Per salvarsi, bisogna differenziare

Avrei numerose riflessioni da fare. Leggo sull’Eco del Chisone che il prezzo del latte alla stalla è precipitato del 20% in un anno (vi rendete conto che gli allevatori percepiscono intorno a 30-32 centesimi al litro?!?). Allevatori di montagna mi parlano dell’esperienza a Cheese, dove la differenza tra gli incassi e il costo della piazza per 4 giorni è stata di… 200 euro. Gente che va in alpeggio mi spiega che dovrà affrontare un investimento di diverse decine di migliaia di euro per adeguare il caseificio (utilizzato poco più di 2 mesi all’anno), perchè quello che c’era non basta più, adesso si richiedono altri locali, come quello per lavare i bidoni, non lo si può più fare all’aperto alla fontana come prima. Spendi in alpe, spendi in fondovalle, come e quando riuscirai a ripagarti tutto, quando i prodotti poi non rendono come dovrebbero, anche se sono di qualità? Altri ancora si lamentano di quanto hanno incassato vendendo animali al macello: pecore, vacche, capre, poche decine di euro, quando di carne comunque quegli animali sulle ossa ne avevano…

Tutto ciò mi porta ad anticipare ad oggi in post che, in ordine cronologico, avrebbe dovuto seguire altri che devo ancora pubblicare. Sono stata a trovare Mauro Olivero, allevatore, presidente de La Granda, il consorzio che si occupa del rilancio della razza Piemontese e della valorizzazione della carne di qualità. Non sono andata da lui per chiacchierare di queste cose, ma per tutt’altri motivi (pensate un po’… gli ho portato un gatto!). Una volta raggiunta la sua cascina, ovviamente era inevitabile fare un giro dell’azienda ed ascoltare la sua storia.

Non siamo di fronte ad una realtà immensa, ma proprio questa è la filosofia sua e dei soci de La Granda. L’allevamento non è un’industria, la carne di qualità viene da animali allevati in un certo modo, alimentati in maniera corretta, senza integrazioni, ma curando la produzione dei foraggi. Per saperne di più, intanto vi segnalo il sito de La Granda e questo articolo, dove viene riportata un’intervista a Mauro realizzata nello scorso mese di marzo. Mauro mi racconta la sua storia, nato in questa cascina nella pianura cuneese, splendida vista sull’arco alpino e sul Monviso, da giovane si allontana dall’agricoltura per dedicarsi allo sport raggiungendo anche buoni livelli. Un incidente interrompe la sua carriera e torna al settore agricolo, prima lavorando in Coldiretti, poi presso un grosso vivaio. “Giravo per le aziende a consegnare le piante, vedevo tante realtà, mi piaceva, ma ad un certo punto mi sono chiesto perchè, avendo un’azienda a casa, io lavoravo sotto padrone. Erano gli anni della BSE, la carne era in crisi, bisognava fare qualcosa.

Mauro adesso è Presidente dell’associazione, un rinnovamento dedicato ai giovani, per andare avanti, un ruolo che gli piace, ma che ovviamente comporta impegno e responsabilità. Inoltre non è facile tenere uniti gli allevatori, categoria (come molte altre nel settore agricolo e non solo) dov’è facile vedere le cose positive a casa d’altri e quelle negative nella propria. “Adesso c’è la fila di gente che vorrebbe associarsi, ma facciamo un’accurata selezione, perchè sono tutti attirati dal prezzo che riusciamo a spuntare vendendo gli animali, superiore rispetto alla media del mercato, ma c’è dietro tutto un lavoro ed un disciplinare. Come Associazione poi ci autofinanziamo, una piccola somma ogni animale macellato, sia da parte dei soci, sia da parte delle macellerie, una cifra che serve giusto per pagare le spese, la segretaria che segue tutta la burocrazia.

Mi spiega dei progetti con l’università, sui foraggi, mi racconta l’alimentazione che viene fornita agli animali: “Allevo femmine e castrati, al momento produciamo solo carne. Come associazione macelliamo un 210 capi al mese. In Piemonte purtroppo solo due macellerie prendono la nostra carne (vedi elenco punti vendita), le altre non hanno accettato per il prezzo. Buona parte della produzione è assorbita dai vari punti vendita di Eataly.” Mi racconta anche una vicenda assurda riguardante le etichette: oltre a quanto previsto dalla legge, sulle loro etichette erano state inserite informazioni aggiuntive e sono stati bloccati (e multati) per questo.

