La delusione dei giovani

La mia presenza qui diminuisce proporzionalmente con l’impegno legato alla pastorizia “sul campo”. Vale per tutti quelli che praticano il mestiere dell’agricoltore o dell’allevatore. Ciò nonostante, la maggior parte dei giovani (e non solo) di oggi cerca di ritagliarsi un po’ di tempo per “condividere” con il resto del mondo sui social network pensieri, preoccupazioni, immagini. Ci si sente meno soli, meno incompresi.

(foto M.Colombero)

Riporto qui la lunga e amara riflessione di Michele, margaro cuneese. Non uno di quelli che si piangono addosso e non vedono oltre i confini della propria stalla, ma un ragazzo che vive la sua passione riuscendo anche a trovare del tempo per concedersi qualche spazio per il divertimento e lo sport. “Grazie… grazie all’arpea, all’agea o forse grazie alla Coldiretti o ancora di più a Roma e alla finanza… la mia lista di ringraziamenti potrebbe risultare lunga e strana per chi non comprende, ma credo che ognuno di questi enti citati abbiano bisogno di essere ringraziati, per l’impegno profuso che stanno portando avanti x ucciderci!!
Pac, titoli, anomalie, blocchi, indagini, tare, retroattività e multe e chi più ne ha più ne metta!! …queste sono le uniche cose che da 7 anni rimbombano nella mia testa… 7 anni che sento parlare di questo e basta.
Mai ho sentito pronunciare la parola “valorizzare”, sarà così complicata?! Nessuno li ha chiesti i contributi europei e visto che ormai, più che un’integrazione al reddito o un aiuto all’agricoltura, sono diventati redditi veri e propri, solo x alcuni speculatori come logicamente solo in Italia poteva avvenire… allora perché non li togliamo? Perché non iniziamo a parlare della vita che realmente ogni santissimo giorno svolgiamo? Perché non valorizziamo il lavoro e tutto ciò che comprende esso al suo interno?Perché non analizziamo azienda x azienda e capiamo davvero chi e cosa stiamo portando avanti a livello di tradizione coltura e dedizione al lavoro!? Perché non capite quanto sia difficile al giorno d’oggi (x spontanea scelta x carità) svolgere una vita di infinite rinunce e sacrifici che il mio stile di vita comporta? Quanto sia diventato praticamente impossibile far coesistere questo nuovo e moderno sistema al mio vecchio e tradizionale lavoro (x colpa vostra)!! Perché io che sto dando tutto, che sto cercando di non mollare, che sto cercando di condurre la vita che ho sempre sognato vengo spinto in un imbuto che porta al nulla? E tantissimi davanti e dietro di me spinti al medesimo destino?
Sono stanco perché chiedo solamente di poter lavorare e non di fare una guerra continua e quotidiana x poter stare in piedi! Sono stanco perché in fin dei conti viviamo tutti una volta sola, per quello che sappiamo, e non merito e non accetto di dover fare una vita così, senza più prospettive future senza soddisfazioni ne raggi di sole!! E mangiare merda di continuo, e non perché non so fare il mio lavoro, ma semplicemente perché chi ci gestisce pensa che siamo una categoria di ignoranti, che si accontenta di una bottiglia di vino e di una campana nuova!!! Non lo merito io che sto entrando in punta di piedi, ma soprattutto non lo merita mio padre, mio nonno o chi prima di lui ha condotto una vita fondata sul lavoro sui sacrifici, x poi essere dimenticati in questo modo.
Il nostro lavoro è la nostra passione, perché se così non fosse non ci saremmo più… ma di sola passione non è immaginabile né concesso vivere…
Guardare il cielo e sperare che tutto cambi è l’unica cosa rimasta, ma non può bastare.

(foto M.Colombero)

Non servono tanti commenti, Michele ha già detto tutto. Volevo però ancora riportare alcuni altri messaggi e commenti letti e ricevuti sempre su facebook. Perchè la testimonianza del giovane margaro viene dall’interno di questo mondo. Chi invece lo vede dal di fuori ha tanti sogni e quasi si offende quando cerchi non di scoraggiare il suo entusiasmo, ma semplicemente gli mostri la realtà.

Ancora una testimonianza. Scrive C., titolare di una “piccola” azienda agricola: “Ebbene sì… si lavora per nulla ormai e quasi che devi ringraziare ancora che ti ritirano le bestie… ma svendere dopo il lavoro grande che c’è dietro a ogni bestia è veramente vergognoso… agnelli a 3 euro..uno mi ha detto addirittura detto che c’è un macellatore che li ritira a 1 o 2 euro al kg… con 5 cani che ho ne macello uno alla settimana per loro..spendo meno che comprare crocchette!!!!
quel che mi domando sempre io… ma com’è che ci son certe categorie che son chiamati i “travaj borgnu” e lì paghi e bon parei?????
Ho in andi una pratica noiosa e pesante da un avvocato,con giudice,con perito e notaio me ne son fatta per 5000 euro… per quella cifra devo vendere tutto il mio trup di pecore o ingrassare 5 vitelli per un anno e mezzo per vedere tutti ‘sti soldi…

C’è invece M., che vorrebbe intraprendere questa la strada dell’allevamento/azienda agricola: “Mi sono informato su come potere avere dei finanziamenti x prendere degli animali: code  negli uffici a parte, ma la burocrazia ti distrugge non hai sbocchi concreti.” Moltissimi continuano a scrivere e me e ad altre pagine/siti per cercare lavoro in alpeggio o in azienda agricola, ma si lamentano per la poca offerta o per il fatto che si richieda “esperienza nel settore”. Anche qui delusione da parte di chi dice di aver voglia di fare, ma non viene nemmeno messo alla prova. Anche se ho già scritto altre volte a riguardo, mi riprometto di parlarne ancora appena avrò tempo. Come vedete, non è facile fare il pastore e, con le difficoltà attuali, molte volte non puoi più nemmeno permetterti di pagare un aiutante, anche quando ne avresti bisogno.

Maltempo e… notizie dal Veneto

Già qualche giorno fa degli amici dal Veneto mi avevano raccontato di un terribile incidente capitato dalle loro parti a causa del maltempo che imperversa. Oggi leggo questo articolo, con foto terribili che fanno male al cuore. Purtroppo gli amici mi dicono anche che l’articolo è incompleto e contiene diverse inesattezze.

(foto da ilgazzettino.it)

Si dice che il pastore “non c’era”, come se si trattasse di una negligenza imperdonabile, specie in giornate a rischio come queste. Invece, scrive Loris: “Il pastore non c’era perché era all’ospedale che stava male ha dovuto correr al pronto soccorso… e i capi morti sono molte centinaia di più!!! E il Livenza non si riempìe improvvisamente come uno tsunami!!! Tutto é successo perché alcuni km più in su hanno aperto le chiuse! E dovevano avvisare! Dovevano avvertire che lo facevano!! Adesso interviene anche Zaia… chissà sia in grado di concludere qualcosa… Posto che il suo comune di provenienza ha chiuso il passaggio ai pastori…“. Il tutto confermato da Marco, pastore locale che è intervenuto sul posto per dare una mano a salvare il salvabile. Proprio lui l’altro giorno scriveva così: “Non so da voi, ma qua e una settimana che piove e non si può andare da nessuna parte perchè è tutto allagato e anche io sono in un fiume, solo che qua c’è ghiai,a ma non dormo da giorni per l’ansia. Mettono pioggia fino a giovedì!

(foto L.Marcolongo)

Piove e non è facile. Chissà dove sono tutti quelli che romanticamente vogliono fare il pastore, in giornate così… Queste foto ce le manda l’amico Leopoldo, sempre dal Veneto. E non ci racconta solo storie di maltempo, ma ostacoli “burocratici” per i pastori. Come mai in Veneto si è arrivati a questo punto?

(foto L.Marcolongo)

Io non conosco direttamente questa realtà e vorrei che qualcuno mi raccontasse perchè “fioriscono” divieti per i pastori in tutti i comuni, come diceva sopra anche Loris. I pastori veneti sono tutti delinquenti? La gente del Nord Est è più intollerante? Spiegatemi voi, per favore!

