Si sta perdendo il buon contadino che fa i buoni prodotti

Ancora a Roccaverano. Dopo aver pranzato (ed assaggiato anche una robiola), quel giorno mi sono spostata in una seconda azienda, la Cooperativa La Masca, dove ho incontrato Beatrice, Fabrizio e Marco. Sarà Fabrizio a curare le pubbliche relazioni e raccontarmi un po’ la loro storia.

Salgo e scendo sulle colline per raggiungere La Masca. “Abbiamo iniziato nel 2001, con le produzioni nel 2002. Non dovevamo “cambiare vita”, perché eravamo ventenni che dovevano iniziare. All’inizio eravamo in quattro, una ragazza però si è tolta. Il nostro nasce come progetto di agricoltura collettiva sostenibile in territori che si prestassero a queste attività. Poi abbiamo iniziato a ragionare sull’allevamento e abbiamo scelto le capre. Mio papà era originario di Roccaverano, io sto a Monastero Bormida. C’era il prodotto da valorizzare, in quegli anni si tornava a parlare di prodotto artigianale, la Robiola di Roccaverano è uno dei primi Presidi SlowFood.
La cooperativa è un’attività collettiva di agricoltura sostenibile legata al territorio. Marco educa asini per la trazione animale, poi abbiamo messo alberi da frutta. Io faccio parte dell’ARI, Associazione Rurale Italiana. L’obiettivo è lavorare sul territorio, per il territorio e avere prodotti legati alla sostenibilità. Lo stipendio è magrissimo, questo è un problema. I costi sono sempre più elevati, abbiamo fatto investimenti, ma soprattutto i costi burocratici e amministrativi sono un peso.

Fino al 1996 per la Robiola non c’era un disciplinare stretto come oggi. Quando siamo partiti, erano 25-30 che facevano la DOP, ma all’epoca era diverso, i bollini te li regalava la Comunità Montana. Come consorzio abbiamo poi deciso di rifare il disciplinare. Abbiamo lasciato che potesse essere un formaggio a latte misto, perché tradizionalmente nelle aziende si faceva con latte di capra, pecora e anche vacca. Abbiamo differenziato il “pura capra” e il “misto” (dove però deve esserci almeno il 50% di capra). Abbiamo scritto che le razze possono essere camosciate e roccaverano. Avessimo messo solo la Roccaverano, facevamo la fine del Murazzano, che per essere stati rigidi sulla pecora delle Langhe, adesso rischia di scomparire come formaggio.

Oltre al pascolo diamo granaglie, un mix che ci facciamo noi, granaglie intere OGM free. Il disciplinare del Roccaverano è ogm free. Il fieno lo prendiamo da un allevatore di pecore qui vicino.
Siamo partiti da 20 caprette, abbiamo allevato, abbiamo comprato da un’azienda che smetteva. I becchi li cambiamo dopo 3 anni. Non destagionalizziamo e lasciamo il capretto sotto la madre, facciamo monta naturale e non fecondazione artificiale.

Ci alterniamo nei lavori, tutti sanno fare tutto, anche se poi ciascuno ha il suo compito principale: Beatrice è segretaria d’azienda, quindi la contabilità la segue soprattutto lei, ma si occupa anche del caseificio. Marco si occupa molto della stalla, io delle vendite e dei rapporti con le amministrazioni. Al pascolo ci alterniamo, andiamo tutti. Andiamo fin quando si può, da Pasqua a novembre in maniera continuativa, poi come adesso che non c’è neve le facciamo comunque uscire un po’. C’è stata tanta siccità… poi piantano noccioli ovunque e diventa difficile trovare dove pascolare.

A me piace occuparmi di politiche agricole, perché si sta avendo una “desertificazione contadina”: aumentano le grandi produzioni, ma si perde il buon contadino che fa i buoni prodotti. Va bene il “custode del paesaggio”, ma non voglio essere stipendiato per fare il giardiniere. Io devo produrre un prodotto che mi venga pagato al suo giusto prezzo, poi con quello ti garantisco di gestire il paesaggio grazie al mio lavoro e ai miei animali. Portiamo noi i formaggi ai negozi. Il problema è soprattutto la carne. Il capretto è una carne buona, magra, saporita. Cerchiamo di valorizzare il progetto Capretto della Langa Astigiana, allevato a latte materno. Questa è la garanzia di qualità e anche del benessere dell’animale.
Siamo clienti di un macello, andiamo là, ci macella l’animale e poi noi possiamo tagliare la carne e preparare i pacchi, il privato così viene e si prende la carne, oppure il ristorante.  Adesso sono 3 anni che portiamo capre e qualche caprettone a far trasformare al salumificio di Moretta. Si ottengono prodotti ottimi, è una carne poco conosciuta. Li piazziamo con i gruppi di acquisto, perché se la gente non li assaggia prima, sono prodotti difficili da collocare.

Annunci

Razze in via di estinzione

Oggi ero stata invitata in un luogo che conosco bene, il Rifugio Barbara al fondo della Comba dei Carbonieri, in Val Pellice. L’occasione era la presentazione di un progetto da parte della Coldiretti. Se n’era già parlato anche su “La Stampa” l’altro giorno… Questa doveva essere la conferenza stampa di presentazione del progetto. Sui siti stanno già uscendo gli articoli dei giornalisti presenti (ANSA, poi qui, qui…), ma io che sono la pecora nera, le cose le ho viste un po’ in un altro modo.

Era una bellissima giornata, forse fin troppo bella per parlare di montagna, alpeggi, pastorizia e dei relativi problemi. Come al solito “immagini da cartolina” che potrebbero far dire: “Si lamentano, ma guardate un po’ in che posti vivono e lavorano!!!“. C’è da lamentarsi? Per la questione lupo… sì, di sicuro. Continuano gli attacchi, anche con il pastore presente. Il fenomeno si estende anche in aree dove prima si registravano solo predazioni sporadiche. Non ho più scritto post parlando dell’argomento, perchè non c’è niente di nuovo da dire…

Subiscono attacchi quelli che, in zone dove non era ancora mai successo niente, non usano ancora le recinzioni per il ricovero notturno e/o i cani da guardiania. Continuano a subire attacchi quelli che cercano di applicare tutti i metodi cosiddetti di prevenzione. “Vengono sempre più vicino, attaccano anche quando ci siamo noi, sono corso incontro gridando, ho tirato il bastone, non se ne andava“, racconta Giuseppe, il giovane pastore di questo gregge.

La Coldiretti, per attirare l’attenzione sull’argomento, ha organizzato questo incontro per lanciare un “progetto innovativo”. Una campagna di crowfounding per sostenere i pastori. “Ami il lupo? Adotta un pastore”. Sono andata per sentire cosa sarebbe stato detto. Le mie perplessità però erano non poche. E’ vero che il pastore sta già quasi diventando una razza in via di estinzione, ma è questa la strada da seguire?

