Non vogliamo essere fuori dalla società, vogliamo farne parte a modo nostro

Rieccomi, con l’anno nuovo, ad aggiornare queste pagine con nuove storie. Prima della fine del 2016, in quelle giornate eccezionalmente calde che hanno seguito il Natale, sono andata a fare delle interviste che mai avrei creduto di poter realizzare in inverno.

Invece quel giorno, già al mattino (ero partita da casa a notte fonda), mi accingevo a salire prima in camicia, poi in maglietta, con il Lago Maggiore che si apriva sotto i miei occhi. Sono a pochi chilometri dal confine svizzero, ho lasciato la strada che costeggia il lago e porta in terra elvetica per salire lungo una stretta stradina tra case e ville, con molte auto dalle targhe tedesche parcheggiate davanti ai cancelli.

Cinzago, una frazione quasi fantasma. Per uno dei quegli strani giochi del destino qui, al ritorno, in modo del tutto casuale, incontrerò un compagno di università che non vedevo da quindici anni… Ma la storia che vi devo raccontare è un’altra. Le indicazioni di Gaia e Matteo per raggiungere la loro azienda erano così precise e dettagliate da incutere timore, come se il percorso fosse difficile da individuare.

Lasciata la macchina prima della frazione, i cui vicoli hanno l’ampiezza dei tempi in cui non esistevano i mezzi a motore, la attraverso e cammino…

Cammino in un bosco di querce e grossi alberi di agrifoglio coperti di bacche rosse, fino alla chiesa di San Bartolomeo. Poi proseguo ed inizio a salire con pendenze maggiori lungo un sentiero quasi lastricato, a gradini, scivolosi per la coltre di foglie secche. Sto andando ad un alpeggio, ma un alpeggio che oggi è abitato tutto l’anno, per incontrare delle persone davvero speciali.

Si cammina sempre nel bosco fin quando si incontra il cartello dell’azienda agricola e si esce sui pascoli, recuperati a fatica dopo anni di abbandono. Siamo ad Agher (Prati d’Agra), all’azienda agricola di montagna Chindemi. “Vivevo a Milano, a 18 anni sono andato via da casa e sono andato in Aspromonte a fare il pastore. I miei nonni erano siciliani, facevano gli allevatori di vacche e di cavalli. I miei genitori non hanno detto niente, per loro tutti i lavori andavano bene, bastava che fossero onesti. Siamo andati anche in Svizzera in Canton Ticino a Tesserete, con le capre“, racconta Matteo. “Io invece sono nata in periferia di Parigi, mia nonna era svizzera, di Ginevra, mia mamma della Val Solda in Lombardia, ma insegnava a Parigi.  Da bambina non pensavo di allevare capre! Sono tornata in Val Solda da ragazzina. Giravo tanto in montagna a piedi. Ho fatto il liceo artistico a Milano, sono uscita con il massimo dei voti. Mi è sempre piaciuto fare cose pratiche, artigianato. Mia mamma è mancata quando avevo 17 anni, io vivevo da sola con lei. Ho incontrato Matteo prima della maturità, c’è subito stata una grande affinità di idee, di conoscenze, di ambienti e situazioni umane. Camminare è sempre piaciuto a tutti e due. Le scelte che si fanno, devono essere condivise e consapevoli. Ha sempre funzionato tutto, nonostante le difficoltà. In Calabria siamo andati insieme, siamo molto adattabili. Ci piace conoscere le culture. Abbiamo vissuto presso famiglie per conoscere, imparare i lavori agricoli“, completa il quadro Gaia.

Questa giovane famiglia, che adesso ha tre bambine, ha fatto la scelta di vita di stabilirsi quassù. ” Le varie vicende ci hanno portato qui, il tanto lavoro non ci spaventa. Il primo anno eravamo senza luce, senz’acqua, senza niente. Da ragazzino venivo in vacanza in questi luoghi. C’è turismo, per la vendita funziona. Era tutto abbandonato da trent’anni. Ci sono 12 ettari di terra. Era in vendita, poi 60 ettari ce li davano in comodato d’uso. Sembrava dovessero fare una pista, invece niente, però c’è la teleferica.  Qui c’è un’ottima esposizione, gli inverni non sono lunghi e c’è abbondanza d’acqua. Adesso sono dieci anni che siamo qui. Pensavamo già di tenere capre, perché  sono gli animali ideali per sfruttare il territorio.