Continuiamo il giro dell’azienda, la “sala parto”, il toro, gli animali di varie età. Tutto è mandato avanti da Mauro e suo papà. “Da quando ho fatto la scelta della stalla nuova organizzata così, anche per mia mamma è stato un altro carico di lavoro.” Nella Granda aderiscono aziende di contadini anche piccole e piccolissime, con una decina di capi in stalla. Nessun margaro, ma ci sono animali che vengono mandati in alpeggio d’estate, affidati in guardia.

Nonostante tutto, non è facile. Mauro, come tanti sui colleghi di storie che vi ho già raccontato, ci mette una grande, immensa passione. Ovviamente crede in quello che fa, ma non vi sto parlando di una realtà priva di problemi. Si cerca di sopravvivere attraverso questa strada, si fa fatica, si spendono ore a far quadrare i conti, a studiare come migliorare l’azienda. Si dedica anche tempo ed energie per gli altri: nel pomeriggio infatti, tramite Slow Food e Terra Madre, arriveranno in azienda degli allevatori del Burundi, a visitare questa realtà. In serata parleranno ai soci de La Granda della razza allevata al loro paese, uno scambio di conoscenze, punti di vista, esperienze.

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Bistecchine di agnello marinate al cedro

Cosa mangio questa sera a cena? Agnello… Una ricetta facile e veloce. Non avete il cedro? Potete anche farla con il limone, è ugualmente ottima. Con il lime? Non ho provato…

Bistecchine di agnello marinate al cedro

Ingredienti (4 persone): 12 bistecchine di agnello, 5 pomodori secchi, 1 spicchio d’aglio, 1 cedro (o 1 limone), 1 rametto di origano, 1 rametto di timo, olio extravergine d’oliva, 10 olive verdi, sale e pepe

Mettete a marinare le bistecchine di agnello per circa 1 ora in olio profumato con l’aglio, sbucciato e schiacciato, l’origano e il timo tritati, la scorza del cedro grattugiata, rigirandole almeno 2 volte

Trascorso questo tempo, scolatele bene della marinata e disponetele in una padella antiaderente ben calda con un filo d’olio. Quando saranno ben rosolate, salate, pepate e giratele nuovamente. Sfumate con il succo del dell’agrume, unite i pomodori tagliati a listarelle, le olive a pezzetti e proseguite per altri 2 minuti circa. Mettete tutto in forno con la marinatura, coprite con un foglio di alluminio e tenete in caldo.

Servite accompagnando con verdure bollite a piacere o patate al forno aromatizzate al timo.

Costine di agnello marinate

Ve lo dico sempre di mangiare carne ovicaprina tutto l’anno e non solo a Pasqua, però so che molti di voi è soltanto in questo periodo che si accingono ad utilizzare, per tradizione, queste carni. Prima della ricetta, vi ricordo ancora una volta di cercare carne italiana, possibilmente della vostra regione o che comunque abbia compiuto il minor tragitto possibile!

Costine di agnello marinate

Ingredienti (4 persone)

2 costine di agnello o, se avete le bistecchine, calcolatene almeno 3 a persona; erbe aromatiche (menta, timo, erba cipollina, un bel mazzetto di ciascuna); 1 limone, sale grosso, olio evo

Disponete le costine (o le bistecchine) in una teglia, cospargetele con un bel pizzico di sale grosso, irrorate con il succo di un limone. Tritate le erbe aromatiche e cospargetele sulla carne. Dopo una mezzora, voltate la carne e lasciate marinare ancora. La durata della marinatura varia in funzione del gusto personale. Scaldate ad alta temperature una padella antiaderente con un filo d’olio e fate dorare la carne, che abbia una bella crosticina su ambo i lati. Se avete le costine e non state usando delle bistecchine, rimettete la carne nella teglia con la marinatura, coprite con un foglio di alluminio e mettete in forno a 180° per almeno mezz’ora. Controllate che il liquido di marinatura non si asciughi completamente e non bruci. La carne deve risultare bella morbida. Tagliate a pezzi e servite con contorno a piacere.