E’ vero che la montagna vuole vivere, ma… non sono altri i problemi? Permettetemi lo sfogo… Non è che il lupo non sia un problema, ma (come dico spesso) è la classica goccia che fa traboccare un vaso sempre più colmo. Cosa si pensa di fare con una raccolta fondi? Va bene parlare di valorizzazione dei prodotti, di comunicazione sulla figura e sul ruolo degli allevatori di montagna, ma ci sono tante cose concrete da fare. Non saranno le piccole donazioni (di chi? i margari e pastori presenti mi dicevano che quest’anno si vende poco in alpeggio, la gente non ha più soldi, si muove poco, compra poco) a far sì che vengano realizzati ricoveri in tutti gli alpeggi dove questi sono carenti o mancanti…

Un po’ tutti i presenti sono stati intervistati prima della presentazione del progetto. Ma chi avrà veramente detto tutti i problemi che ci sono? Chiacchierando con uno e con l’altro, il clima che ho respirato è di sfiducia: “Per il lupo, l’unica cosa è che ci lascino difendere le nostre bestie, ma di quello nessuno ne parla, dicono solo che dobbiamo convivere…”. “Gente non ne passa, si vende poco…”. “C’è il divieto, ma vengono a parcheggiare la macchina fin davanti alla stalla. Gli dici qualcosa e ancora ti rispondono male. Ho dovuto raccogliere un mucchio di immondizia lasciata dai turisti stamattina…”. “Abbiamo i premi della PAC bloccati…“.  E’ stato mostrato questo video realizzato recentemente intervistando alcuni allevatori. Certo, servirà a far promozione, servirà a far conoscere il mondo degli allevatori in questa nostra era distorta dove l’allevatore è spesso criminalizzato… Ma basterà?

A parte le (giustissime) parole sul fatto che gli allevatori di montagna sono un presidio per il territorio (quello pascolato, quello sfalciato…), sulla loro scomparsa che rappresenterebbe un disastro per tutto ciò che sparirebbe insieme a loro (conoscenze, esperienze, prodotti, razze animali…), quando è stato presentato il progetto, io concretamente ho capito ben poco. E’ stata usata una terminologia che non appartiene a questo mondo, ma a quello a cui forse dovrebbe rivolgersi. Ma se lo scopo è proprio far comunicazione, non bisognerebbe proprio far sì che i due mondi di comprendano, visto che si sono già allontanati anche troppo? Siamo al punto che occorre spiegare da dove viene il latte… Ma dobbiamo anche far sì che i pastori non si sentano gli abitanti di una tribù a cui viene fatto indossare il gonnellino di foglie e la collana di perline per la visita dei turisti!!

Siamo sicuri che il messaggio “Ami i lupi? Adotta un pastore” sia quello giusto? Io, se fossi ancora attivamente tra le pecore in alpeggio, non vorrei essere adottata da nessuno. Vorrei poter lavorare in pace, vorrei poter vendere i prodotti al loro giusto prezzo. Magari anche attraverso la vendita on-line, perchè no, se oggi il mondo si evolve, bisogna evolversi. Ma senza essere adottata. Vorrei camminare a testa alta, vorrei che i sindacati agricoli facessero delle campagne per contrastare i messaggi sbagliati che circolano sempre più prepotentemente proprio on-line. Se si raccolgono dei soldi, che servano a fare delle campagne per il consumo corretto di carne di agnello e capretto a Pasqua, Natale e in tutto l’anno, ma che abbiano la stessa forza e presenza di quelle che invece fanno credere che si macellano agnelli di pochi giorni di vita…

E i Sindacati agricoli facciano davvero qualcosa per gli alpeggi per esempio contribuendo ad eliminare la piaga delle speculazioni sugli alpeggi… “Speriamo serva a qualcosa, l’importante è che se ne parli, altrimenti nessuno sa quello che succede“, commentava qualcuno prima che iniziasse l’incontro. Io credo che, dei problemi, se ne sia già parlato molto, fino a diventare una cosa quasi scontata e fastidiosa. Servono fatti concreti. I soldi la gente di montagna li deve guadagnare dal proprio lavoro. Non servono contributi, a me pare che i contributi abbiano già snaturato e danneggiato fin troppo questa realtà.

Mentre scendevo riflettendo su quando ascoltato e visto, ho incontrato un gregge di capre che risaliva verso un alpeggio collocato a mezza quota nella parte centrale della Comba dei Carbonieri.

Dopo le capre venivano i bovini. Auto di gente che scendeva dal Rifugio Barbara (turisti o partecipanti al convegno?), invece di fermarsi, sono passate tra gli animali, continuando la discesa. Forse la prima cosa da fare sarebbe tornare ad insegnare il rispetto. Questo è un lavoro come un altro, ma avviene all’aria aperta in un territorio che per molti è solo luogo di svago. Nessuno, più a valle, si sarebbe sognato di passare mentre i mezzi spostavano tronchi nel cantiere forestale.

E che dire dell’allevatore che seguiva, a passo lento, gli animali? Aveva raccolto anche un po’ di legna secca, lassù si accende il fuoco anche in queste giornate che in pianura sono torride. Vi sembra “uno da adottare”? Io penso che lui voglia solo poter continuare a vivere e lavorare lassù, anno dopo anno, con i suoi animali. E’ vero che oggi si vive molto di immagine, sono io la prima che ripete costantemente che è necessario fare comunicazione per far conoscere questo mondo. Però bisogna mostrare la realtà con tutti le sue luci e ombre. Il progetto diventerà operativo con la presentazione ufficiale a Terra Madre. Attendo di capire come concretamente aiuterà i pastori. Per il discorso lupo, la mia idea resta una sola: diamo loro la possibilità di difendere il gregge. Per tutto il resto… non se ne parla se non tra addetti ai lavori. Anno dopo anno ci sono alpeggi che cadono nelle mani degli speculatori, anno dopo anno nessuno fa i ricoveri in quota per chi deve stare lassù per sorvegliare i propri animali. Chi adotta un pastore che è rimasto “senza montagna”?

Vagando in montagna

Quest’anno si può ancora andare in montagna, nella zona degli alpeggi, senza quasi trovare neve. Al massimo qualche placca di ghiaccio, o nemmeno quella, se il vento soffia caldo come in questi giorni.

Fa uno strano effetto vedere tutto così spoglio: i pascoli completamente gialli, si vede persino dove arrivava il filo delle vacche, in alto. Il paravalanghe che protegge il villaggio di Pequerel in questo momento non ha utilità.

Gli animali selvatici non hanno bisogno di scendere in basso per cercare nutrimento. I cinghiali lavorano indisturbati, la terra non è gelata, rivoltando e rovinando i pascoli. Lungo il sentiero, escrementi di ungulati e di lupo.

Qualcuno ha recentemente fatto pulizia, approfittando anche della mancanza di neve. Gli antichi terrazzamenti sono progressivamente sempre più invasi dai cespugli di rosa canina, crespino e altre piante, ma la loro espansione porterà alla perdita totale dei pascoli. Presumo però che un tempo questi fossero campi! Qualcuno ne ha ripulita almeno una parte, ammucchiando i rami spinosi.

Il vento soffia sempre più forte, le raffiche si sono intensificate, dalle creste di fronte si alzano pennacchi di neve e, via via, restano scoperte le rocce. C’è bisogno di neve. Pioggia ne abbiamo avuta tanta, in autunno, ma adesso servirebbe la neve a tener coperta la terra, a garantire una buona primavera, una buona estate, pascoli e sorgenti hanno bisogno di neve.

Scendo a valle e faccio visita ad un amico. Voglio parlarvi di lui anche se non è un allevatore, in quanto la sua attività fa sì che stia diventando conosciuto tra gli appassionati di questo mondo. Simone è un giovane abitante di Fenestrelle. Dopo un diploma all’Istituto agrario, una breve esperienze nell’ambito delle assicurazioni, da un paio di anni ha deciso di vivere e lavorare a tempo pieno sul territorio, per il territorio, svolgendo due attività.

