Non ci ripagheremo mai le spese economiche, ma vieni ripagato in altri modi

In mezzo alla sempre maggiore spazzatura e disinformazione, resta una grande utilità dei social network quando ti permette di “incontrare” certe realtà. Poi sta a noi concretizzare il contatto e andare sul posto.

Sono arrivata a Bugliaga dentro a notte fonda, per fortuna Massimo, il marito di Licia, è venuto a prendermi con il mezzo adatto, perchè già raggiungere Trasquera era stato un po’ avventuroso. Imboccata la strada che sale a San Domenico, avevo visto allontanarsi quelle che, ad occhio, potevano essere le luci del villaggio. Salivo, salivo, il navigatore a casaccio diceva di girare a destra, quando sopra e sotto di me c’erano solo ripidi boschi e oscurità. Quando ormai pensavo di essermi persa il bivio, ecco la freccia. La strada si fa più stretta, sale, scende, passa in una forra su di un ponte che immagino molto alto. Poi però attraverso le frazioni sparse di Trasquera e, in una piazzetta davanti alla chiesa, aspetto Massimo. Il fuoristrada avanza senza problemi anche sul ghiaccio e mi deposita in un luogo da fiaba, che apprezzerò meglio all’alba del mattino dopo.

Siamo a Bugliaga dentro, a poca distanza dal confine svizzero, raggiungibile a piedi proseguendo lungo i sentieri. La vallata è quella del Sempione. Qui si sono trasferiti Licia e Massimo, hanno letteralmente cambiato vita e, dallo scorso mese di maggio, hanno anche aperto un agriturismo. “Siamo due medici di Bareggio (MI), zona a vocazione agricola, mio nonno aveva il caseificio e faceva il taleggio, mia zia aveva la latteria, mi ricordo che da bambina andavamo con il calesse a ritirare il latte.  Avevamo già l’idea di trasferirci in montagna, prima cercavamo qualcosa in Trentino, poi degli amici ci hanno detto di venire a vedere qui e ci siamo innamorati del posto. L’abbiamo preso nel 1999, siamo gli unici che ci vivono davvero. Quando nevica tanto si viene con le ciaspole o con gli sci. Subito non avevamo animali, però avevo chiesto ad amici di conoscere la gente degli alpeggi. Ho conosciuto Gemma, all’inizio non parlava, aveva vergogna, paura di esprimersi davanti a due medici. Ho girato per dieci giorni con lo zaino spostandomi tra gli alpeggi e ho iniziato a stare con gli allevatori. Pian piano ho imparato anche a fare il formaggio. Massimo nel 2000 ha smesso di fare il medico e si è messo a fare il falegname, lui si occupa soprattutto di ristrutturazioni, la parte artistica del legno. Abbiamo preso una stalla, Gemma ci ha intestato le capre, anche se di fatto continuava ad occuparsene principalmente lei. Poi abbiamo rilevato una delle greggi più “antiche” che c’erano qui. Adesso abbiamo 19 capre ed è il primo anno che ce ne occupiamo davvero noi in prima persona.

La loro non è una di quelle storie di romanticismo privo di senso pratico e concretezza, anzi! Hanno lavorato e stanno lavorando duramente per ridare vita a questo posto. “Le capre sono una parte del discorso nel recupero del luogo: i pascoli, il fieno, le strutture. Quando è il periodo del fieno, vedi tutti nei prati, così come quando si sparge il letame. Quando siamo arrivati qui 15 anni fa era tutto abbandonato e le ginestre erano più alte delle case. La gente dice “che bello qui”, ma è così perché c’è gente che ci vive, ci lavora e, soprattutto, ha gli animali, altrimenti non sarebbe così bello. Qui una volta era abitato tutto l’anno. Per vivere a 360 gradi la montagna devi avere gli animali, altrimenti fai solo il turista, il villeggiante, non hai il vero senso della vita in montagna.  Gli “ambientalisti” questo non lo capiscono, la necessità dell’allevamento per far vivere la montagna. Allevare significa necessariamente mungere e macellare. L’animale immagazzina l’energia dell’estate e te la ridà in inverno quando non c’è niente di fresco da mangiare: macellare è un dispiacere, ma è una necessità.

L’agriturismo non è pubblicizzato, non ha un sito, c’è solo su google.maps e sulla pagina facebook di Licia. Eppure il passaparola e la collocazione sugli itinerari escursionistici fa sì che pian piano il passaparola stia portando clienti. “Non avevamo idea di fare un agriturismo all’inizio, però adesso sono felice, stiamo creando un’altra idea di turismo. La gente del posto ci ha accettato, ci hanno aiutato e insegnato. Non vogliamo portare qui “la massa”, ma turisti che capiscano, apprezzino, condividano la nostra filosofia. La nostra attività non è un vero reddito, ma è indispensabile per recuperare e dare un senso a questo recupero. I formaggi e la carne li usiamo nell’agriturismo. Contiamo sulla qualità e non sui grandi numeri, anche sul “fare cultura” di un certo tipo. L’80% della clientela sono Svizzeri. Una cosa così se non hai soldi tuoi non la puoi fare, le “persone normali” non ci riescono. Noi tutti i nostri soldi li abbiamo messi qui, tanto non abbiamo figli.

Proprio quel giorno, le capre non si fanno vedere. Licia mi spiega che hanno un loro territorio, che sono sempre libere, venivano a farsi mungere mattino e sera, ma adesso sono gli ultimi giorni all’aperto prima di essere portate in stalla. C’è una piccola stalletta dove dovrebbe esserci il gregge, ma quando arriviamo noi ci sono solo le tracce del passaggio del gregge. Nel pomeriggio, quando sarò quasi a casa, mi arriverà un messaggio e delle foto da parte di Licia… ovviamente le capre c’erano, sono solo io che non ho avuto fortuna. Licia e Massimo temono un ritorno stabile del lupo, che manderebbe in crisi tutto questo secolare sistema di gestione della montagna, soprattutto oggi che non è più redditizio come un tempo.

