Un fenomeno preoccupante

Internet ha dato a tutti la possibilità di esprimere la propria opinione in modo globale. Mettere nero su bianco parole, pensieri, immagini, che restano lì, vengono letti, rilanciati, commentati. Può essere un bene, può essere un male. Bisognerebbe essere in grado di comprendere, bisognerebbe volersi documentare a fondo, ma spesso purtroppo non è così e si generano dei veri e propri mostri.

E’ da qualche giorno che mi chiedo se sia o meno opportuno scrivere questo post. Uso immagini dei miei animali, perché la persona di cui vi parlerò di problemi ne sta avendo già fin troppi. Una persona da me intervistata per il libro delle capre (se ricordo bene, mi aveva chiesto lei di inviarle il questionario per potermi raccontare la sua passione) ha avuto un’inattesa celebrità, seguita da risvolti tutt’altro che positivi. Dopo il mio post, è stata intervistata da un giornale locale, che ha narrato la sua bella storia: esempio ammirevole di giovane che, pur studiando, con sacrifici sceglie di rimanere nelle sue terre e mantenere vive le tradizioni grazie all’allevamento delle capre.

Il primo articolo era corretto, ben scritto. Poi però la “notizia” ha fatto strada e quella persona è stata intervistata da un giornale a tiratura più ampia, che invece ha dato un taglio diverso alla storia. Rileggendo l’articolo, mi sembra di cogliere un tono un po’ forzato da parte del giornalista, che enfatizza la figura della giovane “Heidi” a beneficio di un pubblico in cui vuole suscitare emozioni, più che non curiosità e voglia di conoscere. Sempre volutamente, viene posta la fatidica domanda sull’alimentazione: ci avviciniamo a Pasqua e si sa che, in questa stagione, è un argomento che “tira”.

Per di più l’intervistatore, nel suo pezzo, le mette in bocca delle parole che non sono mai state dette: “Sa che i capretti che nasceranno prima di Pasqua e saranno venduti, finiranno in pentola a rallegrare la festa di qualcuno. Lei stessa non è certo vegetariana ed è convinta che gli animali «sanno essere davvero cattivi pure loro e non in situazioni di pericolo. Anche tra loro ci sono i buoni e i fetenti. Però la vita qui regala cose che in città sono impensabili»“. Peccato che la frase sugli animali cattivi non sia sua, ma un commento di un’altra persona in una foto del suo profilo facebook. Se ci si rivolge ad un pubblico ampio, le cose vanno spiegate. Un tempo la gente sapeva che gli animali sanno essere “cattivi” (ma poi, cosa vuol dire? siamo NOI a stabilire i parametri di bontà e cattiveria, giustizia e ingiustizia): ormai non si conosce nemmeno il comportamento naturale del gatto domestico (avete mai visto un gatto giocare con una preda catturata? un topo o un uccellino??), figuriamoci la “cattiveria” di una capra contro un suo simile!

Ne parlavo ieri commentando la foto pubblicata da un amico: spiace tenere le capre legate in stalla, ma in certe situazioni è inevitabile. Anche la più affettuosa e coccolona (con me), può arrivare a ferire o ammazzare un suo simile in stalla. Il caso che commentavamo riguardava una capra che, saltando tutte le apposite protezioni, è andata nello spazio di un’altra capra: quest’ultima, per cercare di sfuggire all’assalto a suon di micidiali cornate della prima, si è rotta malamente una gamba. In un contesto come quello di un giornale letto da persone “non addette ai lavori”, o le cose si spiegano, o è meglio non dirle. Perché comunque l’argomento era già spinoso in partenza, avendo chiesto se era vegetariana. Non vedo il perché dell’aver posto la domanda. L’argomento, se lo si voleva affrontare, poteva essere fatto in un altro modo.

Se lo chiedessero a me, direi che Biscuit non potrà continuare la sua vita nel mio gregge. Quando scenderà dall’alpeggio, cercherò qualcuno che voglia acquistarlo come riproduttore. Se non troverò nessuno, verrà castrato e poi macellato. Non può rimanere nel gregge per questioni di consanguineità: si accoppiasse con le capre, vorrebbe dire sua madre, le sue sorelle, zie e cugine. I capretti che nascerebbero sarebbero più deboli, a rischio malformazioni, ecc ecc. E’ così, è l’allevamento, come è sempre stato da quando l’uomo ha smesso di essere un cacciatore-raccoglitore ed ha iniziato ad essere un agricoltore-allevatore.

Sappiamo bene come ci siano forme di allevamento più o meno rispettose delle necessità e del benessere degli animali. Se la nostra alimentazione comprende anche cibi di origine animale, standoci a cuore l’argomento, dovremmo cercare di acquistare solo quei prodotti (carne, latte, uova, trasformati) dei quali conosciamo l’origine e le modalità di allevamento. Se sono animali allevati al pascolo, animali che salgono in alpeggio, ecc., hanno condotto una vita conforme alle loro naturali necessità. Sicuramente più dell’agnello “salvato” e portato a spasso al guinzaglio con il cappottino per le vie di Trento!!