La prima è quella che vi mostro ed ha a che fare con il legno. ST Legno d’Oc si trova appunto a Fenestrelle (Via Roma, 32). Qui vediamo la realizzazione di una canaula, che serve per sostenere le campane al collo di capre e pecore.

Visto che il mondo è piccolo e gli appassionati si ritrovano, la campana che sta per essere montata sulla canaula è opera dell’amico Silvio ‘d le Cioche. Trovate entrambi su Facebook, Simone e Silvio, se siete interessati ai loro lavori. Entrambi, attraverso questo mezzo, si sono fatti conoscere e riescono a far arrivare i loro lavori anche in altre parti d’Italia.

Ma i lavori in legno (compresi serramenti e mobili) sono solo una parte dell’attività di Simone. Perchè la montagna di oggi deve essere multifunzionale per sopravvivere. E così c’è l’azienda agricola Agri d’Oc, con produzione di patate, prodotti orticoli, frutti di bosco, uova & polli e anche il grano saraceno, grazie ad un progetto che si sta sviluppando in questi ultimi anni.

Non vi ho parlato direttamente di pastorizia, in questo post, ma vi invito a riflettere sul come si riesca oggi a sopravvivere in montagna. Bisogna fare tante cose… e per ciascuna c’è un bel carico di burocrazia, cosa di cui parlavamo anche mentre Simone terminava la canaula. Bisogna darsi da fare, bisogna avere una buona dose di passione anche per essere un agricoltore/falegname. Il socio di Simone, Marco, invece realizza gioielli in argento. Nell’esposizione di Fenestrelle trovate anche i suoi lavori, ma la sua residenza è nella borgata Fondufaux. Qui il suo sito. Tra l’altro, un pastore vagante pascola intorno alla casa di Marco, durante la stagione d’alpeggio. Visto che il mondo è piccolo?

La delusione dei giovani

La mia presenza qui diminuisce proporzionalmente con l’impegno legato alla pastorizia “sul campo”. Vale per tutti quelli che praticano il mestiere dell’agricoltore o dell’allevatore. Ciò nonostante, la maggior parte dei giovani (e non solo) di oggi cerca di ritagliarsi un po’ di tempo per “condividere” con il resto del mondo sui social network pensieri, preoccupazioni, immagini. Ci si sente meno soli, meno incompresi.

(foto M.Colombero)

Riporto qui la lunga e amara riflessione di Michele, margaro cuneese. Non uno di quelli che si piangono addosso e non vedono oltre i confini della propria stalla, ma un ragazzo che vive la sua passione riuscendo anche a trovare del tempo per concedersi qualche spazio per il divertimento e lo sport. “Grazie… grazie all’arpea, all’agea o forse grazie alla Coldiretti o ancora di più a Roma e alla finanza… la mia lista di ringraziamenti potrebbe risultare lunga e strana per chi non comprende, ma credo che ognuno di questi enti citati abbiano bisogno di essere ringraziati, per l’impegno profuso che stanno portando avanti x ucciderci!!
Pac, titoli, anomalie, blocchi, indagini, tare, retroattività e multe e chi più ne ha più ne metta!! …queste sono le uniche cose che da 7 anni rimbombano nella mia testa… 7 anni che sento parlare di questo e basta.
Mai ho sentito pronunciare la parola “valorizzare”, sarà così complicata?! Nessuno li ha chiesti i contributi europei e visto che ormai, più che un’integrazione al reddito o un aiuto all’agricoltura, sono diventati redditi veri e propri, solo x alcuni speculatori come logicamente solo in Italia poteva avvenire… allora perché non li togliamo? Perché non iniziamo a parlare della vita che realmente ogni santissimo giorno svolgiamo? Perché non valorizziamo il lavoro e tutto ciò che comprende esso al suo interno?Perché non analizziamo azienda x azienda e capiamo davvero chi e cosa stiamo portando avanti a livello di tradizione coltura e dedizione al lavoro!? Perché non capite quanto sia difficile al giorno d’oggi (x spontanea scelta x carità) svolgere una vita di infinite rinunce e sacrifici che il mio stile di vita comporta? Quanto sia diventato praticamente impossibile far coesistere questo nuovo e moderno sistema al mio vecchio e tradizionale lavoro (x colpa vostra)!! Perché io che sto dando tutto, che sto cercando di non mollare, che sto cercando di condurre la vita che ho sempre sognato vengo spinto in un imbuto che porta al nulla? E tantissimi davanti e dietro di me spinti al medesimo destino?
Sono stanco perché chiedo solamente di poter lavorare e non di fare una guerra continua e quotidiana x poter stare in piedi! Sono stanco perché in fin dei conti viviamo tutti una volta sola, per quello che sappiamo, e non merito e non accetto di dover fare una vita così, senza più prospettive future senza soddisfazioni ne raggi di sole!! E mangiare merda di continuo, e non perché non so fare il mio lavoro, ma semplicemente perché chi ci gestisce pensa che siamo una categoria di ignoranti, che si accontenta di una bottiglia di vino e di una campana nuova!!! Non lo merito io che sto entrando in punta di piedi, ma soprattutto non lo merita mio padre, mio nonno o chi prima di lui ha condotto una vita fondata sul lavoro sui sacrifici, x poi essere dimenticati in questo modo.
Il nostro lavoro è la nostra passione, perché se così non fosse non ci saremmo più… ma di sola passione non è immaginabile né concesso vivere…
Guardare il cielo e sperare che tutto cambi è l’unica cosa rimasta, ma non può bastare.

(foto M.Colombero)

Non servono tanti commenti, Michele ha già detto tutto. Volevo però ancora riportare alcuni altri messaggi e commenti letti e ricevuti sempre su facebook. Perchè la testimonianza del giovane margaro viene dall’interno di questo mondo. Chi invece lo vede dal di fuori ha tanti sogni e quasi si offende quando cerchi non di scoraggiare il suo entusiasmo, ma semplicemente gli mostri la realtà.

Ancora una testimonianza. Scrive C., titolare di una “piccola” azienda agricola: “Ebbene sì… si lavora per nulla ormai e quasi che devi ringraziare ancora che ti ritirano le bestie… ma svendere dopo il lavoro grande che c’è dietro a ogni bestia è veramente vergognoso… agnelli a 3 euro..uno mi ha detto addirittura detto che c’è un macellatore che li ritira a 1 o 2 euro al kg… con 5 cani che ho ne macello uno alla settimana per loro..spendo meno che comprare crocchette!!!!
quel che mi domando sempre io… ma com’è che ci son certe categorie che son chiamati i “travaj borgnu” e lì paghi e bon parei?????
Ho in andi una pratica noiosa e pesante da un avvocato,con giudice,con perito e notaio me ne son fatta per 5000 euro… per quella cifra devo vendere tutto il mio trup di pecore o ingrassare 5 vitelli per un anno e mezzo per vedere tutti ‘sti soldi…

C’è invece M., che vorrebbe intraprendere questa la strada dell’allevamento/azienda agricola: “Mi sono informato su come potere avere dei finanziamenti x prendere degli animali: code  negli uffici a parte, ma la burocrazia ti distrugge non hai sbocchi concreti.” Moltissimi continuano a scrivere e me e ad altre pagine/siti per cercare lavoro in alpeggio o in azienda agricola, ma si lamentano per la poca offerta o per il fatto che si richieda “esperienza nel settore”. Anche qui delusione da parte di chi dice di aver voglia di fare, ma non viene nemmeno messo alla prova. Anche se ho già scritto altre volte a riguardo, mi riprometto di parlarne ancora appena avrò tempo. Come vedete, non è facile fare il pastore e, con le difficoltà attuali, molte volte non puoi più nemmeno permetterti di pagare un aiutante, anche quando ne avresti bisogno.