(foto L.Rotondi)

(foto L.Rotondi)

Le capre di Licia sono Vallesane, autoctone di queste terre. Eccole nei giorni scorsi all’arrivo a Bugliaga dentro, per essere condotte in stalla. “Non hanno tantissimo latte, ma producono anche oltre le mie aspettative, poi è molto concentrato. D’autunno diminuisce la quantità, ma faccio quasi la stessa quantità di formaggio.” Un posto da fiaba, ma non sempre le cose sono facili in un luogo che può anche essere isolato in caso di maltempo. Poi una volta qui c’era tanta gente a tener viva e pulita la montagna, mentre oggi Licia e Massimo sono gli unici abitanti. “Sei sperso, lontano da tutti, ma fari certi incontri! Sta diventando un punto di aggregazione. Non ci ripagheremo mai delle spese economiche, ma vieni ripagato in altri modi.

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Non vogliamo essere fuori dalla società, vogliamo farne parte a modo nostro

Rieccomi, con l’anno nuovo, ad aggiornare queste pagine con nuove storie. Prima della fine del 2016, in quelle giornate eccezionalmente calde che hanno seguito il Natale, sono andata a fare delle interviste che mai avrei creduto di poter realizzare in inverno.

Invece quel giorno, già al mattino (ero partita da casa a notte fonda), mi accingevo a salire prima in camicia, poi in maglietta, con il Lago Maggiore che si apriva sotto i miei occhi. Sono a pochi chilometri dal confine svizzero, ho lasciato la strada che costeggia il lago e porta in terra elvetica per salire lungo una stretta stradina tra case e ville, con molte auto dalle targhe tedesche parcheggiate davanti ai cancelli.

Cinzago, una frazione quasi fantasma. Per uno dei quegli strani giochi del destino qui, al ritorno, in modo del tutto casuale, incontrerò un compagno di università che non vedevo da quindici anni… Ma la storia che vi devo raccontare è un’altra. Le indicazioni di Gaia e Matteo per raggiungere la loro azienda erano così precise e dettagliate da incutere timore, come se il percorso fosse difficile da individuare.

Lasciata la macchina prima della frazione, i cui vicoli hanno l’ampiezza dei tempi in cui non esistevano i mezzi a motore, la attraverso e cammino…

Cammino in un bosco di querce e grossi alberi di agrifoglio coperti di bacche rosse, fino alla chiesa di San Bartolomeo. Poi proseguo ed inizio a salire con pendenze maggiori lungo un sentiero quasi lastricato, a gradini, scivolosi per la coltre di foglie secche. Sto andando ad un alpeggio, ma un alpeggio che oggi è abitato tutto l’anno, per incontrare delle persone davvero speciali.

Si cammina sempre nel bosco fin quando si incontra il cartello dell’azienda agricola e si esce sui pascoli, recuperati a fatica dopo anni di abbandono. Siamo ad Agher (Prati d’Agra), all’azienda agricola di montagna Chindemi. “Vivevo a Milano, a 18 anni sono andato via da casa e sono andato in Aspromonte a fare il pastore. I miei nonni erano siciliani, facevano gli allevatori di vacche e di cavalli. I miei genitori non hanno detto niente, per loro tutti i lavori andavano bene, bastava che fossero onesti. Siamo andati anche in Svizzera in Canton Ticino a Tesserete, con le capre“, racconta Matteo. “Io invece sono nata in periferia di Parigi, mia nonna era svizzera, di Ginevra, mia mamma della Val Solda in Lombardia, ma insegnava a Parigi.  Da bambina non pensavo di allevare capre! Sono tornata in Val Solda da ragazzina. Giravo tanto in montagna a piedi. Ho fatto il liceo artistico a Milano, sono uscita con il massimo dei voti. Mi è sempre piaciuto fare cose pratiche, artigianato. Mia mamma è mancata quando avevo 17 anni, io vivevo da sola con lei. Ho incontrato Matteo prima della maturità, c’è subito stata una grande affinità di idee, di conoscenze, di ambienti e situazioni umane. Camminare è sempre piaciuto a tutti e due. Le scelte che si fanno, devono essere condivise e consapevoli. Ha sempre funzionato tutto, nonostante le difficoltà. In Calabria siamo andati insieme, siamo molto adattabili. Ci piace conoscere le culture. Abbiamo vissuto presso famiglie per conoscere, imparare i lavori agricoli“, completa il quadro Gaia.

Questa giovane famiglia, che adesso ha tre bambine, ha fatto la scelta di vita di stabilirsi quassù. ” Le varie vicende ci hanno portato qui, il tanto lavoro non ci spaventa. Il primo anno eravamo senza luce, senz’acqua, senza niente. Da ragazzino venivo in vacanza in questi luoghi. C’è turismo, per la vendita funziona. Era tutto abbandonato da trent’anni. Ci sono 12 ettari di terra. Era in vendita, poi 60 ettari ce li davano in comodato d’uso. Sembrava dovessero fare una pista, invece niente, però c’è la teleferica.  Qui c’è un’ottima esposizione, gli inverni non sono lunghi e c’è abbondanza d’acqua. Adesso sono dieci anni che siamo qui. Pensavamo già di tenere capre, perché  sono gli animali ideali per sfruttare il territorio.

Ci sono state difficoltà sociali e umane soprattutto quando le bambine hanno iniziato a dover andare a scuola. Gaia mi racconta tutti i dettagli di questa vicenda quasi dolorosa, tra istruzione parentale, scuola steineriana, frequenza parziale: “Ogni anno comunque facevano l’esame di stato presso la scuola, con ottimi risultati. La scuola a casa per noi era una necessità, ma la mentalità di paese non capiva.  Quest’anno invece frequentano quotidianamente e io sto giù in settimana. Per il commercio è meglio, porto giù i prodotti.

Matteo non riusciva, da solo, a gestire tutto: gli animali, il recupero dei pascoli, la mungitura, la caseificazione. “Prima con 70 verzasca faticavo troppo, quando arriveranno le altre, avrò poi 40-50 camosciate, sono più mansuete e riesco a gestirle meglio. Mungo a mano, ma da quest’anno lo farò a macchina perché inizio ad avere i primi dolori. Pascolo, do fieno, ce lo facciamo portare con l’elicottero, mettendo insieme dei trasporti anche per altri. Integrazioni ne faccio il meno possibile. Leggo le analisi del latte e integro il necessario. Pascolo con recinti mobili, mentre con le verzasca facevo pascolo guidato con il cane.