Sempre peggio

Fiere e mostre zootecniche sono, da sempre, un’occasione per chi fa il mestiere dell’allevatore, per concedersi una giornata durante la quale stare in compagnia, confrontarsi con i colleghi, avere l’occasione per vedere animali, attrezzature, concludere affari… Sappiamo cosa vuol dire fare l’allevatore, quali orari e quali “sacrifici” comporta. Ritagliarsi una giornata o anche solo poche ore per andare alla fiera non è facile. Sono tempi difficili, questi. Spese molte, valore dei tuoi prodotti, poco. Il nervosismo serpeggia per le difficoltà nel tirare avanti. Uno vorrebbe un minimo tirare il fiato e godersi un giorno di festa, e invece…


Guardate questo video pubblicato da un qualche gruppo vegano. Riguarda la recente fiera svoltasi a Carmagnola (TO) lo scorso fine settimana, in cui degli attivisti hanno pesantemente disturbato lo svolgersi della manifestazione. Queste le loro spiegazioni sulla pagina facebook “Fronte animalista” da cui lanciano i loro proclami: “Abbiamo messo in atto varie azioni di protesta e di disturbo del “lavoro” degli allevatori, che in tutta tranquillità all’interno dei capannoni caricavano a suon di bastonate i bovini sui camion e li lasciavano ammassati per più di un’ora nel terrore e nella scomodità assoluta. Tutti quanti abbiamo visto gli occhi di quei poveri animali… evidentemente i loro aguzzini sono totalmente impenetrabili a questi sguardi di dolore. Nel frattempo alcuni volontari M.e.t.a. sono entrati nel capannone che ospitava gli animali per controllare eventuali irregolarità e ovviamente ne sono state riscontrate parecchie, tempestivo l’intervento dei veterinari che hanno provveduto a sistemare la situazione. Chiaramente grazie alla nostra protesta la tensione all’interno della fiera si è alzata: gli allevatori hanno cercato lo scontro e noi non ci siamo tirati indietro nell’esprimere a quella gente tutto la nostra indignazione. Carmagnola, ti abbiamo dimostrato che finchè ospiterai certe iniziative non c’è proprio nulla da festeggiare: noi vediamo quegli animali per quello che sono, ovvero degli schiavi condannati a morte senza aver commesso nessuna colpa. L’unico e solo colpevole è l’egoismo umano, la sete di soldi, la gola ed il muro di indifferenza e menefreghismo di ciascuno di noi.

Tutto ciò è vergognoso. Questa gente non capisce nulla di allevamento (d’altra parte non lo considerano nemmeno un lavoro, a leggere le loro parole), non sanno cosa sia la passione e come gli allevatori abbiano cura dei loro animali. Se vi sono singoli casi negativi e irregolarità, esiste chi di dovere per far rispettare la legge. Che gli allevatori abbiano “cercato lo scontro”… mi fa un po’ ridere. Cosa farebbe chiunque di noi di fronte agli insulti di questi personaggi? Se questi attivisti avessero semplicemente messo un banchetto e fatto informazione, non ci sarebbe stata tensione. Potevano… che so, offrire cibo vegano. Non sarebbe stata un’idea migliore? Ma dal tono delle loro parole e dall’atteggiamento in generale di queste persone (non dico di tutti coloro che fanno una scelta alimentare di un certo tipo, ma di chi, con fanatismo, segue una causa in modo dogmatico, senza ragionare affatto), solitamente lo scontro le cercano proprio loro.

Vai a spiegare ad un’animalista perchè questa capra, qui fotografata mentre allatta i suoi due capretti, è legata. “Se non le lego tutte subito appena entrano, si ammazzano! Con quelle corna si ammazzano proprio! Devo metterle il più lontano possibile una dall’altra. Per quello non ne tengo di più… Sono fatte così, è carattere loro.” All’aperto l’animalista protesta per le povere bestie all’aria ed alla pioggia, in stalla legate per carità… Ovviamente secondo queste persone non bisogna allevare e basta.

Ma nessun animalista può immaginare quanti sforzi e sacrifici ha compiuto il pastore per salvare ogni singolo capretto, quanto tempo ha dedicato loro, quanto soffriva nel vederli stare male. Avessero sentito la sua voce gioiosa quando mi ha telefonato, passato il periodo critico, per dirmi che erano tutti vivi, che era riuscito a guarirli dalla diarrea e dagli altri problemi da cui erano afflitti. Questo è l’allevamento e allevare vuol dire amare i tuoi animali. Poi verrà il momento che te ne separi, che li vendi o che li porti al macello. Ma è la vita, è la natura, così come il predatore insegue e uccide la preda. L’uomo, anch’esso animale, non uccide con tutte le sofferenze che il gatto infligge al topo, per nutrirsi. Ha messo a punto meccanismi e regole di tipo sanitario ed etico per la macellazione.