(foto L.Marcolongo)

Quello che ho fotografato ieri è Matteo Froner di Valle dei Mocheni. Un altro pastore giovane, Fabio Zwerger di Lago di Tesero (TN), invece si è
fermato fra Bassano del Grappa e Marostica (VI) per evitare guai con i
Comuni del Cittadellese (PD). L’anno scorso era passato per il mio paese,
San Giorgio in Bosco e l’estate scorsa sono andato a trovarlo  a Malga
Bocche, Paneveggio, Pale di San Martino“, ci racconta Leopoldo.

(foto L.Marcolongo)

Leopoldo ci ricorda l’antichissima tradizione pastorale veneta: “Nel libro di Jacopo Bonetto “Le vie armentarie tra Patavium e la montagna”, che è stato pubblicato dalla Provincia di Padova in collaborazione con l’Università di Padova, vi si leggono molte cose e in particolare che:
a) il pensionatico e la connessa transumanza (relativa al periodo di ottobre
-aprile) sono antichissimi,
b) grazie a ciò Padova poté rimanere una potenza economica nel campo della lavorazione e commercio della lana (forse la più importante dell’impero romano), cosa che stava perdendo a seguito della colonizzazione del Veneto dopo il 100 a.c.

(foto L.Marcolongo)

Ci rammenta anche che esattamente un anno fa si era parlato di “corridoi verdi” per le greggi: “Creare veri e propri “corridoi verdi” per garantire nel territorio la transumanza di pecore e capre, accompagnando un settore antico che resiste alla modernità e che anzi è foriero di innovazione e persino di nuova occupazione, soprattutto nelle zone montane. E’ la proposta dell’assessore regionale all’agricoltura per agevolare la pastorizia, una attività agricola che di fatto è stata la prima dell’umanità, che l’ha sfamata e che anche oggi ha una sua ragione di essere, come tradizione ma anche come economia.
Il principale nemico delle greggi è oggi la cementificazione del territorio,
unita alla burocrazia – ha ricordato l’assessore – fattori che spesso
ostacolano o impediscono il transito dalla pianura all’alpe delle greggi,
che in questo modo possono nutrirsi di mangimi naturali secondo una pratica che asseconda il ritmo di vita di questi pacifici animali. La pastorizia è un’alternativa ai tradizionali allevamenti confinati e intensivi e dovrebbe
essere per questo incentivata, anche a fronte di persone che abbandonano
altre promettenti attività per dedicarvisi. Asfalto, barriere e altri ostacoli fisici o amministrativi contrastano i tradizionali percorsi, per lo più lungo i corsi d’acqua, costringendo i pastori a “tappe motorizzate” laddove invece abbiamo il dovere di tutelare la naturalità in un settore che offre produzioni golose e apprezzatissime dai buongustai e dai turisti.
In Veneto si contano circa 60 pastori che compiono le lunghe traversate di
terra, provenienti in parte dal Veneto e dal Trentino Alto Adige, ai quali
si aggiungono altre decine di operatori del settore che compiono tratti più
brevi. Il patrimonio zootecnico è costituito da oltre 55 mila pecore e quasi
17 mila capre, per un totale di poco meno di 72 mila capi: una frazione
inferiore all’uno per cento del totale italiano (oltre 9 milioni di capi), ma non per questo non meritevole di attenzione.” (comunicato stampa Regione Veneto)

(foto L.Marcolongo)

Anche in Piemonte più o meno c’è una sessantina di pastori vaganti, anche qui ci sono problemi con alcuni comuni. Possibile che non si posano trovare delle soluzioni? Così conclude il suo scritto Leopoldo, senza far giri di parole: “Purtroppo non so come il Veneto abbia potuto allevare invece delle pecore, una classe dirigente, rozza, ignorante, insensibile e con la memoria corta. Dov’è finito il film di Ermanno Olmi “L’albero degli zoccoli?”. Dove sono i valori del Veneto?
Fuori dal Veneto siamo visti ed abbiamo  una nomea di evasori fiscali, senza valori, unicamente attaccati ai soldi ed infarciti di ideologie e luoghi
comuni, quali quelli di caccia al diverso, allo straniero, agli zingari,
dimenticando o forse ignorando quanto hanno sofferto i nostri emigranti.
C’è stata da noi e non solo da noi, una mutazione perniciosa e  pericolosa,
lasciando sulla strada non i residui del passaggio delle pecore ma  le
virtù, cioè le caratteristiche che i veneti nel mondo hanno portato e
tramandano ancora  con onore, orgoglio  e sacrificio.
Tutti vogliono il biologico, ma cosa c’è di più biologico di un gregge?
La transumanza delle vacche non sporca la strada?
http://www.mp2013.fr/transhumance  In Francia si fa festa, in Veneto si
fanno ordinanze ridicole. Mettiamo le parti attorno ad un tavolo e finiamola con le buffonate illegittime di quei piccoli despoti dei sindaci.

Perchè invidiare?

Gli amici che seguono questo blog e che vivono/lavorano in montagna /in alpeggio capiranno bene quello che voglio dire. Agli altri cercherò di spiegarlo.  L’invidia è un sentimento che a volte tutti proviamo, ma questo stato d’animo non porta alcun beneficio. E poi, cosa serve invidiare vedendo le cose dal di fuori, senza sapere veramente com’è la realtà? Ricordo che, anni fa, una persona che abitava in un luogo montano veramente splendido mi aveva rivolto uno sguardo perplesso quando gli avevo fatto notare quanto fosse bello stare lì, quanto lui fosse fortunato. La bellezza la vedevo io, visitatrice occasionale. Lui probabilmente ci vedeva l’isolamento, l’impossibilità di muoversi a piacimento perchè vincolato dal lavoro. In effetti anche per me raggiungere quel posto non era stato facile, ma un conto è una gita, un altro è affrontare per forza la lunga strada stretta e tortuosa, magari quando si è stanchi, magari con condizioni meteo pessime.

Quando sei in alpeggio, quante volte ti senti rivolgere quella frase? Generalmente io non sono alla baita, ma, sbrigate le faccende domestiche, raggiungo gregge e pastori in quota. In una giornata quasi interamente passata “a casa”, ho avuto modo di vedere un buon campionario di visitatori occasionali del luogo (in numero ridotto rispetto alla norma a causa di una temporanea interruzione della strada di accesso, quindi si trattava solo di escursionisti e ciclisti). Non è mancata il classico: “Beati voi che state qui!” o, appunto “…che invidia!“. Perchè invidiare pastori e margari? Certo, quassù non abita nessuno, alla sera resta solo chi fa questo mestiere e nessun altro.

Però l’escursionista, seguendo il suo cammino, può decidere di trascorrere una notte in quota, può fare un trekking, può sostare in un rifugio. Conosco margari che, da generazioni, salgono sullo stesso alpeggio, quindi del resto delle vallate magari non hanno mai visto nulla, se non andando a qualche fiera. Escursionista, ciclista che raggiungi l’alpe, rinunceresti alle tue gite domenicali o anche settimanali, rinunceresti alle tue ferie, alla possibilità di essere oggi qui, domani là, per rimanere fisso in un luogo, per bello che sia? Lo sai che in alpeggio capita di rimanere isolati per giorni a causa di temporali, senza nemmeno la possibilità di comunicare perchè il cellulare non prende?

Certo, magari qualcuno accetterebbe di farlo. Come dico spesso a chi vuol fare questo mestiere, cambiando vita, bisogna sentirselo dentro, altrimenti all’entusiasmo iniziale seguirà una profonda disillusione, un senso di costrizione, perchè gli animali vincolano al 100%, 365 giorni all’anno. Come scrivevo ieri, sei lì in montagna, in un posto splendido, ma magari capitano solo poche, pochissime occasioni in tutta la stagione per poter salire al colle che ti permette di affacciarti su altre vallate. Fare il pastore, il margaro, non è una “bella vacanza”, è un lavoro, particolare sicuramente, ma un lavoro, con tutte le sue problematiche, anche se ha come sfondo bellissime montagne.

