Paesaggi elvetici

Qualche giorno di vacanza in Svizzera e come sempre ci si riempie gli occhi di panorami. Non è solo che il territorio sia più bello: certo, sicuramente alcune zone hanno ambienti particolari, ma c’è una questione di cura e di corretto utilizzo da parte dell’uomo. Quello che magari ci sembra “paesaggio naturale”, in realtà presuppone qualche forma di gestione antropica.

Cercherò di farvi fare un “giro” con me, ovviamente concentrandoci su luoghi e panorami che hanno a che fare con il contenuto di questo blog. Anche in Svizzera ci sono stazioni sciistiche ad alto impatto paesaggistico o realtà visivamente poco gradevoli. Concentriamoci però su quello che cerca una buona fetta dei turisti che si recano da quelle parti. Si cerca proprio il paesaggio, la quiete, il relax, le passeggiate.

Va bene il castello, ma… non sarebbe la stessa cosa se tutt’intorno non venissero sfalciati i prati per fare fieno, con una cura che comprende anche i punti più ripidi, i margini del bosco, le piante isolate.

Poi magari gli allevamenti non sono più tutti tradizionali come un tempo, ma saranno anche altri animali a consumare quel fieno, non solo vacche, capre e pecore.

Nei giorni in cui siamo stati in Svizzera, il meteo ha giocato qualche scherzo: una nevicata abbastanza abbondante anche a quote relativamente basse. Questo è ciò che, al pomeriggio, restava nei prati di Livigno, dove non era ancora stato tagliato il fieno.

Il sole in giornata aveva sciolto un po’ di neve, ma alle quote maggiori ce n’era ancora abbastanza. Qui siamo di nuovo sul lato svizzero, dietro la Forcola di Livigno, con le pecore scese sull’asfalto per leccare il sale che era stato sparso per evitare la formazione di ghiaccio.

In Svizzera la montagna prima di tutto è di chi ci vive e ci lavora. Benvenuti tutti i turisti, ma devono aver rispetto del lavoro e degli animali. Si incontrano spesso questi cartelli, che segnalano agli escursionisti la presenza di vacche nutrici, di modo che tutti siano avvisati del potenziale “pericolo”. Dovrebbe essere scontato che un animale, di qualunque specie, difende il proprio piccolo, ma ormai queste cose non si sanno più…

Non ricordo di aver visto così tanti cavalli in Engadina in passato, anche se era ormai da qualche anno che non ci venivo. Allevamenti di tutte le dimensioni, pensioni per cavalli, cavalli al pascolo nei prati e sui pendii di montagna. Chissà, forse allevamenti bovini sono stati riconvertiti in questo modo? Altre rese economiche, meno lavoro, poi il cavallo pascola alla perfezione anche quello che altri erbivori scartano.

La quota è abbastanza elevata, ma gli animali sono comunque più a monte. Lì nella “pianura” si fa fieno, ma i prodotti dalla montagna scendono, così nel distributore automatico di latte si può acquistare latte d’alpeggio, formaggi, yoghurt. Latte a 1 € al litro (1,20 CHF), formaggio (della scorsa stagione) a 23 CHF al chilo.

Una volta passato St. Moritz, i suoi alberghi, i suoi negozi di lusso, si scende tra paesini abbastanza ben conservati, dove l’attività agricola e turistica viaggiano di pari passo: stanze in affitto ovunque, stalle e un gran via vai di persone che tagliano fieno, dato che le previsioni annunciano una breve tregua nel maltempo.

In alto la neve fatica a sciogliere, le temperature sono basse, l’aria gelida. Qua e là si sentono campanacci e si scorgono animali che cercano di pascolare quel poco di erba che esce tra la neve. Sono state sicuramente giornate dure.

Va molto meglio più in basso, dove gli animali sono tornati ad essere circondati dall’erba. Accanto alle razze tradizionali, sono in aumento gli Angus: meno bestie da latte e più animali da carne anche qui, a quanto sembra.

Il meteo spesso non consente di far asciugare completamente l’erba, che o viene portata nei seccatoi presso le cascine, o il fieno parzialmente secco viene fasciato con gli appositi teli. Oltre a quelli bianchi, se ne vedono qua e là di azzurri, rosa, verdi. Direi che nemmeno loro stonano nel paesaggio!

Nei paesi di montagna non è raro vedere anche qualche piccolo allevamento di capre. Non grossi numeri, cosa che peraltro vale un po’ per tutto. Non abbiamo mai visto greggi o mandrie immensi, segni di sovrapascolamento, ma tutto pare essere a misura d’uomo e di territorio.

E così, in questo bel panorama, dove ci sono sì gli scorci alpini, ma anche i paesini ben curati, boschi che si alternano a prati e pascoli, la gente viene, gira in auto, a piedi, in bici, in treno, trovando esattamente quel che si aspetta.

Altro passo, altre mandrie al pascolo di fianco alla strada. Qualcuno mi sa dire qualcosa sulla vacca nell’immagine? Ne ho viste alcune, a tre colori così, ma non so se si tratti di incroci casuali o di qualche particolarità.

Ed ecco la classica “mucca svizzera”, la bruna. Dopo un periodo in cui venivano totalmente decornate, oggi viene dato un contributo agli allevatori che scelgono di non bruciare le corna agli animali. Visivamente, a mio parere, sono molto più belli. Questa pratica viene effettuata per ridurre i rischi di incidenti tra animali e anche per l’allevatore quando gli animali sono lasciati liberi in stalla.

La neve pian piano scioglie e anche le pecore, alle quote più alte, trovano erba da brucare. Si tratta di greggi incustoditi, lasciati a pascolare in vaste porzioni di montagna completamente recintate.

Con il bel tempo procede a pieno ritmo la fienagione e ciò vale proprio per tutti… In un tardo pomeriggio di sole, tra le vie di un villaggio ben esposto a mezza quota, un carro carico attende di essere portato in cascina. Si impara giocando a far gli agricoltori di montagna, poi appena possibile di inizierà a dare concretamente una mano.

Ancora altri animali al pascolo: vitelli e manzette a quote maggiori, poi due becchi più in basso vicino ai villaggi: tra non molto verrà il momento di portarli dove ci sono le capre quando inizierà la stagione dei calori.

Ancora paesaggi agricoli: villaggi, prati, alberi da frutta, piccole aziende mescolate alle case.

Per non parlare poi dei pendii sfalciati punteggiati dalle casette scure, un tempo usate come fienili. Oggi penso che non abbiano più quello scopo, ma fortunatamente vengono ancora mantenute in perfetto stato, dando al panorama quel “tocco in più”.

Per finire, lasciatemi spendere ancora qualche parola sulla fienagione: guardate la pendenza di dove viene tagliato il fieno… Ovviamente vengono utilizzati macchinari appositi, come le falciatrici con le ruote munite di appositi denti e altri mezzi in grado di affrontare quelle pendenze. Poi… anche tanto olio di gomito… E così si costruisce e si mantiene questo paesaggio, questo territorio.

Altri panorami

Sono appena tornata dal Trentino, ma ho ancora immagini delle settimane scorse da mostrarvi, quando invece ero stata in Veneto.

