Le mie capre, oltre ad essere funzionali, sono esteticamente meravigliose

Oggi vi racconto la storia di una mia quasi coetanea che molti di voi avranno “conosciuto” ieri, dato che è stata tra i protagonisti della puntata di Linea Verde del 26 febbraio. Isabella però mi aveva già scritto qualche tempo fa per “partecipare” al libro sulle capre con la sua esperienza. Perchè lei alleva capre, ma non solo.

(foto I.Biafora)

(foto I.Biafora)

Abito in Calabria, in un pezzo di Sila che si chiama Jure Vetere a 1100 mt slm, in Provincia di Cosenza. Ho un allevamento estensivo di 150 capi di capre da latte, razza Nicastrese. E’ una razza autoctona del mio territorio e si adatta perfettamente alle caratteristiche impervie del luoghi dove vive. Riesce a produrre latte con caratteristiche organolettiche eccelse nutrendosi di solo pascolo, resistente alle malattie, ai climi rigidi invernali della Sila e si adatta benissimo anche al forti caldi estivi. Ha una buona produzione di latte anche senza l’aggiunta di mangimi, 2 litri al giorno, e i parti sono solitamente gemellari e trigemini. Allevo anche altri animali, tutte razze autoctone calabresi, Pecore Sciara detta anche Moscia di Calabria, Asini Calabresi, Vacche Podoliche, Cani da Pastore della Sila.

(foto I.Biafora)

(Pecora Sciara, foto I.Biafora)

Oltre ad essere un’allevatrice, sono un agronomo zoonomo, quindi è una scelta che ho fatto fin dai primi studi. Già da piccola sapevo che avrei fatto lo zoonomo. Ha influito in parte mio padre che iniziò per hobby ad allevare vacche da latte 40 anni fa, per cui fin da bambina ho avuto contatto stretto con natura ed animali.

(foto I.Biafora)

(foto I.Biafora)

Ho scelto questo tipo di capre, per la loro adattabilità al territorio, perché producono a costo quasi zero, e per le caratteristiche eccelse del loro latte. Della capra apprezzo l’adattabilità ai terreni impervi e la capacità di alimentarsi dove nessun’altra specie domestica riesce. Così sfrutto al 100% il mio terreno di pascolo. È un animale di intelligenza superiore, nato per essere libero ed arrangiarsi in qualsiasi situazione, economico nel suo mantenimento e con produzioni in carne e latte qualitativamente più salubri, da un punto di vista nutrizionale, rispetto alle carni e ai latti delle altre specie zootecniche. Ovviamente parlando sempre di animali allevati al pascolo. Le carni e i latti derivanti da animali allevati in stalla con fieni acquistati e mangimi sono di qualità molto scadente.

(foto I.Biafora)

(foto I.Biafora)

Forse una delle cose più belle è il fascino che ancora provo quando le guardo pascolare tutte in gruppo, tutte uguali, perfettamente in armonia con la bellezza del paesaggio silano, i suoni delle campane, i giochi sui massicci di granito, ed io resto incantata a guardarle come un bambino a cui si comprano per la prima volta i pesciolini nell’acquario. Vivo in un territorio particolarmente bello, la Sila, e le mie capre, oltre ad essere funzionali, sono esteticamente meravigliose. Difficile non rimanerne affascinato…

(foto I.Biafora)

(foto I.Biafora)

Mungo sia la capre che le pecore e prossimamente anche le Podoliche. Il latte al momento viene venduto al caseifici della zona. Sto partecipando ad una pratica di PSR della Regione Calabria per chiudere la filiera del latte in Azienda con caseificio e spaccio aziendale. So già caseificare per diletto, l’ho sempre fatto perché l’ho sempre visto fare. Fin da piccola ho sempre frequentato i caseifici dove l’azienda versava il latte. Ho solitamente l’aiuto di un dipendente per quanto riguarda la mungitura e il periodo della fienagione. Io mi occupo di tutto il management aziendale, dai piani di selezione, la scelta delle colture dei seminativi, la commercializzazione e la gestione economica.

(foto I.Biafora)

(foto I.Biafora)

Il terreno aziendale è tutto recintato, gli animali pascolano da soli con l’ausilio dei Cani da Pastore della Sila come deterrenza per il Lupo. Quello che più mi entusiasma è la selezione delle razze pure, la capacità di fare accoppiamenti che migliorano sia la morfologia che le produzioni, da tantissima soddisfazione. Inoltre è altrettanto soddisfacente riuscire a selezionare mantenendo la caratteristiche di rusticità che permettono di allevare con facilità queste razze calabresi.

(foto I.Biafora)

(foto I.Biafora)

Quello che veramente mi ha cambiato la vita è stato passare da un sistema d’allevamento intensivo di vacche da latte ad un allevamento estensivo della varie specie. Tutto è molto più facile, tutto costa di meno, ne ho guadagnato in serenità e tempo libero. Credo che negli ultimi anni, nonostante la crisi economica che ha completamente spezzato il due il mondo agricolo italiano, l’agricoltura in generale sia rimasto l’unico settore economico non saturo, per cui molti vi si stanno avvicinando vedendolo come una reale possibilità di guadagno. Quello che non mi convince in questo quadro è che, per fare agricoltura e allevamento, ci vuole prima di tutto tanta competenza e nessuna improvvisazione, perché è un mondo dove, anche se sembra tutto calcolato alla perfezione, 2+2 spesso non fa 4. E quando non fa 4 bisogna prima di tutto essere preparati psicologicamente. Ci vuole quindi tenacia, oltre che competenza. Non so se tutto questo ritorno alla terra di cui si sente tanto parlare sia reale o solo ‘’un’idea romantica’’

Annunci

I nomi dei cani

Oggi vi propongo un piccolo “gioco”. In realtà è una cosa molto seria, ma credo possa essere divertente per tutti, sia per chi contribuirà partecipandovi sia per chi, come me, è curioso dei risultati. Di cosa vi sto parlando? Di nomi di cani da pastore: nomi attuali, nomi del passato. L’idea è venuta ad un mio amico che più volte mi ha dato dei preziosi aiuti per i miei libri. Tutta l’ortografia dei termini in piemontese e in patois delle mie opere (soprattutto “Dove vai pastore?”) è stata curata da Matteo Rivoira, che qualche tempo fa mi ha scritto per propormi un suo progetto.

Vorrei provare a fare un repertorio di nomi di cane di pastore. Ovviamente non ho tempo di andare di alpeggio in alpeggio, mi chiedevo se tu potessi darmi una mano. Vorrei usare il materiale per scrivere un breve saggio in onore di un maestro che, oltre che filologo, ha la passione per i cani!“. Nomi di cani in questi anni ne ho sentiti molti, ma adesso internet permette di recuperare facilmente dati e testimonianze direttamente dagli allevatori, che… oltre a pascolare e lavorare in stalla, “navigano” da pc e da smartphone.

Ecco allora un facilissimo questionario che Matteo ha messo a punto dopo che ci siamo consultati su alcuni aspetti. Non ci sono solo più i cani da conduzione, ma anche i cani da guardiania e, molto probabilmente, i nomi utilizzati sono diversi per queste “new entries”, mentre per i cani da lavoro ci saranno nomi più classici: Fiume, Linda, Lampo, Fero, Luna, Kira, Lupo… E’ solo una mia idea? Vedremo cosa risponderete. QUI potete entrare nel questionario. E’ facilmente accessibile anche da cellulare. Bastano pochi minuti per la sua compilazione.

