Facevo il falegname, ma sono sempre stato uno “di campagna”

La scorsa settimana sono andata in Val Pellice a trovare Daniele. In pianura c’era la nebbia, mentre in valle splendeva il sole e le strade erano tutte un via vai di trattori che, dalle stalle, portavano il letame nei prati. Le previsioni dicevano che sarebbe arrivato il maltempo, quello che in questi giorni ha portato pioggia e neve un po’ ovunque in Piemonte.

Eccomi così davanti a “La Capra Bianca”, a Villar Pellice. Daniele aveva finito il giorno prima di pulire le stalle e così aveva un po’ di tempo da dedicare alla nostra chiacchierata. “L’idea è nata per colpa di mio figlio, quando aveva 16 anni. Abbiamo iniziato nel 2005-2006. Lui, finito la terza media, ha lavorato per l’azienda Melli-Gonnet e così ha deciso di voler fare questo, di allevare. Avrebbe voluto tenere mucche, ma qui in valle con sole capre non c’erano molti, poi erano più facili da gestire, anche per iniziare, potevamo usare le vecchie stalle, invece con le mucche avremmo dovuto far subito una stalla nuova.


La stalla l’abbiamo fatta nel 2011 con i contributi del PSR. Abbiamo messo i pannelli sul tetto, quella è stata un’altra grossa spesa, ma è anche una rendita. Avevamo messo una copertura, la commissione paesaggistica aveva dato l’ok, ma il Comune invece no, così abbiamo messo i pannelli. Il titolare sono io, mio figlio è coadiuvante, poi c’è la moglie che ovviamente da una mano. Passerà poi titolare mio figlio, ma non stiamo a fare le domande per i contributi di insediamento, tanto quest’anno le hanno bocciate tutte in provincia di Torino… Quello dei contributi è un sistema sbagliato: dovrebbero darti subito i soldi con il vincolo di restituirli, piuttosto che far così. Prima li devi spendere e poi loro te li danno, così sono tutti costretti ad impegolarsi con le banche. Gli unici a cui conviene sono quelli che i soldi li avrebbero già. 


Io prima facevo il falegname e mobiliere, ma sono sempre stato uno “di campagna”. Mi è sempre piaciuta la campagna. Qui era dei miei suoceri.La stalla non è piena, Daniele mi dice che potrebbero starci fino a 120 capre, ma per il momento va bene così. Proprio in quei giorni gli animali sono stati messi in asciutta, la mungitura riprenderà a febbraio, dopo la nascita dei capretti.

Abbiamo scelto le Saanen per caso! Prima di iniziare siamo andati a vedere diversi allevamenti. Un giorno un amico passando in macchina verso Piscina ha visto un cartello “vendesi caprette da latte”. Siamo andati a vedere e ci siamo innamorati delle nostre prime ventiquattro caprette, più un becco. Poi adesso ci chiamiamo “La Capra Bianca”, quindi non possiamo più cambiare!

Nonostante siamo in valle, Daniele mi spiega che da qualche anno gli animali vengono allevati in stalla e nutriti con il fieno autoprodotto. “All’inizio salivamo ad un furest d’estate, dal 2006 al 2012. Poi abbiamo dovuto fare delle scelte. Per essere autosufficienti facevamo i fieni, poi c’erano i mercati, troppo impegno. Finivi alle 10 di sera e dovevi andare su… Sui pascoli abbiamo anche avuto problemi sanitari, clostridi e una parassitosi che non si riusciva ad individuare, un verme che solitamente colpisce più le pecore, per cui i trattamenti che facevamo non erano efficaci. Ne sono morte quindici. Così diamo il fieno e granaglie, non mi piace parlare di “mangimi”, sono cereali.

La produzione di formaggi in questo momento è ovviamente interrotta. In un locale delle strutture abitative è stato ricavato il punto vendita, di fianco al caseificio. “L’ottanta per cento delle produzioni le vendiamo direttamente (specialmente sui mercati), un venti per cento tramite rivendite. Sono due anni che vado tutti i venerdì al mercato di Torre Pellice.  Sul mercato ci sono i clienti affezionati che tornano, funziona più che alle fiere. Quest’anno, grazie ad un’idea di mia moglie, abbiamo provato a metterci al ponte sulla strada, ed ha funzionato ben più che alle fiere, perché la gente torna settimana dopo settimana. Paghi il suolo pubblico, ma è poca roba.

Abbiamo fatto investimenti non indifferenti, per cui bisogna uscire dal “buco nero”, ma non è facile. Non andando in montagna e non avendo razze in via d’estinzione, non abbiamo grossi aiuti. Qui abbiamo il bollino CEE per la caseificazione. Non è stato facile ottenerlo, c’era sempre qualcosa che non andava. L’ultima volta erano le altezze dei locali di lavorazione, ma qui siamo in montagna, una casa antica… alla fine ce l’abbiamo fatta.

L’ultimo locale che visito è la cantina, in cui al momento vi sono solo più i formaggi stagionati.La gente dovrebbe capire che ad un certo punto c’è solo più questo… e stagiona sempre di più con il passare dei giorni! Come freschi facciamo tomini, primosale, tomino lattico che dura 30 giorni e a 15-20 è migliore che fresco. Poi ricotta, saras fresco e stagionato (saras del fen). Come stagionati toma e caciotta (da un chilo e da 700 grammi), paglierine, toma blu, gorgonzola. Non ci sono richieste fisse da ristoranti della zona. Anche il saras del fen nei menù qui in valle non c’è!“. Resto molto stupita da quest’ultima affermazione, dato che molto è stato fatto per recuperare valorizzare questa ricotta stagionata. Oltre ai formaggi, da “La capra bianca” troviamo anche i salami realizzati con la carne delle capre a fine carriera.

…questa ovviamente non è che una parte di quel che Daniele mi ha raccontato… ma tutto il materiale raccolto finirà nel mio prossimo libro dedicato alle capre…

 

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Volevo avere bovini e caprini per gestire il territorio

E’ ormai da qualche tempo che, quando riesco, vado a fare interviste per il mio futuro libro dedicato al mondo della capra. Ne ho già un buon numero, sono in tanti quelli che vorrebbero ancora essere intervistati, ma da TUTTI non riuscirò ad andare. Ovviamente ogni storia è unica e meriterebbe di essere raccontata, ma il mio non sarà un libro incentrato sulle interviste (avete presente “Vita d’Alpeggio”? Ecco, vorrei fare qualcosa di simile, dove le voci degli intervistati servono a spiegare meglio gli argomenti). Quello che posso dire dopo sei mesi di chiacchierate, è che ci sono storie simili, storie di uomini, donne, giovani e anziani che allevano capre perchè si è sempre fatto quel mestiere in famiglia, perchè piacciono le capre, perchè c’è la passione. E poi ci sono storie anche molto differenti tra loro, quelle di chi è arrivato ad allevare capre dopo un percorso di vita. Sarà tra questi che concentrerò le mie prossime interviste, altrimenti rischio che il libro non arrivi mai ad una conclusione…

