…basta farci l’abitudine!

Dalla Lombardia mi scrive Giacomo per raccontarmi un suo successo, essersi qualificato al quarto posto in un concorso di tosatura in Francia, a Martel. Queste competizioni, organizzate dall’Association des Tondeurs de Moutons si tengono periodicamente e prevedono anche dei campionati mondiali.

Qui la classifica dell’incontro del 14 luglio scorso. “Di là c’è tutta un’altra cultura…“, mi scrive Giacomo. “Ero l’unico Italiano, c’erano Francesi, Scozzesi e Neozelandesi.

Ecco le pecore francesi dopo la tosatura. “Penso che in Europa l’Italia sia l’ultima nazione con la considerazione di pastore come lavoraccio, perché non c’è la cultura, mentre in Francia, Inghilterra, Scozia, Spagna, Irlanda ci sia molta più cultura, quindi sono anche più organizzati come aziende, come personale, come conoscenza di questo lavoro.

Giacomo è nipote di pastori, i suoi zii sono pastori vaganti. “Ho iniziato circa all’età di 13 anni con mio zio, l’aiutavo d’estate in montagna perché studiavo ancora. Ho a tosare imparato grazie a tanti Francesi che mi hanno aiutato e anche grazie a Tino (Ziliani) che forse è felice vedere un giovane con la voglia di imparare questo antico mestiere. Adesso sono 5 anni che faccio il tosatore.

Si può vivere di tosatura anche in Italia? “Lavoro 8-9 mesi all’anno. Per ora arrivo fino in centro Italia, a novembre penso di andare in Nuova Zelanda. Quest’anno ho lavorato anche un pochino in Spagna . Solitamente giro con la squadra di Tino, però siccome ho tanto lavoro in centro Italia, tanti piccoli li faccio da solo.  Lavoro da marzo a circa metà luglio e da metà agosto fino a fine settembre. Ci sarebbe spazio per altri giovani, anche molto, ma la voglia manca! Spesso c’è da lavarsi fuori, dormire sul furgone, ma basta farci l’abitudine, secondo me si sta molto bene.

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Oggi conta l’immagine

Oggi una riflessione traendo spunto da fatti personali. Raramente parlo di me stessa in queste pagine, pur raccontandovi sempre luoghi, personaggi ed avvenimenti a cui ho partecipato, salvo diverse indicazioni. La riflessione parte dal fatto che… ho acquistato i primi animali veramente miei. Le mie vicende personali in questi anni mi hanno portata in vario modo ad avere a che fare con animali di tutti i tipi, ovicaprini in particolare, ma non solo. Ho contratto la “maladia” come ben sapete. E questa non si cura allontanandosene… per cui ecco che attualmente sono titolare di un codice di stalla e di un piccolissimo numero di capre. Sul perchè capre e non pecore se volete ne parleremo poi…

Comunque, in questo strano mondo dove le cose accadono più qui, su questi schermi (di computer, tablet, smartphone), le mie capre e la reazione che hanno suscitato mi hanno stimolato riflessioni più profonde. Qui si parla di allevamento, ma potrei estenderle a qualsiasi altro settore. Rimaniamo nel nostro campo… Dicevo che le foto delle mie capre, pubblicate su Facebook (non uso altri social network) hanno ricevuto, in meno di una settimana, 500 mi piace come album e un numero che non ho quantificato di apprezzamenti alle singole immagini. Gli amici si sono scatenati nel darmi suggerimenti, consigli, suggerire nomi, c’è chi mi ha offerto assistenza tecnica e chi voleva vendermi del fieno…

C’è un aspetto anche divertente in tutto questo. Prima di tutto vi dico che lei alla fine l’ho battezzata Chocolat. Poi vi invito a riflettere su quanto conti il sapersi creare un’immagine e come la nostra società, oggi, premi più certi modelli rispetto ad altri. Fa più notizia chi sceglie di dedicarsi all’allevamento… piuttosto di chi l’ha sempre fatto. Se le stesse capre le avesse comprate un allevatore “per professione”, figlio, nipote di allevatori, e avesse condiviso le stesse foto, può anche darsi che si sarebbe sentito dire: “Che cosa hai preso?”. Qualche collega l’avrebbe criticato, gli avrebbe detto che le sue sono più belle. E se le avesse pubblicate l’allevatore che me le ha vendute? Vi sembra giusto che abbia più riconoscimento il mio averle acquistate, piuttosto che la storia che hanno alle spalle? Eppure, purtroppo, è così che vanno le cose oggi.

Mi hanno segnalato questo articolo, “Basta computer, farò il pastore“, una delle tante storie che piacciono ai giornalisti, raccontare una scelta di vita, un ritorno alla montagna, alla terra, all’agricoltura, all’allevamento. Ma anche quest’altro, la storia di un giovane di 19 anni che, dopo l’estate in malga con la famiglia, ha deciso di continuare il cammino seguendo il gregge di un pastore vagante. Potrebbe non esserci niente di eccezionale, ma… come dicevo prima, nella nostra società piace creare delle immagini. L’ho visto anche quando ho realizzato il libro sui giovani allevatoriDi questo lavoro mi piace tutto“.

Ma cosa c’è dietro? Quante sono le aziende tradizionali in seria difficoltà? Pensate alle recenti polemiche sul prezzo del latte, che arrivano alle orecchie di tutti quelle due, tre volte all’anno o magari nemmeno. Tutti gli altri giorni sono i produttori a farci i conti o meglio, a non riuscire più a farli quadrare! Basta un servizio, molto tendenzioso, sulla carne “nociva” per causare danni a tutto il settore. Poi escono nei giorni successivi articoli, interviste, documenti che attestano come ciò non fosse vero, fosse esagerato, fosse mal interpretato. La nostra carne, i nostri salumi, mangiati con moderazione non fanno male. Ma l’immagine creata ad arte condiziona rapidamente una buona fetta di pubblico, incapace di ragionare con la propria testa. “L’ha detto la TV, l’ho letto su internet…“. Siamo peggio delle pecore di cui pubblico spesso le immagini qui!

