Storie di passione

Allevare è una passione. Sono ripetitiva, lo so… Più mi guardo intorno e più vedo contrasti. Allevatori delusi, sfiduciati, allevatori che soccombono ad un mercato che li strangola, li soffoca, bestie che vengono prese, portate qua è là attraverso province, regioni, più che altro per far “quadrare i numeri” sulla carta. Lo scorso anno sembrava che qualcosa potesse cambiare e invece… tutto è come prima, se non peggio. Le speculazioni sugli alpeggi continuano, i contributi dalle cifre seguite da tanti zeri arrivano soprattutto nelle tasche di chi sa come accaparrarseli… e non sono di sicuro allevatori che fanno questo mestiere con passione e che vivono un certo rapporto con i loro animali.

Ha senso mostrare allora immagini così, raccontare storie di passione come questa? Cosa sono? Relitti di un tempo passato? Quadretti pittoreschi e un po’ naif? Certo questa non è economia o politica. Queste sono storie e persone che vanno avanti nonostante tutto e tutti. Anzi, forse potrebbero essercene ancora di più se il mondo si dimenticasse completamente di loro, se li lasciasse stare lassù, con i loro animali, a fare quello che nei secoli è sempre stato fatto. Vivere occupandosi degli animali e ricavando da loro quel poco che serve per sopravvivere.

Aurelio è in pensione. Sale su questo alpeggio con le sue capre più 7-8 del nipote. Potrebbe godersi la pensione riposandosi, andando al bar o a giocare a carte con gli amici. Invece no, va su in montagna con il suo gregge. Bada alle capre, le munge, le pascola…

Le chiude in stalla nelle ore centrali della giornata, poi dopo la mungitura del pomeriggio, le rimette al pascolo. Lassù sembra un piccolo paradiso, anche in quella serata un po’ umida, un po’ nebbiosa, un po’ afosa. C’è una strada chiusa al traffico che sale fin lassù, non si è completamente fuori dal mondo, ma abbastanza da non dover pensare a crisi, mercato globale, terrorismo, borse che crollano o qualunque altro problema della nostra epoca.

Questa non è una storia “importante”. Non ci sono prodotti tipici, non c’è una riscoperta di qualcosa, un rilancio di un’area abbandonata. C’è però il mantenimento di un territorio che, senza Aurelio e tanti altri personaggi come lui, verrebbe abbandonato e nessuno ne potrebbe più godere anche solo dal punto di vista paesaggistico. Questi “invisibili” creano e mantengono un qualcosa che non ha prezzo. Chi può dare un valore a quest’immagine pubblicata qui sopra? Certo, l’imprenditore con centinaia di capi da latte in stalla, munti a macchina, che vende il latte al caseificio è un’azienda, contribuisce all’economia…

Qui non c’è quasi “un’economia”. C’è una persona che, grazie anche alla pensione, può vivere in una vallata di montagna, salendo in alpeggio d’estate con i suoi animali. Faticando, rinunciando a tante comodità, ma sicuramente questa è la sua passione e ne ricava “benefici” e soddisfazioni che non hanno prezzo. Chi conosce questo mondo, capisce perfettamente ciò che intendo. Tutti gli altri però non si facciano illudere… se lo si vuol fare come attività lavorativa, bisogna comunque riuscire a vivere, produrre un reddito sufficiente per mantenere se stessi, gli animali, pagare le tasse, le spese necessarie per mandare avanti l’attività, ecc ecc ecc…

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