L’abbandono della montagna

Abbandono in montagna, argomento che ho già trattato tante volte e che mi sta particolarmente a cuore. Io purtroppo non ho soluzioni, ma amo mostrarvi quel che incontro in luoghi meno noti e sicuramente meno patinati. Solo che, di solito, siete abituati a vedere le mie immagini di case diroccate in vallate un po’ più dimenticate. Invece no, oggi vi porto con me in Val d’Aosta. Già, la Val d’Aosta non è, nell’immaginario comune, un luogo che uno associa all’abbandono, piuttosto il contrario.

Passando sull’autostrada tra il casello di Chatillon e quello di Nus, ma ancora più visibile dalla statale, avevo notato un villaggio abbandonato e mi ero, per l’appunto, stupita. Perchè la Val d’Aosta è, in uno stereotipo, la regione delle belle case in pietra tutte ben sistemate, con i balconi fioriti d’estate, i prati tagliati e pascolati. Cosa ci fanno quei ruderi? Ieri, intorno a quelle rovine, spiccavano i mandorli in fiore e il richiamo era per me praticamente irresistibile.

Così sono salita a Barmaz, frazione del comune di Saint-Denis. Ho individuato “a naso” la via per salire, infilandomi in un sottopassaggio della ferrovia. Infatti c’era una traccia di sentiero che saliva tra sterpaglie e cespugli, pochi minuti per portarmi all’insediamento abbandonato. Le case sono tutte danneggiate dai crolli, segno che da anni qui non abita più nessuno. Erano belle baite, abitazioni di montagna, con quei dettagli architettonici che ritroviamo spesso nelle valli.

Ieri l’unica forma di vita erano le farfalle, grazie all’aria che sapeva già di primavera, e le api sui mandorli. L’uomo da chissà quanti anni non vive più qui. Eppure il fondovalle non è lontano, l’esposizione è ottima, vi sono villaggi abitati ben più a monte. Però qui non arriva la strada. La frazione sottostante (collocata sulla statale) è a cinque minuti di cammino. In questo sito, leggiamo queste parole riguardo a Barmaz: “L’abbandono di Barmaz risale alla metà del XX secolo quando l’abbandono delle zone rurali era preponderante e si preferivano le grandi industrie del boom economico del dopoguerra all’agricoltura…

Sempre la medesima fonte attribuisce al XVII secolo l’origine di questo villaggio, dove ora si passa seguendo l’itinerario della via Francigena. “…si coltivavano patate, frumento ed altri cereali…“, oggi invece non si coltiva più nulla, non si pascola e non si sfalcia. Nei prati accanto alla frazione sottostante vi sono alcuni asini, forse allevati proprio per tenere puliti i versanti, per evitare che le sterpaglie arrivino fin contro le case.

Che dire di questo masso letteralmente inglobato nel muro di una casa ormai crollata? Mi sono seduta lì, su una di quelle pietre, sotto il mandorlo, a guardare quelle rovine e a pensare a chi qui viveva, a chi aveva costruito quelle case, all’abbandono della montagna e alla vera essenza della montagna. Cosa succederà alla montagna, nei prossimi anni? Nelle vallate piemontesi, ma anche lì in Val d’Aosta, dove un certo tipo di economia ha retto forse solo perchè basato sui contributi e sulle agevolazioni della regione a statuto speciale.

Tanti amici continuano a parlarmi di un drastico calo del numero delle aziende agricole. Un’amica mi diceva che non trova un paio di bovine da portare in alpeggio, perchè le tante piccole, piccolissime aziende a conduzione famigliare, dove magari qualcuno lavorava in un ufficio pubblico, oppure dove c’erano anziani, hanno chiuso. Qui a Barmaz le stalle sono vuote da lungo tempo. Come sempre, penso che mi piacerebbe parlare con qualcuno che lì è ancora vissuto.

C’era un canalino che portava l’acqua, se ne intravvede il tracciato tra l’erba secca, i cespugli di pruno, le rose selvatiche, il timo. Certo, in Val d’Aosta ci sono tante belle realtà agricole, efficienti e dotate di infrastrutture che altre regioni quasi si sognano, ma la maggior parte possono dire grazie agli anni passati, quando c’erano molte più disponibilità economiche e aiuti pubblici.