In conclusione… Il mio suggerimento a tutti gli addetti ai lavori è questo. Visto che siamo in un mondo che vive di immagini, che ci piaccia o no, cerchiamo anche di venderci nel migliore di modi. Conta pure quello, pensate alle mie capre… Continuiamo ad allevare belle bestie, tenendole bene, lavoriamo secondo tradizione, ma ricordiamoci che oggi il mondo, prima di tutto, ci guarda. Possiamo fare il miglior formaggio del mondo, ma dobbiamo saperlo presentare, saperlo diffondere prima per immagine che concretamente. Se alleviamo al pascolo, all’aperto, valorizziamo queste caratteristiche, ci sono dei consumatori che lo apprezzano e lo ricercano. Magari riusciamo a spuntare un prezzo migliore, oltretutto. Molti l’hanno capito e lo stanno già facendo. Qualcuno scuoterà la testa, ma se vogliamo sopravvivere, dobbiamo farlo nel mondo in cui viviamo, altrimenti il rischio è l’estinzione. Il rischio è che l’esperto di computer in poco tempo abbia più “mi piace” dell’allevatore con la tradizione secolare, anche se probabilmente ne sa molto, molto meno di lui sull’allevamento. La mia speranza comunque è quella che ci si renda conto che l’eccesso di virtualità non ci sta facendo affatto bene: se ho invitato gli allevatori a curare di più l’immagine, invito ancora di più tutti gli altri ad informarsi, ad acquistare prodotti di sicura provenienza italiana, meglio ancora locale. Non c’è da stupirsi se un olio extravergine venduto a poco prezzo… alla fine non è extravergine! Un buon formaggio d’alpeggio non può costare pochi euro, c’è un mondo di lavoro, dietro a quel formaggio! …potrei continuare il discorso all’infinito…

Una realtà vicina che conosco poco

Ci affidiamo troppo spesso ai luoghi comuni o all’apparenza, ma le realtà bisogna sempre viverle dal di dentro per comprenderle. Ricordo, anni fa, quando ero impegnata con i miei colleghi nel censimento degli alpeggi della Regione Piemonte. Eravamo sulle montagne del Canavese e, un giorno, siamo arrivati in cresta, affacciandoci verso la Val d’Aosta. Avevamo scarpinato tutto il giorno per raggiungere alpeggi isolati, alcuni anche in condizioni di stabilità precaria, con condizioni di vita e di lavoro sicuramente non facili. “Di là” invece vedevamo strade e piste che raggiungevano tutti gli alpeggi, strutture perfettamente risistemate, baite e stalle. E’ abbastanza comune, in Piemonte, sentir parlare anche con invidia dei “vicini” Valdostani. Regione a statuto speciale, più aiuti, più contributi. Tutto vero?

Sicuramente è una regione interamente montana, alpina, quindi non esiste lo squilibrio tra la pianura e aree di montagna disagiate, marginali, come avviene altrove. Il Piemonte ha sì una vasta porzione montagna, ma il cuore è la pianura, la città… e i problemi infatti sono tanti, specialmente in tempi in cui mancano i fondi. Sono notizie di questi mesi le strade che franano e che non si sa come fare per riaprirle per i costi necessari alla messa in sicurezza. Quando invece tutti, bene o male, vivono e lavorano in montagna, le cose sono un po’ diverse. Agricoltura e allevamento sono ancora basilari nella vita della regione e, almeno all’apparenza, sembrano ricevere le giuste attenzioni.

Però… quanto è solo facciata? Cosa c’è dietro? Quali sono le reali problematiche, anche qui? Pur essendo una realtà confinante, ammetto di conoscerla poco. Da quando mi occupo di allevamento, pastorizia, ecc… ho iniziato ad avere qualche contatto anche con persone di questa regione e, ogni volta, ho avuto notizie che contrastavano almeno in parte con il “sentito dire”. Bisogna andare oltre alla poesia, sicuramente! Come territorio, come paesaggio, di certo ci sono scorci da lasciare a bocca aperta.

La strada diventa sterrata, dopo aver superato insediamenti abitati permanentemente, anche se in quota. Tutte le strutture turistiche sono ancora chiuse, ma vi è comunque presenza umana. Aziende agricole ce ne sono parecchie, gli animali sono ancora tutti in stalla, girano trattori, c’è gente che lavora nei campi di patate e negli orti. Poi, più a monte, i territori d’alpeggio. L’erba è ancora bassa e fa freddo, in quel mattino soleggiato. Vedo anche vecchi alpeggi abbandonati, ma lì accanto ci sono le nuove strutture.

Certo, anche in Piemonte ci sono alpeggi belli e ben risistemati, ma qui, tutto dove sono stata, ho visto baite e stalle apparentemente perfette. Ci saranno vincoli che obbligano all’utilizzo di certi materiali? Saranno strutture pubbliche? Oppure private? Ci saranno stati incentivi, contributi per la sistemazione degli alpeggi? Tutte domande per ora senza risposta, dal momento che sto effettuando la mia escursione in solitaria e qui non c’è ancora nessuno con gli animali.

Con i miei occhi quello che posso vedere sono i pascoli, la loro qualità e la loro cura. Come vi dicevo, è ancora presto, la neve è andata via da poco e spunta appena la prima erba, i primi fiori. Si può comunque osservare come , qua e là, in varie zone alla fine della stagione precedente siano stati sparsi i liquami, per concimare, garantire buoni pascoli ed evitare il più possibile l’accumulo in un unico luogo (con conseguente degradazione dell’area).

Giunta al colle, altri alpeggi sul versante opposto, altra vallata. Qui sembra che non arrivi nessuna strada, ma comunque le strutture sono ugualmente in buon stato. Con il binocolo guardo lontano, i colli di fronte a me confinano con la Valsesia, di nuovo Piemonte, e dietro vi sono valloni con interminabili sentieri per raggiungere alpeggi ancora utilizzati da greggi e mandrie… e persone che, per alcuni messi all’anno, vivono una vita come quella di 100-200 anni fa, all’incirca.