A Vicenza per un convegno, il mattino dopo mi sono alzata con una splendida giornata di sole. Che fare? Dove andare? Rientrare immediatamente a casa significava sprecare un’opportunità. Così, cartina alla mano, decido che l’Altopiano di Asiago potrebbe essere una buona meta. C’ero stata molti anni fa. A dire il vero proprio ad Asiago erano iniziate tante cose. Avevo partecipato ad un convegno sulle transumanze. Era forse il 2004, credo… In quell’occasione avevo presentato i miei primi passi nel mondo dei pastori vaganti ed avevo incontrato i contatti giusti che mi hanno aiutato per la pubblicazione di “Dove vai pastore?”.

Questa volta però sono lì solo di passaggio. La stagione è un’altra e non ho impegni ufficiali. Posso guardarmi attorno, un rapido giro prima di mettermi sulla (lunga) strada del rientro. La segnaletica è perfetta, così scelgo un itinerario ad anello che, in poco più di un’ora, dovrebbe consentirmi di vedere un po’ del paesaggio rurale intorno ad Asiago. 

Parlare di Asiago significa storia, la guerra, ma significa anche allevamento, formaggio. Questo paesaggio c’è grazie alle attività agricole. Gli spazi sono ampi, l’altopiano tiene fede al suo nome, così i prati si estendono a perdita d’occhio, inframmezzati da villaggi, stradine come questa, alberi da frutta solitari. Più in alto, i fitti boschi di conifere. Sarebbe ora di far fieno, ma le condizioni meteo instabili hanno rallentato la fienagione anche da queste parti.

Ci sono anche animali al pascolo. Si vedono stalle qua e là, non so se alle quote maggiori ci siano delle malghe, immagino di sì. Nel mio breve giro ho visto queste Frisone, vacche che solitamente non siamo abituati a veder pascolare all’aperto, tanto più in “montagna”, ma qui il territorio è molto diverso da quello alpino.

Accanto ad una cascina, un altro recinto con altre vacche da latte di razze differenti, tutte ad alta produttività. Non mi sono fermata a comprare l’Asiago al caseificio, non è il genere di formaggio che cerco, preferisco quelli di alpeggio, quelli non “industrializzati”. Però il gelato che ho assaggiato in centro ad Asiago, con latte di azienda agricola locale, aveva un sapore davvero buono e genuino.

Decido di proseguire scendendo verso il Trentino. Come dicevo, il tempo era ancora molto instabile, così una serie di violenti temporali, inframmezzati anche da grandinate, abbassano drasticamente la temperatura. Mi fermo per lasciar passare la parte più intensa della precipitazione, poi la strada mi porta, dopo chilometri di foresta, al passo di Vézzena, tra ampi pascoli e malghe appena ai lati della strada asfaltata.

Nonostante il freddo, il vento e i tuoni in lontananza, c’è comunque un discreto via vai di turisti in visita alle malghe. Leggo che, oltre all’acquisto dei prodotti, qui è possibile svolgere alcune attività ricreative e consumare pranzi e merende. Stiamo parlando di realtà molto diverse dalla maggior parte degli alpeggi delle Alpi Occidentali. Sarebbe sicuramente bello poter visitare meglio questi posti, ma le ore di viaggio per rientrare sono tante e così abbandono l’aria frizzante per sprofondare nella calura della Pianura Padana…

…e i pastori sono davvero stufi…

Aria di fine estate, anzi, decisamente aria di autunno. La pianura è avvolta nelle brume, in valle si vede ancora il sole al mattino presto, ma poco per volta il cielo si copre.

C’è quel senso di pace in montagna, c’è una lentezza, una tranquillità che si respira solo a questa stagione. Il silenzio è interrotto da pochi suoni che arrivano come ovattati. Gli animali degli alpeggi sono  in stalla, quindi non si sentono nemmeno muggiti o campane. Le pecore attendono nel recinto, ancora ferme. Il grosso dei turisti ormai è passato, c’è solo qualche escursionista solitario che, come me, ama godersi questa montagna, più intima, più riservata.

I pascoli che sono già stati mangiati dalle vacche hanno subito le incursioni dei cinghiali. E’ un danno non indifferente, la qualità dell’erba si impoverisce di anno in anno per effetto della distruzione causata da questi animali. Qui ne fanno le spese “solo” i pascoli, altrove anche i prati da sfalciare e pure le coltivazioni.

Alle baite le vacche sono ancora in stalla, la mungitura è alla fine. Gli allevatori mi raccontano uno spiacevole episodio successo poco tempo prima, di cui già avevo saputo qualcosa. La vita quassù potrebbe sembrare idilliaca, ma… come vi ripeto spesso, le difficoltà sono tante. Il lavoro non manca, le giornate sono “piene” dal mattino alla sera tardi, spesso c’è qualche imprevisto, ogni tanto tocca scendere per questo o per quello. Uno desidererebbe solo poter fare il proprio lavoro in pace…

Un mio amico, durante una gita, trova una carcassa di una capra quasi totalmente consumata, ha anche la campana al collo, mi telefona e mi chiede il numero di telefono dei pastori. In montagna i cellulari non prendono bene, così alla fine manda un sms, i pastori lo leggeranno solo la sera, poi c’è il fine settimana di mezzo… Insomma, chi deve accertare la predazione arriverà parecchi giorni dopo la morte dell’animale (che, nel frattempo, è stato messo al sicuro in una vecchia baita). Le capre erano due e non erano rientrate la sera, il mattino dopo il mio amico trova questa carcassa. Certo, erano “incustodite”, ma chi vuole andare a provare a fare il pastore su certe montagne, in certe giornate di nebbia? O di pioggia? E poi, arrivi al recinto e ti accorgi che mancano due capre, che fai? Passi tutta la notte a cercarle? Se non le hai viste scendendo al recinto, vuol dire che sono andate altrove. Dove? A volte lo fai, a volte vai in giro con la pila e il cane, tendendo le orecchie ad un eventuale scampanellio, ma non è facile… La cosa che più infastidisce i pastori, in questo e in tanti altri casi che mi sono stati riferiti, di valle in valle, è che le loro parole vengano messe in dubbio.

Certo, non si può negare che ci sia stato qualcuno che ha tentato di fare il furbo, cercando di far certificare come uccisa dal lupo una bestia morta per altri motivi. Però… per uno stupido devono pagare sempre tutti gli onesti? E così si mette in dubbio che i pastori abbiano visto il lupo in pieno giorno, che abbiano tentato di metterlo in fuga gridando e tirando sassi, che l’abbiano visto rincorrere un capriolo. “Scrivono canidi… Non LUPO, canidi! Dicono che tanto ce le pagano lo stesso, ma io voglio che scrivano LUPO! Che si sappia come stanno le cose!“, mi diceva anche un margaro incontrato domenica alla fiera. Saliamo dal gregge, che ha pernottato in un ampio recinto. Il pastore spera che questo almeno serva anche a migliorare un po’ l’erba, che su questa montagna non è il massimo.

La frustrazione è tanta. C’è l’animale ucciso e quello mancante, che tra l’altro erano di un ragazzino della valle, affidate in guardia per l’estate. C’è la rabbia per non “contare niente”, per non potersi difendere, per essere trattati quasi come dei delinquenti, mentre si lavora onestamente dall’alba al tramonto e anche oltre. In tutte le parole che sento, che ho sentito in questi anni, la frustrazione è rivolta soprattutto alle persone che difendono ottusamente il lupo, più che non all’animale in quanto tale. In fondo davvero il lupo non ha colpe, lui è appunto un animale, segue le sue necessità, i suoi istinti. Sono le persone che dovrebbero capire non soltanto l’importanza del predatore per la biodiversità, ma anche l’importanza del pastore per quella stessa biodiversità! In questo gregge per esempio ci sono numerose pecore roaschine, razza in via di estinzione… E i pascoli? Non vi fossero più le pecore, in pochissimo tempo alberi e cespugli colonizzerebbero tutto, impoverendo la biodiversità vegetale (ed animale di conseguenza).