Ci sarebbe spazio per pascolare anche un gran numero di capre, ma le forze umane non sono inesauribili. C’è stato quindi un periodo di pausa: venduti gli animali, la famiglia si prende una pausa e va in Francia. “Per le razze autoctone devi avere degli aiuti dalle istituzioni, altrimenti non ce la fai. In Piemonte la Verzasca non è tra le razze per cui danno il contributo, così abbiamo deciso a malincuore di venderle. Facendo i conti non ci stavamo dentro, anche se avevamo migliorato la genetica. Siamo stati un periodo in Francia, abbiamo lavorato in aziende e in fiere, fatto corsi. Là organizzano tanti corsi e i docenti sono allevatori e casari, si fa molta pratica. Comunque c’era l’idea di tornare qui. La comunità faceva circolare ogni tipo di voci, dalla galera al divorzio! Noi sentivamo il bisogno di fare un periodo di formazione.

L’Agher è un… porto di montagna! Sembra che non passi giorno senza che vi siano visitatori di ogni tipo. Escursionisti, soprattutto stranieri, che contribuiscono ad acquistare una buona fetta di prodotto, gente che sale apposta per il formaggi, gruppi scout dalla Lombardia. “I turisti sono contenti di venire qui e trovare gente che parla Inglese e Francese. Noi non vogliamo essere isolati, vogliamo che la gente venga qui e faccia rivivere la montagna facendo turismo.  Bisogna raccontare il formaggio per far conoscere e capire. Le soddisfazioni più grandi sono le capre che stanno bene, il formaggio che viene apprezzato, ma anche le persone che vengono a trovarci. Facciamo la festa del 25 aprile e vengono 150 persone grazie al passaparola. Mi spiace che siamo più apprezzati all’esterno che non sul territorio, qui tanti ci vedono come hippy e fricchettoni che vanno a vivere in montagna. Non siamo così, chi ha voluto, ha capito. Noi non vogliamo essere fuori dalla società, vogliamo farne parte a modo nostro.

Matteo ripete più volte che il loro è un modello che può essere copiato e riproposto, visto che funziona lì, pur tra le tantissime difficoltà che la famiglia Chindemi ha incontrato in questi anni. Sicuramente la loro personalità contribuisce a far sì che l’Agher sia diventato un punto di riferimento sul territorio, e non solo per i prodotti caseari. Mi mostra il suo “nemico”, le felci, con cui sta combattendo una dura lotta per recuperare i pascoli. “Una volta qui d’estate tagliavano il fieno e più in alto pascolavano vacche, e 150 capre.” Sono ben accetti anche volontari che vadano a dare una mano, l’azienda è nel circuito Wwoof, ma per essere sicuri che chi arriva sia necessariamente concreto e motivato, viene preventivamente sottoposto ad un colloquio via skype. La tecnologia è molto importante per questa azienda, proprio per far parte della società. “Le attrezzature del caseificio le ho trovate usate su internet, una che aveva attrezzato tutto e poi dopo neanche un anno ha chiuso.

Come sempre, queste e altre considerazioni da me raccolte andranno a far parte del prossimo libro sulle capre…

Facevo il falegname, ma sono sempre stato uno “di campagna”

La scorsa settimana sono andata in Val Pellice a trovare Daniele. In pianura c’era la nebbia, mentre in valle splendeva il sole e le strade erano tutte un via vai di trattori che, dalle stalle, portavano il letame nei prati. Le previsioni dicevano che sarebbe arrivato il maltempo, quello che in questi giorni ha portato pioggia e neve un po’ ovunque in Piemonte.

Eccomi così davanti a “La Capra Bianca”, a Villar Pellice. Daniele aveva finito il giorno prima di pulire le stalle e così aveva un po’ di tempo da dedicare alla nostra chiacchierata. “L’idea è nata per colpa di mio figlio, quando aveva 16 anni. Abbiamo iniziato nel 2005-2006. Lui, finito la terza media, ha lavorato per l’azienda Melli-Gonnet e così ha deciso di voler fare questo, di allevare. Avrebbe voluto tenere mucche, ma qui in valle con sole capre non c’erano molti, poi erano più facili da gestire, anche per iniziare, potevamo usare le vecchie stalle, invece con le mucche avremmo dovuto far subito una stalla nuova.


La stalla l’abbiamo fatta nel 2011 con i contributi del PSR. Abbiamo messo i pannelli sul tetto, quella è stata un’altra grossa spesa, ma è anche una rendita. Avevamo messo una copertura, la commissione paesaggistica aveva dato l’ok, ma il Comune invece no, così abbiamo messo i pannelli. Il titolare sono io, mio figlio è coadiuvante, poi c’è la moglie che ovviamente da una mano. Passerà poi titolare mio figlio, ma non stiamo a fare le domande per i contributi di insediamento, tanto quest’anno le hanno bocciate tutte in provincia di Torino… Quello dei contributi è un sistema sbagliato: dovrebbero darti subito i soldi con il vincolo di restituirli, piuttosto che far così. Prima li devi spendere e poi loro te li danno, così sono tutti costretti ad impegolarsi con le banche. Gli unici a cui conviene sono quelli che i soldi li avrebbero già. 


Io prima facevo il falegname e mobiliere, ma sono sempre stato uno “di campagna”. Mi è sempre piaciuta la campagna. Qui era dei miei suoceri.La stalla non è piena, Daniele mi dice che potrebbero starci fino a 120 capre, ma per il momento va bene così. Proprio in quei giorni gli animali sono stati messi in asciutta, la mungitura riprenderà a febbraio, dopo la nascita dei capretti.

Abbiamo scelto le Saanen per caso! Prima di iniziare siamo andati a vedere diversi allevamenti. Un giorno un amico passando in macchina verso Piscina ha visto un cartello “vendesi caprette da latte”. Siamo andati a vedere e ci siamo innamorati delle nostre prime ventiquattro caprette, più un becco. Poi adesso ci chiamiamo “La Capra Bianca”, quindi non possiamo più cambiare!

Nonostante siamo in valle, Daniele mi spiega che da qualche anno gli animali vengono allevati in stalla e nutriti con il fieno autoprodotto. “All’inizio salivamo ad un furest d’estate, dal 2006 al 2012. Poi abbiamo dovuto fare delle scelte. Per essere autosufficienti facevamo i fieni, poi c’erano i mercati, troppo impegno. Finivi alle 10 di sera e dovevi andare su… Sui pascoli abbiamo anche avuto problemi sanitari, clostridi e una parassitosi che non si riusciva ad individuare, un verme che solitamente colpisce più le pecore, per cui i trattamenti che facevamo non erano efficaci. Ne sono morte quindici. Così diamo il fieno e granaglie, non mi piace parlare di “mangimi”, sono cereali.