Non so se mi cascano più le braccia o piuttosto mi innervosisco nel veder circolare le prime immagini con i soliti proclami in occasione della Pasqua. Quanta ipocrisia… Anche chi mangia il panino al prosciutto, diventa animalista di fronte all’agnello o al capretto cucinato per Pasqua. La mia idea la sapete, mangiate questa carne tutto l’anno e non solo a Pasqua e Natale!! Evito ulteriori parole verso chi sposa queste campagne senza capire niente di allevamento, ho già detto tanto in passato anche su questo blog. Ribadisco ancora una volta il mio punto di vista: mangiate meno carne, ma mangiatela buona, allevata in modo sostenibile, allevata in Italia. Come ha scritto ieri una ragazza su facebook (e la foto è già stata condivisa centinaia e centinaia di volte): “A Pasqua salva un pastore… mangia un agnello“. O un capretto. O un agnellone, o un castrato…

Libro & salumi

Come vi avevo detto, in occasione della presentazione ufficiale di “Pascolo vagante 2004-2014” c’è stata anche una degustazione dei salumi di capra e di pecora realizzati nell’ambito di un progetto finanziato dalla Regione Piemonte (PSR) a partire da carni ovicaprine locali.

Ringrazio ancora qui pubblicamente tutti coloro che sono intervenuti alla serata del 20 novembre a Bibiana, presso la Scuola Malva Arnaldi. Vedervi così numerosi è stata una grandissima soddisfazione e gratificazione personale. Un riconoscimento per quanto ho fatto in questi anni. Grazie davvero di cuore.

Alla fine della presentazione abbiamo scattato una foto di gruppo con (quasi) tutti i pastori che c’erano in sala. Qualche giovane pastorello si è defilato… Purtroppo alcuni all’ultimo minuto hanno avuto degli imprevisti e non sono potuti venire, ma non mancheranno le occasioni. Vi invito, come sempre, a tener d’occhio il calendario delle serate qui, così che possiate partecipare ad una delle prossime. Se invece siete interessati ad organizzarne una dalle vostre parti, contattatemi!

Terminata la proiezione di foto, è stato illustrato il progetto portato avanti dalla Scuola Malva, in collaborazione con Agenform – sede di Moretta, alcune aziende agricole e macellerie della zona, per la produzione di prodotti della tradizione e prodotti innovativi a base di carne ovicaprina. Dalle mocette ai violini, dalle terrine miste a verdure con cui utilizzare anche le parti meno nobili, ai prosciutti cotti ed ai salami.

Il pubblico è stato invitato ad una degustazione di tutti i prodotti. In alcuni casi, lo stesso prodotto era stato realizzato da laboratori diversi. La degustazione era finalizzata, oltre a far conoscere queste carni e questi prodotti, ad un test di gradimento.

Infatti ciascun piatto portava l’indicazione del prodotto, del tipo di carne e del produttore. Nonostante fosse un pubblico interessato ed informato, mi è comunque capitato di sentire alcuni commenti che sottolineavano la predominanza del gusto “ovino” o “caprino”.

Io sarò di parte… A me piacciono queste carni… A parte i salami cotti, un po’ troppo asciutti, ed una mocetta di capra dal gusto più forte, per il resto la cosa che mi ha disturbata in un paio di prodotti è stato l’eccesso di spezie (soprattutto pepe). Altrimenti nella scheda di gradimento, che tutti abbiamo compilato, i miei giudizi sono stati in gran parte molto positivi. Speriamo che, alla fase iniziale del progetto, si possa dare un seguito a questi prodotti. Come? Saranno le aziende agricole con punto vendita (come l’Az. Agr. Menzio, che ha partecipato al progetto) o con agriturismo a poterlo fare. Oppure le macellerie ed eventualmente le gastronomie. Dovrebbero cercare questi prodotti anche i ristoranti. Passo dopo passo, si potrebbe portare la carne ovicaprina locale ad un pubblico sempre più ampio.

Consumare la carne di pecora (e capra)

La pastorizia è un mestiere di fatica, la pastorizia è un mestiere con un reddito scarso. Se si paragonano le ore di lavoro con gli incassi, sarebbe meglio andare a fare altro. E’ la passione a mandare avanti la pastorizia, così come molti altri mestieri agricoli. Inutile pensare a nuove forme di aiuto, contributi & C. che già hanno davvero contribuito ad arrivare a questa situazione tutt’altro che rosea. Dovrebbe essere il prodotto dell’allevamento ad avere un giusto valore, una giusta collocazione.