Anche le ultime pecore raggiungono il grosso del gregge, il pastore ha approfittato della mia presenza per chiedermi di controllare che arrivassero tutte. Sta anche scendendo la nebbia. Quando sei da solo, come fai? Ti arrangi… Perchè non puoi permetterti di assumere un aiutante, il lavoro rende a malapena per mantenere una persona. Anche qui il discorso è sempre lo stesso, si vorrebbe poter difendere il gregge direttamente. Riflettendo sulle rimostranze che continuo ad ascoltare, mi viene anche da chiedermi come mai, prima del lupo, c’era qualche singolo attacco da parte di cani (che generalmente avevano un padrone ed erano scappati o erano stati lasciati liberi di notte). Da quando invece il lupo ha fatto la sua ricomparsa, ci sarebbero tutti questi “canidi” randagi in giro per le montagne? E nessuno li vede, questo è il bello!

La nebbia si infittisce, ma è una cosa normale da queste parti. Magari il pastore lavora “poco” in termini di fatica fisica, in certi giorni, ma deve comunque esserci sempre. Nonostante la sua presenza, attacchi ne subisce comunque, anche in pieno giorno, anche con il sole. Recentemente vi sono stati attacchi anche a bovini in Val Chisone ed è stato tirato in ballo il numero di attacchi registrati, il numero di capi uccisi. Bisogna però sapere che certi allevatori, esasperati, non denunciano nemmeno più cosa accade. I motivi possono essere i più svariati, dalla frustrazione alle difficoltà che si incontrano. “Lo scorso anno ci aveva ucciso diverse pecore in un mese, ma hanno certificato solo quelle che il veterinario ha raggiunto, prendendo l’orecchino. Quelle che si vedevano morte giù nei burroni no, perchè nessuno si è osato andarle a prendere, era troppo pericoloso. Però non le avevamo buttate noi… Quelle non ce le hanno pagate, dato che non si sapeva che orecchino avevano!” è la testimonianza della moglie di un allevatore.

Ridiscendo a valle pensando per quanto tempo ancora bisognerà sentire le stesse storie. In Francia l’esasperazione dei pastori ha portato a numerose azioni eclatanti, dal sequestro dei presidente di un parco in Savoia a numerose azioni dimostrative, con l’esposizione delle carcasse degli animali predati, ecc. Ormai, nell’era di internet, è facile rimanere tutti in contatto e le notizie circolano immediatamente. Sulle pagine francesi quasi quotidianamente ci sono immagini di nuovi attacchi, ma mi sembra che lì non si parli mai di canidi, anzi, ci sono anche le foto dei lupi (questo in Svizzera)!

Meglio i diserbanti delle pecore!

Il pascolo vagante è un mestiere duro, chi segue questo blog dovrebbe ormai aver capito come si svolge. Però ogni tanto emergono delle novità, a complicare quello che è il normale andamento del lavoro. Voglio farvi leggere un documento ufficiale, cioè la risposta di un Comune alla domanda di un pastore che, nella richiesta di pascolo vagante, aveva inserito anche il transito in questo territorio.

Si richiedeva, per l’appunto, il solo transito del gregge. Ma il Comune di Poirino l’ha vietato, con le motivazioni che potete leggere anche voi. Vediamo un po’ di prenderle in considerazione una ad una, perchè alcune lasciano decisamente perplessi. Innanzitutto, la comunicazione è del 15 ottobre. Ricordiamo che, con la nuova normativa, i pastori sono obbligati a comunicare il loro piano di pascolo/spostamenti al momento della discesa dall’alpe. Si fa la domanda per i Comuni in cui avverrà il pascolo vagante ed è obbligatorio indicare anche le date. Sapete bene come sia impossibile prevedere esattamente dove, come, ma soprattutto quando si sposterà il gregge!!!

Il primo motivo per vietare anche solo il passaggio del gregge sono “le particolari condizioni climatiche che hanno reso il territorio particolarmente acquitrinoso“. Si è tardato ad arare e, pertanto, nelle stoppie è cresciuta erba. Bene, direte voi. C’è da mangiare per le pecore! E invece no… A parte il fatto che da ottobre a dicembre possono ancora essere successe tante cose… E’ vero, ha piovuto ancora, ma c’è chi è riuscito ad arare. Oppure il terreno può essere gelato. Ma la questione è un’altra: “…favorendo la crescita di erba spontanea che in molti casi viene diserbata prima di procedere all’aratura. Tale azione fa sì che i campi trattati con erbicidi non siano pascolabili, aumentando così la difficoltà nel governo di eventuali greggi percorrenti il territorio in un periodo assolutamente non idoneo al pascolo…

Invece di dire: “visto che da queste parti non mancano greggi e pastori, vediamo di favorire il pascolamento evitando così l’impiego di diserbanti chimici“, si consente il loro impiego e si vieta i passaggio delle greggi. Complimenti davvero!!! Ma poi tempo fa, quando avevo scritto in Provincia per denunciare il problema degli erbicidi lungo le strade percorse dai pastori, mi avevano risposto che erano innocui per il bestiame. I conti non mi tornano! Voi cosa ne pensate?

Ma ci sono anche altre motivazioni per vietare il pascolo vagante in quel di Poirino. Tra le colture di pregio del territorio, vengono inserite le asparagiaie, le serre… e i campi solari!! Non sapevo che i pannelli fotovoltaici fossero una coltura agricola! Ovvio che un gregge in una serra o in un’asparagiaia fa danni, così come in un orto. Ma come il pastore si “para” il prato dove non ha il permesso di pascolare, o il campo di cereali, avrà cura di evitare le serre. E i campi solari sono recintati. In questi ultimi poi il pascolamento sarebbe da favorire, come avviene negli Stati Uniti. Avevo letto un articolo dove appunto si diceva che, per la gestione di questi spazi, i piccoli ruminanti sono l’ideale, perchè brucano e non fanno danni, a differenza dei mezzi meccanici che possono far schizzare sui pannelli frammenti, pietre, ecc che causano danni alla loro superficie. Ma siamo in Italia…

E che dire della motivazione relativa alla viabilità? Poirino è un comune tra i più estesi della provincia ed è attraversato persino dall’autostrada. Cos’è, una barzelletta? Garantisco che i pastori temono le strade di grande traffico, se potessero non le attraverserebbero nemmeno. L’autostrada ha appositi cavalcavia anche per certe strade secondarie. Le altre strade possono essere attraversate, con un minimo di attenzione, poi c’è una fitta rete di vie di campagna su cui si spostano i mezzi agricoli che possono essere percorse anche dal gregge senza arrecare danno ad alcuno. E un gregge che attraversa la strada asfaltata la sporca come un trattore con le ruote infangate. Proprio a Poirino, un pastore in passato aveva chiesto in Comune l’assistenza della polizia municipale per un attraversamento di una strada principale e gli era stato risposto che, visto il divieto sul territorio comunale, gli sarebbe stata inflitta una multa di 500 euro. Mi spiegate allora che deve fare il gregge? Volare?