La produzione di formaggi in questo momento è ovviamente interrotta. In un locale delle strutture abitative è stato ricavato il punto vendita, di fianco al caseificio. “L’ottanta per cento delle produzioni le vendiamo direttamente (specialmente sui mercati), un venti per cento tramite rivendite. Sono due anni che vado tutti i venerdì al mercato di Torre Pellice.  Sul mercato ci sono i clienti affezionati che tornano, funziona più che alle fiere. Quest’anno, grazie ad un’idea di mia moglie, abbiamo provato a metterci al ponte sulla strada, ed ha funzionato ben più che alle fiere, perché la gente torna settimana dopo settimana. Paghi il suolo pubblico, ma è poca roba.

Abbiamo fatto investimenti non indifferenti, per cui bisogna uscire dal “buco nero”, ma non è facile. Non andando in montagna e non avendo razze in via d’estinzione, non abbiamo grossi aiuti. Qui abbiamo il bollino CEE per la caseificazione. Non è stato facile ottenerlo, c’era sempre qualcosa che non andava. L’ultima volta erano le altezze dei locali di lavorazione, ma qui siamo in montagna, una casa antica… alla fine ce l’abbiamo fatta.

L’ultimo locale che visito è la cantina, in cui al momento vi sono solo più i formaggi stagionati.La gente dovrebbe capire che ad un certo punto c’è solo più questo… e stagiona sempre di più con il passare dei giorni! Come freschi facciamo tomini, primosale, tomino lattico che dura 30 giorni e a 15-20 è migliore che fresco. Poi ricotta, saras fresco e stagionato (saras del fen). Come stagionati toma e caciotta (da un chilo e da 700 grammi), paglierine, toma blu, gorgonzola. Non ci sono richieste fisse da ristoranti della zona. Anche il saras del fen nei menù qui in valle non c’è!“. Resto molto stupita da quest’ultima affermazione, dato che molto è stato fatto per recuperare valorizzare questa ricotta stagionata. Oltre ai formaggi, da “La capra bianca” troviamo anche i salami realizzati con la carne delle capre a fine carriera.

…questa ovviamente non è che una parte di quel che Daniele mi ha raccontato… ma tutto il materiale raccolto finirà nel mio prossimo libro dedicato alle capre…

 

Penso sia stato un colpo di fulmine tra me e questi animali

Storie di capre e caprai… Un mondo particolare, quello delle persone che si “innamorano” delle capre. Tra di loro c’è anche Debora, da Migiondo una frazione del comune di Sondalo in Valtellina, operaia in un’azienda di tecnologia medica, ma allevatrice per hobby di 40 capre  di razza Frisa (e alcuni incroci). Lei li definisce animali “da compagnia”, ma quaranta capre sono un’impegno non da poco, oltre una compagnia!

(foto D.Ricetti)

(foto D.Ricetti)

Ho scelto questa razza perché è la capra che è nata proprio nelle mie zone, originaria di qui.. e poi l’ho scelta per la forza e la struttura e la bellezza e l’eleganza che questa capra possiede. La mia prima capra mi fu regalata quando avevo 6 anni, era una tibetana, le altre sono arrivate quando avevo 9 anni… Erano 5 frise, che mio papà ha dovuto comprare per poter costruire un fienile… e da li è nata la mia passione.

(foto D.Ricetti)

(foto D.Ricetti)

Ho un paio di pecore, un cavallo, e un pastore tedesco. Ho scelto le capre per l’amore che riescono a trasmettermi, perché non è un animale comune, non è il solito gatto o il solito cane o pesce rosso che sia, penso sia stato un colpo di fulmine tra me e questi animali. Sono scelte di vita, le capre mi hanno aiutato a crescere e a diventare ciò che sono ora.

(foto D.Ricetti)

(foto D.Ricetti)

Mi piace tantissimo in tutto perché tutto sommato è un animale favoloso e completo, non mi piacciono molto le capre senza corna, perché penso che le corna su una capra siano la cosa più bella. Secondo me è un animale poco apprezzato e considerato stupido, cosa sbagliata, essendo a contatto con loro da anni posso testimoniarlo e dimostrarlo. Momenti difficili? Tanti… soprattutto durante i parti, qualche brutta complicanza, quest’anno alcune hanno mangiato anche del veleno, per mia fortuna con qualche puntura per aiutarle a vomitare ce l’ho fatta a salvarle.

(foto D.Ricetti)

(foto D.Ricetti)

L’aneddoto più bello è stato quest’anno, 4 gemelli dalla stessa capra, sembrava non finisse più di partorire. Ho fatto alcuni formaggi, ma non lo faccio per quello, io tengo le capre più per passione e hobby, perché il mio lavoro non mi permette molta libertà. In azienda mi aiuta mio zio, quando faccio i turni c’è lui fortunatamente.  Avere animali è vita, una vita più grande, perché sai che dovrai pensare anche a loro. Riesco a staccare l’estate quando vanno sulle cime delle montagne. Ci sono molte cose da raccontare, ma penso che mandarti alcune foto sia la cosa migliore, così capirai il rapporto tra me e le mie capre.

(foto D.Ricetti)

(foto D.Ricetti)

Mi occupo di tutto in stalla, per la fienagione ho un aiuto anche da parte dei miei genitori. Pascolo all’aperto, ma i miei animali d’estate vanno a 2700 metri di altitudine da soli, non esistono pastori qui che le vegliano, si autogestiscono da maggio a ottobre.

(foto D.Ricetti)

(foto D.Ricetti)

La loro semplicità, mi è sempre piaciuto il loro carattere, diciamo che pur non avendo niente, loro mi danno tutto. Preferisco vendere le mie capre piuttosto che macellarle e fortunatamente, tramite internet ho un bel giro di clienti. Le capre sono una risorsa sicuramente, penso che bisognerebbe tornare a far fare questi lavori alla nuova gioventù di “risvoltinati”.  

(foto D.Ricetti)

(foto D.Ricetti)

Le capre possono essere animali “da compagnia”, a me personalmente danno molta compagnia, io le vedo come dei cani,perché sono talmente docili e attaccate a me! Le mie capre hanno tutte un nome, appena nascono riesco a capire subito come le chiamerò, altre invece hanno il nome delle mie colleghe di lavoro!!