Per i più giovani di voi, ci fareste un gran favore rivolgendo le domande ai vostri genitori o, meglio ancora, anche ai vostri nonni, per avere un quadro più ampio possibile sui nomi di cani utilizzati adesso… e nel passato (se ci sono differenze o se i nomi continuano a tramandarsi).

Cani usati con le pecore, con le capre, con le vacche, cani meticci, cani di razza. L’importante è che si parli di cani che hanno a che fare con l’allevamento, perchè questo è l’ambito dell’indagine di Matteo. Non c’è un’area territoriale, tutti i vostri contributi saranno benvenuti.

Io & Grey ovviamente abbiamo già partecipato! Adesso tocca a voi. Matteo mi ha promesso che sarò tra i primi a conoscere i risultati della ricerca, quindi li condividerò con tutti voi. A me l’idea stuzzica parecchio, avevo letto anni fa un interessante articolo che parlava di una ricerca analoga (una tesi di laurea) sui nomi delle vacche. Siete pronti allora? Via con la compilazione QUI!

Due facce della stessa passione

La tappa successiva l’ho fatta a Pieve Vergonte, dove sapevo già che avrei incontrato degli amici. Non sapevo che, a loro volta, mi avrebbero portata da altri allevatori. Razze diverse e forme di allevamento diverso, stessa passione di fondo.

Da Rosalba e Lino (Azienda Valtoppa) ero già stata un paio di anni fa. 40 capre saanen, un punto vendita di formaggi: “Abbiamo iniziato nel 2005, prima avevamo le vacche. Ci sono stati dei dissidi con il collega della latteria turnaria, eravamo rimasti solo in due, così abbiamo cambiato, la stalla c’era. Io lavoro come operaio e il “tempo libero” è tutto dedicato alle capre. I soldi del mio lavoro servono anche per mandare avanti l’attività. Rosalba è entrata in questo mondo quando ci siamo sposati. Per non buttare via tutto, la stalla ecc, abbiamo deciso di cambiare così. Abbiamo preso le saanen perché dicevano che il latte era meno forte, il cliente non vuole il formaggio che “sappia di capra”.

La capra saanen, allevata in questo modo, ricade nella tipologia che, sui manuali, viene definito intensivo, anche se il numero di capi è ridotto. Capre sempre in stalla, mai al pascolo. “Per pascolare serve tempo… e il posto, così non le mettiamo mai al pascolo. Il fieno è tutto autoprodotto, poi diamo integrazioni. Per forza, altrimenti producono poco latte. Quest’anno il fieno di primo taglio è stato fatto con l’erba vecchia, pioveva sempre e non si riusciva a tagliare, così non lo mangiano. Se uno nasce con questa malattia… è passione! Facendo selezione, c’è stato un anno che eravamo il quinto allevamento in Italia come produzioni. A me piace far selezione, almeno quello come soddisfazione!

Poi Lino mi accompagna a piedi verso un’altra parte del paese, vuole farmi incontrare due fratelli, anche loro allevatori. Prima passiamo accanto al loro gregge, ancora all’aperto in quei giorni ancora esageratamente miti. La gran parte delle capre invece è in stalla.

Anzi, in tante piccole stallette, perchè sembra che dietro ogni porta in legno ci siano belati. Entriamo in un paio di porte e vediamo capre, capre di tutti i colori, dal pelo lungo, corto, con e senza corna.

Oppure con quattro corna, come in questo caso. I fratelli Piranda, Giuliano e Agostino, sono al lavoro per sistemare tutti gli animali e dar loro da mangiare. Sono appena scesi, o meglio, sono appena stati fatti scendere dalle ripide montagne sovrastanti, una decina di capi  è ancora “dispersa”. Non sono scesi con il grosso del gregge (una novantina di capi in totale), ma sono già stati avvistati.

Questa è la più antica e tradizionale forma di allevamento caprino, che persiste solo grazie al fatto che il lupo non si è ancora stabilizzato da queste parti. “Avevamo anche mucche, poi le abbiamo vendute, abbiamo tenuto le pecore e le capre. Le lasciamo libere in montagna, da maggio fino a fine dicembre, dipende dalla neve. Affittiamo un posto, ma poi le capre vanno dove c’è erba. Come reddito, si vende il capretto. Una volta le mungevo. Qui il lupo non c’è ancora, ci fosse non si potrebbe più fare così.

Nostro zio lo chiamavano “Giovannino del lupo”, perché è stato quello che ha ucciso l’ultimo lupo nel 1927, è stato attaccato mentre era al pascolo e gli ha sparato. Ho ancora la pagina, gli avevano dedicato la copertina su “La domenica del corriere”. Una volta ce n’erano tante capre, adesso gli anziani non ci sono più, siamo solo più pochi che le teniamo.

In casa una specie di museo, tra vecchie foto e campane, uno degli “aspetti collaterali” della passione per l’allevamento.

L’esperto di cani è Agostino, è lui che li “fa”. “Per tirarle giù da in montagna si usa il cane, adesso si fatica più di una volta, perché le lascio tanto libere. Una volta andavo a vederle spesso, adesso lavoro come manovale edile e non sempre nel fine settimana si riesce, così restano più selvatiche. Fare il cane non è semplice, dovresti sempre averlo sotto a lavorare. Deve avere l’indole, ma non basta, bisogna starci insieme per farli lavorare bene.

 

Ogni animale rispecchia il carattere di chi lo alleva

Da quanti anni non salivo alla Vagliotta? Più di dieci… mi sa proprio che l’ultima volta era stata per nel 2015, quando giravo a far interviste per “Vita d’Alpeggio”. Non è per me così vicina la Valle Gesso. E’ quasi più lungo il viaggio in auto che la salita a piedi all’alpeggio.

Il sentiero è uno di quelli che ti portano in quota quasi senza accorgertene. Un motivo c’è e vale per la maggior parte dei sentieri da queste parti: qui venivano a caccia i reali e bisognava portarli su con tutto il loro seguito, quindi bisognava tracciare dei percorsi agevoli. Per chi volesse conoscere meglio questo aspetto storico, vi rimando alla pagina del Parco. In quel giorno io salivo, ancora all’ombra e al fresco, inebriata dal profumo dei maggiociondoli in fiore.

Non c’era silenzio, l’aria, oltre al profumo dolce, portava il fragore del torrente gonfio di acqua. Tutto molto bello, romantico e pittoresco per un’escursione, ma immaginate doverlo fare molte molte volte, a piedi, nel corso di tutta l’estate? Anno dopo anno… mentre gli anni passano, appunto. Viveri e materiali arrivano su ad inizio stagione con l’elicottero. “Sono venticinque anni che saliamo qui, anche se è da un po’ che vorremmo cambiare… Il figlio Nicolò sta giù, lui è più trattorista. Fossimo da un’altra parte dove si può andare e venire magari verrebbe anche lui, ma non so se starebbe qui fisso cinque mesi.

Prima di arrivare all’alpeggio, incontro il gregge che scende verso il pascolo, dopo la mungitura del mattino. Pecore roaschine e capre. “Doveva esserci Marilena… lei ti ha detto di venire su, ma io… io sono più per le pecore, è lei quella delle capre, anche all’inizio eravamo partiti uno con le pecore e uno con le capre. E’ anche questione di carattere, ogni animale rispetta il carattere di chi li alleva!