Non è che, automaticamente, in un posto del genere la bellezza del paesaggio (ammesso che ci siano giornate di sole e piacevole brezza) azzeri le difficoltà economiche, personali, ecc. Certo, aiuta a sentirsi più positivi, ma non sempre è sufficiente. Tante volte la fatica, la stanchezza, la frustrazione per certe situazioni arrivano sovrastare tutto. Penso a allevatori invischiati in beghe burocratiche, che lottano affiancati da avvocati per far valere i propri diritti. Proprio ieri un ragazzo mi scriveva questo: “La mia montagna è già il secondo anno che va all’asta e non è finita… Con contratti annuali! Questo a causa di un sindaco che cerca di favorire certi elementi. Andiamo avanti a suon di avvocato e palanche per pagare l’affitto.. Tutti soldi che potrebbero essere investiti nell’alpeggio!! Ma così non è purtroppo!! Questo dopo 18 anni che carichiamo noi l’alpeggio…!!!“.

Certo, chi passa casualmente in un alpeggio che è anche un bel posto non immagina che dietro ci possano essere così tante cose. Forse può arrivare a capire le ore di duro lavoro, gli orari lavorativi spesso pressochè infiniti, il fatto che certe soddisfazioni compensino i sacrifici, ma difficilmente associa ad una mandria o un gregge la burocrazia, la frustrazione, il disgusto per sentirsi dimenticati, per sentirsi “di serie B”. Perchè se il turista ha delle necessità, ci si affretta, se una strada per l’alpe è interrotta, non importa niente a nessuno. Perchè certe piste vengono messe a posto nel mese di agosto e non a giugno, prima della monticazione? Ce ne sarebbero di esempi da fare… Ammirate l’alpeggio, rispettate il territorio, gli uomini, gli animali, ma senza invidia. Cercate di documentarvi, cercate di conoscere questo mondo e pensate a quante piccole cose che date per scontate manchino lassù.

Non è vanità, non è scarso spirito di adattamento, non sono queste le cose che mi fanno dire che in alpeggio spesso mancano troppi elementi ormai essenziali. Va bene per una vacanza avventura lavarsi nel torrente o illuminare la cena con la pila o la candela, ma quando vivi e lavori duramente per diversi mesi in alta quota, avere un bagno, addirittura una doccia, aprire la porta e accendere la luce non dovrebbero essere lussi (per non parlare di quei luoghi dove quasi manca persino la porta e, più che una baita, si parla di un ricovero di fortuna). Forse è più la donna ad avere queste necessità, anche perchè, se presente in alpe, è lei a passare più tempo nelle baite a far scaldare sul fuoco acqua per lavare e lavarsi, a cercare di conservare il cibo dove non c’è la corrente e la possibilità di avere un frigo (a meno di mangiare polenta e latte, latte e polenta, pasta e scatolette a pranzo e cena), ecc. ecc… Chi invidia la vita d’alpeggio, ci pensa mai, a queste cose?

Una precisazione e altro

La prima segnalazione mi arriva direttamente dalla Comunità Montana del Pinerolese e invita gli allevatori a rivolgersi ai CAA autorizzati per la domanda per la difesa da canidi (vedi qui), in quanto le CM non hanno a disposizione tutti i documenti che l’allevatore deve allegare alla pratica, cosa che invece i CAA possono fare direttamente senza dover costringere il pastore a “perdere troppo tempo” tra gli uffici. Saranno i CAA a trasmettere il tutto alle comunità montane di riferimento. Prima di recarvi negli uffici, verificate quindi telefonicamente quale strada è meglio percorrere, per evitare di presentare una domanda non completa.

Per chi è rapido nelle decisioni, una comunicazione dell’ultim’ora. Riporto integralmente un comunicato stampa. C’è pochissimo tempo e bisogna affrettarsi…

Rosello: prorogate le iscrizioni del corso per aspiranti alpeggiatori

 È stato spostato a sabato 15 giugno 2013 il termine ultimo e non più rimandabile delle iscrizioni al corso di 120 ore intitolato “Operatore e casaro d’alpeggio”, organizzato dalla Scuola Agraria del Parco di Monza in collaborazione con ERSAF – Ente Regionale per i Servizi all’Agricoltura e alle Foreste.

La decisione è stata presa poiché il numero minimo degli iscritti non era stato raggiunto al termine fissato, quello dello scorso 17 maggio, ma anche a fronte delle segnalazioni di molti interessati che per vari motivi non avevano potuto completare l’iscrizione. Oltre alla proroga, infatti, anche l’intero programma è stato ridimensionato ed il corso, originariamente distribuito sulla durata di un intero mese, si articolerà invece nell’arco di tre settimane, dal 8 al 26 luglio. Ridotte anche da tre a due le settimane di tirocinio presso un’azienda agricola convenzionata. Infine, è stata ridotta anche la quota di partecipazione, portata ora a 800,00 Euro a persona (anziché i 1.000,00 Euro previsti dal programma originale) mentre rimane invariata la possibilità di beneficiare di una borsa di studio di 400,00 Euro da parte degli allievi che avranno seguito con profitto tutto il ciclo di formazione (ovvero con minimo 80% delle presenze).

Per poter partecipare al corso è necessario avere almeno 18 anni, mentre l’età massima è stata alzata da 35 a 50 anni. Il numero massimo di partecipanti è di 15 unità ma il corso verrà attivato solo al superamento del numero minimo di 10 iscritti. L’attività formativa verrà svolta presso il Centro Faunistico di Rosello, in prossimità di Monte Campione 2 (BS), in un ampio comprensorio pascolivo ricadente nel Comune di Esine ed appartenente all’Area Vasta Valgrigna. I principali argomenti delle lezioni, tenute da tecnici e professionisti del settore oltre che da operatori d’alpeggio, includono la gestione del bestiame; la valorizzazione delle risorse foraggere; l’apprendimento delle tecnologie casearie; la conoscenza delle vigenti normative oltre ad un approfondimento sulla multifunzionalità in alpeggio, ovvero alla cultura del territorio e dell’accoglienza, con lezioni sul marketing e sulla vendita dei prodotti, sull’ospitalità e sui servizi di ristorazione con la valorizzazione dei prodotti secondari del bosco e del pascolo ed attività didattiche finalizzate a comunicare e promuovere l’attività d’alpeggio. Alla teoria saranno intervallate puntuali esercitazioni pratiche presso le malghe riguardanti la gestione di bovini ed ovi caprini, la produzione di prodotti caseari di varie tipologie, il controllo delle produzioni, l’organizzazione di accoglienza di turisti e di presentazione della attività di malga.

La pre-adesione è obbligatoria entro il 15 giugno 2013: per iscriversi è necessario inviare l’apposita scheda, adeguatamente compilata e firmata, al numero di fax 039.325309 oppure all’indirizzo di posta elettronica segreteriaprof@monzaflora.it. Il modulo è reperibile sul sito www.montagnedivalgrigna.it e sul sito istituzionale di ERSAF, www.ersaf.lombardia.it. Il programma dettagliato del corso e le indicazioni per la logistica ed il materiale necessario (abbigliamento da lavoro e dispositivi per la sicurezza) verranno forniti a seguito dell’iscrizione.

Segnalo poi in ultimo l’ennesima serata di presentazione di “Di questo lavoro mi piace tutto”. Venerdì sera, 14 giugno 2013, ore 21:00, a Locana (TO)

Un corso “da pastore”?

Pastori si nasce e non si diventa, affermano molti “del mestiere”. Salvo poi lamentarsi perchè gli aiutanti a cui si rivolgono non svolgono bene il lavoro affidato… Qualunque cosa si faccia, c’è comunque sempre da imparare, quindi ritengo che sia molto importante impegnarsi per riuscire finalmente a creare un corso di formazione “da pastore”.