(foto D.Ricetti)

(foto D.Ricetti)

Ci sono molti allevatori di questa razza, c’è molta rivalità,qui si fanno le mostre del paese, ci si invidia a vicenda per la capra più bella.” Anche quest’anno, alcuni giorni fa, a Grosio, Debora si è aggiudicata dei premi per i suoi animali. Se anche voi volete raccontarmi la vostra storia (che verrà anche utilizzata nel libro dedicato alle capre), scrivetemi e vi manderò il questionario da compilare.

Ci va la passione comunque, anche allevando in questo modo

Dopo una realtà altamente tradizionale, dove l’allevamento è passione e quasi non comporta reddito, seguendo la mia guida, mi sposto di pochi chilometri per visitare un’azienda molto diversa. Lasciamo le pendici di Monte Bracco e ci inoltriamo nella bassa Valle Po, area ormai quasi totalmente frutticola. Meli, kiwi, piccoli frutti. E’ proprio tra i frutteti che c’è la stalla di Giuliano, nel comune di Revello.

Il titolare è appena arrivato da una riunione. Guardandolo non potrei definirlo un “pastore”, ma piuttosto un imprenditore. “Ho iniziato nel 2014 con le capre. Qui prima l’azienda era solo frutticola, ma mio nonno e mio papà erano margari, sono anche sposato con una margara. Qualche bestia per passione c’è sempre stata. Nell’azienda avevo un ricovero per gli attrezzi che era sovradimensionato, così ho deciso di fare un allevamento intensivo di capre. È stata una sfida per differenziare l’azienda, prima di iniziare ho visitato allevamenti di capre in tutta Italia.

Questo è un allevamento di capre da latte, la razza è la Camosciata delle Alpi. Non ci sono pascoli intorno alla stalla, gli animali mangiano fieno ed altri alimenti conservati. “Da giugno 2016 siamo certificati bio, tutta l’alimentazione è certificata, non usiamo mangimi OGM. Siamo anche un allevamento indenne CAEV e Scrapie. Questo è importante per la vendita di caprette ad altre aziende. Noi le prime quaranta le abbiamo comprate a Pavia, poi altre da Luisella Rosso a Bibiana.

L’obiettivo è di arrivare a 200, di più la stalla non può tenerne. Mungiamo e vendiamo il latte. Sono vestito così perchè oggi sono andato dal notaio. Con un’altra azienda caprina del Saluzzese abbiamo creato una cooperativa, la Biancoviso, abbiamo firmato proprio oggi l’atto costitutivo, per la vendita di latte di capra UHT biologico. I negozi dicono che c’è richiesta, ma fin quando non usciamo a gennaio con il prodotto, non si può dire. Vogliamo immetterlo nella grande distribuzione locale, dove adesso siamo già presenti con la frutta.

Una stalla moderna, animali di alta genealogia, ben tenuti, dotati di tutti i confort! Ma anche un modo totalmente diverso di concepire l’allevamento rispetto a molte altre realtà che ho visitato in questi mesi.  “Se abbastanza intensivo, era una forma di allevamento che dava un reddito più facile delle vacche da latte, per uno che deve iniziare totalmente da zero. Bisogna fare grossi investimenti, non ho problemi a dire le cifre. Già solo per la sala mungitura, ho speso 30.000 euro, mentre per un impianto per le vacche ce ne sarebbero voluti 100.000, per quello base. Solo di strutture, più di 200.000 euro di spese.

È un’altra concezione di allevatore, forse il tradizionale ha meno grattacapi di me, qui ti esponi tanto. Abbiamo diversi operai nell’azienda e uno si occupa solo delle capre. A lavorare così ti passano tutte le poesie, ma l’allevamento deve essere redditizio. Guardi la genealogia, la mammella, la resa. Ovviamente in un certo senso mi scontro con il mondo tradizionale, sono visto come un blageur (uno sbruffone)  ma a me tocca vestirmi da festa ben sovente per andare a gestire la mia azienda. Adesso con altri allevatori andremo in aereo in Francia a Capr’Inov, un salone esclusivamente dedicato alla filiera della capra da latte, una fiera specializzata. In Francia un allevamento come il mio è considerato piccolo.

Fuori dalla stalla, un appezzamento coperto di pannelli fotovoltaici, con pecore Ouessant ad occuparsi della “manutenzione” e dello “sfalcio”. “Le pecore mangiano gli avanzi di fieno delle capre e pascolano sotto ai pannelli. Ho anche delle Suffolk, sono ancora in montagna. Qualche animale in azienda comunque l’ho sempre avuto anche prima. La passione per le capre è un qualcosa di innato, ci va la passione comunque, anche allevando in questo modo. L’altra sera ho fatto la cena dei coscritti per i quarant’anni,  quando ho detto quel che facevo, una compagna delle elementari mi ha detto che già da bambino dicevo che volevo avere le capre!

Ho aperto gli occhi e ho visto capre

Era una giornata grigia e umida dalle mie parti, ma ormai avevo combinato per andare in Valle Po a vedere capre ed intervistare allevatori. Mi accompagna Giovanni, che conosce tutti e tutto… Così prima mi porta da un “allevatore tradizionale”, che già avevo incontrato alle fiere zootecniche. Siamo a Rifreddo e saliamo tra strette strade e borgate, ai piedi di Monte Bracco. Per fortuna lì c’era il sole e un bel panorama. Ci sono vacche al pascolo, piccole greggi di pecore, poi vedo più in alto le capre, appena sotto il bosco.

Parcheggiamo nel cortile della cascina e saliamo appena sopra, sui prati. Oggi Livio ha tenuto in basso le capre apposta per noi, altrimenti sarebbe stato su per i boschi a farle mangiare castagne. Monte Bracco è il posto delle capre, avevo già intervistato qualche mese fa una coppia di “famosi” allevatori che abitano sull’altro versante. Oggi ci sono ancora diverse famiglie che hanno capre, da queste parti, ma fino a mezzo secolo fa qui addirittura venivano a svernare centinaia di animali. “Monte Bracco le capre le manteneva anche d’inverno, è ben esposto, ci sono boschi. Si è andati avanti così fino a 45-50 anni fa. Partivano da Rifreddo per andarle a prendere fino in Val Pellice e venivano in qua con 5-600 capre, poi le davano alle varie famiglie, chi ne prendeva una, chi due, chi tre, spesso era gente che aveva già qualche capra sua. Quelli che le svernavano si prendevano in cambio il capretto.