E qui veniamo al punto dolente… perchè l’agnello diventerà un montone, il dolce capretto tra le braccia dell’allevatrice diventerà un grosso becco… Ma certe cose ormai le sanno solo più quelli che hanno un contatto diretto con questi animali, li allevano con passione e con tutto il rispetto che si meritano, seguendo e rispettando le loro esigenze e la natura. Dispiace doversene separare, dispiace dover mandare al macello un capretto o una capra vecchia, ma è il normale ciclo delle cose quando si ha un allevamento. Altrimenti non si tengono animali. Inutile essere ipocriti. Siamo onnivori, non erbivori: per utilizzare certe sostanze, abbiamo bisogno dell’animale che le trasformi per noi. E’ sicuramente opportuno non eccedere nel consumo di carne e scegliere QUALE carne mangiare, possiamo anche farne a meno, optando per una dieta opportunamente bilanciata per non andare incontro a carenze e patologie. Ciascuno è libero di alimentarsi come meglio crede. Non ho problemi a confrontarmi e dialogare con un vegetariano o un vegano che, civilmente, mi spieghi le sue ragioni. Ma di qui a riversare un torrente di odio, fanatismo, assurdità raccapriccianti su una giovane appassionata che racconta la sua vita felice con le capre…

Perché è quello che è successo. Una persona sana di mente non credo possa pensare che io sia una potenziale assassina antropofaga se mi faccio fotografare mentre gioco con i miei capretti. Invece, in seguito all’articolo citato, sui social un’ondata inimmaginabile di odio si è riversata contro l’allevatrice. Minacce personali a lei, alla sua famiglia e al suo “allevamento”. Il mio invito è quello di non sottovalutare eccessivamente il fenomeno: i peggiori fanatismi inizialmente sono stati derisi, ma in seguito hanno portato a seri danni per l’umanità. Non sto esagerando: “Muori tu sgozzata. Amen”, “Un paese di 300 abitanti tutti consanguinei. Cosa vi aspettavate? Tutti ritardati depravati”, “abito anch’io in montagna in Alto Adige, come dappertutto anche in mezzo alla natura gli allevatori hanno il cuore chiuso e l’egoismo antropocentrico sviluppatissimo… gli animali sono come giocattoli per questa ragazzina superficiale come tante altre…”, “perché dare spazio ad una squilibrata che cerca visibilità?”, e via di seguito, centinaia e centinaia di commenti su toni ben più gravi di questi, dove arrivano a dire che lei sarebbe in grado di sgozzare il fidanzato dopo averlo abbracciato e altre amenità del genere. Che dire? Io sono senza parole. Profondamente preoccupata dall’esistenza di simili persone, veri fanatici pericolosi. Hanno scritto che andranno a “liberare quei poveri animali” (per farli andare dove? per farli sbranare dai lupi?? o preferirebbero metterne uno in ciascuno dei loro alloggi al terzo o quarto piano di un condominio???). Per fortuna che queste persone affermano che è l’alimentazione a base di carne a generare odio, cattiveria e violenza. Lo scollamento tra la realtà del mondo produttivo (agricoltura e allevamento) e i consumatori dei prodotti finali in molti casi è ormai un abisso apparentemente invalicabile. Storie che sarebbero da premiare vengono trattate un questo modo.

Cari giovani,giovanissimi, tutti che volete resistere in montagna allevando pecore, capre, razze in via di estinzione… figli, nipoti di allevatori, ma perché cercate visibilità in questo modo? Che foste squilibrati già lo si sapeva! Affrontate fatiche, sacrifici e spese, lavorate 365 giorni all’anno e nemmeno contate le ore di lavoro… ma andate tutti a fare un provino per un talent show, per un reality show!!!! …battute a parte… resistete… Chiudete la pagina su facebook dove vi si insulta e continuate a testa alta la vostra vita!!!

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Una precisazione

Ho ricevuto alcune segnalazioni da parte di lettori di queste pagine in merito ad una delle due storie che ho raccontato ieri. Mi sembra quindi corretto rimandarvi a questo articolo dove l’intera vicenda viene sviluppata riportando anche il punto di vista del Comune.

A voi quindi un’idea più completa sulla situazione. L’augurio è comunque quello che si possa trovare una soluzione, in un luogo dove gli animali possano essere al sicuro e l’allevatore possa svolgere la sua attività.

Si procede

Il libro sulle capre va avanti, sto scrivendo i testi, poi inserirò le interviste, quelle già fatte, quelle che mi state mandando via internet (grazie! se altri volessero aggiungersi chiedendomi il questionario, siete tutti benvenuti). Ne farò ancora qualcuna sul campo, non tantissime, ma… da qualcuno di voi arriverò ancora.

Si scrive e si rilegge anche quando sono al pascolo, fonte di ispirazione e distrazione nello stesso tempo! Intanto l’altro libro, “Storie di pascolo vagante”, continua il suo cammino. Voi l’avete già letto? Se siete in Liguria, zona Savona, volevo segnalarvi che questo venerdì, 11 novembre, ore 18:00, sarò appunto a Savona alla libreria Ubik di Corso Italia 116. Sabato 19 novembre invece sarò a Cuneo nell’ambito di Scrittorincittà, corso Dante 41 – Centro incontri della Provincia – sala rossa, ore 14:30.