E ci risiamo!

Quest’anno Pasqua cade nella seconda metà di aprile, ma le campagne contro la macellazione di agnelli e capretti sono già iniziate. La fantasia di questi cosiddetti animalisti si amplia e si toccano punte di disinformazione aberranti. Il problema è che sempre più gente si fa influenzare e cade nella trappola, contribuendo non solo a danneggiare economicamente gli allevatori, ma soprattutto assorbendo un’idea sempre più errata del mondo della pastorizia.

(immagine presente nel web)

Dell’argomento abbiamo già ampiamente parlato lo scorso anno, ma adesso c’è da segnalare ad esempio il coinvolgimento (non voluto) addirittura di Papa Francesco. Leggete qui e poi invece come sono andate veramente le cose qui. Su facebook spopola la disinformazione e i commenti di credenti e non, con la finalità di boicottare questa tradizione. A prescindere dal fatto che il Papa non ha assolutamente detto di non mangiare agnello/capretto, la situazione si fa sempre più grave a livello generale. Ribadisco che io rispetto le scelte di tutti (fino al momento in cui ledono la libertà altrui), ma ciò che mi infastidisce è la disinformazione e l’offesa dell’onesto lavoro di allevatori, veterinari, ecc.

Attualmente la situazione dell’allevamento ovicaprino è abbastanza critica. Non per colpa di animalisti, vegani & C., ma piuttosto della massiccia importazione di carni dall’estero a prezzi decisamente troppo bassi. Cosa che fa anche dubitare sulla “bontà” di queste carni e sulla loro sanità. Gli allevamenti locali sono in crisi anche a causa della crescente mole di obblighi, burocrazia, vincoli e controlli, che comportano costi e tempo da dedicarvici. Se il nostro prodotto non è competitivo con ciò che arriva dall’estero, il rischio è che, per sopravvivere, sia quasi un obbligo non osservare la legge! Scrive un’allevatrice dall’Abruzzo: “Abbiamo la stalla piena di agnelli. A Natale non si è venduto molto, i prezzi erano bassi… Ora comincio a vedere le solite campagne contro il consumo di carne d’agnello a Pasqua, ma questa mi ha colpito particolarmente. Secondo te è possibile una cosa del genere? Il Papa non può aver mai detto una cosa simile…

Come fare una giusta comunicazione? Come combattere tutta la disinformazione? Facendo parlare i protagonisti, i pastori, e mostrando il loro lavoro! Un’altra allevatrice, dalla Toscana, invece così scrive sul suo profilo facebook: “La “mucca pazza”, le “mucche a terra” e tutti i loro simili, sono il frutto, meritato, dello sfruttamento senza cuore dell’uomo nei confronti degli animali, l’affronto alla natura… La cosa che mi rattrista è che, se da una parte ci sono mercenari che sfruttano e fanno soffrire gli animali, trattandoli non come esseri viventi, ma come cose, dall’altra sedicenti animalisti invece che lottare affinché allevamenti intensivi cambino atteggiamento (non si possono vedere le mucche a terre,o mamme che partoriscono e non possono vedere il proprio cucciolo) diventano semplicemente vegetariani o vegani… e così pensano che il problema sia risolto, e si sentono con la coscienza a posto… Io ho deciso di dedicare la mia vita agli animali… La mia piccola produzione di latte, formaggio, carne, non viene da sfruttamento, ma segue le leggi della natura… I miei animali nascono liberi, vivono con la mamma fino al naturale svezzamento… possono correre nei prati e stendersi a prendere il sole… Questo per me è rispetto e amore per gli animali… La mia mucca Roma ha 13 anni… è una giovanotta… Nelle grandi stalle a 4 anni vanno a terra… e poi, ovviamente in qualche modo devono portarle via dalle stalle… Chi ama gli animali, invece che non mangiare carne, perchè non comincia a dedicargli un po’ del suo tempo????“. A scrivere così è Valentina Merletti da Zeri.

Abbiamo un nuovo Governo, che di problemi da affrontare ne ha fin che si vuole… Però dicono di voler ascoltare la voce del popolo. Bene, senza nulla togliere a tutte le altre difficoltà, secondo me sarebbe bello far arrivare lassù anche le nostre voci. Noi piccole realtà non rappresentate da nessuno. Noi che “si alleva per passione”, ma solo con la passione non ce la fai più a tirare avanti. Prima di tutto bisogna chiedere una giusta tutela, tracciabilità e visibilità per la carne ovicaprina nostrana. Poi una comunicazione efficace e veritiera su cosa vuol dire mangiare agnello, capretto, agnellone, pecora ecc in Italia.

Basta con le dicerie sui pochi giorni di vita e su barbare pratiche di uccisione. E’ tutto normato e controllato. Macellazioni clandestine? Vengano combattute da chi di dovere. Ma sicuramente si ridurrebbero quasi a zero se si potesse vendere il prodotto di un lavoro onesto a prezzi dignitosi.

Di problemi la pastorizia ne ha tanti, ma non sarebbe ancora un mestiere definitivamente al tramonto. Però (almeno da queste parti) la vendita di agnelli a Natale è stata quasi nulla. Da allora i macellai non ritirano praticamente niente e… se fosse lo stesso per Pasqua? Cosa ne facciamo di tutti questi animali? Senza incassi, senza reddito, come faranno i pastori a nutrirli? Ancora una volta quindi, in attesa che si muovano le istituzioni, invito tutti coloro che non hanno preconcetti e pregiudizi e che mangiano carne ovicaprina: cercate carne italiana! Per chi non può usufruire del Km 0 o non sa dove reperire carne certificata, almeno pretendere dal macellaio di fiducia una garanzia sull’origine. Comune… se il prezzo è troppo basso, sicuramente non si tratta di carne italiana. Al di sotto dei 9-10 euro al kg (agnello) e 12-15 euro/kg (capretto) non mi fiderei. E sono già prezzi bassi che significano un ricavo per l’allevatore veramente risicato.

L’altro giorno un pastore dalla Lombardia mi raccontava di aver seguito un breve corso di formazione e di poter, in un locale adeguato, macellare e vendere i propri agnelli. Perchè questo non è fattibile ovunque? Quante persone vorrebbero poter acquistare direttamente dal pastore “di fiducia”, magari dopo aver visto il gregge pascolare libero in natura. Basta pregiudizi, basta disinformazione, basta integralismo animalista (spesso ipocrita). Chiediamo alle Istituzioni un impegno concreto di sostegno alla produzione nazionale, ma come prima cosa ora occorre contrastare le campagne sulla “strage degli agnelli”. Leggete cosa propone un personaggio non nuovo a queste iniziative: “Lancio una proposta: regaleremo, grazie all’aiuto di tanti bravi italiani,uno o più agnellini ad Amministrazioni Comunali che vogliano adottarli per tenere puliti i prati e le aree verdi…come del resto si fa nei paesi avanzati…la garanzia dovrà essere il mantenimento a vita di queste creature che garantiranno un paesaggio più bello e notevoli risparmi!!! Se c’è qualche amministratore comunale interessato mi contatti (…)“.