Se poi ci sono zone vietate al pascolo per motivi faunistici ed ambientali, lì il gregge non sosterà e proseguirà oltre. Sottolineo comunque che il permesso è stato negato a chi aveva fatto richiesta per solo transito e non per pascolamento. Mi viene comunque voglia di fare un ironico applauso ad un Comune che preferisce gli erbicidi ed i campi solari alle pecore. Poi parla di colture di pregio e di mantenimento della biodiversità. A me sembra un controsenso!

Poi comunque ci sarebbero, all’interno del Comune, contadini che aspettano i pastori per far loro pascolare i prati. Specialmente quest’anno, che le particolari condizioni climatiche citate anche dal Sindaco hanno favorito un’eccezionale crescita dell’erba. L’altro giorno ho sentito un anziano contadino affermare che, se gelasse il terreno, oltre ai prati sarebbe quasi da far pascolare velocemente anche il grano, perchè cresce troppo. Invece no, vietiamo l’ingresso alle pecore e diciamo ai contadini di trinciare l’erba con i trattori, sprecando foraggio e carburante. Bel modo di affrontare la crisi e pensare all’ambiente.

Una situazione “nuova” da risolvere in fretta

Da Ovest ad Est per presentare il mio libro, ma è anche un’occasione per vedere realtà per me “nuove” e trovarsi, alla fin fine, alle prese con “vecchi” problemi. Il caso ha voluto che, prima di partire per la Lessinia (VR), io mi trovassi a Torino a partecipare ad un Forum sul lupo dove, grazie alla presenza di esperti del calibro di Luigi Boitani, ho potuto avere risposta ad alcuni miei dubbi e curiosità. Non si può sapere tutto, io mi intendo di pastorizia e non di lupi, quindi è stata un’occasione per mettere a confronto direttamente le esperienze. Dopo la teoria… la pratica! In Lessinia i problemi con il lupo sono molto gravi e diversi da quello che siamo abituati a sentire normalmente nella realtà Piemontese.

Anche se sono stata invitata anche in occasione della prima mostra della Pecora Brogna, razza locale in via di estinzione (di cui vi parlerò domani), qui di pecore al pascolo in quota non ne ho viste. Sui Monti Lessini le malghe sono destinate ai bovini, le montagne vengono pascolate da mandrie. Purtroppo avevo poco tempo per girare, ma grazie all’ottima guida che mi accompagnava, ho potuto farmi un’idea di questa realtà. Un paesaggio diverso da quello a cui sono abituata, con rilievi a quota non molto elevata, una fascia di boschi sovrastata da altipiani erbosi. Il terreno è calcareo, quindi vi sono conformazioni particolari e pochissima acqua.

Le malghe sono per lo più private, divise tra Veneto e Trentino (ci si affaccia sulla Val d’Adige), servite da strade asfaltate e sterrate. Se è vero che gli animali allevati sono vacche da latte, la scoperta che questo latte non viene praticamente lavorato lassù è stata una sorpresa. Grazie alle vie di comunicazione ed alla breve distanza dal fondovalle e dalla pianura, il latte della Lessinia viene destinato alla produzione dei formaggi più disparati, non soltanto il famoso Monte Veronese DOP.

Qui a Malga Lessinia l’ho visto, annusato, assaggiato ed osservato nelle sue varie fasi, dal fresco di giornata allo stagionato. Ma questo è quasi un caso unico. Questa malga è alpeggio e rifugio, si fa accoglienza al turista, si vendono formaggi e si seguono gli animali. In altre realtà invece gli animali sono su al pascolo, gli allevatori salgono solo per la mungitura. Oppure resta su un anziano e i giovani lo raggiungono appunto per occuparsi della mungitura del mattino e della sera.

Non è la realtà d’alpeggio a cui sono abituata. Questa è Malga Lessinia, dove sono stata accolta con i famosi “gnocchi di malga” come piatto forte. Poi c’era “giusto qualcosetta” prima e dopo… Un ottimo pranzo un po’ calorico, dopo il quale avrei dovuto camminare facendo tutto il giro delle malghe per favorire la digestione!

Invece il tempo era poco, così ci siamo spostati soprattutto in auto, facendo delle tappe per vedere meglio questa realtà e parlare con gli allevatori. Ecco quella che, per me, è stata la principale sorpresa. Qui, in montagna, troviamo le razze da latte “più spinte”. Frisona, Pezzata Rossa, Brown Swiss, affiancate da poco altro, ma razze proprio “da montagna” io nel mio breve tour non ne ho viste. E forse qui sta uno dei vari aspetti del problema.

Tramite internet e i social network, da qualche tempo seguo e sono informata sui problemi che la Lessinia sta vivendo con il lupo. Però, prima di toccare con mano, non conoscevo questo territorio. Una volta sul posto ho potuto capire alcune cose. Gli allevatori sono esasperati, sulla porta delle malghe hanno affisso gli articoli di giornale dove si parla degli attacchi. C’è gente che è già scesa, ha portato in stalla i propri animali perchè la perdita di numerose vacche da latte rappresenta un danno non da poco.

Vacche ed asini. Qui hanno appeso quel che resta dello scheletro di uno dei dieci asini predati. Ecco la prima sorpresa: come mai gli asini? Chi mi sa rispondere? Perchè io ho sempre letto e sentito dire che l’asino può essere addirittura impiegato per difendere un gregge dalle predazioni del lupo, ma documentandomi meglio sto vedendo che sia si sono registrate anche altrove predazioni a loro danno, sia “non tutti gli asini sono adatti a proteggere le greggi“.

Qui è l’altro punto fondamentale. La maggior parte dei testi, degli studi, del materiale reperibile in bibliografia e on-line riguarda la predazione di lupo su “bestiame minuto”, ovini e caprini. Qua e là si verificano attacchi a bovini (specialmente – ma non solo – vitelli, vacche che partoriscono all’aperto, animali isolati con problemi fisici), oppure bovini muoiono in seguito agli attacchi perchè precipitano da burroni mentre cercano di sfuggire ai predatori. Come mai in Lessinia, invece di sporadici casi di attacco, abbiamo una vera e propria strage?

Se al primo settembre le predazioni del 2014 erano 36 (riconosciute ed accertate), sabato 13 settembre mi parlavano di 44, compreso un agnello trovato la mattina prima a poca distanza dalle case (le pecore non sono in alpeggio). Credo che, paradossalmente, se in Lessinia vi fossero greggi di pecore, il problema sarebbe molto più semplice da risolvere.

Le montagne sono “belle”, niente a che vedere con le realtà di certe vallate alpine. Qui un gregge è facile da sorvegliare per il pastore e per i cani da guardiania. Di notte gli animali si chiudono nel recinto e gli attacchi non dovrebbero essere frequenti e rilevanti come in un alpeggio per esempio del Piemonte, tra rocce, cespugli, nebbia, pendii ripidi. Ma qui le pecore sono poche, pochissime, stanno in basso e non salgono in alpeggio. Le capre addirittura stanno in stalla.

Queste vacche, per quel poco che mi intendo di bovini, sono “poco adatte” alla montagna. Non me ne vogliano gli allevatori della Lessinia, ma la Frisona non è una razza da alpeggio. Per quanto qui la montagna sia dolce e non con caratteristiche alpine, questi grossi animali, vere e proprie macchine da latte, faticano a spostarsi già solo per rientrare alla stalla per la mungitura. La loro non è una conformazione da pascolo in montagna. Figuriamoci cosa accade quando un branco di lupi le attacca. Immagino che siano completamente indifese e inadatte a qualsiasi tipo di fuga. Se già la Piemontese a volte è vittima del lupo, nonostante la sua indole più battagliera, figuriamoci questi animali!