Ancora una segnalazione: sabato su l’Avvenire, è uscita un’intervista che mi è stata fatta qualche settimana fa. Qui per leggere l’articolo on-line. Unica nota, i giornalisti esagerano sempre un po’, chi ha fatto i titoli mi presenta come una che “per anni ha condotto le greggi”. Capisco che “faccia più figo” presentarmi così, ma non voglio prendermi meriti che non ho. Per anni ho vissuto la vita e la realtà del pascolo vagante, ma non sono mai stata io ad occuparmi del gregge in prima persona.

Non vorrei parlarne, ma spero serva a qualcosa

L’altro giorno, parlando con un amico, anche lui concordava che, sulla questione lupo, avevamo già detto e scritto abbastanza. “Ormai si sa come la penso…“. Proprio così, abbiamo ripetuto all’infinito le nostre idee e adesso basta, perchè tanto con la maggior parte delle persone non si riesce ad instaurare un dialogo costruttivo, ma si finisce subito ad urla ed insulti senza voler analizzare il problema fino alle radici.

Oggi però ne parlo perchè, nonostante le mille parole, occorre farne ancora. Sapete qual è uno dei problemi? Pensare che il lupo non arrivi dappertutto. Mi fa male al cuore vedere immagini di bestie sbranate, continuano ad esserci predazioni nelle aree dove il lupo c’è da più di venti anni, nonostante la presenza dei pastori, l’utilizzo di cani da guardiania e di recinzioni notturne. Ovviamente ci sono dove il lupo sta pian piano arrivando e non si è ancora attrezzati a dovere. Non si può credere che… “da noi non penso che arrivi.Di valle in valle, arriva, arriverà, c’è già e non lo si vede fin quando poi succede qualcosa.

Io lo ripeto da anni agli amici che ancora hanno animali al pascolo incustoditi. Che “mettono su” le capre come una volta. Magari non succede niente, magari in autunno ci sono tutte, ma se invece si va a cercarle e non le si trova più? O se si trovano le carcasse? Lo so che per molti l’alternativa sarebbe non tenere più queste capre o queste pecore, perchè è impossibile per loro passare la stagione in alpeggio. Ma bisogna unire le greggi e avere un pastore che le sorveglia. Non sempre questo è fattibile. Ci sono costi aggiuntivi. Ed è questo che bisogna far sentire, è questo che devono prendere in considerazione quelli che hanno potere decisionale. I pastori, gli allevatori, non hanno bisogno di “essere adottati”, ma di qualcosa di più concreto.

E’ tutta l’estate che ricevo vedo passare sui social foto di animali predati, ascolto e leggo le storie di chi ha subito gli attacchi. Era giugno quando Barbara e Alessio mi scrivevano così: “Questa mattina mi sono recato a controllare le mie capre in alpeggio nel comune di Perloz (AO) come faccio tutti i giorni. Le capre si trovavano all’interno di un recinto elettrificato, ma al mio arrivo quello che ho trovato è stato solo il corpo di una capretta (nata quest’inverno a febbraio) dilaniato e divorato per metà (come si vede dalle foto). Le altre capre, per fortuna, son riuscite a scappare e le ho ritrovate dopo ore di ricerca a ben 4/5 km di distanza visibilmente spaventate. Tra le sopravvissute due capre risultano ferite dall’attacco: una capra ha letteralmente un “buco” in pancia mentre l’altra (una capretta nata anche lei a febbraio) ha subito delle morsicature a livello dell’arto posteriore sinistro. Dopo aver contattato il Corpo Forestale dello Stato, una guardia forestale è venuta a verificare l’accaduto e ha affermato che molto probabilmente si tratta di un attacco da parte di lupi…

Alessio mi aveva scritto, avevamo parlato di cani da guardiania, di quello che io ho imparato sul campo in questi anni o che ho sentito confrontandomi con tanti allevatori. Ho visto che, proprio alcuni giorni fa, ha pubblicato questa foto, quindi adesso le sue preziose capre, allevate con passione e anche vincitrici di premi in occasione delle Battaglie, hanno un guardiano in più. Tutti dovrebbero dotarsene, ma dovrebbe esserci una vera assistenza agli allevatori da parte di chi salvaguarda il lupo. Visto che continua l’opposizione a metodi di difesa attiva, che almeno vengano forniti a tutti gli allevatori che ne fanno richiesta, cani adeguati e reti idonee. O no? Poi ci saranno cani da guardiania ovunque in montagna e gli escursionisti si lamenteranno, ma siamo sempre lì… chi ha più ragione di lamentarsi? I pastori che lavorano e si trovano le bestie sbranate o quelli che vanno a fare le passeggiate la domenica?

In questi giorni invece è Alessia a scrivermi, disperata. Dei suoi amici che stavano facendo dei lavori in montagna, dall’elicottero hanno scattato questa foto sui pascoli dell’alta Val Sesia, dove c’è il gregge del suo fidanzato. Hanno poi avvistato una cinquantina di pecore, segno che il gregge era disperso e diviso.

Gli animali erano incustoditi. Quando Davide è salito, ha trovato il “solito” spettacolo a cui troppe volte tocca assistere. Non si tratta di un caso dubbio, direi proprio che la predazione è da attribuire al lupo per come l’animale è stato consumato: lo stomaco tirato fuori e intatto, tutta la parte centrale mangiata, le cosce quasi integre, ormai i predatori erano sazi.