Con Aldo inizia una lunga chiacchierata sui temi più vari. Ci si conosce da anni ed è capitato più e più volte di incontrarsi un situazioni e contesti differenti. Prima di parlare di capre, ci raccontiamo mille cose, spaziando dal tema delle speculazioni sugli alpeggi, al lupo, alla figlia veterinaria in Francia e molto altro ancora. “Volevamo andar via di qui, ma non è facile trovare altri alpeggi, sai bene come funzionano le cose in questi anni… preferisco essere qui che altrove per conto di altri. Il gias sopra non l’hanno fatto aggiustare perchè noi parlavamo di andarcene. Ma, se anche fosse stato così, poteva venire qualcun altro e sarebbe servito comunque, no?

Aldo si dice contento del progetto del mio nuovo libro: “Vita d’alpeggio, quello sì che era stato bello. Gli altri sui pastori… sai, questi grandi pastori, a me non piacciono. Te l’avevo già raccontato, quando era arrivato uno di loro con il suo gregge e ci aveva pascolato i prati che a noi servivano per lungo tempo, lui è passato senza rispettare niente…“. Mentre il sole inonda i magri pascoli della Vagliotta, ci mettiamo a parlare di capre: “Prima del lupo stavano meglio, le mungevi, le aprivi, loro facevano il loro giro e tornavano alla sera.

Adesso sono costrette a pascolare con le pecore, ma mettono meno latte, il pascolo della capra e della pecora sono differenti. Rispetto ai pastori che allevano solo per la carne, chi munge ha un altro rapporto con gli animali. Poi ne ha anche di meno. Adesso abbiamo tante capre bionde. Per caso abbiamo preso una Toggenburg, abbiamo visto che anche stando fuori pativa meno e aveva tanto latte.

Il gregge è da poco in alpeggio, ma di formaggi ce ne sono già: quelli freschi degli ultimi giorni, le ricotte del mattino e formaggi stagionati prodotti nelle settimane precedenti: “Si vende qualcosa anche qui, ma soprattutto agli stranieri. Noi facciamo bio da sempre, è stata una scelta, una filosofia, un modo di differenziarci. Andiamo a fare mercatini, anche lontano, soprattutto in Francia, là la gente capisce di più.

Il gregge è poco lontano dalle baite, così i cuccioli di Pastore di Pirenei sono partiti con gli animali, ma poi sono rientrati a casa. Qui non ci sono problemi con i cani dei turisti, dato che si è nel parco ed è vietato introdurre cani, anche al guinzaglio. I pastori dei Pirenei con questo gregge (gli adulti) hanno correttamente segnalato la mia presenza sul sentiero, poi mi sono venuti incontro scodinzolando e cercando qualche carezza.

Quando ridiscendo il gregge è sopra al sentiero: le pecore stanno andando a cercare ombra. Non è facile fare i pastori quassù, sicuramente è servita tanta passione, tenacia, spirito di sacrificio per tornare, anno dopo anno, per 25 stagioni. Sono pascoli difficili, pascoli da pecore, chissà cosa succederà quando Aldo e Marilena troveranno un’altra montagna o, semplicemente, smetteranno di affrontare questa salita?

Il sole adesso scalda i fiori del maggiociondolo, ancora più profumati. Qualche anno fa Aldo aveva avuto problemi alle ginocchia, è quasi un miracolo che possa ancora camminare in montagna, soprattutto su di qui. Lui però non è tanto da pascolo: “Preferisco fare tutte le altre cose, se sono al pascolo mi viene da pensare, mentre sono lì fermi, a tutto quello che c’è da fare…

Non ci si capisce più…

Sono io che non capisco o proprio non ci si capisce più? Aiutatemi per favore. E’ vero che sono un po’ fuori dal mondo, ma la rete mi aiuta comunque ad avere una certa finestra su realtà anche lontane dalla mia. Non mi limito a leggere le notizie, ma le verifico, controllo che siano vere (spacciare bufale, spararle grosse e condividerle on-line è attività sempre più praticata) e cerco di farmi un’opinione per lo meno riguardante argomenti che mi interessano. Non si può sapere tutto e non pretendo di riuscire a capire ogni cosa. Restando però nel mio piccolo, sono sempre più sconcertata da come persone che mi contattano, per lo meno al fine di vedere le immagini che pubblico on-line, poi si indignino per delle piccolezze.

Un esempio. Oggi vado in stalla per mettere al pascolo le capre e trovo le reti con un nuovo buco. Il filo è stato tranciato di netto. Altri pastori mi hanno detto che sono le minilepri a fare questo “lavoretto”, nonostante possano passare agevolmente tra le maglie (non c’è elettricità quando le capre sono in stalla). Vedo spesso questi animaletti quindi… facilmente i colpevoli sono davvero loro. Metto questa foto su facebook con il commento “maledette minilepri” e riesco comunque a far sollevare una polemica. In misura minore rispetto ad altre tematiche, ma… Mi chiedo allora: perchè se si tratta per lo meno di un mammifero non ci si può lamentare nemmeno con un’esclamazione (non ho aggiunto altro e nemmeno farò niente contro di loro, ma se il mio cane dovesse catturarne una non vado a salvarla, tanto più che si tratta di fauna alloctona, non locale, immessa a fin venatori e letteralmente sfuggita al controllo)? Chi si indigna per il mio commento non avrà mai esclamato “maledette mosche? maledette zanzare? che schifo una zecca! c’è un ragno, uno scarafaggio sul muro della cucina? aiuto un topo di fogna (o pantegana) ha attraversato il cortile!?”. Non trovate ci sia tanta ipocrisia in tutto questo?

Se avessi inserito anche questa foto con l’esclamazione “maledetti cinghiali”? Forse il cinghiale è più brutto e meno “tenero” del coniglietto americano di cui sopra, pertanto posso anche permettermi una lamentela? Non è che stiamo degenerando un pochino? Forse è l’eccesso di comunicazione a portare a tutto questo… più fai vedere, più esterni il tuo punto di vista, le tue opinioni, più mostri ciò che fai, più sei sotto gli occhi di tutti e quindi soggetto a critiche, commenti, insulti. Io mi aspettavo qualche reazione, postando quella foto, ma il mio era anche un test per sondare il terreno e capire anche com’è composto il “pubblico” che mi segue. Siamo alle solite… piacciono le foto, ma non bisogna pensare a cosa c’è dietro.

Perchè ci si entusiasma nel vedere gli animali, si sorride guardando il video delle capre che giocano, degli agnelli che saltano, ma poi arriva sempre quello che mi fa l’osservazione sul “non capire” come possa io amare gli animali e poi presentarne le ricette. Lo scollamento con la realtà dei fatti, con la vita concreta. Quanti si pongono domande su ogni cosa che passa nel loro piatto? Quanti sanno davvero com’è stato prodotto il cibo che mangiano? Non dico solo la bistecca, parlo di tutto, dalla pasta allo snack, dal succo di frutta al cioccolatino.

Che dire poi dei cani? Ormai si fanno più discussioni intorno ai cani… che intorno agli esseri umani! Sono animali, trattiamoli bene, rispettiamoli, ma sono ANIMALI e le loro esigenze sono sono quelle dei bambini! Poi ciascuno faccia come crede con il proprio cane, ma non venite per favore a sindacare sui cani utilizzati dai pastori. Un conto sono i reali maltrattamenti (percosse, malnutrizione, problemi sanitari trascurati, ecc.), un altro la normale vita “da cane” all’aperto insieme al gregge.