Parleremo anche di questo giovedì sera alla Scuola Malva Arnaldi di Bibiana (TO), quando presenterò finalmente il mio nuovo libro fotografico (20 novembre, ore 20:30). Infatti alla presentazione sarà abbinata una degustazione dei “nuovi trasformati” da carni ovicaprine.

Li abbiamo già assaggiati qualche sera fa a Cavour. Salsiccia essiccata, salami, terrine, mocetta, prosciutto cotto e molto altro ancora. Prodotti della tradizione (come il violino) e prodotti totalmente innovativi per questo territorio, tutto all’insegna della valorizzazione di questa carne ottenuta da animali nati, cresciuti ed allevati da queste parti.

Ecco un “esperimento”, salami a tometta. Diverse aziende hanno aderito al progetto, sia per la macellazione, sia per la trasformazione, sia ovviamente per fornire gli animali. Pecore e capre adulte, quegli animali “da macello” che spesso spuntano un prezzo irrisorio al momento della vendita, eppure possono fornire chili di carne che, trasformata, può essere facilmente fruibile (ed apprezzata) da tutti. Nella serata del 20, al pubblico sarà anche chiesto di compilare una scheda di gradimento dei prodotti degustati.

Un giorno, al supermercato, in mezzo a prodotti etnici comparsi da qualche tempo tra gli scaffali, ho trovato questo: carne in scatola di pecora. E’ rivolta ad un pubblico di religione mussulmana, infatti è messo ben in evidenza che si tratta di carne halal (macellata cioè secondo certe regole).

Vedete che non è nemmeno prodotta in Italia, ma in Francia, quindi anche la carne immagino che sia di animali allevati Oltralpe. L’ho assaggiata e, pur essendo molto saporita (come tutta la carne in scatola, genere che io tendo a non consumare mai), si capiva che si trattava di pecora. Confesso che sono stati i miei gatti a mangiare il contenuto della scatola, ma il motivo era soprattutto l’eccesso di sapidità del prodotto che non incontra il mio gusto.

Io preferisco sapere che carne mangio… E allora eccovi, per finire, una ricetta. Uno spezzatino di castrato con contorno di quinoa e bulghur.

Ingredienti: 1kg  spezzatino di castrato con l’osso, 1 cipolla, 1 carota, 2 coste di sedano, un cucchiaio di bacche di ginepro, 1 scalogno, 3 cucchiai di salsa di pomodoro, un cucchiaino di coriandolo in polvere, un cucchiaino di polvere di curry, due cucchiai di cognac, sale, pepe, olio evo. Quinoa e bulghur misti, a cottura rapida.

Rosolate in una pentola di coccio la carne con un filo d’olio evo, insieme con le verdure tritate, fin quando sarà ben colorita. Sfumate con il cognac e salate, aggiungete le spezie e le bacche di ginepro schiacciate, unite la polpa di pomodoro, rimestate e aggiungete 2-3 mestoli di acqua tiepida (o brodo di verdura) secondo necessità. Fate cuocere a fuoco moderato, girando la carne nel sughetto di tanto in tanto, per almeno un’ora se i pezzi sono tagliati grossolanamente. Servite con abbondante sugo accompagnando con quinoa e bulghur fatti cuocere in acqua salata e scolati.

Costolette di agnello ai pistacchi

Una ricetta veloce adatta anche all’estate. Tanto più che questo inizio stagione non è che sia così caldo, almeno da queste parti.

Ingredienti (per 4 persone): 16 costolette d’agnello, un cucchiaio di erba cipollina tritata, olio extra vergine d’oliva, pangrattato, 2 cucchiai di pecorino grattugiato, 90 grammi di pistacchi tostati senza buccia, un cucchiaio di prezzemolo tritato, un albume, sale fino.

 

Togliamo il grasso dalla costolette e puliamo l’osso sporgente, raschiando la cartilagine. Tritiamo i pistacchi (grossolanamente) e mettiamoli in una ciotola insieme al pan grattato, al pecorino grattugiato, al prezzemolo e all’erba cipollina tritati. Mescoliamo bene tutti gli ingredienti.