Appena lì sotto l’autostrada, il traffico che scorre, il suo rumore è molto forte e fastidioso, quassù. Tra poco inizieranno a scendere i turisti di ritorno dalle località sciistiche, ma non è solo quella la salvezza della montagna, specialmente quella montagna di mezza quota, quella dove l’uomo vive tutto l’anno. Che agricoltura si può ancora praticare qui? E quella piccola agricoltura basata sulla multifunzionalità (una volta i nostri nonni e bisnonni non lo sapevano che si chiamava così…), quella con “di tutto un po’”, l’agricoltura di sussistenza, oggi non basta più. Ci sono tanti nuovi costi, spese di ogni genere, tasse da pagare, vincoli per adattare le strutture ad ogni tipo di lavorazione e trasformazione delle materie prime, se le si vuole vendere al pubblico.

Sotto la roccia c’era quella che penso fosse la cantina, infatti intorno ci sono, quasi tutti frantumati, resti di bottiglioni e bottiglie, che i vandali hanno sparso ovunque. Chi ha abbandonato questo luogo è andato a fare altro e non si è preoccupato di portarli via.

Certe porte si aprono solo più sulle rovine di tetti e soffitti collassati all’interno. Ma quale futuro aspetta, in generale, le terre alte? Qui la strada non c’è e l’abbandono è stato totale. Ma le aziende lungo le strade, ormai troppo piccole per sopravvivere ai grandi numeri della pianura? La qualità di quel che si produce lassù non viene pagata con il giusto prezzo che possa ripagare gli sforzi, le fatiche, le spese. Ha senso, tutto questo? Ci sono aziende che chiudono, giovani e meno giovani che, d’estate, vanno a fare la stagione negli alpeggi in Svizzera…

E così anche in Val d’Aosta c’è l’abbandono. Il villaggio di Barmaz, i suoi campi e prati terrazzati intorno. Vi ho parlato di una realtà, ma il discorso è molto più ampio e generale. Cosa si fa, cosa si intende fare per le montagne? C’è speranza di un reale ritorno, o prima dobbiamo passare attraverso uno spopolamento ancora maggiore?

  1. Salve
    Sono un abitante di Saint-Denis la ringrazio di aver messo un punto di attenzione su questa frazione.
    Negli anni 80 vi fu uno studio di fattibilità da parte della Comunità Montana Monte Cervino sulla possibilità di farne un museo etnografico vivente…Purtroppo tutto si arenò per le difficoltà al frazionamento delle proprietà. La cosa venne descritta in un documentario Rai Valle d’Aosta, dal titolo “Dalla memoria quale futuro?”del regista Giulio Graglia con la partecipazione del grande Nuto Revelli

  2. Lo spopolamento delle nostre montagne è iniziato attorno alle metà del XX secolo, a ridosso del dopoguerra quando le fabbriche furono ricostruite e necessitavano di mano d’opera. Molti agricoltori scelsero di “scendere a valle” non solo per un salario sicuro, le motivazione sono molte di più. Tra queste credo che la mancanza di strade carrozzabili abbia anche influito nella scelta di andare a vivere in città. Ritornare a casa, dopo otto, dieci ore di lavoro, e dover risalire un sentiero, forse per ore, per arrivare alla propria abitazione non deve essere stato molto piacevole! Non tutti gli industriali erano lungimiranti come l’ingegnere Olivetti che impediva ai montanari della Val Chiusella,che andavano a lavorare nella sua fabbrica di Ivrea, di vendere i terreni, ma li incentivava a coltivarli! Il futuro della montagna odierna credo che soprattutto sia legato a quei “piccoli agricoltori e allevatori” che ancora hanno la forza di resistere. Altrimenti è solo turismo. Spesso Invadente. Cementificato. Chiassoso. Adesso le strade ci sono!

  3. Ciao Marzia. Adoro la Valle d’Aosta e appena posso fuggo dal mare per andare lì. Tutte le volte che percorro l’autostrada la mia attenzione va per quel borgo abbandonato e me ne chiedo le ragioni. Bellissime foto e bell’articolo. Non tutti hanno la sensibilità di farsi certe domande, chi ama la montagna così intimamente sa cosa si prova dinnanzi a simili immagini. Fabrizio.

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