Questa non è una cattedrale, ma una stalla. Colonne in marmo rosso di Verona, vi rendete conto? L’anziano malgaro si lamentava, la stalla sarà anche bella, ma non è pratica. Gli animali “non ci stanno”, sono troppo grossi. Certamente quando è stata edificata, le razze allevate erano differenti. C’è solo da augurarsi che questa stalla comunque non abbia da rimanere vuota. In questa azienda si sta riprendendo a caseificare in quota, ma l’evoluzione del problema lupo potrebbe avere serie ripercussioni sul suo futuro. Il fenomeno è generalizzato. Il bosco è in espansione, la superficie pascolabile si sta già riducendo, se gli allevatori non porteranno più su le mandrie, l’economia ed il paesaggio della Lessinia muteranno radicalmente.

Prima del lupo, ricomparso molto recentemente (nel 2012 la prima coppia stabile) in Lessinia, il principale problema da questa parte era l’acqua. Essendo un territorio con suolo calcareo, di acqua ce n’è poca, giusto queste pozze che fanno la loro comparsa qua e là nei pascoli e, fortunatamente, non arrivano mai ad asciugarsi completamente. Qui gli animali vanno ad abbeverarsi. Ma adesso la carenza di acqua sta davvero diventando un problema minore. Se non si trova in tempi molto rapidi una soluzione, qui l’allevamento è a rischio di scomparsa.

I lupi trovano riparo nei fitti boschi, poi salgono sui pascoli a cacciare. Qui vedete le vacche in attesa per la mungitura serale, ma fino a quando assisteremo a queste scene? Nell’incontro avvenuto a Torino, sono state dette tante cose sul lupo. Per esempio che il comportamento cambia da esemplare ad esemplare e da branco a branco. Il lupo è un animale “culturale”, apprende e trasmette ai cuccioli, ai membri del branco. I metodi di prevenzione degli attacchi variano da situazione a situazione, non è detto che ciò che funziona in Abruzzo sia efficace in Piemonte e così via. Ultima cosa, le razze di cani da guardiania attualmente impiegate sono state selezionate per la protezione del gregge, ma sui bovini non ci sono esperienze e non si sa ancora quale razza utilizzare. Mentre si studiano delle soluzioni, cosa devono fare gli allevatori?

E’ più importante proteggere assolutamente un predatore che attualmente non sembra più essere a rischio di estinzione, ma che sta ricolonizzando via via tutte le regioni, o garantire la sopravvivenza di un territorio, di un ecosistema che si regge anche sulla presenza dell’uomo e dell’allevamento? Ricordiamo sempre che la biodiversità delle aree pascolate… è legata appunto al pascolamento! Specie vegetali ed animali esistono perchè l’uomo interviene attraverso l’utilizzo del territorio con greggi e mandrie. Il lupo non è intoccabile, ma non può essere una singola regione a chiedere un intervento in sede europea, deve essere il Ministero dell’Ambiente. Visto che la procedura è lunga e visto che gli esperti sempre più frequentemente ammettono che sarà necessario iniziare a pensare a delle azioni di contenimento, non sarebbe ora di dare il via a questo iter?

Usare la montagna

Sembra di ripetere sempre gli stessi discorsi, ma in ogni valle ritrovi le medesime situazioni. Sarò solo io a chiedermi a che punto dobbiamo arrivare affinché cambi qualcosa? Quello che sta mutando è il clima (e anche lì è un po’ colpa nostra), con temporali che paiono uragani, due o tre ore di pioggia e le terre appena un po’ in pendenza franano, si spostano, colano… I torrenti straripano, trascinano, erodono.

In pianura si subiscono le alluvioni, ma la gran parte di queste nasce in montagna. La stagione d’alpeggio è in pieno svolgimento. Quest’anno non c’è per ora il problema della siccità, piuttosto sono le giornate di nebbia, di pioggia, il freddo, l’umidità, la pioggia e il fango a preoccupare. Addirittura pare che possa arrivare neve a quote relativamente basse nei prossimi giorni. Qua e là la grandine ha massacrato non solo la pianura con i frutteti, le coltivazioni, ma anche i pascoli in quota. Gli animali (e i loro sorveglianti) prendono sulla schiena quel che viene, ma il territorio a volte “si lascia andare” sotto la violenza delle precipitazioni. E’ vero che ultimamente ci troviamo spesso di fronte a fenomeni estremi, precipitazioni di violenza ed intensità inusuale, concentrate su di un territorio abbastanza circoscritto, ma è anche vero che la montagna non è più quella di una volta.

A me fa impressione incontrare mandrie immense, nuvole bianche composte da centinaia di bovini in un unico gruppo. Certo, ci sono “montagne” (cioè alpeggi) in grado di sostenere anche carichi elevati grazie alla morfologia del territorio e la ricchezza della vegetazione, però mi sembra che stiamo esagerando. Da un lato troviamo montagne abbandonate che si ricoprono di vegetazione arbustiva, baite che crollano, dall’altro montagne sfruttate eccessivamente.

Anni fa da queste parti avevo scattato immagini che testimoniavano quanto era stata brucata la vegetazione in un anno siccitoso. Terra bruciata, polvere, camminamenti degli animali. Quest’anno il pascolamento è stato ugualmente estremo e, alla polvere, si è sostituito il fango. Gli animali comunque insistono eccessivamente su questo terreno e, stagione dopo stagione, lo rovineranno.

Un buon pascolo, per mantenersi, deve essere utilizzato adeguatamente. A seconda della quota, un pascolo perde progressivamente le sue caratteristiche quando viene sfruttato erroneamente. Non è solo l’abbandono a far sì che via sia un’involuzione verso la perdita del pascolo (erbe cattive, cespugli, bosco), ma anche un eccesso di pascolamento/calpestamento rovina le praterie. Pascolamento per mantenere la biodiversità vegetale (e di conseguenza animale), ma come in tutte le cose… ci va il giusto mezzo!

Dove mancano le strade, la montagna spesso va all’abbandono. Vengono al massimo messe su bestie in asciutta, talvolta senza un sorvegliante. Dove bene o male si arriva con dei mezzi, è anche più facile che vengano risistemate le strutture. Non serve una reggia… Giusto un posto dove dormire, mangiare, accendere un fuoco per scaldarsi, far asciugare vestiti e scarponi, cucinare. Altro elemento essenziale, un bagno. Se nell’alpeggio si caseifica, allora occorrono i locali idonei. Un alpeggio ben sistemato è anche una buona immagine in generale, sia per la montagna, sia per chi vi lavora.

Vi ricordate quando cercavo scatti di abbeveratoi? Credo di aver raggiunto il nuovo record con questa sfilata di vasche (per fortuna realizzate appositamente e non vasche da bagno riciclate). E’ vero che l’importante è che gli animali si dissetino ed abbiano acqua pulita a volontà… Ma anche in questo caso l’occhio vuole la sua parte.

La montagna di oggi è diversa da quella di ieri. Qui un tempo si abitava tutto l’anno, ma poi iniziò l’abbandono. Siamo a Seytes, in Val Troncea. Il villaggio venne bruciato dai Tedeschi come rappresaglia contro i partigiani, ma da una ventina d’anni non era già più abitato. L’utilizzo era limitato alla stagione d’alpeggio.

