Cosa ne pensate delle piste?

Il post di oggi nasce sotto lo stimolo delle riflessioni di alcuni amici che, casualmente e senza conoscersi tra di loro, mi hanno scritto chiedendomi sia il mio punto di vista sia, più ampiamente, quello delle persone che, come loro, seguono questo blog (allevatori, appassionati di montagna, curiosi). L’argomento è quello delle piste agro-silvo-pastorali, in particolare quelle che raggiungono gli alpeggi. Forse ne ho già parlato in passato, ma riprendo volentieri la questione e vi sottoporrò anche un sondaggio.

(Val di Susa)

Avendo io frequentato la montagna sotto diversi aspetti (come semplice turista/escursionista/ciclista, ma avendo anche vissuto la vita d’alpeggio), proverò a dirvi cosa ne penso. In linea di massima sono favorevole alle piste che raggiungono gli alpeggi. Però… c’è una serie di considerazioni da fare, perché il discorso non può essere semplicemente liquidato con un sì o un no.

(Val Pellice)

(Val Pellice)

Prima di continuare con il mio punto di vista, vi inviterei a leggere, sul blog dei Camoscibianchi, la posizione di Werner Bätzing, un’analisi approfondita sulla situazione nelle Valli di Lanzo. “Per una gestione moderna e durevole delle Valli di Lanzo è necessario e irrinunciabile che frazioni, alpeggi e boschi siano raggiungibili con autoveicoli e piste, ma ciò non significa che, per questo motivo, ogni nuova pista agrosilvopastorale debba per forza essere costruita.” Condivido questo punto di vista, perché è inutile realizzare opere faraoniche, spesso anche mal fatte, laddove non ve ne sia la necessità o dove queste piste servono solo per “depredare” il territorio, senza portare alcun beneficio.

(Bassa Engadina)

(Bassa Engadina)

Non è detto che la pista debba per forza deturpare l’ambiente. Ovviamente, nel momento della sua realizzazione questa sarà una “ferita” nel paesaggio, ma occorre distinguere tra lavori ben fatti e scempi che permangono anche a distanza di anni. Il lavoro deve prevedere non soltanto la tracciatura del percorso, ma anche la manutenzione e la rinaturalizzazione del territorio circostante, con apposite opere.

(Madonna di Campiglio)

(Madonna di Campiglio)

Inutile tracciare delle “autostrade”: una pista che sale ad un alpeggio non sarà una strada trafficata. Anzi, a mio parere queste opere devono essere chiuse ai non aventi diritto (come peraltro già accade nella maggior parte dei casi). La pista serve a chi deve recarsi in alpeggio per lavoro, per portare o andare a prendere materiali, ecc. Verrà utilizzata anche dagli escursionisti a piedi e da chi pratica la mountain-bike. Nella documento che vi ho indicato prima, si parla della perdita/distruzione degli antichi percorsi preesistenti nel momento in cui vengono realizzate le piste.

(Val Pellice)

(Val Pellice)

E’ vero, questo talvolta accade, anche perchè è inevitabile intersecare sentieri e mulattiere, però altre volte le antiche e le nuove vie hanno esigenze diverse di raggio e di pendenza, quindi si possono mantenere anche gli antichi percorsi. Sta poi al pubblico degli escursionisti scegliere quale seguire. Mi è già successo di vedere che, nel momento in cui c’è la pista, il sentiero viene quasi totalmente abbandonato, anche qualora sia stato mantenuto intatto.

(Engadina)

(Engadina)

Le piste “si vedono da lontano”. E’ vero, anche se ben fatte, specialmente nel primi anni, il loro tracciato può essere individuato anche a distanza. Lo ripeto, bisogna farle bene, senza che siano degli squarci nella montagna. Poi anche una strada asfaltata può divenire parte del paesaggio alpino. Non mi dite che non siete mai saliti in auto ad uno dei tanti passi alpini che ci permettono di passare in Francia, o non sognate guardando in TV i tornanti su cui si inerpicano i ciclisti durante il Giro d’Italia o il Tour de France.