In un piatto intingiamo le costolette nell’albume, facendo attenzione a ricoprire tutta la superficie della carne, quindi impaniamole con il composto in modo da ottenere una panatura uniforme. Cuociamo le cotolette in una padella con dell’olio di oliva e facciamole dorare su entrambi i lati. Mettiamole sulla carta assorbente, saliamo a piacere con sale fino e serviamole immediatamente accompagnandole con insalata o con delle patate al forno.

Cosciotto di agnello alle erbe

Mentre continuano le campagne degli “animalisti”, sempre più infarcite di luoghi comuni, falsità e immagini tendenziose che mirano ad impressionare e confondere chi non sa niente di pastorizia… qui si prosegue a cercare di fare opera di valorizzazione di una carne allevata in modo sano e naturale. Poco fa ho addirittura sentito lo spot radiofonico di una catena di supermercati (Sidis, Migros ecc.) che raccomandava di mangiare il loro pollo, per non macellare agnelli e capretti per Pasqua. Invito tutti voi a boicottare tali punti vendita!!!

Dopo aver acquistato dal macellaio di fiducia il vostro agnello (italiano, meglio ancora locale!), siete pronti a cucinarlo? Ecco un taglio classico, quello del cosciotto.

Cosciotto di agnello alle erbe

Ingredienti:

  • 1,5 kg di cosciotto d’agnello
  • pepe nero
  • 4 spicchi d’aglio (o scalogno)
  • 1 cucchiaio di timo tritato
  • 5 bacche di ginepro
  • 1 cucchiaio maggiorana tritata
  • 3 cucchiai di olio EVO
  • sale q.b.
  • carta alluminio

Preparazione:
Macinare il pepe, tritare l’aglio (se non lo amate, usate scalogno e/o erba cipollina) ed il ginepro. Mescolare l’olio, il timo e la maggiorana, aggiungere i gusti tritati precedentemente, salare e rimestare il tutto. Strofinare su tutti i lati il cosciotto d’agnello con la salsina ottenuta e avvolgerlo in un involucro di alluminio. Adagiare in una teglia e cuocere in forno a 180 gradi per 2 ore. Otterrete una carne saporita, succosa e tenera. Da servire con patate al forno.

Una lettera per il Ministro

Visto che l’informazione si premura di dedicare ampio spazio a chi, ignorando completamente il mondo dell’allevamento (specie quello tradizionale), parla contro il consumo di carne (ovicaprina soprattutto)… Visto che la pastorizia è relegata a “simpatici quadretti di colore” o trasmissioni “di nicchia”… Visto che è sempre maggiore la NON CONOSCENZA di una realtà che è alle basi delle tradizioni, della cultura, del territorio, dell’ambiente e dell’economia dell’Italia fin dall’antichità… Mi sono permessa di scrivere questa lettera.

Egregio Ministro delle Politiche Agricole, Alimentari e Forestali, Maurizio Martina, ministro@mpaaf.gov.it

Egregio Viceministro Andrea Olivero segreteria.viceministro@mpaaf.gov.it

 Le scrivo in merito all’intensificarsi delle campagne contro la macellazione di agnelli e capretti che, come ogni anno, sotto Pasqua si fanno maggiormente pressanti e particolarmente crude, al fine di indignare l’eventuale consumatore e scoraggiare l’utilizzo di tali carni.

 Sempre più queste campagne, grazie anche ad alcuni personaggi pubblici, arrivano ai mezzi d’informazione, senza che vi sia alcun spazio per un contraddittorio.

Inoltre, la maggior parte dei messaggi, contengono inesattezze e menzogne sia su come gli animali vengono allevati, sia sulle modalità di macellazione.

Chi è ignorante in materia, facilmente può lasciarsi influenzare da tali campagne che (falsamente) parlano di metodi di macellazione cruenti (ben diversi dalla realtà e da quanto stabilito dalla legge) e di uccisione di animali praticamente neonati.

 Il settore dell’allevamento ovicaprino, uno dei meno assimilabili all’allevamento intensivo, profondamente radicato nelle nostre tradizioni (agricole, zootecniche, culinarie, ma anche culturali) e nel paesaggio, soffre pesantemente della crisi, sia per quanto riguarda la filiera del latte, sia quella della carne.

Parallelamente a tali campagne denigratorie, assistiamo ad un crollo dei prezzi alla vendita per effetto di massicce importazioni di animali/carne dall’estero.

 Chiedo che il Ministero, insieme alle Associazioni di Categoria, si adoperi al fine di contrastare tali campagne di disinformazione, che infangano e denigrano l’onesto lavoro di allevatori, veterinari e macellai con veri interventi mirati alla conoscenza, valorizzazione e recupero delle tradizioni pastorali e dei loro prodotti derivati.