Ecco un estratto dalla bacheca illustrativa che racconta la storia di questo luogo.

Da più di vent’anni ormai qui solo i pascoli vengono utilizzati dagli animali di un altro alpeggio limitrofo. Questa stalla, vera e propria opera d’arte, è vuota. Siamo partiti dalle alluvioni per arrivare all’architettura delle antiche borgate alpine, ma c’è un sottile collegamento. Perché quando qui si abitava tutto l’anno, ogni piccola cosa veniva sistemata. Il territorio era sfalciato, pascolato, coltivato. La legna veniva raccolta. Si facevano muretti, si tracciavano canali, i sentieri e le mulattiere erano percorsi quotidianamente. Forse queste piccole cose non bastano contro le “bombe d’acqua”, alluvioni ce n’erano anche nei tempi passati, ma questa montagna abbandonata di oggi assorbe sempre meno acqua, lascia che i torrenti trascinino giù il legname che via via si accumula, i muretti crollano e la terra frana.

E’ bella la montagna in un giorno di sole, ma l’uomo qui non deve solo essere turista. La bella montagna c’è quando l’uomo la vive, la cura. Oggi ho saputo di amici che hanno pagato un duro prezzo alla montagna, vuoi per la grandine, vuoi per frane e fango, ma sono soli a lottare con l’abbandono che li circonda. E’ facile riempirsi la bocca di “ritorno alla montagna”, ma poi ci si ricorda di quelle persone solo per chiedere tasse ed esigere il rispetto millimetrico di norme che ti soffocano lentamente. Non è possibile equiparare chi resiste lassù con le grandi aziende di pianura… Se si vuol far rivivere la montagna, bisogna studiare qualcosa di apposito! E smetterla di far sì che sia solo una terra di conquista per speculatori dell’edilizia, del turismo, ma anche dell’agricoltura di carta, giocata su ettari, numero di animali e contributi a pioggia.

La montagna silenziosa

C’è chi, per staccare la spina, va al mare e chi… cambia soltanto vallata. Eccomi così un giorno di cielo un po’ velato ed aria fresca in cammino su altre montagne. Attraverso pascoli che via via si tingono di verde mentre, più in alto, la neve arretra lasciando spazio ai primi timidi fiori.

Nonostante l’erba già verde e appetitosa, la montagna è ancora silenziosa. I pascoli sono ancora deserti, la quiete viene interrotta una volta sola dal fischio di una marmotta. Ho visto qualche vacca al pascolo solo nei prati di fondovalle, poi più niente. Salendo lungo l’asfalto, le frazioni parevano quasi villaggi fantasma. Finestre chiuse, rarissime auto parcheggiate ad indicare le case abitate. Nessun piccolo gregge, nessun filo tirato.

Su questi pascoli, tra i 1000 e i 1400 m, un gregge adesso ci potrebbe star quasi bene. Una prima pascolata all’erba, per ritardare la spigatura delle graminacee… Ma qui, per quanto ne so io, salgono ormai solo bovini e arriveranno più tardi, quando ci sarà erba a sufficienza per sfamarli. Manca qualche settimana alle transumanze, anche se, qua e là, qualcuno si sta già muovendo.

Silenziose anche le baite. Molte sono totalmente abbandonate, alcune sono state recuperate per essere utilizzate nei weekend estivi. Un paio potrebbero essere possibili sedi d’alpeggio, ma forse qui gli animali vengono portati e lasciati incustoditi, recintati con i fili e l’elettrificatore. Come doveva essere diversa la montagna, un tempo! Ci sono nuclei di case ovunque, alcuni quasi invisibili tra la vegetazione che, via via, sta dispiegando le sue foglie.

Lungo la mia strada incontro anche una lapide. Subito penso faccia riferimento alla guerra, ai partigiani, ma poi, tra i nomi, leggo la scritta “morti per neve”. La data è 13 gennaio 1776. Non so che storia racconti questa pietra, ma è una storia molto antica, anni in cui probabilmente qui si abitava anche d’inverno. Oggi invece i pascoli si chiudono, campi non ce ne sono più, non penso nemmeno che vi siano prati sfalciati.

Più si sale, più è chiaro come la stagione debba ancora iniziare. C’è tempo, l’estate sarà comunque lunga. Guardate però come i boschi risalgano e come siano poche le chiazze verdi di prati e pascoli! Mentre scendo, casualmente incontro un amico che mi parla di come solo vent’anni fa le cose fossero ancora diverse. “Il bosco sta avanzando e non vedi nemmeno più tanti animali selvatici. Qui era facile vedere anche 20 o 30 caprioli, adesso più niente. C’è un branco di lupi che si sposta sulla dorsale.” Io, su al colle, di caprioli ne ho visti due.

I prati ancora liberi da piante e cespugli sono punteggiati di narcisi. La fioritura è ovunque spettacolare, ma bisognerebbe essere consapevoli del fatto che solo in una montagna viva, curata dall’uomo, tutto questo è possibile. L’avanzata della natura, del bosco, cambierà faccia alla montagna. Molto di quello che ci piace vedere e che definiremmo “naturale”, in realtà non lo è, ma è frutto della sapiente gestione delle generazioni del passato.

Intorno al gregge

Un pastore, il suo gregge, i cani. Eppure la pastorizia non è solo questo. Su queste “pagine” ce lo siamo raccontati spesso, di come la pastorizia nomade sia una forma di gestione naturale del territorio. “Sostenibile”, com’è tanto di moda dire di questi tempi. Non c’è consumo energetico, le pecore brucano, la loro alimentazione è naturale, “tengono pulito” il territorio, specialmente nelle aree marginali. E poi c’è tutto un ecosistema che gira intorno al gregge.

Abbiamo parlato di pecore che mantengono la biodiversità vegetale, ma ci sono anche animali che seguono il gregge, in un certo senso. Quando le pecore al mattino sono ancora chiuse nel recinto, magari uno non se ne accorge, o almeno non subito. Il gregge attende di andare al pascoli, i pastori stanno tirando le reti per delimitare “il pezzo”, tra altri prati e campi di grano.

Appena le pecore vanno a brucare, sia nell’area del recinto, sia nei prati già pascolati, ecco nuvole di piccoli uccelli, soprattutto ballerine, poi qualche gazza e alcuni altri ancora. Cercano, nel terreno smosso e tra gli escrementi, qualcosa di cui nutrirsi. A questa stagione fa più freddo, altrimenti intorno agli animali ci sono anche numerose mosche e moscerini, tutto cibo per qualcuno.

L’altro giorno c’era pure un rapace, una femmina di gheppio, appollaiata su di un palo tra i prati. Credo che a lei interessassero i topolini, le cui gallerie abbastanza superficiali ogni tanto vengono messe in pericolo dal passaggio delle pecore. Spesso si vede uno dei cani corrergli dietro o annusare nei pressi delle loro tane. Il falco attendeva paziente che uno di questi roditori uscisse, disturbato dal gregge, per poterlo catturare.

Questo è ciò che accade in una normale giornata come tante, all’inizio dell’inverno, con temperature ancora poco rigide, erba verde che “nutre poco”, essendo cresciuta con le piogge autunnali. Gli animali fanno in fretta a pascolarla e bisogna spostarli ancora e ancora.