Chi siamo per dire quale cane stia meglio, quale sia più felice, se quello “vestito” o portato in giro in una borsetta, o quello che si rotola nel fango e dorme sulla neve? Eppure anche questi sono temi che scatenano dibattiti infiniti… Forse solo le foto di gatti, pubblicate sui social network, riescono a mettere tutti d’accordo senza che si generi una discussione o una polemica!

(scritta che compare su diverse bacheche nel parco Orsiera Rocciavrè)

Ben lo sappiamo che comunque l’argomento principe delle polemiche è il lupo… Non mi interessa fare nomi, ma vi riporto lo stralcio di quanto scriveva qualche giorno un appassionato fotografo che ha avuto la fortuna di vedere dei lupi in montagna nella provincia di Cuneo. “Non amo questo argomento perchè al solito mi trovo a discutere anche con persone che stimo ma il cui punto di vista sull’argomento è spesso limitato o fazioso.
Il lupo non è pericoloso, certamente meno di volpi, cinghiali, caprioli, cervi, tassi, cani, gatti etc che costantemente causano incidenti anche mortali. I cani attaccano l’uomo più del lupo e causano annualmente molti morti e feriti. Ogni anno per la caccia muoiono più persone di quante siano state attaccate dai lupi dal medioevo a oggi. Da dove deriva tutto l’odio verso questo animale tanto utile all’equilibrio naturale? Certamente i giornalisti ignoranti che non sanno scrivere nulla al di fuori degli umori della Belen di turno si trovano in difficoltà a trattare argomenti seri, per cui ecco che la favola del lupo cattivo torna in auge grazie a loro, ma ditemi, chi di voi è mai stato attaccato? Girano fra le case, e allora?  Mi sono avvicinato a lupi nel loro habitat, prima ancora di vedermi avevano già la coda fra le zampe e si preparavano alla fuga!

I lupi sterminano le greggi? Ho amici margari che stimo, con uno ho anche condiviso alcuni giorni di vita in alpeggio… ma se gli animali si lasciano liberi di vagare per pendii senza alcuna protezione di che ci si lamenta? Nelle nostra vallate ho trovato greggi abbandonati a 3000 metri d’altezza che vagavano su creste assurde, mufloni incrociati con pecore scappate ai padroni, capretti a 300 metri di dislivello dal recinto in cui erano custoditi i loro compagni…. ma dulcis in fundo un margaro che mi raggiungeva in moto chiedendomi “ha visto le mie bestie?”
Ora… non ho niente se difendi le tue bestie, ma fallo. Non abbandonare i tuoi animali in giro per stare in paese o a casa e poi lamentarti se un lupo te le ha mangiate perchè te la sei cercata, è come se me la prendessi con i ladri dopo che ho abbandonato il mio portafogli sul tettino della macchina in un parcheggio a una fiera!

Gli abbattimenti servono solo a riempire la bocca di politicanti in cerca di elettorato ignorante, e a giornalisti senza argomenti nelle penne. La paura vende, anche quella di un “cagnolone” che adesso è tanto utile per ripulire i nostri versanti di tutti i camosci e stambecchi affetti dalla cheratocongiuntivite e altamente infettivi per i loro simili.

(seconda parte della scritta, ironicamente corretta da qualcuno, ma che spiega bene il punto di vista di chi l’ha tracciata)

Ho voluto riportare il testo sopra per capire come e perchè cresca l’ira dei pastori. Perchè chiunque, appassionato di natura, di montagna, di fotografia, con un suo sito, una sua pagina, un numero di persone non indifferente che lo segue, può permettersi di blaterare sul loro mestiere senza capire… niente!! Quanto detto dal signore sopra sulla sua pagina “Deepforest photo” viene ripreso da più parti e diventa “verità”. Critica la faziosità altrui, ma cosa fareste voi se qualcuno venisse a dirvi che, per risolvere un problema che affligge la vostra attività, avete solo da assumere più personale o “tenere meno bestie”. Ma sì… tanto… cosa volete che sia? E i famosi margari e pastori che stanno in paese a casa? Ha mai sentito parlare del fatto che forse sei alla baita a lavorare il latte e intanto apri gli animali al pascolo? O magari sei dovuto scendere con l’ansia, l’apprensione, i minuti contati per chissà quale incombenza? E la fienagione? Ciò che vorrei far capire ai miei lettori che hanno voglia di comprendere davvero, che cercano di avere un’opinione obiettiva sulla questione, anche se non li riguarda direttamente, è che sono “sparate” del genere a far male a tutti. I pastori si arrabbiano leggendo una cosa del genere (che, come vi dicevo, non resta ferma su quella pagina, ma viene ripresa e si allarga a macchia d’olio) tanto quanto si arrabbiano trovando un loro animale sbranato.

Poi non metto in dubbio che ci sia ancora qualcuno che non mette in pratica tutti gli accorgimenti per cercare di scongiurare gli attacchi dei lupi, come nel caso di questo gregge di capre totalmente incustodito, per lo meno nel giorno in cui l’ho incontrato io durante una gita in montagna, ma sono eccezioni sempre più rare, proprio per il rischio di attacchi dei predatori. Ma di qui a dire che i pastori lasciano da soli gli animali… posso assicurarvi che negli ultimi 15-20 anni la pastorizia in Piemonte ha dovuto per forza cambiare, con tutti i problemi, costi, ecc. che ben sapete. Visto che qualcuno per l’ennesima volta mi chiedeva quante specie di animali della fauna selvatica vorrei “eliminare”, ribadisco come sempre che la mia risposta è: “nessuna”. Nel caso del lupo, i pastori non chiedono costose squadre che provvedano agli abbattimenti, ma solo semplicemente di poter difendere il proprio gregge nel momento dell’attacco, unica strategia possibile anche per “educare” il predatore a stare alla larga dal gregge.

Per concludere restando comunque in tema, vi segnalo un appuntamento per il prossimo fine settimana, la Fiera delle capre e dell’asinello ad Ardesio (BG). Perchè ve lo dico in questo post? Perchè anche per l’edizione 2016 gli animalisti annunciano proteste. Una capra tenuta al guinzaglio e portata in giro come se fosse un cane, per questa gente, è accettabile. Una capra ben tenuta, allevata in stalla, nutrita a fieno, fatta accoppiare, partorire, munta e portata con orgoglio alla fiera per mostrare le proprie capacità di allevatore… no. Il guaio è che, oltre agli estremisti che organizzano manifestazioni di protesta anche in modo violento, come vi ho appena raccontato c’è sempre più gente che comunque ha idee molto distorte sulla realtà…

Nessuno ne ha ancora parlato… e allora lo faccio io!

Qualche tempo fa ho ricevuto il Quaderno della Regione Piemonte “Agricoltura”, il numero di novembre 2015. Prima l’ho sfogliato, poi l’ho letto più attentamente. Al suo interno c’è lo speciale PSR 2014-2020 che per il Piemonte è stato approvato il 28 ottobre 2015. Oltre un miliardo di euro per gli agricoltori, ma detto così non significa niente. Non sto a scendere nei tecnicismi, nelle priorità, nelle misure. Non l’ho mai fatto in questo blog e non inizio sicuramente oggi. Per avere informazioni su queste cose ben sapete che altre sono le sedi a cui rivolgersi. Sfoglia e leggi, tra gestione eco-sostenibile dei pascoli e contributi per le razze in via di estinzione, ecco l’operazione 10.1.6 “Difesa del bestiame dalla predazione da canidi sui pascoli collinari e montani”. Quindi il vecchio premio di pascolo gestito adesso è stato sostituito in questo modo. La prima cosa che ho pensato è stata: “Speriamo che non arrivi anche l’orso, di qui al 2020, visto che hanno considerato solo i canidi!“. Battute a parte, niente di nuovo, gestione del pascolo, utilizzo dei recinti per il ricovero notturno (che però devono essere spostati almeno ogni 10 giorni, quindi i recinti fissi non sono accettati), custodia continuativa da parte dell’uomo e impiego di cani da guardiania.