(Val d'Aosta)

(Val d’Aosta)

Certo, potreste anche dire che quelle strade ormai ci sono e non occorre aprirne altre. Che i valloni “incontaminati” devono restare tali. Vero? Falso? Pensate all’ambiente o pensate a voi stessi quando fate un’affermazione di questo tipo? Salite sempre a piedi in montagna, o dove c’è una strada percorribile la utilizzate per avvicinarvi il più possibile alla partenza per la vostra meta?

(Valli di Lanzo)

(Valli di Lanzo)

Riporto ora la testimonianza di una delle persone che mi hanno stimolato queste riflessioni. Così scrive Gianni: “Avendo io vissuto l’infanzia in una frazione di montagna dove portavo gli zoccoli, per andare all’asilo ed a scuola mi facevo più di mezz’ora di mulattiera ripida, per lavarmi la faccia dovevo andare a prendere l’acqua alla fontana con i secchielli agganciati sul bastone a spalla, con la gerla portavo legna, erba, fieno e letame, sapevo mungere la mucca e le pecore ed ero molto in difficoltà con i miei compagni che giù in paese già andavano tranquillamente in bicicletta, mentre io sempre a piedi e quando finalmente dopo tante traversie anche alla mia frazione è giunta una pista, la nostra vita è decisamente cambiata in meglio. La pista era stata fatta bene e con i dovuti criteri poiché se non era così i montanari (cervello fino) non avrebbero mai accettato lavori improvvisati.
Trovo pertanto poco democratico il no assoluto ed intransigente contro le iniziative di miglioramento, avanzato da chi vorrebbe quelle zone destinate solo ed esclusivamente alla contemplazione ambientale, quale sfogo saltuario di evasione dalla città.

(Val Pellice)

(Val Pellice)

Sì alle piste fatte bene, piste fatte seguendo criteri ben precisi, piste utili, piste realizzate e utilizzate con buon senso. Potreste anche obiettare che le priorità sono altre, che vi sono migliaia di persone che abitano in luoghi dove la viabilità è danneggiata, strade a rischio di frane, strade crivellate dalle buche, che vengono percorse quotidianamente, mentre una pista per un alpeggio serve al massimo un paio di famiglie per pochi mesi all’anno. E’ vero, ma secondo me entrambe le cose sono necessarie, una non deve annullare l’altra. Prima di chiedervi il vostro punto di vista con un sondaggio, voglio ancora farvi riflettere su alcuni aspetti della vita d’alpeggio.

(Val Pellice)

(Val Pellice)

Non possiamo pretendere che nelle “terre alte”, molto alte in questo caso, si debba per forza continuare a vivere come uno o due secoli fa. Il mondo è cambiato, chi siamo noi per decidere che qualcuno invece debba rimanere indietro perché a noi non piacciono le piste? E poi comunque sono cambiate anche le esigenze e le modalità lavorative anche di chi pratica questo antico mestiere.

(Val Pellice)

(Val Pellice)

Non si può più scendere con il mulo, le tome e il burro nelle gerle come un tempo, l’asl avrebbe qualcosa da ridire in proposito! Asini e muli si usano ancora dove la strada non c’è per il giorno della transumanza, ma capirete anche voi che non possono sostituire completamente il bagagliaio di un fuoristrada. Poi oggigiorno anche il margaro o il pastore in alpeggio devono poter scendere in giornata, vuoi per motivi burocratici, vuoi per altre incombenze che cento anni fa non esistevano.

(Val Pellice)

(Val Pellice)

Può essere pittoresca una scena del genere, ma i diretti interessati ne farebbero anche a meno, se possibile. Pensate poi se quella transumanza avesse dovuto aver luogo in un giorno di maltempo! Le cose da portare in alpeggio e da riportare a valle a fine stagione sono molte, legate al mestiere e alla vita quotidiana dell’allevatore e della sua famiglia.

(Val Chiusella)

(Val Chiusella)

Già, la famiglia… Un tempo si saliva ad inizio stagione e si scendeva in autunno, uomini e bestie, tutti insieme. Oggi ci sono allevatori con mogli che fanno un altro mestiere e che raggiungono i mariti solo nel fine settimana. Salgono portando viveri freschi, vestiti puliti, le auto stipate di tutto quel che serve. Se non si può fare diversamente, ci si adatta e ci si sacrifica, ma ben venga la possibilità di fare una vita un leggermente migliore. Se si hanno dei figli giovani, magari hanno anche voglia di scendere una sera e incontrare gli amici, una volta terminati i lavori. Non pensiate che chi fa l’allevatore sia solo un sognatore filosofo votato alla solitudine, che tragga soddisfazioni sufficienti dallo stare con gli animali e dagli splendidi scenari che l’alpeggio offre!