Gli animali sono stati presi nel collo, uno dei segni che fa attribuire la predazione al lupo. Mi fa male vedere queste cose, e mi arrabbio. Mi arrabbio perchè anno dopo anno siamo sempre lì, a ripetere le stesse cose. Così mi scrive Alessia: “Le lasciamo da sole perché non abbiamo altre scelta, io lavoro e lui deve stare dietro le vacche e le capre con lo zio in un altra montagna. Fino adesso non avevamo avuto nessun problema, anche altri ragazzi che hanno le pecore qui le lasciano da sole, però dovremo cambiare sistema per forza.

Io lo capisco che è un problema e un costo non da poco cambiare sistema, so cosa vuol dire e sono preoccupata per i piccoli allevatori, quelli che davvero tengono viva la montagna. Questo gregge contava 143 capi (139 dopo l’attacco, tre morte – tutte e tre gravide – e una dispersa), una persona non si paga lo stipendio a badare a così pochi animali tutta l’estate. Bisognerà metterle insieme a quelle di qualcun altro, ci saranno comunque spese e non si potranno più pascolare gli alpeggi come prima, perchè dove passano 150 pecore magari non si riesce a passare con 3-400. Bisognerà portare in alta quota le reti e altre attrezzature (costo dell’elicottero), magari lassù non c’è nessun ricovero abitabile per un pastore…

L’altra cosa che mi fa arrabbiare è ascoltare Alessia che mi racconta cos’è successo quando ha interpellato le autorità preposte ai controlli. Lo potete leggere anche qui in questo articolo: “…chi avrebbe il compito di salire a vedere le pecore morte, ha trovato la scusa della strada troppo lunga per raggiungere il posto (…)“. Quindi nessuno è andato a fare il sopralluogo, nessuno ha certificato che fossero davvero lupi. I giorni passano, sulle carcasse si ciberanno corvi e altri animali… E poi, senza voci ufficiali a fare chiarezza, ci sarà chi dirà che sono cani randagi, chi affermerà che è una scusa dei pastori per prendere soldi e via discorrendo. Continuano a ripetere che i pastori devono imparare a convivere con il lupo, ma cosa fanno perchè si provi ad attuare una convivenza? E i pastori non vogliono l’elemosina, non vogliono la pietà di nessuno. Vogliono che venga riconosciuto il loro ruolo, il loro lavoro e… vorrebbero poter lavorare in pace. Faticando come fanno da sempre, ma adesso che ci sono i predatori, vorrebbero poter difendere il loro gregge. Non si chiede di sterminare i lupi, ma di potersi difendere quando si assiste all’attacco.

Quello che dico sempre, detto da altri

Solitamente non uso testi di altri per i miei post, a meno che si tratti di qualcosa scritto da qualche amico, inviato apposta per essere pubblicato qui. Quando c’è qualche articolo interessante, vi indico il link e vi suggerisco di leggerlo, ma questo ho preferito copiarlo e riproporvelo.

Il personaggio del giorno: l’agnello pasquale che toglie i peccati del mondo. (di Fiorenzo Caterini)

Io, di solito, non mangio carne di agnello.
Mangiare quel tenero batuffolo di ovatta, con quella vocina lieve da virgulto, che strazio.
Perché l’agnello è un cucciolo.
Tuttavia sono grato a chi lo mangia, l’agnello, per un paradosso che andrò a spiegare.
Naturalmente, il paradosso che andrò a spiegare, non vale per chi, per forza di cose, vuole inventarsi un mondo di buoni buoni e di cattivi cattivi, in modo da sentirsi sempre dalla parte dei buoni buoni. Costoro possono anche non leggere, non capiranno.
Dicevo dunque che sono grato a chi si mangia l’agnello a Pasqua, non solo per amore di questa terra, della mia terra che produce i migliori agnelli del mondo. Se mancasse la pastorizia, significherebbe la rovina economica dell’isola.
Sono grato a chi si mangia l’agnello non solo perché è un cibo genuino.
Sono grato a chi mangia l’agnello perché, grazie a lui, pur nella sue breve vita, l’agnello può campare felice qualche mese. Qualche mese di felicità in più per quel cucciolo.
Vi siete domandati cosa succederebbe se nessuno mangiasse più gli agnelli?
Non ve lo siete domandati, lo so. Altrimenti una riflessione un po’ più compiuta, oltre l’emotività del momento, ne sarebbe scaturita.
Partiamo dal presupposto che si sacrificano gli agnelli maschi. Poveri maschietti! Allora, se nessuno dovesse mangiare questi agnelli, essi si trasformerebbero in pochi anni in montoni. Ma un gregge di montoni non si è mai visto. Nessun pastore potrebbe mantenere un gregge con tanti montoni, perché entrerebbero in competizione per il cibo con le pecore e gli agnelli. In pratica, il gregge collasserebbe, e ne pagherebbero le conseguenze pecore e agnelli, gli anelli deboli, che morirebbero di fame. Le pecore non mangerebbero abbastanza erba per produrre il latte.
Ecco perché vengono sacrificati gli agnelli maschi, e sarebbe un ignobile spreco se venissero distrutti senza essere consumati.
Se nessuno dovesse mangiare gli agnelli, essi verrebbero dati ai cani, o abbandonati ai corvi, alle volpi e ai cinghiali che li mangerebbero vivi appena nati, senz’altro, perché l’allevatore non è in grado di mantenerli.
Solo nella prospettiva che ci sia qualcuno che consumi quella carne, all’allevatore è data la possibilità di mantenere vivi gli agnelli per quei mesi in cui vive libero e felice.
Migliaia di anni fa si costituì una particolare simbiosi a tre, tra l’uomo, il cane, e la pecora selvatica, simile al muflone. Il cane proteggeva il gregge dalle fiere carnivore, che per questo stava unito e compatto, e l’uomo procurava il cibo per tutti, in cambio del prelievo del latte e di un po’ di carne per il suo sostentamento. E’ un ciclo vitale che dura dal neolitico e che unisce, con la comunione della carne, queste tre specie animali, tanto da entrare dentro la mitologia simbolica della religione.
L’agnello toglie i peccati del mondo perché, con il suo sacrificio, tiene simbolicamente in piedi il ciclo vitale delle cose.
Ma l’uomo oggi, nel suo comodo divano, tra le pareti domestiche, davanti al tablet o al televisore, abituato a mangiare cibi in scatola che non devono, per cultura, avere forma e neppure il sapore di animali o piante, si è talmente allontanato dalla natura che, il meraviglioso ciclo naturale delle cose, non è più in grado di comprenderlo.
Se nessuno consumasse agnelli, dunque, essi non vivrebbero neppure quei pochi mesi che gli vengono dati, che sono uno scampolo di vita felice strappata ad un destino altrimenti ancora più crudele e ingiusto. Capire questo è la conseguenza di un semplice ragionamento logico, di una riflessione semplice ma compiuta. Ma come oggi si tende a spezzare il ciclo naturale delle cose, allo stesso modo si tende a non concludere le riflessioni, a lasciarle a metà. E’ un segno dei nostri tempi veloci e frenetici, dove il pensiero non è circolare ma si ferma a mezz’aria, incompiuto.