Già… i tanto discussi cani da guardiania, tollerati a forza dai pastori, temuti/odiati dai turisti, unico rimedio veramente efficace contro gli attacchi da parte dei predatori quando si è al pascolo. “Presenza di cani da guardiania appartenenti alle razze da difesa del bestiame dal lupo, in rapporto di 1 ogni 100 capi, con un minimo di 2 cani per mandria o gregge”. Così leggo al punto 3. Quindi bisogna avere come minimo due cani, ma poi… uno ogni cento capi? Certo, per la difesa degli animali questa dev’essere una garanzia affinchè i cani lavorino come si deve, ma… Un gregge di 1000 pecore, 10 cani. 15 per 1500, 20 per 2000?!?!???

Visto che non sono più direttamente coinvolta dalla cosa, ho provato a sentire un paio di amici pastori in varie province, chiedendo loro se erano informati della cosa, ma nessuno ne sapeva assolutamente niente. Non è che si obblighino i pastori ad avere questi numeri, ma per avere diritto agli aiuti, presumo che il numero di cani sia uno degli elementi discriminanti. Quindi… se non li hai, non percepirai un contributo minore: “50 euro ad ettaro di pascolo gestito secondo gli impegni”. Se non ti impegni a prendere i cani… E come funziona per chi d’estate prende in affido delle pecore? Magari di proprie ne ha 3-400, ma in montagna arriva ad averne 1000. Chi gli fornisce i cani per avere il numero esatto solo per quei mesi?

Ma una decisione del genere non andava un minimo discussa prima? Le associazioni di categoria lo sanno? Ai pastori quando lo diranno? Perchè se uno volesse adeguarsi a quando scritto sopra, i cani se li deve anche procurare. Non è che poi, nella fretta, si prenderanno cani “qualsiasi”? Sono cani non semplici da addestrare correttamente e da gestire. Non si può nemmeno immettere nel gregge, di colpo, 5 o 6 cani! Sui cani da guardiania ho già scritto molte volte, dato che è un argomento che interessa non soltanto i pastori (vedi ad esempio qui o qui).

Le domande che mi sorgono spontanee sono molteplici: come si alimentano così tanti cani? Non parlo “solo” dei costi per i pastori, ma proprio di problemi pratici, di logistica, dal trasporto delle crocchette fino allo dover spostare una decina o più di ciotole. Vi fa ridere? Pensate di essere a 2000, 2500 metri, dove tutto viene movimentato a mano o a spalle. Reti del recinto, elettrificatore e qualunque altra cosa.

Poi i cani stanno con il gregge SEMPRE. D’estate in montagna, in alpeggio, d’autunno sui percorsi della transumanza, d’inverno e in primavera tra le pianure e le colline. In cascina se si è stanziali, ma con il gregge se si pratica il pascolo vagante. Quindi si passa vicino ai paesi, si sosta accanto a strade e cascine, dove transitano ancora più persone che non in montagna. Certo, se sono buoni cani, non causano problemi, ma comunque non sono totalmente indifferenti a ciò che accade attorno a loro. Se passa qualcuno di corsa, in bicicletta o qualcuno con un cane, comunque corrono, abbaiano, spaventano le pecore…

E poi chi discuterà ogni volta con i turisti? Perchè è vero che spesso gli ospiti della montagna, coloro che vi si recano per divertimento non si comportano adeguatamente secondo le norme segnalate sui cartelli ecc ecc… Ma è anche vero che, come mi hanno raccontato in tanti, pur seguendole, qualche incidente succede. Io per prima mi sono trovata in alcuni casi in situazioni abbastanza spiacevoli. Erano cani “sbagliati”, cani che non dovevano comportarsi così? Eppure l’hanno fatto. Io non ho alcun potere, io posso solo scrivere e informare, ma il mio invito a TUTTI è quello di gestire con maggiore collaborazione e comunicazione il “problema lupo” in tutte le sue sfaccettature. Io l’ho vissuto, cosa significhi spiegare alla “gente” che i pastori quei cani sono “obbligati” ad averli perchè c’è il lupo. L’ho vissuto più volte in prima persona, in pianura e in montagna. Vi assicuro che si verificano situazioni in cui il livello di stress è quasi pari a quello nel trovare una pecora sgozzata. Vi inviterei a provare per credere, ma purtroppo la tendenza è sempre quella del dare giudizi senza aver piena conoscenza dei fatti. Personalmente, credo che siano state le uniche volte in cui qualcuno ha usato, nei miei confronti, epiteti di un certo tipo. E’ davvero incredibile come il “problema lupo” riesca a catalizzare così tanti argomenti di feroce discussione, astio, rivendicazioni su chi abbia ragione e chi torto. Da parte mia, ho paura che nemmeno il 2016 sia l’anno in cui si troveranno delle soluzioni, ammesso che ve ne siano davvero.

Pascolando sul confine

Sono andata a far visita al Pastore, pensavo di trovarlo in un vallone, invece si era appena spostato nell’altro, ma va bene lo stesso, visto che pure lì non c’ero mai stata. L’occasione era anche quella di andare a fare una gita, oltre vedere il gregge.

La giornata era bella, serena, ma il meteo annunciava un peggioramento serale. I colori ormai erano quelli dell’estate inoltrata, anche l’aria era decisamente ben più fresca della settimana precedente. Il Pastore racconta che, nei giorni più torridi, lui era su nel vallone a 2700-2800m e si stava bene là, questo gli faceva immaginare quanto caldo dovesse esserci in pianura.

Saliamo dal gregge, c’è qualche capra da mungere, qualche agnello da allattare con il biberon, qualche animale zoppo da controllare, la solita routine mattutina. Gli animali sono tranquilli, la sera prima si sono riempiti bene le pance e non fremono per andare al pascolo.

C’è un po’ di agitazione solo dove ci sono le capre, dato che è iniziata la “stagione degli amori”. Tutta colpa di due giovani becchi dello scorso anno, che hanno cominciato ad “importunare” le capre, dando il via al calore un po’ in anticipo. Ovviamente il grosso maschio vuole l’harem tutto per sé, quindi allontana a testate i becchetti.

Viene aperto il recinto e il gregge con i suoi fedeli guardiani lentamente inizia ad uscire. Erba qui ce n’è ancora, ma meno dello scorso anno, per colpa dell’andamento stagionale. Adesso è ancora tutta “intera”, visto che il gregge ha attraversato ed ha raggiunto questi pascoli solo il giorno prima.

Le pecore si fermano a mangiare il sale, poi lentamente iniziano a salire. Il vallone è lungo, ampio, ma ci sono anche tante pietraie, zone ripide, difficili da raggiungere, pericolose da pascolare. Alcuni animali sono zoppi proprio per effetto delle pietre che, smosse dalle pecore e capre più a monte, rotolano in mezzo al gregge. Saliamo anche noi, tenendoci sulla sinistra, seguendo il sentiero che sale al colle, anche quel giorno frequentato da numerosi escursionisti.