Una panoramica verso la Val d’Aosta. Il territorio ricorda sicuramente più quello di aree alpine come la confinante Svizzera: una valle ampia, glaciale, con versanti abitati, insediamenti anche in quota, strade, villaggi, alpeggi. Di sicuro molto diversa dalla maggior parte delle vallate piemontesi.

Eppure i problemi ci sono anche qui e non pochi. Vengo a sapere di aziende che tribolano sempre più per tirare avanti e, soprattutto, di un gran numero di persone che compiono una migrazione stagionale oltreconfine. Si va in Svizzera a fare la stagione, si mandano in affido le proprie bestie in alpeggio e si va a guadagnare qualche soldo in terra elvetica. Là il lavoro in alpe è meno impegnativo e più redditizio, i Valdostani sono preferiti ad altri operai perchè conoscono la lingua, ma soprattutto sanno fare il mestiere. Quindi? Cosa succederà su queste montagne? C’è il rischio che vengano abbandonate? Ho ricevuto un paio di inviti per recarmi in alpeggi valdostani prossimamente… ovviamente chiederò e vi racconterò ciò che verrò a sapere! Intanto, qui vecchi articoli dove già avevo parlato di Val d’Aosta.

Spazio di servizio

Oggi ospito sul blog un amico ricercatore, che sta svolgendo uno studio sulla rilevanza degli immigrati per la sostenibilità della pastorizia nell’Europa Mediterranea. Se qualcuno avesse voglia e tempo di rispondere alla sua breve inchiesta, per aiutarlo nel suo lavoro… Grazie mille!


 

Il ruolo dell’immigrazione per il futuro del pascolo mediterraneo

L’economia agricola e dello sviluppo rurale dipendono sempre più dalla presenza e dal contributo degli immigrati alla produzione alimentare e alla gestione del territorio. Una ricerca congiunta Coldiretti/Caritas nel 2013 indica che “I prodotti dell’agricoltura italiana passano nelle mani dei lavoratori stranieri che rappresentano circa il 25 per cento del numero complessivo di giornate di occupazione del settore. (…).

Questo fenomeno ha un’importanza specifica nei paesi del Mediterraneo, per 2 motivi principali:

1) le filiere dell’agro-alimentare e del turismo costituiscono significativamente i pilastri dello sviluppo sociale, culturale ed economico locale, rappresentando il corpo della Politica Agricola Comune cui l’Unione europea dedica circa il 40% delle proprie risorse;

2) i paesi EU del Mediterraneo – Italia, ma anche Spagna, Francia e Grecia – erano fino a poco tempo tradizionalmente terre di emigrazione, e si ritrovano ora a ricevere e gestire un importante flusso migratorio all’interno dei propri territori.

La pastorizia rappresenta un settore specifico in questo contesto, poiché in molte regioni questa importante attività continua a esistere grazie agli immigrati che arrivano da altre comunità di pastori (sostanzialmente da Marocco, Romania, paesi Balcanici), portando la loro esperienza, le loro conoscenze e le loro pratiche.

Nel caso dell’Abruzzo i dati della Coldiretti indicano che circa il 90% dei pastori attivi sul territorio è di origine straniera. Come insegna anche l’esperienza dei Sardi insediatisi nel centro-Italia nel Novecento, questo processo comporta conseguenze importanti per la società, l’ambiente e l’economia rurale locale.

Trovare il modo di integrare questi immigrati rappresenta una sfida fondamentale per la sostenibilità della pastorizia e per il futuro delle aree montane.

  • Qual è la vostra esperienza in questo senso ?
  • Quali opportunità e quali problematiche presenta questo fenomeno ?
  • Quali sono i fattori che stanno cambiando oggigiorno il lavoro di pastore ?
  • Pensi che la Politica Agricola Comune (CAP) dell’UE e le politiche nazionali riguardo alla gestione dei flussi migratori e del mondo del lavoro siano adeguate alla situazione ?

 TRAMed Transumanze Mediterranee

contatto: Michele NORI, michele.nori@eui.eu


 

Per alleggerire un po’ (ma la cosa è volutamente seria, vi sarei molto grata se rispondeste a Michele), eccovi qualche bella foto dell’amico Leopoldo. Settembre 2014, Monte Grappa (TV), il gregge di Battista e Mario Perozzo.

Grazie a Leopoldo Marcolongo per le belle immagini. Ho fatto una selezione tra le tante che mi ha inviato.

Vagando in montagna

Quest’anno si può ancora andare in montagna, nella zona degli alpeggi, senza quasi trovare neve. Al massimo qualche placca di ghiaccio, o nemmeno quella, se il vento soffia caldo come in questi giorni.

Fa uno strano effetto vedere tutto così spoglio: i pascoli completamente gialli, si vede persino dove arrivava il filo delle vacche, in alto. Il paravalanghe che protegge il villaggio di Pequerel in questo momento non ha utilità.

Gli animali selvatici non hanno bisogno di scendere in basso per cercare nutrimento. I cinghiali lavorano indisturbati, la terra non è gelata, rivoltando e rovinando i pascoli. Lungo il sentiero, escrementi di ungulati e di lupo.

Qualcuno ha recentemente fatto pulizia, approfittando anche della mancanza di neve. Gli antichi terrazzamenti sono progressivamente sempre più invasi dai cespugli di rosa canina, crespino e altre piante, ma la loro espansione porterà alla perdita totale dei pascoli. Presumo però che un tempo questi fossero campi! Qualcuno ne ha ripulita almeno una parte, ammucchiando i rami spinosi.

Il vento soffia sempre più forte, le raffiche si sono intensificate, dalle creste di fronte si alzano pennacchi di neve e, via via, restano scoperte le rocce. C’è bisogno di neve. Pioggia ne abbiamo avuta tanta, in autunno, ma adesso servirebbe la neve a tener coperta la terra, a garantire una buona primavera, una buona estate, pascoli e sorgenti hanno bisogno di neve.