(Val Chiusella)

(Val Chiusella)

Le piste servono a portare le attrezzature di cui non si può fare a meno: fili, picchetti e batterie, reti per le pecore, sale, cibo per i cani. Una volta come si faceva? Una volta c’erano meno animali, più gente e si lavorava diversamente. Provate a pensare che, al posto del filo e dei picchetti, c’erano anche bambini piccoli che andavano da soli al pascolo degli animali con un tozzo di pane duro in tasca o una fetta di polenta da far durare fino a sera.

(Val d'Aosta)

(Val d’Aosta)

Ci saranno alpeggi dove probabilmente mai verrà costruita una strada: perchè utilizzati per poche settimane all’anno, perchè lassù non si munge e caseifica, perchè tanto non c’è una famiglia, ma solo un operaio che sorveglia gli animali. Certi alpeggi verranno abbandonati, perchè non c’è la strada. E’ già successo: nei valloni più impervi, alle quote maggiori, vi sarà capitato di vedere alpeggi crollati e pascoli non più utilizzati.

(Valle Stura)

(Valle Stura)

Oppure, mancando una pista, quelle montagne verranno caricate con animali in asciutta, manze, vacche con vitelli lasciati incustoditi o soggetti a sorveglianza saltuaria da parte dell’allevatore o di un suo incaricato. Certamente, se viene realizzata una pista di servizio per l’alpeggio e se questo è comunale, il Comune può mettere nei regolamenti clausole ben precise, per esempio riguardo la manutenzione dei pascoli, il loro utilizzo, l’attività di caseificazione e così via. Insomma, richiedere che la montagna venga gestita opportunamente, sia una risorsa di cui può beneficiare anche il turista.

(Val d'Aosta)

(Val d’Aosta)

Ci saranno irriducibili che continueranno ad alpeggiare anche laddove non ci sono le strade, specialmente con greggi, come si è sempre fatto. Non che loro non abbiano esigenze, ma si sacrificheranno. Magari c’è anche qualche allevatore che preferisce così, quindi in quel caso il problema non si pone  e saranno tutti contenti, gli ambientalisti, i turisti, i pastori. Ma quanti ne conosciamo, di questi casi?

Ecco infine il sondaggio, potete dare risposte multiple. E’ solo un modo per capire come la pensate, poi ovviamente potete commentare sotto l’articolo per esprimere in maniera più approfondita le vostre opinioni.

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  1. Cara Marzia, il sondaggio è impostato male perché, come tu ben saprai, ci sono sentieri storici che costituiscono un vero e proprio patrimonio escursionistico che non dovrebbe essere distrutto con i PSR della Regione Piemonte (v. Legge regionale n. 12 del 18 febbraio 2010 sull’escursionismo http://arianna.consiglioregionale.piemonte.it/ariaint/TESTO?LAYOUT=PRESENTAZIONE&TIPODOC=LEGGI&LEGGE=12&LEGGEANNO=2010).

    Personalmente ritengo che una delle risposte del sondaggio dovrebbe essere:

    “Sono favorevole ma non a spese dei sentieri storici” come già succede da più di 30 anni in Svizzera.
    Dovresti sapere molto bene che esistono delle mulattiere, quelle appunto citate da Bätzing e Klaider nel post https://camoscibianchi.wordpress.com/2017/02/08/piste-la-posizione-di-batzing-e-kleider/ , che sono delle vere e proprie opere d’arte della viabilità degli antichi montanari. Distruggerle, per dar da vivere ad un paio di pastori (come proposto da Groscavallo per il Vallone di Sea), vuol dire indebolire pesantemente le occasioni di sviluppo del turismo escursionistico ecocompatibile che vanta milioni di praticanti, solo per rimanere in Europa.

    Destinare milioni di euro (con denaro pubblico) ad opere sovente inutili (il costo delle piste va dai 50/100 mila euro al km) non è un atteggiamento economico condivisibile (rapporto costi/benefici molto sbilanciato sui costi).