Una volta giunti al valico, una delle prime cose che danno il benvenuto in terra di Francia è questo cartello, che spiega come si stia entrando in un alpeggio, avvisa della presenza dei cani da guardiania, a cosa servano e come bisogna comportarsi in loro presenza. Un cartello chiaro, robusto, resistente, adatto a resistere al clima che ci può essere quassù, estate ed inverno. Impossibile poi non notarlo!

Il gregge francese lo vediamo solo in lontananza, è ancora chiuso nel recinto, verrà aperto di lì a poco. Sono pecore di razza merinos, il Pastore ha già parlato con chi le sorveglia. Su questo versante la montagna è ben più “facile” rispetto all’Italia, già solo per la comoda pista sterrata che dolcemente sale fino al colle. Altro che il ripido sentiero che bisogna affrontare sul versante piemontese!

Anche i pascoli sono più belli, meno ripidi e vengono utilizzati solo quelli migliori, sotto alla strada. Il Pastore sogna una montagna del genere, ma è da quando lo conosco che mi porta sui colli, ci affacciamo oltreconfine e mi indica quelle montagne così dolci, così belle che ci sono oltralpe. Bisognerebbe affittare una montagna francese…

Appena sotto al Colle del Frejus, sempre sul versante francese, c’è un laghetto circondato da eriofori. In mancanza delle pecore, fotografo questi soffici batuffoli mossi dal vento. L’aria quassù è decisamente fredda, un netto cambiamento rispetto a quanto ho dovuto sopportare nei giorni precedenti. Il Pastore è tornato dal gregge, che aveva lasciato “incustodito” per qualche minuto, mentre facevamo una rapida esplorazione oltreconfine.

Le pecore si sono sparpagliate a pascolare, sembrano quasi pietre tra le pietre. Mentre loro brucano l’erba bassa, ma appetitosa, pranziamo anche noi. C’è tempo per una pausa, parte degli animali si ritirerà in una specie di conca meno ripida dei pendii circostanti, poi riprenderanno a spostarsi. A quel punto ci muoviamo anche noi.

Le pance sono piene, ma gli animali continuano a mangiare. Ci sono da attraversare alcuni ripidi canaloni, dove scorre un ruscelletto, ma le sponde di terra franosa, grigiastra, incise dall’acqua, fanno immaginare cosa possa scendere qui quando si scatena un violento temporale.

Il gregge fa nuovamente una pausa, intanto il tempo cambia. L’aria si fa più umida, il cielo via via si copre, le previsioni non avevano mentito. Inizia a cadere qualche goccia di pioggia, poi soffia ancora il vento. Pioggia o no, per me è già arrivato il momento di rientrare. Devo ridiscendere fino alla strada e rimettermi in viaggio in auto, saranno necessarie alcune ore per tornare a casa. Così saluto i pastori e mi avvio, scendendo lungo le tracce delle pecore.

Su certi sentieri bisogna dare la precedenza. Un gruppo di pecore, che si era separato dalle altre, si sta riunendo al gruppo, così le lascio sfilare una ad una. Adesso ha iniziato a piovere e tocca aprire l’ombrello. Scendo cercando il percorso migliore, poi finalmente ritrovo il sentiero. Alle mie spalle sento abbaiare i cani, anche il Pastore ha dato il via al rientro serale. Non sarebbe ancora ora, ma probabilmente il temporale in arrivo l’ha spinto ad accelerare i tempi.

E la pioggia mi viene incontro dal fondovalle. Io scendo, lei sale… L’ombrello ripara parzialmente, c’è vento, poi l’erba bagnata in alcuni tratti è alta, così pantaloni e scarponi si infradiciano completamente. Scendo velocemente, ma la perturbazione di quella sera è di breve durata. Quando arrivo alla macchina ha già smesso di piovere. Seguirà altra pioggia nei giorni successivi… Non salverà più la stagione, ma la speranza è che venga ancora un po’ d’erba nei pascoli bassi, quelli mangiati malamente perchè l’erba era troppo alta quando il gregge è stato lasciato salire, così da concludere degnamente la stagione.

Nei panni del turista (con cane)

Ormai tutti gli alpeggi sono occupati: mandrie e greggi sono salite in quota e vi resteranno fino alla fine di settembre, metà ottobre, raramente più a lungo. E’ quasi inutile che vi ripeta ancora una volta che l’alpeggio è un luogo, un territorio di lavoro. Chi segue questo blog dovrebbe esserne più che consapevole.

Sappiamo però altrettanto bene che molti frequentatori della montagna ritengano questo spazio un luogo essenzialmente di svago, senza porsi troppe domande su come e perchè ci siano anche gli animali al pascolo. Invito ancora una volta tutti al reciproco rispetto (di animali, infrastrutture, persone) e, a tal proposito, volevo parlare di chi fa la gita in montagna con il proprio cane. Fateci caso: quanta gente c’è che si fa accompagnare dagli amici a quattrozampe? Senza avere stime o dati sottomano, direi che sono decisamente in aumento. In questi anni ho avuto modo di vedere il fenomeno dalla parte di chi in montagna lavora, è lì con il bestiame, al pascolo o presso le baite. Oggi vi parlo nel ruolo del turista-escursionista.

Arrivata al Moncenisio, dopo aver visto alcune vacche al pascolo nel recinto delimitato dai fili, scorgo in lontananza un gregge di pecore. E’ inevitabile pensare che vi sia anche un patou, un cane da guardiania a sorvegliarle. Sono necessari un paio di minuti per arrivare vicino al gregge, che mi appare davanti all’improvviso dietro ad una curva della mulattiera militare. E il cane bianco inizia subito ad abbaiare rabbiosamente, portandosi davanti alle pecore. Ci osserva e ci studia, per valutare se siamo un pericolo potenziale o reale.

Avevo con me il mio cane, che è un soggetto un po’ particolare, avendo comunque l’abitudine a lavorare con il bestiame (specialmente pecore e capre). Per lui gli animali sono… attività, quindi la sua tendenza è quella di guardare me in attesa di eventuali ordini. I cani da guardiania per lui significano “colleghi di lavoro”, pertanto la sua tendenza è quella di andare loro incontro scodinzolando. Tutto va bene quando c’è il pastore e i cani già si conoscono, ma in situazioni differenti cosa potrebbe accadere?

Succede che lo lego immediatamente al guinzaglio, fin dal momento in cui ho visto le pecore in lontananza. Lui obbedisce al mio richiamo, ma è meglio non rischiare. Quando il patou si accorge di noi, le pecore stanno finendo di attraversare la mulattiera. Ci fermiamo e il patou abbaia con forza. Poi si volta, vede che il gregge si è spostato, salendo verso l’alto, così gira le spalle e risale pure lui.

Riparto per la mia strada e, a distanza di sicurezza, libero il mio cane dal guinzaglio sempre solo perchè so che non si allontana e anche perchè so che, più a monte, non troveremo altri animali al pascolo liberi. Il piccolo gregge si è fermato a pascolare lì in basso, man mano che si sale l’erba è ancora indietro e ci sono nevai, non è ancora tempo per le pecore o per altri animali. Ovviamente, anche se non ci sono appositi cartelli e normative (come nelle zone di parco, riserva naturale, ecc), il cane va tenuto al guinzaglio se ha la tendenza ad allontanarsi, correre dietro alla fauna selvatica, ecc. E’ questione di buonsenso e rispetto.