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Spero che, dette così bene anche da altri, queste cose arrivino alla gente. Purtroppo, come scrive anche Fiorenzo Caterini, chi si vuole inventare un mondo di buoni e cattivi, continuerà a non capire. Confido però che chi vuole informarsi, chi è ignorante perchè non sa, ma cerca di colmare questa sua lacuna leggendo, studiando, toccando con mano, venga aiutato da articoli chiari e illuminanti.

Foto e varie informazioni

Inizio con un paio di comunicazioni di servizio. Innanzitutto grazie a coloro che hanno già aderito alla campagna di crowfounding a sostegno del blog e a chi ha acquistato le magliette sul sito, entrambe le iniziative contribuiscono a mantenere in vita questa pagina. Le magliette sono in vendita fino al 31 marzo, quindi affrettatevi a scegliere modello, taglia e colore!

Segnalo poi un interessante articolo sul lupo scritto dai veterinari faunisti di AlpVet.

Adesso vi lascio a delle bellissime immagini di Leopoldo, sempre il gregge di Fabio Zwerger. Sembrano dei quadri, non è vero?

(tutte le immagini sono di L.Marcolongo)

Articoli, foto, video…

Mentre cerco di organizzarmi per andare avanti con le interviste per il libro sulle capre, eccovi un po’ di materiale che ho visto passare qua e là. Rimanendo sul tema delle donne allevatrici, due articoli: uno riguarda delle conoscenze dirette (Roberta & Roberta), l’altro ci porta in provincia di Treviso.

Anche un video, il trailer di un documentario etnografico su donne e allevamento in Val d’Aosta.

Poi gustiamoci una selezione di foto dell’amico Leopoldo. Maggio 2015, risalita verso la montagna del gregge di Fabio Zwerger al Lago del Corlo (Arsiè-BL). “Luoghi magici, fuori dai grandi percorsi turistici, dove le pecore transitano, come da sempre, convivendo con gli uomini senza problemi.

(tutte le immagini sono di L.Marcolongo)

La stagione della transumanza e della montagna sembra ancora così lontana… ma sta arrivando. Tra due mesi ci sarà già chi inizia ad incamminarsi verso le valli.

Come dare le notizie

Articoli a confronto… Il giornalismo dovrebbe essere un mestiere serio, ma ormai ci sono così tanti posti dove si cerca di fare informazione, specialmente on-line, che si incontra un po’ di tutto. Iniziamo da notizie locali.

(foto G.Agù)

12 febbraio 2016, breve articolo sulla versione on-line dell’Eco del Chisone:Una mandria di mucche a spasso tra le auto in corso Torino a Pinerolo. E’ successo questo pomeriggio in pieno centro: il traffico si è fermato per pochi minuti e gli automobilisti e i pedoni di passaggio si sono goduti lo spettacolo.” Ovviamente si trattava della mandria di manze della famiglia Agù che, terminata l’erba dei prati, rientrava nella cascina di San Pietro Val Lemina. Momento di lavoro e non “mucche a spasso”. Chi legge e non sa potrebbe pensare forse che gli allevatori, ogni tanto, portano a spasso i bovini, così come si fa con i cani.