    Nessun privato investirebbe 500 mila euro per una strada per un alpeggio.

    Tu li metteresti di tasca tua? Se sì, in quanti anni penseresti di rientrare del tuo investimento? 2, 5, 10 anni? Quanto?

    La verità che non si vuole dire è che, per quanto utile alla biodiversità, la vita d’alpeggio è un’attività carissima da sostenere con gli standard di vita oggi richiesti, allo stesso modo come lo è la vita di tutti i giorni (vita da occidentali).

    Alla luce del fatto che le montagne italiane non sono di certo più brutte di quelle della Svizzera, suggerirei a tutti di leggere come da quelle parti vengono tutelati i sentieri, essendo quest’ultimi un pilastro dell’offerta turistica di base (turismo sostenibile): https://camoscibianchi.wordpress.com/2013/03/11/basi-economiche-dei-sentieri-escursionistici/

    Per chi invece vuole approfondire come vengono spesi i soldi dei contribuenti europei (con i conseguenti i danni apportati alla rete sentieristica), qui il link https://camoscibianchi.wordpress.com/tag/piste-agro-silvo-pastorali/ (in alto nel blog gli articoli più recenti).

    • nessun cittadino metterebbe “di tasca sua” i soldi per le opere pubbliche.
      tutte le opere realizzate in montagna, per i montanari e non per i turisti, sono carissime e non verranno ripagate (economicamente) nel tempo. però allora cosa facciamo? decretiamo che la montagna debba essere abbandonata??
      se hai letto gli altri miei post, specialmente quelli con le interviste agli allevatori di capre che sto realizzando in questi ultimi mesi, si parla proprio di come, con le attuali normative e necessità, sia necessario anche per un privato fare degli investimenti che richiederanno moltissimi anni anche solo per rientrare delle spese fatte. un economista da tavolino magari direbbe che è assurdo e quindi non va fatto. per fortuna che invece c’è chi lo fa…
      se un comune investe soldi pubblici per realizzare una pista che raggiunga degli alpeggi, potrebbe poi avere la tentazione di rientrare dei soldi spesi mettendoli all’asta senza vincoli, così che si verifichino quelle spiacevoli situazioni in cui le montagne finiscono nelle mani degli speculatori, che guardano solo il bonifico e non la biodiversità dei pascoli.
      quindi non bisogna dire NO a priori alle piste, ma chiedere che vengano fatte come si deve, nel rispetto dell’ambiente, dei vecchi percorsi per quanto è possibile, per motivi geomorfologici ovviamente non si può scavare ovunque, delle strutture presenti (vecchi ponti, baite ecc ecc), pretendere gli interventi di ingegneria naturalistica per favorire il ripristino della vegetazione circostante e infine… pretendere che l’alpeggio si affittato a chi si impegna veramente a tenerlo vivo (esistono formule di contratto in cui si prevede parte dell’affitto in soldi, parte in opere di miglioramento a carico dell’affittuario).
      citi la svizzera… proprio in svizzera la gran parte degli alpeggi ha meravigliose piste che li collegano al fondovalle, baite ristrutturate alla perfezione e buon afflusso di turisti, che spesso salgono proprio perchè c’è l’alpeggio, gli animali al pascolo, i prodotti da acquistare

  2. Manca un’opzione: sono un montanaro e sono contrario all’apertura di altre piste.
    Visto anche quanti km di piste sono state fatte (con soldi pubblici) e sono inutilizzate perché mal costruite o in molti casi anche inutili. Ho in mente motivazioni tipo “interventi di riqualificazione forestale” poi mai fatti e assolutamente non necessari.