Sulla via del ritorno, c’è una mandria libera. Come vi dicevo, il mio cane sa come lavorare con gli animali al pascolo, ma nessuno può sapere quale reazione avranno questi animali nel vedere un cane, specialmente un cane estraneo. Prima regola, da seguire sempre (pecore o vacche che siano, con o senza cane da guardiania), non passare in mezzo al gregge/mandria. Gli animali potrebbero spaventarsi, non tanto per la vostra presenza, quanto per quella del cane. Ovviamente tenetelo al guinzaglio, perchè non si sa mai quali comportamenti potrà avere vicino agli animali.

In generale comunque gli animali al pascolo possono agire come questi, tutti uniti in gruppo contro l’intruso! Se il vostro cane è libero, potrebbe scappare in mezzo a loro, magari mettersi ad abbaiare per paura/difesa, causando scompiglio, magari facendo correre gli animali verso un punto pericoloso. L’invito quindi è quello di fare sempre molta attenzione, tenere i vostri cani legati almeno dove ci sono baite e/o animali al pascolo ed evitare di passare tra di loro. Tutto ciò sempre ricordandosi che non siete in un luogo di svago, ma in un luogo di lavoro, regolarmente concesso in affitto agli allevatori che lo utilizzano.

Nella speranza che cambi qualcosa, ma…

Non ho proprio più voglia di dover sempre parlare delle stesse cose, però mi hanno per l’ennesima volta tirata in ballo e allora riflettiamo ancora una volta sul “problema lupo” & C. Tra le altre cose sono stata stimolata ieri dall’incontro con alcuni allevatori francesi, poi successivamente da una chiacchierata con un amico pastore “nostrano”. Da una parte, è interessante toccare con mano altre realtà, nel senso che qui ci sembra che appena oltre il confine tutto funzioni meglio che non in Italia, mentre a sentir parlare loro, i problemi sono esattamente i medesimi, in tutte le varie sfumature.

Era da qualche tempo che tenevo da parte il numero 88 di Alpidoc, dove tra l’altro compariva anche una mia breve riflessione estratta da questo blog. C’erano però anche due riquadri, con le impressioni di chi la montagna la vede sotto un altro punto di vista. Qui leggiamo l’esperienza di un escursionista incappato in un maremmano a guardia di una mandria di vacche. Che dire? Con le pecore solitamente, oltre ai cani da guardiania, c’è anche il pastore. Con i bovini no. Sono adatti questi cani a sorvegliare i bovini? Ho sentito alcune esperienze positive a riguardo, ma sicuramente “c’è da lavorare” per gli esperti e per gli allevatori. Ma servirebbe sicuramente un servizio di assistenza tecnica efficace e capillare per seguire l’inserimento ed il funzionamento dei cani da guardiania. Lo so che è un costo, ma se si vuole il lupo… occorre fare di tutto per tutelare gli allevatori, prima di tutto!

Sempre nello stesso articolo, mi ha indignata e non poco la riflessione (ahimè anonima) di questo gestore di rifugio. Che ci siano stati incidenti è appurato. Responsabilità di singoli cani e di singoli allevatori che li gestiscono male? Probabile. Poi molte volte ho osservato comunque un comportamento fortemente scorretto da parte dei turisti. Ma arrivare a parlare di cani che formano branchi e si inselvatichiscono secondo me è assurdo ed esagerato. Inoltre contribuisce a creare panico, per non parlare di quando si dice che questi cani non vengono nutriti. Io potrei raccontarvi un episodio in cui, in cima ad una montagna, un cane di un escursionista ha rubato da uno zaino del cibo. E non era un cane non nutrito…

Al gestore di rifugio (sapessi chi è!) vorrei raccontare un episodio che ho vissuto in prima persona. Salivo verso il Rifugio Garelli in Valle Pesio, sono stata superata da uno sportivo che si allenava di corsa. Non avevo incontrato i famigerati cani da guardiania, il gregge aveva abbandonato il vallone, ma poco dopo, quasi in vista del rifugio, vedo il ragazzo che torna indietro. Mi dice che non può raggiungere il rifugio, e quindi scendere dall’altro sentiero, perchè ci sono due cani che non lo lasciano passare. Lo accompagno e scopriamo che sono semplicemente i cani del gestore. E’ vero, abbaiavano… Io, che non ho paura, li ho chiamati fischiando e mi sono venuti incontro scodinzolando. Poco dopo è uscito il gestore ed ha rassicurato il ragazzo, che comunque continuava ad essere teso e preoccupato. Non erano cani dei pastori, eppure questo rifugio stava per perdere un cliente…

Di cani da guardiania ormai ce ne sono tantissimi. Ogni gregge ha i suoi fedeli accompagnatori che, estate ed inverno, lo seguono al pascolo e negli spostamenti. In questi dieci e più anni che ho trascorso tra i pastori, solo una volta ho avuto dei problemi con un cane da guardiania, un soggetto con problemi comportamentali che infatti non è più stato possibile impiegare in alpeggio. In questi ultimi tempi ho anche fatto visita a diversi greggi con il mio cane e, con un corretto avvicinamento, non è successo nulla.

Alcuni amici mi hanno segnalato con un certo fastidio questa iniziava che si inserisce nel progetto Wolfalps. Anche loro hanno cani da guardiania, ma non sono stati coinvolti. Mi dicono che non è la mancata convocazione ad infastidirli, ma il metodo. Perchè dividere i pastori tra “buoni e cattivi”? Non sarebbe meglio far sì che tutti ricevano dei cani adatti? Se poi pensiamo che certe greggi grosse hanno 7-8 cani a difesa degli animali, dare le crocchette a 150 equivale a ben poca cosa. Mi potrete dire che “è meglio di niente”, ma secondo me sarebbe stato meglio trovare cani ben addestrati da sostituire quelli in cui si sono verificate situazioni problematiche.

Sempre parlando di cani, ritengo sia indispensabile fare una corretta informazione a riguardo, ribattendo puntualmente a personaggi tipo il gestore di rifugio di cui sopra e iniziando a formare anche il turista. Vi rimando a questo post pubblicato qualche tempo fa, in cui potete anche vedere l’ottimo video realizzato in Svizzera. Non sono cani aggressivi “a priori”. Ovviamente fanno il loro lavoro di difesa, per cui sono stati educati da generazioni. Altrimenti… vedete quanto sono docili e affettuosi?

Per quello che riguarda i pastori, poco per volta anche qui, dove si era persa l’abitudine ad impiegare cani da guardiania, tutti se ne stanno dotando, anche se c’è chi compie degli errori nella loro educazione e gestione. Ribadisco pertanto l’esigenza di assistenza in tal senso. Leggendo commenti su facebook ad attacchi accaduti in varie parti d’Italia, c’è sempre qualcuno dal Centro-Sud che commenta: “Avete dei cani che non valgono nulla, altrimenti non avreste problemi.” Mi spiace vedere questi comportamenti di superiorità tra colleghi, sarebbe preferibile una migliore collaborazione. Suggerimenti e consigli, invece che critiche e infiniti sproloqui sulle caratteristiche della razza, diatribe su “maremmano” e “abruzzese”. Io cercherei di capire meglio il problema, secondo me molto legato alle caratteristiche del territorio (Alpi e Appennini sono diversi), alla composizione del gregge. Poi ogni caso andrebbe analizzato in tutte le sue componenti, non è solo una questione di cani!