Nell’ambito del Progetto Propast è tra gli obiettivi di questo terzo anno di attività, ma fortunatamente l’interesse è ben più ampio, pertanto da qualche mese si è formato un gruppo di lavoro (comprendente soggetti da varie parti del Piemonte) che sta cercando di gettare le basi per fare delle formazione rivolta alla pastorizia. Ci si chiedeva chi potrebbe fruirne e, secondo me, i potenziali allievi sono di due tipi: per primi ci sarebbero tutti quelli che vorrebbero cambiar vita avvicinandosi all’allevamento come mestiere, sia lavorando presso aziende agricole (specialmente in alpeggio), sia mettendosi in proprio. Per questi utenti, il corso dev’essere più lungo e partire dalle basi, con una buona percentuale di ore di pratica. Poi ci sono giovani operatori del settore, per i quali un po’ di formazione sarebbe comunque utile. Questi ultimi spesso sono restii e ricorrono ad un altro modo di dire: “Vale più la pratica della grammatica”. Però siamo nel XXI secolo ed anche al pastore viene richiesto di essere almeno un po’ aggiornato e consapevole di come si possa innovare anche il più tradizionale dei mestieri.

Visto che non è facile riuscire a far partire uno (o più corsi) del genere, anche perchè bisogna costruirli dal nulla e trovare docenti adatti (oltre agli indispensabili finanziamenti), cercheremo di dare il via almeno a dei corsi brevi per titolari o coadiuvanti di azienda agricola. Cosa insegnare in questi corsi? Come catturare l’attenzione di allievi un po’ recalcitranti e magari convinti di sapere già tutto?

Voi che allevate pecore e/o capre, cosa vorreste sapere? Avrete pur qualche dubbio, qualcosa che vi siete sempre chiesti come mai, qualche curiosità… Secondo me qualche ora deve essere dedicata alla veterinaria: il parto, come agire correttamente per risolvere eventuali problemi, ma poi soprattutto le principali patologie degli ovicaprini e loro cura. Nessun pastore è mai stato capace di dirmi cosa determini quel problema alle pecore che loro curano facendo un salasso (incidendo sotto l’occhio o nell’orecchio). “E’ il sangue che le domina…“. Cioè???

Poi saperne di più sulla corretta alimentazione ed eventuali integratori (il sale, quale e quanto, ma soprattutto quando), cosa dare da mangiare in stalla e come comportarsi al pascolo. Capita che le pecore “facciano indigestione” consumando al pascolo troppa erba fresca o troppo mais, o ancora che facciano indigestione di acqua. Certe cose le impari con l’esperienza, ma magari qualche spiegazione in più su cosa accada e perchè potrebbe essere utile.

Visto che adesso gli allevatori hanno gli occhi di tutti addosso (non solo i veterinari, ma anche i paladini degli animali “fai-da-te”), sarebbe importante non solo saper gestire bene gli animali, ma anche sapere nel dettaglio cosa dicono le normative sul benessere animale, sia per quanto concerne l’azienda (stalle, ecc.), sia per l’alpeggio, il pascolo all’aperto, ecc ecc ecc. Così almeno uno sa cosa rispondere a chi viene a trovarci da dire, oppure se fa una cosa fuorilegge, è consapevole di farlo.

C’è qualcosa di pratico che potrebbe servire ad un pastore, cioè imparare a tosare correttamente. Permetterebbe non solo di ottenere migliori risultati all’interno della propria azienda (ed in meno tempo), ma per qualcuno saper tosare in modo professionale potrebbe essere una fonte di reddito integrativa, andando a tosare anche presso altri allevatori.

Qual è l’incubo di tutte le aziende, più ancora della neve per i pastori vaganti? La burocrazia! E allora non sarebbe il caso di imparare a gestirla in modo efficiente? Tanti si trovano in difficoltà perchè non sanno nemmeno cosa devono fare (e non c’è un luogo fisico dove avere le informazioni su tutte le scadenze e le regole da rispettare). Anche se le leggi cambiano continuamente, ritengo che alcune ore dedicate ai punti fermi (registri da compilare, come e quando, scadenze, modelli da compilare, ecc ecc ecc) siano fondamentali. Si potrebbe anche parlare delle principali opportunità che vi sono per ottenere eventuali contributi, quali requisiti occorrono per poterne usufruire, ecc…

Altre proposte? Non sto scherzando, attendo i vostri commenti, che potranno aiutarci a costruire davvero un corso del genere. Certe cose si imparano sul campo, altre le si possono apprendere da chi ne sa più di noi o anche solo confrontandoci con i “colleghi”. Un’altra mia idea è dedicare qualche ora alla “valorizzazione”. Non basta tener bene gli animali, averli “belli” che fanno bella figura durante una transumanza o quando sono al pascolo. Dobbiamo anche saper valorizzare il nostro prodotto. Ci capiterà di vendere una pecora bella all’appassionato (magari perchè ha un certo colore o chissà), ma più che altro avremo carne ed eventualmente formaggi da vendere. Ci sono (ci devono essere!) alternative alla vendita al macello o al commerciante. Visto come vanno le cose, tentare altre strade è ormai quasi indispensabile per guadagnare (e non solo sopravvivere).

Poi l’essere pastore al 100% lo si impara solo sul campo, stando al pascolo fino a tarda ora, con la pioggia o con il vento, affrontando le situazioni una ad una. Prossimamente con i colleghi che lavorano al progetto per creare questo corso andremo in Francia a visitare luoghi dove si fa formazione in tal senso. Ovviamente vi racconterò…

Giorno… e notte!

Ricevo una serie di articoli e comunicazioni dal Veneto che riguardano sì la pastorizia nomade, ma non sono belle notizie. Nonostante da zone limitrofe avessimo apprezzato questo video che faceva pensare al futuro, riguardando dei giovani pastori vaganti, il cammino delle greggi incontra sempre nuovi ostacoli.

Guardate questa ordinanza del comune di San Giorgio in Bosco (PD). E’ scritta in piccolo, ma vi faccio un rapido riassunto. Visto che il Comune non dispone di “adeguati territori da adibire a pascolo” e, dato che il transito delle pecore crea tutta una serie di problemi (“ostacoli alla circolazione, imbrattamento delle strade, problemi di natura igienico sanitaria dovuti ai parassiti ed agli escrementi degli animali, danni alle proprietà private con frequenti lamentele dei cittadini, danneggiamento e scorticamento (sic!!) delle sponde dei canali di scolo delle acque con conseguente franatura degli stessi in caso di abbondanti piogge, danni ai volatili ed alla selvaggina messa a dimora per il ripopolamento delle specie“), il Comune VIETA IL PASCOLO E LA SOSTA delle greggi su tutto il territorio comunale.

Anche i giornali si sono occupati della faccenda, ma su internet troviamo notizie contrastanti. Che dire di questo articolo dove si parla di scena bucolica? Tra l’altro leggo che il corso d’acqua è il Bacchiglione, tristemente diventato famoso in tutt’Italia per via di una recente alluvione. Vuoi vedere che sia stata tutta colpa delle pecore??? Continuiamo però a leggere l’ordinanza (qui la vedete tutta), dove viene detto che l’unica cosa che si consente è (bontà loro) il transito. Non è ben chiaro però come questo debba/possa avvenire, dato che prima si parla di “se non con eventuali mezzi di trasporto“, ma poi resta uno spiraglio aperto, perchè il transito a piedi potrà avvenire: “…previa richiesta, da inoltrare al Sindaco almeno 15 giorni prima…“, ecc ecc ecc. Bisognerà allegare il nulla osta al pascolo vagante, ma questo è concesso dal Comune, e quindi il pastore che farà?

Non finisce qui, perchè si dice anche che il transito degli animali dovrà avvenire “nel più breve tempo possibile” e solo tra le 23:00 e le 6:00. Io ho fatto una transumanza interamente in notturna per raggiungere l’alpeggio, perchè la strada è una sola e trafficata, in quel periodo dell’anno. Ma soprattutto perchè d’estate la salita su asfalto è un’agonia per animali e uomini. Ma se poco per volta sempre più Comuni inizieranno a comportarsi così, ditemi un po’ voi come faranno i pastori!