Scendo a valle e faccio visita ad un amico. Voglio parlarvi di lui anche se non è un allevatore, in quanto la sua attività fa sì che stia diventando conosciuto tra gli appassionati di questo mondo. Simone è un giovane abitante di Fenestrelle. Dopo un diploma all’Istituto agrario, una breve esperienze nell’ambito delle assicurazioni, da un paio di anni ha deciso di vivere e lavorare a tempo pieno sul territorio, per il territorio, svolgendo due attività.

La prima è quella che vi mostro ed ha a che fare con il legno. ST Legno d’Oc si trova appunto a Fenestrelle (Via Roma, 32). Qui vediamo la realizzazione di una canaula, che serve per sostenere le campane al collo di capre e pecore.

Visto che il mondo è piccolo e gli appassionati si ritrovano, la campana che sta per essere montata sulla canaula è opera dell’amico Silvio ‘d le Cioche. Trovate entrambi su Facebook, Simone e Silvio, se siete interessati ai loro lavori. Entrambi, attraverso questo mezzo, si sono fatti conoscere e riescono a far arrivare i loro lavori anche in altre parti d’Italia.

Ma i lavori in legno (compresi serramenti e mobili) sono solo una parte dell’attività di Simone. Perchè la montagna di oggi deve essere multifunzionale per sopravvivere. E così c’è l’azienda agricola Agri d’Oc, con produzione di patate, prodotti orticoli, frutti di bosco, uova & polli e anche il grano saraceno, grazie ad un progetto che si sta sviluppando in questi ultimi anni.

Non vi ho parlato direttamente di pastorizia, in questo post, ma vi invito a riflettere sul come si riesca oggi a sopravvivere in montagna. Bisogna fare tante cose… e per ciascuna c’è un bel carico di burocrazia, cosa di cui parlavamo anche mentre Simone terminava la canaula. Bisogna darsi da fare, bisogna avere una buona dose di passione anche per essere un agricoltore/falegname. Il socio di Simone, Marco, invece realizza gioielli in argento. Nell’esposizione di Fenestrelle trovate anche i suoi lavori, ma la sua residenza è nella borgata Fondufaux. Qui il suo sito. Tra l’altro, un pastore vagante pascola intorno alla casa di Marco, durante la stagione d’alpeggio. Visto che il mondo è piccolo?

Riflessioni sulla figura del pastore

Riflessioni su “chi è il pastore” ne avrei da fare per ore, senza però arrivare ad una definizione univoca che vada oltre il “chi conduce al pascolo un gregge di pecore e/o capre”. Però posso raccontarvi un po’ i miei pensieri dopo una gita oltralpe di qualche settimana fa.

Sulla pastorizia francese abbiamo già parlato più volte. Incontrare un ragazzo italiano, che ha frequentato la scuola di Merle e attualmente lavora in alpeggio per un allevatore della Crau può essere molto interessante per capire qualcosa in più. In più occasioni ho già avuto l’impressione che (generalizzando, ovviamente esistono casi molto diversi tra loro) ci sia una grande differenza tra la maggior parte di quelli che “vanno a fare i pastori” in Italia e altrove. Anche da noi ci sono giovani (e meno giovani) che desiderano cambiar vita e avvicinarsi al mondo dell’allevamento come scelta di vita, ma in Francia molti lo fanno con un’ottica differente.

Dal momento che l’allevamento ovino in Francia è strutturato diversamente, con le grosse aziende e gli allevatori, che a loro volta impiegano pastori salariati, chi sceglie di fare il pastore lo fa con un’altra filosofia. Sceglie soprattutto un mestiere che implica un determinato stile di vita. Nomade, lontano dalla società, con rapporti stretti più con gli animali che non con le persone. Ovviamente in qualunque caso fare il pastore ti porta ad un’esistenza particolare, ma una parte dei “pastori salariati” esistenti oltralpe in più occasioni mi ha dato l’impressione di una sorta di “scelta di vita alternativa”, che però garantisce anche un buon stipendio.

E qui sta la grossa differenza con l’Italia. Non l’unica, ma è comunque un punto rilevante. Poter pagare stipendi dignitosi ai pastori (grazie ad un mercato dell’allevamento ovino più redditizio, grazie a contributi destinati agli allevatori evidentemente pensati diversamente, ecc ecc) fa sì che chi vuole fare questo mestiere possa dedicare del tempo alla formazione e in seguito vivere del proprio lavoro. Con un allevamento di pecore da carne, chi può permettersi di pagare stipendi mensili per un aiutante che superano anche i 1500-2000 euro? Non a caso si parla già di alcuni pastori italiani che hanno ripreso ad emigrare come un tempo, per andare a lavorare in Svizzera! E non parlo di giovani che hanno fatto “la scelta di vita”, ma vero e propri pastori che hanno trovato soluzioni alternative per i propri animali qui e… via a badare ad un gregge su altre montagne, percependo uno stipendio che qui nemmeno ti puoi sognare.

Certo, se fai il pastore devi amare gli animali, avere la passione per le pecore. Ricordo però cosa mi diceva un grande pastore, mio amico, che nella sua vita ha sempre solo lavorato come salariato. “Il mio rimpianto è non aver avuto pecore mie.” Fai del tuo meglio per tener bene gli animali che ti affidano, ma non sei tu a scegliere le agnelle da allevare, il maschio da utilizzare come riproduttore. Anche se lavori estate ed inverno con lo stesso gregge, non hai comunque le soddisfazioni che ti darebbero animali tuoi. Sono sottigliezze che solo chi è del mestiere può arrivare a percepire. Anche il pastore salariato ha l’orgoglio di voler scendere dalla montagna con un gregge che faccia bella figura, perchè quello è il frutto del suo lavoro estivo, ma credo che vi sia una mentalità diversa tra il generico “pastore” che incontro normalmente sulle nostre montagne e molti di questi berger salariati. Il 27 avrei intenzione di tornare alla fiera di Barcellonette, ma nel frattempo vi invito a riguardare queste immagini di una edizione degli anni scorsi.