  3. Il problema è che nelle Valli di Lanzo le piste costruite sono vere e proprie cattedrali nel deserto. Ricordiamoci che la montagna è una sola, e comunque è l’uomo che deve adattarsi alla montagna e non viceversa. Un posto magnifico, non deturpato dalle piste, vivrà per sempre e sarà frequentato e apprezzato da tantissime persone, oggi più che mai, visto l’alta adesione alla nostra “battaglia”, quella del Comitato. E sarà economicamente vantaggioso anche per l’economia montana. Una valle deturpata è una valle senza futuro. Trovo inoltre egoistico il fatto per il quale se vivo in montagna, la comunità deve concedermi piste e contributi per gli animali a tutto andare. Per magari servire una o due famiglie..e tutti gli altri? Questo è assistenzialismo da Cassa del Mezzogiorno. Allora tutti i disoccupati cittadini dovrebbero pretendere che gli si costruisca una fabbrica tutta per loro. Il discorso è analogo per gli impianti da sci, se non nevica è ingiusto consumare acqua per l’innevamento artificiale con la solita scusa che la montagna muore. Esiste una cosa che in pianura vale molto bene ovvero “il rischio d’impresa”.
    Una montagna non deturpata è una montagna vincente nel futuro. Le foto del dossier del Comitato parlano chiaro.

    • nessuno parla di deturpare la montagna, anzi!!! si parla di realizzare piste fatte come si deve. è possibile, nella tanto citata Svizzera lo fanno. poi forse non si è capito che non sto alludendo a nessun caso nello specifico, nessuna valle, nessuna regione. il mio è un discorso generale.
      accostare l’attività dell’alpeggio alle piste da sci lo trovo un po’ assurdo…
      una o due famiglie, certo, ma il pascolamento della montagna da parte degli animali è un’attività che non finisce solo nello stomaco delle bestie e nel portafogli dell’allevatore. se ben gestito, ne beneficiamo tutti, sotto forma di manutenzione del territorio, paesaggio, ecc ecc
      preferisco salire in un vallone dove c’è una strada (ben fatta, ovviamente), ma anche pascoli in fiore, muggiti, belati, campane, piuttosto che in uno silenzioso, con i cespugli che avanzano, l’erba secca non brucata.
      …che la montagna muoia non è una scusa… è una realtà.
      non sono le cattedrali nel deserto ad aiutarla, su questo non si discute, ma neanche l’ambientalismo di chi abita in città e vorrebbe una wilderness che però, senza l’uomo, non è poi così bella ed accogliente…

      • Per quanto riguarda Sea stiamo parlando di un caso specifico, di un luogo la cui unicità è un milieu determinato da fattori storico-antropologici che pochissimi conoscono. Non esistono ne dati ne studi, ne al momento progetti credibili, che dicano che una pista valga la cancellazione o la menomazione di questo milieu. Anzi, vi sono soltanto indicatori geomorfologici che raccontano di una situazione ad alto rischio idrogeologico. Non si può dire che la strada sarà sicuramente “bene” soltanto perché in altri casi è stata salvifica o ha ricreato un’economia. L’economia alpina non è soltanto quella rurale legata a pochi pastori ma è quella turistica con un target straniero che predilige posti belli e dall’alto valore evocativo. Sea è uno di quei posti, per la sua storia, unica e irripetibile, legata alla natura del Massiet così com’è. E non bastano supposizioni in questo caso.

      • ripeto ancora una volta che non sto parlando del vallone di Sea. io ho scritto il post pensando a tutt’altri luoghi ed esprimendo dei concetti generali. come sempre, ogni realtà va valutata tenendo conto di TUTTO.
        ps: margari e pastori, specialmente laddove gli alpeggi non sono serviti da piste, sempre mi raccontano che sono soprattutto i turisti stranieri a fare acquisti in alpeggio. gli italiani, ahimè, passano e non si fermano nemmeno. da riflettere anche su questo… o no?
        mi permetto di dissentire sui “pochi pastori”: leggendo le testimonianze storiche e antropologiche, si può venire a conoscenza di come un tempo, sugli alpeggi, in tutte le vallate, salissero molte famiglie, ciascuna con poche bestie. oggi non è più economicamente sostenibile, così un vallone vede magari un unico allevatore, oppure due alpeggi utilizzati. il numero di bestie complessivo magari è persino superiore al totale del passato. non dimentichiamoci che ogni vallone (quello citato non lo conosco direttamente, dato che non ci sono mai stata) è “così com’è” grazie al pascolamento estivo di greggi e mandrie. non sono supposizioni, ma dati di fatto.
        ciò detto, metto tra i luoghi dove cercherò di fare un’escursione quest’estate, il Vallone di Sea 🙂

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