Anche chi non è del mestiere ormai, leggendo da anni queste pagine, dovrebbe aver imparato che la giornata del pastore è molto lunga. Oltre al lavoro costante e quotidiano, a mano a mano che le giornate si allungano, aumentano anche le ore di lavoro e, specialmente in primavera, si finisce di lavorare a tarda sera, rientrando a casa stanchi ed assonnati. Come si fa ad andare al pascolo e fare tutti gli altri lavori di giorno e poi spostarsi di notte? Toccherà fare i turni, una squadra di pastori diurna ed una notturna? Scherzi a parte…

Mi può star bene che ci sia quel particolare luogo dove attraversi al mattino presto per evitare il traffico, ma è anche vero che, di notte, aumentano i pericoli per uomini ed animali. Le strade ormai sono piste da corsa per automobilisti in perenne ritardo, che sfrecciano incuranti di tutto e tutti. Di giorno dovrebbero vederti, ma di notte… Hai un bel usare pile, giubbini fosforescenti, lampeggianti, ma io penso anche ai cani che sgusciano tra le pecore, all’agnello che scarta all’improvviso… Già di giorno fa paura, di notte è anche peggio. E allora, come si conciliano il bucolico paesaggio delle pecore al pascolo ed il loro transito? E poi, tutti quegli escrementi!!!! Il Signor Sindaco di San Giorgio in Bosco evidentemente non apprezza de Andrè: “…dai diamanti non nasce niente, dal letame nascono i fior…“. Io preferisco che sotto casa mi passi uno, dieci, cento greggi, piuttosto che un ugual numero di tir puzzolenti e fumosi. Per contro, leggete anche questo articolo, di cui però non è indicata la data di pubblicazione. Vi consiglio anche questo post, dove si parla di cose che gli amici di questo blog già conoscono.

Ancora storie

Sempre più persone mi mandano le loro storie affinchè io le pubblichi. C’è stato anche chi mi ha invitata a visitare la sua azienda qua e là in giro per l’Italia. Grazie, mi piacerebbe molto, ma adesso non ne ho la possibilità e nemmeno il tempo. Però foto e racconti sono sempre i benvenuti. In questo caso è stata un’amica a fare da tramite, raccogliere la storia e scattare le foto.

(foto A.Macchi)

E così Arianna è andata a trovare il suo amico Paolo, titolare di un’azienda agricola in provincia di Varese. Un’azienda come ce ne sono tante, dove le diverse attività si integrano per riuscire a “tirare avanti”.

(foto A.Macchi)

Paolo è consigliere di Confagricoltura a Varese. La sua azienda è un’azienda che funziona perché svolge attività di allevamento di bovini da carne con vendita diretta alle macellerie, coltivazioni di ortaggi con vendita diretta al privato consumatore.

(foto A.Macchi)

Ovviamente tutti questi lavori richiedono tempo, non si tratta solo di curare un orto ed un frutteto ad uso famiglia, come capita in molte case di campagna. Ma il tempo, in agricoltura, il più delle volte si finisce per non guardarlo.

(foto A.Macchi)

Inoltre taglia e vende legna da ardere e fa servizi per il Comune per lo sgombero della neve. Tutto questo però comporta un ingente numero di ore lavorative e ore impegnate per la cosiddetta burocrazia… Paolo dice che non esiste più il lavoro del contadino di una volta

(foto A.Macchi)

Come si vede dalla foto, Paolo è riuscito ad ottenere un contributo per l’ammodernamento delle strutture aziendali, ma a rigor di logica un’azienda dovrebbe riuscire andare avanti e mantenersi da sola con la vendita dei propri prodotti, ma visto che in Italia il valore dei prodotti agricoli e pari allo zero, diciamo così, …Paolo come tanti deve stare attaccato a qualsiasi tipo di contributo e questo comporta carte su carte su carte… È giusto?

(foto A.Macchi)

Il solito discorso. Per come la vedo io, sicuramente servirebbe un po’ meno burocrazia per alleggerire le aziende (piccole o grosse che siano) di almeno questo peso. Visto che su tante cose bisognerebbe essere ormai informatizzati al 100%, ditemi perchè occorre fare ore di coda negli uffici, compilare e portare a mano carte su carte. Se l’azienda ha il computer ed il collegamento internet, potrebbe pagare via bonifico, mandare le ricevute via e-mail, cose del genere. Si risparmierebbe tempo (prezioso) ed anche denaro!

(foto A.Macchi)

Poi sul discorso dei contributi, certamente sarebbe bello poter vivere di che si produce, senza avere “elemosine”. Però è anche giusto che lo Stato, le Istituzioni, vengano incontro ad allevatori ed agricoltori che, oltre a produrre beni, svolgono un’importante funzione come manutentori del territorio, specie di quel territorio definito “marginale”. Le Terre Alte, le terre difficili, dove per lavorare hai più spese, hai più difficoltà. Non trovo errati questi contributi, ma trovo profondamente sbagliato che finiscano sempre più spesso nelle mani che non se li meritano!

(Foto A.Macchi)

Mi piacerebbe che si premiasse la qualità, più che la quantità. Che si premiasse davvero il lavoro svolto, ma è più facile dal punto di vista burocratico, foraggiare numeri comodamente quantificabili su carta (ettari, capi di bestiame) che non passare da ciascuno per vedere come hai pulito il pascolo, come hai ripristinato un tratto di sentiero, come hai sistemato una baita.

(foto A.Macchi)

Grazie ad Arianna e grazie a Paolo che ci ha fatto visitare la sua azienda. Ho pubblicato solo parte delle foto che mi avevate mandato, spero di avervi accontentati ospitandovi qui sul blog. Buon proseguimento!

Attenzione signori, non è una facile moda!

E’ con un pizzico di fastidio che, negli ultimi tempi, sento tanto parlare di ritorno all’agricoltura, giovani che, complice la crisi, decidono di dedicarsi a questo antico mestiere, anche con un’ottica nuova. Potreste dirmi che ne ho parlato pure io, scrivendoci un libro, ma chi lo ha letto ha visto che non ho fatto differenze tra chi l’allevatore lo fa da sempre e chi invece ha compiuto una vera e propria scelta di vita. Io ho voluto mostrare la passione, la dedizione di questi giovani, che perseverano nonostante le difficoltà. Una raccolta di testimonianze e non un “manifesto pubblicitario” per una nuova vita. Come racconto durante le presentazioni: “E’ facile sentir parlare di quelli che ce l’hanno già fatta, ma quasi nessuno sa le storie di quelli che faticano a realizzare il loro sogno.

Mi chiedono di scrivere articoli, mi intervistano sul “ritorno dei giovani all’agricoltura”, ed io cerco di spiegare come, a mio modo di vedere, stanno le cose. Poi leggo questo articolo su Repubblica di Carlo Petrini e mi sembra che manchi qualcosa. Tra le righe si capisce sì che ci sono le difficoltà, ma non viene detto davvero che fare l’agricoltore, l’allevatore, non è la moda del momento, non è la parola magica che apre tutte le porte, anzi! Ammetti anche di riuscire ad avviare l’azienda, ma poi? C’è la crisi, a chi li vendi i tuoi prodotti? O produci qualcosa da destinare all’elite (penso al prezzo di certi vini, ma anche certi formaggi), e allora lì forse la crisi non la senti, ma se hai la tua frutta, la tua verdura, il tuo prodotto da consumo quotidiano a tavola e non il “prodotto di nicchia”, a chi lo dai? Certo, il nuovo agricoltore che va a scuola, che ha la formazione, forse tribola un po’ meno degli altri ad inserirsi in un certo mercato, ma io sento un po’ tutti che accusano i colpi della crisi, anche quelli che solo qualche mese fa lodavano certe iniziative di Farmer’s market in città.