I primi animali che incontro davanti a casa di Marco sono dei bovini, per di più di una razza particolare: si tratta di tre Highlanders, nelle diverse colorazioni del mantello (rossiccio, il più conosciuto, nero e quello nella foto). “Quando ho iniziato, l’idea era quella di avere capre e bovini per gestire il territorio. Qui ho comprato da uno che era così entusiasta che facessi un’azienda agricola con le capre che mi ha quasi regalato le baite diroccate e i terreni, ma c’erano solo rovi, cespugli, erbe dure. Nel 2008 avevo già fatto la strada, nel 2009 ho iniziato, ma non è stato facile. Solo con i terreni non mi davano la qualifica di imprenditore agricolo, e senza quella non potevo avere le autorizzazioni e i permessi dal Comune per costruire! Così ho comprato 10 capre a poco prezzo, con quelle e gli ettari ho avuto la qualifica ed ho potuto iniziare.

(foto Monika Hricko)

(foto Monika Hricko)

La storia di Marco inizia però prima. Io lo conosco dai tempi dell’università. Laureato come me in Scienze Forestali ed Ambientali, per un certo periodo abbiamo lavorato negli stessi uffici in facoltà: gli ambiti erano quelli dell’alpicoltura e zootecnia. Poi Marco ha svolto incarichi come libero professionista, quindi ecco la decisione di allevare. “Le capre mi sono sempre piaciute. Fin da subito l’intenzione era quella di mungere per fare formaggio di qualità. Formaggio ne trovi tanto, ma spesso manca proprio la qualità!

Anche con la qualità e tutte le attrezzature a norma di legge, le cose non sono facili. “Quando ho comprato le attrezzature, ho concordato delle giornate con il casaro, che mi ha insegnato delle tecniche per migliorare. Io, leggendo libri e manuali, ero arrivato ad avere un prodotto che però era difettoso. Adesso mi sono specializzato, ho provato varie lavorazioni. Faccio freschi, lattiche, presamiche per gli stagionati, robiole a 20 giorni di stagionatura, tomette, tome, ho provato anche a fare il blu.

La cantina infatti è molto fornita. “Quando ho iniziato ho sottovalutato il fatto che in questo momento in Italia, in Piemonte, a Lanzo… non c’era bisogno di formaggio di capra! Ti devi creare il mercato prima. Fornisco privati, alcuni negozi e ristoranti, ma quest’estate si è lavorato poco. Il ristorante o il negozio non ti chiama per dire che ha finito il prodotto, lo devi cercare tu. Piuttosto che spendere quei cinque euro in più per la qualità del prodotto, preferisce risparmiare acquistando da quello che lo fa “uso famiglia”, ma magari lo porta a poco prezzo anche a 50 chilometri di distanza! Gente che rovina il mercato a me, ma nemmeno si arricchisce, vendendo a quel prezzo!

(foto Monika Hricko)

(foto Monika Hricko)

E’ una delusione trovarti di fronte a molta gente che si riempie la bocca di belle parole sulla montagna, sul ritorno dei giovani, su chi la fa vivere, sulle iniziative, ecc, ma poi proprio loro i tuoi formaggi non li vengono a prendere. Quando io giravo gli alpeggi per lavoro, quando trovavo delle realtà che mi piacevano, non stavo mica a guardare il prezzo!

E’ una dura lotta anche recuperare il territorio. Pur essendo la capra adatta a pascoli cespugliati, pur essendo Marco un tecnico che si è occupato di miglioramento e recupero di pascoli anche dal punto di vista teorico, di difficoltà ce ne sono. Mi spiega che, in questi anni, il pascolo è già migliorato, grazie ad un lento recupero con il pascolamento. “Il fieno invece un po’ me lo faccio perchè sono terreni di mia nonna e mi spiace lasciarli andare, più che altro è una soddisfazione. Poi ne compro, cerco di prenderlo il più vicino possibile e vado a vedere i prati prima che vengano tagliati.

(foto Monika Hricko)

(foto Monika Hricko)

A volte viene persino il pensiero di smettere, o meglio, di andare altrove. Monika è Australiana, presto lei e Marco andranno in Australia per sposarsi, ma ci sono già stati insieme altre volte. “Il mio obiettivo è quello di fare un lavoro che ci dia soddisfazione e che faccia sì che possiamo essere tranquilli dal punto di vista economico. Non mi interessa fare allevamento intensivo. Vedremo come andrà nei prossimi anni… Se qualcosa non cambia, se non si inizia a guadagnare il giusto, magari lasciamo tutto e ci trasferiamo, là è tutto un altro sistema, un altro modo di lavorare.

(foto Monika Hricko)

(foto Monika Hricko)

La chiacchierata va avanti a lungo, era da tempo che non ci vedevamo. Non posso non chiedere a Marco come valuta l’esperienza universitaria, oggi che fa questo lavoro. “Mettere su un’azienda agricola mi ha insegnato tante cose. A qualcosa l’università è servita, ma visto l’investimento di soldi e di tempo in quegli anni, francamente speravo servisse poi di più, una volta nel mondo del lavoro! Ogni tanto ho ancora contatti con il dipartimento per qualche progetto.

Per contattare Marco, cercate su facebook “La capra e la panca – Azienda Agricola“.

Le lunghe giornate del pastore

Essendo in Trentino, questa volta non volevo perdere l’occasione per far visita all’amico Daniel. Così, da Madonna di Campiglio, ho cambiato valle, sono scesa fino all’Adige e risalita fino a raggiungere la Val di Fassa, dove si trova lui attualmente. L’ultima volta che ci eravamo visti era su a far la stagione in Val Venosta, poi molte cose sono cambiate.

Adesso Dan ha trovato un socio, ha aumentato il numero di capi, si occupa del gregge di capre e pecore, della mungitura e della caseificazione. Il lavoro non finisce mai e, al momento, ci sono ancora un po’ di cose da sistemare: per esempio ci si appoggia al caseificio di un’altra azienda agricola, in attesa di terminare la realizzazione di quello aziendale. Dan lavora con l’azienda Soreie, azienda bio specializzata in piccoli frutti e ortaggi. Con il suo arrivo, è stata ampliata la parte legata alla pastorizia ed alla caseificazione, per l’appunto. Ha frequentato anche dei corsi di caseificazione e adesso la produzione prevede diversi latticini che vengono venduti direttamente nei punti vendita aziendali o portati a ristoranti e negozi della zona.