Scrive un mio amico: “Io che sto ristrutturando un cascinale e per rimettere dopo tanti anni un po’ di bestie devo fare i salti mortali e loro???” Pensate all’ignoranza di fondo di queste “proposte”. Cosa pensano, che metti in un giardino pubblico due agnelli (come? dove??) e questi brucano? Ma… se basta l’erba per mantenerli, allora non hanno un mese di vita o pochi giorni, come sostengono loro. In quel caso avrebbero bisogno della madre e del latte! Per finire… nei paesi evoluti ed avanzati si chiama un pastore con il suo gregge a pascolare nel verde pubblico. A Torino ci avevano provato, ma mi hanno detto che dovranno desistere per le troppe lamentele dei cittadini che non amavano gli escrementi di pecora (e preferivano evidentemente il gas di scarico dei decespugliatori).

Perchè condividere

Oggi volevo commentare con voi un “fenomeno” di attualità, cioè la presenza sempre maggiore di allevatori tradizionali sui social network, facebook in particolare. Non è su FB solo il grande allevatore di pianura, che magari usa il computer per aggiornarsi, per ordinare materiale, non è su FB solo il ragazzino che segue i coetanei, ma lo è (magari solo saltuariamente) il pastore vagante ed il margaro. Certo, tendenzialmente sono giovani e giovanissimi a vantare la maggior presenza, ma non solo. Moda? Omologazione? No, spesso è un qualcosa che semplicemente fa star meglio.

Salita alla Gardetta (foto M.Colombero)

Un tempo il pastore scriveva sulle rocce, incideva immagini di animali fin dalla preistoria, poi ha iniziato a scrivere il suo nome, la data, a far disegni di stelle alpine. Oggi fotografa, scrive e pubblica on-line. Sono cambiati i tempi, sono cambiati gli strumenti, ma in fondo c’è comunque sempre la volontà di lasciare una traccia, far sapere che che ci siamo. Mi raccontavano che un tempo si saliva in cresta e, con uno specchio, si facevano segnali a chi era nell’altro vallone, non vere comunicazioni, giusto dire che si era ancora vivi. Oggi invece c’è modo di esprimersi con maggiore completezza!

Transumanza verso il Barbara (foto D.Melli)

In un lavoro che spesso necessariamente isola, il mantenere i contatti con amici e “colleghi” è un grande aiuto, sia per la risoluzione di un eventuale problema, sia anche solo per tirar su il morale dopo una giornata difficile, o ancora condividere un evento felice. Per qualcuno saranno stupidate, ma mi accorgo che, tra i miei tantissimi amici presenti in rete, ci sia un’effettiva lampante utilità nella condivisione attraverso il social network, forse più ancora che non in altri “mondi”, dove di forme di comunicazione e dialogo ne esistono parecchie e senza tutte le difficoltà che vi sono in montagna. L’ho potuto vedere, purtroppo, quando ci si è uniti virtualmente intorno ad un giovane che aveva posto fine alla sua vita, lo vedo quando qualcuno si lamenta per non aver trovato l’alpeggio ideale per la stagione, quando nasce un bambino, quando ci si sfoga per qualche “avversità”, quando si ricorda un anziano scomparso…

(foto Y.Vial)

Ci si sente meno soli in un alpeggio dove si riesce a collegarsi a FB con il cellulare e continuare il dialogo virtuale con gli amici. Si mostra ad esempio la sistemazione per quell’estate: “La stanza dei puffi… io e mio fratello, abbiamo già dato un paio di craniate al tetto!“, racconta un giovane dalla Val d’Aosta.

(foto Y.Vial)

E mostra agli amici anche il nido trovato sulla porta della camera da letto: “Ospiti trovati in camera… sono in 4.. Prima c’era la madre a portargli da mangiare… Costretto a lasciargli un buco aperto per entrare.. Speriam che continui a guardarli“.

Reines presso Fenis (foto A.Martignon)

Niente di che, piccole cose, ma si mantiene un contatto con il mondo anche mentre sei lassù, grazie agli amici che ti rispondono e commentano da ogni dove. C’è un certo stereotipo del margaro e del pastore che lo vede intento a bere nei momenti di estrema solitudine, stereotipo giustificato ahimè da certe situazioni, ma in questo caso io preferisco vedere margari e pastori che, con cellulare alla mano, pensano e scrivono frasi del genere “in alpe, fuori dal mondo, senza luce e altre distrazioni, sei più vicino a te stesso… pensi, ragioni in modo diverso! è strano…“. O ancora: “ma chi sta meglio dei bimbi in alpe? Per loro tutto è un’avventura, un gioco, una scoperta… senza luce è ancora più magica l’avventura“. Lo stesso papà, prima di partire per l’alpe, scriveva questo: “il mio piccolo marghè ha già preparato le scatole di giochi da portare in alpe…il suo orsetto… non vede l’ora d partire.

(foto D.Paratscha)

Sono un po’ le poesie di questo nostro secolo, non trovate? Altri invece si dilettano soprattutto con le foto e così documentano il loro lavoro, i posti dove si trovano al pascolo, ma soprattutto i loro animali. “Ci voleva proprio un po’ di neve per rinfrescare… No ma siamo seri, il 2013 tutto l’anno autunno/inverno? La primavera ce la siamo già giocata, ora pure l’estate?” E gli amici rincuorano il pastore raccontando che anche in pianura fa freddo e continua il maltempo. Grande tristezza per un margaro che se n’è andato: “2 luglio 2013 oggi è mancato Troglia Gamba Giuseppe per tutti Notu Gamba. Decano dei margari delle Valli di Lanzo. Da sempre, con la cadenza delle stagioni, è salito con la sua famiglia e con la sua mandria, all’alpeggio del Ciavanis facendo riecheggiare i rudun in tutta la val grande. Grazie per tutto quello che mi hai insegnato. D’ora in poi ogni volta che saliro’ al Ciavanis un pensiero salirà per te. Ciao Notu.

Albe Bancet estate 2012 (foto D.Bonnet)

Si aspetta il momento di tornare in montagna: “Non vedo l’ora che sia finita la scuola per vedere le mie amicizie … Le mie bestie … Le mie valli … Le mie montagne … Estive … Belle, in tutto il loro splendore … Che mi fanno capire il senso della vita … È che non mi giudicheranno mai per quello che faccio o che farò … Sono le uniche cose a cui tengo di più in tutta la mia vita ….“.

I pascoli di montagna (foto M.Dreon)

Molto spesso si usa il dialetto, scritto così come si legge. A volte si litiga persino, partendo da un commento su di una vacca, che per uno è bella, per l’altro troppo magra/grassa/con le corna storte… C’è anche chi trova l’amore on-line, sulla scia di passioni comuni, e chi vorrebbe trovarlo: “Vorrei quelle sere d’estate sul fresco della sera nel pieno del relax con una ragazza a dar quei baci pieni di amore quelle coccole che mi fanno star bene e mi fanno sentir un uomo vero …..” ed un amico replica “pure dicevo sempre che preferivo stare solo, ma quando mi è capitata stavo bene, è bello avercene una. adesso non c’è più e mi manca tantissimooo. Purtroppo è che il lavoro che facciamo che ci porta via tempo e sopratutto non siamo accettati“. Prontamente però replica una ragazza: “Che non siete accettati concordo… perchè ormai di ragazze che fanno quel lavoro o a cui piace quel lavoro sono veramente rare… ma se cercate bene… vedrete che troverete anche la vostra!!!“.