Ci sono state difficoltà sociali e umane soprattutto quando le bambine hanno iniziato a dover andare a scuola. Gaia mi racconta tutti i dettagli di questa vicenda quasi dolorosa, tra istruzione parentale, scuola steineriana, frequenza parziale: “Ogni anno comunque facevano l’esame di stato presso la scuola, con ottimi risultati. La scuola a casa per noi era una necessità, ma la mentalità di paese non capiva.  Quest’anno invece frequentano quotidianamente e io sto giù in settimana. Per il commercio è meglio, porto giù i prodotti.

Matteo non riusciva, da solo, a gestire tutto: gli animali, il recupero dei pascoli, la mungitura, la caseificazione. “Prima con 70 verzasca faticavo troppo, quando arriveranno le altre, avrò poi 40-50 camosciate, sono più mansuete e riesco a gestirle meglio. Mungo a mano, ma da quest’anno lo farò a macchina perché inizio ad avere i primi dolori. Pascolo, do fieno, ce lo facciamo portare con l’elicottero, mettendo insieme dei trasporti anche per altri. Integrazioni ne faccio il meno possibile. Leggo le analisi del latte e integro il necessario. Pascolo con recinti mobili, mentre con le verzasca facevo pascolo guidato con il cane.

Ci sarebbe spazio per pascolare anche un gran numero di capre, ma le forze umane non sono inesauribili. C’è stato quindi un periodo di pausa: venduti gli animali, la famiglia si prende una pausa e va in Francia. “Per le razze autoctone devi avere degli aiuti dalle istituzioni, altrimenti non ce la fai. In Piemonte la Verzasca non è tra le razze per cui danno il contributo, così abbiamo deciso a malincuore di venderle. Facendo i conti non ci stavamo dentro, anche se avevamo migliorato la genetica. Siamo stati un periodo in Francia, abbiamo lavorato in aziende e in fiere, fatto corsi. Là organizzano tanti corsi e i docenti sono allevatori e casari, si fa molta pratica. Comunque c’era l’idea di tornare qui. La comunità faceva circolare ogni tipo di voci, dalla galera al divorzio! Noi sentivamo il bisogno di fare un periodo di formazione.

L’Agher è un… porto di montagna! Sembra che non passi giorno senza che vi siano visitatori di ogni tipo. Escursionisti, soprattutto stranieri, che contribuiscono ad acquistare una buona fetta di prodotto, gente che sale apposta per il formaggi, gruppi scout dalla Lombardia. “I turisti sono contenti di venire qui e trovare gente che parla Inglese e Francese. Noi non vogliamo essere isolati, vogliamo che la gente venga qui e faccia rivivere la montagna facendo turismo.  Bisogna raccontare il formaggio per far conoscere e capire. Le soddisfazioni più grandi sono le capre che stanno bene, il formaggio che viene apprezzato, ma anche le persone che vengono a trovarci. Facciamo la festa del 25 aprile e vengono 150 persone grazie al passaparola. Mi spiace che siamo più apprezzati all’esterno che non sul territorio, qui tanti ci vedono come hippy e fricchettoni che vanno a vivere in montagna. Non siamo così, chi ha voluto, ha capito. Noi non vogliamo essere fuori dalla società, vogliamo farne parte a modo nostro.

Matteo ripete più volte che il loro è un modello che può essere copiato e riproposto, visto che funziona lì, pur tra le tantissime difficoltà che la famiglia Chindemi ha incontrato in questi anni. Sicuramente la loro personalità contribuisce a far sì che l’Agher sia diventato un punto di riferimento sul territorio, e non solo per i prodotti caseari. Mi mostra il suo “nemico”, le felci, con cui sta combattendo una dura lotta per recuperare i pascoli. “Una volta qui d’estate tagliavano il fieno e più in alto pascolavano vacche, e 150 capre.” Sono ben accetti anche volontari che vadano a dare una mano, l’azienda è nel circuito Wwoof, ma per essere sicuri che chi arriva sia necessariamente concreto e motivato, viene preventivamente sottoposto ad un colloquio via skype. La tecnologia è molto importante per questa azienda, proprio per far parte della società. “Le attrezzature del caseificio le ho trovate usate su internet, una che aveva attrezzato tutto e poi dopo neanche un anno ha chiuso.

Come sempre, queste e altre considerazioni da me raccolte andranno a far parte del prossimo libro sulle capre…

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