Il gregge non è in alpeggio. L’anno precedente gli animali erano stati portati più in alto, ma bisognava scendere quotidianamente per la lavorazione del latte. Poi c’erano stati anche altri problemi riguardo ai terreni da pascolare… Tutto il mondo è paese, ovunque si sentono gli stessi discorsi: quello che è infastidito dagli animali, quello che si lamenta per lo “sporco” che resta dopo il loro passaggio…

Questa è una zona ad alta vocazione turistica, quindi non dovrebbero esserci problemi per la collocazione dei prodotti. Ma non sempre i turisti gradiscono gli animali… Il gregge attende di andare al pascolo mentre Dan lava la mungitrice e i secchi dopo la mungitura mattutina, poi si partirà alla volta del bosco.

Quando il gregge attraversa la (frequentatissima) ciclostrada che fiancheggia l’azienda, c’è chi si ferma ad ammirarlo, ma capita anche di sentire lamentele per gli escrementi. “L’altro giorno però è passato un gregge che saliva verso non so quale alpeggio, l’hanno seguita tutta per risalire la valle. Lì sì che hanno sporcato… e poi purtroppo i pastori quando passano non hanno nessun rispetto dei piccoli allevamenti come il nostro, pascolano anche i pezzi che dovremmo mangiare noi.

Il pascolo verso cui viene condotto il gregge non è propriamente dei migliori, ma bisogna cercare di arrangiarsi. Dan riesce a star fuori con le bestie solo al mattino, perchè al pomeriggio c’è sempre da lavorare in caseificio, quindi alla mezza giornata di pascolo si alterna il fieno nel recinto accanto alle serre e agli orti.

Dan ha un rapporto controverso con le pecore, che rappresentano un suo acquisto abbastanza recente: danno soddisfazioni dal punto di vista del latte e della caseificazione, ma al pascolo con le capre richiedono interventi continui dei cani affinchè non si allontanino. Sicuramente la preferenza del pastore va quindi alle capre!

I momenti al pascolo sono quelli più belli, dove c’è il rapporto con gli animali, con il gregge, ma soprattutto con i fedeli aiutanti. Le giornate sono sempre lunghe, il lavoro non manca, la fatica nemmeno e il reddito per il momento resta esiguo. Nonostante la grande passione, Dan è un po’ scoraggiato, spera che le cose possano iniziare ad andare meglio, in modo da trovare una sistemazione abitativa meno precaria.

Mi parla anche di eventi da organizzare nei giorni successivi (la stagione turistica si avvia verso il momento clou) e di nuovi punti vendita che l’azienda dovrebbe aprire a breve. Conosco il cammino che questo amico ha percorso negli anni per arrivare fin qui e gli auguro davvero di poter concretizzare i propri sogni. Momenti di sconforto ce ne sono per tutti, il periodo non è facile per nessuno, non si vive di sola passione, servono anche risultati concreti dal punto di vista economico… Per Dan, come per tutti, l’augurio è che le fatiche e gli orari infiniti vengano ripagati.

La gente del posto all’inizio scommetteva contro di noi

Sono tornata anche da Renata e Cinzia. Quando ero stata da loro l’anno scorso, avevo chiacchierato soprattutto con Renata, ma questa volta è il momento di parlare con entrambe le donne che si affiancano nella conduzione dell’azienda Cà du Roc ad Ala di Stura.

Le capre, casualmente, sono al pascolo nello stesso posto. Scatto qualche immagine al gregge, poi raggiungerò Cinzia e Renata, al lavoro nel caseificio. La loro storia: “…è nata per caso perchè nel gennaio del 2000 Bruno ha detto a Renata che avrebbero dovuto fare un allevamento di capre. Hanno cercato qualcuno con cui farlo ed hanno trovato me. Io lavoravo nella ditta di mio papà, seguivo le esportazioni e come animali avevo solo il cane, sono partita da meno di zero!

Le due amiche, presa la decisione, hanno iniziato a girare per vedere altre aziende, per capire come funzionavano e decidere che strada intraprendere. “Abbiamo scelto la Saanen perchè è più tranquilla e poi bianche sono belle! Ne abbiamo prese all’inizio una quindicina dalla Cascina Rosa e poi ce n’era una decina di Valdostane di Bruno. Abbiamo iniziato nel luglio 2001.

Le capre sono al pascolo, i capretti in stalla. Le due amiche dicono di essere interscambiabili nei lavori, inoltre il marito di Cinzia, maestro di sci d’inverno, fa da jolly e si occupa della vendita sui mercati. “Essere in due in certe stagioni ti permette di avere anche un po’ di vita sociale al di fuori, di fare delle vacanze.

Dalle prime prove con il latte ad oggi sono stati fatti grandi passi. “In quegli anni nasceva l’Associazione Casare e Casari di Azienda agricola, abbiamo fatto corsi a Moretta e in Comunità Montana. E’ un grande supporto, abbiamo sempre seguito tutti i corsi, impari sempre qualcosa, incontri altri e ti confronti.

E’ una gran fatica, a volte ti chiedi perchè l’hai fatto, ma poi sai che questa è diventata una realtà conosciuta, dal 2004 siamo tra i Maestri del Gusto ed hai soddisfazioni. All’inizio c’era molta curiosità e la gente del posto scommetteva su quanto saremmo durate!“. Anche Renata non era un’allevatrice, ma la sua pratica in ufficio ha permesso loro di districarsi più agevolmente nel marasma burocratico che accompagna la nascita di un’azienda: “Caseificare è un lavoro creativo. Ci fosse qualche problema in meno, te lo godresti di più questo mestiere…

La Toma in fiera

L’autunno è tempo di fiere, per vendere i prodotti, per fare scorte per l’inverno. Questa almeno era la tradizione. Oggi i tempi sono cambiati e si trova di tutto nel corso dell’intera annata. Quello che non cambia però è il fatto che… I formaggi si producono nella stagione d’alpeggio e sono disponibili, in diversi gradi di stagionatura, quando si scende dai monti.

Così a Condove, in Val di Susa, nel mese di ottobre si tiene la Fiera della Toma. E’ una bella manifestazione che attira nel paese migliaia di persone nelle giornate del sabato e della domenica. Quest’anno poi il sole ha aiutato a far sì che l’affluenza fosse ancora maggiore.

Certo, è una fiera, si va per acquistare i prodotti, ma anche per assistere alle manifestazioni correlate. Per esempio, c’è chi intaglia il legno “a tema”, ma c’è anche chi intaglia le tome e le trasforma in opere d’arte più ancora di quello che già sono.

Alle varie bancarelle era possibile anche fare degli assaggi, per conoscere meglio i prodotti e procedere successivamente all’acquisto. Lungo le vie di accesso alla piazza principale, si trovavano bancarelle di tipo diverso. Formaggi, certo, ma non solo.