Guadando il Tagliamento (foto G.Morandi)

Allevatori con qualche anno in più invece si dedicano spazio soprattutto ai loro animali, ma spesso condividono video, musica, ma anche riflessioni politiche e sociali. …Scusate se ho scorrazzato sulle vostre bacheche, amici di Facebook. Non ho volutamente riportato nomi associati alle frasi, per rispetto, ma mi sembrava bello condividere qui sul blog un po’ di vostri pensieri, per far capire meglio chi sono gli allevatori del XXI secolo. Persone come tutti, persone che fanno forse un mestiere particolare, ma molto meno isolate dal mondo di quanto accadeva un tempo. Anche su questo c’è da riflettere, perchè molti mi scrivono di voler “fuggire in alpe” per lasciarsi alle spalle il mondo, mentre chi in alpe c’è sta sì bene lontano dalla confusione, ma nello stesso tempo ha piacere di mantenere dei continui legami con tutto quello che c’è altrove.

Cosa pensa la gente

Torna il sole dopo l’intensa nevicata, ciuffi di erba ancora più verde sbucano dalla neve fradicia che ha lasciato a terra tanto fango, alberi schiantati anche se non avevano ancora le foglie, ma anche tanta importante acqua e tanta bella neve che, in montagna, tornerà utile nei futuri mesi d’alpe. Adesso però voglio raccontarvi un po’ di episodi che potrebbero farvi sorridere, anche per alleviare un po’ il clima  polemico che gravita sulla pastorizia in queste settimane pre-pasquali (ne riparleremo…).

Ognuno è esperto nel suo campo, però ogni tanto ti sorprendi nel vedere che la “gente” non sa nulla del tuo mestiere, anche se avviene alla luce del giorno ed è quanto di più vicino ci possa essere alla natura. Già… eccolo il punto, si è perso il legame con la dimensione naturale, ancora di più con quella rurale, agricola, anche quando si vive in campagna. Una campagna che è dormitorio, che “piace” perchè è meglio della città sotto certi punti di vista, ma una campagna sconosciuta e a volte pure fastidiosa. Oggi però non voglio parlare delle cose brutte che vedi/senti mentre fai il pascolo vagante…

Voglio raccontarvi di quella signora che ha parcheggiato l’auto alle mie spalle mentre ero intenta a sorvegliare il gregge accanto ad una stretta, ma poco frequentata, strada secondaria. “E’ pericoloso se la lascio qui?“. Mi volto e vedo i bidoni della raccolta differenziata. “Mi spiace signora, non so quale sia il giorno di raccolta…“. Ma c’è stato un fraintendimento! “No, dicevo, per gli animali… Non è che poi salgono sopra?!?“. A parte il fatto che c’ero io, a parte che erano quasi tutte pecore (e solo qualche capra, che magari quell’intenzione potrebbe avercela), mi sono davvero chiesta cosa la gente pensi del gregge, di chi lo accompagna.

La risposta l’ho avuta in parte poche ore dopo quando una mamma, dopo essere stata a guardare il gregge con marito e bimba per un po’, dopo aver fatto domande varie, mi ha chiesto: “Ma voi… fate questo tutto il giorno?“. Io personalmente no, diciamo “part-time” e a giorni alterni, perchè sono un caso a parte, ma i due pastori che conducono il gregge sì, quotidianamente per 365 giorni l’anno. C’era sottinteso tanto in quella domanda. Lo sguardo diceva anche: “Ma che noia!“, perchè a chi guarda da fuori sembra che il pastore non faccia niente. Quello però è un pastore pelandrone, perchè il vero pastore è vigile anche quando dorme! Mentre è al pascolo con un occhio guarda che gli animali non sfuggano verso un campo, un orto, una strada, con l’altro controlla gli animali che gli passano davanti, che non ce ne sia una zoppa, una che sta per partorire e magari non ci riesce… E poi toglie reti, mette reti, sposta il gregge, ordina ai cani di andare di qua, di là… Raramente, specie in certe zone dagli spazi meno ampi, riesce a riposare. A volte non ce la fa nemmeno a pranzare, a meno di aver infilato un panino ed una mela nel gilè.

Poi c’è stata un’altra signora, una nonna venuta con la nipotina a vedere il gregge. Di chiacchiera in chiacchiera, mi ha domandato se eravamo lì per conto del Comune. E’ vero che l’Amministrazione comunale ci ha chiesto di pascolare alcuni appezzamenti di proprietà pubblica, è vero che il nulla osta al pascolo vagante dev’essere dato dal Comune, ma per il resto è compito del pastore individuare i proprietari e chiedere a ciascuno di poter pascolare. “Io pensavo che fosse il Comune ad avervi chiamato e vi avesse dato una mappa di tutti i prati e gli incolti da pascolare!”. Eh… magari fosse così! Chissà quante altre cose pensa la gente, vedendo greggi al pascolo, greggi in transito…

Si è perso il legame con le radici

Credo che questo sarà un post che farà molto discutere perchè già su Facebook abbiamo dibattuto a lungo sull’argomento. Ben vengano i commenti e le impressioni di tutti voi, perchè mi piace confrontarmi e capire la ragione delle cose. Quello che è scontato per me, non lo è per altri e quindi…

Veniamo al fatto, o meglio, al luogo dove si è verificato. Gregge al pascolo nella campagna, zona dove campi e prati si alternano a cascine e case “residenziali”, frammisti a qualche frutteto. Una realtà rurale e non altamente urbanizzata. Non è insolito incontrare greggi, nel giro di pochi chilometri ce n’è almeno un paio che, anno dopo anno, transitano da quelle parti per un periodo di pascolamento anche abbastanza lungo (alcune settimane o anche un paio di mesi) Quindi la gente che abita lì dovrebbe avere l’abitudine a vedere il gregge, il pastore, le reti, i cani, vedere gli spostamenti a piedi lungo le strade secondarie. Con i padroni dei prati c’è il contatto diretto, con “gli altri” invece purtroppo è cosa rara. Anzi, capita di parlare con la gente più frequentemente quando sei in zona a maggiore densità di case, perchè la curiosità per l’insolito evento porta mamme, bambini e semplici passanti a fermarsi e scambiare quattro chiacchiere.

Il fatto invece è questo: il pastore sta per spostarsi. Quel giorno non ha aiutanti extra, quindi lascia il socio a custodire il gregge e porta avanti l’auto e le reti, poi torna indietro a piedi. Quando arriva, c’è una capra che ha partorito. Lei non può seguire il gregge, quei primi momenti con il capretto sono fondamentali: lo deve leccare, lui si alzerà per poppare il primo latte, farà i primi passi malfermi. Il pastore quindi prende una rete, fa un recinto provvisorio dentro cui lasciare madre e piccolo temporaneamente, poi sposta il gregge e ritorna il prima possibile con il furgone per caricare gli animali. Il timore può essere quello di arrivare e non trovare più la rete e gli animali (i furti non sono cosa infrequente, ahimè!), ma nessuno pensava di trovare una signora con il telefono in mano.