Quest’anno la stagione è stata difficile. Qui abbiamo una bella giornata di sole, ma sappiamo bene come molto spesso non sia stato così. Pioggia, nebbia, pecore zoppe, immaginatevi cosa possa significare per un pastore “neofita”, salito in alpe per la prima volta con un gregge, anche se con alle spalle un anno di scuola in cui ha svolto parecchia pratica. Non so se sia un caso, ma spesso, nel corso dell’estate, sull’apposita pagina facebook leggevo spesso annunci del genere: “Recherche urgent un(e) berger(e) pour fini estive dés que possible jusqu’au 10 octobre environ 1750 brebis a garder au col du… s’adresser à… “, a testimonianza del fatto che, nel corso dell’estate, qualcuno non ce la faceva più a portare avanti il lavoro. A volte i sogni sono diversi dalla realtà!

Qui infine vedete il ricovero d’alpeggio. Il pastore mi spiega che questo rappresenta il minimo sindacale previsto dai contratti, dal momento che non c’è la luce e nemmeno l’acqua interna. E’ sicuramente spartano, come alloggio, ma già meglio di certe situazioni che ho incontrato nelle vallate piemontesi. Il giovane pastore dice che, chi vuol fare questo mestiere, deve andarsene dall’Italia! Sembra di capire che lui, dopo aver guadagnato un po’ di soldi come salariato, voglia mettersi in proprio. E’ un’utopia pensare che qualcosa possa cambiare anche da noi? Ovviamente è inutile pensare a fare una formazione specifica se poi nessun pastore può garantire uno stipendio decente ai suoi aiutanti.

La delusione dei giovani

La mia presenza qui diminuisce proporzionalmente con l’impegno legato alla pastorizia “sul campo”. Vale per tutti quelli che praticano il mestiere dell’agricoltore o dell’allevatore. Ciò nonostante, la maggior parte dei giovani (e non solo) di oggi cerca di ritagliarsi un po’ di tempo per “condividere” con il resto del mondo sui social network pensieri, preoccupazioni, immagini. Ci si sente meno soli, meno incompresi.

(foto M.Colombero)

Riporto qui la lunga e amara riflessione di Michele, margaro cuneese. Non uno di quelli che si piangono addosso e non vedono oltre i confini della propria stalla, ma un ragazzo che vive la sua passione riuscendo anche a trovare del tempo per concedersi qualche spazio per il divertimento e lo sport. “Grazie… grazie all’arpea, all’agea o forse grazie alla Coldiretti o ancora di più a Roma e alla finanza… la mia lista di ringraziamenti potrebbe risultare lunga e strana per chi non comprende, ma credo che ognuno di questi enti citati abbiano bisogno di essere ringraziati, per l’impegno profuso che stanno portando avanti x ucciderci!!
Pac, titoli, anomalie, blocchi, indagini, tare, retroattività e multe e chi più ne ha più ne metta!! …queste sono le uniche cose che da 7 anni rimbombano nella mia testa… 7 anni che sento parlare di questo e basta.
Mai ho sentito pronunciare la parola “valorizzare”, sarà così complicata?! Nessuno li ha chiesti i contributi europei e visto che ormai, più che un’integrazione al reddito o un aiuto all’agricoltura, sono diventati redditi veri e propri, solo x alcuni speculatori come logicamente solo in Italia poteva avvenire… allora perché non li togliamo? Perché non iniziamo a parlare della vita che realmente ogni santissimo giorno svolgiamo? Perché non valorizziamo il lavoro e tutto ciò che comprende esso al suo interno?Perché non analizziamo azienda x azienda e capiamo davvero chi e cosa stiamo portando avanti a livello di tradizione coltura e dedizione al lavoro!? Perché non capite quanto sia difficile al giorno d’oggi (x spontanea scelta x carità) svolgere una vita di infinite rinunce e sacrifici che il mio stile di vita comporta? Quanto sia diventato praticamente impossibile far coesistere questo nuovo e moderno sistema al mio vecchio e tradizionale lavoro (x colpa vostra)!! Perché io che sto dando tutto, che sto cercando di non mollare, che sto cercando di condurre la vita che ho sempre sognato vengo spinto in un imbuto che porta al nulla? E tantissimi davanti e dietro di me spinti al medesimo destino?
Sono stanco perché chiedo solamente di poter lavorare e non di fare una guerra continua e quotidiana x poter stare in piedi! Sono stanco perché in fin dei conti viviamo tutti una volta sola, per quello che sappiamo, e non merito e non accetto di dover fare una vita così, senza più prospettive future senza soddisfazioni ne raggi di sole!! E mangiare merda di continuo, e non perché non so fare il mio lavoro, ma semplicemente perché chi ci gestisce pensa che siamo una categoria di ignoranti, che si accontenta di una bottiglia di vino e di una campana nuova!!! Non lo merito io che sto entrando in punta di piedi, ma soprattutto non lo merita mio padre, mio nonno o chi prima di lui ha condotto una vita fondata sul lavoro sui sacrifici, x poi essere dimenticati in questo modo.
Il nostro lavoro è la nostra passione, perché se così non fosse non ci saremmo più… ma di sola passione non è immaginabile né concesso vivere…
Guardare il cielo e sperare che tutto cambi è l’unica cosa rimasta, ma non può bastare.

(foto M.Colombero)

Non servono tanti commenti, Michele ha già detto tutto. Volevo però ancora riportare alcuni altri messaggi e commenti letti e ricevuti sempre su facebook. Perchè la testimonianza del giovane margaro viene dall’interno di questo mondo. Chi invece lo vede dal di fuori ha tanti sogni e quasi si offende quando cerchi non di scoraggiare il suo entusiasmo, ma semplicemente gli mostri la realtà.