Ho le capre da quando sono nato, ho aperto gli occhi e ho visto capre. Ho una foto che non cammino ancora e mi appoggio a due capretti. D’estate vado a lavorare, faccio qualche ora qua e là, d’inverno sto dietro alle capre. Sono trent’anni che le mando via d’estate perchè giù fa troppo caldo. Le mando al Lausun in Val Germanasca, dai Garnier.

Non solo capre, la passione è anche per le galline e per i colombi. Questa comunque è ancora una storia in cui la capra è soprattutto un piacere. Si vendono i capretti, ma “… se ne trovo una bella che mi piace, se me la vendono, la compro! La soddisfazione è avere una bella capra che ti piace più delle altre. Sono una passione, una passione che costa.” Dopo essere stata da Livio, Giovanni mi porterà in una realtà completamente differente, a pochi chilometri di distanza…

E’ una razza che appartiene al territorio dove vivo

Un’altra intervista on-line con una giovane allevatrice di capre dalla grande passione e tenacia. Avevo incontrato Jessica Bettoni ad una riunione di allevatori in alpeggio in Lombardia, poi le ho chiesto se aveva voglia di rispondere via internet alle mie domande. Se anche voi allevate capre e volete ricevere il questionario, scrivetemi!

Mi chiamo Jessica, vivo a Bienno in valle Camonica (BS). Il mio allevamento è composto da circa 130 capre di cui circa 100 sono in lattazione e le rimanenti sono la rimonta. La  razza che allevo sono le bionde dell’Adamello, una capra autoctona della nostra zona, una capra dal lungo mantello di due tonalità biondo chiaro e biondo scuro, sul muso hanno due striature bianche e la pancia bianca. Premetto che alleviamo questa capra perché mio papà la sempre allevata e poi perché appartiene al territorio dove vivo!

(foto J.Bettoni)

(foto J.Bettoni)

La passione per gli animali sicuramente me l’ha trasmessa mio papà, fin da giovanissimo aveva qualche capra e qualche vacca, però lavorava come muratore, poi quando si è sposato con mia mamma hanno creato la nostra azienda. La mia prima capra l’ho avuta quando avrò avuto tre anni, si chiamava Bibi e mi ricorderò sempre che aveva partorito e io sono andata a guardare il suo caprette e lei mi ha dato una cornata che in fronte avevo stampato la V. In azienda alleviamo anche una settantina di bovini di razza bruna italiana, 1 cavallo 7 pecore, i conigli e 6 cani, 4 li usiamo con le capre e con le vacche mentre due adesso sono in pensione. Le mie capre stanno all’aperto circa sei mesi, invece gli altri mesi li trascorrono in stalla, tutte a stabulazione libera, l’estate ci trasferiamo sulla malga Arcina sul comune di Bienno, d’estate non abbiamo solo i nostri animali, prendiamo in affitto anche vacche e capre, quest’anno mi sono occupata nel periodo estivo di 230 capre di cui 150 da mungere. 

(foto J.Bettoni)

(foto J.Bettoni)

Ho scelto le capre perché a casa ci siamo divisi i ruoli e siccome che le capre mi hanno sempre ispirato e incuriosito, ho preferito occuparmi di loro. Anche quando ero più piccola che tornavo da scuola correvo subito in stalla dimenticandomi di fare i compiti e studiare! La capra secondo me è un animale molto affettuoso, sono furbe, dispettose, indipendenti e quando mi guardano con quel muso buffo mi fanno ridere. Non riesco a dare i nomi a tutte anche perché sono tantissime, l’unica che ho battezzato si chiama Regina perché in mezzo a tutte si distingue.

Il momento più difficile che abbiamo incontrato è stato nel 2009 quando abbiamo dovuto abbattere tutto l’allevamento perché l’autunno in malga, mischiandosi con altre capre hanno contratto l’agalassia contagiosa e non si poteva far niente, l’unica soluzione è stata eliminare tutte le 150 capre. Pensando che era da poco che avevo preso parte dell’azienda mi son sentita morire, poi fortunatamente abbiamo ricominciato ad allevare e adesso a distanza di 7 anni ho di nuovo il mio stupendo allevamento. Sento che ho un legame forte con loro anche perché tante volte se mi muore qualche capra piango anche, e poi se le cose non vanno ti cadono le braccia a terra, ma poi mi guardo la mia azienda e mi rimbocco le maniche e parto a mille. 

La cosa che mi fa essere fiera del mio allevamento è quando partecipo alle fiere, anche quest anno alla fiera delle capre a Borno mi sono aggiudicata il titolo di regina della mostra, e anche alla fiera provinciale di Edolo della capra bionda mi sono aggiudicata la regina e miglior allevamento, questi sono momenti che mi fanno essere fiera di essere un’allevatrice.

(foto J.Bettoni)

(foto J.Bettoni)

Cerco di dividere i parti così posso avere latte tutto l’anno. Il nostro formaggio di punta è il Fatulì (presidio slowfood), che è un formaggio affumicato con ginepro, produciamo la formagella e la mista capra e mucca. La vendita avviene tramite mercati settimanali e fiere, di questo si occupa mia mamma, a lavorare il latte me la cavo, però ho ancora tanto da imparare da mio papà. La nostra è un’azienda famigliare c’è mia mamma Barbara che si occupa della vendita e quando è libera ci aiuta come può, mio papà Stefano che con la sua esperienza è sempre pronto a dare una mano in qualsiasi occasione e consigli, lui lavora sopratutto con il trattore e quando sono in piena lattazione con le capre mi aiuta a mungere, la mungitura avviene meccanicamente, poi c’è mia sorella Ylenia, lei si occupa delle vacche.

(foto J.Bettoni)

(foto J.Bettoni)

Mi sono diplomata in ragioneria ho lavorato per un po in uno studio da commercialista ma non era la mia vita, appena potevo dovevo evadere da quella stanza, allora parlando con i miei mi sono inserita nell’azienda e adesso lavoro a tempo pieno. L’aspetto più piacevole è quando le chiamo e arrivano tutte vicino, mi guardano, belano e tante vengono a farsi grattare come per dirmi” eccoci siamo qui!”. E’ indescrivibile l’emozione che provo…

Se qualcuno mi dicesse che vuol tenere le le capre gli direi subito che è pazzo! Ma non perché son gelosa che qualcuno apre un altro allevamento, anzi meglio, ma perché è un impegno, bisogna capire che non c’è né sabato né domenica, tanto meno Natale e Pasqua, non puoi chiudere la stalla il venerdì e dire loro: “ciao ci vediamo lunedì!!”. Riesco a staccare ogni tanto, ma non tanti giorni perché senza tutti i miei animali sento persa.