Meno male che è arrivato… Stavo per telefonare ai vigili, quella povera bestia lì abbandonata…!”. Di qui in avanti lo spazio alle riflessioni. Per chi è “del mestiere”, la reazione è quella di: a) stupore; b) sorpresa; c) rimanere a bocca aperta perchè non è possibile che succeda una cosa del genere. Qualcuno, su facebook, mi ha detto che avrei dovuto essere contenta per l’interesse del prossimo. Sì, se avessi perso un agnello o un capretto (cosa che talvolta succede quando restano addormentati magari in un fosso o in un posto dove sfuggono alla vista). Ma una capra recintata con le reti???? Con il capretto visibilmente appena nato?????? Se uno conoscesse un minimo il corso della natura, innanzitutto capirebbe che cosa è “successo”. Seconda cosa, intuirebbe che il pastore ha agito così per il bene degli animali e quindi prima o dopo tornerà.

La mia paura è che sempre più gente ignorante (che ignora, che non sa, che non conosce) si prenda la briga, stimolata anche da certe trasmissioni TV che presentano gli allevatori come biechi delinquenti che maltrattano gli animali, di intervenire a sproposito nel lavoro altrui. Io, se non so, prima di “chiamare i vigili”, cerco di capire. Al massimo chiedo alla cascina vicino: “Scusate, c’è una capra là, dov’è andato il pastore?“. Oppure seguo la traccia delle pecore, non è difficile farlo. In quale altro mestiere la gente si permette di andare a sindacare su ciò che fai come invece sta accadendo sempre di più con gli animali? Non confondiamo il “tener bene” con l’umanizzare le loro esigenze. Se per il parto umano occorre assistenza, per quello animale, salvo gravi imprevisti, la pecora, la capra, cercano quasi di isolarsi per dare alla luce il piccolo ed è meglio non disturbarle nei primi attimi di vita.

C’è un gran bisogno di corretta informazione, non solo i bambini non sanno più da dove viene il latte o le uova, ma anche gli adulti hanno perso totalmente il contatto con le radici. I documentari ci dicono tutto sulla gazzella di thompson, ma non sappiamo nulla degli animali che una volta quasi tutti allevavano in casa. Il guaio è che non sappiamo nemmeno vederli per quello che sono, quando li incontriamo. Riporto un po’ di commenti da facebook, tanto per mettere a confronto diversi punti di vista di persone che comunque hanno in qualche modo un contatto con me e (presumo) conoscano anche questo blog. Alcuni sono a loro volta allevatori: “Di gente così che n’è… anzi a volte anche peggio!! Pensate che quest’estate i villeggianti che affittano dove sono io hanno avuto il coraggio di chiedermi di togliere la corrente dalla griglia dove c’erano le pecore perchè altrimenti il loro cane prendeva la scossa!!

Forse non c’è più “comunicazione” tra le persone. Quando ero piccola io, ricordo, i pastori passavano sempre nello stesso periodo, sempre per le stesse strade e la gente li conosceva… i bambini, i ragazzi erano “educati” anche al rispetto (e al timore) del gregge, dei cani e del lavoro del pastore… non era una cosa “strana”, faceva parte della vita un paio di volte all’anno…  Adesso c’è questa divisione netta tra chi fa una vita stanziale e chiusa nelle quattro mura e con un eccesso di zelo verso i “poveri” animali e chi con gli animali, ci sta tutto il giorno e magari per lavoro si deve anche barcamenare fra varie incombenze…  Nel mio piccolo, tempo fa, ho portato dal veterinario la cagnolina (5 kg) di casa (che se non sta sul divano è in braccio al padrone) e poi sono scappata a prendere il pane, logicamente l’ho lasciata in auto… con l’ansia che qualcuno chiamasse i vigili!”. Quest’amica ha centrato in pieno il problema, a volte sei costretto a fare delle cose non al 100% regolari, ma appunto stai cercando di fare il massimo per riuscire a fare tutto. Magari hai le pecore in un punto pericoloso, magari devi poter attraversare una strada prima che venga notte o chissà cos’altro! “Allora non sono l’unico! L’anno scorso mentre passavo sotto i palazzi di una città un simpatico ometto mi ha chiamato la protezione animale perchè maltrattavo e sovraccaricavo gli asini. Adesso non so se caricare sul dorso di un asino 4 reti o 8 agnellini sia maltrattamento, però dopo una giornata a litigare con le guardie ce l’ho fatta a fargliela capire e all’ometto gli ho detto che era ora d levarsi visto che stava diventando scuro…“, racconta un giovane pastore vagante della Lombardia. E purtroppo potrei raccontarvi decine e decine di episodi che dimostrano come, oltre a dover fare il loro lavoro, gli allevatori (pastori e non) debbano sempre più combattere contro persone che si intromettono senza conoscere la realtà.

Anche questa volta il sole

Lo sapevamo anche se non ce l’avessero detto… Nelle immagini del trailer del film sui pastori piemontesi c’è sempre il sole, sempre il bel tempo. Uno potrebbe quindi pensare che la vita del pastore sia fatta esclusivamente di belle giornate…

Questa volta, per continuare a raccontare le storie di una delle tre famiglia di pastori incontrate, speravamo di vedere almeno il brutto tempo, ma le previsioni consultate una settimana prima sono nel frattempo mutate e così anche questa è stata una giornata di sole.

Pastorizia, eppure qui vi mostro una cascina… La storia di Andrea e Silvia ormai gli appassionati di questo blog la conoscono, avendola seguita fin quasi dai primi passi. Adesso di passo ne è stato fatto uno molto grande: lo spostamento verso la pianura, con una sede sicuramente più funzionale, dove poter ricoverare adeguatamente tutti gli animali, con terre intorno da destinare a pascolo per gli animali. Andrea è soddisfatto, chi sembra aver patito il distacco è soprattutto Silvia, che si trova a dover gestire una nuova casa, l’inserimento dei bambini in una nuova scuola, l’isolamento della pianura, la lontananza dalla famiglia… “A me piacciono le difficoltà, le sfide per poter superare gli ostacoli ed andare avanti. Per lei è più dura, il lavoro in caseificio prende tutto il giorno, e poi tutto il resto…“.

Sicuramente la sistemazione degli animali è migliorata ed ora, con spazi maggiori, c’è stata la possibilità di aumentare il numero dei capi. La vecchia stalla di Reano, dove concluderemo il nostro tour, è vuota, ma solo temporaneamente. “Di progetti ne ho” – afferma con sicurezza Andrea – “Questo non è un punto di arrivo. Il mio obiettivo è costruirmi una via di discesa e salita dalla montagna con il gregge e mungere lungo la strada con un carro  mungitura come hanno in Meridione. Vedremo! Poi qui in cascina fare il caseificio e punto vendita, adesso andiamo a lavorare al caseificio della Cooperativa Il Trifoglio a Buriasco.

La bella giornata fa apparire splendida anche la pianura. Fa freddo, ma il terreno non è ancora gelato e non c’è la nebbia che potrebbe caratterizzare lunga parte dell’inverno. Mentre Cosmin ed Elena portano al pascolo prima le pecore, poi le capre da latte, non si può che ammirare lo sfondo delle Alpi innevate ed il verde dei prati seminati da Andrea. Se le immagini mostrano solo il bello, saranno le parole dei protagonisti a ricordare che la realtà ha anche tanti aspetti negativi.