Era possibile acquistare e degustare molti dei prodotti tipici locali, come i canestrelli. Ma anche birre artigianali, pane, cioccolatini, oltre a prodotti provenienti da altre regioni d’Italia. Tutto questo mentre si arrivava al cuore di Condove…

Lì allora, in un percorso tra le bancarelle, si faceva il giro degli alpeggi della Val di Susa e vallate confinanti. Infatti questo spazio era dedicato ai vari margari, ciascuno con i propri prodotti. Le classiche “tome” nelle diverse varianti legate alla lavorazione, al latte, all’alimentazione degli animali, alla mano del casaro.

In questi ultimi anni si sta procedendo con diverse iniziative di valorizzazione del prodotto: caratterizzazione della tipicità, ma anche apposite marchiature, come possiamo vedere in questo caso le vere e certificate “tome di Condove”.

Ovviamente non si trovavano solo formaggi stagionati, ma burro, ricotta, tomini e ogni tipo di latticino che viene prodotto nelle aziende agricole. Come si fa a non rimanere affascinati da tutta questa varietà?

C’è la tradizione, come detto, ma anche tanta innovazione. Il consumatore medio è cambiato nelle esigenze e nei gusti. Troviamo allora molti più formaggi freschi, magari aromatizzati alle erbe, al peperoncino. Troviamo formaggi stagionati, affinati nelle vinacce, nelle spezie. D’altra parte, se tutte queste bancarelle vendessero solo tome, tutte simili, gli acquirenti sarebbero meno stimolati all’acquisto.

Un’intera via era dedicata ai prodotti ortofrutticoli e in questo caso le tradizioni più antiche premiano maggiormente delle innovazioni: le mele delle varietà “di una volta” vengono riscoperte e apprezzate con gioia e con gusto. Oltre all’agro-alimentare si poteva poi trovare parecchio artigianato e hobbistica. Insomma, anche se Condove non è una metropoli, per girare con attenzione tutta la fiera e le manifestazioni collaterali, c’era da dedicarci almeno un paio d’ore ben spese.

Già solo a fine mattinata la dimensione delle forme si era ridotta e la gente ritornava ai parcheggi, affollatissimi, carica di borse e sacchetti. Una manifestazione ben organizzata, con espositori di qualità e prodotti… beh, quelli avreste dovuto assaggiarli! A questo punto cercate di non mancare il prossimo anno, se ve la siete persa!

Gli occhi sono sono mai sazi

A Bra (CN) anche quest’anno, così come accade con cadenza biennale, si è tenuta la manifestazione Cheese, dedicata a “tutte le forme del latte”. Certo, i formaggi erano i protagonisti, ma non solo. Io ho fatto un giro il primo giorno, venerdì mattina, riuscendo così a vedere quasi tutto senza una folla eccessiva. Gente ce n’era, ma chi c’è stato la domenica mi ha parlato di difficoltà nell’avvicinarsi alle bancarelle.

Tutte le forme e i colori del latte! E’ impensabile andare a Cheese ed assaggiare tutto, sia per limiti fisici, sia perchè ad un certo punto il nostro palato non ce la fa più ad apprezzare le differenze. Da qualunque parte avessi voluto iniziare la visita, formaggi freschi, stagionati, cremosi, piccanti, ma anche latticini e dolci a base di latte e derivati si mescolavano, intervallati da miele, vini… Quindi ho degustato soprattutto con gli occhi, senza stancarmi mai e lasciandomi sorprendere da forme e colori, per l’appunto!

Ogni tanto un assaggio era d’obbligo, anche perchè mi è capitato di incontrare sia amici che vedo solo qui, di due anni in due anni, e persino di essere riconosciuta da amici virtuali con i quali questo è stato il primo incontro! Produttori di varie parti d’Italia, chi mi segue qui sul blog, chi via Facebook, chi mi aveva contattata per informazioni, ricerche, ecc.

In questa prima giornata, pur tra il pubblico che iniziava ad affluire numeroso, si riusciva ad assaggiare con calma, se uno ne aveva l’intenzione, ed anche scambiare quattro chiacchiere con i produttori. Anche per loro c’era ancora la freschezza del primo giorno, ma la manifestazione si protraeva poi fino al lunedì, mettendo a dura prova la resistenza di tutti.

Io ho iniziato nel padiglione dei produttori italiani e mi sono lasciata trasportare da Nord a Sud, passando per tutte le possibili varietà di prodotti da latte ovino, caprino, vaccino, bufalino, misti, stagionati in ogni modo possibile ed immaginabile. Anzi, ogni tanto c’era pure qualcosa che mi riusciva difficile credere che fosse un formaggio, tanto era strano nella forma e nell’aspetto.

Un’altra sorpresa l’ho avuta vedendo uno stand che non mi aspettavo proprio di vedere qui. Il sabato ci sarebbe stato un convegno dedicato alla tematica delle speculazioni sugli alpeggi, di sempre più scottante attualità, soprattutto da quando chi di dovere ha iniziato a far venire a galla le prove. Non sono solo più illazioni, ci sono stati arresti, nomi sui giornali. E allora come mai questa cooperativa, scomoda protagonista di queste inchieste, partecipava a questa rassegna?

Per addolcirsi la bocca, qua e là il latte si trasforma anche in gelati, oppure in ricotta che poi viene impiegata per realizzare dolci tipici di vario tipo. Non mancavano anche tiramisù, panne  cotte, budini, pastiere e molto altro ancora.

Il mio vagabondare tra gli stand mi ha portata nella via dei Presidi, cioè quei formaggi che Slow Food tutela dato che sono quasi a rischio di estinzione. Piccole produzioni casearie del territorio, ciascuna realizzata da uno ridotto numero di produttori locali. Impensabile trasformarli in prodotti di massa, ma proprio questo è il bello della loro esistenza.

Vi erano presidi stranieri e presidi italiani, ciascuno con il loro pubblico di estimatori, venuti fin lì magari per acquistare proprio una forma di questo o quel formaggio, non avendo altrimenti la possibilità di andare a cercarlo nel luogo di produzione. Qui vedete il Cevrin di Coazze, presto protagonista di una festa nell’omonimo Comune, a metà ottobre.

Forme e colori, il viaggio tra i formaggi può anche portarci a scalare la strana torre rappresentata dal Montebore, prodotto in provincia di Alessandria, recuperato quando ormai era quasi solo più un ricordo.

Un vero e proprio viaggio lo proponeva la Regione Val d’Aosta nel suo stand. Ricalcando l’appena concluso Tor des geants, i partecipanti qui, muniti di schede, affrontavano un’impegnativa escursione tra gli alpeggi della Vallèe, degustandone le Fontine.

Nella piazza centrale intanto, dopo l’inaugurazione, si stava procedendo con discorsi ufficiali da parte delle Autorità e premiazioni di personaggi meritevoli nel campo, appunto della caseificazione. Non avevo voglia di ascoltare parole, per fortuna ero a Cheese in veste del tutto privata, così ho potuto tirar dritto e immergermi tra le vie di Bra.