Il libro sulle capre si farà

Una buona e una cattiva notizia. Ho trovato un buon editore per il libro sulle capre. Blu Edizioni, che 10 anni fa aveva pubblicato “Vita d’alpeggio”, è interessato al mio progetto. L’interesse è tale da volerlo con una scadenza abbastanza ravvicinata, quindi devo darmi da fare, scrivere i testi e concludere nel più breve tempo possibile le interviste. Ciò significa che mi dovrò concentrare specialmente su alcuni aspetti e aree che non ho ancora visitato. Mi spiace, non posso andare da TUTTI quelli che avrebbero avuto piacere di chiacchierare con me. Soprattutto, cercherò di vedere realtà di caseificazione, che sono quelle particolarmente interessanti per una certa fetta di lettori. Qual è la cattiva notizia? Scrivere sembra facile, ma è anche questa un’attività che richiede tempo. Quindi… a venire sacrificato sarà il blog. Non so come e quando riuscirò ad aggiornarlo. Di sicuro non quotidianamente.

Se ce la faccio a scrivere qualcosa mentre sono al pascolo delle mie capre, allora troverete articoli. Ma scegliere le foto, impaginare… ogni cosa richiede il suo tempo e devo dedicarmi soprattutto alle attività che (faticosamente) mi danno da sopravvivere. Parlando di capre… certo, potrei metterle nelle reti e dimenticarmi di loro dal mattino alla sera. Ma, come scriverò anche nel libro, sia che si scelga di tenere degli animali per passione, sia per attività remunerativa, è fondamentale aver cura di loro e delle loro esigenze, altrimenti è meglio lasciar perdere! Non mi interessa “avere delle capre”, cerco di fare del mio meglio per avere delle belle capre, in salute, anche un tantino viziate!

Sono sempre i benvenuti TUTTI i vostri interventi. Se mi chiedete il questionario, ve lo invierò e il vostro contributo andrà ad arricchire il libro. Molto gradite anche le RICETTE. Sto infatti cercando ricette (tradizionali e non), da tutta Italia, ma non solo, in cui si utilizzi la carne di capra (e capretto). Eventualmente anche ricette con formaggio e ricotta di capra. Anche queste verranno inserite nel libro. Se poi avete anche una foto che le illustra, tanto meglio! Scrivetemi

Ogni storia che abbia a che fare con le capre è gradita. Per esempio mi ha scritto Elena da Avigliana: “Ho richiesto il modulo per l’intervista, ma mi sento un po’ troppo al di fuori per far parte di questo. Mi interessava in qualche modo venire in contatto con lei che stimo per quel che fa. Ho quasi sessant’anni ed ho le capre cachemire dal 2012, anno in cui ho anche acquistato due femmine di asina di Martinafranca. Tutto questo in seguito alla morte di mio padre che dal 1986, andando in pensione, ha allevato cavalle trotter. Abbiamo origini contadine e sempre io ricordo cavalli al nostro fianco. Era appassionato di attacchi ed abbiamo ancora numerosi calessi, ecc. Quando è mancato nel 2011 ha lasciato l’azienda a mio fratello, più piccolo di me di 12 anni. Andrea è avvocato ma ha sempre fatto parte dell’azienda come coadiuvante grazie al fatto che è perito agrario. Contestualmente ai cavalli in pensione ha inserito l’allevamento di vacche piemontesi, ora ha dieci femmine, cinque vitellini e tre manze. Ci sono poi dieci pecore biellesi di cui curo la lana. Io ho invece, sempre con il suo codice stalla, quattordici capre cachemere e due asine dell’allevamento Basile di Martinafranca che per il momento ho rinunciato ad ingravidare dopo diverse vicissitudini. Mio padre già aveva capre tibetane, abbinate ai cavalli, per il prato, ecc.  Perché cachemere? Perché sono appassionata del cachemere, prima che mancasse mio padre avevo acquistato un telaio e proprio il giorno in cui ho acquistato la lana in val Maira, papà ha avuto un infarto e tre giorni dopo avevo già un nuovo lavoro che mi ha tolto questa fantasia. Al mattino 4 giorni la settimana mi occupo degli animali; io veramente sono un’astrologa e questo è il mio lavoro principale.  Perché le capre? Perché sono intelligenti. Non so, c’è un feeling. Mi piace vederle pascolare, così come mi piace contemplare il fuoco e le onde del mare. Adoro le immagini dei nomadi.

Ai nostri bambini non manca niente

Sempre alla fiera di Campertogno (VC), ho intervistato un’altra allevatrice di capre, Anna. Lei, i suoi animali, i suoi formaggi, erano già comparsi su queste pagine l’anno scorso, quando per l’appunto ero stata alla fiera in Valsesia per la prima volta. Quest’anno però ne ho approfittato, tra un cliente e l’altro, per farle un po’ di domande.

C’è la fila alla bancarella, chi fa acquisti e chi scambia quattro chiacchiere. La foto l’ho scattata al mattino presto, poi man mano i prodotti hanno iniziato a scarseggiare. “All’inizio facevamo solo robiole, poi anche yoghurt, perchè nessuno faceva yoghurt di capra qui, così abbiamo provato. Facevamo solo freschi, in seguito abbiamo iniziato anche con gli stagionati. Marco, mio marito, lavora al caseificio di Piode. Faccio solo questa fiera, abbiamo i nostri clienti fissi, poi a Pratosesia adesso c’è la Cooperativa Alla Fonte che ci prende una buona parte delle produzioni.

Anche il gregge di Anna e Marco arriva alla fiera. “Marco è originario di qui, cercavamo qualcosa a Campertogno quando ci siamo sposati e abbiamo deciso di venire in valle, ma non trovavamo case adatte, solo appartamenti, noi volevamo poterci scaldare a legna. Avevamo già il progetto di allevare, io aspettavo la nostra prima bimba, così il sindaco di Mollia ci ha dato una casa in affitto, perchè davamo garanzia di voler davvero fare qualcosa sul territorio. Abbiamo chiesto i contributi UE per fare la stalla. Ieri era l’anniversario, 15 anni da quando siamo venuti qui nel 2001… La stalla l’abbiamo costruita nel 2004.