Giornate corte, in cui però si passa il tempo a tirare reti e ancora reti, toglierle e metterle. Si dice che arriverà il maltempo: se la pioggia sarà tanta, bisognerà forse andar via dalla pianura, spostarsi verso la collina, dove i terreni sono meno fangosi? Il Natale è un giorno come tutti gli altri, per i pastori, ma probabilmente quest’anno il maltempo lo renderà più complicato. Gli auguri? Ve li faccio dopo…

Un gregge di servizio

Oggi voglio parlarvi di una cosa nuova. Un progetto che coinvolge un parco naturale e le pecore. In Italia, non in Francia! Il progetto è questo e si chiama LIFE Xerograzing. Sul sito che vi ho indicato, trovate tante informazioni e dettagli, per chi volesse, c’è anche una pagina Facebook qui.

Adesso però passiamo ad analizzare la riunione tenutasi venerdì scorso 22 novembre a Bussoleno (TO), uno dei due comuni coinvolti direttamente nel progetto. Comuni, Università di Torino e Parco Alpi Cozie hanno presentato al pubblico il progetto nelle sue varie fasi progettuali e operative, dando poi spazio al pubblico per domande e suggerimenti. Ottenere l’approvazione di un progetto LIFE dall’Europa non è semplice, quindi c’era un certo orgoglio nell’avere avuto successo in questa sfida.

Il pubblico ascoltava attento, ma ancora prima della presentazione dettagliata serpeggiava un certo scetticismo e qualche malumore, alimentato anche da articoli usciti qua e là sui giornali e on-line, dove si polemizzava apertamente sulle cifre e sugli obiettivi, senza tentare di capire il significato e l’importanza di un progetto del genere. Innanzitutto, com’è stato ben spiegato, i progetti LIFE stanziano soldi per l’ambiente, quindi quel milione di euro non era comunque possibile girarlo per le industrie o per gli ospedali che chiudono. E poi, proprio oggi, con negli occhi le alluvioni che hanno flagellato alcune parti d’Italia… possibile che vediamo sempre e solo gli effetti, sordi a chi parla di prevenzione, di corretta pianificazione territoriale, ecc ecc? L’area interessata è anche spesso oggetto di incendi, quindi ripulire delle superfici abbandonate preverrà rischi di dissesto ed eviterà che si spendano soldi per dover estinguere l’ennesimo fuoco sulle montagne.

Il progetto potete leggerlo nel dettaglio sul sito, se siete interessati a conoscerne le singole parti, ma io qui cerco di farvi una rapida carrellata dei punti che maggiormente potrebbero interessare anche chi non vive da quelle parti, usando le slides dell’intervento di Giampiero Lombardi dell’Università di Torino. Siamo nella zona SIC delle Oasi Xerotermiche (qui la scheda), un’area abbastanza unica per le sue caratteristiche ambientali (e quindi per la flora, prima che per la fauna), che presenta ancora visibili segni di uso agricolo antico, ma che oggi è sempre più vittima dell’abbandono da parte dell’uomo.

Questo territorio è, tra gli appassionati, famoso per le fioriture delle orchidee selvatiche (oltre che per la presenza di numerose altre specie botaniche rare), messe a rischio dall’abbandono, perchè l’espansione della vegetazione arborea ed arbustiva riduce la biodiversità, andando ad invadere i prati e i pascoli nelle zone più impervie e gli antichi coltivi e terrazzamenti nelle aree più facilmente raggiungibili.

Già in passato qui c’era un utilizzazione da parte di greggi, con un pascolo di animali locali e, in determinate stagioni, il passaggio di greggi transumanti. Oggi anche quest’attività è scomparsa quasi del tutto. Il territorio ne sta risentendo ed è messa a rischio persino la sua stessa fruibilità, dato che anche i sentieri vengono invasi dai cespugli.

Per gli addetti ai lavori, questi sono concetti ben noti da tempo. Quante volte ve ne ho parlato anche sulle pagine di questo blog? Purtroppo mi è capitato anche di dover raccontare vicende in cui Parchi naturali accusavano le greggi di mettere a rischio la biodiversità vegetale (e animale)… Mi viene da sorridere se ripenso a quando proprio si citavano le orchidee come specie minacciate dal pascolamento. Certo, eravamo in altri territori (parchi fluviali), ma a me sembra che, se si mantiene pulita l’area di pascolo, ci sono e ci saranno sempre fioriture evidenti e varie.

Quindi? Quindi anche aree soggette a tutela (parchi, riserve, ecc) presentano determinati ambienti di pregio che non si mantengono senza intervento umano! Mi piacerebbe che questo concetto lo comprendessero anche tutti coloro che si definiscono “ambientalisti”, senza conoscere fino in fondo il significato della parola. Esistono sì le riserve naturali integrali, ma per tutto il resto del territorio, l’uomo gioca la sua parte, nel bene e nel male. Una corretta ed equilibrata presenza/utilizzazione da parte dell’uomo è FONDAMENTALE per preservare l’ambiente.

Veniamo allora al cuore del progetto, che durerà 5 anni. Come gestire quelle aree di pregio? Le colture agrarie ormai sono improponibili, bisognerebbe lavorare come 100-200 anni fa e non ci sarebbe alcun reddito (erano colture di sussistenza). Anche lo sfalcio sarebbe arduo, vista la quasi totale assenza di viabilità e le pendenze. Rimane quindi il metodo più naturale, il pascolamento degli ovini.

Così il progetto prevede di istituire un “gregge di servizio”, 150 pecore da affidare ad un pastore (ma che resteranno proprietà del parco), da utilizzare per il pascolamento delle aree individuate. Per ora si tratta di terreni di proprietà comunale, poi ci si auspica di coinvolgere anche i privati. Alcune aree verranno prima decespugliate, poi si realizzeranno recinzioni fisse per il contenimento degli animali, punti acqua e punti sale, sistemazione di sentieri, ecc ecc.

Il punto adesso è individuare il pastore, mentre si pensa a redigere il “piano di pascolo” da seguire. Vi sono terreni ad uso civico, quindi la precedenza ovviamente sarà data ad un allevatore locale. Verrà istituito un apposito bando per individuare il pastore che si occuperà della gestione, ovviamente impegnandosi a seguire le direttive dei ricercatori del progetto, al fine di poter monitorare gli effetti in campo. Cinque anni di progetto finanziato, ma il tutto dovrà essere portato avanti anche oltre, per almeno una trentina di anni, in un’ottica di continuità e reale gestione del territorio. Ci sono già state manifestazioni di interesse da parte di alcuni allevatori, ma tramite bando pubblico si sceglierà quello con le caratteristiche più idonee.

I costi del progetto hanno fatto discutere, ma a me le domande che sono venute in mente sono state di altro genere. 150 ovini sono un numero quasi da hobbista, tanto più che saranno di proprietà del Parco e l’allevatore potrà solo vendere gli agnelli. Avrà il pascolamento di quelle aree per quel certo periodo all’anno, ma dovrà mantenere i capi per tutti i restanti mesi. Quindi? Quindi ovviamente serve un’azienda già esistente sul territorio, con un numero di capi maggiore, attività integrative (es. mungitura e caseificazione). Ci sono realtà simili? Mi auguro di sì e mi auguro davvero che questa sia una buona opportunità da sfruttare anche per dare alla pastorizia il suo giusto riconoscimento. Non facciamo sempre solo polemiche, ma trasformiamo i nostri dubbi/perplessità in critiche costruttive. Ci saranno altre riunioni sul territorio, ma comunque possiamo far arrivare per via telematica i nostri suggerimenti e idee qui.