(foto dpa – Berliner Kurier)

Cambiamo stato, andiamo in Germania. Pascolo vagante a Berlino. Non conosco il Tedesco, ma il traduttore di Google ci permette di comprendere il succo di questo articolo. “…il pastore Knut Kucznik camminava con il suo gregge gigante. Naturalmente, non per divertimento – Kucznik ha portato 600 animali da un pascolo in Ahrensfelde ad un prato a Berlino. Lungo la strada ha superato anchela zona residenziale di Marzahn – e raccolto sguardi increduli. Gli animali sono arrivati ​​sani e salvi a destinazione. Hanno dovuto attraversare anche la B158 e un terrapieno ferroviario.” Avete notato niente? Quel “naturalmente non per divertimento” (Natürlich nicht zum Spaß) che fa la differenza con l’articolo di Pinerolo.

Altra notizia che circola in rete e che viene ripetutamente condivisa. Lombardia, si rinnovano i contratti degli alpeggi in gestione all’ERSAF, ente regionale che gestisce numerose malghe. Niente di strano, in Piemonte ci sono soprattutto alpeggi comunali, per quello che concerne la proprietà pubblica, e vanno all’asta singolarmente. In Lombardia evidentemente vanno all’asta “in blocco”, si parla di 33 alpeggi, ma la notizia in certi siti viene ripresa e presentata un po’ come se si trattasse di una novità. In questo articolo già si parte con “…l’ERSAF concede 33 alpeggi collocati all’interno delle foreste della Lombardia…” (sì, è verò, l’ERSAF è l’Ente Regionale per i Servizi all’Agricoltura e alle Foreste, ma le malghe generalmente più che tra le foreste, sono tra i pascoli!). Poi si prosegue con questo tono: “Siete manager in carriera ma il vostro sogno è sempre stato quello di diventare bovari? Avete la passione per la campagna, le transumanze, la mungitura del latte? Occhi aperti allora, perché c’è un bando che fa al caso vostro.” Francamente io mi auguro che possano continuare ad essere utilizzati dai pastori e malgari che già li affittavano, per evitare che restino senza montagna per la stagione estiva. Poi ben venga ogni progetto di valorizzazione e stiano lontani i vari speculatori a caccia di ettari e contributi. Comunque, qui vi sono i bandi per le aste pubbliche delle malghe. Se siete manager in carriera e volete cambiare vita… prima andate a fare una stagione in alpe come aiutante, giusto per capire come stanno le cose, poi allora magari…

Se è naturale però fa paura…

Dal momento che parlo di allevamento e, oltre agli addetti ai lavori, a chi questo mestiere lo pratica, mi rivolgo anche a chi è semplicemente interessato o curioso, molte volte tocca spiegare e sono felice di farlo, se questo serve ad insegnare, a vincere l’ignoranza. Come ho già detto più volte, stiamo vivendo in un’epoca in cui ci si è staccati completamente dalla realtà della natura, specialmente per quanto riguarda gli animali che, dalla notte dei tempi, vivono accanto all’uomo. Sappiamo tutto del leone e della gazzella di Thompson grazie ai documentari, ma c’è chi umanizza cani e gatti, chi vorrebbe cancellare tutto quello che è allevamento.

Mi è venuto da sorridere amaramente leggendo questo articolo. Da una parte assistiamo a polemiche, manifestazioni di sedicenti animalisti (amare gli animali è un’altra cosa!) contro le Battaglie delle reines, dove questi incontri di appassionati vengono bollati come inutili crudeltà, dall’altra… Quando dei turisti assistono per caso al più naturale dei fenomeni… si spaventano e sollevano un polverone ridicolo.

Già, perchè le battaglie tra queste vacche, di razza valdostana pezzata nera e castana, sono assolutamente spontanee ed avvengono costantemente anche sui pascoli, oltre che nelle apposite arene, dove l’unica differenza è che l’uomo sceglie l’abbinamento delle “contendenti” e, oltretutto, interviene quando c’è il rischio che si possano far male davvero. “Mentre camminavano libere e apparentemente senza guida, hanno improvvisato una bataille, sei mucche di un alpeggio situato vicino al sentiero dell’Alta via n.1 (…) poteva essere una scena bucolica d’interesse turistico, anche se forse un po’ violenta; se non fosse che il combattimento si è svolto proprio lungo un tratto del tracciato, fra turisti ed escursionisti spaventati. “Poteva finir male – commenta un escursionista – le bovine hanno incrociato le corna e vicino a loro c’erano bambini e persone con poca dimestichezza della ‘vita agricola’, che non sapevano cosa fare. Devo ammettere che finora non mi era mai capitato di assistere a un combat lungo un sentiero turistico. Probabilmente quelle mucche sono sfuggite al controllo dei guardiani. (…) Il sindaco dovrebbe prestare maggiore attenzione alle problematiche del comprensorio – lamentano alcuni residenti – che è principalmente agricolo-montano e molto esteso, e necessita quindi di una presenza costante”.

