Racconto di Natale

Gli allevatori lavorano anche il giorno di Natale. Non sono gli unici. Sono in tanti a donare il loro tempo e le loro forze per altri anche quando la maggior parte della gente fa festa. Quando si ha a che fare con gli animali, questi vanno nutriti, accuditi. Qualcuno avrà persino passato la notte di Natale in stalla: c’è la luna piena, è facile che vi siano stati dei parti. Chissà, nasceranno agnelli, capretti, vitelli a cui facilmente verrà dato il nome di Natalina o Natalino.Volevo raccontarvi una favola di Natale, una di quelle favole che però fanno anche riflettere. Ha il lieto fine? Lo scoprirete leggendo. (NB: le foto non fanno riferimento a luoghi o animali protagonisti di questo racconto. Non è importante dove è successo, può anche darsi che sia accaduta la stessa cosa in vallate differenti, sempre in questi giorni).

Era un’annata strana, quella, lassù nella valle. I comignoli fumavano nell’inverso, dove il sole comunque tramontava prima, ma non c’era neve fin su sulle punte. Non sembrava proprio che stesse arrivando il Natale. Si sentivano ancora le campanelle degli animali al pascolo, addirittura. Si finiva l’erba con le manze, le pecore in asciutta, le capre. C’era chi rastrellava ancora foglie, chi spargeva il letame sui prati. Prima o poi la neve sarebbe arrivata? Non si stava male, così, ma non era nemmeno normale.

Le capre brucavano golose qualche ciuffo di erba, ma poi correvano su per i boschi, dove trovavano ghiande, castagne. E’ nella loro indole, è naturale che sia così. Non si può metterle nelle reti, tanto vale chiuderle in stalla a fieno, a questa stagione. Ma sarebbe davvero un peccato, con tutto quello che possono ancora pascolare all’aperto. Stanno anche meglio fisicamente! Solo che quel giorno capitò quel che a volte succede. Di chi è stata la colpa? Dopo, tutti si rinfacciavano qualcosa a vicenda: se le avessi lasciate in stalla, se tu non fossi stato a spargere letame, se tu avessi sentito le campane quando prendevano via. Alla fine però la sintesi di tutto era: se non ci fossero i lupi sempre pronti ad attaccare, come sono tornate alcune, sarebbero tornate tutte!

Quella sera infatti il gregge non rientrò. L’indomani si andò a cercarle e se ne trovò una parte, ma altre mancavano. Erano andate in alto, perché non c’è neve, perché c’è da mangiare, perché qualcosa le aveva spaventate. Infatti si faticava a farle scendere, arrivavano nel bosco e si bloccavano, adesso avvertivano il pericolo che prima avevano ignorato. I cacciatori la domenica videro due lupi che ne stavano divorando una, li videro con i loro occhi, li spaventarono, li misero in fuga e avvisarono i pastori. La ricerca continuava: in un altro vallone, quasi contemporaneamente, venne avvistato un lupo solitario. Sali, scendi nei valloni, cerca. Continua a maledirti per averle lasciate fuori, ma maledici anche i predatori, chi continua a dire “sono solo cani”. Li senti anche ululare, li senti che si chiamano da un versante all’altro, li senti tu che sei lì, non quelli scettici, che a quell’ora sono già in casa con la stufa o il riscaldamento acceso. Una capra vecchia torna da sola, arriva alla stalla, spaventata. Un passo dopo l’altro, per caso si trova la campana, insanguinata, di un’altra delle capre mancanti. Due non rientrano, così dopo oltre una settimana si perde la speranza. Il giorno di Natale è quindi offuscato da ciò che è successo.

Qual è la morale della favola? Che non puoi più permetterti di sbagliare. Nelle “favole vere”, le capre parlano con il lupo, nella realtà concreta, è il pastore a fare infiniti dialoghi mentali mentre arranca alla ricerca dei suoi animali: li maledice, chiede loro perché non sono rimasti lì vicino alla stalla, perché sono andati lassù. La colpa non è del lupo, certo… Ma nelle favole, il pastore può difendere le sue caprette. Nella realtà invece gli vengono ancora a chiedere se è poi ben sicuro che fossero lupi e non cani… Quella forse è la cosa che più lo fa imbestialire.

E così il giorno di Natale ha un retrogusto amaro di sfiducia. Si pensa ad altri colleghi che, stufi, hanno fatto che vendere gli animali. Ci si chiede se anche per i propri non ci saranno altre soluzioni, perché non si possono obbligare le capre a far le pecore, perché è impossibile gestirle diversamente, perché anche d’estate in montagna sono costantemente in pericolo e… e adesso i lupi praticamente sono davanti alla porta della stalla in fondovalle.

Questa è la favola del Natale 2015. Mi spiace se non è stata di vostro gradimento. Nemmeno a coloro che hanno avuto attacchi in questi giorni la cosa ha fatto piacere. E di lupi ormai ce ne sono tanti… come avvisa questa scritta sgrammaticata, ma veritiera per chi fa l’allevatore.

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