Cosmin ci ha mostrato sul suo smartphone le immagini del padre, pastore nomade in Romania. Pecore “Turcane”, asini caricati con gli agnelli, un lungo mantello sulle spalle del pastore. “…ma lui qui preferisce guidare i trattori, è più per la tecnologia! Con il primo stipendio si è subito comprato quel telefono lì!“, racconta Andrea. Elena invece è preoccupata per i figli in Romania: la più grande studia, il piccolo pare che stia prendendo una cattiva strada, dissipando i soldi che faticosamente i genitori guadagnano qui in Italia. Storie di emigrazione, storie di pastorizia…

Ci spostiamo dove c’è il gregge delle pecore in asciutta. Torniamo verso le colline, le montagne si fanno più vicine. Il sole è caldo, non c’è quel freddo umido della pianura. Gli spazi sono più limitati, non le distese immense viste intorno alla cascina. “…ma giù c’è il monopolio del mais! Mais ovunque!!! Una volta non era così, erano tutti prati, giù c’è una terra speciale, l’erba è una meraviglia, da quando sono sceso gli stessi prati li ho già pascolati più volte. Ma devo costruirmi la fiducia con i vicini, hanno arato giornate e giornate di stoppie del grano proprio davanti alla cascina, lì le pecore avrebbero pascolato bene! Ma è quel maledetto mais a dominare, sempre solo mais!“.

C’è una pecora che ha appena partorito una coppia di gemelli ed Andrea e Marco (il marito di Elena) vanno a controllare. “Ho tutta questa gente che lavora per me… E io faccio dei lavori che mi permettono di mantenere tutto in piedi! I lavori di esbosco, di pulizia dei sentieri. Poi adesso c’è la cascina, la terra, i prati da lavorare, da seminare. Ma io sono contento! La nostra forza è essere un nucleo famigliare solido. Adesso Silvia sta trovando duro, ma le dico di resistere. Quando avremo lì a casa il caseificio ed il punto vendita come in montagna al Pravareno allora sarà diverso…“.

Sicuramente la storia di Andrea non è quella di un “classico” pastore, ma non si può dire che questa non sia un’esperienza di pastorizia piemontese del XXI secolo. Mi fa piacere aver seguito i passi di Andrea e Silvia fin quasi dall’inzio e vedere oggi i loro successi costruiti a fatica. Viene da chiedersi perchè quello nell’immagine non dovesse essere il luogo adatto per un’attività zootecnica portata avanti da giovani… “Il paese qui è tutto votato alle aree residenziali, non c’era spazio per un’azienda zootecnica. Però questi bei prati…“. Quei prati o diventeranno altre villette (facile, essendo in un’area pianeggiante) o verranno invasi dai rovi prima, dal bosco poi (nelle aree meno centrali). Ed il bel paesaggio cambierà, non sarà più la stessa cosa.

Tanti modi (mondi?) diversi

Domenica sono stata ospite del salone del Gusto Terra Madre a Torino. Non propriamente la giornata giusta per girarsi il Salone e vedere con calma tutto quello che c’era… Però ero invitata a parlare ad una conferenza alle ore 12:00 e quindi non avevo scelta. La ressa era davvero tanta , quindi mi sono limitata ad un giro abbastanza rapido prima e dopo il convegno.

Tanti altri blog parlano di tutto quello che si poteva vedere (ed assaggiare) al Salone, io mi limito a mostrarvi qualche scorcio di ciò che riguarda l’allevamento ovino. Nel Salone (dedicato ai produttori italiani) i formaggi di pecora non mancavano, ovviamente. Dalla Toma di pecora brigasca ai vari pecorini.

Questo pannello, sempre nello stand ligure, mi sembra particolarmente significativo: “Chi alleva bene… produce meglio”. E solitamente le piccole realtà sono quelle che riescono ad applicare in maniera migliore questa filosofia. La produzione non riguarda solo il formaggio, ma anche la carne, che è generalmente “più buona” quando l’alimentazione e la cura generale dell’animale viene curata con attenzione.

Tra gli stands che riguardavano l’allevamento ovino c’era anche lana, feltro e carne, ma per cercare prodotti un po’ particolari dovevo ancora camminare oltre. Non so perchè qui in Piemonte si sia così persa la tradizione del mangiare carne ovina! Eppure un tempo, almeno fino a 60-70 anni fa non era così, a quanto mi dicono gli anziani. Oggi si fatica a proporre questo tipo di carne al di fuori delle occasioni festive di Pasqua e Natale quando, per la grande richiesta, si rischia di mettere in tavola un prodotto non così buono, magari di provenienza non locale o nemmeno italiano! C’era l’agnello sambucano dalla Valle Stura, l’agnello di Zeri dalla Toscana, l’agnello abruzzese e gli arrosticini, ma dal Centro Italia in giù è più normale parlare di agnello, pecora, ecc…

Tra gli stands stranieri di terra Madre invece potevi provare qualcosa di diverso. Dove c’è la cultura dell’utilizzo di un prodotto, si trovano molteplici modi per impiegarlo, trasformarlo, valorizzarlo… E allora ecco queste tartine con patè di agnello dal Nord Europa.

Ci si poteva informare sulla pecora degli Zulu del Sud Africa, ancora allevata nonostante le grandi trasformazioni del territorio: “In una regione dove prevalgono campi di mais geneticamente modificato e la monocoltura della canna da zucchero, gli allevatori, infatti, continuano a coltivare varietà locali per garantire il sostentamento degli armenti.

Questo prodotto era davvero sorprendente! La marmellata di latte di pecora. Non tutti osavano assaggiare pensando a chissà quale gusto “di pecora”, ma non sanno cosa si sono persi! Io invece ho provato diversi gusti, da quello “neutro” alle aromatizzazioni (cannella, zenzero e chiodi di garofano… una delizia!). Vedo che, nel mondo dei blog, non sono l’unica ad aver apprezzato (si veda qui).

Uno degli stands che proponeva salumi e carne di pecora trasformata era questo dall’Olanda, salami e prosciutto, davvero meritevoli di un assaggio. Il prosciutto poi aveva un sapore di sottofondo che mi ricordava il fuoco di torba o comunque le erbe della brughiera stessa. Interessante leggere le parole di un’allevatrice: “Inoltre, il governo ci eroga sussidi per incentivare il pascolo nella brughiera, dato che la presenza delle pecore gioca un ruolo importante nell’ecologia locale.

Durante la conferenza, un pastore dall’India mi ha chiesto come si potrebbe fare per far sì che “Storie di pascolo vagante” possa essere visto e seguito anche in altre realtà al di fuori dell’Italia. Le mie immagini lo avevano emozionato… la risposta è proprio in quella sua emozione. Sono le immagini a rappresentare la lingua comune della pastorizia. Secondo me due pastori, uniti dalla comune passione, riusciranno sempre a trovare il modo per comunicare, in qualunque parte del mondo si incontreranno. Comunque, già solo ieri, oltre gli amici Svizzeri (21), ed i Francesi (9), le altre visite a queste pagine sono venute da Marocco (2), Canada (2), India (2), ecc. In generale, nell’ultima settimana, il blog ha ricevuto 81 visite dalla Svizzera, 53 dalla Francia, 34 dalla Romania, 20 dal Regno Unito, 19 dagli Stati Uniti…