Non è molto surreale, ridicolo? In tutta la Val d’Aosta e non solo le battaglie attirano appassionati e turisti nel corso di quasi tutto l’anno (qui il calendario), ma c’è anche chi le critica come se fossero delle corride, fa raccolte di firme, con motivazioni come queste “(…) Si tratta di “feste” (feste solo per gli spettatori) che prevedono non solo l’impiego e lo sfruttamento di animali, ma anche la lotta cruenta tra gli stessi. Considerato che: – anche (se non soprattutto) gli animali non umani sono esseri senzienti in grado di provare dolore, sofferenza e paura – le feste folkloristiche relative alle tradizioni possono essere modificate impiegando ed esaltando le abilità dell’uomo senza avvalersi di animali non umani – l’Italia è un paese considerato civile, e tali manifestazioni è giusto che non siano presenti in una nazione considerata evoluta da un punto di vista etico, morale e sociale – gli spettacoli svolti con l’ausilio di animali sono altamente diseducativi per i bambini, in quanto non rispettano il naturale comportamento dell’animale costringendolo in esercizi, atteggiamenti e reazioni non consoni alla sua natura e alla sua origine etologica (…)” (da una pagina facebook dove si invita a denunciare e fermare le batailles).

Eccoci domenica al Piccolo San Bernardo, le vacche danno il via al rituale che precede lo scontro. L’uomo è a distanza e aspetta… Quando gli animali vorranno battere, lo faranno (succede anche che rifiutino lo scontro), ed è tutto assolutamente naturale. Altrimenti come ci spieghiamo che i turisti di cui sopra denunciassero il fatto che mancava l’uomo a sorvegliare i bovini ed impedire che il combat avvenisse?? Qui c’è qualcosa che non mi quadra, da una parte o dall’altra. Voi cosa ne dite? Il commento più istintivo che mi viene è una risata! Turisti, informatevi sul territorio che andate a visitare! Come sapete comportarvi in città, tra cemento e asfalto, imparate le regole anche di dove scegliete di trascorrere le vacanze. Su chi si oppone alle battaglie, all’allevamento ecc ecc non sto più nemmeno a sprecare il fiato. Le loro parole si commentano da sole!

Nella speranza che cambi qualcosa, ma…

Non ho proprio più voglia di dover sempre parlare delle stesse cose, però mi hanno per l’ennesima volta tirata in ballo e allora riflettiamo ancora una volta sul “problema lupo” & C. Tra le altre cose sono stata stimolata ieri dall’incontro con alcuni allevatori francesi, poi successivamente da una chiacchierata con un amico pastore “nostrano”. Da una parte, è interessante toccare con mano altre realtà, nel senso che qui ci sembra che appena oltre il confine tutto funzioni meglio che non in Italia, mentre a sentir parlare loro, i problemi sono esattamente i medesimi, in tutte le varie sfumature.

Era da qualche tempo che tenevo da parte il numero 88 di Alpidoc, dove tra l’altro compariva anche una mia breve riflessione estratta da questo blog. C’erano però anche due riquadri, con le impressioni di chi la montagna la vede sotto un altro punto di vista. Qui leggiamo l’esperienza di un escursionista incappato in un maremmano a guardia di una mandria di vacche. Che dire? Con le pecore solitamente, oltre ai cani da guardiania, c’è anche il pastore. Con i bovini no. Sono adatti questi cani a sorvegliare i bovini? Ho sentito alcune esperienze positive a riguardo, ma sicuramente “c’è da lavorare” per gli esperti e per gli allevatori. Ma servirebbe sicuramente un servizio di assistenza tecnica efficace e capillare per seguire l’inserimento ed il funzionamento dei cani da guardiania. Lo so che è un costo, ma se si vuole il lupo… occorre fare di tutto per tutelare gli allevatori, prima di tutto!

Sempre nello stesso articolo, mi ha indignata e non poco la riflessione (ahimè anonima) di questo gestore di rifugio. Che ci siano stati incidenti è appurato. Responsabilità di singoli cani e di singoli allevatori che li gestiscono male? Probabile. Poi molte volte ho osservato comunque un comportamento fortemente scorretto da parte dei turisti. Ma arrivare a parlare di cani che formano branchi e si inselvatichiscono secondo me è assurdo ed esagerato. Inoltre contribuisce a creare panico, per non parlare di quando si dice che questi cani non vengono nutriti. Io potrei raccontarvi un episodio in cui, in cima ad una montagna, un cane di un escursionista ha rubato da uno zaino del cibo. E non era un cane non nutrito…

Al gestore di rifugio (sapessi chi è!) vorrei raccontare un episodio che ho vissuto in prima persona. Salivo verso il Rifugio Garelli in Valle Pesio, sono stata superata da uno sportivo che si allenava di corsa. Non avevo incontrato i famigerati cani da guardiania, il gregge aveva abbandonato il vallone, ma poco dopo, quasi in vista del rifugio, vedo il ragazzo che torna indietro. Mi dice che non può raggiungere il rifugio, e quindi scendere dall’altro sentiero, perchè ci sono due cani che non lo lasciano passare. Lo accompagno e scopriamo che sono semplicemente i cani del gestore. E’ vero, abbaiavano… Io, che non ho paura, li ho chiamati fischiando e mi sono venuti incontro scodinzolando. Poco dopo è uscito il gestore ed ha rassicurato il ragazzo, che comunque continuava ad essere teso e preoccupato. Non erano cani dei pastori, eppure questo rifugio stava per perdere un cliente…

Di cani da guardiania ormai ce ne sono tantissimi. Ogni gregge ha i suoi fedeli accompagnatori che, estate ed inverno, lo seguono al pascolo e negli spostamenti. In questi dieci e più anni che ho trascorso tra i pastori, solo una volta ho avuto dei problemi con un cane da guardiania, un soggetto con problemi comportamentali che infatti non è più stato possibile impiegare in alpeggio. In questi ultimi tempi ho anche fatto visita a diversi greggi con il mio cane e, con un corretto avvicinamento, non è successo nulla.

