e i temi da trattare sono stati discussi a lungo.

Massimo già la sera prima mi aveva parlato a lungo delle problematiche che, lui e altri pastori, incontrano nel corso di tutto l’anno, specialmente in pianura: parchi fluviali, divieti di pascolo, argini dei fiumi dove cresce di tutto o dove passano mezzi cingolati per tagliare erba e arbusti, ma dove le pecore (e i pastori!) vengono multati se vi mettono piede. Niente di nuovo, sono i soliti problemi che ho ascoltato e vissuto quando ho iniziato a frequentare questo mondo e che si ripropongono di anno in anno, ovunque, sempre allo stesso modo. “Per poter lavorare con le Istituzioni, trovare degli accordi, mettere in piedi dei progetti, dobbiamo avere un’associazione. Prima dobbiamo risolvere i problemi che non ci permettono di lavorare, poi potremo pensare alla valorizzazione dei prodotti, ecc…“, spiega Massimo, mentre mi mostra lettere, documenti, estratti di leggi e regolamenti. “Noi pastori non siamo uniti, così non contiamo niente. Ma devono esserci le persone giuste a parlare, altrimenti meglio stare zitti.” La rappresentante della Regione parla di un “piano di pascolo” lungo i fiumi, trovare delle zone alternative per i pastori che, a causa dei divieti nelle aree fluviali, incorrono in multe e denunce nel periodo primaverile.

Tino Ziliani, rappresentante dell’Associazione dei pastori già esistente, e Annibale Gusardi, pastore, intervengono esponendo le loro ragioni. E’ difficile per chi fa questo mestiere partecipare a incontri e riunioni. “…poi noi qui abbiamo la batida, un territorio, un’area in cui gira ogni pastore. Non posso andare da un’altra parte, se è la batida di un altro! E non abbiamo bisogno che sia la Regione a parlare con i contadini, quello lo facciamo noi come abbiamo sempre fatto. In primavera sui prati non si può andare, da sempre si va lungo i fiumi, e se adesso il Parco mi da una cartina con tutto rosso, tutto vietato, io non so dove andare! Bisogna far sparire quel rosso, non serve altro!“. Si parla e si parla, ma alla fine non può essere da quell’incontro che si porta a casa un risultato. Solo il futuro (e la determinazione di qualcuno ad andare avanti) potrà dire se si riuscirà a creare una nuova associazione, anche estesa ad altre regioni, come il Piemonte, oppure no.

Massimo in alpeggio ha capre, pecore e qualche vacca. Produce anche formaggi (vaccini e caprini), che vende ad un commerciante. Antonella infatti mi racconta che di lì non passa nessuno, è impossibile pensare di vendere in alpeggio. Scendere a far mercati è ugualmente problematico, la strada è lunga, uno sterrato non facile, non vale la pena affrontare il viaggio, meglio la vendita sicura in blocco di tutto il prodotto.

Il mondo degli alpeggi cambia… Se certi gesti, certe esigenze, restano quasi immutate, anche a queste quote i dibattiti riguardano gli affitti delle montagne, la burocrazia, le difficoltà, le mille complicazioni che la nostra era estende anche ai mestieri più antichi. Massimo ha tante idee e buona volontà, ma il dubbio fondamentale è principalmente uno: avranno voglia i pastori di impegnarsi in questa associazione? In passato più volte si è tentato di fare qualcosa, ma per diversi motivi gli esiti non sono mai stati positivi.

Nella stagione invernale ha cercato di ritagliarsi una zona spostandosi a Ferrara, dove c’era qualche spazio libero, cosa che invece mancava in Lombardia. Adesso il gregge è interamente in alpeggio, a monte rispetto alla baita. Dopo aver provato con pecore di razze da carne, ha acquistato pecore bergamasche. Conosce bene molti pastori, anche in Piemonte, e la sua intenzione sarebbe appunto quella di coinvolgere anche loro nel progetto associativo. “Come Associazione poi possiamo incaricare dei professionisti che presentino dei progetti. Dobbiamo ottenere risultati che servano a tutti.

Oltre alle pecore, c’è il gregge degli agnelloni, quelli che verranno venduti per la festa dei mussulmani. I pastori, da queste parti, li separano dal resto del gregge, in alcuni casi non li portano nemmeno in montagna, ma li tengono in pianura tutto l’anno. La gestione della pastorizia è un po’ diversa rispetto al Piemonte, ma ve ne parlerò nei prossimi giorni, continuando presentandovi anche gli altri pastori che ho avuto modo di incontrare in questa breve trasferta.