Ancora una testimonianza. Scrive C., titolare di una “piccola” azienda agricola: “Ebbene sì… si lavora per nulla ormai e quasi che devi ringraziare ancora che ti ritirano le bestie… ma svendere dopo il lavoro grande che c’è dietro a ogni bestia è veramente vergognoso… agnelli a 3 euro..uno mi ha detto addirittura detto che c’è un macellatore che li ritira a 1 o 2 euro al kg… con 5 cani che ho ne macello uno alla settimana per loro..spendo meno che comprare crocchette!!!!
quel che mi domando sempre io… ma com’è che ci son certe categorie che son chiamati i “travaj borgnu” e lì paghi e bon parei?????
Ho in andi una pratica noiosa e pesante da un avvocato,con giudice,con perito e notaio me ne son fatta per 5000 euro… per quella cifra devo vendere tutto il mio trup di pecore o ingrassare 5 vitelli per un anno e mezzo per vedere tutti ‘sti soldi…

C’è invece M., che vorrebbe intraprendere questa la strada dell’allevamento/azienda agricola: “Mi sono informato su come potere avere dei finanziamenti x prendere degli animali: code  negli uffici a parte, ma la burocrazia ti distrugge non hai sbocchi concreti.” Moltissimi continuano a scrivere e me e ad altre pagine/siti per cercare lavoro in alpeggio o in azienda agricola, ma si lamentano per la poca offerta o per il fatto che si richieda “esperienza nel settore”. Anche qui delusione da parte di chi dice di aver voglia di fare, ma non viene nemmeno messo alla prova. Anche se ho già scritto altre volte a riguardo, mi riprometto di parlarne ancora appena avrò tempo. Come vedete, non è facile fare il pastore e, con le difficoltà attuali, molte volte non puoi più nemmeno permetterti di pagare un aiutante, anche quando ne avresti bisogno.

Lo stipendio del pastore

Molto rapidamente, alcune riflessioni scaturite da chiacchierate on-line. La rete è utile per condividere, per scambiare opinioni e conoscenze, per contattare o venir contattati in modo immediato da persone che mai, specialmente nell’isolamento che il mestiere dell’allevatore può generare, si sarebbero conosciute e/o incontrate. Però succede anche che, in modo immediato, sei “sulla piazza”, cosa che magari con questo lavoro generalmente non accadrebbe. Quando ti trovi nelle manifestazioni come fiere o feste dedicate all’allevamento e alla pastorizia, hai a che fare con persone che sanno, capiscono, condividono se non l’interesse, almeno la passione. Anche ai convegni il più delle volte succede così, a meno che appositamente si siano create le condizioni per un dibattito con oratori dalle opinioni discordanti. In rete, liberamente, ciascuno dice la sua e vieni immediatamente a sapere cosa pensa la gente del “fare il pastore”.

I temi da trattare sarebbero infiniti, ma volevo ragionare con voi nello specifico sullo “stipendio del pastore”. In questi giorni di crisi, quanti, quanti mi scrivono o chiedendo informazioni o per mettere un annuncio sull’apposita pagina. Cercano lavoro e sperano che io possa aiutarli, ma non saprei, tranne casi eccezionali in cui io venga contattata da qualche azienda, dove indirizzarli. Quindi l’unica cosa è mettere un annuncio e sperare di essere chiamati. Molte aziende consultano il sito, quindi magari… Solo che ovviamente cercano persone con esperienza e, per il momento, qui un corso da pastore non esiste ancora. Non se ne abbia a male l’amico che mi ha scritto in questi giorni, che per l’appunto è stato uno degli stimoli per scrivere. Riporto con alcuni tagli la sua lettera: “sul sito svizzero cercano alpigiani con in cambio vitto e alloggio….io cercavo un’azienda che pagasse alla tariffa corrente e corretta per un alpigiano! in italia avrei gia’ trovato ma pagano poco e niente. si parla di 1000 euro,che per il lavoro e le ore che si fanno non sono veramente niente per un totale di ore di lavoro stimate in 13/14!”

Questo è un lavoro così, se si pensa di farlo guardando le ore e facendo le proporzioni con il reddito, spesso è lo stesso titolare dell’azienda che potrebbe andare a fare altro… Sarà un caso l’esempio di un pastore locale che la scorsa estate ha affidato il proprio gregge ad un aiutante e lui invece è andato a fare la stagione per l’appunto in Svizzera? Ne abbiamo già parlato, è vero che non è giusto “farlo solo per passione”, ma gli investimenti da fare per provare a trasformare l’azienda spesso sono troppo grandi, troppo radicali da volerli affrontare adesso “con l’aria che tira”. Giusto o sbagliato che sia, non sta a me giudicare. Però se qualcuno pensa di andare a lavorare per un pastore e punta a cifre maggiori dei 1000 euro indicati nella lettera di prima, sappia solo che molti pastori non riescono ad avere un reddito mensile netto pari a quella cifra. Quindi… E si aggiunga poi che generalmente l’operaio/aiutante del pastore non ha spese extra, perchè vitto e alloggio sono condivisi con il datore di lavoro. Quindi per i mesi di lavoro quella cifra è “pulita”!

Andiamo oltre i romanticismi. Lo fai perchè hai la passione, lo fai perchè ti piace, lo fai perchè hai sempre fatto quello e non sai/puoi/vuoi andare a fare altro. Ma anche chi ha interesse nell’andare a lavorare per un pastore, deve avere la stessa passione e lo stesso spirito, perchè se pensa di trovare un lavoro dove guarda le ore di lavoro e il reddito mensile, parte con il piede sbagliato. Certo, non deve essere sfruttamento, le condizioni di vita devono essere per lo meno pari a quelle del datore di lavoro. Ma non puoi pretendere la doccia calda in alpe quando non c’è nemmeno il gabinetto… Sarebbe scorretto avere certe comodità e non darle in uso a chi ti aiuta, ma quando tempo fa qualcuno mi aveva scritto dicendo che cercava un alpeggio con energia elettrica, televisione, camera privata e non ricordo cos’altro, non avevo potuto fare a meno di sorridere.