Io sono laureata in Scienze Forestali, Marco in Agraria. Lui lavorava in un’azienda di frisone da latte come dipendente capostalla. Guadagnava bene, adesso non sarebbe così semplice lasciare un lavoro del genere. Io invece ero impiegata in una cooperativa di gestione di un’azienda ospedaliera per anziani. Abbiamo scelto le capre perchè qui il territorio si presta di più che non i bovini, le puoi pascolare fuori anche d’inverno. L’unico aspetto negativo è che… non si va mai da nessuna parte! Fin quando i bambini non andavano a scuola, facevamo qualche giorno a novembre. Ci piace il Trentino, o la Valle d’Aosta. Mi hanno chiesto cosa manca ai nostri bambini… Niente! Anche se magari non faranno questo mestiere, la famigliarità con cui trattano gli animali, è un qualcosa che servirà loro per qualsiasi cosa, nella vita. Giulio vorrebbe pecore da latte… Maddalena è appassionata di cavalli, hanno 12 e 14 anni.

Abbiamo una cinquantina di capre, 8 mucche e 2 cavalli. Per le capre, abbiamo cercato animali di razza, selezionati. Li abbiamo presi all’università di veterinaria a Torino, 11 femmine. All’inizio abbiamo allevato i capretti. Adesso i maschi li macelliamo e riusciamo a smaltirli nel giro degli amici e clienti. Le femmine le vendiamo per allevamento, diamo la certificazione di razza e indennità CAEV, quindi vendiamo una capretta anche a 200 euro. Ne abbiamo vendute in Toscana, in Sardegna. Per me è un’esperienza assolutamente positiva, che coinvolge tutta la famiglia, fa parte della nostra vita. Oltre all’azienda agricola, io faccio anche la supplente alla scuola dell’infanzia.

Solo adesso si vedono i primi risultati

In attesa di trovare una casa editrice interessata alla pubblicazione del mio prossimo libro su capre & caprai, ancora qualcuna delle ultime interviste fatte da me. Riprenderò a girare quando avrò delle certezze sulla concretizzazione del mio progetto. Adesso ho le idee abbastanza chiare su che forma dare al libro, sui contenuti, ma non posso dimenticare il lato economico della questione… anche se in questo libro spesso ci saranno soprattuttostorie di sogni e di passione. Pure questa ne fa parte a pieno titolo! Sogni sì, ma ci vanno anche i risultati!

Alla fiera di Campertogno in Valsesia (VC) volevo approfittare della giornata per intervistare qualche allevatore di capre. Girovagando tra le bancarelle ho incontrato Alberto e, ancor prima di iniziare l’intervista, ho capito che avevo trovato un’altra buona storia. Lui e Francesca allevano capre Cashmere in Valsesia, io stavo per l’appunto cercando anche qualche allevatore di questa razza, che sta iniziando a contare un discreto numero di presenze anche sulle nostre montagne. Visitate il loro sito Valsesia Cashmere, tanto per cominciare.

(foto dal sito Vasesia Cashmere)

(foto dal sito Vasesia Cashmere)

Su questa pagina ritrovo le parole che Alberto mi ha detto nella nostra breve chiacchierata, a cui ogni tanto si univa qualche curioso che si aggirava per la fiera. “Vai a leggere, è tutto raccontato lì nel sito! Abbiamo preso le prime capre nel 2008,  5 esemplari di capre Cashmere, ossia Aristotele, Anastasia, Artemisia, Adelaide e Andromeda; a partire da quel momento i nuovi nati verranno “battezzati” ogni anno con nomi che hanno per iniziale la lettera dell’alfabeto successiva all’anno precedente.

(foto dal sito Valsesia Cashmere)

(foto dal sito Valsesia Cashmere)

Francesca studiava veterinaria, ci siamo conosciuti quando io stavo a Milano, ma io sono originario di qua, lei è Bergamasca. Abbiamo provato… Volevamo fare qualcosa secondo una filosofia ben precisa, un’attività che si fondasse sul benessere animale, sull’ecosostenibilità, sul rispetto della vita e della natura. Il principio che ci ispira è che è moralmente giusto e materialmente possibile interagire con l’ambiente senza depredarlo, allevare degli animali senza abusarne, ottenere prodotti di qualità senza produrre inquinamento.

(foto dal sito Valsesia Cashmere)

(foto dal sito Valsesia Cashmere)

Abbiamo iniziato qui a Campertogno, ma poi abbiamo incontrato delle difficoltà con la gente, a dire la verità. Guai se un animale ti scappa e tocca un filo d’erba, è più grave quello che non trovarti a letto con la moglie!! Così ci siamo spostati a Cavaglia Sterna, frazione di Varallo. Una delle prime cose che abbiamo fatto è inventarci e registrare il nostro logo, ispirato ad un becco castrato che adesso ha 12 anni ed è la nostra particolarità.

Siamo andati a lezione di telaio, la fibra la facciamo pettinare e lavorare alla filatura di Verrrone, poi noi la tessiamo, facciamo sciarpe, fasce. Poi con una maestra puncettaia di qui, abbiamo sostituito il cashmere al cotone, così creiamo gioielli in puncetto, una tecnica tipica della Valsesia. Un’altra lavorazione, la caterinetta, la facciamo noi, una lavorazione più semplice che ci permette di avere un’altra collezione di gioielli in cashmere valsesiano più economica.

Per non sprecare niente,  ci facciamo produrre sapone col latte di capra. Siamo partiti con tanta passione, ma solo adesso si vedono i primi risultati. Vogliamo fare analizzare la fibra capra per capra, per migliorarla ed ottenere una fibra sempre più pregiata. Siamo a 900 metri, la capra cashmere ha bisogno di caldo d’estate e freddo d’inverno. Diamo solo fieno in pieno inverno, mai proteine, nemmeno erba medica, perchè ispessisce la fibra.

(foto dal sito Valsesia Cashmere)

(foto dal sito Valsesia Cashmere)

Fino a 26 anni non ho mai avuto animali. Però non volevo una vita monotona e un orario fisso. Qui seguo le capre, mi faccio la legna, realizzo i manufatti. Se fai qualcosa che ti piace, non è più lavorare. Dietro ad una sciarpa ci sono 10 ore al telaio e… un anno di allevamento! La soddisfazione è fare i mercatini e vendere i tuoi prodotti. C’è un grosso valore. Si vendono sotto Natale, più in Lombardia o in Val d’Aosta, qui la gente non spende 3-400 euro alle bancarelle dei mercatini! C’è più diffidenza!