C’è stato chi ha iniziato grazie alla famiglia (e sono tanti, quasi tutti), chi dai genitori ha avuto sostegni economici per attrezzarsi, chi ha avuto la formazione, chi la tradizione e chi… il passaggio di intestazione aziendale. Già, perchè non è che questo gran ritorno dei giovani all’agricoltura sia anche frutto del cercare di sfruttare le opportunità (legali) a disposizione, e quindi se si riescono a prendere quei due soldi in più, si intesta tutto al giovane di casa che ha comunque voglia di andare avanti lì?

E chi aveva la passione, ma alle spalle non aveva nè una famiglia che potesse metterci più di tanto del suo, nè una tradizione di generazioni? Si arrabatta, fatica, impreca, tira avanti con dei redditi che spesso non ce la fanno a coprire le spese e le elementari necessità di vita. E’ così solo perchè non hanno studiato? Non penso proprio. Io ne ho conosciuti tanti, di questi ragazzi, non manca loro affatto la buona volontà, la voglia di darsi da fare, a prescindere dalla formazione (che sicuramente aiuta, ma non è tutto). Al massimo manca il tempo per occuparsi di ogni cosa, non ce la fanno a sfruttare a pieno le potenzialità delle loro produzioni, ma non si può essere nel contempo allevatore, trasformatore, commerciante, ecc. Facile dirlo, ma poi le realtà sono tante e tutte diverse.

Mi ha telefonato uno dei giovani protagonisti del mio libro, in difficoltà, chiedendomi se sapevo aiutarlo. Lo scorso anno era riuscito ad avere dei contratti di affitto per dei pascoli in zona di bassa montagna, ma comunque validi per dare il via ad impegni per i quali avere accesso ai contributi. “Ma quest’anno non mi vogliono più, ho solo parte dei terreni dello scorso anno. In un posto non vogliono più gli animali, puzzano, le mosche, le campane… Un proprietario mi ha detto che per quest’anno niente, non me li dava, forse sempre perchè la gente si lamentava. Io mi ero messo a cercare un alpeggio, solo che non trovo niente. Se non affitto un alpeggio perdo i contributi e devo restituire quelli dell’anno scorso. Volevo salire con i miei capi più altri presi in guardia per coprirmi le spese, ma… Tu sai se c’è qualche alpeggio libero?“. Questo giovane tra l’altro sta per mettere su famiglia, ma qui non siamo in TV dove il caso umano magari impietosisce la giuria… Siamo nel mondo reale dove alpeggi liberi non  ce n’è, dove gli speculatori se li accaparrano per prendere loro più contributi, dove i prezzi vanno alle stelle sempre per lo stesso motivo.

(foto C.Cadore)

Mi ha scritto anche un amico del blog. Riporto integralmente la sua e-mail, che non ha bisogno di ulteriori commenti, credo. “Sono Cristian di Ponderano, paese della periferia di Biella, ho 31 anni,malgrado i miei studi al CFP di Vigliano Biellese come meccanico, la mia grande passione è la campagna. Per 5 anni ho fatto il magazziniere, ma per me era la prigione, d’estate con le belle giornate era dura starsene rinchiuso dentro e aspettare di finire il turno e così ho frequentato un corso per giardinieri e così ho cambiato lavoro per un paio di anni, contento di trovarmi all’aria aperta. Dopo un anno di pausa, ho aperto una ditta per mio conto come giardiniere, mi appassionava il lavoro, ma in primavera o in autunno se vedevo delle mucche pascolare nei prati dovevo fermarmi ed ammirare, guardare le bestie più belle e se nei week end ero libero dagli impegni, prendevo l’auto e andavo a trovare gli amici in alpeggio. Purtroppo la crisi biellese fa sì che  i disoccupati si trasformino in giardinieri, imbianchini e boscaioli a tempo perso e io pian piano ho perso lavoro.

I costi di gestione di un ‘attività artigiana con il nuovo governo erano cambiati ed era impossibile campare con tasse e mutuo in banca e con i clienti e colleghi che non pagavano ( facevo anche lavoro conto terzi). Gli studi di settore non calcolano i giorni di pioggia (Biella è il vespasiano d’Italia, dicevano  una volta), la neve, il gelo e i giorni in cui certi lavori non potevi farli, a loro interessa che produci. Hai tanti beni, tanto paghi… e quindi a fine 2012 la decisione di chiudere l’attività.

Inoltre in tempo di crisi la gente diventa sempre più insopportabile, vive nella frenesia e nelle pretese, tutto subito, in fretta e a costo basso e a pagare c è sempre tempo. Molte volte mi svegliavo con il malumore di dover fare lavori per persone odiose e quindi mi sbrigavo a farle e poi passavo un paio d’ore in campagna per sfogarmi dal nervoso che avevo addosso. Ma la mia passione rimane comunque la campagna, gli animali, campi, montagna, antiche tradizioni.

(foto C.Cadore)

Qualche anno fa presi  due caprette nane che ora son diventate otto, le faccio pascolare nei miei prati, mi tagliano l’erba e concimano e  ultimamente le sposto in piccoli prati tra le case del paese e pascolo in un prato comunale, son la mia scuola per un mio sogno. Un piccolo allevamento di capre legato ad una fattoria didattica. Infatti mi piacerebbe avere una piccola azienda agricola dove allevare un po’ di capre, da carne e da latte, un po’ di animali da cortile, un paio di mucche e coltivare l’orto e poi far vedere ai bambini come nascono i frutti della terra e gli animali; che quello che mangiamo non viene creato con il computer o in Facebook.

Uso internet per informarmi su prodotti e innovazione e anche per vedere le foto di alpeggi, animali e le date delle fiere e Facebook per conoscere persone nuove, scambiarci informazioni e pareri un po’ su tutto.

La settimana scorsa son andato a vedere due piccoli cascinali in collina, 3 stalle, locale per il formaggio, abitazione, prati, boschi e acqua sorgiva, l’ideale per il mio sogno, ma son in vendita e purtroppo non posso permettermi di fare un passo grande come questo, specie ora che le banche non aiutano più, ma incuriosito comunque colgo l’occasione e mi presento in associazione e spiego com’è la mia situazione e chiedo i requisiti per entrare in agricoltura. Malgrado il mio ettaro di terra coltivata a prato, frutteto e orto mi dicono che non basta per entrate nei coltivatori diretti e senza partita Iva agricola anche l’acquisto del trattore non  è fattibile con le nuove norme. Non parliamo poi di insediamento, contributi e finanziamenti, che non c’è nemmeno l’ombra.

Gentilmente mi dicono che devo accumulare più terreno e di ripresentarmi e vedranno i requisiti per iscrivermi, ma per adesso non se ne parla… ma in zona campagna libera non ce né neanche a pagarla oro.

Mi sarebbe piaciuto avere un trattore, non molto grande per far fieno e lavorare un po’ la terra e anche quest’anno non mi rimane che far fieno a mano e andar avanti come ho fatto sempre  con fatica, ma di sicuro non mollo. Con il passare del tempo ho raccolto vecchie attrezzature per il fieno che ormai erano destinate al rottamaio ma che son ancora funzionanti.

(foto C.Cadore)

Continuerò nel mio sogno.

L’anno scorso ho prodotto della farina da polenta che era una bontà, ho intenzione di prendere un paio  di capre da latte e farmi un po’ di esperienza a provare a far del formaggio, alla sera vado ad aiutare un amico in stalla che ha delle vacche piemontesi,vado a far transumanze e appena posso volo in alpeggio.

Suono le percussioni da 15 anni, nella banda del paese e mai niente mi ha fatto perdere l’appuntamento, ma negli ultimi anni se c’è la transumanza per salire in alpe, il mio posto è lì, dietro alle bestie con il bastone, con il sole o con la pioggia e il gelo.

Pensavo che ci fossero dei limiti ma non avrei mai creduto così tante difficoltà. Capisco perchè ci son sempre meno giovani che lavorano in campagna….fan di tutto per far passare la voglia di lavorare, mille bastoni fra le ruote e tanta carta per ottenere niente e pagare tanto. Non mi rimane che cercare qualche lavoro part time o in qualche azienda e poi vedrò che fare… è brutto vivere alla giornata, senza poter fare programmi

 Non sarà la burocrazia e le normative a fermare la mia passione.