I piccoli produttori delle aziende agricole piemontesi, le fattorie didattiche, erano collocate all’estremità opposta. Anche qui, vendita di prodotti, qualche animale per far capire CHI produce il latte e spazio per imparare toccando con meno.

Per il pranzo, Bra abbonda di ottimi ristoranti, ma quella era una calda giornata di sole e il cibo di strada la scelta più indicata per una manifestazione del genere. Ampio spazio era dedicato, un po’ ovunque nella cittadina, ai più disparati alimenti che, in Italia, vengono prodotti e consumati sul posto. Dagli arancini di riso alle olive ascolane, focaccia di Recco, panino con la salsiccia di Bra, gelati e molto altro, accontentando i gusti di tutti.

Mi mancava tutta la parte degli affinatori, dove ancora di più la vista (e l’olfatto e il palato, volendo e potendo ancora!!) poteva soddisfarsi con una miriade di formaggi diversi. Oltre all’Italia, c’erano tutti gli stranieri, i vicini francesi e svizzeri, ma anche Americani, Inglesi, Olandesi, Sloveni, Irlandesi, Tedeschi… Ve l’ho detto, era uno spettacolo. Mettere qui tutte le foto sarebbe eccessivo e complicato, ma chi mi segue su Facebook può vedere l’intero album, come sempre.

Non manca mai questo affinatore di formaggi davvero strani che non sembrano nemmeno commestibili! Eppure c’era chi ne acquistava… Sicuramente l’aspetto visivo e la presentazione di tutte queste bancarelle hanno un ruolo determinante nell’attirare il pubblico. Probabilmente però certi formaggi sono davvero riservati ad alcuni intenditori e non al palato di tutti!

Alla bancarella del Tête de Moine, DOP svizzera, alle donne di passaggio veniva regalato un fiore di formaggio. Quale dono può essere più apprezzato? Anche quest’anno, come per le passate edizioni, devo dire che rimpiango la mancanza di tanti piccoli produttori che ricordo esserci stati nei primi anni di Cheese, comunque valeva la pena andare, anche solo per vedere tutto questo (che qui vi ho mostrato proprio solo in minima parte).

Infine, è anche sempre piacevole aggirarsi per Bra, tanto più se animata da manifestazioni come questa. Musicisti di strada, vetrine addobbate a tema, negozi di tutti i tipi e un’atmosfera da cittadina cosmopolita che forse non è generalmente associata, come luogo comune, al Piemonte. Arrivederci al 2017…

Le campane suonano…

Come già vi avevo mostrato, non ho avuto fortuna con le condizioni meteo, mentre ero in Svizzera. Anche il giorno successivo il tempo non era buono. Anzi, era peggio dei precedenti! Nella notte la neve era arrivata fino alle baite ed anche più a valle, al mattino pioveva, le nuvole erano basse.

Andare a cercare le pecore era un’impresa praticamente inutile. Altro discorso sarebbe stato dover andare al pascolo, ma il gregge era già libero di pascolare, quindi… Avrebbe continuato a farlo! Il pastore mi propone di cambiare versante, andare a controllare che le pecore non siano scese in basso, superando le reti tirate nei punti di passaggio, e risalire verso l’alpe delle vacche. Certo, con il bel tempo sarebbe stato maggiormente spettacolare, ma comunque… ci mettiamo in cammino, tra nebbia e pioviggine.

L’alpeggio è completamente avvolto nella nebbia fittissima, non si vede nemmeno il rifugio poco sotto. Veniamo accolti con gioia e invitati a pranzo. Anche gli allevatori qui sono intralciati nei loro lavori dalla nebbia. Due di loro sono comunque ancora fuori, sono andati a vedere le manze. L’indomani invece le vacche da latte scenderanno a valle, nell’altro tramuto accanto al lago. Chiacchieriamo, io soprattutto ascolto. Il giro delle strutture lo faremo dopo, a partire dalla cantina piena di formaggi. Parte della produzione è già stata portata giù con la teleferica (per fortuna che c’è!), parte resterà qui a stagionare fino al prossimo anno, appesa in dei sacchi di rete, in modo da non avere la necessità di venire girata.

Le strutture sono belle, moderne. Mungere qui all’aperto, con un clima così, mette al riparo dalla pioggia, ma non dal freddo e dall’aria. Sull’alpeggio, oltre al conduttore, c’è un giovane originario della Lombardia, che lavora stagionalmente coma aiutante, già da diversi anni su questa montagna. Poi c’è una giovanissima ragazza originaria della Svizzera tedesca. Ha studiato da maestra, ha fatto lettere all’università, poi è andata a dare una mano in un’azienda di una signora anziana d’inverno ed ha cercato un posto per l’estate in un alpeggio. “All’inizio l’ho vista così dolce, mi sembrava fragile… Adesso do a lei da portare il sale a spalle, così riesco a tenerle dietro quando saliamo dalle manze!“, scherza (ma solo fino ad un certo punto) il malgaro.

Gli animali non sono ancora stati messi al pascolo, si spera che la neve se ne vada via. Per fortuna il giorno dopo si scende. Si sta bene nella baita con la stufa accesa, il pranzo che cuoce. Fuori fa freddo, l’umidità non accenna a diminuire. Una delle sale del caseificio è dedicata all’affioramento della panna e al burro, burro quindi da latte e non da siero! Questo viene portato a valle ogni pochi giorni. “Quando non c’era la teleferica, a tutti quelli che passavano di qui, chiedevamo se potevano portare giù un po’ di burro!

Il formaggio prodotto qui viene interamente venduto direttamente, senza intermediari. Questo garantisce una buona rendita e la sopravvivenza di una piccola azienda di montagna. Qui in alpeggio, oltre agli animali del conduttore dell’alpeggio, ci sono quelli di altri allevatori della valle, affidati per la stagione estiva. Anche questo alpeggio è di proprietà del patriziato, come per l’alpe delle pecore. Il punto vendita giù in basso, accanto al lago, garantisce un buon afflusso di turisti. Vengono prodotti anche yoghurt e formaggelle.