Le forme del latte

Sicuramente il sottotitolo della manifestazione Cheese è azzeccato, “le forme del latte”. E di forme se ne vedevano davvero di tutti i tipi e di tutti i colori! La maggior parte erano immediatamente riconoscibili come “formaggio”, ma ve n’erano alcune che necessitavano di un’osservazione più attenta per essere definite formaggio anche dal grande pubblico.

Che ne dite per esempio dei piemontesi (canavesani) Murtret? Paiono sassi di fiume… Ma questa non è che una delle tantissime tipologie di formaggi che si potevano vedere/gustare/acquistare a Cheese. Cerco di farvi fare una visita rapida a tutto attraverso un po’ di foto, ma questa non è che una selezione delle foto scattate, che a loro volta hanno colto solo una piccolissima parte di ciò che c’era.

Sono arrivata praticamente appena dopo l’orario di apertura, ma le vie e le piazze erano già affollate. Mi hanno detto che la domenica è stato un delirio e ringrazio il fatto che quest’anno ero invitata a parlare ad un convegno il lunedì, così ho evitato il sabato e la domenica. Ieri erano presenti anche tantissime scolaresche con bambini vocianti che si gettavano sugli assaggi mentre le maestre cercavano di non perderne nessuno nella folla.

A Cheese prevalgono gli espositori italiani, ma c’è c’è anche un po’ del resto del mondo. Inghilterra, Francia, Spagna, Svizzera, soprattutto, ma anche Irlanda, Portogallo, Olanda, Stati Uniti. Forse mi sbaglio io, ma in passato mi sembra ci fossero più nazioni rappresentate. Comunque alla fine uno si incanta a guardare ed assaggiare quello che c’è, così perdi un po’ l’orientamento e non saprei dire con precisione tutto ciò che ho visto.

Questi però me li ricordo bene e mi sembra proprio che l’espositore fosse già presente anche nelle passate edizioni. Se non sbaglio è francese, e quelli nelle cassette sono formaggi di capra. Anche se non ho assaggiato, ne sono certa per l’aroma penetrante che saturava l’aria tutt’intorno, anche se la struttura era aperta sui lati! Se qualcuno dei lettori li ha comprati ed ha osato mangiarli, ce lo faccia sapere! Io ammetto che non ne avrei il coraggio!!

L’Italia era ben rappresentata in tutte le sue regioni, con la vastissima quantità di latticini che il nostro paese è in grado di produrre. C’erano produttori, caseifici, affinatori, latterie, c’era un po’ di tutto, ma… impressione mia, o c’erano ben pochi piccoli produttori? Nelle passate edizioni ricordo di aver visto, per esempio, molti più piccoli produttori piemontesi, di cui non ho più trovato traccia. Alcuni so che non sono venuti per problemi logistici (l’impegno è tanto e ci sono lavori da fare in azienda), ma gli altri? Come mai?

Saranno i costi per lo stand ed il pernottamento fuori casa? Non lo so, magari qualcuno commenterà e ce lo dirà. Mancavano anche Presidi piemontesi come il Sarass del Fen (ricordo che, nella passata edizione, chi aveva mandato il suo prodotto tramite l’Associazione dei produttori, aveva venduto tutto fino ad esaurimento dei pezzi). Questa era la via dove pensavo di trovarli, quella dedicata alle montagne (allargata all’Europa, perchè solo gli Italiani evidentemente non erano abbastanza).

Il retro di questo tabellone però mi ha lasciata un po’ perplessa. Tutto bene, tutto giusto, tutto vero, ma… i lupi? Io non li avrei inseriti lì, perchè è anche grazie ai lupi che degli amici miei e di questo blog dal prossimo anno non produrranno più la loro apprezzata toma dei tre latti, visto che, esasperati dagli attacchi e dalla quantità di lavoro necessario per badare a tutti gli animali (se non c’era il lupo, le pecore in asciutta non necessitavano di sorveglianza costante…), stanno vendendo il loro gregge.

A volte è la forma del formaggio ad essere strana, a volte è ciò che c’è sopra. Però ho sentito da più parti voci degli addetti ai lavori e degli espositori che parlavano di un pubblico sempre più attento e competente. C’è ancora chi assaggia per riempirsi la pancia a sbafo, chi prima mette in bocca un erborinato e immediatamente dopo un formaggio fresco, ma i più assaggiano con moderazione e consapevolezza, informandosi e commentando.

Formaggio esaurito prima che Cheese sia terminata. Evidentemente o certi espositori avevano portato poco prodotto, o questo è davvero andato a ruba! Ma, d’altra parte, i veri piccoli produttori non possono competere con i caseifici. E’ giusto che sia così, che non ce ne sia per tutti, perchè si lavora per la qualità e non per la quantità! Ieri pomeriggio ho sentito un espositore che incitava il pubblico, ancora numeroso, ad acquistare gli ultimi pezzi, “…così non portiamo a casa nulla!“.

C’erano formaggi dalla lunga storia, come il vero Bitto, per il quale nella scorsa edizione era stato, se non sbaglio, ricostruito il caratteristico “capanno” (calècc) all’interno del quale viene realizzato, anche se le normative igienico-sanitarie oggi vorrebbero tutt’altra cosa.

Alla Casa della Biodiversità c’era anche una mostra fotografica dedicata al formaggio Oscypek, con bellissime immagini di pastorizia.

Per trovare produttori degli alpeggi piemontesi, bisognava andare soprattutto al fondo della manifestazione, in uno spazio meno affollato, davanti allo spazio istituzionale della Regione Piemonte. Qui c’erano i produttori dell’associazione Casare e Casari di azienda agricola, tra cui numerosi amici con cui mi sono fermata a chiacchierare a lungo.

Di fronte a loro c’erano anche degli animali a rappresentare alcune delle razze allevate in Piemonte. Capre vallesane, pecore frabosane-roaschine, vacca piemontese, barà… Bene far anche vedere al pubblico gli animali, senza i quali al formaggio non si arriva!

E così, se il pubblico assaggiava i formaggi, questa vacca assaggiava mano e braccio di una signora, evidentemente avvezza ad avere a che fare con gli animali, perchè gli altri intorno si ritraevano, un po’ spaventati, un po’ schifati.

Qua e là non mancava lo spunto per un sorriso, come questa maglietta esposta da quelli di Casa Lawrence di Picinisco (provincia di Frosinone), che mi avevano invitata quest’estate a partecipare ad un evento presso la loro struttura… Sarebbe bello girare l’Italia per conoscere le altre realtà di pastorizia e transumanza, ma come si fa?

Da un’altra regione d’Italia ci ricordano l’antico detto che recita “la bocca non è stracca finchè non sa di vacca”, invitando a concludere ogni pasto con un buon pezzo di formaggio. Mangiatelo quando volete, l’importante è che sia di qualità!

Concludo con l’iniziativa dell’arca del gusto, per segnalare e tentare di salvare i formaggi che stanno scomparendo. Ognuno può segnalare un formaggio che ritiene a rischio di estinzione e a cui tiene particolarmente per motivi legati alla propria storia personale, alla propria memoria.

Girando per Bra (per chi non c’è mai stato, la manifestazione coinvolge un po’ tutto il centro della cittadina), si incontrano numerosi negozi e vetrine a tema, però quella che mi ha colpito maggiormente è stata la Macelleria Scaglia, uno dei produttori della famosa salsiccia di Bra, che segnala come la carne utilizzata provenga da… mucche felici!