Dite anche voi la vostra. Ditelo ragionando su tutto quello che, negli anni, avete letto in queste pagine. Parliamo di pastori, e non di allevatori che “tengono le bestie per i contributi”. Sorrido anche quando ricevo lettere e messaggi di persone che pensano di andare a vivere in montagna, prendere un po’ di capre e vivere di quello. Senza considerare che anche i pascoli apparentemente abbandonati hanno un padrone, senza avere quasi idea che d’inverno ci sia da nutrirle a fieno. Senza considerare costi, spese, obblighi burocratici… Perchè solo vedendolo dal di fuori, quello dell’allevatore è un mestiere idilliaco e senza tempo. Provate, provate per credere. In montagna, anche se il clima ultimamente è un po’ matto, fa comunque freddo e allora vi troverete ad avere a che fare con il ghiaccio, la neve, e tutti i più semplici lavori si complicheranno, anche se voi in montagna d’inverno ci siete sempre andati per fare le escursioni o le discese con gli sci. Non esiste un lavoro più semplice o più redditizio degli altri, per ciascuno c’è da esserci portati, con la differenza che facendo l’allevatore, una volta preso il via, tutti i giorni bisogna occuparsi degli animali, non si possono chiedere le ferie, la mutua o nemmeno prendersi una mattinata libera. Pensateci…

Riflessioni che non tutti fanno

Da quando ho iniziato a frequentare il mondo della pastorizia “dall’interno”, mi è capitato moltissime volte di ascoltare riflessioni da parte di persone che prima si sorprendono, poi si entusiasmano per le mie scelte. Per quanto io su queste pagine virtuali abbia sempre tentato di presentare la realtà nelle sue varie sfaccettature, noto che c’è sempre una certa percentuale di pubblico che resta affascinato dagli aspetti più pittoreschi e romantici e manifesta “invidia” nei miei confronti. Certo, non capita solo per questo settore. Un conto è fare un lavoro, un conto è un passatempo. Può essere fantastico passare un paio d’ore con un pastore o anche solo sognare come sarebbe bello praticare questo mestiere, un altro è viverlo.

C’è il maltempo, quello di un giorno e quello che si protrae per settimane. I lavori da fare non cambiano, ma un conto è tirare e raccogliere reti quando fa bello, un altro quando piove e non puoi nemmeno tenere in mano l’ombrello. Poi c’è il fango, il non sapere dove condurre il gregge quando i prati sono “troppo molli”, per non parlare di eventi catastrofici come quelli che hanno coinvolto la Sardegna e di cui ormai non si parla già più. Pensate agli animali morti, alle scorte di foraggio distrutte, ai pascoli coperti dal fango…

Non basta un tramonto pittoresco per risollevare il morale, in certi giorni. Certo, essendo al pascolo all’aperto si colgono tutte queste sfumature del mondo intorno a noi che invece sfuggono a chi è chiuso in un ufficio, ma pensate cosa significa essere fradici, camminare nel fango tutto il giorno con gli stivali, le temperature che si abbassano, il gelo che inizia a mordere le mani la sera quando devi prendere un agnello appena nato e convincere la madre ad allattarlo…

Quando torna il bel tempo e anche le previsioni sono buone, allora un po’ l’umore migliora. Con le belle giornate può anche capitare che qualche amico si fermi a scambiare quattro chiacchiere, con il sole puoi riprendere ad andare in giro dai contadini per chiedere se ti vendono l’erba. Meglio non farlo quando i piedi affondano nel fango…

Novembre si chiude con un giorno di neve fino in pianura, ma già il giorno successivo ne restano solo poche tracce nei punti dove non batte il sole. Va tutto bene, allora. No, a volte capita che ci si ammali… La sottoscritta, pur non praticando la pastorizia a tempo pieno, cerca di dare una mano tutte le volte che ce n’è la necessità, oltre a tutte le volte che non ho altri impegni. Qualcosa da fare c’è sempre e una persona in più solleva i pastori da qualche lavoro. Non ci si ferma per un raffreddore…

Stamattina il tempo doveva essere bello e invece già prima del sorgere del sole soffiava il vento, in montagna c’era tormenta e cadeva qualche goccia di pioggia. Tra l’altro era pure Santa Bibiana, giorno “di marca”, quindi ci aspettano 40 giorni e una settimana di incertezza meteo?? Bisognava spostare il gregge tra i frutteti ed i campi, serviva una mano, non era un lungo cammino, ma…

Ma un conto è essere lì fermo, un altro è correre dietro, di fianco al gregge. La pista tra alberi di melo e pesco è fangosa, qua e là tracce di neve e grosse pozzanghere, alcuni agnelli restano indietro. Non è semplice catturarli in condizioni normali, figurarsi quando si è febbricitanti. Un lavoro da invidiare? Come tanti altri, si stringono i denti e si fa quel che c’è da fare anche quando non si è al massimo della forma. Ricordo un pastore che mi raccontava di camminare attaccandosi alla coda delle pecore, vinto dalla febbre e dall’influenza.

Io non sono un pastore al 100% e quindi, una volta raggiunta la destinazione, sono potuta tornare a casa. Il cielo stava schiarendo, di lì a poco sarebbe arrivato il sole, l’aria era fredda. Ciò nonostante volete scegliere questa vita? Bene… allora vi segnalo un annuncio che ho inserito l’altro giorno sull’apposita pagina. Per qualcuno sarà l’occasione per mettersi alla prova!! “Pastore cerca aiutante serio e volenteroso per la stagione invernale di pascolo vagante nella zona di Asti. Tel. 3357086194

Perchè invidiare?