Dopo pranzo, le vacche vengono messe al pascolo. La nebbia continua ad essere molto fitta, ma almeno sembra aver smesso di piovere e la neve se n’è andata quasi tutta. Ogni animale ha una campanella al collo, piccole campane, fondamentali per localizzarli nella nebbia o nel buio del mattino, quando si esce per andarli a prendere e condurli alla mungitura. Eppure il gestore del rifugio lì accanto si è ripetutamente lamentato per il suono delle campane, che lo infastidisce e infastidirebbe pure i suoi clienti. “Sai qual è il problema? Il problema è che non c’è soluzione…!“, gli era stato risposto. Montagna, alpeggio, vacche al pascolo e campane. Fai il turista in montagna? C’è anche questo, così come se dormi in un albergo in città c’è il traffico, il treno…

L’indomani devo ripartire, ma decido di aspettare, anzi, di andare incontro alla transumanza! Poso i bagagli in macchina e risalgo (nuovamente tra nuvole basse e pioggia) verso l’alpeggio, fin quando sento le campane e i richiami delle persone che stanno accompagnando gli animali. Il primo tratto di sentiero è bello, poi vi sono alcuni passaggi delicati. Il giorno precedente avevo sentito criticare a lungo il lavoro di chi doveva sistemare il sentiero, che teneva conto più dei turisti che non delle esigenze degli animali. Non solo in Italia, allora…

Dopo il passaggio sul torrente che fa da immissario al lago, inizia un tratto abbastanza pianeggiante, che però “taglia” dei versanti molto ripidi. Mi chiedono di non stare troppo vicina alle bestie, c’è un po’ di tensione, perchè in effetti i passaggi sono delicati e le Brune sono animali pesanti, pochi agili.

La foto scattata da lontano in effetti non riesce a rendere l’idea di come fosse questo punto: il sentiero stretto, un accumulo di terra e pietrame che l’ha invaso parzialmente, cadendo dal canalone soprastante, le vacche passano lentamente. Sotto, il canalone roccioso precipita direttamente nel lago. Per fortuna gli animali avanzano uno ad uno, attraversare qui con una mandria nervosa, vacche che si spingono, sarebbe troppo rischioso!

Dopo il cammino è più semplice, il sentiero è una vera autostrada. Per fortuna ha smesso di piovere, la transumanza si conclude nel migliore dei modi. Non abbiamo nemmeno incrociato turisti, non in quest’ultimo tratto, mentre prima ve n’erano alcuni che salivano al rifugio, altri che già scendevano. Da queste parti meno che altrove ci si fa intimorire dalle condizioni meteo avverse.

Le vacche sfilano lungo il lago. Tra una settimana scenderanno anche le pecore e la montagna resterà silenziosa, senza campanelle, senza cani da protezione, con buona pace del gestore del rifugio e dei turisti! Non avrei pensato che questi “problemi” esistessero anche altrove, pensavo che le montagne di Heidi fossero più sane, più rurali, e che la dimensione sempre più da parco giochi/parco avventura fosse una prerogativa italiana, invece ciò che ho visto ed ascoltato mi ha fatto capire che un po’ ovunque le cose si ripetono.

Ed ecco che le ultime vacche arrivano all’alpe. Resteranno qui ancora qualche settimana, poi anche questa stagione si concluderà. Per me invece si è concluso il soggiorno in Svizzera, per il giorno dopo il tempo si annuncia ancora peggiore, quindi anticipo il rientro e mi metto in viaggio. Ma non sceglierò la via più breve per tornare a casa…

Con le montagne più belle intorno

Le amicizie virtuali poco per volta diventano reali… Questa volta sono andata a trovare Clelia. Mi aveva parlato di lei un’altra montanara particolare, Polly, poi ci eravamo incontrate su Facebook e lei si ricordava che avevo “classificato” un fiore di cui aveva pubblicato la foto, chiedendo se qualcuno sapeva di cosa si trattasse. Quando, questa primavera, ho messo qualche foto della Val d’Aosta, lei mi ha invitata ad andarla a trovare e…

Ed eccomi all’Alpe Valmeriana, nel comune di Pontey (AO). Si arriva qui seguendo una luna strada sterrata chiusa al traffico, ma già prima c’è da risalire numerose curve e tornanti asfaltati. Boschi, boschi, boschi e poi si sbuca in una piccola radura: intorno i pascoli poi, appena sotto ad altri boschi, l’alpeggio. Lungo la strada di salita, i due tramuti inferiori, dove si fa solo una breve tappa, dato che c’è più bosco che erba.

Il luogo è abbastanza conosciuto per le “macine della Valmeriana“, visitabili seguendo questo itinerario. L’atmosfera del luogo è davvero particolare: nel ripido bosco, tra larici, abeti e pini, con i tronchi coperti da licheni grigiastri, si incontrano ancora numerose pietre lavorate. Macine perfettamente realizzate o abbozzi non completati. Nell’antichità infatti qui venivano lavorate le rocce (dalla composizione particolare, che le rendeva particolarmente adatte a questo scopo) e poi le macine venivano portate a valle.

Torniamo però al nostro alpeggio. Clelia è qui da un paio di anni e si è già trovata a fronteggiare diverse difficoltà. Quando l’ha affittato, sperava di poter svolgere attività agrituristica, ma non ci sono ancora tutti i permessi, quindi per ora deve limitarsi alla caseificazione e vendita dei formaggi. Come attività integrativa, altrove coltiva verdura, poi vende tutti i suoi prodotti a mercati e fiere. Non è semplice parlare della vita di Clelia: lei me l’ha raccontata riassumendo i fatti principali, ma veramente meriterebbe quasi di essere raccolta in un libro! L’infanzia, un rapporto costante con gli animali, il lavoro come cuoca, gestrice di rifugi, ma anche dipendente di un vivaio forestale, insegnante di patois, emigrante in Svizzera e non ricordo cos’altro ancora…

Insomma, non mi sono di sicuro annoiata, passando un paio di giornate con lei! In alpeggio ci sono soprattutto capre e una quindicina di pecore da carne (Suffolk). Clelia faceva conto di avere anche alcune vacche da mungere, ma purtroppo alla fine queste alla fine non sono arrivate. Così vengono munte solo le capre. Con Clelia c’è anche Danilo, dal Piemonte, che da una mano per vari lavori, soprattutto il pascolo del gregge e la mungitura. Fondamentale la sua presenza quando lei deve scendere per i mercati e le altre attività.

Il posto è davvero bello, solo per poco non si vede anche il gruppo del Monte Bianco, ma “solamente” Cervino e Monte Rosa. Quello che però è scarso è il pascolo intorno all’alpeggio. Di sicuro non potrebbe ospitare molti più animali di quelli che ci sono. “E’ vero, ci sono alpeggi in Val d’Aosta che restano liberi, ma sono anche peggio di questo. O non hanno la strada o sono tutti alpeggi piccoli, sempre più chiusi dal bosco. Quelli grossi per le mucche bene o male sono ancora utilizzati, anche se le cose non vanno più bene come una volta.

Oltre a capre e pecore, in alpeggio c’è un numero imprecisato di animali da cortile: la coppia di tacchini, qualche anatra ed oca, decine e decine di galline e pulcini di razze, taglie e colori differenti. La passione per l’allevamento si estende anche ai cani, infatti vi sono numerosi barboncini, ma da quel che capisco i cani non sono nemmeno tutti lì, altri sono nella casa dove risiede d’inverno.