Tutti quelli che si riempiono la bocca di teorie, le conoscono le storie di questi ragazzi o si accorgono solo di quelli che ce la fanno, magari grazie a famiglie che hanno i fondi per aiutarli in qualsiasi attività essi vogliano intraprendere?

Uno scherzo di Carnevale?

Vi racconto una storia, vorrei che foste voi, dati alla mano, esperienze personali come testimonianze, a dirmi se è uno scherzo di Carnevale o realtà vera. Ovviamente i lettori “curiosi” resteranno a bocca aperta, perchè certe cose le si conoscono solo dal di dentro. Chi invece ha un’azienda agricola potrà dirci davvero se sto raccontando una barzelletta oppure ho riportato un fatto che potrebbe essere capitato a qualcuno di noi.

Chi vive di pastorizia al giorno d’oggi si potrebbe dire che in realtà sopravviva… Ci sono leggi che dicono che, al di sotto dei 7000 euro (avete letto bene, settemila) di reddito anno, non vi sia l’obbligo di fatturare, per un’azienda agricola. Non so quale sia quella “soglia di povertà” di cui ogni tanto si sente parlare alla Tv, ma comunque questo è ciò che succede. Nel momento in cui alla fine dell’anno il nostro piccolo pastore (che vive solo di quello, non ha un altro lavoro integrativo) si accorge che la somma delle autofatture ha superato (anche solo di poche centinaia di euro) questa soglia, capisce non di essere diventato ricco, ma di avere qualche grana in più.

Il gregge è sempre quello, nè piccolo, nè grosso, ma la legge è quella e allora tocca andare al Sindacato che segue tutte le pratiche, compresa la contabilità, e dire come stanno le cose. Tanto per cominciare, fogli da firmare e… PAGARE! Pagare per cosa? Ma per il lavoro che ti FARANNO tenendoti la contabilità dell’IVA ecc ecc ecc. Pagare un lavoro in anticipo, questa cosa suona davvero strana, eppure c’è da sborsare e tacere.

Nonostante gli affari dell’anno non siano andati un granchè bene e le vendite natalizie non siano state eccezionali, con agnelli rimasti per lo più invenduti (nel suo gregge, ma anche nel gregge di tutti gli amici e colleghi con cui ha avuto modo di parlare scambiandosi gli auguri durante le feste), il fisco dice che adesso lui è un imprenditore agricolo potente, ricco! Visto che così dev’essere, almeno riuscire a fare qualcosa di nuovo per guadagnare qualcosa in più, perchè 7.000 euro comunque al giorno d’oggi sono una miseria e le spese sono sempre tante. Per fortuna che qua e là qualche contributo arriva per integrare, o meglio, per pagare i costi d’affitto dell’alpeggio, per pagarsi la mutua e la pensione, quelle cose lì.

Però il pastore ha sentito parlare di iniziative per valorizzare la carne dei suoi animali. Gli hanno accennato alla possibilità di far lavorare la carne di pecora e di capra, trasformandola in salumi. Glieli hanno anche fatti assaggiare. Lui già sapeva che la carne di pecora è buona, anzi, ben migliore dell’agnellino che troppa gente si ostina a comprare. Questi salumi sembrano una cosa interessante e allora gli sarebbe piaciuto provare. Tutto in regola, lui porta la pecora a macellare, la ritira e la consegna a chi gliela lavora e poi lui venderà i salumi, sottovuoto o stagionati, tutto a norma con permessi, nessuna necessità di avere un macello o una sala per la lavorazione carni. Giusto un cassone refrigerato per il trasporto.

Ma l’impiegata del Sindacato gli dice che… No. La carne non è un prodotto agricolo. E nemmeno il salume. Visto che comunque la sua resta una piccola azienda, con contabilità semplificata, visto che le spese che ha e che avrà non sono quelle di una grande azienda che acquista macchinari, terreni e può scaricare IVA, con quel regime fiscale la carne non la può vendere, è un prodotto commerciale. Lo potrebbe fare solo con una contabilità separata (cambiando di nuovo tutte le carte che stava firmando in quel momento), con costi aggiuntivi, obbligo di registratore di cassa, registri, apertura e chiusura della cassa giornaliera ecc ecc ecc. L’impiegata lo sommerge con un mare di parole, prospettando difficoltà che gli fanno pensare che il gioco non valga la candela.

Lui non pensava di mettersi a fare il salumiere, ma giusto far trasformare una pecora ogni tanto, per avere quell’entrata in più. Ovviamente non potrà farlo quand’è lontano isolato in alpeggio, non avrà tempo e modo di farlo durante la transumanza. Ma, da piccola azienda com’è, poteva essere uno sbocco. Di fronte a queste difficoltà aggiuntive, di fronte a nuovi ostacoli burocratici, carta in più da fare (e lui non ama la carta, che gli tocca seguire di notte, quand’è stanco, perchè tutto il giorno è impiegato dal pascolo, dalla cura del gregge), rischi di sbagliare o dimenticare qualcosa ed incorrere in sanzioni… Bhè, scuote la testa e pensa che allora sono sempre solo belle parole quelle che sente dire in giro, ma la realtà è differente. Quelli come lui, i piccoli che mantengono vivo il territorio, i custodi della biodiversità animale (e non solo), alla fine sono destinati a soccombere. Il loro prodotto di qualità viene inghiottito dalla massa senza riconoscimenti e tutti quei bei progetti di cui qualcuno si riempie la bocca davanti alle telecamere… ma poi, nella realtà?

Adesso a voi il compito di dirmi se davvero “è la legge”, come ha sentenziato l’impiegata, o se al nostro amico pastore hanno fatto uno scherzo di Carnevale e ci sia la possibilità di vendere un prodotto di carne trasformata come quei salumi, senza doversi impelagare in contabilità separata ecc ecc ecc.

Gli alpeggi visti “dall’altra parte”: un’intervista ad una proprietaria che vorrebbe ristrutturare, ma…

Poco meno di due settimane fa, nel corso di un seminario sull’abbandono/ritorno alla montagna, ho incontrato Raffaella, proprietaria di alpeggi in Valle Orco. Mi aveva già contattata qualche tempo prima per alcune informazioni relative alla proprietà degli alpeggi, a livello regionale. “Vorrei fare un’osservazione all’Assessore alla Montagna, riguardo ai destinatari dei nuovi contributi per gli alpeggi, che sono esclusivamente alpeggi di proprietà degli enti pubblici, come indicato a questo link. Ti sembra giusto che solo gli enti pubblici possano usufruire di questi fondi, e per di più al 90% a fondo perduto? Quando, e non credo di essere l’unico caso, ci sono alpeggi di proprietà privata dati in affitto da anni allo stesso all’allevatore per mantenere una continuità, senza fare ogni anno una gara per accaparrarsi l’allevatore che gli da’ il  maggior canone di affitto, come fanno gli enti pubblici, ma si accontentano di affitti che a malapena coprono le spese annue, come nel nostro caso di manutenzione e mantenimento teleferica. Non sarebbe più giusto che di questi 3,5 milioni destinati alla ristrutturazione delle strutture d’alpeggio (ricoveri per il margaro, locali di caseificazione) una parte venisse destinata anche ai proprietari privati che molte volte riescono, se ottengono un contributo a fondo perduto, ad attivarsi e fare i lavori in tempi più rapidi e senza spreco di denaro pubblico?“. Ho trovato l’argomento interessante e stimolante, quindi ho chiesto a Raffaella se era disponibile per un’intervista.