 Ringraziando per l’attenzione, colgo l’occasione per porgere i miei più cordiali saluti.

 Marzia Verona – Cumiana (TO) – allevatrice e scrittrice

Chiedo invece a tutti voi, allevatori e simpatizzanti, consumatori, food bloggers, macellai, amici di pastori, di copiare questa lettera e inviarla ai due indirizzi indicati. Se la condividete, diffondetela quanto più possibile. Segnalo anche un gruppo Facebook “Noi che mangiamo carne ovicaprina a Pasqua e non solo” dedicato a chi vuole contribuire a diffondere la corretta informazione sull’allevamento ed il consumo di carne ovicaprina. Grazie per l’aiuto che, in questo modo, cercherete di dare alla pastorizia italiana.

E ci risiamo!

Quest’anno Pasqua cade nella seconda metà di aprile, ma le campagne contro la macellazione di agnelli e capretti sono già iniziate. La fantasia di questi cosiddetti animalisti si amplia e si toccano punte di disinformazione aberranti. Il problema è che sempre più gente si fa influenzare e cade nella trappola, contribuendo non solo a danneggiare economicamente gli allevatori, ma soprattutto assorbendo un’idea sempre più errata del mondo della pastorizia.

(immagine presente nel web)

Dell’argomento abbiamo già ampiamente parlato lo scorso anno, ma adesso c’è da segnalare ad esempio il coinvolgimento (non voluto) addirittura di Papa Francesco. Leggete qui e poi invece come sono andate veramente le cose qui. Su facebook spopola la disinformazione e i commenti di credenti e non, con la finalità di boicottare questa tradizione. A prescindere dal fatto che il Papa non ha assolutamente detto di non mangiare agnello/capretto, la situazione si fa sempre più grave a livello generale. Ribadisco che io rispetto le scelte di tutti (fino al momento in cui ledono la libertà altrui), ma ciò che mi infastidisce è la disinformazione e l’offesa dell’onesto lavoro di allevatori, veterinari, ecc.

Attualmente la situazione dell’allevamento ovicaprino è abbastanza critica. Non per colpa di animalisti, vegani & C., ma piuttosto della massiccia importazione di carni dall’estero a prezzi decisamente troppo bassi. Cosa che fa anche dubitare sulla “bontà” di queste carni e sulla loro sanità. Gli allevamenti locali sono in crisi anche a causa della crescente mole di obblighi, burocrazia, vincoli e controlli, che comportano costi e tempo da dedicarvici. Se il nostro prodotto non è competitivo con ciò che arriva dall’estero, il rischio è che, per sopravvivere, sia quasi un obbligo non osservare la legge! Scrive un’allevatrice dall’Abruzzo: “Abbiamo la stalla piena di agnelli. A Natale non si è venduto molto, i prezzi erano bassi… Ora comincio a vedere le solite campagne contro il consumo di carne d’agnello a Pasqua, ma questa mi ha colpito particolarmente. Secondo te è possibile una cosa del genere? Il Papa non può aver mai detto una cosa simile…

Come fare una giusta comunicazione? Come combattere tutta la disinformazione? Facendo parlare i protagonisti, i pastori, e mostrando il loro lavoro! Un’altra allevatrice, dalla Toscana, invece così scrive sul suo profilo facebook: “La “mucca pazza”, le “mucche a terra” e tutti i loro simili, sono il frutto, meritato, dello sfruttamento senza cuore dell’uomo nei confronti degli animali, l’affronto alla natura… La cosa che mi rattrista è che, se da una parte ci sono mercenari che sfruttano e fanno soffrire gli animali, trattandoli non come esseri viventi, ma come cose, dall’altra sedicenti animalisti invece che lottare affinché allevamenti intensivi cambino atteggiamento (non si possono vedere le mucche a terre,o mamme che partoriscono e non possono vedere il proprio cucciolo) diventano semplicemente vegetariani o vegani… e così pensano che il problema sia risolto, e si sentono con la coscienza a posto… Io ho deciso di dedicare la mia vita agli animali… La mia piccola produzione di latte, formaggio, carne, non viene da sfruttamento, ma segue le leggi della natura… I miei animali nascono liberi, vivono con la mamma fino al naturale svezzamento… possono correre nei prati e stendersi a prendere il sole… Questo per me è rispetto e amore per gli animali… La mia mucca Roma ha 13 anni… è una giovanotta… Nelle grandi stalle a 4 anni vanno a terra… e poi, ovviamente in qualche modo devono portarle via dalle stalle… Chi ama gli animali, invece che non mangiare carne, perchè non comincia a dedicargli un po’ del suo tempo????“. A scrivere così è Valentina Merletti da Zeri.