Nel mese di agosto (11 agosto) l’alpe Valmeriana sarà protagonista di una delle giornate di Alpages Ouverts, iniziativa che coinvolge diversi alpeggi della Val d’Aosta. Un’occasione per gustare ed acquistare i prodotti caseari, conoscere i protagonisti, umani ed animali della vita in alpeggio.

Per la sanità dei prodotti caseari… si può stare più che tranquilli!!! I controlli da queste parti sono rigorosissimi, al punto da risultare quasi eccessivi, se si pensa a cosa poi avviene invece nella grande produzione. Ancora una volta sento il solito ritornello su quanti funzionari e controllori ci siano in val d’Aosta, forse più controllori che controllati. Quante analisi del latte devono esser fatte, poi i controlli sulle strutture, sui prodotti. Qui per esempio nella casera non c’è il lavandino con il rubinetto a pedale, per produrre formaggi freschi deve essere adeguato questo aspetto…

Sono “storie” che ho sentito raccontare spesso. Avendo visto innumerevoli realtà in Piemonte, mi viene istintivo fare i paragoni già solo con le strutture di cui è dotato questo alpeggio. Una stalla che potrebbe contenere numerose bovine (per le quali però non ci sarebbe pascolo a sufficienza), una baita dotata di tutti i confort, la casera, la cantina per la stagionatura, la centralina idroelettrica.

Io continuo i miei giri, continuo a vedere realtà differenti, modi diversi di gestire gli alpeggi, gli animali, ascoltare storie, lamentele, esperienze di vite. In ogni posto c’è qualcosa da imparare, da capire, da mettere a confronto. Invito anche voi a visitare questo posto, magari l’11 agosto, magari durante una normale gita in montagna, così farete quattro chiacchiere con Clelia!

Libro, corsi, foto…

Agli amici di questo blog, volevo ricordare, domani sera, la presentazione di “Pascolo vagante 2004-2014” a Villardora (TO), ore 21:00, nella sala consiliare del Comune, piazza San Rocco 1. L’appuntamento successivo sarà il 13 marzo a Champdepraz (AO).

Il 19 – 24 – 25 MARZO si svolgerà a Moretta un corso di 21 ore (PSR) sui Formaggi VACCINI STAGIONATI E PASTE FILATE.

Per ottenere i moduli di iscrizione, informazioni, ecc, contattare tallone@agenform.it – 017293564. Possono partecipare le persone che fanno parte dell’azienda agricola come titolari, dipendenti o coadiuvanti ed anche lavoratori del settore alimentare. Potranno partecipare i primi iscritti in ordine cronologico con documentazione completa sino ad un max di 15. Scadenza iscrizioni: 06 marzo.

(foto M.Ferretti)

Ci sono sempre amici che ci scrivono, questa volta è Massimo. “Mi chiamo Massimo e ho un’allevamento di capre in provincia di Reggio Emilia, sull’Appennino. Non sono le Alpi, ma ci sono delle belle cose da fotografare, tipo la valle dei gessi triassici,  sembra un canyon, la pietra di Bismantova con l’eremo che sembra l’Ayers Rock, le fonti di acqua sulfurea, il parco nazionale tosco emiliano con il lago Bargetana, ecc.

(foto M.Ferretti)

 

Io ho abbandonato la città e sto creando questa azienda agricola con capre… Impresa dura per il momento e perchè qua esiste solo il Parmigiano Reggiano e tutto il resto non esiste o quasi.

Altre foto (le capre continuano a riscuotere successo!) da parte della mamma di Fabio Zwerger, Adriana. Sono i capretti della scorsa primavera, ma mi racconta che in questi giorni nel gregge si sono avute tutte le nascite del 2015.

Sempre nello stesso gregge… Ecco il papà dei capretti! Un saluto a tutti gli amici sparsi in giro per l’Italia, grazie per aiutarmi con i vostri contributi ad arricchire sempre il blog.

 

Una situazione “nuova” da risolvere in fretta

Da Ovest ad Est per presentare il mio libro, ma è anche un’occasione per vedere realtà per me “nuove” e trovarsi, alla fin fine, alle prese con “vecchi” problemi. Il caso ha voluto che, prima di partire per la Lessinia (VR), io mi trovassi a Torino a partecipare ad un Forum sul lupo dove, grazie alla presenza di esperti del calibro di Luigi Boitani, ho potuto avere risposta ad alcuni miei dubbi e curiosità. Non si può sapere tutto, io mi intendo di pastorizia e non di lupi, quindi è stata un’occasione per mettere a confronto direttamente le esperienze. Dopo la teoria… la pratica! In Lessinia i problemi con il lupo sono molto gravi e diversi da quello che siamo abituati a sentire normalmente nella realtà Piemontese.

Anche se sono stata invitata anche in occasione della prima mostra della Pecora Brogna, razza locale in via di estinzione (di cui vi parlerò domani), qui di pecore al pascolo in quota non ne ho viste. Sui Monti Lessini le malghe sono destinate ai bovini, le montagne vengono pascolate da mandrie. Purtroppo avevo poco tempo per girare, ma grazie all’ottima guida che mi accompagnava, ho potuto farmi un’idea di questa realtà. Un paesaggio diverso da quello a cui sono abituata, con rilievi a quota non molto elevata, una fascia di boschi sovrastata da altipiani erbosi. Il terreno è calcareo, quindi vi sono conformazioni particolari e pochissima acqua.

Le malghe sono per lo più private, divise tra Veneto e Trentino (ci si affaccia sulla Val d’Adige), servite da strade asfaltate e sterrate. Se è vero che gli animali allevati sono vacche da latte, la scoperta che questo latte non viene praticamente lavorato lassù è stata una sorpresa. Grazie alle vie di comunicazione ed alla breve distanza dal fondovalle e dalla pianura, il latte della Lessinia viene destinato alla produzione dei formaggi più disparati, non soltanto il famoso Monte Veronese DOP.

Qui a Malga Lessinia l’ho visto, annusato, assaggiato ed osservato nelle sue varie fasi, dal fresco di giornata allo stagionato. Ma questo è quasi un caso unico. Questa malga è alpeggio e rifugio, si fa accoglienza al turista, si vendono formaggi e si seguono gli animali. In altre realtà invece gli animali sono su al pascolo, gli allevatori salgono solo per la mungitura. Oppure resta su un anziano e i giovani lo raggiungono appunto per occuparsi della mungitura del mattino e della sera.

Non è la realtà d’alpeggio a cui sono abituata. Questa è Malga Lessinia, dove sono stata accolta con i famosi “gnocchi di malga” come piatto forte. Poi c’era “giusto qualcosetta” prima e dopo… Un ottimo pranzo un po’ calorico, dopo il quale avrei dovuto camminare facendo tutto il giro delle malghe per favorire la digestione!