Pian Crest (foto R.Blessent)

Cosa vuol dire essere il proprietario “privato” di un alpeggio? Vuol dire spendere nel corso degli anni molte energie, sia in termini di lavoro sia in termini finanziari, per mantenere in piedi gli alpeggi, evitando il degrado e l’abbandono. Se poi come nel nostro caso, non si è allevatori e quindi si da’ in affitto la montagna e le baite, raramente si è beneficiari di politiche volte all’aiuto economico, perché queste sono dirette agli allevatori; anche quando si tratta di contributi per mettere a norma i locali di servizio, oppure installare pannelli fotovoltaici, i beneficiari sono gli allevatori, che nel caso siano anche i proprietari dell’alpeggio, possono accedervi e beneficiarne altrimenti risulta precluso.

Come l’hai gestito in questi anni? Il merito di aver evitato che le strutture degli alpeggi diventassero semplici ruderi va al mio papà e alla mia mamma, che con coraggio nel 1977, hanno costruito una teleferica, hanno ristrutturato le strutture esistenti, rifatto i tetti dove stavano crollando, rifatto in cemento i letamai, costruito nel primo alpeggio anche una cucina e stanza per il malgaro. Tutto questo è stato possibile grazie a un contributo che a quei tempi la Regione Piemonte aveva stanziato per gli alpeggi. Anche se l’alpeggio viene dato in affitto ad un allevatore, a noi rimane tutta l’attività di manutenzione ordinaria e straordinaria degli edifici e della teleferica, e la gestione della movimentazione della teleferica per fornire il servizio di trasporto al malgaro. 

Come avviene il rinnovo del contratto? Automaticamente, con l’interesse dell’allevatore a tornare in baita l’anno successivo; da parte nostra non abbiamo mai pensato di metterlo all’asta ogni anno o ogni due o tre anni richiedendo la maggiore offerta economica da parte di allevatori interessati, per noi viene prima il rapporto di fiducia e il mantenimento dei pascoli e dell’alpeggio.

Alpe Pian Crest (foto R.Blessent)

Qual è il tuo alpeggio? Chi lo utilizza? Da circa un secolo, a partire dal mio bisnonno, la mia famiglia è proprietaria di due alpeggi nella Valle di Ribordone, l’Alpe Pian Crest, a mt. 1860 s.l.m.  e l’Alpe Mandetta a mt. 2004, entrambi localizzati lungo il sentiero che sale al Monte Colombo, all’interno del Parco Nazionale del Gran Paradiso. Lo utilizza un malgaro che sale lì dal 1998, ossia da quindici anni, con una sessantina di mucche e una trentina di capre. Prima di lui e della moglie c’è stata una famiglia che è salita per venticinque anni di fila, fino alla pensione.

Com’è il rapporto con chi utilizza l’alpeggio? Il rapporto è buono, è fondato sulla fiducia, sul rispetto e sulla collaborazione.

Com’è la condizione generale degli alpeggi nella tua valle? Sono soprattutto pubblici o privati? Gli alpeggi sono quasi tutti privati, solo due sono di proprietà pubblica, di cui uno è costituito da una baita con la stalla per pochi animali e assenza di pascoli. In generale ci sono alcuni alpeggi, che sono stati ristrutturati, perché il proprietario li utilizza direttamente come allevatore, oppure ci sono altri casi, simili al nostro, dove il proprietario pur non essendo allevatore ha cercato con grande fatica di evitare il decadimento delle baite e l’abbandono dei pascoli. Tuttavia durante gli ultimi cinquant’anni c’è stato un forte abbandono degli alpeggi, anche perché nelle nostre valli sono pochi gli alpeggi serviti da piste; in alcuni casi di baite fatiscenti, succede che sono affittati i pascoli e l’allevatore manda su le mucche asciutte e le tiene all’aperto, prende ugualmente i contributi per la monticazione, ma non fa caseificazione in quota.

Secondo le tue conoscenze dirette, c’è richiesta di trovare alpeggi liberi? Credo di sì, anche se gli alpeggi ristrutturati liberi in questa zona sono difficili da trovare, si tende più a favorire la continuità nella gestione dell’alpeggio, a discapito del ricambio a tutti i costi solo per interesse!

Alpe Mandetta (foto R.Blessent)

Cosa necessiterebbe oggi all’alpeggio di tua proprietà? Ci sarebbe da ristrutturare e adeguare alle normative i locali di caseificazione, ci sarebbe da installare una centralina o fare un impianto fotovoltaico, avremmo necessità di ammodernare i servizi igienici, qualche posto letto in più, magari risistemando il fienile.

Perchè hai scritto una lettera alla Regione? Ritengo ingiusto che la Regione Piemonte preveda come beneficiari di due serie di contributi consistenti per gli alpeggi soltanto gli Enti pubblici, senza tenere conto che in questo modo le vallate che presentano quasi la totalità di alpeggi privati non avranno alcun beneficio per la continuazione e la ripresa della zootecnia alpina. Tanto più che proprio l’anno scorso nella Valle Orco e Soana era stato organizzato un convegno sul futuro degli alpeggi promosso da un consigliere regionale, con lo scopo di raccogliere dati sulle problematiche e sulle esigenze degli alpeggi piemontesi, ai fini della futura PAC, erano state esposte cinque tipologie di alpeggio, di queste solo una pubblica e non della nostra valle, per altro un alpeggio comunale ristrutturato con un esborso consistente di fondi pubblici, per la capienza di poche mucche, con pochi pascoli, e ovviamente l’asta  è due anni che va deserta.

Quale pensi possa essere il futuro degli alpeggi? Senza politiche montane favorevoli e senza contributi pubblici non vedo grandi possibilità di futuro!

Vallone di Ribordone da Pian Crest (foto R.Blessent)

Nella “tua” valle è diffuso il fenomeno delle speculazioni sugli alpeggi? No, che io sappia! Anzi al Convegno di venerdì 30 novembre alla Facoltà di Agraria, mi hanno particolarmente stupito e impressionato le cifre da “capogiro” che sono state menzionate per l’affitto di alpeggio, si è parlato di 37.000 € annui di canone, credo di aver capito soprattutto nel cuneese. Cifre raggiunte proprio per effetto della speculazione. Cifre a dir poco assurde. Quando da noi risulta improponibile anche solo un 10% di una cifra del genere. (A dire il vero le cifre citate sono state di 70.000 €/anno… ndA)

Per quali ragioni pensi che il bando regionale sia stato emanato solo per gli alpeggi pubblici? Per privilegiare alcune zone, dove è alta la percentuale di alpeggi pubblici e, per fornire un’altra fonte di entrata per gli Enti Pubblici, considerato infatti che per i Comuni, la percentuale di contributi a fondo perduto è del 90%, ristrutturare un alpeggio diventa un investimento redditizio, viste le cifre da capogiro dei canoni annui di alpeggi pubblici ristrutturati, serviti magari anche da strade! Tutto questo, permettimi di dirlo, a discapito degli allevatori e dei pastori che fanno seriamente questo lavoro e che faticano ad andare avanti in questo periodo di crisi. Non credo che così si aiuti la zootecnia alpina e l’agricoltura di montagna!

Alpe Mandetta (foto R.Blessent)

Questo lungo post vuole innanzitutto mostrare la realtà d’alpeggio vista anche dall’altra parte. Purtroppo devo però dire che molti proprietari privati d’alpeggio non sono così attenti e presenti come Raffaella, motivo per cui troviamo alpeggi abitati (privati) in condizioni ben peggiori di quelle in cui versano attualmente gli alpeggi di cui ci parla lei. Per concludere, se anche voi vi state ponendo la stessa sua domanda riguardo ai finanziamenti, rispondo come ho già risposto a lei. Secondo me il finanziamento è stato offerto solo al pubblico per evitare ulteriori speculazioni, nell’auspicio che il pubblico abbia maggiore interesse a mantenere la destinazione d’uso dell’alpe. Altrimenti poteva esserci il rischio che dei privati chiedessero finanziamenti per ristrutturare baite e trasformarle in abitazioni per vacanze o altro. Ma credo anche che a ciò si potesse ovviare ponendo dei vincoli (tipo quello dell’utilizzo da parte di un allevatore per xy anni), ma non me ne intendo di questi meccanismi, pertanto non mi resta che attendere, insieme a Raffaella, una risposta da parte dell’Assessore.