Abbiamo un nuovo Governo, che di problemi da affrontare ne ha fin che si vuole… Però dicono di voler ascoltare la voce del popolo. Bene, senza nulla togliere a tutte le altre difficoltà, secondo me sarebbe bello far arrivare lassù anche le nostre voci. Noi piccole realtà non rappresentate da nessuno. Noi che “si alleva per passione”, ma solo con la passione non ce la fai più a tirare avanti. Prima di tutto bisogna chiedere una giusta tutela, tracciabilità e visibilità per la carne ovicaprina nostrana. Poi una comunicazione efficace e veritiera su cosa vuol dire mangiare agnello, capretto, agnellone, pecora ecc in Italia.

Basta con le dicerie sui pochi giorni di vita e su barbare pratiche di uccisione. E’ tutto normato e controllato. Macellazioni clandestine? Vengano combattute da chi di dovere. Ma sicuramente si ridurrebbero quasi a zero se si potesse vendere il prodotto di un lavoro onesto a prezzi dignitosi.

Di problemi la pastorizia ne ha tanti, ma non sarebbe ancora un mestiere definitivamente al tramonto. Però (almeno da queste parti) la vendita di agnelli a Natale è stata quasi nulla. Da allora i macellai non ritirano praticamente niente e… se fosse lo stesso per Pasqua? Cosa ne facciamo di tutti questi animali? Senza incassi, senza reddito, come faranno i pastori a nutrirli? Ancora una volta quindi, in attesa che si muovano le istituzioni, invito tutti coloro che non hanno preconcetti e pregiudizi e che mangiano carne ovicaprina: cercate carne italiana! Per chi non può usufruire del Km 0 o non sa dove reperire carne certificata, almeno pretendere dal macellaio di fiducia una garanzia sull’origine. Comune… se il prezzo è troppo basso, sicuramente non si tratta di carne italiana. Al di sotto dei 9-10 euro al kg (agnello) e 12-15 euro/kg (capretto) non mi fiderei. E sono già prezzi bassi che significano un ricavo per l’allevatore veramente risicato.

L’altro giorno un pastore dalla Lombardia mi raccontava di aver seguito un breve corso di formazione e di poter, in un locale adeguato, macellare e vendere i propri agnelli. Perchè questo non è fattibile ovunque? Quante persone vorrebbero poter acquistare direttamente dal pastore “di fiducia”, magari dopo aver visto il gregge pascolare libero in natura. Basta pregiudizi, basta disinformazione, basta integralismo animalista (spesso ipocrita). Chiediamo alle Istituzioni un impegno concreto di sostegno alla produzione nazionale, ma come prima cosa ora occorre contrastare le campagne sulla “strage degli agnelli”. Leggete cosa propone un personaggio non nuovo a queste iniziative: “Lancio una proposta: regaleremo, grazie all’aiuto di tanti bravi italiani,uno o più agnellini ad Amministrazioni Comunali che vogliano adottarli per tenere puliti i prati e le aree verdi…come del resto si fa nei paesi avanzati…la garanzia dovrà essere il mantenimento a vita di queste creature che garantiranno un paesaggio più bello e notevoli risparmi!!! Se c’è qualche amministratore comunale interessato mi contatti (…)“.

Scrive un mio amico: “Io che sto ristrutturando un cascinale e per rimettere dopo tanti anni un po’ di bestie devo fare i salti mortali e loro???” Pensate all’ignoranza di fondo di queste “proposte”. Cosa pensano, che metti in un giardino pubblico due agnelli (come? dove??) e questi brucano? Ma… se basta l’erba per mantenerli, allora non hanno un mese di vita o pochi giorni, come sostengono loro. In quel caso avrebbero bisogno della madre e del latte! Per finire… nei paesi evoluti ed avanzati si chiama un pastore con il suo gregge a pascolare nel verde pubblico. A Torino ci avevano provato, ma mi hanno detto che dovranno desistere per le troppe lamentele dei cittadini che non amavano gli escrementi di pecora (e preferivano evidentemente il gas di scarico dei decespugliatori).