Invece il tempo era poco, così ci siamo spostati soprattutto in auto, facendo delle tappe per vedere meglio questa realtà e parlare con gli allevatori. Ecco quella che, per me, è stata la principale sorpresa. Qui, in montagna, troviamo le razze da latte “più spinte”. Frisona, Pezzata Rossa, Brown Swiss, affiancate da poco altro, ma razze proprio “da montagna” io nel mio breve tour non ne ho viste. E forse qui sta uno dei vari aspetti del problema.

Tramite internet e i social network, da qualche tempo seguo e sono informata sui problemi che la Lessinia sta vivendo con il lupo. Però, prima di toccare con mano, non conoscevo questo territorio. Una volta sul posto ho potuto capire alcune cose. Gli allevatori sono esasperati, sulla porta delle malghe hanno affisso gli articoli di giornale dove si parla degli attacchi. C’è gente che è già scesa, ha portato in stalla i propri animali perchè la perdita di numerose vacche da latte rappresenta un danno non da poco.

Vacche ed asini. Qui hanno appeso quel che resta dello scheletro di uno dei dieci asini predati. Ecco la prima sorpresa: come mai gli asini? Chi mi sa rispondere? Perchè io ho sempre letto e sentito dire che l’asino può essere addirittura impiegato per difendere un gregge dalle predazioni del lupo, ma documentandomi meglio sto vedendo che sia si sono registrate anche altrove predazioni a loro danno, sia “non tutti gli asini sono adatti a proteggere le greggi“.

Qui è l’altro punto fondamentale. La maggior parte dei testi, degli studi, del materiale reperibile in bibliografia e on-line riguarda la predazione di lupo su “bestiame minuto”, ovini e caprini. Qua e là si verificano attacchi a bovini (specialmente – ma non solo – vitelli, vacche che partoriscono all’aperto, animali isolati con problemi fisici), oppure bovini muoiono in seguito agli attacchi perchè precipitano da burroni mentre cercano di sfuggire ai predatori. Come mai in Lessinia, invece di sporadici casi di attacco, abbiamo una vera e propria strage?

Se al primo settembre le predazioni del 2014 erano 36 (riconosciute ed accertate), sabato 13 settembre mi parlavano di 44, compreso un agnello trovato la mattina prima a poca distanza dalle case (le pecore non sono in alpeggio). Credo che, paradossalmente, se in Lessinia vi fossero greggi di pecore, il problema sarebbe molto più semplice da risolvere.

Le montagne sono “belle”, niente a che vedere con le realtà di certe vallate alpine. Qui un gregge è facile da sorvegliare per il pastore e per i cani da guardiania. Di notte gli animali si chiudono nel recinto e gli attacchi non dovrebbero essere frequenti e rilevanti come in un alpeggio per esempio del Piemonte, tra rocce, cespugli, nebbia, pendii ripidi. Ma qui le pecore sono poche, pochissime, stanno in basso e non salgono in alpeggio. Le capre addirittura stanno in stalla.

Queste vacche, per quel poco che mi intendo di bovini, sono “poco adatte” alla montagna. Non me ne vogliano gli allevatori della Lessinia, ma la Frisona non è una razza da alpeggio. Per quanto qui la montagna sia dolce e non con caratteristiche alpine, questi grossi animali, vere e proprie macchine da latte, faticano a spostarsi già solo per rientrare alla stalla per la mungitura. La loro non è una conformazione da pascolo in montagna. Figuriamoci cosa accade quando un branco di lupi le attacca. Immagino che siano completamente indifese e inadatte a qualsiasi tipo di fuga. Se già la Piemontese a volte è vittima del lupo, nonostante la sua indole più battagliera, figuriamoci questi animali!

Questa non è una cattedrale, ma una stalla. Colonne in marmo rosso di Verona, vi rendete conto? L’anziano malgaro si lamentava, la stalla sarà anche bella, ma non è pratica. Gli animali “non ci stanno”, sono troppo grossi. Certamente quando è stata edificata, le razze allevate erano differenti. C’è solo da augurarsi che questa stalla comunque non abbia da rimanere vuota. In questa azienda si sta riprendendo a caseificare in quota, ma l’evoluzione del problema lupo potrebbe avere serie ripercussioni sul suo futuro. Il fenomeno è generalizzato. Il bosco è in espansione, la superficie pascolabile si sta già riducendo, se gli allevatori non porteranno più su le mandrie, l’economia ed il paesaggio della Lessinia muteranno radicalmente.

Prima del lupo, ricomparso molto recentemente (nel 2012 la prima coppia stabile) in Lessinia, il principale problema da questa parte era l’acqua. Essendo un territorio con suolo calcareo, di acqua ce n’è poca, giusto queste pozze che fanno la loro comparsa qua e là nei pascoli e, fortunatamente, non arrivano mai ad asciugarsi completamente. Qui gli animali vanno ad abbeverarsi. Ma adesso la carenza di acqua sta davvero diventando un problema minore. Se non si trova in tempi molto rapidi una soluzione, qui l’allevamento è a rischio di scomparsa.

I lupi trovano riparo nei fitti boschi, poi salgono sui pascoli a cacciare. Qui vedete le vacche in attesa per la mungitura serale, ma fino a quando assisteremo a queste scene? Nell’incontro avvenuto a Torino, sono state dette tante cose sul lupo. Per esempio che il comportamento cambia da esemplare ad esemplare e da branco a branco. Il lupo è un animale “culturale”, apprende e trasmette ai cuccioli, ai membri del branco. I metodi di prevenzione degli attacchi variano da situazione a situazione, non è detto che ciò che funziona in Abruzzo sia efficace in Piemonte e così via. Ultima cosa, le razze di cani da guardiania attualmente impiegate sono state selezionate per la protezione del gregge, ma sui bovini non ci sono esperienze e non si sa ancora quale razza utilizzare. Mentre si studiano delle soluzioni, cosa devono fare gli allevatori?

E’ più importante proteggere assolutamente un predatore che attualmente non sembra più essere a rischio di estinzione, ma che sta ricolonizzando via via tutte le regioni, o garantire la sopravvivenza di un territorio, di un ecosistema che si regge anche sulla presenza dell’uomo e dell’allevamento? Ricordiamo sempre che la biodiversità delle aree pascolate… è legata appunto al pascolamento! Specie vegetali ed animali esistono perchè l’uomo interviene attraverso l’utilizzo del territorio con greggi e mandrie. Il lupo non è intoccabile, ma non può essere una singola regione a chiedere un intervento in sede europea, deve essere il Ministero dell’Ambiente. Visto che la procedura è lunga e visto che gli esperti sempre più frequentemente ammettono che sarà necessario iniziare a pensare a delle azioni di contenimento, non sarebbe ora di dare il via a questo iter?