Gli amici che seguono questo blog e che vivono/lavorano in montagna /in alpeggio capiranno bene quello che voglio dire. Agli altri cercherò di spiegarlo.  L’invidia è un sentimento che a volte tutti proviamo, ma questo stato d’animo non porta alcun beneficio. E poi, cosa serve invidiare vedendo le cose dal di fuori, senza sapere veramente com’è la realtà? Ricordo che, anni fa, una persona che abitava in un luogo montano veramente splendido mi aveva rivolto uno sguardo perplesso quando gli avevo fatto notare quanto fosse bello stare lì, quanto lui fosse fortunato. La bellezza la vedevo io, visitatrice occasionale. Lui probabilmente ci vedeva l’isolamento, l’impossibilità di muoversi a piacimento perchè vincolato dal lavoro. In effetti anche per me raggiungere quel posto non era stato facile, ma un conto è una gita, un altro è affrontare per forza la lunga strada stretta e tortuosa, magari quando si è stanchi, magari con condizioni meteo pessime.

Quando sei in alpeggio, quante volte ti senti rivolgere quella frase? Generalmente io non sono alla baita, ma, sbrigate le faccende domestiche, raggiungo gregge e pastori in quota. In una giornata quasi interamente passata “a casa”, ho avuto modo di vedere un buon campionario di visitatori occasionali del luogo (in numero ridotto rispetto alla norma a causa di una temporanea interruzione della strada di accesso, quindi si trattava solo di escursionisti e ciclisti). Non è mancata il classico: “Beati voi che state qui!” o, appunto “…che invidia!“. Perchè invidiare pastori e margari? Certo, quassù non abita nessuno, alla sera resta solo chi fa questo mestiere e nessun altro.

Però l’escursionista, seguendo il suo cammino, può decidere di trascorrere una notte in quota, può fare un trekking, può sostare in un rifugio. Conosco margari che, da generazioni, salgono sullo stesso alpeggio, quindi del resto delle vallate magari non hanno mai visto nulla, se non andando a qualche fiera. Escursionista, ciclista che raggiungi l’alpe, rinunceresti alle tue gite domenicali o anche settimanali, rinunceresti alle tue ferie, alla possibilità di essere oggi qui, domani là, per rimanere fisso in un luogo, per bello che sia? Lo sai che in alpeggio capita di rimanere isolati per giorni a causa di temporali, senza nemmeno la possibilità di comunicare perchè il cellulare non prende?

Certo, magari qualcuno accetterebbe di farlo. Come dico spesso a chi vuol fare questo mestiere, cambiando vita, bisogna sentirselo dentro, altrimenti all’entusiasmo iniziale seguirà una profonda disillusione, un senso di costrizione, perchè gli animali vincolano al 100%, 365 giorni all’anno. Come scrivevo ieri, sei lì in montagna, in un posto splendido, ma magari capitano solo poche, pochissime occasioni in tutta la stagione per poter salire al colle che ti permette di affacciarti su altre vallate. Fare il pastore, il margaro, non è una “bella vacanza”, è un lavoro, particolare sicuramente, ma un lavoro, con tutte le sue problematiche, anche se ha come sfondo bellissime montagne.

Non è che, automaticamente, in un posto del genere la bellezza del paesaggio (ammesso che ci siano giornate di sole e piacevole brezza) azzeri le difficoltà economiche, personali, ecc. Certo, aiuta a sentirsi più positivi, ma non sempre è sufficiente. Tante volte la fatica, la stanchezza, la frustrazione per certe situazioni arrivano sovrastare tutto. Penso a allevatori invischiati in beghe burocratiche, che lottano affiancati da avvocati per far valere i propri diritti. Proprio ieri un ragazzo mi scriveva questo: “La mia montagna è già il secondo anno che va all’asta e non è finita… Con contratti annuali! Questo a causa di un sindaco che cerca di favorire certi elementi. Andiamo avanti a suon di avvocato e palanche per pagare l’affitto.. Tutti soldi che potrebbero essere investiti nell’alpeggio!! Ma così non è purtroppo!! Questo dopo 18 anni che carichiamo noi l’alpeggio…!!!“.

Certo, chi passa casualmente in un alpeggio che è anche un bel posto non immagina che dietro ci possano essere così tante cose. Forse può arrivare a capire le ore di duro lavoro, gli orari lavorativi spesso pressochè infiniti, il fatto che certe soddisfazioni compensino i sacrifici, ma difficilmente associa ad una mandria o un gregge la burocrazia, la frustrazione, il disgusto per sentirsi dimenticati, per sentirsi “di serie B”. Perchè se il turista ha delle necessità, ci si affretta, se una strada per l’alpe è interrotta, non importa niente a nessuno. Perchè certe piste vengono messe a posto nel mese di agosto e non a giugno, prima della monticazione? Ce ne sarebbero di esempi da fare… Ammirate l’alpeggio, rispettate il territorio, gli uomini, gli animali, ma senza invidia. Cercate di documentarvi, cercate di conoscere questo mondo e pensate a quante piccole cose che date per scontate manchino lassù.

Non è vanità, non è scarso spirito di adattamento, non sono queste le cose che mi fanno dire che in alpeggio spesso mancano troppi elementi ormai essenziali. Va bene per una vacanza avventura lavarsi nel torrente o illuminare la cena con la pila o la candela, ma quando vivi e lavori duramente per diversi mesi in alta quota, avere un bagno, addirittura una doccia, aprire la porta e accendere la luce non dovrebbero essere lussi (per non parlare di quei luoghi dove quasi manca persino la porta e, più che una baita, si parla di un ricovero di fortuna). Forse è più la donna ad avere queste necessità, anche perchè, se presente in alpe, è lei a passare più tempo nelle baite a far scaldare sul fuoco acqua per lavare e lavarsi, a cercare di conservare il cibo dove non c’è la corrente e la possibilità di avere un frigo (a meno di mangiare polenta e latte, latte e polenta, pasta e scatolette a pranzo e cena), ecc. ecc… Chi invidia la vita d’alpeggio, ci pensa mai, a queste cose?