Alcuni amici mi hanno segnalato con un certo fastidio questa iniziava che si inserisce nel progetto Wolfalps. Anche loro hanno cani da guardiania, ma non sono stati coinvolti. Mi dicono che non è la mancata convocazione ad infastidirli, ma il metodo. Perchè dividere i pastori tra “buoni e cattivi”? Non sarebbe meglio far sì che tutti ricevano dei cani adatti? Se poi pensiamo che certe greggi grosse hanno 7-8 cani a difesa degli animali, dare le crocchette a 150 equivale a ben poca cosa. Mi potrete dire che “è meglio di niente”, ma secondo me sarebbe stato meglio trovare cani ben addestrati da sostituire quelli in cui si sono verificate situazioni problematiche.

Sempre parlando di cani, ritengo sia indispensabile fare una corretta informazione a riguardo, ribattendo puntualmente a personaggi tipo il gestore di rifugio di cui sopra e iniziando a formare anche il turista. Vi rimando a questo post pubblicato qualche tempo fa, in cui potete anche vedere l’ottimo video realizzato in Svizzera. Non sono cani aggressivi “a priori”. Ovviamente fanno il loro lavoro di difesa, per cui sono stati educati da generazioni. Altrimenti… vedete quanto sono docili e affettuosi?

Per quello che riguarda i pastori, poco per volta anche qui, dove si era persa l’abitudine ad impiegare cani da guardiania, tutti se ne stanno dotando, anche se c’è chi compie degli errori nella loro educazione e gestione. Ribadisco pertanto l’esigenza di assistenza in tal senso. Leggendo commenti su facebook ad attacchi accaduti in varie parti d’Italia, c’è sempre qualcuno dal Centro-Sud che commenta: “Avete dei cani che non valgono nulla, altrimenti non avreste problemi.” Mi spiace vedere questi comportamenti di superiorità tra colleghi, sarebbe preferibile una migliore collaborazione. Suggerimenti e consigli, invece che critiche e infiniti sproloqui sulle caratteristiche della razza, diatribe su “maremmano” e “abruzzese”. Io cercherei di capire meglio il problema, secondo me molto legato alle caratteristiche del territorio (Alpi e Appennini sono diversi), alla composizione del gregge. Poi ogni caso andrebbe analizzato in tutte le sue componenti, non è solo una questione di cani!

E cosa dirà chi incontrerà altre razze di cani da guardiania, di taglia ancora maggiore? A prescindere dalla razza, turisti o non turisti, non si può pretendere che i pastori non li abbiano a protezione dei loro animali. L’ho già detto e scritto più volte: così come il pastore deve accettare il lupo (con tutti i relativi disagi, costi e danni), così i turisti devono accettare i cani, che in fondo sono un problema risolvibile ben più facilmente, con la giusta educazione e formazione di ambo le parti.

Permettetemi ancora un paio di riflessioni, maturate in tutti questi anni. Il “lupo” è un fenomeno complesso, dalle mille sfaccettature. Un danno grave per alcuni, un business per altri. Un fattore politico, addirittura. Una risorsa, un’occasione mancata. A chi mi chiede che soluzione propongo io, con l’esperienza che mi sono fatta, posso dirvi questo. Da una parte hanno sbagliato i pastori, dovevano puntare di più i piedi, essere più saggi e lungimiranti. Nel mondo in cui viviamo purtroppo contano di più quelli che parlano di animali e di ambiente dalle scrivanie d’ufficio, piuttosto che chi l’ambiente lo vive 365 giorni all’anno. Dobbiamo tenerci il lupo? E allora fate in modo che possiamo vivere meglio laddove ci tocca restare per sorvegliare il nostro gregge. Le baite, pretendiamo le baite! E’ stato fatto qualcosa in tal senso? No. Un po’ di reti, qualche cane, qualche sacco di crocchette…

E’ più facile, è più semplice e, soprattutto, è meglio far sì che i pastori siano divisi al loro interno, farli passare per ignoranti, “cattivi” sterminatori di lupi. Oltre quindi ai sostegni concreti per la pastorizia (in Francia si riceve un tanto a capo, in modo che l’allevatore possa stipendiare un aiuto pastore, tanto per dire), io ritengo che, allo stato attuale, dato il numero di attacchi e di avvistamenti, bisogna consentire ai pastori di difendere attivamente il proprio gregge. Difficilmente questo porterà alla morte di molti lupi, ma avrà due utili conseguenze. Diminuirà l’impiego di altri metodi (tipo il veleno, pericoloso per tutti gli animali) e contribuirà a far sì che un animale intelligente come il lupo capisca dov’è meglio andare a mangiare. Se non ti brucia la coda quando predi un capriolo, ma senti fischiare la pallottola quando attacchi una pecora, la lezione la impari.