E cosa dirà chi incontrerà altre razze di cani da guardiania, di taglia ancora maggiore? A prescindere dalla razza, turisti o non turisti, non si può pretendere che i pastori non li abbiano a protezione dei loro animali. L’ho già detto e scritto più volte: così come il pastore deve accettare il lupo (con tutti i relativi disagi, costi e danni), così i turisti devono accettare i cani, che in fondo sono un problema risolvibile ben più facilmente, con la giusta educazione e formazione di ambo le parti.

Permettetemi ancora un paio di riflessioni, maturate in tutti questi anni. Il “lupo” è un fenomeno complesso, dalle mille sfaccettature. Un danno grave per alcuni, un business per altri. Un fattore politico, addirittura. Una risorsa, un’occasione mancata. A chi mi chiede che soluzione propongo io, con l’esperienza che mi sono fatta, posso dirvi questo. Da una parte hanno sbagliato i pastori, dovevano puntare di più i piedi, essere più saggi e lungimiranti. Nel mondo in cui viviamo purtroppo contano di più quelli che parlano di animali e di ambiente dalle scrivanie d’ufficio, piuttosto che chi l’ambiente lo vive 365 giorni all’anno. Dobbiamo tenerci il lupo? E allora fate in modo che possiamo vivere meglio laddove ci tocca restare per sorvegliare il nostro gregge. Le baite, pretendiamo le baite! E’ stato fatto qualcosa in tal senso? No. Un po’ di reti, qualche cane, qualche sacco di crocchette…

E’ più facile, è più semplice e, soprattutto, è meglio far sì che i pastori siano divisi al loro interno, farli passare per ignoranti, “cattivi” sterminatori di lupi. Oltre quindi ai sostegni concreti per la pastorizia (in Francia si riceve un tanto a capo, in modo che l’allevatore possa stipendiare un aiuto pastore, tanto per dire), io ritengo che, allo stato attuale, dato il numero di attacchi e di avvistamenti, bisogna consentire ai pastori di difendere attivamente il proprio gregge. Difficilmente questo porterà alla morte di molti lupi, ma avrà due utili conseguenze. Diminuirà l’impiego di altri metodi (tipo il veleno, pericoloso per tutti gli animali) e contribuirà a far sì che un animale intelligente come il lupo capisca dov’è meglio andare a mangiare. Se non ti brucia la coda quando predi un capriolo, ma senti fischiare la pallottola quando attacchi una pecora, la lezione la impari.

Il passaggio del gregge a La Brigue

Ieri vi ho raccontato la festa della pecora brigasca, mostrandovi le bancarelle degli espositori, tra lana, formaggi, prodotti agricoli. L’attrazione della festa però è stata il passaggio del gregge.

Dopo aver fatto un giro per La Brigue, mi sono incamminata lungo un sentiero segnalato che risaliva la valle. Lo scopo era innanzitutto quello di vedere un po’ di panorama, ma mi domandavo anche da che parte sarebbe arrivato il gregge. Ad un certo punto l’ho sentito, oltre una curva, al di là del torrente. Per fortuna c’era un antico ponte in pietra proprio lì vicino, così ho potuto avvicinarmi.

Ho chiesto a che ora sarebbero partiti per scendere verso il paese ed ho proseguito la mia escursione, avendo tempo sufficiente prima della transumanza. Sull’asfalto, le tracce della discesa delle pecore, probabilmente quello stesso mattino. Le alture circostanti non offrono grandi pascoli, ma più in alto, sulla cresta di confine con l’Italia, si vedono estensioni erbose più ampie. Un cartello esplicativo lungo il sentiero spiega che un tempo Briga ospitava 100.000 capi di bestiame, principalmente pecore.

Il gregge ha quasi finito di brucare tutto. Non sono animali di razza brigasca, si tratta di un “classico” gregge di merinos. Un gregge che supera sicuramente il migliaio di capi.

Ci sono diversi pastori, alcuni forse venuti solo ad aiutare per la festa, altri invece devono aver badato al gregge tutta l’estate. C’è anche un gran numero di cani, tra quello da lavoro e i patou che sorvegliano le pecore.

Nonostante il timore che ormai circonda a priori questi animali, quelli presenti con questo gregge sono estremamente docili e affettuosi. Per la sfilata sono stati agghindati con bandane colorate al collo. Alcuni aspettano pazienti in mezzo alle pecore, altri si aggirano tra i pastori ed i turisti in attesa della partenza, reclamando carezze.

Finalmente ci si mette in cammino. I pastori chiamano le pecore esattamente come in Piemonte, un verso che è una “RRRRRRR” un po’ gutturale e prolungata. Come incentivo però si utilizza anche una borsa piena di mais, ricompensa per i capo gregge, due animali, uno bianco e uno nero, tosati con la floucà.

Dopo qualche istante di incertezza, richiami, cani che corrono, si imbocca la via che scende verso La Brigue. Ci sono quasi tre chilometri da percorrere prima di arrivare al paese dove la festa è in pieno svolgimento. Rispetto all’ora prevista, la partenza avviene piuttosto in ritardo.

Il gregge invade la strada, le pecore cercano di brucare qua e là sui bordi, i pastori fanno segno agli accompagnatori (turisti, fotografi…) di non mettersi in mezzo alla via o spaventare gli animali, che potrebbero fermarsi o dividersi.

Via via si incontrano persone che o sono venute incontro alla transumanza, o attendevano il suo arrivo. La maggior parte di loro lascia sfilare il gregge e si accoda, andando ad ingrossare il gruppo che cammina al seguito del gregge. C’è davvero un aria di festa, anche grazie al sole e all’aria tersa.

Precedo il gregge insieme ai pastori fino al ponte che porta all’ingresso del paese, poi lascio sfilare gli animali davanti a me. Il pubblico è sempre più numeroso, sui due lati della strada, fin giù dove ci sono le bancarelle.

L’atmosfera è un po’ quella del passaggio di una gara ciclistica. Saluti, perfino applausi, innumerevoli scatti fotografici e filmati, molti allungano le mani per toccare le schiene degli animali, provocando ondeggiamenti. Per fortuna, pur allungandosi in una fila sempre più sottile, il gregge non si divide, ma continua la sua marcia, un po’ intimorito da tutto l’entusiasmo suscitato. Mi fermo ancora per un secondo giro alla festa, poi riparto.

Già al mattino avevo visto, nel piazzale della stazione, i camion bianchi e verdi parcheggiati. Le operazioni di carico sono in pieno svolgimento. I primi piani sono già stati riempiti, ma ancora un buon numero di animali attendono a terra.

I camion sono disposti in modo da creare un passaggio obbligato, inoltre sono state collocate delle transenne metalliche per dividere il gregge in gruppi, che vengono sospinti via via verso le rampe di carico. Solo una ristretta parte del pubblico che ha assistito al passaggio della transumanza è arrivato fin qui anche per vedere queste fasi finali del viaggio.

Poco per volta il piazzale si svuota e i camion si riempiono. Non attendo fino alla fine. Anche se i camion scenderanno verso la costa, preferisco anticipare la partenza del grosso del pubblico. La strada è stretta, il viaggio di ritorno è lungo… Mi rimetto in viaggio, rientro in Italia, vedo lungo la strada tracce di transumanze bovine, greggi lungo il greto dei torrenti…